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Monday, July 17, 2017

La centralità della Polonia e la difesa dell'Occidente

Pubblicato su formiche

Nel suo discorso a Varsavia Trump ha centrato la questione della nostra epoca: l'Occidente ha la *volontà* di sopravvivere? Non è una questione di capacità e di risorse, ma di volontà… E sembra suggerire che noi europei quella volontà di difenderlo l'abbiamo persa…

Del discorso di Trump a Varsavia i mainstream media hanno snobbato sia i contenuti che il paese scelto: la Polonia. Grave errore di comprensione e di analisi. Non solo, infatti, come ha ricordato lo stesso presidente Usa, la Polonia è "il cuore geografico dell'Europa e, più importante, nel popolo polacco vediamo l'anima dell'Europa", ma è anche una delle economie più vivaci dell'Unione europea, con una previsione di crescita del Pil superiore al 3% sia nel 2017 che nel 2018. Ed è tra i pochi membri Nato a soddisfare il parametro di spesa militare del 2% rispetto al Pil.

Distratti e pigri i mainstream media, di certo a Mosca e a Berlino non è passato inosservato il messaggio che l'amministrazione Trump ha voluto mandare scegliendo Varsavia per un discorso sulla difesa dell'Occidente e i suoi valori di libertà e democrazia.

Nel XVII secolo la Confederazione polacco-lituana fu un fondamentale argine all'espansione ottomana in Europa ed ebbe un ruolo decisivo nel respingere i turchi alle porte di Vienna. La Polonia moderna è stretta tra la Germania e la Russia, il popolo polacco ha subito invasioni e dominazioni da entrambe, ma ha resistito orgogliosamente agli spaventosi totalitarismi del Novecento, nazismo e comunismo. Oggi è nazionalista e saldamente occidentale, in prima linea sulla crisi ucraina, e Washington ha voluto far capire che punta proprio sulla Polonia per contenere Russia e Germania.

Due esempi concreti. Proprio a Varsavia Trump ha annunciato l'accordo per la vendita alla Polonia di otto batterie del sistema missilistico americano Patriot, una chiara risposta ai missili Iskander schierati dalla Russia a Kaliningrad. E ha inoltre affermato l'impegno americano "ad assicurare alla Polonia e ai suoi vicini l'accesso a fonti alternative di energia in modo che non siano mai più ostaggio di un singolo fornitore". Gas liquido a Varsavia e carbone a Kiev. Il messaggio a Putin è chiaro: è finita l'era Obama, durante la quale dalla Siria all'Ucraina il Cremlino ha goduto di una libertà d'azione senza precedenti sia in Medio Oriente che alle porte dell'Europa, tornando centrale su tutti i principali dossier. L'America è tornata, è determinata a difendere i suoi alleati in Europa orientale e non permetterà a Mosca altri blitz come quello che ha portato all'annessione della Crimea e alla crisi ucraina, una situazione che resterà sospesa per molto tempo ancora e che fa tremare Estonia e Lettonia. E non intende lasciare campo libero alla Russia nemmeno nel mercato energetico che interessa i suoi alleati.

Ma il messaggio è diretto anche agli altri alleati europei dell'America: falso che Trump sia la marionetta di Putin. A Varsavia il presidente americano ha chiarito che vede i russi come avversari aggressivi, non come partner o alleati: "Esortiamo la Russia a cessare le sue attività destabilizzanti in Ucraina e altrove, il suo supporto a regimi ostili - come Siria e Iran - e ad unirsi invece alla comunità di nazioni responsabili nella nostra lotta contro nemici comuni e in difesa della civiltà". Come sempre, i russi sono pronti a intascare qualsiasi "carota" gli venga offerta come incentivo iniziale, salvo poi continuare a provocare i danni maggiori possibili, finché non percepiscono di aver urtato contro un vero muro. L'amministrazione Trump sta sviluppando un nuovo approccio con il Cremlino: vuole verificare i margini per una cooperazione, per esempio in Siria, ma al tempo stesso sta tirando su quel muro. Il primo faccia a faccia Trump-Putin, la sua durata e il suo esito, non scontati, dimostrano, come scrivevamo su Formiche dopo il raid americano sulla Siria, che il confronto è duro ma che Washington e Mosca hanno ripreso a parlarsi e lo fanno a tutto campo.

Falso, inoltre, che l'amministrazione Trump voglia liquidare la Nato o che non gli importi granché. Al contrario, per rilanciarla chiede agli alleati il giusto contributo (come fa la Polonia) e una ridefinizione della missione dell'Alleanza.
"Gli americani sanno che una forte alleanza di nazioni libere, sovrane e indipendenti è la migliore difesa per le nostre libertà e per i nostri interessi. Per questo motivo la mia amministrazione ha chiesto che tutti i membri della Nato soddisfino definitivamente il proprio obbligo finanziario in modo pieno e giusto".
Lo storico Victor Davis Hanson ha definito l’"anti-Cairo" il discorso di Trump a Varsavia, cioè l'antitesi del discorso che pochi mesi dopo il suo insediamento Obama pronunciò nella capitale egiziana, un tentativo di appeasement con il mondo arabo e islamico basato su una sorta di "autodafè" dell'Occidente. Il messaggio "anti-Cairo" di Trump, invece, è che "solo un Occidente forte, organizzato - convinto del suo passato e sicuro del suo attuale successo - riuscirà a dissuadere i suoi nemici, attrarre i neutrali e mantenere gli amici. Che solo lui abbia avuto il coraggio di esprimere l'ovvio, e che sia stato criticato per questo, ci ricorda come il rimedio alla nostra malattia occidentale sia visto come il problema e non la cura", conclude VDH.

Il merito del presidente Trump è proprio quello di aver centrato la questione della nostra epoca: l'Occidente ha la volontà di sopravvivere? Non è una questione di capacità e di risorse, ma di volontà... E sembra suggerire che noi europei quella volontà di difenderlo l’abbiamo persa...

"Dobbiamo ricordare che la nostra difesa non è solo un impegno di denaro, è un impegno di volontà. Perché, come ci ricorda l'esperienza polacca, la difesa dell'Ovest si basa in ultima analisi non solo sui mezzi, ma anche sulla volontà del suo popolo di prevalere e di avere successo e ottenere ciò che si deve avere. La questione fondamentale del nostro tempo è se l'Occidente abbia la volontà di sopravvivere. Abbiamo la fiducia nei nostri valori per difenderli a qualsiasi costo? Abbiamo abbastanza rispetto per i nostri cittadini per proteggere le nostre frontiere? Abbiamo il desiderio e il coraggio di preservare la nostra civiltà di fronte a coloro che vogliono rovesciarla e distruggerla?".

Thursday, June 08, 2017

Trump ha interferito... con la carriera di Comey...

L'unica cosa che è venuta fuori dall'audizione dell'ex direttore dell'FBI è che Trump ha interferito con la carriera di Comey e Comey non l'ha presa affatto bene...

Ecco i punti salienti della sua testimonianza al Senato. Poco o nulla di nuovo.

-Trump e nessuno dello staff della Casa Bianca gli ha mai chiesto di fermare l'inchiesta sulle interferenze della Russia nelle elezioni presidenziali.

-Trump non gli ha ordinato di "lasciar correre" su Flynn ("I hope..."), ma lui ha interpretato le parole del presidente come una "direttiva": cosa voleva che facesse. Però non ha fatto presente né al presidente Trump né a qualche consigliere della Casa Bianca quanto fosse "inappropriata" la richiesta. Perché no? "Non lo so, non ho avuto la presenza di spirito". Se è ostruzione alla giustizia o no, non spetta a lui dirlo ma al procuratore speciale.

-Comey ha ammesso di aver passato lui stesso alla stampa, attraverso un amico (professore di legge alla Columbia) i suoi appunti sull'incontro con Trump, pensando che ciò avrebbe favorito la nomina di un procuratore speciale. Perché non lui direttamente? Stava per andare in vacanza... È in grado di recuperare il suo memo e consegnarlo al Congresso? "Potentially".

-Comey ha riferito di aver detto per tre volte al presidente Trump che non è sotto indagine ma di essersi rifiutato di dichiararlo pubblicamente - come gli aveva chiesto Trump - per "rispetto dei protocolli". Sarcastico il senatore Rubio: "L'unica cosa 'never leaked' è che il presidente non è personalmente sotto indagine".

-Comey ha rivelato che Loretta Lynch, il ministro della giustizia dell'amministrazione Obama, gli ha "ordinato" di parlare in pubblico dell'"emailgate" di Hillary Clinton come di una "questione" e non una "indagine". Stesso linguaggio della campagna Clinton.

-"Non ci sono dubbi" che la Russia abbia "interferito" nelle elezioni presidenziali, ma Comey ha confermato che "nessun voto è stato alterato".

-"In the main, it was not true", così Comey ha smentito (quattro mesi dopo, e c'è voluta una testimonianza in Senato...) l'articolo del NYT del 14 febbraio intitolato "Trump Campaign Aides Had Repeated Contacts With Russian Intelligence".

Il resto è veleno e risentimento di Comey verso Trump che l'ha licenziato, opinioni e interpretazioni personali sulla condotta del presidente. In generale, Comey ha dato l'impressione di essere mosso da risentimento e pregiudizio nei confronti di Trump, si è da solo "smascherato" come membro della "resistenza" anti-Trump. E dalle sue stesse parole è chiaramente emerso come si sia mosso, da direttore dell'FBI, con equilibrismo politico sia con Trump sia con la precedente amministrazione per restare al suo posto. Osserva Sean Davis su The Federalist, "Comey makes clear that he was playing a game with Donald Trump, and that Trump called his bluff".

A proposito, cosa troverete di tutto questo sui media italiani? Interviste a Dershowitz ne vedremo?
"I think it is important to put to rest the notion that there was anything criminal about the president exercising his constitutional power to fire Comey and to request - "hope" - that he let go the investigation of General Flynn. Just as the president would have had the constitutional power to pardon Flynn and thus end the criminal investigation of him, he certainly had the authority to request the director of the FBI to end his investigation of Flynn".
 "Can You Obstruct a Fraud?" si chiede McCarthy su National Review. L'unica cosa che Trump ha ostacolato è una falsa narrazione che Comey e le agenzie di intelligence, pur sapendo falsa, si sono rifiutati di correggere pubblicamente, al fine di danneggiare politicamente il presidente.

Monday, May 22, 2017

Oltre l'isteria dei media, la notizia è che Trump ha una politica per il Medio Oriente

Pubblicato su formiche

Trump capovolge la politica e la retorica di Obama. Lo scambio: ritorno ai tradizionali alleati per contenere e isolare l'Iran, ma niente scuse o alibi, i paesi musulmani devono sradicare l'estremismo islamico. Nessun leader occidentale aveva parlato così chiaramente ai leader arabi: "Drive Them Out" ("Cacciateli via da questa terra")

Mentre i media mainstream sono ancora in preda all'isteria anti-Trump e "sragionano" di impeachment e dintorni, la notizia che arriva da Riad (e da Gerusalemme) è che alla Casa Bianca c'è finalmente un presidente, non una sedia vuota, e persino una politica per il Medio Oriente. Se non una "dottrina", dal discorso del presidente Trump davanti ai leader dei Paesi arabi e islamici sunniti riuniti a Riad emerge almeno una visione di lungo termine.

Un discorso rispettoso ma non ossequioso, di apertura e amicizia ma senza comode omissioni né alibi. Trump non ha menzionato la politica o "l'arroganza" americana come causa dell'odio jihadista, né ha fatto ricorso alla solita retorica dell'islam "religione di pace e amore". Ma ha lanciato un messaggio chiaro e severo su come si aspetta che agiscano i leader arabi nei confronti di estremisti e terroristi islamici: Drive. Them. Out. "Cacciateli via da questa terra". Trump ha chiamato le cose con il loro nome, ha parlato di "estremismo islamico" e di "terrorismo islamico". Nessun presidente degli Stati Uniti, nessun leader occidentale, aveva parlato così francamente ai leader arabi: "Non siamo venuti qui a dare lezioni a nessuno" e "non è uno scontro di civiltà", bensì "tra Bene e Male", ma la responsabilità di sradicare il terrorismo "islamista" spetta in prima istanza ai paesi a "maggioranza musulmana". Trump non è andato in Arabia Saudita a spiegare cosa c'è di sbagliato in America o in Occidente, ma cosa non va in Medio Oriente, che si trova oggi impelagato in una "crisi di estremismo", ideologica nella sua natura, che innanzitutto i musulmani sono chiamati a risolvere.

Una premessa. La lotta in corso a Washington tra l'outsider che a sorpresa scippa alla sinistra una vittoria che sentiva di avere in tasca e il vecchio establishment è qualcosa che in Italia abbiamo già vissuto. I tentativi di "spallata" a Silvio Berlusconi da parte della sinistra politica, mediatica e giudiziaria sono durati vent'anni. Alla fine la porta è venuta giù, ma al prezzo di danni sistemici enormi per il paese (in termini di solidità economico-finanziaria, posizione in Europa e crisi istituzionale nei rapporti tra politica e giustizia). E non è che la sinistra italiana goda ora di ottima salute. Se fosse in grado di imparare dai suoi errori, potrebbe dare qualche consiglio ai Democratici americani e ai media militanti d'oltreoceano. Anche negli ultimissimi articoli che riportano leaks sull'indagine Russia-gate sono costretti a concludere che "non c'è al momento alcuna prova di illeciti o collusione tra la campagna Trump e i russi". Il memo dell'ex direttore dell'FBI Comey citato dal New York Times (che sabato ha ammesso: "non siamo ancora in zona impeachment"), che proverebbe l'ostruzione alla giustizia da parte di Trump, non si sa neppure se esiste ed è comunque smentito da audizioni sotto giuramento dello stesso Comey. Ma i media italiani riprendono acriticamente, e tristemente, come certezze, su cui poi pretendono di fondare analisi e scenari, quelle che sono, nella migliore delle ipotesi, ricostruzioni giornalistiche ancora tutte da verificare. Sembra quasi che riversare su Trump fiumi di inchiostro al veleno possa cancellare il fatto che un anno fa il giornalista e il commentatore "collettivo" hanno mancato del tutto la comprensione del fenomeno.

L'unica certezza di tutto questo polverone è che i continui leaks che alimentano la campagna politica e giornalistica contro l'amministrazione Trump sono illegali e minacciano la sicurezza nazionale Usa, ma su questi reati gravissimi commessi da ex e attuali funzionari l'FBI di Comey si rifiutava di indagare. Probabilmente perché molti dei leaks provengono dagli stessi vertici dell'agenzia. È grazie a questa campagna di delegittimazione a forza di leaks, alimentata dal sottogoverno, dalla burocrazia (il "deep state" lo chiamano negli Stati Uniti), fatto di funzionari rimasti fedeli a Obama ancora in carica per l'impreparazione di Trump, che i Democratici sperano di vincere le elezioni di medio termine del 2018 e avere i numeri necessari a imbastire una procedura di impeachment. Ma sia che la spallata riesca, sia che i Democratici ne escano con le ossa rotte, il prezzo, come il caso italiano sta a dimostrare, potrebbe essere alto per la credibilità dell'intero sistema, politico e mediatico.

Nel frattempo, accadono cose rilevantissime. L'amministrazione Trump conferma, come avevamo segnalato in precedenti articoli su Formiche, di voler capovolgere la fallimentare politica mediorientale di Barack Obama. L'ascesa dell'Iran infatti ha messo in scacco la politica estera dei predecessori di Trump. Già il presidente Bush nel suo piano di esportazione della democrazia in Iraq aveva sottovalutato l'influenza iraniana. L'appeasement dell'amministrazione Obama con l'Iran, suggellato dall'accordo sul nucleare, ha incoraggiato Teheran a perseguire i suoi disegni egemonici destabilizzando il Medio Oriente, dalla Siria allo Yemen. Sforzi non contrastati per non pregiudicare quell'intesa, illudendosi che riconoscendo il suo status di potenza regionale il regime degli ayatollah potesse trasformarsi da fattore di instabilità a partner per la stabilità regionale. Il risultato è un incendio ancora più esteso: l'asse russo-iraniano, che l'amministrazione Trump sta cercando ora di rompere, ha preso il sopravvento in Siria e i tradizionali alleati arabi sunniti, abbandonati da Obama, si sono sentiti liberi di reagire anche flirtando, come in Siria, con i gruppi terroristici in funzione anti-iraniana. Una tentazione in cui è caduta persino la Turchia di Erdogan, un paese Nato.

Secondo Michael Doran, dell'Hudson Institute, l'amministrazione Trump ha il merito di aver riconosciuto questi errori, e di mettere in discussione una serie di dogmi di politica estera che si sono rivelati falsi: che il "soft power" americano sia la chiave per stabilizzare il Medio Oriente, mentre la determinazione al ricorso dell'"hard power" è la precondizione per ristabilire l'ordine. Falso che il sostegno agli alleati storici sia causa di instabilità, come ha pensato Obama allontanandosi da Tel Aviv e Riad per tendere la mano al "nemico" a Teheran. E infine, falso che il conflitto tra palestinesi e israeliani sia la madre di tutte le crisi in Medio Oriente e quindi la chiave per risolverle.

Nucleare o no, l'Iran è il principale stato sponsor del terrorismo al mondo, la principale minaccia alla stabilità in Medio Oriente, e gli ultimi otto anni ne sono la dimostrazione. La svolta strategica dell'amministrazione Trump consiste quindi nel ritorno ai tradizionali alleati: promette di schierare tutto il peso politico e militare americano per contenere e isolare l'Iran, in cambio dell'impegno dei Paesi arabi e islamici sunniti a combattere sul serio, concretamente, l'estremismo e il terrorismo islamico, a sradicarli dalle loro terre, dalle loro comunità e dai loro luoghi di preghiera. Ma distruggere l'Isis – obiettivo facile da spiegare agli elettori su cui Trump ha puntato tutto in campagna elettorale – non basta. Serve una coalizione di paesi interessati alla stabilizzazione della regione. Egitto, Giordania, Emirati, ma soprattutto tre alleati storici degli Stati Uniti che possano esercitare la propria influenza al di fuori dei loro confini: Arabia Saudita, Israele e Turchia. Il fatto che proprio Riad e Gerusalemme siano state le prime tappe del tour di Trump subito dopo l'incontro con il presidente turco Erdogan a Washington, lascia intendere che l'amministrazione ne sia consapevole.

Questi alleati non sono sempre affidabili e presentabili (come non lo erano certo gli ayatollah per Obama)? Vero, ma emarginarli, come ha fatto Obama, li ha resi ancora più "problematici". Ma l'aspetto decisivo è che al contrario dei russi e degli iraniani, fino ad oggi hanno dimostrato di accettare di muoversi all'interno di un ordine dominato dalla leadership americana, mentre Teheran e Mosca intendono sfidarla e sostituirsi ad essa. Sostenere i tradizionali alleati nella regione per contenere e isolare l'Iran è quindi la politica dell'amministrazione Trump in Medio Oriente. A Washington non si fanno troppe illusioni, ma c'è almeno una possibilità che vedendosi isolati a loro volta, i russi decidano infine di sganciarsi da Teheran. Non è un piano, né una coalizione "glamour", ma la disastrosa situazione ereditata in Medio Oriente non offre molte altre scelte, e spesso si tratta di scegliere tra il male e il peggio. La vedremo alla prova dei fatti.

Al centro del discorso di Trump al summit proprio la proposta di questo "scambio". Il presidente americano ha evocato una coalizione di paesi per combattere il terrorismo islamico, chiarendo però che "i paesi a maggioranza musulmana devono assumere la guida nella lotta alla radicalizzazione". Ha parlato della necessità di "sconfiggere il terrorismo ma anche l'ideologia che lo guida". Per questo ha parlato anche di "islamismo", facendo riferimento esplicito a quella visione politica totalitaria dell'islam di cui la maggior parte dei leader occidentali negano persino l'esistenza. E senza concedere alibi ai suoi interlocutori: "Non può esserci coesistenza con questa violenza. Non può esserci alcuna tolleranza, alcuna accettazione, alcuna giustificazione né indifferenza".

Se "non è una battaglia tra diverse fedi, diverse sette o diverse civiltà, ma tra criminali barbari che cercano di annientare la vita umana e persone perbene di tutte le religioni che vogliono proteggerla", insomma "una battaglia tra Bene e Male", tuttavia il presidente non ha taciuto le radici di questo male, sottolineando le precise responsabilità, i doveri dei leader dei Paesi arabi e dei leader religiosi islamici nel combatterlo. "Possiamo vincere questo male solo se le forze del bene sono forti e unite – e se tutti si assumono la loro giusta quota e svolgono la loro parte di oneri".

Se il terrorismo si è diffuso in tutto il mondo, è "da qui", da questa "antica e sacra terra" che "inizia il cammino verso la pace". Gli Stati Uniti sono "pronti a schierarsi con voi – nel perseguire interessi condivisi e sicurezza comune". Ma, ha anche avvertito Trump, "le nazioni del Medio Oriente non possono aspettare che la potenza americana distrugga questo nemico per loro. Devono decidere che tipo di futuro vogliono per se stessi, per i loro paesi e per i loro figli. Una scelta tra due tipi di futuro ed è una scelta – ha scandito – che l'America non può fare per voi". Quindi il cuore del messaggio ai leader arabi: "Cacciate terroristi ed estremisti. Spazzateli via. Cacciateli dai vostri luoghi di preghiera. Cacciateli dalle vostre comunità. Cacciateli dalla vostra sacra terra. Spazzateli via da questa terra!".

Gli Stati Uniti, ha assicurato Trump, adotteranno un approccio pragmatico, un "realismo di sani principi", prenderanno decisioni basate sull'esperienza del mondo reale e non sull'ideologia. Ma "le nazioni musulmane – ha ribadito – dovranno assumersi l'onere". Non un impegno vago, il presidente americano ne ha delineati quattro molto concreti. Primo, "ogni paese della regione ha un dovere assoluto di assicurare che i terroristi non trovino alcun rifugio nel suo territorio". Secondo, "tagliare tutti i canali di finanziamento" che permettono all'Isis di vendere petrolio e pagare combattenti e rinforzi. Terzo, "affrontare sul serio la crisi di estremismo islamico e il terrorismo islamico di ogni genere. Il che vuol dire – ha esplicitato Trump ai suoi interlocutori arabi – schierarsi insieme contro l'assassinio di musulmani innocenti, contro l'oppressione delle donne, la persecuzione degli ebrei e il massacro di cristiani". E' stato chiaro anche nel richiamare alle loro responsabilità i leader religiosi islamici, che devono dire in modo assolutamente chiaro ai fedeli: "Se scegliete il terrorismo, la vostra vita sarà vuota, sarà breve, ma soprattutto la vostra anima sarà condannata". Quarto, "promuovere le aspirazioni e i sogni di tutti i cittadini che vogliono una vita migliore, incluse le donne, i ragazzi e i seguaci di tutte le fedi". Trump ha quindi esortato i leader arabi a "fare della loro regione un luogo in cui ogni uomo e donna, a prescindere dalla fede o dall'etnia, possa vivere con dignità e speranza".

E Trump ha infine aperto il capitolo sul regime iraniano, che "offre ai terroristi rifugi sicuri, sostegno finanziario e status sociale", ed è "responsabile di così tanta instabilità nella regione. Dal Libano all'Iraq allo Yemen, Teheran finanzia, arma, addestra terroristi, milizie e altri gruppi estremisti... Per decenni, ha alimentato conflitti settari e terrorismo… Parla apertamente di sterminio, distruzione di Israele, morte all'America e rovina per molti dei leader e delle nazioni arabe". Ha quindi citato il caos in Siria, il sostegno ad Assad, l'uso di armi chimiche e la risposta americana. Senza dimenticare che il popolo iraniano è la prima vittima dei suoi leader e della loro "sconsiderata ricerca di conflitto e terrore". "Le nazioni responsabili – ha concluso Trump – devono lavorare insieme per porre fine alla crisi umanitaria in Siria, sradicare l'Isis e restaurare la stabilità nella regione" e "finché il regime iraniano non vorrà essere un partner per la pace, devono lavorare insieme per isolare l'Iran, impedirgli di finanziare il terrorismo e pregare perché il popolo iraniano abbia il giusto e legittimo governo che merita".

Tuesday, May 16, 2017

Chi ha pensato di cavalcare la tigre giustizialista, ora la tigre se lo sta sbranando...

Ormai siamo al cotto-e-mangiato. Intercettazioni anche recentissime finiscono sui giornali (e persino nelle librerie). La solita infamia, che inquieta ma non sorprende. Politicamente, la lezione da trarre è che chi ha pensato di cavalcare la tigre giustizialista, ora la tigre se lo sta sbranando... A inquietare e sorprendere è la risposta di Matteo Renzi su Facebook, che rivela come sia totalmente ostaggio della logica giustizialista, tanto da sentirsi in dovere di dare spiegazioni, riferire "i fatti", raccontare con dovizia di particolari la sua telefonata con il padre Tiziano, anziché limitarsi a denunciare la pubblicazione illegale di intercettazioni, la collusione stampa-procure, e da segretario del Pd agire politicamente perché questa schifezza contraria a qualsiasi idea di stato di diritto abbia fine.

Non solo Renzi appare ostaggio della logica giustizialista... uno crede a "Repubblica" più che al proprio padre solo se A) è un cretino; B) il proprio padre è un bugiardo seriale. Delle due l'una, non si scappa. In che mani siamo??

Thursday, May 11, 2017

Nessun "Bregret", non hanno cambiato idea

Ve la ricordate la narrazione tanto cara ai nostri mainstream media, e anche a Bruxelles, ripetuta allo sfinimento con la certezza di chi la sa lunga? I britannici si sarebbero molto presto pentiti della Brexit. Anche coloro che hanno votato "Leave" avrebbero voluto poter tornare indietro. Ebbene, secondo i sondaggi YouGov, per ora non è accaduto nulla di tutto questo. Non solo nessun "Bregret", chi ha votato Leave o Remain il 23 giugno 2016 è ancora convinto di aver votato correttamente. Ma una parte consistente di quanti votarono Remain oggi ritiene che il governo debba dare seguito alla volontà popolare. La Brexit quindi va attuata per il 69% dei britannici. E il 55% è d'accordo con la premier Theresa May, quando dice "no deal is better than a bad deal".
Dunque, siete proprio sicuri che stanno a Londra quelli che si illudono, quelli che vivono "in un'altra galassia"?

Se hanno scambiato la May per uno Tsipras, e gli inglesi per greci, direi che a "farsi illusioni" siano i burocrati di Bruxelles... Sono pericolosi per sé e per gli altri, cioè per noi.

Il presidente della Commissione europea Juncker avrebbe riferito di una cena "disastrosa" avuta con la premier britannica Theresa May. Dopo un'ora e mezza, avrebbe lasciato la tavola "dieci volte più scettico" sulle possibilità di arrivare ad un accordo sulla Brexit entro due anni. Ora, bisogna capire se questo prima o dopo le pinte di birra che si è scolato alla cena. E se era anche dieci volte più brillo del solito... A Juncker non dovrebbe essere consentito guidare un'auto, figuriamoci condurre dei negoziati...

Thursday, April 27, 2017

Primi 100 giorni

Primi 100 giorni. Sulla Siria e la Corea del Nord, Russia e Cina non sono mai state così sotto pressione, chiamate alle loro responsabilità da player globali come pretendono di essere considerate. Invece di subire il test di politica estera che i presidenti Usa si trovano a dover gestire nelle prime settimane di mandato, Trump l'ha imposto ai suoi avversari.

E ora, si prepara a lanciare sul fronte interno una riforma fiscale come non si vedeva dai tempi di Reagan, con un'aliquota sulle imprese che potrebbe scendere al 15%.

Suggerimento al "giornalista collettivo" italiano: occuparsi dei "cialtroni" di casa nostra che non mancano...

Wednesday, March 22, 2017

Trump e la sua squadra "sorvegliati" dall'amministrazione Obama, ma per sbaglio...

Pubblicato su L'Intraprendente

Boom! Le comunicazioni del team Trump, e presumibilmente dello stesso Trump, sono state intercettate da agenzie di intelligence durante l'amministrazione Obama. E' quanto risulta al presidente della Commissione Intelligence della Camera, Devin Nunes, che lo ha riferito alla stampa leggendo una dichiarazione. Ecco quanto risulta a Nunes.

1) Tale sorveglianza sarebbe stata "legalmente autorizzata", ma non nell'ambito dell'indagine dell'FBI sulle interferenze russe nelle elezioni, bensì sulla base di un mandato FISA (Foreign Intelligence Surveillance Act) evidentemente richiesto da altre agenzie di intelligence federali. Ne avevamo parlato qui un paio di settimane fa.

2) E' "possibile" che alcune delle comunicazioni dello stesso Trump siano state intercettate.

3) Le comunicazioni sarebbero state intercettate "accidentalmente" (ma "in numerose occasioni"), nel senso che Trump e i suoi collaboratori non sarebbero stati l'oggetto del mandato di sorveglianza. Il che può accadere quando una persona comunica con un obiettivo della sorveglianza FISA. In tali casi, l'identità dei cittadini americani coinvolti dovrebbe rimanere segreta, ma può essere rivelata da funzionari di intelligence in alcune circostanze... In questo caso è stata rivelata, e comunicata alla stampa (!), anche se...

4) Le informazioni raccolte durante il monitoraggio erano secondo Nunes di scarso, o nessun valore di intelligence, ma sono state "ampiamente disseminate nella comunità di intelligence". Si tratta di "molte informazioni sul presidente eletto, il suo transition team, e su cosa stavano facendo".

5) Oltre all'ex consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn, l'identità di altri membri del transition team intercettati è stata rivelata nei rapporti di intelligence.

Le informazioni raccolte da Nunes – pur avendo, per la carica che ricopre, una certa credibilità – andranno comunque confermate, ma tutto questo somiglia terribilmente a quanto denunciato dallo stesso Trump nei suoi tweet e a quanto avevamo ipotizzato un paio di settimane fa.

E se lo saranno, qualcuno dovrà spiegare chi ha richiesto il mandato FISA, nei confronti di quali agenti esteri, e per quali motivi. E soprattutto come è potuto accadere che le informazioni raccolte dalle comunicazioni del team Trump intercettate siano finite alla stampa anziché essere distrutte, se irrilevanti.

La cosa surreale di tutta questa vicenda, se confermata, è che si poteva in realtà desumere dalle decine di articoli pubblicati in questi mesi da NYT, WaPo e BBC, sui "contatti" tra il team Trump e la Russia. Certi "leaks" da loro riportati infatti non possono che essere il frutto di un'attività di sorveglianza. Che nelle "cuffie" delle agenzie federali guidate da Obama le comunicazioni di Trump e dei suoi collaboratori siano finite per caso, "accidentalmente", si può dubitare. Nel senso che con un po' di malizia si può sospettare che le finalità del mandato FISA siano state strumentalizzate per mettere sotto controllo il nuovo presidente e usare le informazioni raccolte per delegittimarlo, com'è poi avvenuto. Ma a questo punto poco importa, perché ammesso che tutto sia avvenuto legalmente e accidentalmente, la diffusione delle informazioni così raccolte prima all'intera comunità di intelligence e da qui alla stampa è sicuramente illegale e presenta tutti i caratteri di una cospirazione politica ai danni dell'amministrazione Trump a cui avrebbero partecipato figure di primo piano del sottogoverno di Obama.

Friday, March 10, 2017

Dal Russia-gate al Watergate di Obama

La storia che la Russia avrebbe "hackerato" le elezioni presidenziali per far vincere Trump, con la sua complicità, sta evaporando. Ciò che resta sono le trame di Obama contro il suo successore

Si tratta di un caso tipico di conseguenze non intenzionali. Continuare ad alimentare, a forza di leaks, il sospetto che Trump fosse in combutta con i russi per "hackerare" le elezioni presidenziali, senza poter ancora, dopo mesi, esibire una prova, porta prima o poi a chiedersi chi, perché e come ha raccolto tutte queste informazioni, che possono, appunto, alimentare un sospetto, ma non costituire una prova.

Allora la serie di tweet di Trump di sabato mattina sembra aver avuto l'effetto di un colpo d'avvertimento: attenzione, perché se questa campagna continua, qualcuno si dovrà assumere la responsabilità di un'indagine politicamente scandalosa, che non ha prodotto alcuna prova, e di fughe di notizie illegali. E così, improvvisamente, sono gli stessi media ad aver costruito quella narrazione, corredata di indagini e intercettazioni riferite da fonti di intelligence e governative, a chiedere a Trump "le prove" di qualcosa che viene scritto da settimane nei loro stessi resoconti (a meno che non siano disposti ad ammettere che si sono inventati tutto di sana pianta).

Per mesi, infatti, i grandi media e i Democratici hanno spacciato la storia che la Russia avrebbe "hackerato" le elezioni presidenziali. Una vera e propria "fake news", dal momento che il processo di voto è stato perfettamente regolare, nessuno lo ha manomesso. L'azione più rilevante attribuita al governo russo sarebbe stata l'hackeraggio degli account e-mail di alcuni esponenti del Partito democratico alcuni mesi prima del voto. All'interno di questa narrazione, è stata inserita quella secondo cui la campagna Trump era complice della Russia nell'"hackerare" le elezioni. Il tutto con l'evidente obiettivo di delegittimare l'esito del voto dell'8 novembre e bollare Trump come un usurpatore.

A sostegno di questa duplice narrazione, che oggi sta letteralmente evaporando, la presunta complicità di Trump nel presunto complotto della Russia per "truccare" le elezioni, per aiutarlo a vincere, giornali come il New York Times, con articoli come quello del 19 gennaio, hanno riportato dettagli di attività investigative di "counterintelligence" da parte dell'FBI e delle agenzie di intelligence, lasciando intendere che per il solo fatto che se ne siano occupate così intensamente ci dovessero essere serie ragioni per crederci. L'indagine, hanno riportato, è "ampia", include mandati FISA, "comunicazioni intercettate", in rapporti forniti dalla Casa Bianca. Per mesi, hanno suggestionato il loro pubblico con questa teoria cospiratoria.

Se a un certo punto, come osserva Andrew C. McCarthy su National Review, "prove convincenti di una collusione tra la campagna Trump e la Russia per rubare l'elezione non si materializzano, la questione molto più interessante diventa 'come il governo ha ottenuto tutte queste informazioni passate ai media per mettere in piedi questa storia?'. E la risposta più plausibile - osserva McCarthy - è che l'amministrazione Obama, tramite il Dipartimento di giustizia e l'FBI, stava investigando sui collaboratori del candidato alle presidenziali del partito di opposizione, e forse sul candidato stesso, durante la campagna. Come spiegare altrimenti tutti i dettagli di indagine, molti classificati, quindi diffusi illegalmente, passati alla stampa? In breve - conclude McCarthy - i media e i Democratici hanno giocato col fuoco per mesi. L'uso di risorse di sicurezza nazionale e della giustizia per condurre un'indagine sull'avversario politico durante una campagna elettorale è sempre stata una storia potenzialmente esplosiva. E a parti invertite, un'amministrazione repubblicana che avesse investigato su esponenti legati alla campagna di un candidato democratico, ci saremmo trovati nel mezzo di una copertura tipo Watergate 2.0".

Ora che la condotta dell'amministrazione Obama, e dell'ex presidente in persona, è stata chiamata in causa dai tweet del presidente Trump, pur non essendoci ragioni al momento per credere che sia stato personalmente intercettato, gli stessi media sembrano cadere dalle nuvole e battere in ritirata rispetto all'indagine che loro stessi hanno riportato a sostegno della teoria cospiratoria. Ma quale sorveglianza? Quale FISA? Quali intercettazioni? Che prove avete?

Ora che, improvvisamente, sembra quasi si voglia far credere che non ci sia stata alcuna reale indagine su Trump e la sua campagna, è ancora più evidente che non c'è alcuna reale prova di una collusione tra il neo presidente e la Russia, e che l'elezione non è stata "hackerata" dai russi. Si tratta di un'invenzione basata sul fiume di "leaks" arrivati selettivamente alla stampa dalla sorveglianza della campagna prima, e del transition team di Trump poi, da parte dell'amministrazione Obama.

La sinistra ha inventato il termine "fake news" per denunciare la propaganda e la disinformazione usate da Trump e dai populisti in generale, e ora il termine calza alla perfezione agli sforzi dei media di sinistra per delegittimare e demonizzare l'amministrazione Trump. "I media e i repubblicani anti-Trump - osserva Victor Davis Hanson su National Review - hanno denunciato come inappropriate ad un presidente le sconsiderate e puerili buffonate di Trump. Forse, ma possono aver dimenticato l'astuzia e l'istinto animale di Trump: ogni volta che Trump solleva impulsivamente questioni controverse in modo rozzo... il sistema mediatico insegue e conferma l'essenza degli allarmi altrimenti avventati di Trump. Stiamo imparando che Trump è impreciso e maldestro, ma spesso preveggente; i suoi avversari, di solito ponderati e precisi, ma in malafede".

Il paradosso da cui non si scappa è che le agenzie di intelligence e l'FBI dell'amministrazione Obama hanno indagato su Trump, i suoi collaboratori, il transition team, per i legami con la Russia, ricorrendo anche a intercettazioni, per motivi di sicurezza nazionale, senza trovare "evidence" di una collusione, mentre hanno deciso di non incriminare la candidata "amica" Hillary Clinton, pur essendoci prova di un comportamento illecito che ha messo certamente a rischio proprio la sicurezza nazionale, con probabilità altissima di hackeraggio di migliaia di email contenenti anche conversazioni e informazioni classificate, da parte di potenze straniere (Russia inclusa). E nonostante le "no evidence" del complotto Trump-Russia, i giornali hanno perseverato con la loro campagna proprio grazie allo stesso tipo di leaks che qui da noi condanniamo perché illegali (e perché oggi colpiscono Renzi e non più Berlusconi...).

Un altro paradosso riguarda i rapporti con la Russia. Per le sue aperture nei confronti di Mosca, per una normalizzazione dei rapporti, Trump è stato accusato di essere una marionetta di Putin. Bizzarro, dal momento che proprio Hillary Clinton per conto di Obama è andata a Mosca per premere il pulsante di "reset" nei rapporti fra le due potenze. Per non parlare dell'accantonamento dello scudo antimissile in Europa Orientale, del fuori-onda di Obama in cui raccomanda all'allora presidente russo Medvedev di riferire a "Vladimir" che dopo la rielezione del 2012 sarebbe stato ancora più "flessibile". E' lo stesso Obama che in campagna elettorale ridicolizzava gli avversari repubblicani, prima McCain poi Romney, perché consideravano la Russia il principale avversario degli Stati Uniti. Ed è durante gli otto anni di Obama che gli Stati Uniti non hanno praticamente reagito all'annessione della Crimea da parte russa e alla guerra per procura in Ucraina orientale. E ancora, che Mosca sta ottenendo successi militari e geopolitici impensabili in Medio Oriente, dalla Siria alla Libia. Al contrario, Trump ha in programma di incrementare la produzione petrolifera interna, aumentare la spesa militare e rinnovare l'arsenale nucleare, non esattamente dei "favori" alla Russia... Come ha osservato Walter Russell Mead, "se Trump è davvero una marionetta di Putin, la sua politica estera comincerà a somigliare molto più a quella di Obama".

Monday, March 06, 2017

Tutte le impronte di Obama sulla campagna di sabotaggio (e spionaggio?) ai danni dell'amministrazione Trump

Versione ridotta pubblicata su L'Intraprendente

Un caso politico gigantesco le cui prove sono fornite da settimane non dai tweet di Trump, ma dagli stessi grandi media che cavalcano il Russia-gate

Una premessa di contesto è d'obbligo per i lettori italiani: di inaudito e senza precedenti nelle prime settimane di presidenza Trump non sono i tweet del tycoon, o i contatti di alcuni membri del suo team con l'ambasciatore russo a Washington (a cosa dovrebbe servire un ambasciatore accreditato se non a tenere contatti politici in una capitale straniera?), ma gli sforzi del sottogoverno di Obama, e probabilmente dell'ex presidente in persona, per minare il cammino della nuova amministrazione e tentare addirittura di precostituire le basi legali per un eventuale impeachment del neo presidente. L'ultimo caso, che ha coinvolto l'Attorney General appena nominato Jeff Sessions, dimostra che contro l'amministrazione Trump è in corso una pura caccia alle streghe pianificata da uomini del sottogoverno di Obama, di sponda con la stampa amica, con metodi che a parti invertite si sarebbero definiti maccartisti. Che poi, se uno deve organizzarsi con il governo russo per influenzare le elezioni americane, incontrare nel proprio ufficio al Senato l'ambasciatore non è proprio una gran furbata per non essere scoperti...

Ma sono sempre più evidenti le impronte lasciate da Obama nei tentativi di vero e proprio sabotaggio e, forse, anche di spionaggio, ai danni di Trump. Solo sette giorni prima di andarsene, come riportato da Usa Today, l'allora presidente ha modificato la linea di successione al Dipartimento di giustizia in modo che un suo uomo si trovasse a supervisionare l'indagine sui legami Trump-Russia nel caso l'Attorney General Sessions fosse stato costretto a ricusarsi (come poi è avvenuto). E come riportato dal New York Times, solo 14 giorni prima di lasciare, Obama ha esteso i poteri della NSA per consentirle di condividere le "comunicazioni personali intercettate" con altre 16 agenzie federali prima di applicare le restrizioni previste dalla tutela della privacy, in modo che funzionari a lui fedeli ovunque nell'amministrazione potessero più facilmente avere accesso e passare alla stampa amica passaggi attentamente selezionati. Lo stesso NYT ha riportato che negli ultimissimi giorni di presidenza Obama alcuni funzionari della Casa Bianca si sono fatti in quattro per assicurarsi che le informazioni di intelligence sui legami Trump-Russia fossero preservate e diffuse il più possibile tra le agenzie governative, ad uso e consumo di eventuali ulteriori indagini e della stampa.

Ed è sempre il NYT a riportare, il giorno prima dell'insediamento di Trump, che FBI, CIA, NSA e unità crimini finanziari del Dipartimento del Tesoro stavano esaminando "comunicazioni intercettate e transazioni finanziarie nell'ambito di un'ampia indagine sui possibili legami" tra il team Trump e la Russia, pur "non avendo trovato alcuna prova conclusiva di illeciti". E attenzione, aggiungendo: "Un funzionario riferisce che i report dell'intelligence basati su alcune delle comunicazioni intercettate sono stati forniti dalla Casa Bianca". Boom! E' il NYT a scriverlo, non Trump nei suoi tweet. Quindi, o giornali come New York Times, Washington Post e Guardian in queste settimane hanno inventato bufale al solo scopo di infangare l'amministrazione Trump, oppure l'amministrazione Obama ha effettivamente spiato un avversario politico (la campagna Trump, il transition team, alcuni suoi collaboratori, o anche Trump in persona?) durante la campagna presidenziale e la Casa Bianca ne era a conoscenza.

Questa sì, è una condotta senza precedenti. Proviamo a immaginare cosa sarebbe accaduto se nel 2009 l'uscente George W. Bush avesse cercato di mettere i bastoni tra le ruote a Barack Obama. E avrebbe avuto qualche pretesto, visto che con lo stesso metro di giudizio usato oggi nei confronti di Trump, allora Obama avrebbe potuto essere accusato di connivenze con Mosca e Teheran per le sue dichiarate politiche di appeasement. Trump ha cercato fino all'ultimo di non polemizzare con il suo predecessore a cui, nonostante tutti i siluri provenienti da funzionari obamiani, ha sempre riservato parole di apprezzamento. Fino alla serie di tweet di sabato mattina, in cui ha denunciato che l'amministrazione Obama ha fatto mettere sotto controllo i suoi telefoni nel pieno della campagna elettorale, evocando un nuovo maccartisimo e un nuovo Watergate ai suoi danni.

Un'accusa "semplicemente falsa", ha replicato in una nota il portavoce di Obama Kevin Lewis: "Una regola ferrea dell'amministrazione Obama era che nessun funzionario della Casa Bianca interferisse con alcuna indagine indipendente condotta dal Dipartimento di giustizia. Come conseguenza di tale prassi, né il presidente Obama né alcun funzionario della Casa Bianca hanno mai ordinato intercettazioni su alcun cittadino americano". Una smentita che non smentisce la questione centrale. Qui il tema non è se Obama ha "ordinato" le intercettazioni, dal momento che non ne avrebbe avuto il potere, ma se il Dipartimento di giustizia di Obama, nell'ambito di una sua indagine, ha chiesto e ottenuto di poter intercettare Trump e/o membri del suo team nel pieno della campagna presidenziale e se il presidente o qualcuno del suo staff alla Casa Bianca sapeva e approvava. Possibile che un'iniziativa di tale gravità, fondata sul sospetto che un candidato alla presidenza e i suoi collaboratori fossero agenti russi, sia stata presa senza una consultazione tra Dipartimento di giustizia e Casa Bianca?

Anche la smentita dell'ex direttore dell'intelligence nazionale James Clapper si riferisce solo alla lettera dei tweet del presidente Trump. Ma se, per esempio, le comunicazioni di tre suoi stretti collaboratori fossero state intercettate sulla base di un mandato FISA, sia l'accusa di Trump sia le smentite sarebbero "vere" - la prima nella sostanza, le seconde nella forma. Tecnicamente le utenze personali di Trump non sarebbero state messe sotto controllo, tuttavia ore e ore di sue conversazioni con i suoi principali collaboratori nel pieno della campagna, dunque politicamente rilevanti, sarebbero finite "accidentalmente" nella rete delle intercettazioni, quindi nella disponibilità del Dipartimento di giustizia del governo Obama guidato da Loretta Lynch, che a causa di un imprudente incontro con Bill Clinton è stata costretta a ricusarsi dall'inchiesta sull'emailgate che ha coinvolto Hillary durante tutto il 2016. Insomma, chiedendo e ottenendo un tale mandato il Dipartimento di giustizia di Obama avrebbe messo nel conto di intercettare massivamente anche il candidato alle presidenziali Trump (senza che il presidente fosse almeno avvertito?). Non sarebbe emerso nulla di illegale, ma sempre "accidentalmente", guarda caso, solo alcune settimane dopo queste intercettazioni hanno generato una gran quantità di fughe di notizie che stanno alimentando la campagna giornalistica contro il presidente Trump basata sul sospetto che sia una marionetta di Putin.

A questo punto, come è stato fatto per l'emailgate di Hillary Clinton prima del voto, l'FBI dovrebbe chiarire se queste intercettazioni esistono, chi le ha chieste e autorizzate, nei confronti di chi e se, e quando, il presidente Obama o qualcuno nello staff della Casa Bianca ne è venuto a conoscenza. Se l'esistenza di queste intercettazioni venisse confermata, resterebbe comunque improbabile che il presidente Obama abbia agito illegalmente, ma si aprirebbe un caso politico gigantesco. Un'amministrazione uscente che in piena campagna elettorale fa spiare un avversario politico in corsa per la presidenza e il suo team sulla base dell'azzardato sospetto dell'esistenza di un complotto per influenzare le elezioni con l'aiuto di una potenza straniera, la Russia, la cui azione più rilevante sarebbe stata l'hackeraggio delle e-mail del Comitato elettorale democratico. Una connivenza Trump-Mosca su cui tra l'altro mesi di indagine non hanno prodotto lo straccio di una prova (è lo stesso NYT a dover concludere: "No evidence of such cooperation"), se non qualche innocente, e forse inopportuno contatto con l'ambasciatore russo a Washington per instaurare migliori relazioni con la Russia in futuro.

Non è Trump, ma Obama, che prima della sua rielezione nel 2012 ha sussurrato all'orecchio dell'allora presidente russo Medvedev "tell Vladimir (Putin, ndr) that after the election I'll have more flexibility". E se il dimissionario consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, Michael Flynn, ha avuto colloqui con l'ambasciatore russo Kislyak prima dell'insediamento, durante la campagna per le presidenziali del 2008 Obama ha addirittura spedito un ambasciatore, William G. Miller, a Teheran per discutere con i leader iraniani della sua prossima apertura diplomatica.

Trump non ha rivelato la fonte delle sue accuse o citato prove, ha chiesto alle commissioni intelligence del Congresso di indagare se ci sia stato un abuso dei poteri dell'esecutivo nel 2016, ma vediamo cosa sarebbe potuto accadere secondo la ricostruzione di alcuni siti e le fughe di notizie riportate dagli stessi grandi media che da mesi stanno alimentando la campagna anti-Trump. Prima di giugno 2016 il Dipartimento di giustizia di Obama e l'FBI stavano considerando un'indagine penale nei confronti di collaboratori di Trump, e forse dello stesso Trump, basata sul sospetto di collegamenti illeciti con due banche russe. Anche se nulla di illegale o sospetto sarebbe emerso rispetto alla violazione di norme finanziarie, il Dipartimento di giustizia e l'FBI potrebbero aver deciso di continuare comunque a indagare, e di chiedere il permesso a intercettare, per motivi di sicurezza nazionale, in base al Foreign Intelligence Surveillance Act (FISA) del 1978, che consente al governo, se ottiene l'autorizzazione di una corte ad hoc, di mettere sotto sorveglianza le comunicazioni di quelli che ritiene essere "agenti di una potenza straniera" (un altro Paese o anche un'organizzazione terroristica). Come spiegato da Andrew C. McCarthy su National Review, un'intercettazione tradizionale in ambito penale richiede prove tali da ritenere fondata la commissione di un crimine, mentre in base al FISA solo la prova che l'oggetto dell'intercettazione sia un agente di una potenza straniera. Il procedimento per ottenere un mandato FISA è più complicato, passando per una catena di comando "più remota". In linea teorica, sarebbe più facile "fabbricare" la prova di un crimine per soddisfare il criterio del fondato motivo per una intercettazione tradizionale che la prova di una minaccia di sicurezza nazionale per ottenere un mandato FISA.

L'amministrazione Obama avrebbe quindi avanzato una prima richiesta, a giugno, di mandato FISA nella quale veniva fatto il nome di Trump, ma sarebbe stata respinta (evento molto raro). A ottobre il governo avrebbe presentato sempre alla corte FISA una nuova, più circoscritta richiesta, senza riferimenti a Trump ma ad alcuni suoi collaboratori, che stavolta sarebbe stata accolta, secondo quanto riportato anche dalla BBC. Se così fosse, il governo Obama avrebbe in modo pretestuoso usato i suoi poteri in materia di sicurezza nazionale per ottenere un mandato a monitorare le comunicazioni di Trump e dei suoi più stretti collaboratori dall'ultimo mese di campagna elettorale, traendo in qualche modo in inganno la corte FISA. L'esatto corso degli eventi ed eventuali responsabilità dovranno essere appurati da un'indagine, ma sarebbe uno scandalo politico enorme, tipo Watergate, se un'amministrazione uscente avesse cercato, e ottenuto, di mettere sotto sorveglianza per motivi di sicurezza nazionale un candidato alla presidenza del partito avversario (a meno che non fossero emerse prove evidenti che tale candidato fosse effettivamente al servizio di una potenza straniera). E per di più mentre il Dipartimento di giustizia della stessa amministrazione archiviava senza accuse il caso dell'emailgate a carico della candidata "amica" Hillary Clinton, nonostante prove significative di una condotta illecita che ha posto una seria minaccia proprio alla sicurezza nazionale.

Thursday, February 16, 2017

Chi ha ucciso il soldato Flynn

Pubblicato su L'Intraprendente

A Washington un gruppo di burocrati della sicurezza nazionale e di ex funzionari dell'amministrazione Obama sta passando alla stampa informazioni altamente sensibili per danneggiare il governo eletto. Non è una buona notizia per gli uomini liberi...

Tutto nasce dalla condotta senza precedenti dell'ex presidente Obama, che a pochissimi giorni dalla sua uscita dalla Casa Bianca e nell'indifferenza dei media plaudenti, piazza una serie di mine diplomatiche pronte a esplodere sul cammino della nuova amministrazione. E' tentando di disinnescare una di queste mine che il soldato Mike Flynn ha messo un piede in fallo ed è saltato in aria.

Con la scusa dell'hackeraggio del Comitato elettorale democratico durante la campagna elettorale, ad opera di hacker russi i cui collegamenti con il governo di Mosca somigliano tuttora a speculazioni, l'FBI e le agenzie di intelligence ancora controllate dal presidente Obama hanno cominciato ad indagare e a intercettare gli uomini della squadra di Trump a caccia delle prove di una presunta cospirazione per truccare le elezioni a suo vantaggio. Paranoia, o più probabilmente un'"arma di distrazione" dalle responsabilità, di Hillary Clinton e dello stesso Obama, nella bruciante sconfitta elettorale. Ma un'indagine ci poteva anche stare. Ancora oggi il New York Times, apprendendo dalle solite fonti di intelligence di "contatti" tra collaboratori di Trump e membri dell'intelligence russa, è costretto a riferire anche che in tutte le indagini non è emersa finora "alcuna prova di cooperazione" tra la campagna Trump e la Russia per influenzare le elezioni. Stop, dunque? No. Non trovando alcuna prova della combutta, si sono tenuti le trascrizioni per passarle selettivamente, e illegalmente, alla stampa ogni qual volta fosse possibile danneggiare l'amministrazione Trump, far fuori i suoi uomini e alimentare comunque il sospetto che la Russia lo abbia aiutato a "rubare" l'elezione alla Clinton.

Ed è quanto accaduto al consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn.

L'espulsione di 35 diplomatici russi decisa da Obama solo una ventina di giorni prima di lasciare la Casa Bianca, come ritorsione per l'hackeraggio del Comitato elettorale democratico, apre l'ennesimo fronte di tensione con Mosca che nei colloqui telefonici con l'ambasciatore russo a Washington Kislyak il prossimo consigliere per la sicurezza nazionale tenta - con successo, pare - di raffreddare. La sua colpa infatti sarebbe di aver convinto Putin a non reagire, coprendo così di ridicolo le misure di Obama. Cos'altro avrebbe dovuto fare? Lasciare che la frustrazione del presidente uscente minasse i tentativi della nuova amministrazione di migliorare i rapporti con Mosca? Ed è credibile che nessun esponente di nessuna amministrazione entrante abbia mai parlato con funzionari stranieri prima dell'insediamento, prefigurando la politica del nuovo corso? Flynn non ha commesso nulla di illegale. Le stesse fonti citate dai giornaloni Usa ammettono che sarebbe arduo intentare una causa contro Flynn, dal momento che in oltre due secoli nessuno è stato perseguito per la violazione del "Logan Act", la legge che vieta ai normali cittadini di interferire nei rapporti diplomatici.

Avrebbe discusso delle sanzioni, ma i termini in cui ne avrebbe discusso con l'ambasciatore russo sono ancora oscuri.
Flynn potrebbe essersi limitato a far notare a Kislyak che l'amministrazione Trump si sarebbe insediata di lì a poche settimane e avrebbe riesaminato la politica nei confronti della Russia, sanzioni comprese. Il che non sarebbe nulla di illegale né improprio, e spiegherebbe perché, essendo un'affermazione così ovvia, non abbia ritenuto di parlarne al vicepresidente. Ma la sola presenza del termine "sanzioni" nella trascrizione della telefonata avrebbe fornito il pretesto per la fuga di notizie ai suoi danni.

Cosa sta succedendo quindi a Washington? Che "un gruppo di burocrati della sicurezza nazionale e di ex funzionari del governo Obama - riassume Eli Lake su Bloomberg News - sta selettivamente passando alla stampa informazioni altamente sensibili per danneggiare il governo eletto". E "divulgare selettivamente dettagli di conversazioni private intercettate da FBI o NSA dà il potere di distruggere reputazioni sotto la copertura dell'anonimato. E' ciò che fanno gli stati di polizia". Ma evidentemente uno stato di polizia sembra a molti perfettamente accettabile, se serve ad abbattere Trump.

Se si trattava di un caso di intelligence, osserva sul NYPost John Podhoretz (tutt'altro che un fan di Trump, tanto meno di Flynn), "la fuga di notizie ha rivelato qualcosa ai russi che non dovremmo voler rivelare - ovvero che li stavamo ascoltando e in modo efficace". Se invece si trattava di un'indagine dell'FBI, allora "un principio cardine dell'applicazione della legge - che le prove acquisite nel corso di un'indagine devono essere tenute segrete per tutelare i diritti dei cittadini sotto indagine - è stato passato al tritatutto". E, aggiunge Podhoretz, se queste fughe di notizie non sono motivate da questioni di principio, ma dall'intenzione dei funzionari di queste agenzie di "far fuori un potenziale avversario", si tratterebbe di "un enorme abuso di potere".

Dunque, a prescindere dalla sua imprudenza, Flynn è stato vittima di un vero e proprio assassinio politico orchestrato da anonimi burocrati della comunità di intelligence. Il che dovrebbe far tremare chiunque abbia a cuore le sorti della democrazia americana. Che un'amministrazione sia oggetto di dossieraggio e fughe di notizie da parte delle sue stesse agenzie di intelligence è inquietante. Anche perché, per mero calcolo politico, non si esita a gettare benzina sul fuoco sui già difficili rapporti tra Stati Uniti (e loro alleati) e Russia.

"L'idea - osserva ancora Eli Lake - che funzionari Usa a cui sono affidati i nostri segreti più sensibili li rivelerebbero selettivamente pur di danneggiare la Casa Bianca dovrebbe allarmare tutti coloro che sono preoccupati per uno strisciante autoritarismo. Immaginate se intercettazioni di una chiamata tra il consigliere per la sicurezza nazionale entrante di Obama e il ministro degli affari esteri iraniano fossero trapelate alla stampa prima che avessero inizio i negoziati sul nucleare... Le grida di indignazione sarebbero assordanti".

Flynn ha pagato probabilmente anche le sue dure critiche alla comunità di intelligence, di cui sostiene una profonda riforma di sistema. Alla guida della Defense Intelligence Agency di Obama, rimosso perché sosteneva che non si combattesse abbastanza il terrorismo islamico, ha prodotto un rapporto che avvertiva come il caos in Siria avrebbe favorito la nascita dell'Isis, e denunciato incompetenze e fallimenti dell'intelligence. Elementi più che sufficienti per un movente... Probabile anche che più di qualcuno a Washington temesse le sue posizioni intransigenti sull'Iran e la sua totale contrarietà all'accordo con Teheran sul nucleare (che nasconde ancora non pochi lati oscuri...).

Con la sua uscita viene a mancare una delle poche figure con una visione strategica chiara. Viene scambiata per vicinanza, o addirittura complicità con Mosca l'ipotesi, tutta da verificare, dei russi come preziosi alleati nella guerra contro quelle che ritiene essere le principali minacce agli Stati Uniti e all'Occidente: il radicalismo islamico e l'Iran. Ma per Flynn, e lo ha scritto nero su bianco, la Russia di Putin resta un avversario strategico, che vede nell'Occidente, nella Nato e negli Stati Uniti bersagli da colpire o comunque da indebolire.

Thursday, December 15, 2016

20 gennaio, faster please!

Non ci mancherai Barack, sore loser in chief

Donald Trump non è ancora alla Casa Bianca e si sprecano su tv, radio e giornali preoccupate analisi sui favori che farà all'"amico" Putin... Nessun bilancio, invece, sugli otto anni di regali fatti da Obama e Hillary Clinton. Sul primo ci sono (per ora) solo parole, intenzioni al massimo. Dei secondi a parlare sono i fatti. Nessuna amministrazione americana ha fatto più di Obama per Russia e Iran. Durante i suoi mandati abbiamo visto i maggiori successi geopolitici (e militari) russi che si ricordino da decenni, dalla Crimea al Medio Oriente. E pensare che all'inizio proprio Obama e Hillary avevano perseguito con convinzione la politica del "reset" con Mosca, insultando McCain e Romney in campagna elettorale per il loro approccio più aggressivo verso i russi (da "relitti" della Guerra Fredda). Dunque, Obama dovrebbe essere il primo a tacere.

E forse, invece di prevedere il futuro, sarebbe più serio per il nostro giornalista collettivo cominciare dall'analisi del presente e del passato, perché non è detto che i danni di Obama e Clinton siano reversibili, ora, con un atteggiamento ostile verso Mosca.

La Russia è una nazione "più piccola e più debole di noi", "non produce nulla che la gente desideri", "non ha il potere di cambiarci, né di indebolirci". E' il sassolino che si è voluto togliere dalla scarpa il presidente uscente nella sua ultima conferenza stampa. Tutto vero, e dovrebbero ricordarselo i putiniani alle vongole. Peccato che le parole di Obama siano dettate da frustrazione e rosicamento, perché proprio da quelli lì - piccoli e deboli - si è fatto fregare su tutti i fronti per 8 (otto!) lunghi anni.

Eh già, quello di Obama è un brutto finale di partita. Dopo le iniziali frasi di circostanza, lui e i Dems stanno dando prova di essere i veri sore losers e "un-American".

Solo poche settimane fa Hillary Clinton e la sua campagna denunciavano Trump come "un-American" per aver detto che le elezioni potevano essere truccate. Ma ora che la Clinton ha perso, sono i suoi - in primis il capo della sua campagna John Podesta, con la sponda di alcune fonti della Cia di Obama, citate dal WashPo - a sostenere che le elezioni sono state davvero truccate, a vantaggio di Trump, niente meno che per opera del Cremlino... e cercano addirittura il colpo di mano (grandi elettori sotto assedio, alcuni minacciati di morte). Questo sì, è davvero "un-American".

E sarebbe un autogol, perché significherebbe ammettere che il presidente Obama e la Cia e tutte le altre agenzie governative non hanno saputo proteggere la democrazia americana dalle ingerenze di una potenza straniera sulle elezioni... Sarebbe la prima volta nella storia... Non so chi ne esca peggio, ma somiglierebbe più a un fallimento epocale di Obama e dei democratici (SE fosse vero).

Ci sarebbe da cominciare a capire il fenomeno Trump, a "studiare" le sue prime mosse, ma i media s'attaccano alla ridicola storia che la Russia ha "hackerato" le elezioni... E qui da noi ovviamente si banchetta con le bufale confezionate dai media liberal d'oltreoceano...
Want to recognize Russia as an enemy? Want Congress to do a thoroughgoing investigation of all its espionage and meddling in our country, including efforts to influence election outcomes? Want to hold Trump’s feet to the fire because you’re worried that he and some of his subordinates seem oddly well-disposed toward Putin, a murderous, anti-American dictator? By all means, let’s do it. It’s way past time.

But let’s not pretend the "Russia hacked the election" farce is anything other than what it is: a scheme by the Democrat-media complex to rationalize a do-over - to persuade the Electoral College that it is not bound by the election results. The spectacle we’re watching has nothing to do with Russia.

Tuesday, November 22, 2016

La "transizione" Trump: verso una presidenza pragmatica?

Pubblicato su Ofcs Report

I primi passi della "transizione" del presidente eletto suggeriscono determinazione e pragmatismo

La "transizione" del presidente eletto Donald Trump sarà anche nel caos, contraddistinta da scontri e tensioni, come è stato riportato anche in Italia, ma a due settimane dal voto cinque figure preminenti della nuova amministrazione sono già state scelte, mentre nel 2008, dopo lo stesso numero di giorni, Obama ne aveva annunciata una sola.

L'isteria dei media liberal americani (e non solo) per l'elezione di Trump si estende anche alla copertura della sua "transizione". E allora bastano dicerie e stereotipi per attribuire pesantissime etichette di razzismo e antisemitismo. Un anziano senatore bianco repubblicano dell'Alabama, Jeff Sessions, scelto come Attorney General (il ministro della giustizia), non può che essere razzista, anche se da procuratore ha portato avanti diversi casi per la "desegregazione" delle scuole, e ha chiesto e ottenuto la pena di morte per un leader del KKK. Da senatore Sessions ha votato per l'estensione del Civil Rights Act e per la conferma di Eric Holder come primo Attorney General di colore. E che dire delle foto che lo ritraggono mano nella mano con l'icona dei diritti civili John Lewis alla celebrazione del 50esimo anniversario della marcia di Selma?

Ma cerchiamo di capire quali indicazioni possiamo trarre sulle linee guida della presidenza Trump dai primi passi nella composizione della sua squadra di governo. Innanzitutto, la nomina a capo di gabinetto di Reince Priebus, presidente del Comitato nazionale repubblicano, quindi un uomo macchina del partito, e l'incontro con il candidato repubblicano alla Casa Bianca di quattro anni fa, Mitt Romney, nonostante prima e dopo le primarie avesse apertamente contrastato la sua candidatura, suggeriscono la volontà di Trump di lasciarsi alle spalle le vecchie ruggini, ricompattare il Partito repubblicano dopo le laceranti divisioni sul suo nome, nel superiore interesse di instaurare da subito se non un'amichevole almeno una leale collaborazione con i leader del partito che controlla entrambi i rami del Congresso. E' nell'interesse di tutti infatti che una tale "congiunzione astrale" (è molto raro negli Usa che la stessa parte politica abbia contemporaneamente il controllo di Casa Bianca, Camera e Senato) non venga sciupata. E Romney sarebbe addirittura tra i candidati in corsa per la poltrona di segretario di Stato, ovvero la più influente e prestigiosa, nonostante le sue posizioni sulla Russia non siano in sintonia con quelle di Trump. O forse proprio per questo, per avere con Putin un approccio "bastone e carota"?

Le scelte di Sessions, di cui abbiamo già parlato, come Attorney General, del deputato del Kansas Mike Pompeo come direttore della Cia e del generale Michael Flynn come consigliere per la sicurezza nazionale (l'unica nomina che non dovrà essere ratificata dal Senato) indicano la volontà di tirare dritto su due temi centrali in campagna elettorale: tolleranza zero verso l'immigrazione illegale e linea dura sulla sicurezza nazionale, in particolare sull'Islam radicale. In questi campi gli elettori avranno ciò per cui hanno votato. Non si tratta di tre outsider, di conigli estratti dal cilindro del tycoon newyorchese, ma di figure che vengono dal mondo della politica, che possono vantare eccellenti carriere professionali e politiche pre-Trump, e dal profilo ben preciso.

Pompeo è una figura di spicco della Commissione per l'intelligence della Camera dei deputati e protagonista della Commissione di inchiesta sulla gestione, da parte del Dipartimento di Stato allora guidato da Hillary Clinton, dell'attacco terroristico di Bengasi in cui perse la vita, tra gli altri, l'ambasciatore Stevens. Non vede l'ora di "smantellare" l'accordo sul nucleare iraniano e, come Flynn, è sostenitore della linea dura nei confronti dell'Islam radicale, dal quale chiede alla comunità musulmana americana di dissociarsi apertamente.

Il generale Flynn è stato il direttore della Defense Intelligence Agency di Obama, rimosso perché sosteneva che non si combattesse abbastanza il terrorismo islamico. Le sue tesi sono esposte in un libro scritto a quattro mani con lo storico Michael Ledeen ("Field of Fight)" e sollevano questioni che, a maggior ragione alla luce del nuovo inquilino alla Casa Bianca, noi europei non possiamo più ignorare. Innanzitutto, le premesse: un network di gruppi terroristici islamici è in ascesa, anche presso le comunità musulmane in Occidente. E gli Stati che in un modo o nell'altro li sostengono, o non li combattono, in funzione anti-occidentale, non sono pochi. Ma finora non siamo stati in grado né di contrastarli né di colpire chi li sostiene. Anche se i nostri leader dicono che stiamo vincendo, la verità è che stiamo perdendo. Per prima cosa, sostengono Flynn e Ledeen, bisogna riconoscere che siamo in guerra, una nuova guerra mondiale, e non continuare a negarla, chiudendo gli occhi dinanzi alla natura del nemico. Secondo: non basta "contenere" il nemico, dobbiamo avere un piano per vincere. E la vittoria passa tanto dalla distruzione militare dei gruppi terroristici quanto dallo sfidare i regimi che li supportano e dal contrastare culturalmente la loro ideologia (la "guerra delle idee"), abbandonando politically correct e complessi di islamofobia. E accusano Obama di aver fatto il contrario, lasciando un vuoto (fisico-militare e politico-ideologico) in cui il terrorismo ha potuto trovare spazi per crescere e rafforzarsi.

Con Pompeo alla guida della Cia e Flynn alla sicurezza nazionale temi quali il centro di detenzione di Guantanamo e le tecniche di interrogatorio "rafforzate" sembrano destinati a tornare d'attualità. Discutere di come ottenere il massimo di informazioni dai nemici catturati non può essere un tabù, nemmeno in Europa dopo la recente serie di attacchi subiti. E' politicamente "scomodo" e non privo di rischi avvicinarsi al confine con ciò che riteniamo tortura, ma la tesi di fondo è che bisogna abbandonare l'illusione di poter sconfiggere il nemico islamista "in punta di diritto", cioè con mezzi legali ordinari, gestendo terroristi disciplinati, indottrinati e addestrati militarmente con i guanti bianchi, le procedure e i tempi dei normali sistemi giudiziari. Quali informazioni stiamo ottenendo da Salah Abdeslam, che si sarebbe chiuso nel "mutismo", e da Moez Fezzani?

Nonostante Flynn sia dipinto come filorusso, nel libro scritto con Ledeen Iran e Russia compaiono in cima ai Paesi di cui non fidarsi: il primo come sponsor del terrorismo, il secondo come avversario strategico che vede nell'Occidente, nella Nato e negli Stati Uniti bersagli da colpire o comunque da indebolire.

E' ovviamente presto per parlare di una dottrina Trump in politica estera e per capire se i proclami della campagna elettorale si tradurranno in azioni conseguenti, ma forse possiamo almeno evitare di cadere nelle semplificazioni.

La posizione di Trump sulla Russia è stata banalizzata per attribuirgli un orientamento ideologicamente favorevole ai sistemi autoritari. In realtà, che si condivida o meno, una normalizzazione dei rapporti tra Washington e Mosca è auspicata da molti e autorevoli analisti americani e in molte capitali europee. Proposta persino da Barack Obama e Hillary Clinton all'inizio dei loro mandati (il pulsante di "reset"). Sulla base della considerazione che non c'è molto da guadagnare da uno scontro con Putin su fronti (come l'Ucraina) che i russi ritengono vitali e gli americani no. In Siria i danni provocati dalle incertezze e dal vuoto lasciato dall'amministrazione Obama, riempito dall'Isis e dalla Russia, sono ormai semplicemente irreparabili. Bisogna prenderne atto con pragmatismo e provare a trovare una soluzione riconoscendo il ruolo di Mosca.

Anche le etichette di isolazionista e protezionista attribuite a Trump potrebbero rivelarsi per lo meno esagerate. Giuste o sbagliate, Trump sembra indicare priorità di politica estera diverse e un cambio di approccio rispetto alla presidenza Obama. L'interesse americano in Medio Oriente non sta nelle primavere arabe e nel "nation-building", ma nel combattere l'Islam radicale. Aumentare la spesa militare, distruggere l'Isis, contenere l'Iran, contrastare la concorrenza sleale della Cina in campo commerciale e monetario, non sembrano propositi che implichino un disimpegno isolazionista, bensì un impegno e un "interventismo" su altri fronti e sulla base della realpolitik, quindi su presupposti molto lontani da quelli dell'interventismo liberal o della destra neocon.

Piuttosto che voler liquidare la Nato, sembra che dall'Alleanza atlantica Trump si aspetti una riconversione strategica sull'obiettivo di debellare la minaccia del terrorismo islamico. E le provocazioni sui contributi insufficienti in termini di spesa militare della maggior parte degli alleati riprende un tema reale (già sollevato tra l'altro anche dall'amministrazione Obama). La considerazione di Trump secondo cui per gli Stati Uniti sarebbe meglio se il Giappone potesse contare su propri armamenti nucleari anziché appaltare la sua sicurezza agli americani è stata letta come l'intenzione di abbandonare il principale alleato in Asia a se stesso di fronte a una Cina in ascesa, ma è lo stesso primo ministro giapponese Shinzo Abe (tra l'altro il primo leader straniero ad aver incontrato Trump) a voler rafforzare le capacità militari del suo Paese.

Piuttosto che mettere in discussione ideologicamente il libero commercio, Trump sembra convinto, a torto o a ragione lo vedremo, di poter negoziare accordi più vantaggiosi per gli americani, in termini di fabbriche e posti di lavoro. Riguardo il nuovo Nafta, i presidenti di Canada e Messico si sono già detti pronti a riaprire le trattative e potrebbe farne parte anche il Regno Unito post-Brexit, dando vita ad una grande area di libero scambio in quella che viene definita l'"Anglosfera". Si intravedono tra il neo presidente americano e la premier britannica Theresa May i presupposti e le circostanze "storiche" di un rapporto speciale, che nonostante le profonde differenze, non può non ricordare la sintonia ideale, strategica e umana tra Reagan e la Thatcher negli anni '80.

Saturday, November 12, 2016

C'è un po' di Reagan nella vittoria di Trump che ha riportato a casa i "Reagan Democrats"

Pubblicato su L'Intraprendente

Una delle certezze spacciate dai mainstream media americani (e copiate dai nostri anche al di qua dell'Atlantico) durante questa campagna per la Casa Bianca è che in ogni caso Trump avrebbe irrimediabilmente fatto a pezzi il Gop. Il suo populismo, le volgarità, l'impreparazione inconciliabili con la serietà e la rispettabilità dei candidati del partito. I suoi messaggi antitetici ai principi conservatori, e lui definito addirittura un pericoloso fascista. Molte le defezioni dell'establishment repubblicano, dai neoconservatori alla famiglia Bush. Tra gaffe e approssimazione, la sua campagna è stata ridicolizzata dai commentatori. Eppure, in poche ore quella che doveva essere una crisi esistenziale del Gop si è trasformata in una irresistibile ondata repubblicana.

Come è stato possibile? Innanzitutto, mettendo in secondo piano il problema del suo carattere, gli elettori repubblicani (al 90%) e la maggioranza del partito hanno riconosciuto che l'agenda Trump era essenzialmente conservatrice su quasi tutti i temi (immigrazione, tasse, law and order, aborto, secondo emendamento, Corte suprema, spesa militare, sanità, energia), discostandosi dalle posizioni tradizionali degli ultimi decenni solo su politica estera, commercio internazionale e Wall Street. I primi dati sui flussi elettorali mostrano che Trump ha conquistato una percentuale maggiore di voti rispetto a Romney nel 2012 tra gli elettori afroamericani, latini, asiatici, e anche tra le donne bianche, nonostante le sue uscite, bollate come razziste e sessiste, avrebbero dovuto danneggiarlo in modo irreparabile proprio presso questi gruppi di elettori. Dunque, si è rivelato "unamedicina piuttosto che un veleno" per il Gop.

Ma ciò che è stato più sottovalutato è lo straordinario valore aggiunto che Trump ha portato alla campagna con il suo appello ad un elettorato trasversale, in particolare alla working class bianca delusa, che ha gli ha permesso di strappare ai democratici gli stati della "Rust Belt", operazione non riuscita quattro anni prima a Mitt Romney e impensabile senza il coraggio di messaggi "eretici" rispetto alle tradizionali posizioni repubblicane sul commercio internazionale, sui posti di lavoro persi nell'industria e su Wall Street. Non si è verificato il pronosticato esodo di elettori repubblicani "never Trump" verso Hillary (solo il 7%). Al contrario, secondo gli exit poll della Cnn Trump ha conquistato il 9% del voto democratico.

E' così scandaloso alla luce di questi dati un paragone fra Donald Trump e Ronald Reagan? Anche Reagan nel 1980 ha vinto a sorpresa, ribaltando i pronostici della vigilia che vedevano favorito il democratico Carter. Anche Reagan era accusato dagli avversari e dai commentatori di essere rozzo, impreparato e pericoloso, nonostante fosse stato per due mandati governatore della California. Anche Reagan era un ex democratico ed era poco amato da importanti settori dell'establishment del partito che infatti contrastarono la sua candidatura. Sembrano fermarsi qui le analogie fra Trump e Reagan, ma in realtà ciò che più li avvicina, politicamente, è il voto dei "Reagan Democrats".

Grazie alla sua insistenza su un commercio internazionale che sia giusto oltre che libero, sul rispetto delle leggi sull'immigrazione, e alla promessa di riportare negli Usa i posti di lavoro persi a favore di Messico e Cina, Trump ha riportato a casa i "Reagan Democrats", vincendo i grandi stati (ex) industriali (Pennsylvania, Michigan, Wisconsin e Ohio), che tutti insieme non votavano per un presidente repubblicano dal 1984, cioè proprio l'anno della rielezione "landslide" di Ronald Reagan.

Chi sono i "Reagan Democrats"? Sono elettori della working class, bianchi non laureati, si definiscono cristiani ma distanti dalla destra religiosa. Elettori che avevano abbandonato il Partito democratico per votare Reagan nel 1980, e ancora di più nel 1984. Oggi sono in gran parte elettori indipendenti, che si sentono liberal sui temi sociali e conservatori in campo economico e fiscale. Trump ha conquistato il 48% dei loro voti contro il 42% della Clinton, secondo gli exit poll della Cnn, mentre il sondaggio finale IBD/TIPP attribuiva a Trump un vantaggio addirittura di 10 punti (48% a 38%) sulla Clinton negli stati del Midwest. E il Washington Post ha calcolato che su 700 contee che hanno votato per due volte Obama, un terzo (molte delle quali proprio nel Midwest) è passato a Trump. Tra gli elettori bianchi non laureati Trump ha prevalso di 41 punti percentuali, contro i 26 di Romney quattro anni prima. Nel 2012 Obama aveva vinto la rurale Monroe County, nella "coal belt" dell'Ohio, con 8 punti di vantaggio, ha ricordato Laura Meckler del WSJ, mentre Trump quest'anno l'ha fatta sua per 47 punti. Nella Luzerne County delle "tute blu", in Pennsylvania, Obama aveva prevalso di 5 punti, Trump l'ha vinta con 19 punti di distacco.

Insomma, con le sue incursioni a sinistra su industria e commercio Trump potrebbe aver ricostituito (o almeno posto le basi per ricostituire) la "Reagan Majority", la coalizione che ha garantito a Ronald Reagan due mandati, seguiti dal mandato di Bush senior.

La somma di elettori repubblicani, working class bianca e indipendenti ha portato il Gop alla conquista della Casa Bianca e alla conferma delle maggioranze sia alla Camera che al Senato per la prima volta dagli anni '20 del secolo scorso. Lungi dall'affondare il Partito repubblicano, pare che Trump l'abbia salvato. Difficile immaginare come un diverso candidato, che sarebbe rimasto nella "comfort zone" del partito, probabilmente scontrandosi con il problema della coperta troppo corta come Mitt Romney quattro anni prima, avrebbe potuto battere la Clinton e garantire ai Repubblicani una posizione più forte. Posizione di forza che ora rappresenta una grande opportunità. Sarebbe un errore imperdonabile sprecarla in guerre intestine e incomprensioni tra la presidenza e la leadership del partito che controlla Camera e Senato. Alcune iniziative chiave, come sanità e riforma fiscale, in grado di rilanciare l'economia, potrebbero consolidare il consenso e porre le basi per una più solida maggioranza nel Paese. Come Reagan, Trump verrà giudicato non sulle pretestuose polemiche della sinistra, ma sulla capacità di rendere l'America di nuovo grande.

Lo sconfitto innominabile: Barack H. Obama

Pubblicato su L'Intraprendente

L'esito delle elezioni presidenziali americane sembra mettere in discussione una granitica certezza della "narrazione" elettorale dei mainstream media: che la presidenza Obama sia stata una specie di età dell'oro e che la sconfitta di Hillary Clinton nella corsa alla Casa Bianca sia imputabile esclusivamente alla sua debolezza. Anzi, i "sore losers", i rosikoni della sinistra sono già all'opera, accusando della sconfitta, nell'ordine, il direttore dell'FBI Comey, Putin, WikiLeaks, l'ignoranza e il sessismo degli elettori e persino Lisa Simpson...

I media hanno raccontato queste elezioni come un referendum su Trump, enfatizzando le divisioni all'interno del Gop sulla sua candidatura con l'intento di danneggiarlo. E se invece l'8 novembre un referendum si fosse tenuto, ma su Barack Obama? "L'arma segreta di Trump? Obama", ha scritto Kimberly Strassel sul WSJ, un presidente che "ha imposto una legislazione impopolare e governato attraverso ordini esecutivi e una regolazione extralegale". Non lo ammetteranno mai giornali e tv mainstream, non solo americani, che in questi otto anni hanno riposto in cantina il loro spirito critico pur di celebrare la presidenza Obama come una serie di successi indiscutibili, sia in campo economico che in politica estera, ma alla vittoria di Trump potrebbe aver contribuito il ripudio da parte degli elettori dell'operato e delle politiche del presidente uscente.

Sollevare un simile interrogativo equivale a una lesa maestà. Eppure, la sua eredità non era forse "nelle urne", come lo stesso Obama aveva detto a settembre? Alla luce dei risultati, la principale eredità di Obama sembra essere il "tracollo del Partito democratico", ha scritto Rich Lowry sul NYPost. Alcuni dati. Il suo partito è uscito devastato dai suoi due mandati. Nel 2009, primo anno della presidenza Obama, i Democratici controllavano entrambi i rami del Congresso (con una quasi-supermaggioranza al Senato), e nel 2010 60 assemblee legislative statali su 99. Ben 29 governatori (contro 22) erano democratici. Già nel 2010 comincia a cambiare il vento: perdono il controllo della Camera e nel 2014 del Senato. Oggi sono solo 15 i governatori democratici (contro 34) e controllano 30 assemblee legislative statali. Nel 2017 i repubblicani potrebbero raggiungere il record di 34 stati sotto il loro controllo. Non succede dal 1922, sotto la presidenza di Warren Harding il cui slogan, guarda caso, era "America First". Tutta colpa di Hillary Clinton? O magari c'entra qualcosa l'inquilino della Casa Bianca?

Dopo che i suoi eccessi legislativi sono costati al partito le maggioranze al Congresso, Obama non ha battuto ciglio, è andato avanti per la sua strada a colpi di ordini esecutivi, soprattutto nella regolazione ambientale e l'immigrazione. Anche i dati economici parlano di una crescita striminzita (l'unico presidente Usa che non ha mai centrato il 3% di crescita in almeno un anno di mandato), di posti di lavoro insufficienti, sia per quantità che per qualità. E ancora, il fallimento dell'ObamaCare, dai costi insostenibili, 20 trilioni di dollari di debito pubblico, caos in Medio Oriente, la Russia di Putin che spadroneggia in Siria e ai confini dell'Europa, il reset con Mosca fallito, il discorso del Cairo, le "linee rosse" non mantenute, l'accordo sul nucleare iraniano, il sostegno al movimento "Black Lives Matter movement"...

Secondo lo storico Victor Davis Hanson, il Partito democratico che lascia Obama non è né un partito centrista né di coalizione, ma un partito "di sinistra radicale ed elite progressista". Non solo Obama ha lasciato ai democratici "detriti ideologici e politici", ma anche una coalizione elettorale fondata sulla sua personale carta d'identità, "non trasferibile" ad altri candidati. Non appena, infatti, i Democratici hanno basato la campagna elettorale sull'"agenda Obama" senza Obama come candidato, hanno fallito. Senza il suo carisma, senza l'appeal del primo presidente di colore, le sue posizioni di estrema sinistra sui temi sociali, la redistribuzione, l'immigrazione, la spesa pubblica condannano alla sconfitta qualsiasi candidato diverso da lui. Ed è ciò che è accaduto a Hillary, che a causa della sua impopolarità non avrebbe potuto correre sulle posizioni centriste che fecero la fortuna di suo marito Bill - probabilmente non avrebbe nemmeno ottenuto la nomination, pur avendo chance maggiori di arrivare alla Casa Bianca. Non ha potuto far altro che offrire un "terzo mandato" di Obama, ovvero il mantenimento dello status quo.

Al suo primo test su un altro candidato, la "coalizione Obama" (minoranze, millennials, ceti istruiti) si è sfaldata. La politica identitaria su cui Obama ha costruito i suoi successi, che punta a mobilitare le minoranze sulla base dell'identità di ciascuna di esse, si è dimostrata inutilizzabile da altri candidati. Ed era forse prevedibile che gli elettori delle minoranze che si erano mobilitati per Obama per il colore della sua pelle non si sarebbero così facilmente mobilitati per un'anziana donna bianca multimilionaria. Erano così convinti i Democratici che le tendenze demografiche gli avrebbero comunque garantito la vittoria, che hanno ignorato, se non allontanato o addirittura "provocato" la working-class bianca, che quindi si è rivolta altrove. Quanto più la Clinton giocava la carta della politica identitaria, tanto più perdeva terreno e regalava elettori a Trump. Il multiculturalismo non è più in cima all'agenda degli americani.