Oggi su Il Foglio, rubrica delle lettere
Al direttore - Chiamare le cose con il loro nome è il primo passo verso la consapevolezza. Poi bisogna decidere come si risponde all'orrore. L'unica risposta è "una violenza incomparabilmente superiore"? Viene in mente il monologo del colonnello Kurtz in "Apocalypse Now": "Io ho visto degli orrori, orrori che ha visto anche lei, ma non ha il diritto di chiamarmi assassino. Ha il diritto di uccidermi, ha il diritto di fare questo, ma non ha il diritto di giudicarmi. E' impossibile trovare le parole... per descrivere ciò che è necessario a coloro che non sanno ciò che significa l'orrore. L'orrore ha un volto, e bisogna farsi amico l'orrore. Orrore e terrore morale sono i tuoi amici, ma se non lo sono, essi sono dei nemici da temere, sono dei veri nemici". La decapitazione nel deserto in mondovisione è una brutalità, ma purtroppo né cieca, né folle, né disumana. E' un atto chiaro, cristallino, definitivo, che terrorizza per la volontà che in esso si esprime alla perfezione. Come i vietcong che nel racconto di Kurtz mozzano le piccole braccia di tutti i bambini appena vaccinati contro la polio dai soldati americani. "L'orrore. L'orrore...". E' questo il dilemma: bisogna farsi amici dell'orrore per sconfiggere l'orrore del nemico? Tagliare tutti i ponti con la civiltà e tornare ai primordiali istinti dell'uomo? Abbiamo bisogno di un colonnello Kurtz per esercitare una "violenza incomparabilmente superiore"? Forse sì, ma nel caso speriamo che abbia successo anche la missione di rimozione e di ritorno alla civiltà del capitano Willard.
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Wednesday, September 10, 2014
Tuesday, April 02, 2013
La madre di tutte le anomalie
Ne abbiamo scritto infinite volte su questo blog. Ce la ricorda, il giorno di Pasqua, Giuliano Ferrara su il Giornale:
«Lo scudo di Berlusconi, quel che permette al Cav di giocare la carta finale della sua sopravvivenza ogni volta che la situazione incresciosa della Repubblica dei partiti lo mette in pericolo, è questo risentimento motivato di mezza Italia contro coloro che non vogliono accettare l'esistenza di un destra italiana di popolo, magari rozza o semplificatrice, così come la storia l'ha prodotta dopo la crisi del Paese che si identificava nei partiti della Costituzione. Bersani paga il prezzo di un ripudio assurdo, che si riassume nel senso sciagurato di superiorità che il suo schieramento esprime, la chiara evidenza di una sinistra che non vuole normalizzare il suo rapporto con questa Italia, ma ne esige la condanna, la damnatio memoriae, e la vuole a ogni costo, anche con processi grotteschi e accuse infamanti e indimostrabili. Battere Berlusconi con mezzi normali, e dunque in una logica di confronto tipica delle democrazie liberali, mutuando qualcosa di importante dalla sua esperienza, condonando la parte lapalissiana di inciviltà e accanimento giudiziario che lo riguarda, e procedere oltre, in una logica di pacificazione e di riconciliazione che tagli le ali dell'estremismo ideologico: è quel che il centrosinistra non sa e non vuole fare, è quel che lo condanna a una subalternità senza speranza, interminabile, stupefacente, e che alla fine siamo tutti noi a pagare come disfunzione e paralisi della democrazia».Ed è una anomalia che comunque finirà Berlusconi, non finirà con Berlusconi. Riguarderà qualsiasi leader vincente che il centrodestra saprà scegliersi.
Friday, October 28, 2011
La strada è quella di Ichino
Nella lettera di intenti alla Ue il passaggio che sta suscitando la levata di scudi dei sindacati e delle opposizioni (tutte, pure quelle che rivendicano un atteggiamento "responsabile") è un'enunciazione generica: «Entro maggio 2012 una nuova regolazione dei licenziamenti per motivi economici nei contratti di lavoro a tempo indeterminato». Per capire come il governo intende attuarla in concreto, e soprattutto se sarà in grado di farlo, bisognerà aspettare, ma lo schema Ichino, a cui oggi in un intervento telefonico su Canale 5 Berlusconi ha fatto riferimento («la strada è quella del ddl Ichino»), mi sembra il più opportuno da seguire sia nel merito che nel metodo. Nel merito, perché di fatto consente il licenziamento per motivi economici od organizzativi, dietro un indennizzo da corrispondere al lavoratore la cui entità cresce con l'anzianità di servizio, e prevede la trasformazione della cassa integrazione in un sussidio di disoccupazione universale, decrescente nel tempo e condizionato alla disponibilità effettiva del lavoratore a nuove proposte e alla riqualificazione. La flexsecurity di stampo scandinavo, insomma, dove è ovvio che il fattore più delicato per le specificità italiane sta nel sussidio: quello prefigurato da Ichino mi sembra troppo generoso, attraente per entrambe le parti.Ma è comunque conveniente per il governo e la maggioranza, dal punto di vista politico, procedere su questa strada, perché è una buona riforma ed è la proposta di un senatore e giuslavorista del Pd, sottoscritta da ben 54 senatori dell'opposizione. Come farebbe il Pd a tirarsi indietro e allo stesso tempo a presentarsi come forza di governo ed "europea"? Di «minacce inaccettabili» ai lavoratori parlano Bersani e Fassina e l'ex ministro Pd Cesare Damiano boccia senz'appello non solo la generica enunciazione del governo nella lettera di intenti all'Ue, ma anche le proposte di Ichino. Di Pietro ovviamente alza i toni, parlando di «contenuto pericoloso» e di un «omicidio sociale», ma anche il "moderato" Casini, quando si comincia a parlare di cose concrete, getta la maschera: lo definisce un «patto scellerato» contro il lavoro e a parole si dice a favore di un mercato «più flessibile», ma propone di affidarsi alla concertazione con le parti sociali, che è come chiedere ai tacchini di anticipare il Natale. Non se ne farebbe niente. Vale dunque per tutte le opposizioni, nessuna esclusa, nemmeno i centristi, quello che scrive Giuliano Ferrara, oggi su Il Foglio:
«Un giorno deridono il governo perché non avrebbe la fiducia dell'Ue, il giorno dopo insorgono contro il programma di riforme per lo sviluppo concordato in sede europea... Insorgere è facile, prepararsi al governo è difficile. Ma la prima ginnastica è propria di una concezione irresponsabile delle istituzioni, la seconda è un preciso dovere repubblicano per chi ha avuto il mandato di opporsi e di offrire ai cittadini una prospettiva diversa...».E' ovvia la risposta di Bersani all'appello di Berlusconi alla responsabilità delle opposizioni: sì sulle proposte su cui conveniamo, no su quelle su cui non conveniamo. Peccato che non è dato sapere quali condividono e quali no, o meglio l'impressione è che stringi stringi non ci sia nulla che condividano, per il solo fatto che a proporle è Berlusconi. Nell'intervista di oggi a Il Messaggero, tra l'altro, reiterando la strategia dalemiana di rincorsa dell'Udc, Bersani certifica il fallimento del Pd, quando afferma che «non sto parlando di un'ammucchiata, ma di un incontro tra progressisti e moderati italiani per un patto di legislatura e su una dozzina di riforme da fare per ricostruire l'Italia». Ma come, non doveva essere proprio il Pd «l'incontro tra progressisti e moderati»? La necessità di un'alleanza con l'Udc, a giocare il ruolo della Margherita nell'Ulivo, dimostra che Pd = Pci-Pds-Ds.
Perché mi accanisco sull'opposizione? Primo, perché mi accanisco pure sul governo, e i post di questi mesi lo dimostrano. Secondo, a giudicare dagli articoli che si leggono negli ultimi giorni non sono l'unico a pre-occuparmi della mancanza di un'alternativa di governo al centrodestra berlusconiano, né sono l'unico a diffidare di governi "tecnici". «Italy Risks Post-Berlusconi Hangover», era il titolo di un commento di ieri sul Wall Street Journal di Murdoch:
«Many hope he might be replaced by a technocratic government with the power to make difficult decisions. A bigger risk is that early elections lead to instability and government paralysis. (...) For a technocratic government, the political challenge might be too great. But if the alternative is no government at all, Mr. Berlusconi might be the least-worst option».E «For Italy, Berlusconi Is a Problem but Also a Solution» è il titolo di un articolo del New York Times oggi:
«... if there is one thing many Italians fear more than the current government it is the available alternatives».Intanto, Berlusconi finalmente sembra aver sciolto le riserve sulla futura leadership del Pdl e del centrodestra: primarie. Il candidato premier per il 2013 sarà scelto con le primarie? «Certo, sarà un candidato che sceglieremo con un sistema elettorale sul modello dei partiti americani, che coinvolgono nella scelta della politica tutti i cittadini che desiderano partecipare». Così ha risposto a Belpietro, questa mattina su Canale 5.
Friday, July 08, 2011
E adesso?
Era nell'aria, i segnali si accumulavano da tempo. E la manovra che contraddice la promessa aurea di non mettere le mani nelle tasche degli italiani è stata, forse, lo spartiacque. Berlusconi annuncia che non si ricandiderà alle politiche del 2013 e affida il suo annuncio al giornale del suo arci nemico De Benedetti: la Repubblica. Quasi ad invocare magnanimità almeno nell'ora del passaggio del testimone, e in qualche modo a riconoscere al suo acerrimo nemico di averlo combattuto in modo anche scorretto e violento, ma a viso aperto, alla luce del sole, al contrario della faziosità infida, perché dissimulata, di altri giornali cosiddetti della "borghesia".
I segnali, dicevamo, si erano accumulati. Forse, sul fronte giudiziario, il caso Ruby ha definitivamente fiaccato la volontà del Cavaliere. Da mesi comunque il suo ruolo in seno all'Esecutivo è sempre più quello del mediatore, del primus inter pares, piuttosto che del leader e del trascinatore; dopo lo scontro con Fini, l'iniziativa politica è andata via via scemando e si è ridotta ad una lunga e sfiancante campagna acquisti in Parlamento - che non è stata a mio avviso secondaria nel determinare la sconfitta alle amministrative. Nel frattempo, un altro sintomo della progressiva perdita di iniziativa e centralità politica di Berlusconi, è l'accrescersi del protagonismo di Napolitano (persino in aperto sostegno alle scelte economiche di Tremonti), fino ad arrivare al paradosso, di questi ultimi due giorni, di un premier che rinnega apertamente un'importante scelta di politica estera come la partecipazione alla campagna libica e che non nasconde la propria irritazione per una politica economica che sente lontanissima dai suoi principi. Insomma, è come se Berlusconi si fosse già dimesso, tanto che ieri pomeriggio, su Facebook, lanciavo la provocazione di un governo ormai, de facto, Napolitano-Tremonti.
Una scelta per quanto mi riguarda saggia quella di passare la mano alle prossime elezioni, resa inevitabile innanzitutto per motivi anagrafici: sia perché l'operatività che si richiede ad un premier è troppa anche per un tipo energico come Berlusconi, che nel 2013 avrebbe 77 anni; sia perché, a prescindere dai meriti che si possano o meno rivendicare dinanzi all'opinione pubblica, arriva prima o poi il momento in una democrazia in cui la gente chiede volti nuovi a prescindere. Ed è giusto, auspicabile che sia così. Anche se, ovviamente, l'orizzonte è tutt'altro che roseo e abbiamo la certezza che la fine della premiership di Berlusconi non coinciderà con l'incamminarsi del Paese verso la risoluzione dei suoi problemi. Anzi, c'è da temere il contrario. Sia per l'assenza di un'alternativa responsabile a sinistra, sia per il rischio concreto che la tutela che la magistratura politicizzata vuole imporre sulla nostra democrazia non trovi più alcun argine, non scorgendo all'orizzonte leader altrettanto forti, sia politicamente che patrimonialmente, come Berlusconi.
Ma è stato opportuno da parte del premier annunciare pubblicamente la sua prossima uscita di scena? E' vero che era nell'aria, nelle conversazioni private Berlusconi già vi accennava, e che la sua autorità appariva già da mesi erosa all'interno della stessa compagine governativa. Eppure, il parlarne in privato e l'annuncio pubblico rischiano di non attenuare la conflittualità interna ed esterna al governo, bensì di aumentare i tentativi e i fattori di destabilizzazione. Insomma, se da questo annuncio Berlusconi spera di ricavare vantaggi in termini di una ritrovata serenità all'interno del Pdl, e della maggioranza, e di una minore aggressività nei suoi confronti, e nei confronti del governo, da parte delle opposizioni - politiche, giudiziarie e mediatiche - e così di risparmiarsi un "Piazzale Loreto", temo che dovrà presto ricredersi.
Nella sua autobiografia Tony Blair dedica uno spazio molto rilevante al tormentato periodo del suo passaggio di consegne. Ed è qui che ammette esplicitamente di aver commesso degli errori. L'aver parlato privatamente al suo ministro del Tesoro, Gordon Brown, della sua intenzione di ritirarsi prima della fine del mandato, averglielo persino promesso di fronte alle insistenze di quest'ultimo perché lo annunciasse pubblicamente, e l'essersi infine arreso ad annunciarlo in pubblico, ha aumentato, non placato, le incomprensioni, le diffidenze e gli scontri fra i due, così come non si è placata l'aggressività dei media nei suoi confronti, arrivati quasi al linciaggio quotidiano. Ma soprattutto, si era illuso che tutto ciò avrebbe favorito un clima di serenità nel governo, e in particolare nei rapporti con il Tesoro, permettendogli così di completare l'ambizioso processo di riforme a cui teneva più di ogni altra cosa. Non è andata così: si è ritrovato a scontrarsi con un Gordon Brown che, sempre più ansioso di avere lui il totale controllo sulle decisioni di politica economica, così da preparare il terreno alla sua elezione, non faceva altro che mettergli i bastoni tra le ruote (già, messa giù così pare proprio di rivedere Tremonti). Blair quindi riconosce nel suo libro che il suo annuncio è coinciso con la perdita di fatto, in quello stesso istante, della residua autorità e autorevolezza da premier. Non annunciate la data del vostro ritiro se intendete fare ancora delle cose al governo, suggerisce.
Pur con tutte le dovute differenze, questo per dire che l'annuncio di Berlusconi rischia non solo di non attenuare le divisioni interne e l'aggressività delle opposizioni, ma di scatenarle definitivamente. Il rischio è che prevalga l'istinto animalesco all'odore del sangue dell'avversario politico e non il senso di responsabilità. Dopo oggi le elezioni nel 2012 anziché nel 2013 sono più probabili.
Adesso si aprirà anche la stagione dei bilanci. Al di là del merito - avremo molte occasioni per tornarci - credo che sia importante il metodo. Inutile aspettarsi dalla sinistra - politica e giornalistica - un contributo obiettivo ed «equanime», invocato non molto tempo fa da Giuliano Ferrara su Il Foglio. Più probabile una nuova "Piazzale Loreto", o un "Hotel Rafael". Piuttosto, a mio avviso riveste un'importanza decisiva che un giudizio equanime su Berlusconi sappia elaborarlo il centrodestra, e il Pdl in particolare. Il che non è affatto scontato. Che sappiano evitare una squallida corsa a smarcarsi dal berlusconismo, ma che sappiano anche individuare limiti ed errori di Berlusconi, e di chi in questi anni - e sono in molti - gli è stato o gli è passato al fianco, e trarre lezione sia da essi che dalle attenuanti e dagli alibi, non tutti infondati, che il Cavaliere può addurre.
I segnali, dicevamo, si erano accumulati. Forse, sul fronte giudiziario, il caso Ruby ha definitivamente fiaccato la volontà del Cavaliere. Da mesi comunque il suo ruolo in seno all'Esecutivo è sempre più quello del mediatore, del primus inter pares, piuttosto che del leader e del trascinatore; dopo lo scontro con Fini, l'iniziativa politica è andata via via scemando e si è ridotta ad una lunga e sfiancante campagna acquisti in Parlamento - che non è stata a mio avviso secondaria nel determinare la sconfitta alle amministrative. Nel frattempo, un altro sintomo della progressiva perdita di iniziativa e centralità politica di Berlusconi, è l'accrescersi del protagonismo di Napolitano (persino in aperto sostegno alle scelte economiche di Tremonti), fino ad arrivare al paradosso, di questi ultimi due giorni, di un premier che rinnega apertamente un'importante scelta di politica estera come la partecipazione alla campagna libica e che non nasconde la propria irritazione per una politica economica che sente lontanissima dai suoi principi. Insomma, è come se Berlusconi si fosse già dimesso, tanto che ieri pomeriggio, su Facebook, lanciavo la provocazione di un governo ormai, de facto, Napolitano-Tremonti.
Una scelta per quanto mi riguarda saggia quella di passare la mano alle prossime elezioni, resa inevitabile innanzitutto per motivi anagrafici: sia perché l'operatività che si richiede ad un premier è troppa anche per un tipo energico come Berlusconi, che nel 2013 avrebbe 77 anni; sia perché, a prescindere dai meriti che si possano o meno rivendicare dinanzi all'opinione pubblica, arriva prima o poi il momento in una democrazia in cui la gente chiede volti nuovi a prescindere. Ed è giusto, auspicabile che sia così. Anche se, ovviamente, l'orizzonte è tutt'altro che roseo e abbiamo la certezza che la fine della premiership di Berlusconi non coinciderà con l'incamminarsi del Paese verso la risoluzione dei suoi problemi. Anzi, c'è da temere il contrario. Sia per l'assenza di un'alternativa responsabile a sinistra, sia per il rischio concreto che la tutela che la magistratura politicizzata vuole imporre sulla nostra democrazia non trovi più alcun argine, non scorgendo all'orizzonte leader altrettanto forti, sia politicamente che patrimonialmente, come Berlusconi.
Ma è stato opportuno da parte del premier annunciare pubblicamente la sua prossima uscita di scena? E' vero che era nell'aria, nelle conversazioni private Berlusconi già vi accennava, e che la sua autorità appariva già da mesi erosa all'interno della stessa compagine governativa. Eppure, il parlarne in privato e l'annuncio pubblico rischiano di non attenuare la conflittualità interna ed esterna al governo, bensì di aumentare i tentativi e i fattori di destabilizzazione. Insomma, se da questo annuncio Berlusconi spera di ricavare vantaggi in termini di una ritrovata serenità all'interno del Pdl, e della maggioranza, e di una minore aggressività nei suoi confronti, e nei confronti del governo, da parte delle opposizioni - politiche, giudiziarie e mediatiche - e così di risparmiarsi un "Piazzale Loreto", temo che dovrà presto ricredersi.
Nella sua autobiografia Tony Blair dedica uno spazio molto rilevante al tormentato periodo del suo passaggio di consegne. Ed è qui che ammette esplicitamente di aver commesso degli errori. L'aver parlato privatamente al suo ministro del Tesoro, Gordon Brown, della sua intenzione di ritirarsi prima della fine del mandato, averglielo persino promesso di fronte alle insistenze di quest'ultimo perché lo annunciasse pubblicamente, e l'essersi infine arreso ad annunciarlo in pubblico, ha aumentato, non placato, le incomprensioni, le diffidenze e gli scontri fra i due, così come non si è placata l'aggressività dei media nei suoi confronti, arrivati quasi al linciaggio quotidiano. Ma soprattutto, si era illuso che tutto ciò avrebbe favorito un clima di serenità nel governo, e in particolare nei rapporti con il Tesoro, permettendogli così di completare l'ambizioso processo di riforme a cui teneva più di ogni altra cosa. Non è andata così: si è ritrovato a scontrarsi con un Gordon Brown che, sempre più ansioso di avere lui il totale controllo sulle decisioni di politica economica, così da preparare il terreno alla sua elezione, non faceva altro che mettergli i bastoni tra le ruote (già, messa giù così pare proprio di rivedere Tremonti). Blair quindi riconosce nel suo libro che il suo annuncio è coinciso con la perdita di fatto, in quello stesso istante, della residua autorità e autorevolezza da premier. Non annunciate la data del vostro ritiro se intendete fare ancora delle cose al governo, suggerisce.
Pur con tutte le dovute differenze, questo per dire che l'annuncio di Berlusconi rischia non solo di non attenuare le divisioni interne e l'aggressività delle opposizioni, ma di scatenarle definitivamente. Il rischio è che prevalga l'istinto animalesco all'odore del sangue dell'avversario politico e non il senso di responsabilità. Dopo oggi le elezioni nel 2012 anziché nel 2013 sono più probabili.
Adesso si aprirà anche la stagione dei bilanci. Al di là del merito - avremo molte occasioni per tornarci - credo che sia importante il metodo. Inutile aspettarsi dalla sinistra - politica e giornalistica - un contributo obiettivo ed «equanime», invocato non molto tempo fa da Giuliano Ferrara su Il Foglio. Più probabile una nuova "Piazzale Loreto", o un "Hotel Rafael". Piuttosto, a mio avviso riveste un'importanza decisiva che un giudizio equanime su Berlusconi sappia elaborarlo il centrodestra, e il Pdl in particolare. Il che non è affatto scontato. Che sappiano evitare una squallida corsa a smarcarsi dal berlusconismo, ma che sappiano anche individuare limiti ed errori di Berlusconi, e di chi in questi anni - e sono in molti - gli è stato o gli è passato al fianco, e trarre lezione sia da essi che dalle attenuanti e dagli alibi, non tutti infondati, che il Cavaliere può addurre.
Wednesday, May 18, 2011
L'eterno ritorno a sinistra?
Se ti chiudi in difesa, e cominci a non vedere più palla ma a tirare calci sugli stinchi, prima o poi il gol lo prendi ed è proprio questo ciò che ha fatto il centrodestra, Berlusconi in primis, non riuscendo ad imporre nel dibattito pubblico un'agenda di governo (cittadina e nazionale), ma subendo l'agenda della magistratura politicizzata, mentre Pisapia, politicamente radicale ma pacato nei modi, riusciva nel presentarsi sotto le insegne del "moderatismo". Certo, non bisogna sottovalutare la virulenza degli attacchi e, a dispetto di quanto si creda, la potenza mediatica dei fiancheggiatori dei pm politicizzati. Non è facile togliergli lo scettro dell'agenda pubblica, ma il Cavaliere non ci ha nemmeno provato. Anzi, ha accettato la sfida sul terreno allestito dai suoi nemici. E «molta gente si è rotta le palle» (Feltri sarà antipatico, ma ha la virtù della sintesi). Si è rotta delle chiacchiere e del clima di rissa permanente ma improduttiva, da cui non esce mai un vincitore.
E' una questione di agenda, su che cosa cioè è concentrata l'attenzione dell'opinione pubblica, lo ricordava Giuliano Ferrara nel suo primo commento post-elettorale su Raiuno. Non che il governo se ne sia stato con le mani in mano, ma non è riuscito ad imporre nessun grande tema e Berlusconi negli ultimi dodici mesi ha fatto l'imputato o si è messo a caccia di voti alla Camera. Dare l'impressione che non riesca a gestire l'attività di governo a causa dei suoi processi è proprio ciò cui mirano i suoi avversari e i siparietti in piena campagna elettorale davanti al tribunale di Milano non hanno certo aiutato, anche se le prime analisi dei sondaggisti (vedi Mannheimer ma anche Repubblica) tendono a dare molto risalto all'errore commesso dalla Moratti a quattro giorni dal voto, quando cioè gli elettori indecisi decidono per chi votare. La stanchezza ha quindi colpito gli elettori di centrodestra, che ultra-vaccinati sulla persecuzione cui Berlusconi è oggetto da quando è in politica, non sono disposti però - giustamente - a perdonargli che anche lui si metta a parlare dei suoi problemi giudiziari, a cincischiare in manovre di Palazzo, e non si occupi dei problemi del Paese.
Prima la scissione di Fini - una lotta nel fango che a lungo andare ha danneggiato tutti e due i contendenti, a prescindere da torti e ragioni; poi i mesi passati a ritrovare i numeri alla Camera, con i noiosissimi e autoreferenziali dibattiti su elezioni anticipate vs governi tecnici; quindi il Rubygate e infine gli sterili distinguo della Lega, mentre nel frattempo continuavano gli assalti mediatico-giudiziari, nonché le "punturine" una al dì di Napolitano. In tutto questo, fatti zero o pochini, comunque invisibili. Ecco perché Berlusconi deve sforzarsi di reimpadronirsi dell'agenda pubblica, facendo il capo del governo e nient'altro. Serve «una vera sferzata pro-crescita all'economia», suggerisce Panebianco oggi sul Corriere, ma che non si limiti a qualche decreto, a spargere qualche sussidio e credito d'imposta qui e là, ci vogliono obiettivi di riforma ambiziosi, per far scorgere agli italiani orizzonti nuovi e promettenti per il futuro.
Sul fronte del centrosinistra, l'esito di queste amministrative, lo segnala Panebianco, ha sciolto almeno il nodo delle alleanze ed è qui che rischiamo un eterno ritorno. I successi dei candidati di Vendola (Pisapia e Zedda), di De Magistris e del Movimento di Grillo, nonché i numeri miserabili raccolti dai centristi, hanno archiviato ogni tentazione del Pd, da sempre attribuita ai dalemiani, di allearsi con il Terzo polo emarginando le estreme. Ora abbiamo almeno una certezza: il Pd si presenterà alle prossime elezioni politiche in una coalizione spostata molto a sinistra, egemonizzata (se non nei posti di potere e nella guida sicuramente nella base politica e nelle proposte) dalle sue componenti più estreme: Vendola, Di Pietro, Beppe Grillo. E' il frutto avvelenato di sempre dell'antiberlusconismo militante delle procure, delle loro gazzette e del cosiddetto "popolo viola", la maledizione perpetua del riformismo di sinistra. Alla fine, a forza di inchieste e scandali sono riusciti a mettere Berlusconi nell'angolo, a mandare in tilt la maggioranza di governo. Ed ecco che il "popolo" di centrodestra, che non si fa affabulare né da Berlusconi né dalla persecuzione mediatico-giudiziaria di cui è vittima, ma che non per questo è disposto a perdonargli l'immobilismo e l'inattività al governo, si stufa e manda il segnale. E' solo così - diciamo per logoramento e non per abbattimento - che l'antiberlusconismo fa "vincere" la sinistra. A questo punto i vertici del Pd si ri-convincono che si vince a sinistra e torniamo tutti al punto di partenza: all'Ulivo più Rifondazione più Di Pietro, che oggi si chiama Pd più Vendola più Di Pietro. Per di più, nella convinzione - a mio avviso sbagliata - che l'ostacolo che si frappone tra loro e la conquista di Palazzo Chigi sia solo Berlusconi. E quindi di aver gioco facile se non dovesse ricandidarsi. Ma se il centrodestra non imploderà, dilaniato dalle divisioni della successione, si accorgeranno che le loro sconfitte non sono tutta colpa del fattore B.
E' una questione di agenda, su che cosa cioè è concentrata l'attenzione dell'opinione pubblica, lo ricordava Giuliano Ferrara nel suo primo commento post-elettorale su Raiuno. Non che il governo se ne sia stato con le mani in mano, ma non è riuscito ad imporre nessun grande tema e Berlusconi negli ultimi dodici mesi ha fatto l'imputato o si è messo a caccia di voti alla Camera. Dare l'impressione che non riesca a gestire l'attività di governo a causa dei suoi processi è proprio ciò cui mirano i suoi avversari e i siparietti in piena campagna elettorale davanti al tribunale di Milano non hanno certo aiutato, anche se le prime analisi dei sondaggisti (vedi Mannheimer ma anche Repubblica) tendono a dare molto risalto all'errore commesso dalla Moratti a quattro giorni dal voto, quando cioè gli elettori indecisi decidono per chi votare. La stanchezza ha quindi colpito gli elettori di centrodestra, che ultra-vaccinati sulla persecuzione cui Berlusconi è oggetto da quando è in politica, non sono disposti però - giustamente - a perdonargli che anche lui si metta a parlare dei suoi problemi giudiziari, a cincischiare in manovre di Palazzo, e non si occupi dei problemi del Paese.
Prima la scissione di Fini - una lotta nel fango che a lungo andare ha danneggiato tutti e due i contendenti, a prescindere da torti e ragioni; poi i mesi passati a ritrovare i numeri alla Camera, con i noiosissimi e autoreferenziali dibattiti su elezioni anticipate vs governi tecnici; quindi il Rubygate e infine gli sterili distinguo della Lega, mentre nel frattempo continuavano gli assalti mediatico-giudiziari, nonché le "punturine" una al dì di Napolitano. In tutto questo, fatti zero o pochini, comunque invisibili. Ecco perché Berlusconi deve sforzarsi di reimpadronirsi dell'agenda pubblica, facendo il capo del governo e nient'altro. Serve «una vera sferzata pro-crescita all'economia», suggerisce Panebianco oggi sul Corriere, ma che non si limiti a qualche decreto, a spargere qualche sussidio e credito d'imposta qui e là, ci vogliono obiettivi di riforma ambiziosi, per far scorgere agli italiani orizzonti nuovi e promettenti per il futuro.
Sul fronte del centrosinistra, l'esito di queste amministrative, lo segnala Panebianco, ha sciolto almeno il nodo delle alleanze ed è qui che rischiamo un eterno ritorno. I successi dei candidati di Vendola (Pisapia e Zedda), di De Magistris e del Movimento di Grillo, nonché i numeri miserabili raccolti dai centristi, hanno archiviato ogni tentazione del Pd, da sempre attribuita ai dalemiani, di allearsi con il Terzo polo emarginando le estreme. Ora abbiamo almeno una certezza: il Pd si presenterà alle prossime elezioni politiche in una coalizione spostata molto a sinistra, egemonizzata (se non nei posti di potere e nella guida sicuramente nella base politica e nelle proposte) dalle sue componenti più estreme: Vendola, Di Pietro, Beppe Grillo. E' il frutto avvelenato di sempre dell'antiberlusconismo militante delle procure, delle loro gazzette e del cosiddetto "popolo viola", la maledizione perpetua del riformismo di sinistra. Alla fine, a forza di inchieste e scandali sono riusciti a mettere Berlusconi nell'angolo, a mandare in tilt la maggioranza di governo. Ed ecco che il "popolo" di centrodestra, che non si fa affabulare né da Berlusconi né dalla persecuzione mediatico-giudiziaria di cui è vittima, ma che non per questo è disposto a perdonargli l'immobilismo e l'inattività al governo, si stufa e manda il segnale. E' solo così - diciamo per logoramento e non per abbattimento - che l'antiberlusconismo fa "vincere" la sinistra. A questo punto i vertici del Pd si ri-convincono che si vince a sinistra e torniamo tutti al punto di partenza: all'Ulivo più Rifondazione più Di Pietro, che oggi si chiama Pd più Vendola più Di Pietro. Per di più, nella convinzione - a mio avviso sbagliata - che l'ostacolo che si frappone tra loro e la conquista di Palazzo Chigi sia solo Berlusconi. E quindi di aver gioco facile se non dovesse ricandidarsi. Ma se il centrodestra non imploderà, dilaniato dalle divisioni della successione, si accorgeranno che le loro sconfitte non sono tutta colpa del fattore B.
Friday, February 04, 2011
Ci stanno cascando di nuovo
Tutto fa gioco alla maggioranza, persino il presidente Napolitano. L'intronato del Colle mette a segno il dispettuccio di rovinare la festa già sobria sul federalismo, rispedendo al mittente il decreto non - come purtroppo crederanno in molti - per la presunta bocciatura di ieri in bicamerale, ma per un cavillo procedurale della legge delega. Così facendo il presidente si presta al gioco sporco di far credere alla gente che sia illegittimo da parte del governo approvare il federalismo anche senza il parere positivo del Parlamento, ma non si rende conto di fare il gioco della maggioranza (in vista l'ennesima "fiducia" in aula) e, in particolare, di ripagare la Lega con voti sonanti.
Non so se anche questa volta la strategia di difesa e contrattacco scelta da Berlusconi avrà successo, ma è l'unica sensata da tentare: governare, governare, governare. Ha sbagliato tutto su Fini, ma su questo Ferrara ci ha visto giusto: l'unica risposta ai "guardoni" è governare, o almeno provarci contro tutto e tutti. Contro le procure politicizzate, contro il fango dei media; contro le opposizioni pregiudiziali che hanno fallito l'ennesimo colpo del ko (non votando il parere sul federalismo qualcuno pensava di indurre Bossi a staccare la spina, ma il leader leghista ha fiutato e sembra essersi convinto della strategia di Berlusconi); e, da ultimo, nonostante il presidente Napolitano.
Il "racconto" che sta già andando in scena, per l'ennesima volta, e che rischia di caratterizzare un'eventuale campagna elettorale - lascio a voi giudicare se e quanto verosimile o frutto solo di abilità comunicativa - è quello solito di un Berlusconi che tenta di "fare" contro tutto e tutti, ma non lo fanno governare perché "è tutto in mano alla sinistra". Di chi sarà la colpa se si tornerà al voto? Le opposizioni - e non solo - ci stanno cascando di nuovo. Se è questo lo scenario verso cui andiamo, la campagna elettorale sarà sì in salita per Berlusconi - e non è detto che rivinca, perché gli italiani sono esausti e lievemente incazzati - ma avrà dalla sua il suo argomento preferito: fondato o meno che sia, la persecuzione politico-mediatico-giudiziaria nei suoi confronti. E con la Lega pronta a capitalizzare - almeno al nord - i voti in uscita dal Pdl. Insomma, l'insistenza di Berlusconi nel voler andare avanti, il rilancio sulla crescita economica e la riforma del fisco, la sorprendente pazienza di Bossi, tutto va letto in questa chiave.
Se si riesce a governare, se passano le riforme, tanto meglio. Altrimenti, siano gli oppositori di ogni dove e rango (partiti, procure, giornali) ad assumersi la responsabilità del ritorno alle urne. Questo è il film che il centrodestra sta girando, e nel quale tutti - dal Pd al Terzo polo, dalle procure fino a Napolitano - sembrano essere già entrati nella parte più congeniale al protagonista: Berlusconi.
UPDATE:
Come volevasi dimostrare. Calderoli: «Se verranno presentati dei documenti sulle comunicazioni del governo sul federalismo municipale, allora io chiederò il voto di fiducia nel Consiglio dei ministri». Se passa, nuova vittoria del governo; se non passa, il governo cade sul federalismo. C'è altro da aggiungere sul capolavoro di Napolitano?
Non so se anche questa volta la strategia di difesa e contrattacco scelta da Berlusconi avrà successo, ma è l'unica sensata da tentare: governare, governare, governare. Ha sbagliato tutto su Fini, ma su questo Ferrara ci ha visto giusto: l'unica risposta ai "guardoni" è governare, o almeno provarci contro tutto e tutti. Contro le procure politicizzate, contro il fango dei media; contro le opposizioni pregiudiziali che hanno fallito l'ennesimo colpo del ko (non votando il parere sul federalismo qualcuno pensava di indurre Bossi a staccare la spina, ma il leader leghista ha fiutato e sembra essersi convinto della strategia di Berlusconi); e, da ultimo, nonostante il presidente Napolitano.
Il "racconto" che sta già andando in scena, per l'ennesima volta, e che rischia di caratterizzare un'eventuale campagna elettorale - lascio a voi giudicare se e quanto verosimile o frutto solo di abilità comunicativa - è quello solito di un Berlusconi che tenta di "fare" contro tutto e tutti, ma non lo fanno governare perché "è tutto in mano alla sinistra". Di chi sarà la colpa se si tornerà al voto? Le opposizioni - e non solo - ci stanno cascando di nuovo. Se è questo lo scenario verso cui andiamo, la campagna elettorale sarà sì in salita per Berlusconi - e non è detto che rivinca, perché gli italiani sono esausti e lievemente incazzati - ma avrà dalla sua il suo argomento preferito: fondato o meno che sia, la persecuzione politico-mediatico-giudiziaria nei suoi confronti. E con la Lega pronta a capitalizzare - almeno al nord - i voti in uscita dal Pdl. Insomma, l'insistenza di Berlusconi nel voler andare avanti, il rilancio sulla crescita economica e la riforma del fisco, la sorprendente pazienza di Bossi, tutto va letto in questa chiave.
Se si riesce a governare, se passano le riforme, tanto meglio. Altrimenti, siano gli oppositori di ogni dove e rango (partiti, procure, giornali) ad assumersi la responsabilità del ritorno alle urne. Questo è il film che il centrodestra sta girando, e nel quale tutti - dal Pd al Terzo polo, dalle procure fino a Napolitano - sembrano essere già entrati nella parte più congeniale al protagonista: Berlusconi.
UPDATE:
Come volevasi dimostrare. Calderoli: «Se verranno presentati dei documenti sulle comunicazioni del governo sul federalismo municipale, allora io chiederò il voto di fiducia nel Consiglio dei ministri». Se passa, nuova vittoria del governo; se non passa, il governo cade sul federalismo. C'è altro da aggiungere sul capolavoro di Napolitano?
Friday, December 17, 2010
Fini neocentrista perde appeal
Non sono la laicità e i temi della bioetica i principali motivi di contraddizione di un terzo polo Fini-Casini. Per due motivi. Primo, perché Fini è una banderuola, non ha problemi a "cambiare idea", e tra i suoi i liberali sono al massimo un paio; secondo, perché si può sempre dire che su quei temi c'è "libertà di coscienza" e a ben vedere è ormai da parecchio tempo che lo stesso Fini sembra averli accantonati. No, la contraddizione strategica è sull'assetto del sistema politico e sul posizionamento in esso, ed è su questa che quattro finiani hanno scelto di non votare la sfiducia.
Fli nasce bipolarista - lo ricordano oggi gli "intellettuali" finiani della prima ora Campi e Ventura - si vorrebbe proporre come "vero" e nuovo centrodestra, alternativo alla sinistra. Casini e l'Udc, invece, vogliono un "grande centro", perno del sistema e quindi pronto a governare sia con la destra (senza Lega) che con la sinistra (senza Di Pietro e i neocomunisti). Si tratta di visioni strategiche alternative e Fini non può pensare di costituire un terzo polo con Casini, anche solo tatticamente, senza dare l'idea di aver abbandonato la logica bipolare in favore di quella centrista. E' su questo, e non sui temi cari alla Chiesa, che rischia non solo di perdere parlamentari, come è accaduto il 14, ma soprattutto consensi. Ed è anche per questo che a mio avviso Fini in un terzo polo avrebbe minore capacità attrattiva sugli elettori del Pdl, per non parlare del fatto che quasi certamente non ne sarebbe il leader. La sensazione è che lo schema qualsiasi alleato, qualsiasi manovra, anche se solo tattica, pur di abbattere Berlusconi non incontri l'approvazione neanche degli elettori di centrodestra più stufi del premier. A Casini che importa? Fini rafforza le chance centriste ma si danneggia personalmente. Meglio di così...
I poveri seguaci di Fini, per lo più per debito personale, hanno visto in pochi mesi trasformarsi il progetto. All'inizio doveva essere una corrente - e nei gruppi autonomi l'hanno seguito in più di trenta. Poi si è andati verso un movimento e si faceva fatica a parlare esplicitamente di partito. Quindi la richiesta di un "nuovo patto di legislatura" in qualità di "terza gamba" nel centrodestra, che però sarebbe rimasta leale al governo e mai - si giurava - avrebbe negato la fiducia. Fin qui Fini non ha avuto problemi a tenere compatti i suoi. Dopo, con la richiesta di dimissioni del premier prima, la presentazione della sfiducia poi, mentre nel frattempo l'atteggiamento di Berlusconi e del Pdl si era fatto più dialogante, è apparso evidente che il progetto stava mutando: Fli avrebbe sommato i propri voti a quelli dell'Udc e della sinistra, rendendo inevitabile, dall'indomani, l'annuncio di terzo polo. E non ha torto Berlusconi nel denunciare, dal suo punto di vista, il terzo polo come spalla della sinistra, dal momento che nell'auspicio centrista di un sistema di fatto tripolare non si esclude affatto un'alleanza col Pd.
Altro che "calciomercato", Fini deve prendersela con la sua ambiguità, le sue sbandate e i suoi colpi di testa, che hanno portato le sue truppe molto lontano dal percorso cui inizialmente molti avevano dato il loro assenso. Non vi verrebbe qualche dubbio se avendo concordato una gita a Napoli, dopo due-tre giri sul Raccordo l'autista imbocca l'autostrada Roma-Firenze? Dopo la rottura di aprile ad ogni passo successivo Fini non ha fatto altro che confermare le peggiori accuse e i sospetti sul suo disegno politico sollevati dai suoi avversari e detrattori, da Berlusconi a Feltri.
E ora, anche se tardivamente rispetto a chi la denuncia da aprile, l'incompatibilità del suo ruolo politico di oppositore aggressivo con quello istituzionale e "terzo" viene riconosciuta da tutti i commentatori, anche i non e gli anti berlusconiani, persino gli "intellettuali" finiani, che chiedono le sue dimissioni da presidente della Camera. Su questo si legga l'editoriale di Giuliano Ferrara, oggi su Il Foglio, certo non pregiudizialmente ostile a Fini.
Fli nasce bipolarista - lo ricordano oggi gli "intellettuali" finiani della prima ora Campi e Ventura - si vorrebbe proporre come "vero" e nuovo centrodestra, alternativo alla sinistra. Casini e l'Udc, invece, vogliono un "grande centro", perno del sistema e quindi pronto a governare sia con la destra (senza Lega) che con la sinistra (senza Di Pietro e i neocomunisti). Si tratta di visioni strategiche alternative e Fini non può pensare di costituire un terzo polo con Casini, anche solo tatticamente, senza dare l'idea di aver abbandonato la logica bipolare in favore di quella centrista. E' su questo, e non sui temi cari alla Chiesa, che rischia non solo di perdere parlamentari, come è accaduto il 14, ma soprattutto consensi. Ed è anche per questo che a mio avviso Fini in un terzo polo avrebbe minore capacità attrattiva sugli elettori del Pdl, per non parlare del fatto che quasi certamente non ne sarebbe il leader. La sensazione è che lo schema qualsiasi alleato, qualsiasi manovra, anche se solo tattica, pur di abbattere Berlusconi non incontri l'approvazione neanche degli elettori di centrodestra più stufi del premier. A Casini che importa? Fini rafforza le chance centriste ma si danneggia personalmente. Meglio di così...
I poveri seguaci di Fini, per lo più per debito personale, hanno visto in pochi mesi trasformarsi il progetto. All'inizio doveva essere una corrente - e nei gruppi autonomi l'hanno seguito in più di trenta. Poi si è andati verso un movimento e si faceva fatica a parlare esplicitamente di partito. Quindi la richiesta di un "nuovo patto di legislatura" in qualità di "terza gamba" nel centrodestra, che però sarebbe rimasta leale al governo e mai - si giurava - avrebbe negato la fiducia. Fin qui Fini non ha avuto problemi a tenere compatti i suoi. Dopo, con la richiesta di dimissioni del premier prima, la presentazione della sfiducia poi, mentre nel frattempo l'atteggiamento di Berlusconi e del Pdl si era fatto più dialogante, è apparso evidente che il progetto stava mutando: Fli avrebbe sommato i propri voti a quelli dell'Udc e della sinistra, rendendo inevitabile, dall'indomani, l'annuncio di terzo polo. E non ha torto Berlusconi nel denunciare, dal suo punto di vista, il terzo polo come spalla della sinistra, dal momento che nell'auspicio centrista di un sistema di fatto tripolare non si esclude affatto un'alleanza col Pd.
Altro che "calciomercato", Fini deve prendersela con la sua ambiguità, le sue sbandate e i suoi colpi di testa, che hanno portato le sue truppe molto lontano dal percorso cui inizialmente molti avevano dato il loro assenso. Non vi verrebbe qualche dubbio se avendo concordato una gita a Napoli, dopo due-tre giri sul Raccordo l'autista imbocca l'autostrada Roma-Firenze? Dopo la rottura di aprile ad ogni passo successivo Fini non ha fatto altro che confermare le peggiori accuse e i sospetti sul suo disegno politico sollevati dai suoi avversari e detrattori, da Berlusconi a Feltri.
E ora, anche se tardivamente rispetto a chi la denuncia da aprile, l'incompatibilità del suo ruolo politico di oppositore aggressivo con quello istituzionale e "terzo" viene riconosciuta da tutti i commentatori, anche i non e gli anti berlusconiani, persino gli "intellettuali" finiani, che chiedono le sue dimissioni da presidente della Camera. Su questo si legga l'editoriale di Giuliano Ferrara, oggi su Il Foglio, certo non pregiudizialmente ostile a Fini.
Wednesday, December 15, 2010
Sfatare il mito dei Black Bloc
L'Oscar degli articoli più vergognosi scritti in questi giorni sulla gestione dell'ordine pubblico nella giornata di ieri va a Fiorenza Sarzanini (Corriere della Sera), non nuova a imprese del genere. Così come vergognosa è la polemica sul finanziere ripreso con l'arma d'ordinanza in pugno e sui presunti "infiltrati". Ovviamente ci sono già le prime interrogazioni parlamentari, ma basterebbe guardare le immagini per capire come si sono svolti realmente i fatti. Da tutte le sequenze fotografiche, e dal video, disponibili in rete o sui giornali appare chiaramente che il finanziere protegge l'arma, uscita dalla fondina dopo essere stato scaraventato a terra e già privato di casco e altro, per impedire che gli venga sottratta anche quella.
E non manca ovviamente chi cerca di aumentare ulteriormente la tensione parlando di "infiltrati". La cosa grave è che il Pd, in uno stato confusionale e demenziale, e in piena deriva antagonista, è in prima linea con la Finocchiario (capogruppo al Senato), che si chiede chi ha pagato i presunti "infiltrati" invece di chiedersi chi pagherà i danni.
Ma torniamo alla Sarzanini, che prima di ieri si era lamentata per i Palazzi blindati e oggi, con il senno di poi, ha la faccia tosta di criticare il ministro Maroni («li avete lasciati fare»). Provate a immaginare cosa avrebbero scritto se fosse stato torto un capello a un "manifestante". Alla vigilia aveva accusato le forze dell'ordine e il ministro di contribuire ad alimentare la tensione adottando misure di sicurezza esagerate, ma nel contempo era lei stessa, che parlando di «zona rossa», richiamando quindi il G8 di Genova, le descriveva con evidente esagerazione.
Semplicemente le forze dell'ordine si sono organizzate per difendere le istituzioni democratiche da un assalto annunciato che si è puntualmente verificato. Piuttosto, bisognerebbe chiedersi perché in Italia siamo così tecnologicamente arretrati da non dotarli di pallottole di gomma e taser. La triste verità con cui dobbiamo fare i conti è che in Italia neanche di fronte ai peggiori criminali, e neanche a difesa delle più importanti istituzioni democratiche, si è disposti ad accettare l'uso legittimo della forza e quindi assistiamo impotenti a giornate come quella di ieri. Con le mani legate dietro la schiena e i pochi mezzi a disposizione, forze dell'ordine e ministro hanno fatto davvero il massimo.
Già prima dei fatti di ieri Il Foglio aveva denunciato l'atteggiamento irresponsabile del Corriere, con riferimento proprio alla Sarzanini:
UPDATE ORE 15:48
Il ragazzo col giaccone chiaro additato come "agente infiltrato" (perché ripreso con delle manette in mano, probabilmente sottratte agli agenti), e che evidentemente ha tratto in inganno il Riformista e la Finocchiaro, pare sia stato arrestato: «Sono minorenne, sono minorenne», si giustificava il poveretto con gli agenti (quelli veri) che l'hanno fermato.
E non manca ovviamente chi cerca di aumentare ulteriormente la tensione parlando di "infiltrati". La cosa grave è che il Pd, in uno stato confusionale e demenziale, e in piena deriva antagonista, è in prima linea con la Finocchiario (capogruppo al Senato), che si chiede chi ha pagato i presunti "infiltrati" invece di chiedersi chi pagherà i danni.
Ma torniamo alla Sarzanini, che prima di ieri si era lamentata per i Palazzi blindati e oggi, con il senno di poi, ha la faccia tosta di criticare il ministro Maroni («li avete lasciati fare»). Provate a immaginare cosa avrebbero scritto se fosse stato torto un capello a un "manifestante". Alla vigilia aveva accusato le forze dell'ordine e il ministro di contribuire ad alimentare la tensione adottando misure di sicurezza esagerate, ma nel contempo era lei stessa, che parlando di «zona rossa», richiamando quindi il G8 di Genova, le descriveva con evidente esagerazione.
Semplicemente le forze dell'ordine si sono organizzate per difendere le istituzioni democratiche da un assalto annunciato che si è puntualmente verificato. Piuttosto, bisognerebbe chiedersi perché in Italia siamo così tecnologicamente arretrati da non dotarli di pallottole di gomma e taser. La triste verità con cui dobbiamo fare i conti è che in Italia neanche di fronte ai peggiori criminali, e neanche a difesa delle più importanti istituzioni democratiche, si è disposti ad accettare l'uso legittimo della forza e quindi assistiamo impotenti a giornate come quella di ieri. Con le mani legate dietro la schiena e i pochi mezzi a disposizione, forze dell'ordine e ministro hanno fatto davvero il massimo.
Già prima dei fatti di ieri Il Foglio aveva denunciato l'atteggiamento irresponsabile del Corriere, con riferimento proprio alla Sarzanini:
«L'allarmismo sull'ordine pubblico è un genere giornalistico che un tempo era riservato ai giornali d'opposizione più politicamente scalmanati, e di cui non si sentiva particolare nostalgia. E' probabile che i settori più estremisti puntino a creare incidenti, ed è doveroso evitarlo. Ma è davvero difficile vedere nella polizia un mostruoso apparato repressivo a difesa del governo. La libertà di manifestazione non sembra davvero in pericolo, e la democrazia ancor meno. La stessa Sarzanini ammette che i divieti sono indispensabili, per poi aggiungere che "se sono indiscriminati rischiano di ottenere l'effetto opposto". Anche gli allarmismi indiscriminati, per la verità».Oggi Giuliano Ferrara si pone le domande giuste...
«Chi ha organizzato la canaglia squadrista contro il Parlamento? Chi ha promosso i suoi slogan, oltre che i suoi pullman? Chi ha creato lo stato emotivo teppistico per un attacco a freddo alla vita democratica, mandando allo sbaraglio giovanotti attempati e carichi di libidine violenta?»... e arriva alle conclusioni sotto gli occhi di tutti:
«Una sinistra imbevuta ormai di bolsa ma aggressiva retorica anti-istituzionale, sulla scia di un ex poliziotto dalla vita difficile che lasciò tanti anni fa per una ambigua fuga verso la politica la magistratura, dopo aver contribuito in modo ancor oggi misterioso alla destabilizzazione della Repubblica dei partiti. E una borghesia priva di senno e di potere coesivo, che ha approntato il clima attraverso i suoi giornali, con una speciale menzione per la performance allarmistica e incitatoria del Corriere della Sera, che fingeva di scongiurare un clima giottino nel momento in cui lo fomentava tra le righe. Sotto il miserabile pretesto della "compravendita" di parlamentari si è scatenata una campagna di qualunquismo becero e di odio contro le istituzioni, e l'hanno chiamata "sfiducia dal basso" o "faremo l'inferno se il governo non cade". Una performance di sordido cinismo dalla quale la sinistra e i borghesi decaduti di un establishment intollerante e ambiguo non si risolleveranno tanto presto...».IL MITO DEI BLACK BLOC - Infine, bisognerebbe anche sfatare una volta per tutte questo mito dei Black bloc. I Black bloc non esistono, nel senso che i media li chiamano in causa come entità misteriosa per depoliticizzare gli scontri, per evitare di spiegare chiaro e tondo all'opinione pubblica la loro natura politica, per tracciare una linea di confine netta tra violenti e i manifestanti pacifici. Una linea così netta che purtroppo non esiste. Basta ipocrisie: quelli che hanno provocato gli scontri di ieri non spuntano dal nulla, sono le frange più estreme e violente di una manifestazione, ma ne fanno parte e tutti gli altri ne sono nella migliore delle ipotesi consapevoli, nella peggiore complici un po' meno coraggiosi. E' una violenza tecnicamente "fascista", ma che culturalmente e politicamente trova origine nell'estrema sinistra e occorre dirlo chiaramente, perché sono i movimenti di sinistra che devono farci i conti e isolarla.
UPDATE ORE 15:48
Il ragazzo col giaccone chiaro additato come "agente infiltrato" (perché ripreso con delle manette in mano, probabilmente sottratte agli agenti), e che evidentemente ha tratto in inganno il Riformista e la Finocchiaro, pare sia stato arrestato: «Sono minorenne, sono minorenne», si giustificava il poveretto con gli agenti (quelli veri) che l'hanno fermato.
Friday, November 12, 2010
Il cerino in mano a Fini. E lo userà
Se Fini e Casini si sono spinti così in avanti verso il punto di non ritorno, allora, si ragiona in queste ore, devono avere i numeri e un premier pronti per un governo "tecnico", se non addirittua per un governo senza Berlusconi ma di centrodestra (quindi un po' meno "ribaltone"), se, come Verderami, oggi sul Corriere della Sera, attribuisce a Bocchino, un «pezzo significativo» del Pdl si staccasse dal Cav. e legittimasse la nuova fase. Un «pezzo di Pdl» o la Lega, o magari entrambi. Chiusa ogni possibilità di un Berlusconi-bis e di un rimpastone come nel 2005, i finiani guardano al '94, sperano nel "tradimento" della Lega e fanno i nomi di Tremonti e Maroni.
Mentre i retroscenisti si divertono ad alimentare il sospetto di imminenti tradimenti per far salire la febbre nella maggioranza, non si accorgono di rivelare in questo modo l'operazione di Fini per quella che è agli occhi di quanti lo hanno fin qui seguito dando credito alle sue ragioni politiche piuttosto che personali. Sarebbe a dir poco incomprensibile che una polemica aperta con Berlusconi e il Pdl sull'accusa di un'eccessiva subalternità alla Lega e sull'inadeguatezza della politica tremontiana per lo sviluppo, si concludesse aprendo la porta di Palazzo Chigi proprio al criticato Tremonti (di cui Fini e Casini pretesero le dimissioni nel 2004), o addirittura al primo premier leghista della storia italiana! Apparirebbe chiaro a quanti ancora non se ne fossero accorti che di politico c'era ben poco, e che il reale obiettivo era fin dall'inizio solo uno: la testa di Berlusconi.
Siamo comunque entrati in una fase diversa, il cerino non passa più di mano in mano, i finiani sembrano aver deciso di usarlo loro. Bocchino annuncia che Fli non parteciperà al voto di fiducia sulla finanziaria e, una volta approvata, se Berlusconi non si dimetterà «a quel punto è chiaro che lo sfiduceremo». Cercheranno di dar vita ad un altro governo, ma è ovvio che a questo punto sono pronti a rischiare che la crisi porti ad un voto anticipato, convinti come sono che pur andando al voto, Berlusconi non avrebbe la maggioranza al Senato e sarebbe comunque costretto al passo indietro.
Una volta sfiduciato il premier, la Lega e un pezzo consistente del Pdl legittimerebbero un nuovo governo di centrodestra? E' l'unico esito che il Cav. deve temere. Ma gli interessati di cui si sussurra hanno davvero interesse a un disegno del genere? Vediamo, cercando di usare un po' di logica, anche se - come dimostra il caso Fini - spesso logica e politici fanno a pugni. Bossi si sentirebbe più garantito sul varo del federalismo da un governo senza Berlusconi, con Fini, Casini e pezzi di Pdl, al di là delle rassicurazioni che senz'altro riceverebbe (e in parte sta già ricevendo)? O forse non gli converrebbe in ogni caso, anche se Berlusconi ormai fosse fuori dai giochi, incassare prima una sonante vittoria elettorale e poi trattare con Fini e Casini da una posizione di maggiore forza? E Tremonti? Potrebbe mettersi alla guida di un simile governo, magari durare un anno, varare il federalismo, ma poi? Farebbe la fine di Dini, ci sono pochi dubbi, mentre tra non molto potrebbe ereditare l'intero blocco di consenso leghista e berlusconiano. Quanto all'ipotesi di elezioni anticipate, in effetti Berlusconi rischierebbe di non vincerle al Senato (anche se non lo darei per scontato, i finiani sono troppo ottimisti su questo), ma di certo non le vincerebbero i suoi avversari.
P.S.: Oggi Giuliano Ferrara insiste con la sua lettura: con la «cacciata brutale» di luglio e la campagna di «denigrazione» di Feltri, Berlusconi ha trasformato Fini da «successore» a «competitor», ad «avversario mortale», invece di «integrarlo con compromessi politici». A me sembra sia andato in scena un altro film. Fini si trova esattamente dove aveva immaginato e pianificato di trovarsi fin da quando, caduto il governo Prodi, ha a malincuore accettato di entrare nel Pdl e presentarsi con Berlusconi. Può essere stato un errore la presunta "cacciata" di fine luglio, ma chi pensa davvero che Fini non avrebbe trovato comunque un pretesto o un incidente per costituire gruppi autonomi e poi un partito tutto suo? D'altronde, la minaccia di gruppi autonomi piovve a ciel sereno già ad aprile, dopo la vittoria elettorale e prima della fatidica direzione del "che fai, mi cacci?", nonché ben quattro mesi prima della "cacciata". E ricordiamoci che Generazione Italia nacque il primo aprile. Davvero qualcuno ancora pensa che Fini si sarebbe accontentato di fare teoria politica ai convegni e fremere nelle riunioni di partito? Suvvia!
Mentre i retroscenisti si divertono ad alimentare il sospetto di imminenti tradimenti per far salire la febbre nella maggioranza, non si accorgono di rivelare in questo modo l'operazione di Fini per quella che è agli occhi di quanti lo hanno fin qui seguito dando credito alle sue ragioni politiche piuttosto che personali. Sarebbe a dir poco incomprensibile che una polemica aperta con Berlusconi e il Pdl sull'accusa di un'eccessiva subalternità alla Lega e sull'inadeguatezza della politica tremontiana per lo sviluppo, si concludesse aprendo la porta di Palazzo Chigi proprio al criticato Tremonti (di cui Fini e Casini pretesero le dimissioni nel 2004), o addirittura al primo premier leghista della storia italiana! Apparirebbe chiaro a quanti ancora non se ne fossero accorti che di politico c'era ben poco, e che il reale obiettivo era fin dall'inizio solo uno: la testa di Berlusconi.
Siamo comunque entrati in una fase diversa, il cerino non passa più di mano in mano, i finiani sembrano aver deciso di usarlo loro. Bocchino annuncia che Fli non parteciperà al voto di fiducia sulla finanziaria e, una volta approvata, se Berlusconi non si dimetterà «a quel punto è chiaro che lo sfiduceremo». Cercheranno di dar vita ad un altro governo, ma è ovvio che a questo punto sono pronti a rischiare che la crisi porti ad un voto anticipato, convinti come sono che pur andando al voto, Berlusconi non avrebbe la maggioranza al Senato e sarebbe comunque costretto al passo indietro.
Una volta sfiduciato il premier, la Lega e un pezzo consistente del Pdl legittimerebbero un nuovo governo di centrodestra? E' l'unico esito che il Cav. deve temere. Ma gli interessati di cui si sussurra hanno davvero interesse a un disegno del genere? Vediamo, cercando di usare un po' di logica, anche se - come dimostra il caso Fini - spesso logica e politici fanno a pugni. Bossi si sentirebbe più garantito sul varo del federalismo da un governo senza Berlusconi, con Fini, Casini e pezzi di Pdl, al di là delle rassicurazioni che senz'altro riceverebbe (e in parte sta già ricevendo)? O forse non gli converrebbe in ogni caso, anche se Berlusconi ormai fosse fuori dai giochi, incassare prima una sonante vittoria elettorale e poi trattare con Fini e Casini da una posizione di maggiore forza? E Tremonti? Potrebbe mettersi alla guida di un simile governo, magari durare un anno, varare il federalismo, ma poi? Farebbe la fine di Dini, ci sono pochi dubbi, mentre tra non molto potrebbe ereditare l'intero blocco di consenso leghista e berlusconiano. Quanto all'ipotesi di elezioni anticipate, in effetti Berlusconi rischierebbe di non vincerle al Senato (anche se non lo darei per scontato, i finiani sono troppo ottimisti su questo), ma di certo non le vincerebbero i suoi avversari.
P.S.: Oggi Giuliano Ferrara insiste con la sua lettura: con la «cacciata brutale» di luglio e la campagna di «denigrazione» di Feltri, Berlusconi ha trasformato Fini da «successore» a «competitor», ad «avversario mortale», invece di «integrarlo con compromessi politici». A me sembra sia andato in scena un altro film. Fini si trova esattamente dove aveva immaginato e pianificato di trovarsi fin da quando, caduto il governo Prodi, ha a malincuore accettato di entrare nel Pdl e presentarsi con Berlusconi. Può essere stato un errore la presunta "cacciata" di fine luglio, ma chi pensa davvero che Fini non avrebbe trovato comunque un pretesto o un incidente per costituire gruppi autonomi e poi un partito tutto suo? D'altronde, la minaccia di gruppi autonomi piovve a ciel sereno già ad aprile, dopo la vittoria elettorale e prima della fatidica direzione del "che fai, mi cacci?", nonché ben quattro mesi prima della "cacciata". E ricordiamoci che Generazione Italia nacque il primo aprile. Davvero qualcuno ancora pensa che Fini si sarebbe accontentato di fare teoria politica ai convegni e fremere nelle riunioni di partito? Suvvia!
Wednesday, November 10, 2010
Tutto questo un giorno sarà mio
Tutto come previsto, è guerriglia, e ieri ha centrato una delle roccaforti di successo del programma di governo: la politica dei respingimenti. Nonostante il premier abbia accettato anche esplicitamente l'idea di un nuovo patto di legislatura e riconosciuto Fli come terza forza autonoma del centrodestra, non chiudendo ad una presente e futura alleanza, e nonostante sia cessata la campagna sulla casa di Montecarlo (anche se Fini risulta ancora indagato, dal momento che il gip tarda ad accogliere la richiesta di archiviazione), non basta più. Il logoramento - ne eravamo certi - non è cessato e i finiani alzano sempre più il tiro nella speranza di costringere Berlusconi alla resa senza l'imbarazzo di dover votare insieme alla sinistra una sfiducia palese in Parlamento.
Da tempi non sospetti lo ripeto su questo blog: il sogno di Fini è tornare allo schema della Cdl, ripristinare la rendita di posizione e il potere di interdizione di cui, da leader di partito, godeva allora, insieme all'Udc di Casini, ma inevitabilmente sfumati con la nascita del partito unico, a cui ha aderito non per convinzione ma per necessità politiche contingenti. Chi ritiene ragionevole la prospettiva di un ritorno a quel centrodestra, passando per le dimissioni di Berlusconi, nell'illusione di salvare il governo e arrivare al 2013, dovrebbe ricordarsi quanto il «colpo d'ala» di questi giorni somigli alla «discontinuità» di allora. Il rimpastone di allora, con la cacciata e la goffa richiamata di Tremonti, rilanciò l'azione di governo o la paralizzò del tutto sotto i veti incrociati degli alleati, che puntavano né più né meno a cuocere Berlusconi a fuoco lento? Allora come oggi si pretese una nuova legge elettorale, con gli esiti che tutti conosciamo. E qualcuno ha persino il coraggio di imbellettare questo ritorno alla vecchia Cdl con la necessità di «aggiornare culturalmente il centrodestra».
E' solo all'interno di questo schema, alla guida di un partito tutto suo fortemente condizionante, che Fini ritiene di avere qualche chance di conquistare la leadership del centrodestra. Dietro la richiesta di crisi "pilotata" (ennesima anomalia di un presidente della Camera che crede così poco nella centralità del Parlamento da proporre una crisi extraparlamentare), di rimpastone (con allargamento all'Udc) e di revisione dell'agenda di governo in nome del "bene" del Paese, c'è l'unica cosa che interessi davvero a Gianfranco Fini: avere la garanzia di essere il candidato premier del centrodestra nel 2013. Non vuole giocarsi apertamente la successione, vuole averla garantita come un'eredità, e in data certa. Quando ha aperto il fuoco, lo scorso aprile, lo ha fatto perché si sentiva - non a torto - retrocesso nelle seconde e terze linee per la successione.
Ma Fini candidato premier, ed eventualmente Berlusconi al Quirinale, è un accordo che nessuno dei due può garantire all'altro. Semplicemente perché non è così che funziona, anche se Fini, da residuo della Prima Repubblica, sembra non averlo ancora capito: checché se ne dica, non siamo in una monarchia o in dittatura, altri possono ambire legittimamente alla leadership del centrodestra e un'eventuale successione designata dallo stesso Berlusconi potrebbe funzionare solo se politicamente fondata, il che equivale a dire che il premier non può garantirla a prescindere dai rapporti di forza e dagli equilibri politici. E ammesso che a Berlusconi interessi il Quirinale, non potrebbe comunque fidarsi di Fini per arrivarci. Detto questo, se fosse conclamato che nel 2013 Berlusconi lascia a favore di Fini, il Cav. perderebbe immediatamente, un minuto dopo, ogni autorevolezza presso i suoi stessi ministri, i suoi parlamentari, le parti sociali, perché nessuno di questi soggetti metterebbe le sue sorti e i suoi obiettivi politici nelle mani di un premier a scadenza. E' un principio "fisico" della politica valido ad ogni latitudine. Se annunci la data del passaggio di consegne, di fatto perdi il potere dal giorno dopo l'annuncio. E' sacrosanto che la leadership sia contendibile, ma in modo trasparente e passando per il giudizio degli elettori, non con manovre di palazzo.
Come si vede, dunque, l'obiettivo di Fini è in un modo o nell'altro l'abbattimento di Berlusconi evitando le urne, ma c'è ancora chi, come Giuliano Ferrara, per non ammettere di aver visto male finge di credere che con «un po' di cinismo, con l'aggiunta di un'anticchia di professionismo politico» da parte di Berlusconi e dei suoi consiglieri le escandescenze finiane si sarebbero potute ridimensionare a normale «dialettica interna» al Pdl. Le pretese di Fini di questi giorni dimostrano il contrario. La presunta "cacciata" non fu che un pretesto generosamente concesso, l'uscita dal Pdl e la nascita di una formazione tutta sua erano passi irrinunciabili e pianificati da tempo. Non dobbiamo dimenticarci quando è iniziata la resa dei conti. Nonostante l'approccio sostanzialmente immobilista del governo riguardo le riforme strutturali durante la crisi, paradossalmente è dalle elezioni regionali di quest'anno, vinte in modo schiacciante ma del tutto inatteso da Berlusconi, che ci troviamo in uno stato di paralisi totale in Parlamento. Eppure, il Berlusconi che usciva vincitore da quella prova elettorale sembrava consapevole del suo "momentum" favorevole per dare una spinta all'azione di governo. Ma proprio in quel momento Fini, che - ancora una volta sbagliando i suoi conti - aveva puntato sulla sconfitta del centrodestra, dà inizio alla sua escalation, convinto di essere all'ultima spiaggia. Non perché fosse in crisi la politica del Pdl e del governo, promossa per tre volte in tre anni dagli elettori, ma perché a rischio le sue ambizioni personali.
Da tempi non sospetti lo ripeto su questo blog: il sogno di Fini è tornare allo schema della Cdl, ripristinare la rendita di posizione e il potere di interdizione di cui, da leader di partito, godeva allora, insieme all'Udc di Casini, ma inevitabilmente sfumati con la nascita del partito unico, a cui ha aderito non per convinzione ma per necessità politiche contingenti. Chi ritiene ragionevole la prospettiva di un ritorno a quel centrodestra, passando per le dimissioni di Berlusconi, nell'illusione di salvare il governo e arrivare al 2013, dovrebbe ricordarsi quanto il «colpo d'ala» di questi giorni somigli alla «discontinuità» di allora. Il rimpastone di allora, con la cacciata e la goffa richiamata di Tremonti, rilanciò l'azione di governo o la paralizzò del tutto sotto i veti incrociati degli alleati, che puntavano né più né meno a cuocere Berlusconi a fuoco lento? Allora come oggi si pretese una nuova legge elettorale, con gli esiti che tutti conosciamo. E qualcuno ha persino il coraggio di imbellettare questo ritorno alla vecchia Cdl con la necessità di «aggiornare culturalmente il centrodestra».
E' solo all'interno di questo schema, alla guida di un partito tutto suo fortemente condizionante, che Fini ritiene di avere qualche chance di conquistare la leadership del centrodestra. Dietro la richiesta di crisi "pilotata" (ennesima anomalia di un presidente della Camera che crede così poco nella centralità del Parlamento da proporre una crisi extraparlamentare), di rimpastone (con allargamento all'Udc) e di revisione dell'agenda di governo in nome del "bene" del Paese, c'è l'unica cosa che interessi davvero a Gianfranco Fini: avere la garanzia di essere il candidato premier del centrodestra nel 2013. Non vuole giocarsi apertamente la successione, vuole averla garantita come un'eredità, e in data certa. Quando ha aperto il fuoco, lo scorso aprile, lo ha fatto perché si sentiva - non a torto - retrocesso nelle seconde e terze linee per la successione.
Ma Fini candidato premier, ed eventualmente Berlusconi al Quirinale, è un accordo che nessuno dei due può garantire all'altro. Semplicemente perché non è così che funziona, anche se Fini, da residuo della Prima Repubblica, sembra non averlo ancora capito: checché se ne dica, non siamo in una monarchia o in dittatura, altri possono ambire legittimamente alla leadership del centrodestra e un'eventuale successione designata dallo stesso Berlusconi potrebbe funzionare solo se politicamente fondata, il che equivale a dire che il premier non può garantirla a prescindere dai rapporti di forza e dagli equilibri politici. E ammesso che a Berlusconi interessi il Quirinale, non potrebbe comunque fidarsi di Fini per arrivarci. Detto questo, se fosse conclamato che nel 2013 Berlusconi lascia a favore di Fini, il Cav. perderebbe immediatamente, un minuto dopo, ogni autorevolezza presso i suoi stessi ministri, i suoi parlamentari, le parti sociali, perché nessuno di questi soggetti metterebbe le sue sorti e i suoi obiettivi politici nelle mani di un premier a scadenza. E' un principio "fisico" della politica valido ad ogni latitudine. Se annunci la data del passaggio di consegne, di fatto perdi il potere dal giorno dopo l'annuncio. E' sacrosanto che la leadership sia contendibile, ma in modo trasparente e passando per il giudizio degli elettori, non con manovre di palazzo.
Come si vede, dunque, l'obiettivo di Fini è in un modo o nell'altro l'abbattimento di Berlusconi evitando le urne, ma c'è ancora chi, come Giuliano Ferrara, per non ammettere di aver visto male finge di credere che con «un po' di cinismo, con l'aggiunta di un'anticchia di professionismo politico» da parte di Berlusconi e dei suoi consiglieri le escandescenze finiane si sarebbero potute ridimensionare a normale «dialettica interna» al Pdl. Le pretese di Fini di questi giorni dimostrano il contrario. La presunta "cacciata" non fu che un pretesto generosamente concesso, l'uscita dal Pdl e la nascita di una formazione tutta sua erano passi irrinunciabili e pianificati da tempo. Non dobbiamo dimenticarci quando è iniziata la resa dei conti. Nonostante l'approccio sostanzialmente immobilista del governo riguardo le riforme strutturali durante la crisi, paradossalmente è dalle elezioni regionali di quest'anno, vinte in modo schiacciante ma del tutto inatteso da Berlusconi, che ci troviamo in uno stato di paralisi totale in Parlamento. Eppure, il Berlusconi che usciva vincitore da quella prova elettorale sembrava consapevole del suo "momentum" favorevole per dare una spinta all'azione di governo. Ma proprio in quel momento Fini, che - ancora una volta sbagliando i suoi conti - aveva puntato sulla sconfitta del centrodestra, dà inizio alla sua escalation, convinto di essere all'ultima spiaggia. Non perché fosse in crisi la politica del Pdl e del governo, promossa per tre volte in tre anni dagli elettori, ma perché a rischio le sue ambizioni personali.
Friday, September 10, 2010
Non si risolve con un'alzata di spalle
L'intenzione di Berlusconi e Bossi di coinvolgere il Quirinale sul caso Fini è stata banalmente ridotta dai commentatori e dai costituzionalisti ad una improbabile pretesa di ottenere dal presidente Napolitano le dimissioni del presidente della Camera, facendo passare ovviamente i due per «analfabeti». Ad esporre correttamente i termini del problema che il premier e il leader della Lega faranno eventualmente presente a Napolitano è Calderoli: «Quello di cui deve preoccuparsi Napolitano è il corretto funzionamento di un ramo del Parlamento: non ha competenze rispetto a dimissioni o ruoli politici - è consapevole il ministro leghista - ma ce l'ha rispetto al corretto funzionamento di un ramo del Parlamento, al punto che la Costituzione prevede che non solo abbia la possibilità di sciogliere le Camere, ma possa scioglierne anche soltanto una». Una possibilità, aggiunge, «non legata a una maggioranza o a una posizione politica, ma ad una oggettiva possibilità di funzionamento della Camera» stessa.
Evidentemente molti credono che le funzioni del presidente della Camera si esauriscano nelle quattro banalità citate da Fini nella sua intervista da Mentana. In realtà, non si tratta di dare la parola e moderare il dibattito, il ruolo è delicatissimo ed estremamente "politico". Non tutti sanno, forse, che il calendario dei lavori viene deciso «con il consenso dei presidenti di Gruppi la cui consistenza numerica sia complessivamente pari almeno ai tre quarti dei componenti della Camera». In caso contrario, decide il presidente. A breve, tra l'altro, è previsto il rinnovo delle Commissioni. La loro composizione dev'essere proporzionale a quella dell'aula, ma essendo i loro membri in un numero molto inferiore ad essa, ci sono dei resti che vengono attribuiti ai vari gruppi a discrezione del presidente. In base all'assegnazione di questi resti, nelle commissioni può venir fuori una maggioranza di un tipo o di un altro. Essendo sorto un nuovo gruppo, costituito proprio da Fini, è fondato da parte di Pdl e Lega dubitare che sia in grado di adempiere questo passaggio con equilibrio e disinteresse.
Tra l'altro, si dimentica che essendo la maggioranza solida al Senato a prescindere dai voti finiani (almeno per ora), e se è vero che il sistema elettorale non dà la certezza che da ipotetiche elezioni anticipate emerga una maggioranza, nel caso in cui alla Camera venisse meno la fiducia al governo, in teoria nulla impedirebbe a Napolitano di sciogliere solo l'assemblea di Montecitorio.
Nella sua rubrica per Panorama, Giuliano Ferrara, che certo in questi mesi non ha mostrato antipatia nei confronti di Fini e, anzi, si è fatto promotore di ipotesi di ricomposizione e coesistenza, pone però una domanda ai «molti guru della Costituzione che offrono lezioni di alfabeto istituzionale a Berlusconi e a Bossi»:
«In parte per sua responsabilità, in parte per l'orgogliosa reazione politica e caratteriale di Berlusconi e del suo giro - ricostruisce Ferrara - tutto è precipitato verso un confronto correntizio, prima, e una deflagrazione scismatica piena di rancori e accuse personali poi». Ma pur avendo difeso Fini, Ferrara non transige sul ruolo di presidente della Camera:
Evidentemente molti credono che le funzioni del presidente della Camera si esauriscano nelle quattro banalità citate da Fini nella sua intervista da Mentana. In realtà, non si tratta di dare la parola e moderare il dibattito, il ruolo è delicatissimo ed estremamente "politico". Non tutti sanno, forse, che il calendario dei lavori viene deciso «con il consenso dei presidenti di Gruppi la cui consistenza numerica sia complessivamente pari almeno ai tre quarti dei componenti della Camera». In caso contrario, decide il presidente. A breve, tra l'altro, è previsto il rinnovo delle Commissioni. La loro composizione dev'essere proporzionale a quella dell'aula, ma essendo i loro membri in un numero molto inferiore ad essa, ci sono dei resti che vengono attribuiti ai vari gruppi a discrezione del presidente. In base all'assegnazione di questi resti, nelle commissioni può venir fuori una maggioranza di un tipo o di un altro. Essendo sorto un nuovo gruppo, costituito proprio da Fini, è fondato da parte di Pdl e Lega dubitare che sia in grado di adempiere questo passaggio con equilibrio e disinteresse.
Tra l'altro, si dimentica che essendo la maggioranza solida al Senato a prescindere dai voti finiani (almeno per ora), e se è vero che il sistema elettorale non dà la certezza che da ipotetiche elezioni anticipate emerga una maggioranza, nel caso in cui alla Camera venisse meno la fiducia al governo, in teoria nulla impedirebbe a Napolitano di sciogliere solo l'assemblea di Montecitorio.
Nella sua rubrica per Panorama, Giuliano Ferrara, che certo in questi mesi non ha mostrato antipatia nei confronti di Fini e, anzi, si è fatto promotore di ipotesi di ricomposizione e coesistenza, pone però una domanda ai «molti guru della Costituzione che offrono lezioni di alfabeto istituzionale a Berlusconi e a Bossi»:
«E' decente che un presidente di assemblea faccia politica attiva, costituisca un suo gruppo parlamentare a nome del quale parla, si faccia portavoce del progetto di fondazione di un partito e intraprenda un negoziato politico sulle sorti della legislatura con la maggioranza di centrodestra, con l'area di centro e con la minoranza di centrosinistra? Dico decente in senso non morale, ma politico. Fa bene questo quadretto alle istituzioni, alla loro credibilità civile, alla loro saldezza nello spirito pubblico?».Il direttore del Foglio ha evidentemente il problema di riconoscere di essersi sbagliato sulle reali intenzioni di Fini. Il suo «piano originario», scrive, «anche in considerazione del ruolo che era andato a ricoprire, era diverso». Aveva suscitato il suo «interesse» perché «voleva o diceva di voler mettere in circolazione nuove idee di una destra diversa da quella di questi anni, sperimentare pluralismo e dissenso dentro il partitone unificato che aveva vinto le elezioni, e giocava la partita in solitario, come si conveniva a chi doveva funzionare da garante super partes. Questo era compatibile con la presidenza della Camera». Fin qui nulla di male. Anzi, avrebbe potuto dare un contributo positivo al partito con le sue distinzioni su temi quali la bioetica, l'immigrazione, la cittadinanza, persino il Sud e il federalismo. Conoscendo il percorso e gli errori politici di Fini (e l'uso fatto della presidenza di Montecitorio dai suoi predecessori) personalmente mi appariva chiaro, come a molti altri, dove voleva andare a parare. Ma, come detto, il dissenso poteva essere ancora gestito politicamente. Poi però Fini, coerentemente con le sue reali intenzioni, ha varcato la linea rossa, che in tempi non sospetti avevo individuato nella giustizia. Si è fatto sempre più chiaro l'obiettivo di sfidare la leadership di Berlusconi - non nelle urne, ma per logoramento nei Palazzi - non rinunciando a offrire sponde verbali e non solo agli attacchi mediatico-giudiziari.
«In parte per sua responsabilità, in parte per l'orgogliosa reazione politica e caratteriale di Berlusconi e del suo giro - ricostruisce Ferrara - tutto è precipitato verso un confronto correntizio, prima, e una deflagrazione scismatica piena di rancori e accuse personali poi». Ma pur avendo difeso Fini, Ferrara non transige sul ruolo di presidente della Camera:
«Fini non ha tutti i torti quando dice che è stato buttato fuori senza tanti complimenti, e attaccato pesantemente con notevole rozzezza, ma non è nel suo buon diritto quando aggiunge che può stare seduto dove sta, fino al compimento della legislatura, senza troppi problemi. È appena ovvio che non si può attribuire a Giorgio Napolitano il compito, come ha detto Bossi con formula esilarante, di "spostare Fini da un'altra parte". Ma i poteri di garanzia, invocati su Repubblica da Stefano Rodotà con puntigliosa e protocollare ipocrisia come poteri inattaccabili, hanno un protocollo deontologico che sta in stretta connessione con la loro inviolabilità virtuale: devono comportarsi in un certo modo. Ricordo gli strali di Rodotà contro i giudici costituzionali che accettarono un invito a cena del presidente del Consiglio: bisogna essere e parere inattaccabili, quando si maneggiano le garanzie. E, nonostante la privacy, forse non aveva torto. Nel caso di Fini, che tiene comizi alle feste del neonato suo partito, proclama l'inesistenza del partito di provenienza o Pdl, si tratta di ben più di un invito a cena privato (con sospetto delitto), forse inopportuno: si tratta di una performance da teatro politico, di una sortita in campo aperto che non fa essere il presidente, né certo lo fa parere, super partes ovvero capace di obiettività nella gestione dei lavori di assemblea. Le forme sono sostanza, ci insegnano su questo sempre i vati del costituzionalismo progressista, i profeti dell'establishment politicamente connotato. La questione formale di come si possano dirigere i lavori della Camera facendo attivamente politica, e conflittualmente esposti sulla scena dei rancori e delle polemiche, non si può risolvere con un'alzata di spalle».
Monday, July 12, 2010
A somma zero
E' chiaro che idea si abbia qui dell'operazione di logoramento, del governo e di Berlusconi, cui si sta abbandonando (mi sembra questo il termine più adatto) Gianfranco Fini (del tutto irrazionalmente anche per se stesso), ma scambiare Fini con Casini a chi abbia un minimo, ma proprio un minimo, di memoria politica, non può che apparire un gioco «a somma zero», come dice Giuliano Ferrara. Anzi, addirittura «in perdita», per i motivi indicati dal direttore del Foglio, tra cui non ultimo, non bisogna dimenticarlo, il fatto che Casini vuole liquidare il bipolarismo a vantaggio di un sistema in cui il "centro" possa lucrare una rendita di posizione. Dunque, dopo un primo periodo, i centristi si lancerebbero in un logoramento ancora più forsennato di quello del presidente della Camera. E va ricordato che l'Udc è l'unico gruppo ad aver votato contro il federalismo fiscale, come dire una bomba ad orologeria. In queste cose Bossi ci vede lungo.
Detto questo, però, non credo - a differenza di Ferrara - che Fini si accontenti di essere «messo in grado di vivere dignitosamente in una casa che è anche sua, anche dei dissenzienti». Il problema è che il «socio di minoranza», anche se può apparire illogico, sembra mostrare proprio tutto l'«interesse a sfasciare la ditta e a raccogliere solo cocci». Ambisce ad essere leader di una destra "deberlusconizzata", non accetterebbe mai di dovere la sua eventuale leadership del centrodestra a Berlusconi, quindi sta cercando in tutti modi di costruirsi un'identità antiberlusconiana. Imbarcare Casini è una tentazione cui resistere, ma il problema Fini rimane e non credo che basti un compromesso "di potere".
E' evidente che Fini e Casini ambiscono entrambi alla leadership di un centrodestra, o un centro, moderato e "deberlusconizzato", e questo li porta a considerarsi rivali, ma nel breve-medio periodo hanno lo stesso identico interesse a logorare Berlusconi, come fecero benissimo tra il 2001 e il 2006. E quindi, averli entrambi nella maggioranza, lungi dall'essere il contrappeso l'uno dell'altro, per il premier significherebbe un doppio freno ad un'azione di governo già quasi del tutto immobile di per sé.
Detto questo, però, non credo - a differenza di Ferrara - che Fini si accontenti di essere «messo in grado di vivere dignitosamente in una casa che è anche sua, anche dei dissenzienti». Il problema è che il «socio di minoranza», anche se può apparire illogico, sembra mostrare proprio tutto l'«interesse a sfasciare la ditta e a raccogliere solo cocci». Ambisce ad essere leader di una destra "deberlusconizzata", non accetterebbe mai di dovere la sua eventuale leadership del centrodestra a Berlusconi, quindi sta cercando in tutti modi di costruirsi un'identità antiberlusconiana. Imbarcare Casini è una tentazione cui resistere, ma il problema Fini rimane e non credo che basti un compromesso "di potere".
E' evidente che Fini e Casini ambiscono entrambi alla leadership di un centrodestra, o un centro, moderato e "deberlusconizzato", e questo li porta a considerarsi rivali, ma nel breve-medio periodo hanno lo stesso identico interesse a logorare Berlusconi, come fecero benissimo tra il 2001 e il 2006. E quindi, averli entrambi nella maggioranza, lungi dall'essere il contrappeso l'uno dell'altro, per il premier significherebbe un doppio freno ad un'azione di governo già quasi del tutto immobile di per sé.
Friday, June 11, 2010
Chi difende l'inciviltà
Del perché la legge sulle intercettazioni approvata ieri dal Senato non mi entusiasma ho già scritto qui e in questi giorni non è accaduto nulla che mi abbia fatto cambiare parere: una brutta legge, purtroppo inutile. Perché il problema è sistemico, sono gli incentivi perversi insiti nell'ordinamento giudiziario che rendono i magistrati absoluti, irresponsabili della cattiva amministrazione della giustizia: si fanno troppe intercettazioni e male, "a strascico", e si viola il segreto istruttorio per determinare un esito politico prim'ancora di ogni accertamento giudiziario. Ma la vera soluzione, dunque, non può che essere sistemica, anche se tutti possono immaginare cosa accadrebbe se qualcuno ci provasse per davvero a "sistemare" le cose.
Mi limito a segnalare alcune riflessioni condivisibili, indicative di quanto sia poco difendibile lo status quo per il quale ci si stracciano le vesti in piazza e sui giornali. La prima, quella di Sallusti su il Giornale...
Di sicuro c'è anche, come ha ricordato Ferrara su Il Foglio, che «chiunque legga una decina di giornali quotidiani o di settimanali stranieri, in lingua francese, tedesca e inglese, non è mai, si dica mai, mai nella vita, incappato nelle lenzuolate delle intercettazioni di cui si parla». E il caso Blagojevich, lungi dal rappresentare una smentita, è un caso di «fatti separati dalle intercettazioni». La legge approvata al Senato sarà efficace per cambiare questo stato di cose? A mio avviso no, sarà solo di intralcio ad un certo andazzo. Forse è il massimo che si poteva fare, ma a che prezzo?
UPDATE 12 giugno - Come sospettavo. Ecco le risposte che alcuni corrispondenti stranieri hanno dato a Il Foglio:
Mi limito a segnalare alcune riflessioni condivisibili, indicative di quanto sia poco difendibile lo status quo per il quale ci si stracciano le vesti in piazza e sui giornali. La prima, quella di Sallusti su il Giornale...
«Forse i giornalisti la smetteranno di essere semplici portavoce delle Procure, che ci forniscono su un piatto d'argento solo quello che vogliono e quando vogliono, spesso per motivi di opportunità politica. Il vero giornalismo "cane da guardia del potere" è quello che provoca inchieste giudiziarie (ricordate il Watergate?), per fotocopiare carte non serve essere iscritti all'Ordine».La seconda, di Maurizio Belpietro, su Libero:
«Abbiamo sempre saputo che alla base di tutto c'è un triangolo, fatto di pm, investigatori e giornalisti, i quali con la facile scusa della giustizia e del diritto all'informazione, fanno i comodi loro. Con le fughe di notizie si sono costruite splendide carriere, nei giornali come nella magistratura e quasi sempre i successi professionali hanno avuto un approdo politico».Quella attuale, lungi dal dover essere difesa, è una situazione di profonda inciviltà giuridica, politica e informativa, lontanissima dalla libertà di informazione. L'unica certezza è l'uso politico che una parte della magistratura fa delle inchieste, e delle intercettazioni (che si prestano perfettamente alla manipolazione). Passando il proprio taglia-e-cuci alla stampa cosiddetta "libera" le Procure cercano di orientare l'opinione pubblica a favore di quella che è la versione dell'accusa. Per di più una versione non già definita e pronta per essere dimostrata in un processo, ma agli inizi della fase istruttoria, quindi ancora meramente un'ipotesi, inevitabilmente indiziaria e lacunosa. In breve, evidentemente a corto di prove, cercano l'appoggio della piazza. Un malcostume che colpisce potenti ma anche cittadini comuni, come dimostrano i processi di Perugia e Garlasco.
Di sicuro c'è anche, come ha ricordato Ferrara su Il Foglio, che «chiunque legga una decina di giornali quotidiani o di settimanali stranieri, in lingua francese, tedesca e inglese, non è mai, si dica mai, mai nella vita, incappato nelle lenzuolate delle intercettazioni di cui si parla». E il caso Blagojevich, lungi dal rappresentare una smentita, è un caso di «fatti separati dalle intercettazioni». La legge approvata al Senato sarà efficace per cambiare questo stato di cose? A mio avviso no, sarà solo di intralcio ad un certo andazzo. Forse è il massimo che si poteva fare, ma a che prezzo?
UPDATE 12 giugno - Come sospettavo. Ecco le risposte che alcuni corrispondenti stranieri hanno dato a Il Foglio:
Jörg Bremer, della Frankfurter Allgemeine Zeitung, risponde con molta decisione che «in Germania niente del genere sarebbe possibile. È vietato e non è mai successo. Per quanto riguarda la Faz, il mio giornale, non ha mai pubblicato il testo di un'intercettazione prima di un processo».
Libération, Eric Joseph, dice che a sua conoscenza «mai in Francia, né sul mio giornale né su altri, sono state pubblicate intercettazioni con particolari privati che non abbiano un interesse pubblico. Solo il Nouvel Observateur ha pubblicato un presunto sms di Sarkozy alla ex moglie Cécilia, ed è finita con le scuse del giornale».
Miguel Mora, del quotidiano spagnolo El País: «Non è mai successo che venissero pubblicate intercettazioni come accade sui giornali italiani, anche perché noi abbiamo una norma deontologica che lo evita. Evita, cioè, che persone che non hanno a che fare con una certa indagine compaiano con nome e cognome sui giornali. Il contrario sarebbe strano».
Peter Popham, Independent: «In Inghilterra non è mai successo ed è impensabile».
Patricia Mayorga, cilena di El Mercurio: «Non è mai successo che il mio giornale abbia pubblicato intercettazioni del genere di quelle che escono in Italia. Direi di più: in Cile le intercettazioni non si usano tanto, se non altro per il ricordo di quello che è stato il regime di Pinochet».
Rachel Donadio, del New York Times, dice che non sono mai state pubblicate pagine di intercettazioni sul New York Times o altrove, «se non quelle rese pubbliche durante i processi». Conclude Donadio: «E' diversa anche la sinistra, che in Italia vuole più intercettazioni, al contrario di quanto avviene negli Stati Uniti».
Monday, May 24, 2010
Contro l'elogio del processo mediatico
Nel suo intervento di domenica scorsa sul Corriere Piero Ostellino mette bene in luce le autentiche aberrazioni che si leggono e si sentono in questi giorni contro il ddl intercettazioni, ricordando che «i processi, in uno Stato di diritto, si fanno in tribunale, non sui giornali, alcuni dei quali inclini, per ragioni editoriali o politiche, a fare strame della civiltà del diritto». Il ddl è criticabile per molti aspetti, infatti, ma sembra che più di qualcuno si sia fatto prendere la mano, arrivando addirittura a teorizzare un presunto diritto a imbastire processi mediatici, impedendo i quali, scrive Fiorenza Sarzanini, «si lede il diritto fondamentale degli indagati di difendersi anche davanti all'opinione pubblica».
Ecco fino a che punto siamo arrivati, all'impudenza di chiamare diritto un linciaggio. Capisco che la Sarzanini vede messa in pericolo una carriera da "buca delle lettere" delle Procure, ma informare il pubblico sull'andamento di un'indagine è cosa ben diversa dal pubblicare gli atti, coperti o meno da segreto, prima della conclusione delle indagini preliminari. Ancora peggio se si tratta di intercettazioni telefoniche, che per loro natura si prestano ad un gioco di taglia e cuci in grado di far apparire un farabutto anche il più puro tra di noi.
Personalmente, ritengo che contro la fuga di notizie bisognerebbe usare la mano pesante nei confronti dei magistrati e non dei giornalisti. Per esempio, sollevandoli automaticamente da un'inchiesta i cui atti coperti da segreto finiscano sui giornali. Sarebbe la punizione più temuta, ma purtroppo richiederebbe modifiche della Costituzione e si griderebbe subito all'attentato contro l'autonomia e l'indipendenza della magistratura.
Non sono comunque ammissibili i veri e propri elogi del processo mediatico che si leggono in questi giorni sul Corriere e su la Repubblica. Il punto è la pubblicazione di atti e intercettazioni già durante le indagini preliminari, a volte prim'ancora che un tale sia iscritto nel registro degli indagati. In una fase dell'azione giudiziaria, cioè, in cui l'unica versione è quella dell'accusa, di cui i giornali si fanno megafoni, anziché sottoporla a vaglio critico. Ricordiamo, infatti, che non esistono solo i Balducci, i Bertolaso, o gli Scajola, ma anche gli Stasi. Possibile che ai giornalisti non venga il sospetto di rendersi strumento di alcuni magistrati (se non complici di vere e proprie manovre politiche), anziché di informare correttamente i cittadini? Facendo trapelare aspetti suggestivi e pruriginosi quei pm montano la stampa, e di conseguenza l'opinione pubblica, contro i loro indagati, spesso per puntellare mediaticamente quadri probatori lacunosi e mettere sotto la pressione della piazza il giudice che dovrà decidere il rinvio a giudizio o meno.
Osserva Luca Ricolfi, su La Stampa:
Ecco fino a che punto siamo arrivati, all'impudenza di chiamare diritto un linciaggio. Capisco che la Sarzanini vede messa in pericolo una carriera da "buca delle lettere" delle Procure, ma informare il pubblico sull'andamento di un'indagine è cosa ben diversa dal pubblicare gli atti, coperti o meno da segreto, prima della conclusione delle indagini preliminari. Ancora peggio se si tratta di intercettazioni telefoniche, che per loro natura si prestano ad un gioco di taglia e cuci in grado di far apparire un farabutto anche il più puro tra di noi.
Personalmente, ritengo che contro la fuga di notizie bisognerebbe usare la mano pesante nei confronti dei magistrati e non dei giornalisti. Per esempio, sollevandoli automaticamente da un'inchiesta i cui atti coperti da segreto finiscano sui giornali. Sarebbe la punizione più temuta, ma purtroppo richiederebbe modifiche della Costituzione e si griderebbe subito all'attentato contro l'autonomia e l'indipendenza della magistratura.
Non sono comunque ammissibili i veri e propri elogi del processo mediatico che si leggono in questi giorni sul Corriere e su la Repubblica. Il punto è la pubblicazione di atti e intercettazioni già durante le indagini preliminari, a volte prim'ancora che un tale sia iscritto nel registro degli indagati. In una fase dell'azione giudiziaria, cioè, in cui l'unica versione è quella dell'accusa, di cui i giornali si fanno megafoni, anziché sottoporla a vaglio critico. Ricordiamo, infatti, che non esistono solo i Balducci, i Bertolaso, o gli Scajola, ma anche gli Stasi. Possibile che ai giornalisti non venga il sospetto di rendersi strumento di alcuni magistrati (se non complici di vere e proprie manovre politiche), anziché di informare correttamente i cittadini? Facendo trapelare aspetti suggestivi e pruriginosi quei pm montano la stampa, e di conseguenza l'opinione pubblica, contro i loro indagati, spesso per puntellare mediaticamente quadri probatori lacunosi e mettere sotto la pressione della piazza il giudice che dovrà decidere il rinvio a giudizio o meno.
Osserva Luca Ricolfi, su La Stampa:
«I giornalisti parlano come se oggi vigesse un regime di libertà di informazione, in cui i cittadini - grazie all'onestà intellettuale e al coraggio dei giornalisti - sono correttamente informati, in cui un'opinione pubblica avvertita e consapevole è in grado di esercitare il controllo democratico sul comportamento di eletti e amministratori, come spesso si sente ripetere. Ma non è così, i cittadini italiani vivono in un sistema dei media inquinato dalla faziosità e dalla leggerezza, spesso poco o mal documentato, comunque lontanissimo dagli standard degli altri Paesi democratici. E a proposito di intercettazioni: non è strano che negli altri Paesi se ne pubblichino così poche, nonostante il diritto dell'opinione pubblica di sapere sia assai più tutelato che in Italia? Non sarà che la democrazia è compromessa innanzitutto dal fatto che, sia pure con le dovute eccezioni... i nostri giornalisti indagano poco e si schierano troppo?»E come fa notare anche Giuliano Ferrara, su Il Foglio...
«Chiunque legga una decina di giornali quotidiani o di settimanali stranieri, in lingua francese, tedesca e inglese, non è mai, si dica mai, mai nella vita, incappato nelle lenzuolate delle intercettazioni di cui si parla, che sono l'oggetto della contesa, che sono il succo dei pezzi e delle paginate pubblicate in italiano dai nostri giornali, e poi sceneggiate con doppiatori, nel modo più suggestivo e drammatico possibile, nelle trasmissioni televisive più sporcificanti del mondo. Mai. E perché? Perché altrove non si intercetta? Perché altrove non si delinque o non si indaga? No, Semplicemente per questo: perché altrove, anche dove esistono mafie e criminalità organizzate, anche dove accadono fenomeni di lobbying e di corruzione politica, non si usa pubblicare lenzuolate di intercettazioni come materiale per l'intorbidimento delle acque, per la grande sputtanopoli che tutto confonde in un generico e demagogico disprezzo per la vita privata delle persone pubbliche».Lo scetticismo di Ferrara sul «destino» del ddl è anche il nostro, perché...
«Non c'è in Italia una ovvia caratura culturale di rispetto dei diritti della persona, sbattiamo la gente in galera per farla confessare, abbiamo le prigioni piene dì piccola gente in attesa di giudizio e ne siamo fieri, abbiamo liquidato in modo truffaldino una classe dirigente che aveva fatto la Costituzione e la Repubblica, e ora ci ritroviamo con il solito andazzo corruttivo e una pletora di magistrati politicizzati con la fregola del potere. Siamo un paese impazzito».
Monday, April 19, 2010
Una corrente per fare cosa?
Non finirà qui. Probabilmente non assisteremo alla formazione di gruppi parlamentari autonomi, quindi ad una «scissione» nel Pdl, ma alla nascita di una "correntina", in pratica l'istituzionalizzazione del controcanto. Domani Fini riunirà i "suoi" per definire un documento da portare alla direzione di giovedì. Risulterà minoritario ma sancirà la nascita della sua personale corrente, propedeutica a poter avanzare pretese ad ogni variazione di organigrammi (di partito e governativi), visto che non si riconosce più nella spartizione 70-30 tra ex FI ed ex An.
Non si capisce in cosa esattamente il Pdl e il governo siano «al traino» della Lega. Su federalismo fiscale, immigrazione e sicurezza, i tre temi più cari ai leghisti, c'è piena sintonia politica e le posizioni di Fini (assunte solo ultimamente) sono obiettivamente minoritarie nel Pdl. La Lega è andata meglio del Pdl alle ultime regionali perché è più radicata sul territorio e il suo elettorato è più "fedele", meno sensibile alle tentazioni astensioniste che affliggono invece fisiologicamente i grandi partiti. Come ha osservato ieri anche Panebianco, «complici anche certe letture superficiali dei risultati delle regionali, la forza della Lega appare alquanto sopravvalutata... ha infatti ottenuto un grande successo ma con la complicità dell'astensione». Inoltre, c'è da considerare l'effetto "trascinamento" dei due candidati governatore, ma non si può dire che abbia sfondato né in Piemonte né in Lombardia. La sensazione è che attragga più voti da sinistra e dal centro di quanti ne strappi al Pdl. Ora governa due regioni, ma ha un ministro in meno.
Ma forse a irritare Fini sono le dichiarazioni a volte provocatorie e il protagonismo dei leghisti, cui a suo avviso il Pdl dovrebbe rispondere colpo su colpo. Il rischio però sarebbe quello di trasmettere l'immagine di una coalizione litigiosa, quando nei fatti - quando ci sono decisioni da prendere in Consiglio dei ministri - la Lega si è fin qui dimostrata un alleato affidabile e stabile. Non voglio credere che a farlo sbottare sia stata la "bozza Calderoli" o l'ipotesi di un premier leghista in un assetto semipresidenziale che vedrebbe Berlusconi presidente, scenari troppo in là da venire da poter creare una crisi del genere. In definitiva, le critiche dei 'finiani' alla Lega muovono da pregiudizi tipici della sinistra e non da posizioni liberali, dalle quali molto si potrebbe rimproverare alla Lega.
Un altro problema sarebbe la politica economica gestita in modo troppo autonomo e personalistico da Tremonti. A parte che Berlusconi in persona e tutto il governo hanno alla fine condiviso la politica del rigore, Fini dovrebbe dire chiaramente dove pensa che Tremonti stia sbagliando e cosa vorrebbe fare di diverso. Vuole più spesa sociale, come invoca Bersani, in barba al rigore sui conti pubblici? Chiede una politica più meridionalista? Ma in che senso, assistenzialista o federalista? Oppure come noi la contesta da posizioni "liberali"? Ma allora dovrebbe accorgersi che si apre una fase più che propizia, sia pure non scontata, per spingere sulle riforme, da quella fiscale a quella del welfare, e sulle liberalizzazioni. Se di contenuti e non di "posti" si tratta, perché non abbiamo sentito nulla di nulla in proposito?
Sulle riforme, mi pare ci sia ampia condivisione che sarebbe meglio non farle da soli (Bossi è il primo a pensarla così), ma che non bisogna neanche concedere poteri di veto alle opposizioni. Riguardo una gestione più collegiale e democratica della vita interna del partito sono condivisibili le richieste di Fini, ma non può trasformarsi in un modo per rallentare ed ingolfare l'attività di governo, un continuo stop-and-go su tutto, un gioco estenuante di mediazioni, dando luogo di fatto ad una diarchia Berlusconi-Fini.
Nel suo editoriale di oggi Giuliano Ferrara evidenzia quanto sia in realtà vago e generico il malessere di Fini, che «rivendica rispetto, uno spazio vitale, non essere umiliato e marginalizzato platealmente, vuole ossigeno per continuare a crescere sulla propria strada, costruendo il profilo di una conversione repubblicana che, tutto considerato, gli fa onore e fa onore al Cav. che l'ha resa possibile, al pari della conversione governativa e costituzionale della Lega di Bossi e Maroni. E allora, se chiede questo e non altro, che senso ha fargli la faccia feroce, caro Cavaliere?».
Anche Ferrara pensa dunque che sia tutto qui. Stringendo, che Fini sia geloso dei "caminetti" tra Berlusconi e Bossi ad Arcore. Ma sono i leader dei due partiti di maggioranza, mentre lui è presidente della Camera e il suo ruolo dovrebbe tenerlo alla larga dalla determinazione dell'indirizzo politico. E' paradossale e preoccupante che tra gli elementi più destabilizzanti degli ultimi governi vi siano stati i presidenti della Camera dei deputati (Casini, Bertinotti e ora Fini), esondando ampiamente dal loro ruolo istituzionale. Non si è mai visto un presidente della Camera che riunisce i "suoi" parlamentari per formalizzare una corrente o addirittura dei gruppi autonomi.
Al contrario di quello di Casini il controcanto di Fini non sarebbe «pericoloso», secondo Ferrara. Anzi, con le sue «incursioni» e il suo aplomb istituzionale Fini «allarga» lo spazio politico della maggioranza. E ciò può essere senz'altro vero, a patto però che non raggiunga e non superi quel limite di litigiosità interna alla coalizione che irrita gli elettori più di ogni altra cosa e che contraddistinse l'Unione prodiana. Che Fini sia «obbligato dal proprio interesse a stare dentro» il Pdl lo credo anch'io (anche se di mosse irrazionali in questi ultimi anni ne ha fatte parecchie); sul fatto che sia anche obbligato «a scommettere sulla buona riuscita» dell'alleanza di governo ho i miei dubbi. Mi pare infatti che anteponga a tutto la sua esigenza di smarcarsi da Berlusconi, sempre e su qualsiasi cosa, che sia convinto - sbagliando - di costruire il suo futuro politico logorandolo, come facevano le correnti Dc quando al governo non c'era un loro esponente.
Panebianco sostiene, a ragione, che una scissione sarebbe un «favore» alla Lega. A suo avviso, invece, una corrente interna al Pdl darebbe a Fini una «certa forza contrattuale» da spendere nei confronti di Berlusconi, Tremonti e Bossi sulle varie questioni dell'azione di governo. Una strada «sdrucciolevole», ma l'unica possibile, perché anche per Panebianco «limitarsi a fare il controcanto ogni volta che Berlusconi parla, come il presidente della Camera ha fin qui scelto di fare, può strappare applausi alla sinistra ma, politicamente, non porta da nessuna parte». Il problema è che a mio avviso la corrente non sarà altro che l'istituzionalizzazione del controcanto, perché di politiche e obiettivi concreti da proporre, sui quali mettere la faccia e caratterizzarsi, finora Fini ha dimostrato di non averne (tranne che qualche suggestione sulla cittadinanza).
Non si capisce in cosa esattamente il Pdl e il governo siano «al traino» della Lega. Su federalismo fiscale, immigrazione e sicurezza, i tre temi più cari ai leghisti, c'è piena sintonia politica e le posizioni di Fini (assunte solo ultimamente) sono obiettivamente minoritarie nel Pdl. La Lega è andata meglio del Pdl alle ultime regionali perché è più radicata sul territorio e il suo elettorato è più "fedele", meno sensibile alle tentazioni astensioniste che affliggono invece fisiologicamente i grandi partiti. Come ha osservato ieri anche Panebianco, «complici anche certe letture superficiali dei risultati delle regionali, la forza della Lega appare alquanto sopravvalutata... ha infatti ottenuto un grande successo ma con la complicità dell'astensione». Inoltre, c'è da considerare l'effetto "trascinamento" dei due candidati governatore, ma non si può dire che abbia sfondato né in Piemonte né in Lombardia. La sensazione è che attragga più voti da sinistra e dal centro di quanti ne strappi al Pdl. Ora governa due regioni, ma ha un ministro in meno.
Ma forse a irritare Fini sono le dichiarazioni a volte provocatorie e il protagonismo dei leghisti, cui a suo avviso il Pdl dovrebbe rispondere colpo su colpo. Il rischio però sarebbe quello di trasmettere l'immagine di una coalizione litigiosa, quando nei fatti - quando ci sono decisioni da prendere in Consiglio dei ministri - la Lega si è fin qui dimostrata un alleato affidabile e stabile. Non voglio credere che a farlo sbottare sia stata la "bozza Calderoli" o l'ipotesi di un premier leghista in un assetto semipresidenziale che vedrebbe Berlusconi presidente, scenari troppo in là da venire da poter creare una crisi del genere. In definitiva, le critiche dei 'finiani' alla Lega muovono da pregiudizi tipici della sinistra e non da posizioni liberali, dalle quali molto si potrebbe rimproverare alla Lega.
Un altro problema sarebbe la politica economica gestita in modo troppo autonomo e personalistico da Tremonti. A parte che Berlusconi in persona e tutto il governo hanno alla fine condiviso la politica del rigore, Fini dovrebbe dire chiaramente dove pensa che Tremonti stia sbagliando e cosa vorrebbe fare di diverso. Vuole più spesa sociale, come invoca Bersani, in barba al rigore sui conti pubblici? Chiede una politica più meridionalista? Ma in che senso, assistenzialista o federalista? Oppure come noi la contesta da posizioni "liberali"? Ma allora dovrebbe accorgersi che si apre una fase più che propizia, sia pure non scontata, per spingere sulle riforme, da quella fiscale a quella del welfare, e sulle liberalizzazioni. Se di contenuti e non di "posti" si tratta, perché non abbiamo sentito nulla di nulla in proposito?
Sulle riforme, mi pare ci sia ampia condivisione che sarebbe meglio non farle da soli (Bossi è il primo a pensarla così), ma che non bisogna neanche concedere poteri di veto alle opposizioni. Riguardo una gestione più collegiale e democratica della vita interna del partito sono condivisibili le richieste di Fini, ma non può trasformarsi in un modo per rallentare ed ingolfare l'attività di governo, un continuo stop-and-go su tutto, un gioco estenuante di mediazioni, dando luogo di fatto ad una diarchia Berlusconi-Fini.
Nel suo editoriale di oggi Giuliano Ferrara evidenzia quanto sia in realtà vago e generico il malessere di Fini, che «rivendica rispetto, uno spazio vitale, non essere umiliato e marginalizzato platealmente, vuole ossigeno per continuare a crescere sulla propria strada, costruendo il profilo di una conversione repubblicana che, tutto considerato, gli fa onore e fa onore al Cav. che l'ha resa possibile, al pari della conversione governativa e costituzionale della Lega di Bossi e Maroni. E allora, se chiede questo e non altro, che senso ha fargli la faccia feroce, caro Cavaliere?».
Anche Ferrara pensa dunque che sia tutto qui. Stringendo, che Fini sia geloso dei "caminetti" tra Berlusconi e Bossi ad Arcore. Ma sono i leader dei due partiti di maggioranza, mentre lui è presidente della Camera e il suo ruolo dovrebbe tenerlo alla larga dalla determinazione dell'indirizzo politico. E' paradossale e preoccupante che tra gli elementi più destabilizzanti degli ultimi governi vi siano stati i presidenti della Camera dei deputati (Casini, Bertinotti e ora Fini), esondando ampiamente dal loro ruolo istituzionale. Non si è mai visto un presidente della Camera che riunisce i "suoi" parlamentari per formalizzare una corrente o addirittura dei gruppi autonomi.
Al contrario di quello di Casini il controcanto di Fini non sarebbe «pericoloso», secondo Ferrara. Anzi, con le sue «incursioni» e il suo aplomb istituzionale Fini «allarga» lo spazio politico della maggioranza. E ciò può essere senz'altro vero, a patto però che non raggiunga e non superi quel limite di litigiosità interna alla coalizione che irrita gli elettori più di ogni altra cosa e che contraddistinse l'Unione prodiana. Che Fini sia «obbligato dal proprio interesse a stare dentro» il Pdl lo credo anch'io (anche se di mosse irrazionali in questi ultimi anni ne ha fatte parecchie); sul fatto che sia anche obbligato «a scommettere sulla buona riuscita» dell'alleanza di governo ho i miei dubbi. Mi pare infatti che anteponga a tutto la sua esigenza di smarcarsi da Berlusconi, sempre e su qualsiasi cosa, che sia convinto - sbagliando - di costruire il suo futuro politico logorandolo, come facevano le correnti Dc quando al governo non c'era un loro esponente.
Panebianco sostiene, a ragione, che una scissione sarebbe un «favore» alla Lega. A suo avviso, invece, una corrente interna al Pdl darebbe a Fini una «certa forza contrattuale» da spendere nei confronti di Berlusconi, Tremonti e Bossi sulle varie questioni dell'azione di governo. Una strada «sdrucciolevole», ma l'unica possibile, perché anche per Panebianco «limitarsi a fare il controcanto ogni volta che Berlusconi parla, come il presidente della Camera ha fin qui scelto di fare, può strappare applausi alla sinistra ma, politicamente, non porta da nessuna parte». Il problema è che a mio avviso la corrente non sarà altro che l'istituzionalizzazione del controcanto, perché di politiche e obiettivi concreti da proporre, sui quali mettere la faccia e caratterizzarsi, finora Fini ha dimostrato di non averne (tranne che qualche suggestione sulla cittadinanza).
Monday, January 11, 2010
Perché a Rosarno e non a Treviso
Perfetto l'editoriale di oggi di Giuliano Ferrara, su Il Foglio, sui vergognosi fatti di Rosarno: «Meno stato più capitalismo, ecco la cura per le infinite miserie del sud».
Mi volete spiegare come mai nell'eterno sud populista, lassista, familista, pauperista succede quello che succede, guerriglia civile, ferocia scatenata, rivolta e controrivolta, infine deportazione forzata dei neri raccoglitori di agrumi da un inferno all'altro? Mentre nel Veneto gretto, piccolo borghese, minimprenditoriale, piastrellaro, razzista, xenofobo, leghista, e in particolare a Treviso dove non comandano i progressisti che hanno letto Giustino Fortunato ma i reazionari che parlano come l'ex sindaco Gentilini; come mai dunque a Treviso decine di migliaia di immigrati sono via via integrati nel sistema dell'economia di mercato, nella società civile dove non ci sono Libera e i don Ciotti e i volontari benemeriti di ogni sorta di assistenza, ma fabbrichette, capannoni, consumatori, esportatori e altra vil razza dannata del capitalismo dei distretti industriali?
(...)
Non è l'assenza caritatevole dello stato il responsabile del degrado di Rosarno e della sua appendice naturale di violenza, ma la presenza dello stato, invece, nella forma truffaldina dell'assistenza che diventa il brodo di coltura e il bottino della 'ndrangheta, il grande alibi per la generale assenza di libertà e di responsabilità. Solo una ondata distruttiva e creatrice di capitalismo, con i suoi costi e ricavi, può rimettere a posto la società meridionale, che divide con gli ultimi della terra la propria infinita miseria e di tanto in tanto deve subire il dramma della loro rivolta.
Wednesday, December 02, 2009
I paletti che Fini ignora
Ci risiamo. Come in reazione alla svolta del "predellino" nel novembre 2007, che lo portò per diversi mesi a disconoscere la necessità del Pdl, per poi tornare sui suoi passi, solo due anni dopo Gianfranco Fini incappa nell'ennesimo errore che ne dimostra la mediocrità politica. La questione a mio avviso è molto semplice: va bene mantenere le proprie idee, le proprie posizioni su alcuni temi; va bene pretendere che nel Pdl ci sia un dibattito aperto e democratico; va bene cercare di definire un'identità propria, riconoscibile rispetto a quella del Cav.; va bene ambire a succedere a Berlusconi nella leadership. Va bene tutto questo, ma ci sono confini politici e istituzionali che Fini non dovrebbe travalicare.
Quello istituzionale innanzitutto. Perché l'uso che Fini sta facendo della carica che ricopre non è tollerabile. Non può usare il ruolo che ricopre, e l'autorevolezza che ne deriva, per contraddire puntualmente iniziative e dichiarazioni del governo e del presidente del Consiglio in particolare; non può ad ogni spinta in avanti del Pdl esercitarne una uguale ma contraria; non può, e se non se ne accorge è persino più grave, associarsi all'iniziativa mediatico-giudiziaria del giorno per delegittimare Berlusconi. E anche inserirsi nel dibattito interno al partito o alla maggioranza, deve farlo con cautela e moderazione consoni alla terza carica dello Stato. La sua imparzialità istituzionale non può e non deve trasformarsi in "terzismo" furbetto. Non può e non deve cercare di accreditarsi come super partes facendo da controcanto al governo.
Il confine politico lo ricordava Giuliano Ferrara qualche giorno fa. La lettura, l'analisi di fondo condivisa nel centrodestra, e direi quasi fondante il Pdl, non è che l'anomalia degli ultimi sedici anni della politica italiana è rappresentata da Berlusconi, che confonde il consenso popolare con l'immunità, la leadership con la monarchia assoluta. Questa è l'analisi di fondo di certa sinistra, neanche tutta, e sicuramente di Di Pietro, Travaglio e dei giustizialisti al seguito. L'analisi del centrodestra è un'altra. Dietro le tensioni di questi giorni, mesi e anni, «c'è un solo vero dilemma in azione: della guida di questo Paese decide il popolo o decide l'ordine giudiziario?».
In Italia la divisione equilibrata dei poteri è saltata e frange di giudici politicizzati pensano di approfittarne per «ribaltare il corso degli eventi», mettendo sotto tutela la democrazia, per gloria personale, o per punire chiunque voglia metter mano alla riforma dell'ordine giudiziario. Se Fini non lo capisce, o finge di non capirlo, o non condivide questa analisi, allora sì, ciò sarebbe incompatibile con la sua permanenza nel Pdl. Per questo, in un editoriale-lettera aperta, Giuliano Ferrara concludeva: «Gentile Fini, delle due l'una: o lei accetta solidalmente gli escamotage che il circolo del presidente del Consiglio troverà per evitare una condanna a oggi sicura nel solito processo milanese anti-Cav, oppure deve prendere l'iniziativa e trovare lei una soluzione accettabile, mediando e rifinendo gli strumenti legislativi opportuni... Io penso che a lei non convenga ergersi, posto che lo si possa fare, su un campo di macerie. Penso che l'elettorato di destra e di centro non capirebbe mai un defilamento dalla linea di resistenza democratica all'assalto militante di certa magistratura».
E' qui che Fini si tradisce, dimostrando tra l'altro di possedere ben poche nozioni di democrazia liberale. Perché dalle sue uscite, in o fuori onda che siano, sembra che consideri Berlusconi la vera anomalia della politica italiana, e non certa magistratura che da ordine vuol farsi potere. Non può prestarsi, come purtroppo sta facendo in queste settimane, ad operazioni destabilizzanti. Non può permettersi di fingere che le accuse del pentito Spatuzza, o il ridicolo processo Mills, o il risarcimento di 750 milioni di euro che Fininvest è stata condannata a pagare alla Cir di De Benedetti - solo per citare gli ultimi esempi in ordine di tempo - facciano parte di una giustizia normale, alla quale basta solo chiedere che faccia il suo corso e che trovi dei «riscontri» alle dichiarazioni dei pentiti.
I riscontri non ci sono, non ci sono mai stati e non ci saranno neanche stavolta, ma Fini finge di credere che sia normale aspettarli, anche se nel frattempo si dà lo spunto per ogni tipo di delegittimazione del governo democraticamente eletto. Non può rimproverare a Berlusconi di mancare di rispetto agli altri poteri dello Stato quando questi (e addirittura un ordine, quello giudiziario) mancano di rispetto al governo - peggio, cercano di delegittimarlo e farlo cadere. Su tutto può distinguersi, ma tra analisi contrapposte riguardo la vera anomalia della politica italiana degli ultimi sedici anni Fini non può pretendere di mantenersi equidistante.
Quello istituzionale innanzitutto. Perché l'uso che Fini sta facendo della carica che ricopre non è tollerabile. Non può usare il ruolo che ricopre, e l'autorevolezza che ne deriva, per contraddire puntualmente iniziative e dichiarazioni del governo e del presidente del Consiglio in particolare; non può ad ogni spinta in avanti del Pdl esercitarne una uguale ma contraria; non può, e se non se ne accorge è persino più grave, associarsi all'iniziativa mediatico-giudiziaria del giorno per delegittimare Berlusconi. E anche inserirsi nel dibattito interno al partito o alla maggioranza, deve farlo con cautela e moderazione consoni alla terza carica dello Stato. La sua imparzialità istituzionale non può e non deve trasformarsi in "terzismo" furbetto. Non può e non deve cercare di accreditarsi come super partes facendo da controcanto al governo.
Il confine politico lo ricordava Giuliano Ferrara qualche giorno fa. La lettura, l'analisi di fondo condivisa nel centrodestra, e direi quasi fondante il Pdl, non è che l'anomalia degli ultimi sedici anni della politica italiana è rappresentata da Berlusconi, che confonde il consenso popolare con l'immunità, la leadership con la monarchia assoluta. Questa è l'analisi di fondo di certa sinistra, neanche tutta, e sicuramente di Di Pietro, Travaglio e dei giustizialisti al seguito. L'analisi del centrodestra è un'altra. Dietro le tensioni di questi giorni, mesi e anni, «c'è un solo vero dilemma in azione: della guida di questo Paese decide il popolo o decide l'ordine giudiziario?».
In Italia la divisione equilibrata dei poteri è saltata e frange di giudici politicizzati pensano di approfittarne per «ribaltare il corso degli eventi», mettendo sotto tutela la democrazia, per gloria personale, o per punire chiunque voglia metter mano alla riforma dell'ordine giudiziario. Se Fini non lo capisce, o finge di non capirlo, o non condivide questa analisi, allora sì, ciò sarebbe incompatibile con la sua permanenza nel Pdl. Per questo, in un editoriale-lettera aperta, Giuliano Ferrara concludeva: «Gentile Fini, delle due l'una: o lei accetta solidalmente gli escamotage che il circolo del presidente del Consiglio troverà per evitare una condanna a oggi sicura nel solito processo milanese anti-Cav, oppure deve prendere l'iniziativa e trovare lei una soluzione accettabile, mediando e rifinendo gli strumenti legislativi opportuni... Io penso che a lei non convenga ergersi, posto che lo si possa fare, su un campo di macerie. Penso che l'elettorato di destra e di centro non capirebbe mai un defilamento dalla linea di resistenza democratica all'assalto militante di certa magistratura».
E' qui che Fini si tradisce, dimostrando tra l'altro di possedere ben poche nozioni di democrazia liberale. Perché dalle sue uscite, in o fuori onda che siano, sembra che consideri Berlusconi la vera anomalia della politica italiana, e non certa magistratura che da ordine vuol farsi potere. Non può prestarsi, come purtroppo sta facendo in queste settimane, ad operazioni destabilizzanti. Non può permettersi di fingere che le accuse del pentito Spatuzza, o il ridicolo processo Mills, o il risarcimento di 750 milioni di euro che Fininvest è stata condannata a pagare alla Cir di De Benedetti - solo per citare gli ultimi esempi in ordine di tempo - facciano parte di una giustizia normale, alla quale basta solo chiedere che faccia il suo corso e che trovi dei «riscontri» alle dichiarazioni dei pentiti.
I riscontri non ci sono, non ci sono mai stati e non ci saranno neanche stavolta, ma Fini finge di credere che sia normale aspettarli, anche se nel frattempo si dà lo spunto per ogni tipo di delegittimazione del governo democraticamente eletto. Non può rimproverare a Berlusconi di mancare di rispetto agli altri poteri dello Stato quando questi (e addirittura un ordine, quello giudiziario) mancano di rispetto al governo - peggio, cercano di delegittimarlo e farlo cadere. Su tutto può distinguersi, ma tra analisi contrapposte riguardo la vera anomalia della politica italiana degli ultimi sedici anni Fini non può pretendere di mantenersi equidistante.
Wednesday, January 28, 2009
Scuse che non chiudono il caso
Su Il Foglio di oggi:
Al direttore - Il Pontificato di Ratzinger è stato costellato di incidenti con il mondo ebraico e si è posto in totale continuità con la tradizionale posizione di ostilità della Chiesa nei confronti dello stato di Israele. E' sempre più difficile credere a «potenti gaffe curiali», all'«incompetenza di chi consiglia il Papa», a meno che non si ritenga il Papa non in grado di governare la sua Curia. Non si tratta di una scelta dottrinaria (il perdono dei lefebvriani), né delle opinioni personali di un fedele confuso, ma dell'ideologia negazionista di un vescovo. Non c'entra il suo essere lefebvriano. Sarebbe ugualmente grave se non lo fosse. Paragonando Gaza a un «campo di concentramento», il cardinale Martino ha allo stesso tempo banalizzato l'Olocausto, declassando la politica di sterminio nazista quasi al livello dell'effetto collaterale di un conflitto, e negato a Israele il diritto di difendersi. Come ha spiegato Battista, il negazionismo «non è un'opinione personale», una «disputa storiografica», ma l'ingrediente di un'ideologia ancora viva e minacciosa, in Medio Oriente ma anche, cosa ancor più grave, di nuovo in Europa. Se oggi, con la tolleranza del Papa, un vescovo cattolico e il presidente iraniano Ahmadinejad possono essere accomunati per il loro negazionismo, forse è ora di chiedersi se la Chiesa voglia assumere «una sua posizione politica di validità generale, se non universale... sui conflitti di civiltà a sfondo religioso che dilaniano il mondo». La difesa della civiltà occidentale (e dei suoi frutti, liberalismo compreso), che si fonda sulle radici giudaico-cristiane, implica un'alleanza solida con la parte giudaica di quelle radici. Per questo «con Israele e con gli ebrei la questione non si può risolvere sul filo delle acrobazie», come Lei stesso scriveva non molto tempo fa.
Ieri è venuto fuori che quel vescovo è un disgraziato di cui la stessa fraternità san Pio X si vergogna, chiedendo scusa al Papa. Mi fa piacere, anche per chi aveva tratto conclusioni affrettate.
Giuliano Ferrara
Ringrazio il direttore per la risposta, ma il «povero disgraziato» rimane pur sempre un vescovo e le scuse dei lefebvriani (al Papa, non agli ebrei), com'era prevedibile, non chiudono il caso. Anche perché i lefebvriani si limitano a riconoscere «l'inopportunità» delle tesi di Williamson e il Papa, che non perde occasione per pronunciarsi su tutto lo scibile, non ha comunque avvertito l'esigenza di pronunciarsi di persona, pur essendo il «povero disgraziato» - fino a prova contraria, visto la revoca della scomunica - comunque un suo vescovo.
UPDATE 11:00
A dimostrazione del fatto che il caso non è chiuso, il rabbinato d'Israele ha rotto indefinitamente i rapporti ufficiali con il Vaticano in seguito alla revoca della scomunica del vescovo negazionista, riferisce il Jerusalem Post. Cancellato un incontro in programma a Roma il 2-4 marzo con la Commissione della Santa Sede per i rapporti con gli ebrei. In una lettera indirizzata al presidente della Commissione, il cardinale Walter Casper, il direttore generale del rabbinato Oded Weiner scrive che «senza scuse pubbliche e una ritrattazione, sarà difficile continuare il dialogo».
Il rabbino David Rosen, direttore dell'American Jewish Committee's Department for Interreligious Affairs, spiega che il rabbinato si aspetta che intervenga personalmente il Papa, e che assuma iniziative «concrete» contro il vescovo Williamson.
Al direttore - Il Pontificato di Ratzinger è stato costellato di incidenti con il mondo ebraico e si è posto in totale continuità con la tradizionale posizione di ostilità della Chiesa nei confronti dello stato di Israele. E' sempre più difficile credere a «potenti gaffe curiali», all'«incompetenza di chi consiglia il Papa», a meno che non si ritenga il Papa non in grado di governare la sua Curia. Non si tratta di una scelta dottrinaria (il perdono dei lefebvriani), né delle opinioni personali di un fedele confuso, ma dell'ideologia negazionista di un vescovo. Non c'entra il suo essere lefebvriano. Sarebbe ugualmente grave se non lo fosse. Paragonando Gaza a un «campo di concentramento», il cardinale Martino ha allo stesso tempo banalizzato l'Olocausto, declassando la politica di sterminio nazista quasi al livello dell'effetto collaterale di un conflitto, e negato a Israele il diritto di difendersi. Come ha spiegato Battista, il negazionismo «non è un'opinione personale», una «disputa storiografica», ma l'ingrediente di un'ideologia ancora viva e minacciosa, in Medio Oriente ma anche, cosa ancor più grave, di nuovo in Europa. Se oggi, con la tolleranza del Papa, un vescovo cattolico e il presidente iraniano Ahmadinejad possono essere accomunati per il loro negazionismo, forse è ora di chiedersi se la Chiesa voglia assumere «una sua posizione politica di validità generale, se non universale... sui conflitti di civiltà a sfondo religioso che dilaniano il mondo». La difesa della civiltà occidentale (e dei suoi frutti, liberalismo compreso), che si fonda sulle radici giudaico-cristiane, implica un'alleanza solida con la parte giudaica di quelle radici. Per questo «con Israele e con gli ebrei la questione non si può risolvere sul filo delle acrobazie», come Lei stesso scriveva non molto tempo fa.
Ieri è venuto fuori che quel vescovo è un disgraziato di cui la stessa fraternità san Pio X si vergogna, chiedendo scusa al Papa. Mi fa piacere, anche per chi aveva tratto conclusioni affrettate.
Giuliano Ferrara
Ringrazio il direttore per la risposta, ma il «povero disgraziato» rimane pur sempre un vescovo e le scuse dei lefebvriani (al Papa, non agli ebrei), com'era prevedibile, non chiudono il caso. Anche perché i lefebvriani si limitano a riconoscere «l'inopportunità» delle tesi di Williamson e il Papa, che non perde occasione per pronunciarsi su tutto lo scibile, non ha comunque avvertito l'esigenza di pronunciarsi di persona, pur essendo il «povero disgraziato» - fino a prova contraria, visto la revoca della scomunica - comunque un suo vescovo.
UPDATE 11:00
A dimostrazione del fatto che il caso non è chiuso, il rabbinato d'Israele ha rotto indefinitamente i rapporti ufficiali con il Vaticano in seguito alla revoca della scomunica del vescovo negazionista, riferisce il Jerusalem Post. Cancellato un incontro in programma a Roma il 2-4 marzo con la Commissione della Santa Sede per i rapporti con gli ebrei. In una lettera indirizzata al presidente della Commissione, il cardinale Walter Casper, il direttore generale del rabbinato Oded Weiner scrive che «senza scuse pubbliche e una ritrattazione, sarà difficile continuare il dialogo».
Il rabbino David Rosen, direttore dell'American Jewish Committee's Department for Interreligious Affairs, spiega che il rabbinato si aspetta che intervenga personalmente il Papa, e che assuma iniziative «concrete» contro il vescovo Williamson.
«I don't think it is my place to tell the Church precisely what to do. But Williamson should be censured in some way or forced to retract his statements. Until that happens, we may be in contact with the Vatican on an individual level, but there will be no official meetings».Il problema è proprio questo: sarà certamente un «povero disgraziato», ma Williamson è un vescovo a pieno titolo, grazie alla decisione di Ratzinger di revocare la scomunica nei suoi confronti. Al Papa non rimane che revocare la revoca.
Tuesday, January 27, 2009
Meglio quattro pecorelle nere che il popolo ebraico?
Ratzinger preferisce quattro pecorelle nere all'intero popolo ebraico. Recuperare quelle pecorelle smarrite - davvero poche, quasi insignificanti - del proprio pascolo, anche se ciò dovesse provocare anni, forse decenni, di incomprensioni e diffidenze tra mondo cattolico e mondo ebraico. E lo fa nel momento peggiore che potesse scegliere, alla vigilia della Giornata della Memoria. Mentre una delle pecorelle ripaga la misericordia del Pontefice manifestando tutto il loro odio negazionista («neppure un ebreo è stato ucciso nelle camere a gas»).
Ma a questo punto, se fino ad oggi il Pontificato di Ratzinger è stato costellato di incidenti con il mondo ebraico, e se finora si è posto in totale linea di continuità con la tradizionale posizione di ostilità della Chiesa nei confronti dello stato di Israele (come abbiamo visto con la pericolosa e ambigua equidistanza rispetto ai due contendenti nell'ultima guerra a Gaza), è lecito sospettare che non sia un caso. Quando il cardinale Martino ha paragonato Gaza a un «campo di concentramento» ha allo stesso tempo banalizzato l'Olocausto, declassando la politica di sterminio nazista quasi a livello degli effetti collaterali di un conflitto, e negato a Israele il diritto di difendersi, cioè di esistere. In breve, sono suonate negazioniste e nazistoidi anche le parole di Martino.
C'è, evidentemente, come minimo, a voler pensare in positivo, insensibilità, disinteresse a coltivare buoni rapporti con i «fratelli maggiori» e a migliorarli. Certo, la Cei e l'Osservatore Romano si dissociano dalle parole del vescovo lefebvriano, le condannano, ma resta un fatto: la Chiesa tollera qualcosa di intollerabile. E il Papa, per ora, non ha neanche ritenuto opportuno di intervenire di persona e pubblicamente per richiamare il vescovo.
Ma non si tratta di entrare nel merito di scelte dottrinarie, come il "perdono" dei lefebvriani, anche se non si possono prendere alla leggera le loro tendenze antisemite. Il problema è che non si tratta delle opinioni personali di un fedele confuso, ma dell'ideologia negazionista di un vescovo, un esponente tra i più alti in grado nella gerarchia ecclesiastica. E non c'entra il suo essere lefebvriano. Sarebbe stato ugualmente grave se non lo fosse stato. Il Papa deve decidere se un antisemita può essere vescovo; se, cioè, l'antisemitismo non solo abbia diritto di cittadinanza nella Chiesa, ma sia rappresentato ai suoi vertici massimi. Di questo si tratta.
Come ha in modo perfetto e lampante spiegato Pierluigi Battista, oggi sul Corriere, il negazionismo sulla Shoah «non è un'opinione personale», una «disputa storiografica» legata a una «controversa pagina della storia». Il negazionismo è uno tra gli elementi principali di un'ideologia purtroppo ancora esistente e minacciosa, soprattutto in Medio Oriente ma, cosa ancor più grave, anche, di nuovo, in Europa.
Caro direttore, si può ancora spiegare questa incredibile serie di incidenti con «potenti gaffe curiali», con «l'incompetenza di chi consiglia il Papa»? Chi sta davvero distruggendo «la connessione tra ellenismo, giudaismo e cristianesimo», o quanto meno se ne sta rendendo complice per miopia politica e dottrinaria?
Se oggi, con la tolleranza del Papa, un vescovo cattolico e il presidente iraniano Ahmadinejad possono essere accomunati per il loro negazionismo, forse è ora che Ferrara riveda la sua lettura degli ultimi anni (o per lo meno eserciti il dubbio su di essa) di una Chiesa baluardo della civiltà occidentale, aperta e democratica, che si fonda sulle radici giudaico-cristiane. Della parte giudaica di quelle radici la Santa Sede sembra fottersene. Come scrivevo qualche giorno fa, la decisione non è stata ancora presa. La Chiesa cattolica non ha ancora deciso quale nemico combattere: se schierarsi in difesa della civiltà occidentale e di ciò che rappresenta (liberalismo e relativismo compresi) - il che implica stringere un'alleanza solida con la parte giudaica delle sue radici - e contro il fondamentalismo islamico e le sue tirannie; o se invece trovare forme di convivenza non conflittuali con quel fondamentalismo per combattere il liberalismo come degenerazione (e non prodotto) della nostra civiltà. Alcuni segnali fanno purtroppo temere che possa essere presa la decisione peggiore.
Ma a questo punto, se fino ad oggi il Pontificato di Ratzinger è stato costellato di incidenti con il mondo ebraico, e se finora si è posto in totale linea di continuità con la tradizionale posizione di ostilità della Chiesa nei confronti dello stato di Israele (come abbiamo visto con la pericolosa e ambigua equidistanza rispetto ai due contendenti nell'ultima guerra a Gaza), è lecito sospettare che non sia un caso. Quando il cardinale Martino ha paragonato Gaza a un «campo di concentramento» ha allo stesso tempo banalizzato l'Olocausto, declassando la politica di sterminio nazista quasi a livello degli effetti collaterali di un conflitto, e negato a Israele il diritto di difendersi, cioè di esistere. In breve, sono suonate negazioniste e nazistoidi anche le parole di Martino.
C'è, evidentemente, come minimo, a voler pensare in positivo, insensibilità, disinteresse a coltivare buoni rapporti con i «fratelli maggiori» e a migliorarli. Certo, la Cei e l'Osservatore Romano si dissociano dalle parole del vescovo lefebvriano, le condannano, ma resta un fatto: la Chiesa tollera qualcosa di intollerabile. E il Papa, per ora, non ha neanche ritenuto opportuno di intervenire di persona e pubblicamente per richiamare il vescovo.
Ma non si tratta di entrare nel merito di scelte dottrinarie, come il "perdono" dei lefebvriani, anche se non si possono prendere alla leggera le loro tendenze antisemite. Il problema è che non si tratta delle opinioni personali di un fedele confuso, ma dell'ideologia negazionista di un vescovo, un esponente tra i più alti in grado nella gerarchia ecclesiastica. E non c'entra il suo essere lefebvriano. Sarebbe stato ugualmente grave se non lo fosse stato. Il Papa deve decidere se un antisemita può essere vescovo; se, cioè, l'antisemitismo non solo abbia diritto di cittadinanza nella Chiesa, ma sia rappresentato ai suoi vertici massimi. Di questo si tratta.
Come ha in modo perfetto e lampante spiegato Pierluigi Battista, oggi sul Corriere, il negazionismo sulla Shoah «non è un'opinione personale», una «disputa storiografica» legata a una «controversa pagina della storia». Il negazionismo è uno tra gli elementi principali di un'ideologia purtroppo ancora esistente e minacciosa, soprattutto in Medio Oriente ma, cosa ancor più grave, anche, di nuovo, in Europa.
«Ricollocato e rivitalizzato negli schemi di una jihad globale che vuole ripulire il mondo dall'impurità ebraica, il negazionismo vecchio stampo riacquista un significato e un'eco sconosciuti nell'infetto recinto neonazista in cui era confinato».Da questa triste storia dovrebbero trarre qualche conseguenza coloro che - in compagnia di Giuliano Ferrara - si sono illusi che la Chiesa cattolica intendesse prendere «una sua posizione politica di validità generale, se non universale... sui conflitti di civiltà a sfondo religioso che dilaniano il mondo». E la prendesse schierandosi a difesa della democrazia contro la tirannia fondamentalista, in nome di una civiltà occidentale dalle radici giudaico-cristiane. «Con Israele e con gli ebrei la questione non si può risolvere sul filo delle acrobazie, nemmeno di quelle pie concepite per il bene della causa superiore», scriveva non molto tempo fa lo stesso Ferrara.
Caro direttore, si può ancora spiegare questa incredibile serie di incidenti con «potenti gaffe curiali», con «l'incompetenza di chi consiglia il Papa»? Chi sta davvero distruggendo «la connessione tra ellenismo, giudaismo e cristianesimo», o quanto meno se ne sta rendendo complice per miopia politica e dottrinaria?
Se oggi, con la tolleranza del Papa, un vescovo cattolico e il presidente iraniano Ahmadinejad possono essere accomunati per il loro negazionismo, forse è ora che Ferrara riveda la sua lettura degli ultimi anni (o per lo meno eserciti il dubbio su di essa) di una Chiesa baluardo della civiltà occidentale, aperta e democratica, che si fonda sulle radici giudaico-cristiane. Della parte giudaica di quelle radici la Santa Sede sembra fottersene. Come scrivevo qualche giorno fa, la decisione non è stata ancora presa. La Chiesa cattolica non ha ancora deciso quale nemico combattere: se schierarsi in difesa della civiltà occidentale e di ciò che rappresenta (liberalismo e relativismo compresi) - il che implica stringere un'alleanza solida con la parte giudaica delle sue radici - e contro il fondamentalismo islamico e le sue tirannie; o se invece trovare forme di convivenza non conflittuali con quel fondamentalismo per combattere il liberalismo come degenerazione (e non prodotto) della nostra civiltà. Alcuni segnali fanno purtroppo temere che possa essere presa la decisione peggiore.
Wednesday, January 07, 2009
La Chiesa non ha ancora deciso
«Tutte e due le parti sono colpevoli»; Gaza ormai come «un grande campo di concentramento». Un autorevolissimo esponente della gerarchia ecclesiastica cattolica, il cardinale Martino, presidente del Pontificio Consiglio per la giustizia e la pace, rappresenta in modo emblematico la tradizionale politica mediorientale vaticana, di equidistanza tra lo stato d'Israele e i terroristi che vogliono distruggerlo.
Se Hamas nega a Israele il diritto di esistere, la Chiesa gli nega il diritto a difendersi. «Di certo - scrive Sandro Magister sul suo blog, ripreso da Il Foglio - le autorità della Chiesa cattolica non difendono l'esistenza di Israele - che i suoi nemici vogliono annientare ed è la vera, ultima posta in gioco del conflitto - con la stessa esplicita, fortissima determinazione con cui alzano la voce in difesa dei principi "innegoziabili" riguardanti la vita umana».
Mentre Hamas «consolidava il suo dominio feroce su Gaza, massacrava i musulmani fedeli al presidente Abu Mazen, umiliava le minuscole comunità cristiane, lanciava ogni giorno missili contro le popolazioni israeliane», nessuna autorità della Chiesa, dal Papa all'ultimo dei preti di campagna, fiatava. Appena Israele ha reagito, giù condanne anche da parte di Benedetto XVI. Prosegue Magister:
Tralasciamo per un istante possibili strascichi di antisemitismo. Oggi, nell'editoriale di presentazione del paginone sul conflitto a Gaza, Giuliano Ferrara chiede alla Chiesa cattolica «una sua posizione politica di validità generale, se non universale... sui conflitti di civiltà a sfondo religioso che dilaniano il mondo. Sul conflitto tra la tradizione occidentale, razionale e universalista, e le culture fondate, secondo la lettera e lo spirito del discorso di Ratisbona, sulla rescissione del nesso tra libertà, ragione e fede». In qualche modo sembrerebbe che Ferrara stia chiamando la Chiesa ad una nuova "crociata".
In poche parole gli sta chiedendo di schierarsi a difesa della democrazia contro la tirannia fondamentalista. «Se ama la società aperta e la caratura spirituale delle grandi democrazie moderne, ciò che è sembrato chiaro da molti segni culturali e dal viaggio papale negli Stati Uniti, la chiesa si attrezzerà per difenderla e per far valere in essa le proprie idee, le esperienze, i princìpi non negoziabili di cui si considera a buon titolo custode. Questo vuol dire», conclude Ferrara, che Hamas «deve essere riconosciuta per quello che è, con una parola che sia sì sì, no no» dalla Chiesa.
Certo, «non si può chiedere alla chiesa di rinunciare all'uso profetico della parola "pace"», o alla «difesa di comunità cristiane» in Palestina, o «alla sua vocazione universalistica e di carità» nei confronti dei «diseredati del mondo». Ma, conclude Ferrara, «con Israele e con gli ebrei la questione non si può risolvere sul filo delle acrobazie, nemeno di quelle pie concepite per il bene della causa superiore».
Il problema sta in quel periodo ipotetico, in quel «Se ama la società aperta e la caratura spirituale delle grandi democrazie moderne...». La Chiesa la ama per davvero quel tipo di società? Ne ha accettato i principi costitutivi? O non è piuttosto propensa a «far valere le proprie idee, le esperienze, i princìpi non negoziabili di cui si considera a buon titolo custode» in qualsiasi società le sia data, anzi meglio in una società chiusa con un unico potere con cui trattare?
Insomma, la Chiesa cattolica non ha ancora deciso quale nemico combattere: se schierarsi con il liberalismo (e il relativismo) contro il fondamentalismo islamico e le tirannie che potrà generare, o se trovare forme di convivenza non conflittuali con quel fondamentalismo per combattere il liberalismo.
Se Hamas nega a Israele il diritto di esistere, la Chiesa gli nega il diritto a difendersi. «Di certo - scrive Sandro Magister sul suo blog, ripreso da Il Foglio - le autorità della Chiesa cattolica non difendono l'esistenza di Israele - che i suoi nemici vogliono annientare ed è la vera, ultima posta in gioco del conflitto - con la stessa esplicita, fortissima determinazione con cui alzano la voce in difesa dei principi "innegoziabili" riguardanti la vita umana».
Mentre Hamas «consolidava il suo dominio feroce su Gaza, massacrava i musulmani fedeli al presidente Abu Mazen, umiliava le minuscole comunità cristiane, lanciava ogni giorno missili contro le popolazioni israeliane», nessuna autorità della Chiesa, dal Papa all'ultimo dei preti di campagna, fiatava. Appena Israele ha reagito, giù condanne anche da parte di Benedetto XVI. Prosegue Magister:
«Nei confronti di Hamas e della sua ostentata "missione" di cancellare lo stato ebraico dalla faccia della terra, di Hamas come avamposto delle mire egemoniche dell'Iran nel Vicino Oriente, di Hamas come alleato di Hezbollah e della Siria, le autorità vaticane non hanno mai acceso l'allarme rosso. Non hanno mai mostrato di giudicare Hamas un rischio mortale per Israele, un ostacolo alla nascita di uno stato palestinese, oltre che un incubo per i regimi arabi dell'area, dall'Egitto alla Giordania all'Arabia Saudita»."Se Israele non ci fosse...", è il retropensiero, la riserva mentale, che prevale tra i cristiani in Terra Santa e nei palazzi della Curia romana.
Tralasciamo per un istante possibili strascichi di antisemitismo. Oggi, nell'editoriale di presentazione del paginone sul conflitto a Gaza, Giuliano Ferrara chiede alla Chiesa cattolica «una sua posizione politica di validità generale, se non universale... sui conflitti di civiltà a sfondo religioso che dilaniano il mondo. Sul conflitto tra la tradizione occidentale, razionale e universalista, e le culture fondate, secondo la lettera e lo spirito del discorso di Ratisbona, sulla rescissione del nesso tra libertà, ragione e fede». In qualche modo sembrerebbe che Ferrara stia chiamando la Chiesa ad una nuova "crociata".
In poche parole gli sta chiedendo di schierarsi a difesa della democrazia contro la tirannia fondamentalista. «Se ama la società aperta e la caratura spirituale delle grandi democrazie moderne, ciò che è sembrato chiaro da molti segni culturali e dal viaggio papale negli Stati Uniti, la chiesa si attrezzerà per difenderla e per far valere in essa le proprie idee, le esperienze, i princìpi non negoziabili di cui si considera a buon titolo custode. Questo vuol dire», conclude Ferrara, che Hamas «deve essere riconosciuta per quello che è, con una parola che sia sì sì, no no» dalla Chiesa.
Certo, «non si può chiedere alla chiesa di rinunciare all'uso profetico della parola "pace"», o alla «difesa di comunità cristiane» in Palestina, o «alla sua vocazione universalistica e di carità» nei confronti dei «diseredati del mondo». Ma, conclude Ferrara, «con Israele e con gli ebrei la questione non si può risolvere sul filo delle acrobazie, nemeno di quelle pie concepite per il bene della causa superiore».
Il problema sta in quel periodo ipotetico, in quel «Se ama la società aperta e la caratura spirituale delle grandi democrazie moderne...». La Chiesa la ama per davvero quel tipo di società? Ne ha accettato i principi costitutivi? O non è piuttosto propensa a «far valere le proprie idee, le esperienze, i princìpi non negoziabili di cui si considera a buon titolo custode» in qualsiasi società le sia data, anzi meglio in una società chiusa con un unico potere con cui trattare?
Insomma, la Chiesa cattolica non ha ancora deciso quale nemico combattere: se schierarsi con il liberalismo (e il relativismo) contro il fondamentalismo islamico e le tirannie che potrà generare, o se trovare forme di convivenza non conflittuali con quel fondamentalismo per combattere il liberalismo.
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