Ormai siamo al cotto-e-mangiato. Intercettazioni anche recentissime finiscono sui giornali (e persino nelle librerie). La solita infamia, che inquieta ma non sorprende. Politicamente, la lezione da trarre è che chi ha pensato di cavalcare la tigre giustizialista, ora la tigre se lo sta sbranando... A inquietare e sorprendere è la risposta di Matteo Renzi su Facebook, che rivela come sia totalmente ostaggio della logica giustizialista, tanto da sentirsi in dovere di dare spiegazioni, riferire "i fatti", raccontare con dovizia di particolari la sua telefonata con il padre Tiziano, anziché limitarsi a denunciare la pubblicazione illegale di intercettazioni, la collusione stampa-procure, e da segretario del Pd agire politicamente perché questa schifezza contraria a qualsiasi idea di stato di diritto abbia fine.
Non solo Renzi appare ostaggio della logica giustizialista... uno crede a "Repubblica" più che al proprio padre solo se A) è un cretino; B) il proprio padre è un bugiardo seriale. Delle due l'una, non si scappa. In che mani siamo??
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Tuesday, May 16, 2017
Thursday, August 30, 2012
La peste delle intercettazioni e le colpe del Colle
A questo punto tanto vale pubblicarle, tutte, maledette e subito. Anzi, le stampi direttamente la procura di Palermo le intercettazioni che riguardano il Capo dello stato. Di abuso in abuso, siamo giunti al culmine di questo vero e proprio bubbone che infetta le istituzioni e la politica. E accanto a pezzi di magistratura che agiscono come "servizi deviati", cioè deviando e sconfinando dai limiti che la Costituzione assegna al proprio ufficio per giocare un ruolo politico, si aggiunge una casta giornalistica che trasuda ipocrisia da tutti i pori (o quasi).
Oltre al danno dell'abuso, la beffa: è evidente, infatti, che queste intercettazioni girano, sono di dominio pubblico nelle redazioni dei più "autorevoli" quotidiani, nei cosiddetti ambienti "bene informati". Le conversazioni del presidente non dovevano essere ascoltate. E se ascoltate casualmente, non dovevano essere conservate, ma immediatamente distrutte. Questo sarà la Consulta a stabilirlo. Appurato che esistono, il latte è versato, ma è ancora peggio che da mesi se ne parli, che ci vengano costruite sopra campagne di stampa e difese d'ufficio, e che un centinaio di privilegiati – i quali evidentemente ne conoscono il contenuto – ne facciano l'uso che fa loro comodo, mentre gli italiani sono costretti a brancolare tra i sospetti incrociati. Anche nel dubbio che siano state acquisite, conservate e diffuse illegalmente, ci sarebbe qualcosa di nobile per un giornale nel pubblicarle integralmente, per mettere al corrente i suoi lettori e tutta l'opinione pubblica. Ma evocarle strumentalmente, usare ciò che si conosce non per informare, bensì per alimentare allusioni, sospetti, veleni, non si addice alla professione giornalistica. E' sciacallaggio sulla pelle delle istituzioni e alle spalle degli italiani.
(...)
Ha avuto ragione il presidente Napolitano ad investire del problema la Consulta, ma il suo intervento è tardivo rispetto alla gravità delle anomalie e limitato alla difesa delle prerogative della sua carica, mentre in questi anni altre istituzioni – Parlamento e governo – avrebbero meritato maggiore tutela dagli attacchi, spesso impropri e con mezzi illegittimi, da parte di alcune procure. Si può rimproverare a Napolitano di aver deliberatamente contribuito ad affossare un disegno di legge sulle intercettazioni e di non aver intrapreso – pur essendo al vertice dell'ordinamento giudiziario, come presidente del Csm – iniziative ben più incisive per vigilare sulla corretta applicazione della legge e sul corretto svolgimento delle loro funzioni da parte di alcuni settori della magistratura. Insomma, è spiacevole la sensazione che Napolitano si sia svegliato solo quando si è trovato lui stesso coinvolto nel circolo mediatico-giudiziario.
E ancor più grave sarebbe scoprire che confidava agli amici, in privato, di essere consapevole del ruolo indebitamente politico svolto da alcune procure e pm, senza però fare nulla, nell'ambito dei suoi poteri naturalmente, per porre fine a tali anomalie. È arrivato il momento per il presidente Napolitano di fare il presidente del Csm e di dar seguito con atti pubblici, formali, alle convinzioni espresse in privato.
La condizione di "ricatto" in cui si trova, d'altra parte, è nei fatti. Non una "ricattabilità" in senso stretto, ovviamente, ma certo l'esistenza stessa delle intercettazioni, e il fatto ormai appurato che in decine, se non in centinaia, ne conoscono seppure sommariamente il contenuto, espongono l'istituzione al rischio destabilizzazione e obiettivamente tolgono al presidente margini di manovra e serenità, dunque piena libertà, nell'esercizio delle sue funzioni. Si potrebbe pensare, per esempio, che non agisca – per quanto è nei suoi poteri – nei confronti delle anomalie che egli stesso vede nell'operato di parte della magistratura, per timore di subire altri attacchi. Va tenuto presente, comunque, che il problema delle intercettazioni non è solo legislativo, ma soprattutto disciplinare e di politica giudiziaria. Può essere in vigore la migliore legge, ma se non c'è alcun contrappeso istituzionale all'arbitrio dei magistrati nell'interpretarla a loro comodo, non servirà a nulla.
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Oltre al danno dell'abuso, la beffa: è evidente, infatti, che queste intercettazioni girano, sono di dominio pubblico nelle redazioni dei più "autorevoli" quotidiani, nei cosiddetti ambienti "bene informati". Le conversazioni del presidente non dovevano essere ascoltate. E se ascoltate casualmente, non dovevano essere conservate, ma immediatamente distrutte. Questo sarà la Consulta a stabilirlo. Appurato che esistono, il latte è versato, ma è ancora peggio che da mesi se ne parli, che ci vengano costruite sopra campagne di stampa e difese d'ufficio, e che un centinaio di privilegiati – i quali evidentemente ne conoscono il contenuto – ne facciano l'uso che fa loro comodo, mentre gli italiani sono costretti a brancolare tra i sospetti incrociati. Anche nel dubbio che siano state acquisite, conservate e diffuse illegalmente, ci sarebbe qualcosa di nobile per un giornale nel pubblicarle integralmente, per mettere al corrente i suoi lettori e tutta l'opinione pubblica. Ma evocarle strumentalmente, usare ciò che si conosce non per informare, bensì per alimentare allusioni, sospetti, veleni, non si addice alla professione giornalistica. E' sciacallaggio sulla pelle delle istituzioni e alle spalle degli italiani.
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Ha avuto ragione il presidente Napolitano ad investire del problema la Consulta, ma il suo intervento è tardivo rispetto alla gravità delle anomalie e limitato alla difesa delle prerogative della sua carica, mentre in questi anni altre istituzioni – Parlamento e governo – avrebbero meritato maggiore tutela dagli attacchi, spesso impropri e con mezzi illegittimi, da parte di alcune procure. Si può rimproverare a Napolitano di aver deliberatamente contribuito ad affossare un disegno di legge sulle intercettazioni e di non aver intrapreso – pur essendo al vertice dell'ordinamento giudiziario, come presidente del Csm – iniziative ben più incisive per vigilare sulla corretta applicazione della legge e sul corretto svolgimento delle loro funzioni da parte di alcuni settori della magistratura. Insomma, è spiacevole la sensazione che Napolitano si sia svegliato solo quando si è trovato lui stesso coinvolto nel circolo mediatico-giudiziario.
E ancor più grave sarebbe scoprire che confidava agli amici, in privato, di essere consapevole del ruolo indebitamente politico svolto da alcune procure e pm, senza però fare nulla, nell'ambito dei suoi poteri naturalmente, per porre fine a tali anomalie. È arrivato il momento per il presidente Napolitano di fare il presidente del Csm e di dar seguito con atti pubblici, formali, alle convinzioni espresse in privato.
La condizione di "ricatto" in cui si trova, d'altra parte, è nei fatti. Non una "ricattabilità" in senso stretto, ovviamente, ma certo l'esistenza stessa delle intercettazioni, e il fatto ormai appurato che in decine, se non in centinaia, ne conoscono seppure sommariamente il contenuto, espongono l'istituzione al rischio destabilizzazione e obiettivamente tolgono al presidente margini di manovra e serenità, dunque piena libertà, nell'esercizio delle sue funzioni. Si potrebbe pensare, per esempio, che non agisca – per quanto è nei suoi poteri – nei confronti delle anomalie che egli stesso vede nell'operato di parte della magistratura, per timore di subire altri attacchi. Va tenuto presente, comunque, che il problema delle intercettazioni non è solo legislativo, ma soprattutto disciplinare e di politica giudiziaria. Può essere in vigore la migliore legge, ma se non c'è alcun contrappeso istituzionale all'arbitrio dei magistrati nell'interpretarla a loro comodo, non servirà a nulla.
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Wednesday, July 18, 2012
Una Repubblica fondata sulle intercettazioni e sul cinismo
La legge sembra dare ragione al presidente e torto ai magistrati di Palermo. (...) Tuttavia, uno scivoloso margine di ambiguità rende non del tutto privo di insidie, per il presidente, il ricorso alla Consulta. Le intercettazioni che lo riguardano sono casuali e non penalmente rilevanti, quindi il dissidio è procedurale: i pm avrebbero dovuto chiederne immediatamente la distruzione al gup, come sostiene il Quirinale, oppure la loro irrilevanza dev'essere comunque valutata dalle parti in udienza (il che rappresenterebbe già una forma di utilizzo), e solo dopo, eventualmente, dev'esserne deliberata dal gup la distruzione? L'appiglio, evidentemente, è al diritto della difesa di venire a conoscenza di materiale che potrebbe essere utile a scagionare l'imputato.
Ma la questione è soprattutto politica: l'uso anche questa volta strumentale delle intercettazioni "indirette". Dalle dichiarazioni dei pm palermitani, e dagli articoli del Fatto Quotidiano, si ha la sensazione che restino nel cassetto, quindi potenzialmente agli atti, per tenere sulle spine il presidente, per alimentare una campagna di stampa volta a delegittimarlo, introducendo nell'opinione pubblica il sospetto che il Quirinale abbia in qualche modo esercitato pressioni sui magistrati impegnati nell'inchiesta sulla presunta trattativa Stato-mafia.
Strumentale però è anche la levata di scudi da parte dei grandi giornali (Corriere e la Repubblica). Per il presidente Napolitano vale il principio per cui è inaccettabile l'impoverimento delle prerogative dell'istituzione, mentre quando lo stesso uso delle intercettazioni "indirette" ha colpito i parlamentari, fino al capo del governo non solo è apparso accettabile l'attacco alle prerogative dell’istituzione – il Parlamento – ma quegli stessi giornali se ne sono cinicamente resi strumento e megafono. Allora c'era da abbattere Berlusconi e la sua maggioranza; oggi non sfugge che le intercettazioni nei cassetti dei pm di Palermo rischiano di indebolire il presidente Napolitano, e con lui l'operazione politica che ha portato Monti a Palazzo Chigi e l’ipotesi di un Monti-bis.
Più volte sono state platealmente violate anche le prerogative dei parlamentari con l'escamotage delle intercettazioni "indirette", per aggirare l'obbligo di richiedere l'autorizzazione della Camera di appartenenza (art. 68 Cost.), ma il Parlamento non è stato difeso (nemmeno dal presidente Napolitano oggi così solerte), né si è saputo difendere, quanto avrebbe dovuto.
Eppure, in due diverse sentenze della Consulta (2007 e 2010), rimaste di fatto inascoltate, si affronta proprio il tema della «surrettizia elusione» della garanzia costituzionale da parte dell’autorità giudiziaria, quando «attraverso la sottoposizione ad intercettazione di utenze telefoniche o luoghi appartenenti formalmente a terzi – ma che possono presumersi frequentati dal parlamentare – si intendano captare, in realtà, le comunicazioni di quest'ultimo». Se le intercettazioni appaiono in concreto finalizzate ad accedere nella sfera delle comunicazioni del parlamentare, magari perché – come è capitato – si mettono sotto controllo molti dei suoi contatti abituali, allora «l'intercettazione non autorizzata è illegittima, a prescindere dal fatto che il procedimento riguardi terzi o che le utenze sottoposte a controllo appartengano a terzi...». Insomma, le leggi e le sentenze parlano chiaro. Il problema è che vengono aggirate dai magistrati e il sistema giudiziario non è in grado di sanzionare debitamente gli abusi.
E' in gioco la questione se la nostra debba essere una Repubblica fondata sulle intercettazioni e sul sospetto. "Chi non ha nulla da nascondere non ha nulla da temere" dai metodi di indagine anche i più invasivi è il ricatto che ogni dittatura pone a giustificazione del suo regime poliziesco. Ed è l'argomento che sentiamo ripetere a difesa dell'uso delle intercettazioni.
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Ma la questione è soprattutto politica: l'uso anche questa volta strumentale delle intercettazioni "indirette". Dalle dichiarazioni dei pm palermitani, e dagli articoli del Fatto Quotidiano, si ha la sensazione che restino nel cassetto, quindi potenzialmente agli atti, per tenere sulle spine il presidente, per alimentare una campagna di stampa volta a delegittimarlo, introducendo nell'opinione pubblica il sospetto che il Quirinale abbia in qualche modo esercitato pressioni sui magistrati impegnati nell'inchiesta sulla presunta trattativa Stato-mafia.
Strumentale però è anche la levata di scudi da parte dei grandi giornali (Corriere e la Repubblica). Per il presidente Napolitano vale il principio per cui è inaccettabile l'impoverimento delle prerogative dell'istituzione, mentre quando lo stesso uso delle intercettazioni "indirette" ha colpito i parlamentari, fino al capo del governo non solo è apparso accettabile l'attacco alle prerogative dell’istituzione – il Parlamento – ma quegli stessi giornali se ne sono cinicamente resi strumento e megafono. Allora c'era da abbattere Berlusconi e la sua maggioranza; oggi non sfugge che le intercettazioni nei cassetti dei pm di Palermo rischiano di indebolire il presidente Napolitano, e con lui l'operazione politica che ha portato Monti a Palazzo Chigi e l’ipotesi di un Monti-bis.
Più volte sono state platealmente violate anche le prerogative dei parlamentari con l'escamotage delle intercettazioni "indirette", per aggirare l'obbligo di richiedere l'autorizzazione della Camera di appartenenza (art. 68 Cost.), ma il Parlamento non è stato difeso (nemmeno dal presidente Napolitano oggi così solerte), né si è saputo difendere, quanto avrebbe dovuto.
Eppure, in due diverse sentenze della Consulta (2007 e 2010), rimaste di fatto inascoltate, si affronta proprio il tema della «surrettizia elusione» della garanzia costituzionale da parte dell’autorità giudiziaria, quando «attraverso la sottoposizione ad intercettazione di utenze telefoniche o luoghi appartenenti formalmente a terzi – ma che possono presumersi frequentati dal parlamentare – si intendano captare, in realtà, le comunicazioni di quest'ultimo». Se le intercettazioni appaiono in concreto finalizzate ad accedere nella sfera delle comunicazioni del parlamentare, magari perché – come è capitato – si mettono sotto controllo molti dei suoi contatti abituali, allora «l'intercettazione non autorizzata è illegittima, a prescindere dal fatto che il procedimento riguardi terzi o che le utenze sottoposte a controllo appartengano a terzi...». Insomma, le leggi e le sentenze parlano chiaro. Il problema è che vengono aggirate dai magistrati e il sistema giudiziario non è in grado di sanzionare debitamente gli abusi.
E' in gioco la questione se la nostra debba essere una Repubblica fondata sulle intercettazioni e sul sospetto. "Chi non ha nulla da nascondere non ha nulla da temere" dai metodi di indagine anche i più invasivi è il ricatto che ogni dittatura pone a giustificazione del suo regime poliziesco. Ed è l'argomento che sentiamo ripetere a difesa dell'uso delle intercettazioni.
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Tuesday, July 17, 2012
Torna la tempesta d'agosto: un anno perso?
Altro che Moody's, è l'analisi dell'Fmi sulle prospettive dell'economia globale, dell'Eurozona, e sul rischio di Italia o Spagna di perdere l'accesso ai mercati, a far schizzare lo spread vicino ai 500 punti. L'istituto di Washington sollecita l'attivazione del meccanismo anti-spread, ma Palazzo Chigi fa sapere che al momento non c'è alcuna intenzione né necessità di ricorrervi, anche se non si può escludere per il futuro.
Oltre che sui giudizi delle agenzie di rating bisognerebbe indagare su ciò che ha spinto i grandi quotidiani italiani a presentare Monti come vincitore del vertice europeo del 29 giugno e la cancelliera Merkel come sconfitta. Come avevamo avvertito su queste pagine, la vittoria calcistica ci fu, ma sul piano politico si trattò di un pareggio, di un compromesso. I giornali che non perdono occasione per annunciare improbabili cedimenti tedeschi alla linea Monti sono puntualmente costretti a registrare con imbarazzata sorpresa le parole della Merkel, e a presentarle come "doccia fredda" o "frenata", ma in realtà la posizione di Berlino è sempre la stessa: anche il meccanismo anti-spread verrà attivato solo a precise condizioni (al pari degli altri aiuti) e per di più solo a settembre. Se il termine "troika" è troppo umiliante politicamente perché ricorda la Grecia, chiamatelo pure "paperino", ma la sostanza cambia davvero poco: non sarà né gratis né senza scrupolosi controlli. La Spagna ha ottenuto i fondi per ricapitalizzare le sue banche in cambio di una correzione dei conti da 65 miliardi. Allo stesso modo l’Italia di Monti sta "trattando" le condizioni per l'eventuale ricorso allo scudo anti-spread. In questa chiave vanno lette l'accelerazione sui tagli alla spesa (da 7-8 miliardi a 26 in due anni e mezzo) e le dismissioni per 15-20 miliardi l'anno, l'1% del Pil, annunciate dal neo ministro Grilli (perché solo ora?).
(...)
Monti, da parte sua, parlando di un «duro percorso di guerra», non escludendo il ricorso all'Esm e attaccando la «concertazione» causa di tutti i nostri mali, cerca di preparare gli italiani ad altri possibili shock. Insomma, la sensazione è che il governo si stia preparando alla tempesta di agosto, che potremmo dover affrontare senza lo scudo anti-spread (attivo solo da settembre). Dopo un anno, potremmo ritrovarci nell'identica drammatica situazione dell'estate scorsa. In attesa dello scudo, l'Italia potrebbe essere difesa da una ripresa del programma di acquisti della Bce, ma i 500 miliardi dell'Esm potrebbero comunque rivelarsi insufficienti rispetto agli oltre 400 miliardi da rifinanziare nei prossimi 12 mesi e potremmo quindi aver bisogno dell'intervento anche dell'Fmi.
Per questo dovremo farci trovare pronti a nuovi "compiti a casa", se vorremo evitare un sostanziale commissariamento. La ratifica del fiscal compact e l'approvazione della spending review entro la prima settimana di agosto potrebbero non bastare. Se era ben noto, come lo era, che il nostro vero punto debole rispetto agli altri è l'elevato stock di debito pubblico, perché in tutti questi mesi nessun governo - nemmeno quello tecnico - si è adoperato per abbatterlo subito di diversi punti di Pil? Oggi potrebbe essere troppo tardi.
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Oltre che sui giudizi delle agenzie di rating bisognerebbe indagare su ciò che ha spinto i grandi quotidiani italiani a presentare Monti come vincitore del vertice europeo del 29 giugno e la cancelliera Merkel come sconfitta. Come avevamo avvertito su queste pagine, la vittoria calcistica ci fu, ma sul piano politico si trattò di un pareggio, di un compromesso. I giornali che non perdono occasione per annunciare improbabili cedimenti tedeschi alla linea Monti sono puntualmente costretti a registrare con imbarazzata sorpresa le parole della Merkel, e a presentarle come "doccia fredda" o "frenata", ma in realtà la posizione di Berlino è sempre la stessa: anche il meccanismo anti-spread verrà attivato solo a precise condizioni (al pari degli altri aiuti) e per di più solo a settembre. Se il termine "troika" è troppo umiliante politicamente perché ricorda la Grecia, chiamatelo pure "paperino", ma la sostanza cambia davvero poco: non sarà né gratis né senza scrupolosi controlli. La Spagna ha ottenuto i fondi per ricapitalizzare le sue banche in cambio di una correzione dei conti da 65 miliardi. Allo stesso modo l’Italia di Monti sta "trattando" le condizioni per l'eventuale ricorso allo scudo anti-spread. In questa chiave vanno lette l'accelerazione sui tagli alla spesa (da 7-8 miliardi a 26 in due anni e mezzo) e le dismissioni per 15-20 miliardi l'anno, l'1% del Pil, annunciate dal neo ministro Grilli (perché solo ora?).
(...)
Monti, da parte sua, parlando di un «duro percorso di guerra», non escludendo il ricorso all'Esm e attaccando la «concertazione» causa di tutti i nostri mali, cerca di preparare gli italiani ad altri possibili shock. Insomma, la sensazione è che il governo si stia preparando alla tempesta di agosto, che potremmo dover affrontare senza lo scudo anti-spread (attivo solo da settembre). Dopo un anno, potremmo ritrovarci nell'identica drammatica situazione dell'estate scorsa. In attesa dello scudo, l'Italia potrebbe essere difesa da una ripresa del programma di acquisti della Bce, ma i 500 miliardi dell'Esm potrebbero comunque rivelarsi insufficienti rispetto agli oltre 400 miliardi da rifinanziare nei prossimi 12 mesi e potremmo quindi aver bisogno dell'intervento anche dell'Fmi.
Per questo dovremo farci trovare pronti a nuovi "compiti a casa", se vorremo evitare un sostanziale commissariamento. La ratifica del fiscal compact e l'approvazione della spending review entro la prima settimana di agosto potrebbero non bastare. Se era ben noto, come lo era, che il nostro vero punto debole rispetto agli altri è l'elevato stock di debito pubblico, perché in tutti questi mesi nessun governo - nemmeno quello tecnico - si è adoperato per abbatterlo subito di diversi punti di Pil? Oggi potrebbe essere troppo tardi.
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Tuesday, July 10, 2012
Né con Monti né con Squinzi
La dura polemica dello scorso week end tra Monti e Squinzi è uno specchio della farsa italiana, di cui i due si dimostrano interpreti all'altezza. Da una parte, abbiamo un numero uno di Confindustria che anziché difendere i primi, timidi tagli alla spesa pubblica, parla come il leader della Cgil. Peggio ancora, si contraddice pur di accattivarsi le simpatie di una platea di sindacalisti e della segretaria Camusso.
(...)
Nei "taglietti" della spending review non c'è affatto il rischio di una "macelleria sociale", semmai l'opposto, dello status quo, e nell'atteggiamento di Squinzi nei confronti della Cgil s'intravede la ricerca di un quieto vivere, di un modello consociativo tra Confindustria e sindacati i cui costi sociali e fiscali storicamente sono stati scaricati sulle spalle dei contribuenti.
Dall'altra, abbiamo un presidente del Consiglio insofferente alle critiche, soprattutto a quelle dei suoi colleghi economisti (come Alesina e Giavazzi) e a quelle confindustriali.
(...)
Come brucia a Monti che alla prova dei fatti le sue previsioni si stiano rivelando più da politico (quindi eccessivamente ottimistiche) che da economista! Nel documento governativo di economia e finanza, approvato non un secolo fa ma ad aprile, il Pil veniva stimato in calo dell'1,2%, mentre ormai appare sempre più chiaro che viaggia verso il -3%.
In teoria è un tecnico, ma alle critiche Monti mostra di reagire da puro politico, anzi da politicante. Sostenere che certe dichiarazioni «fanno aumentare lo spread e i tassi d'interesse» non solo è discutibile nel merito, ma significa bollare chiunque osi criticare l'operato del governo come traditore della patria, echeggiando lo storico motto fascista "Tacete! Il nemico vi ascolta". Esattamente lo stesso fallo di reazione che veniva rimproverato all'ex premier Berlusconi, quando puntava l'indice sull'opposizione e la stampa "anti-italiane". Con l'aggravante che Monti non viene provocato tutti i giorni da una campagna mediatico-giudiziaria senza scrupoli volta a demolire l'immagine del capo del governo e delle istituzioni. Al contrario, i grandi giornali fanno a gara per accorrere in suo aiuto. Però dovrebbero mettersi d'accordo con loro stessi: contro Berlusconi un diritto di critica da difendere, anche se dannoso per l'immagine del paese, e contro Monti un "fuoco amico" da condannare?
Qualsiasi alibi è buono per Monti: la scarsa credibilità dei meccanismi anti-crisi messi in campo dall'Eurozona; l'incertezza che avvertono i mercati riguardo gli scenari della politica italiana dopo le elezioni del 2013; le affermazioni «inappropriate» di alcuni paesi del Nord Europa (Finlandia e Olanda) che «hanno avuto l'effetto di ridurre la credibilità delle decisioni prese a Bruxelles»; e, ovviamente, le dichiarazioni come quelle di Squinzi nel dibattito interno. Tutto serve a spiegare il livello ancora troppo elevato, insostenibile, dello spread e dei tassi d'interesse, tranne l'azione di governo, tranne che forse l'Italia non ha ancora fatto i suoi "compiti a casa", nonostante i "tecnici" siano in carica ormai da 9 mesi.
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(...)
Nei "taglietti" della spending review non c'è affatto il rischio di una "macelleria sociale", semmai l'opposto, dello status quo, e nell'atteggiamento di Squinzi nei confronti della Cgil s'intravede la ricerca di un quieto vivere, di un modello consociativo tra Confindustria e sindacati i cui costi sociali e fiscali storicamente sono stati scaricati sulle spalle dei contribuenti.
Dall'altra, abbiamo un presidente del Consiglio insofferente alle critiche, soprattutto a quelle dei suoi colleghi economisti (come Alesina e Giavazzi) e a quelle confindustriali.
(...)
Come brucia a Monti che alla prova dei fatti le sue previsioni si stiano rivelando più da politico (quindi eccessivamente ottimistiche) che da economista! Nel documento governativo di economia e finanza, approvato non un secolo fa ma ad aprile, il Pil veniva stimato in calo dell'1,2%, mentre ormai appare sempre più chiaro che viaggia verso il -3%.
In teoria è un tecnico, ma alle critiche Monti mostra di reagire da puro politico, anzi da politicante. Sostenere che certe dichiarazioni «fanno aumentare lo spread e i tassi d'interesse» non solo è discutibile nel merito, ma significa bollare chiunque osi criticare l'operato del governo come traditore della patria, echeggiando lo storico motto fascista "Tacete! Il nemico vi ascolta". Esattamente lo stesso fallo di reazione che veniva rimproverato all'ex premier Berlusconi, quando puntava l'indice sull'opposizione e la stampa "anti-italiane". Con l'aggravante che Monti non viene provocato tutti i giorni da una campagna mediatico-giudiziaria senza scrupoli volta a demolire l'immagine del capo del governo e delle istituzioni. Al contrario, i grandi giornali fanno a gara per accorrere in suo aiuto. Però dovrebbero mettersi d'accordo con loro stessi: contro Berlusconi un diritto di critica da difendere, anche se dannoso per l'immagine del paese, e contro Monti un "fuoco amico" da condannare?
Qualsiasi alibi è buono per Monti: la scarsa credibilità dei meccanismi anti-crisi messi in campo dall'Eurozona; l'incertezza che avvertono i mercati riguardo gli scenari della politica italiana dopo le elezioni del 2013; le affermazioni «inappropriate» di alcuni paesi del Nord Europa (Finlandia e Olanda) che «hanno avuto l'effetto di ridurre la credibilità delle decisioni prese a Bruxelles»; e, ovviamente, le dichiarazioni come quelle di Squinzi nel dibattito interno. Tutto serve a spiegare il livello ancora troppo elevato, insostenibile, dello spread e dei tassi d'interesse, tranne l'azione di governo, tranne che forse l'Italia non ha ancora fatto i suoi "compiti a casa", nonostante i "tecnici" siano in carica ormai da 9 mesi.
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Monday, June 25, 2012
Basta buttarla in politica, almeno ad Euro2012 risparmiateci banalità antitedesche
Un popolo di santi, poeti, navigatori... e commissari tecnici. Si sa che quando gioca la Nazionale di calcio gli italiani si trasformano tutti in 60 milioni di Bearzot, Lippi o Prandelli. Chi scrive è fra questi e non se ne vergogna. A volte stucchevoli, noi ct da divano, eppure, durante questi Europei abbiamo assistito, soprattutto su Facebook e Twitter, a qualcosa di ancor più stucchevole. Migliaia di post e tweet di gente che approfittando del torneo fra nazioni ci voleva a tutti i costi far sapere la sua idea sulle colpe politiche della crisi. Ecco, dunque, le scontate battute, i doppi sensi, sempre i soliti, sull'"euro" e sul "rigore", ogni volta che scendevano in campo Grecia, Spagna, Italia e Germania. Editorialisti e direttori di prestigiosi quotidiani scatenati su twitter, e con sprezzo del ridicolo sulle loro testate, a tifare Grecia per far dispetto a quella "culona" della Merkel. Era importante che i PIGS, i paesi eurodeboli (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna), si dimostrassero i più bravi a giocare al calcio. Ma ammesso e non concesso che lo siano, che cosa può significare politicamente? Nulla. Battere la Germania in una partita di calcio può in qualche modo voler dire che i tedeschi hanno torto sull'austerity e che il modello greco, o quello spagnolo, o l'italiano sono politicamente vincenti e moralmente superiori? O è solo per ripicca, un'infantile forma di invidia? Calcisticamente la Grecia può anche suscitare una certa simpatia, ma politicamente la merita un paese che per anni ha barato sui conti pubblici, si è indebitato fino alla bancarotta, e ora pretende che gli altri paghino il conto?
Ora che l'Italia è in semifinale, vi prego, risparmiateci le battute in chiave anti-rigore e anti-Merkel sulla sfida con la Germania. Mille altri motivi di rivalità calcistica possono arricchire di fascino e ironia questa partita. E risparmiateci la retorica degli italiani che danno sempre il meglio nelle difficoltà. Forse nel calcio c'è del vero, se si esclude qualche magra figura. Di solito con le grandi vendiamo cara la pelle, subiamo il loro gioco ma spesso riusciamo a piazzare la zampata vincente, grazie ad un quid per loro inspiegabile e misterioso. Nel 2006, in piena "Calciopoli", vincemmo i Mondiali; in queste settimane giocatori come Buffon e Bonucci, sottoposti ad un'ingiusta gogna mediatica, stanno rispondendo da campioni sul campo. Ma in politica è tutt'altro che vero. Attraversiamo una durissima crisi del debito, e una recessione, in gran parte frutti avvelenati dei nostri vizi nazionali. Eppure, né il governo tecnico, né la classe politica, né i media, e temo nemmeno l'opinione pubblica, si sono ancora convinti della necessità di estirpare per sempre quei vizi. Sappiamo solo giocare allo scaricabarile, imputando la colpa delle nostre disgrazie ai cattivi tedeschi e all'euro. Pur con gli sfottò "nazionalisti", che una partita di calcio resti una partita di calcio. Vi prego basta con le metafore politiche, è più divertente sentirsi tutti allenatori per una sera.
Ora che l'Italia è in semifinale, vi prego, risparmiateci le battute in chiave anti-rigore e anti-Merkel sulla sfida con la Germania. Mille altri motivi di rivalità calcistica possono arricchire di fascino e ironia questa partita. E risparmiateci la retorica degli italiani che danno sempre il meglio nelle difficoltà. Forse nel calcio c'è del vero, se si esclude qualche magra figura. Di solito con le grandi vendiamo cara la pelle, subiamo il loro gioco ma spesso riusciamo a piazzare la zampata vincente, grazie ad un quid per loro inspiegabile e misterioso. Nel 2006, in piena "Calciopoli", vincemmo i Mondiali; in queste settimane giocatori come Buffon e Bonucci, sottoposti ad un'ingiusta gogna mediatica, stanno rispondendo da campioni sul campo. Ma in politica è tutt'altro che vero. Attraversiamo una durissima crisi del debito, e una recessione, in gran parte frutti avvelenati dei nostri vizi nazionali. Eppure, né il governo tecnico, né la classe politica, né i media, e temo nemmeno l'opinione pubblica, si sono ancora convinti della necessità di estirpare per sempre quei vizi. Sappiamo solo giocare allo scaricabarile, imputando la colpa delle nostre disgrazie ai cattivi tedeschi e all'euro. Pur con gli sfottò "nazionalisti", che una partita di calcio resti una partita di calcio. Vi prego basta con le metafore politiche, è più divertente sentirsi tutti allenatori per una sera.
Monday, May 14, 2012
Demagogia e nazionalismo alle vongole degli anti-Merkel nostrani
Scene di giubilo bipartisan in Italia per la sconfitta della CDU nel Nord Reno-Westfalia. Ovvio che esulti il Pd per l'affermazione dei socialisti, e della governatrice Hannelore Kraft, che vede come possibile Hollande tedesca, candidata anti-Merkel per il cancellierato. Ma l'esultanza nel Pdl? Anche i tedeschi (dopo francesi e greci) bocciano l'austerità della Merkel, è la lettura del voto prevalente sui giornali ("Crolla la Merkel, bocciata l'austerity", su la Repubblica), anche di centrodestra e non solo italiani (sì, di abbagli il FT ne ha presi eccome). Ma davvero i cittadini tedeschi del Nord Reno-Westfalia hanno usato il loro voto regionale per dire alla Merkel basta imporre rigore a Grecia, Italia, Spagna eccetera, il conto lo paghiamo noi per tutti?
Quanto meno improbabile. Hanno pesato innanzitutto i leader e i programmi locali. Il voto può certamente avere avuto un significato anche politico più generale, ma difficilmente può essere fatto passare, nel senso indicato dai nostri politicanti e commentatori, per una bocciatura della politica europea del duo Merkel-Schäuble, se addirittura l'80% dei tedeschi, risulta da un recente sondaggio, vorrebbe dire basta non all'austerità ma agli aiuti alla Grecia. L'SPD inoltre è senz'altro portatrice di istanze pro spesa pubblica, ma non sarebbe meno severa e occhiuta della Merkel sui bilanci dei partner Ue, tant'è vero che propone un comitato di controllo dei conti pubblici.
Avvalorare un presunto indebolimento della Merkel, descriverla come ormai accerchiata e sotto assedio, è però funzionale a legittimare e a dare forza alle richieste di revisione del fiscal compact. Fa comodo scaricare sugli altri le colpe della crisi: il debito pubblico è colpa degli evasori fiscali, lo spread degli speculatori, la recessione del rigore imposto da Berlino e dalla Bce, e così via. Ma se l'austerità ha avuto effetti recessivi, questi sono stati certamente aggravati dal ricorso quasi esclusivo ad aumenti di tasse anziché tagli alla spesa, e senza vere riforme. Una scelta squisitamente politica che non ci è stata imposta né da Berlino né dalla Bce, che anzi ci suggeriscono da anni l'opposto.
I tedeschi non sono dei liberisti "selvaggi", hanno uno stato sociale altamente sviluppato, elevati livelli di spesa e di tassazione, ma i conti sono abbastanza in ordine, sicuramente più dei nostri, e il debito non è esploso. Semplicemente non vogliono pagare il conto per le euro-cicale. Hanno sicuramente compiuto degli errori nella gestione della crisi greca, e difeso com'è naturale i loro interessi nazionali, ma non bisogna dimenticare che i primi colpevoli della crisi sono i Paesi che si sono indebitati (addirittura truccando i conti, come la Grecia) e che per dieci anni non hanno saputo approfittare dei bassi tassi di interesse per fare le riforme e ridurre il gap di competitività con la Germania. I Paesi che si indebitano si pongono loro stessi nella condizioni di essere "dominati" dai loro creditori (i mercati o chi poi dovrebbe correre a salvarli), come capiterebbe a chiunque.
Ora questi Paesi, tra cui l'Italia di Berlusconi-Monti, non essendo riusciti a realizzare le riforme per la crescita incolpano l'austerità tedesca perché spendere è l'unico modo in cui credono di poter tornare a crescere e chiedono di essere autorizzati a farlo. Contrapporre la crescita al rigore è la nuova arma retorica dei sostenitori della spesa. Ma la crescita è incompatibile con il rigore solo nella testa di chi è convinto che l'unico modo per crescere sia spendere denaro pubblico. Scaricare le colpe della crisi sul rigore, evocare la proverbiale "cattiveria" germanica, è pura demagogia e non aiuta a indirizzare il dibattito interno sulle scelte chiave in termini di spesa pubblica, tasse e lavoro.
E a quanto pare nemmeno trovarsi in compagnia di Hollande e di Obama (il presidente Usa, che per combattere la crisi ha aumentato il deficit federale, esorta l'Europa a seguire i suoi passi), contro una coalizione cristiano-liberale, risveglia qualcosa nel Pdl e nella stampa di centrodestra. Evidentemente era di stampo keynesiano, e non liberale, la critica prevalente nel partito al rigore tremontiano. Forse non si perdona alla Merkel di aver scaricato Berlusconi, e il tutto è condito con una sorta di nazionalismo alle vongole.
Quanto meno improbabile. Hanno pesato innanzitutto i leader e i programmi locali. Il voto può certamente avere avuto un significato anche politico più generale, ma difficilmente può essere fatto passare, nel senso indicato dai nostri politicanti e commentatori, per una bocciatura della politica europea del duo Merkel-Schäuble, se addirittura l'80% dei tedeschi, risulta da un recente sondaggio, vorrebbe dire basta non all'austerità ma agli aiuti alla Grecia. L'SPD inoltre è senz'altro portatrice di istanze pro spesa pubblica, ma non sarebbe meno severa e occhiuta della Merkel sui bilanci dei partner Ue, tant'è vero che propone un comitato di controllo dei conti pubblici.
Avvalorare un presunto indebolimento della Merkel, descriverla come ormai accerchiata e sotto assedio, è però funzionale a legittimare e a dare forza alle richieste di revisione del fiscal compact. Fa comodo scaricare sugli altri le colpe della crisi: il debito pubblico è colpa degli evasori fiscali, lo spread degli speculatori, la recessione del rigore imposto da Berlino e dalla Bce, e così via. Ma se l'austerità ha avuto effetti recessivi, questi sono stati certamente aggravati dal ricorso quasi esclusivo ad aumenti di tasse anziché tagli alla spesa, e senza vere riforme. Una scelta squisitamente politica che non ci è stata imposta né da Berlino né dalla Bce, che anzi ci suggeriscono da anni l'opposto.
I tedeschi non sono dei liberisti "selvaggi", hanno uno stato sociale altamente sviluppato, elevati livelli di spesa e di tassazione, ma i conti sono abbastanza in ordine, sicuramente più dei nostri, e il debito non è esploso. Semplicemente non vogliono pagare il conto per le euro-cicale. Hanno sicuramente compiuto degli errori nella gestione della crisi greca, e difeso com'è naturale i loro interessi nazionali, ma non bisogna dimenticare che i primi colpevoli della crisi sono i Paesi che si sono indebitati (addirittura truccando i conti, come la Grecia) e che per dieci anni non hanno saputo approfittare dei bassi tassi di interesse per fare le riforme e ridurre il gap di competitività con la Germania. I Paesi che si indebitano si pongono loro stessi nella condizioni di essere "dominati" dai loro creditori (i mercati o chi poi dovrebbe correre a salvarli), come capiterebbe a chiunque.
Ora questi Paesi, tra cui l'Italia di Berlusconi-Monti, non essendo riusciti a realizzare le riforme per la crescita incolpano l'austerità tedesca perché spendere è l'unico modo in cui credono di poter tornare a crescere e chiedono di essere autorizzati a farlo. Contrapporre la crescita al rigore è la nuova arma retorica dei sostenitori della spesa. Ma la crescita è incompatibile con il rigore solo nella testa di chi è convinto che l'unico modo per crescere sia spendere denaro pubblico. Scaricare le colpe della crisi sul rigore, evocare la proverbiale "cattiveria" germanica, è pura demagogia e non aiuta a indirizzare il dibattito interno sulle scelte chiave in termini di spesa pubblica, tasse e lavoro.
E a quanto pare nemmeno trovarsi in compagnia di Hollande e di Obama (il presidente Usa, che per combattere la crisi ha aumentato il deficit federale, esorta l'Europa a seguire i suoi passi), contro una coalizione cristiano-liberale, risveglia qualcosa nel Pdl e nella stampa di centrodestra. Evidentemente era di stampo keynesiano, e non liberale, la critica prevalente nel partito al rigore tremontiano. Forse non si perdona alla Merkel di aver scaricato Berlusconi, e il tutto è condito con una sorta di nazionalismo alle vongole.
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Sunday, March 18, 2012
Nessuno irrita Monti come Giavazzi
Anche per Francesco Giavazzi, a giudicare dal suo editoriale di ieri sul Corriere, il venir meno dell'urgenza per effetto del calo dello spread (determinato per lo più dagli interventi della Bce ma anche dalla fiducia dei mercati nel professor Monti) è un «fattore di rischio» e l'azione del governo dal dicembre scorso sembra aver perso incisività. Esattamente quanto si osservava qualche giorno fa su Notapolitica. Molto poi dipenderà dall'andamento del Pil, visto che il governo ha fondato i suoi programmi per il pareggio di bilancio sull'ipotesi che nel 2012 si contragga dell'1%, mentre sembra già ottimistico un -2%.
Ma soprattutto Giavazzi ha avvertito che «bruciata, purtroppo, la carta delle liberalizzazioni, rimane solo la riforma del mercato del lavoro» per convincere i mercati di un reale «cambio di passo» da parte dell'Italia e ha insinuato che alcuni «colleghi ministri» starebbero frenando la Fornero che invece «ha pronto un testo incisivo». Se avessero successo, conclude l'economista, il ministro «dovrebbe, con lo stile e la determinazione che la caratterizzano, abbandonarli al loro destino».
Fatto sta che Monti se l'è presa e non poco con il suo «amico Giavazzi» e dal palco di Confindustria si è lasciato andare ad una lunga polemica piena di pungenti ironie. Fosse stato Berlusconi a riservare una polemica e un'irrisione così dure ad un editoriale sì critico, ma rispettoso e non infondato nei confronti del governo?
«E' bene per noi governo sentire la frusta dell'impazienza intellettuale, ma è troppo comodo per noi se quella frusta perde un po' di autorità perché è imprecisa». E giù ad elencare le presunte imprecisioni: le «cose sbagliate che disorientano»; «inaccettabile» bollare il dl liberalizzazioni come una «carta bruciata»; lo stile e la determinazione riconosciuti alla Fornero «il punto più pregiato di tutto l'articolo»; «credo che il ministro non possa abbandonarci al nostro destino, anche perché martedì siederò al suo fianco per presiedere la riunione con le parti sociali».
I timori di Giavazzi in realtà sono più che fondati e la stizza ben dissimulata di Monti ci ricorda che anche al più tecnico dei tecnici viene da fare il politico quando viene criticato sulla stampa. Se non fosse per la sua oratoria sobria, elegante e ironica, per il suo aplomb, si direbbe che a Monti siano saltati i nervi. E quando era la sua, con i suoi cattedratici editoriali sul Corriere, «l'impazienza intellettuale»?
L'editoriale di Giavazzi è un altro sintomo che l'unanimismo intorno a Monti sta mostrando le prime crepe (dopo Garante privacy e Corte dei Conti)? Molto dipenderà dalla riforma del lavoro che riuscirà a varare. Dopo la quale, ha già annunciato il premier, si impegnerà in un «roadshow» all'estero per presentare agli investitori la maggiore «attrattività» italiana. Come c'eravamo chiesti in occasione delle sue visite alla City di Londra e a Wall Street, non è che Monti è il nostro miglior piazzista piuttosto che un riformatore?
P.S. la dice lunga sullo stato di rincoglionimento dell'informazione italiana il fatto che le agenzie di stampa, con i siti internet a ruota per molte ore, abbiano scambiato la lunga citazione dedicata da Monti all'editoriale di Giavazzi per parole e dichiarazioni dello stesso Monti.
Ma soprattutto Giavazzi ha avvertito che «bruciata, purtroppo, la carta delle liberalizzazioni, rimane solo la riforma del mercato del lavoro» per convincere i mercati di un reale «cambio di passo» da parte dell'Italia e ha insinuato che alcuni «colleghi ministri» starebbero frenando la Fornero che invece «ha pronto un testo incisivo». Se avessero successo, conclude l'economista, il ministro «dovrebbe, con lo stile e la determinazione che la caratterizzano, abbandonarli al loro destino».
Fatto sta che Monti se l'è presa e non poco con il suo «amico Giavazzi» e dal palco di Confindustria si è lasciato andare ad una lunga polemica piena di pungenti ironie. Fosse stato Berlusconi a riservare una polemica e un'irrisione così dure ad un editoriale sì critico, ma rispettoso e non infondato nei confronti del governo?
«E' bene per noi governo sentire la frusta dell'impazienza intellettuale, ma è troppo comodo per noi se quella frusta perde un po' di autorità perché è imprecisa». E giù ad elencare le presunte imprecisioni: le «cose sbagliate che disorientano»; «inaccettabile» bollare il dl liberalizzazioni come una «carta bruciata»; lo stile e la determinazione riconosciuti alla Fornero «il punto più pregiato di tutto l'articolo»; «credo che il ministro non possa abbandonarci al nostro destino, anche perché martedì siederò al suo fianco per presiedere la riunione con le parti sociali».
I timori di Giavazzi in realtà sono più che fondati e la stizza ben dissimulata di Monti ci ricorda che anche al più tecnico dei tecnici viene da fare il politico quando viene criticato sulla stampa. Se non fosse per la sua oratoria sobria, elegante e ironica, per il suo aplomb, si direbbe che a Monti siano saltati i nervi. E quando era la sua, con i suoi cattedratici editoriali sul Corriere, «l'impazienza intellettuale»?
L'editoriale di Giavazzi è un altro sintomo che l'unanimismo intorno a Monti sta mostrando le prime crepe (dopo Garante privacy e Corte dei Conti)? Molto dipenderà dalla riforma del lavoro che riuscirà a varare. Dopo la quale, ha già annunciato il premier, si impegnerà in un «roadshow» all'estero per presentare agli investitori la maggiore «attrattività» italiana. Come c'eravamo chiesti in occasione delle sue visite alla City di Londra e a Wall Street, non è che Monti è il nostro miglior piazzista piuttosto che un riformatore?
P.S. la dice lunga sullo stato di rincoglionimento dell'informazione italiana il fatto che le agenzie di stampa, con i siti internet a ruota per molte ore, abbiano scambiato la lunga citazione dedicata da Monti all'editoriale di Giavazzi per parole e dichiarazioni dello stesso Monti.
Thursday, January 05, 2012
Parassita o patriota?
Anche su Notapolitica
Dai controversi spot dell'Agenzia delle
Entrate alle martellanti campagne dei media mainstream – tra cui
purtroppo giornali e radio di Confindustria – contro l'evasione
fiscale si tende a dare troppo per scontato un assunto: che le tasse
sottratte al Fisco siano sic et simpliciter risorse sottratte
al Paese. Le interviste al direttore Attilio Befera sono un
condensato delle tipiche illusioni di onnipotenza statalista, dalle
quali deriva un sistema che prima stabilisce regole criminogene, cioè
che costringono tutti o quasi a ricorrere, o a inciampare, in piccole
grandi illegalità, e che poi pretende di perseguirle tutte.
Nell'articolo di Gramellini di ieri, su La Stampa, si
riconosce che gli italiani istintivamente avvertono lo Stato per
quello che è: un «vampiro arrogante» e una
burocrazia incapace di trasformare le tasse in servizi efficienti.
Nel manuale di educazione civica di Gramellini però, che per
fortuna gli italiani tengono impolverato sullo scaffale più
alto, c'è l'errore, anzi l'inganno concettuale che è
all'origine di tutti i mali nel difficile rapporto fra i cittadini e
lo Stato: «I cittadini sono lo Stato».
Si insinua continuamente – fin
dall'infanzia attraverso l'educazione scolastica e in età
adulta nel dibattito pubblico – questa equivalenza tra il Fisco,
cioè lo Stato, e il cosiddetto “Paese”, anzi addirittura
«i cittadini» secondo la versione Gramellini. Quando l'ho
letto mi è venuta in mente la copertina del Leviatano
di Hobbes, dove lo Stato è raffigurato come un gigante il cui
corpo è costituito da tanti piccoli omuncoli, i cittadini
appunto. Emblematico che le loro fattezze si perdano completamente
nella visione d'insieme dello Stato. Espressioni come “togliendo al
Fisco si toglie al Paese”, “i cittadini sono lo Stato”, “lo
Stato siamo noi”, ci portano dritti allo Stato etico nel senso
hegeliano del termine. Laddove lo Stato non è cosa buona e
giusta perché pensa al bene comune dei suoi cittadini, ma è
buono semplicemente perché è, è razionale perché
reale. Anzi, è il razionale nella sua forma assoluta. Insomma,
siamo all'anticamera del totalitarismo.
In una visione liberale c'è
differenza tra lo Stato, inteso come la pluralità delle
pubbliche amministrazioni, e il “Paese”. Lo Stato non siamo
“noi”. Lo Stato è un gruppo identificabile di persone, più
o meno rispettabili, chiamate – in democrazia legittimamente – ad
amministrare la cosa pubblica. Un gruppo di persone che può e
deve essere messo sul banco degli imputati dal momento in cui si
mangia la metà e oltre della ricchezza del Paese, non rispetta
il contratto con i cittadini e strangola le attività
economiche. Vedendo le cose da questa prospettiva, le tasse sono
ricchezza sottratta al Paese più di quanto lo sia l'evasione.
Un pensiero che deriva da importanti teorie politiche ed economiche e
condiviso da illustri studiosi.
In un'intervista al Corriere della
Sera nel 1994 il Nobel per l'economia Milton Friedman spiegava
come l'Italia avesse “retto” fino ad allora grazie alla ricchezza
sottratta alla voracità e all'inefficienza dello Stato:
«Guardi che l'Italia è molto più libera di quel che voi credete, grazie al mercato nero e all'evasione fiscale. Il mercato nero e l'evasione fiscale hanno salvato il vostro Paese, sottraendo ingenti capitali al controllo delle burocrazie statali. E per questo io ho più fiducia nell'Italia di quel che si possa avere dalle statistiche, che sono pessimiste. Il vostro mercato nero è un modello di efficienza. Il governo un modello di inefficienza. In certe situazioni un evasore è un patriota».
Mettiamoci d'accordo, dunque. La
situazione italiana è tale per cui un evasore oggi è
più un parassita o più un patriota? Nonostante l'enorme
ricchezza sottratta al Paese lo Stato offre servizi insoddisfacenti,
anzi spesso dannosi, e rischia di trascinarci nella sua bancarotta.
Questo dovrebbe essere il tema dibattuto fino alla noia in queste
settimane. Purtroppo invece le martellanti campagne anti-casta e
anti-evasione dei principali quotidiani italiani stanno funzionando
come armi di distrazione di massa. Ci accapigliamo su chi deve pagare
più tasse, su quali nuovi balzelli inventarci, l'opinione
pubblica sfoga la propria frustrazione e le proprie paure nella
caccia all'evasore (guarda caso sempre il vicino di casa), perdendo
di vista il vero problema, che è lo Stato. I suicidi degli
imprenditori sono una tragedia umana ma anche una denuncia politica
non violenta, eppure vengono commentati come se fossero dei fatti di
cronaca. In Italia di tasse e di fisco – non di crisi economica –
si muore.
Tuesday, January 03, 2012
Tirannia fiscale
Stamattina, quando ho letto sul Corriere della Sera il titolo dell'articolo di Dario Di Vico, ho davvero pensato/sperato che avesse usato un'espressione così forte («una vera campagna terroristica») per denunciare i livelli di pressione fiscale cui siamo arrivati e le armi di cui si è dotato il Fisco, che somiglia sempre più ad uno sceriffo di Nottingham e che fa più morti (per ora) degli anarchici. Invece no, si riferiva agli attentati contro Equitalia. Ho postato ugualmente la mia riflessione su Twitter (@jimmomo) e ne è nato un breve scambio di battute con Di Vico, che mi invitava a distinguere tra le bande armate e le policy sbagliate e a rileggere il suo fondo sul suicidio dell'imprenditore Schiavon.
Quando si tratta di buste esplosive o proiettili, la matrice anarchica, quindi eversiva, è indubbia. Non mi sorprenderei se invece dietro i diffusi atti, più simili al vandalismo, contro le sedi di Equitalia non vi fossero «bande armate», bensì gesti isolati dettati dall'esasperazione individuale. Ovviamente non sto giustificando alcun atto di violenza e intimidazione contro Equitalia. Tra l'altro, i mezzi sono patetici, perché oggi la tecnologia consente attacchi molto più efficaci, per bloccarne l'operatività, e "non violenti", senza nuocere all'incolumità di alcuno.
Semplicemente mi aspetterei dalla stampa articoli e denunce contro la tirannia fiscale in Italia, che sta strangolando l'economia ma anche distruggendo vite in carne e ossa. E che Equitalia non sia una società privata, ma statale, come si preoccupa di precisare oggi Di Vico, è un'aggravante certamente per gli attentatori, ma anche rispetto a certi suoi comportamenti persecutori. Un esempio illuminante della «campagna terroristica» del Fisco contro i cittadini è quanto avvenuto a Cortina fra il 30 e il 31 dicembre, quando 80 ispettori hanno rastrellato indiscriminatamente negozi e alberghi.
Un'azione più che altro dimostrativa, ma proprio per questo ancor più inquietante, perché rivela la natura ideologica ormai assunta dalla lotta all'evasione fiscale. Ieri, su Il Messaggero, usciva questa intervista ad Attilio Befera, direttore dell'Agenzia delle Entrate, il tipico delirio d'onnipotenza statalista, con tutti i presupposti dello Stato totalitario.
Dietro tutto questo si nasconde un inganno, e cioè che le tasse sottratte al Fisco siano sic et simpliciter risorse sottratte al Paese. Il che insinua un'equivalenza concettualmente sbagliata, inesistente, tra il Fisco, cioè lo Stato, e il cosiddetto "Paese", la comunità di uomini e donne che vivono sul territorio italiano. Le tasse sono ricchezza sottratta al Paese più di quanto lo sia l'evasione. C'è differenza tra lo Stato, inteso come la pluralità delle pubbliche amministrazioni, e il "Paese". Lo Stato non siamo "noi". Lo Stato è un gruppo identificabile di persone, più o meno rispettabili, chiamate - in democrazia legittimamente - ad amministrare la cosa pubblica. Un gruppo di persone che può e deve essere messo sul banco degli imputati dal momento in cui si mangia la metà e oltre della ricchezza del Paese, non rispetta il contratto con i cittadini e strangola le attività economiche.
Nonostante l'enorme ricchezza sottratta al Paese lo Stato offre servizi insoddisfacenti, anzi spesso dannosi, e rischia di trascinarci nella sua bancarotta. Questo dovrebbe essere il tema dibattuto fino alla noia in queste settimane. Purtroppo invece le martellanti campagne anti-casta e anti-evasione dei principali quotidiani italiani - anche di quelli della "borghesia" e del mondo produttivo - stanno funzionando come armi di distrazione di massa, come gazzette di Nottingham. Se nel primo articolo del 2012 Alesina e Giavazzi devono ripartire dall'abc - spiegando agli italiani che «demonizzare» la ricchezza è «pericoloso» - e se da almeno dieci anni scrivono le stesse cose e avanzano le stesse proposte, non è certo colpa loro. E' il segno dell'arretratezza italiana e del persistente analfabetismo economico degli italiani. Che vengono indotti ad accapigliarsi su chi deve pagare più tasse e su quali nuove tasse inventarci, a sfogarsi nella caccia all'evasore (guarda caso sempre il vicino di casa), e ad allontanarsi, invece, dal vero problema, che è lo Stato. I suicidi degli imprenditori sono una tragedia umana ma anche una denuncia politica non violenta, eppure vengono commentati come se fossero dei fatti di cronaca. In Italia di tasse e di fisco - non di crisi economica - si muore.
Quando si tratta di buste esplosive o proiettili, la matrice anarchica, quindi eversiva, è indubbia. Non mi sorprenderei se invece dietro i diffusi atti, più simili al vandalismo, contro le sedi di Equitalia non vi fossero «bande armate», bensì gesti isolati dettati dall'esasperazione individuale. Ovviamente non sto giustificando alcun atto di violenza e intimidazione contro Equitalia. Tra l'altro, i mezzi sono patetici, perché oggi la tecnologia consente attacchi molto più efficaci, per bloccarne l'operatività, e "non violenti", senza nuocere all'incolumità di alcuno.
Semplicemente mi aspetterei dalla stampa articoli e denunce contro la tirannia fiscale in Italia, che sta strangolando l'economia ma anche distruggendo vite in carne e ossa. E che Equitalia non sia una società privata, ma statale, come si preoccupa di precisare oggi Di Vico, è un'aggravante certamente per gli attentatori, ma anche rispetto a certi suoi comportamenti persecutori. Un esempio illuminante della «campagna terroristica» del Fisco contro i cittadini è quanto avvenuto a Cortina fra il 30 e il 31 dicembre, quando 80 ispettori hanno rastrellato indiscriminatamente negozi e alberghi.
Un'azione più che altro dimostrativa, ma proprio per questo ancor più inquietante, perché rivela la natura ideologica ormai assunta dalla lotta all'evasione fiscale. Ieri, su Il Messaggero, usciva questa intervista ad Attilio Befera, direttore dell'Agenzia delle Entrate, il tipico delirio d'onnipotenza statalista, con tutti i presupposti dello Stato totalitario.
Dietro tutto questo si nasconde un inganno, e cioè che le tasse sottratte al Fisco siano sic et simpliciter risorse sottratte al Paese. Il che insinua un'equivalenza concettualmente sbagliata, inesistente, tra il Fisco, cioè lo Stato, e il cosiddetto "Paese", la comunità di uomini e donne che vivono sul territorio italiano. Le tasse sono ricchezza sottratta al Paese più di quanto lo sia l'evasione. C'è differenza tra lo Stato, inteso come la pluralità delle pubbliche amministrazioni, e il "Paese". Lo Stato non siamo "noi". Lo Stato è un gruppo identificabile di persone, più o meno rispettabili, chiamate - in democrazia legittimamente - ad amministrare la cosa pubblica. Un gruppo di persone che può e deve essere messo sul banco degli imputati dal momento in cui si mangia la metà e oltre della ricchezza del Paese, non rispetta il contratto con i cittadini e strangola le attività economiche.
Nonostante l'enorme ricchezza sottratta al Paese lo Stato offre servizi insoddisfacenti, anzi spesso dannosi, e rischia di trascinarci nella sua bancarotta. Questo dovrebbe essere il tema dibattuto fino alla noia in queste settimane. Purtroppo invece le martellanti campagne anti-casta e anti-evasione dei principali quotidiani italiani - anche di quelli della "borghesia" e del mondo produttivo - stanno funzionando come armi di distrazione di massa, come gazzette di Nottingham. Se nel primo articolo del 2012 Alesina e Giavazzi devono ripartire dall'abc - spiegando agli italiani che «demonizzare» la ricchezza è «pericoloso» - e se da almeno dieci anni scrivono le stesse cose e avanzano le stesse proposte, non è certo colpa loro. E' il segno dell'arretratezza italiana e del persistente analfabetismo economico degli italiani. Che vengono indotti ad accapigliarsi su chi deve pagare più tasse e su quali nuove tasse inventarci, a sfogarsi nella caccia all'evasore (guarda caso sempre il vicino di casa), e ad allontanarsi, invece, dal vero problema, che è lo Stato. I suicidi degli imprenditori sono una tragedia umana ma anche una denuncia politica non violenta, eppure vengono commentati come se fossero dei fatti di cronaca. In Italia di tasse e di fisco - non di crisi economica - si muore.
Friday, November 25, 2011
Perché i tedeschi hanno ragione ma anche torto
Anche su NotapoliticaChissà se il presidente francese avrà ripensato all'infausta risatina di un paio di settimane fa, quando al vertice di ieri, a Strasburgo, ha scoperto di averci rimesso nell'avvicendamento tra Berlusconi e Monti. Nonostante stesse soffrendo un crollo verticale di credibilità, il Cavaliere era più incline ad associarsi al pressing francese sulla cancelliera tedesca affinché cadessero le resistenze di Berlino nei confronti di un mandato più ampio della Bce a difesa dei debiti sovrani in difficoltà. Invece che al centro di una triplice intesa, come mostrano le foto ufficiali, Sarkozy dev'essersi sentito stretto in una morsa. Monti infatti è apparso più in sintonia con Angela Merkel sul ruolo della Bce e sul fatto che sia prematuro parlare di Eurobond.
In Italia nel frattempo si allarga il fronte di coloro i quali puntano l'indice contro il presunto egoismo germanico, paventando addirittura una sorta di IV Reich, e invocano acquisti illimitati dei titoli di Stato in sofferenza da parte della Bce: dai giornali vicini al centrodestra, che in questo modo sfogano la loro nostalgia del governo Berlusconi, alla stampa mainstream e al mondo confindustriale, che invece hanno caldeggiato il governo tecnico. Deposto Berlusconi, si è visto che il fattore B. non valeva né 300 né 100 punti di spread e che la crisi del debito italiano è sì legata ad un nostro deficit di credibilità sistemica, ma anche indissolubilmente ad un complessivo disinvestimento dall'eurozona. Così gli stessi giornali che imputavano la crisi a Berlusconi hanno cominciato a biasimare Angela Merkel. Come si porranno nei confronti di un Monti filo-Merkel i grandi quotidiani che reclamano a gran voce una Bce "prestatore di ultima istanza"? Fossero coerenti con gli editoriali che mandano in stampa, dovremmo aspettarci una raffica di critiche all'indirizzo del professore, il quale - così pare al momento - non intende farsi portavoce di tali richieste. Al contrario, su questo punto sembra propenso ad allinearsi alle posizioni della cancelliera: prima una solida unione fiscale, che preveda sanzioni automatiche per chi sfora, solo dopo si potranno valutare con maggiore serenità altri strumenti.
Nei panni dei tedeschi bisogna mettersi eccome. Hanno ragione a temere di dover pagare i debiti contratti dalle irresponsabili cicale europee. E noi italiani siamo tra i primi a non poter parlare, avendo gettato al vento dieci anni di bassi tassi di interesse durante i quali non abbiamo né ridotto la spesa pubblica né realizzato le riforme per rilanciare la crescita. Cedendo alle sempre più numerose richieste di monetizzazione, in varie forme, dei debiti sovrani in difficoltà - a proposito, si tratterebbe né più né meno di un pluri-miliardario condono - non si esporrebbero solo al rischio, nel caso peggiore di default, di rimetterci di tasca propria, ma anche alla beffa: perché una volta venuto meno quel minimo di pressione dei mercati sotto forma di alti rendimenti, è probabile (come purtroppo la storia insegna) che i governi debitori ne approfittino per rilassarsi, affievolendo il loro rigore e rimandando ancora una volta l'adozione delle riforme strutturali necessarie per la crescita. E' quindi quanto meno ragionevole che prima di parlare di Eurobond e di Bce come la Fed (che tra l'altro non monetizza affatto i debiti dei singoli stati dell'Unione) i tedeschi pretendano l'armonizzazione delle politiche di bilancio, affinché tutti i membri dell'eurozona siano responsabili e nessuno possa godersela sulle spalle degli altri.
Ma i tedeschi hanno anche torto, perché ciò che i mercati stanno mettendo in crisi non sono solo singoli debiti sovrani fino a ieri sostenibili, come quello italiano, non solo l'indisciplina fiscale di alcuni Paesi. La sfiducia è nei confronti di una unione monetaria artificiosa, dai piedi d'argilla, e del modello socio-economico di un intero continente rispetto alle locomotive in altre aree del mondo. Un modello non più sostenibile - che consiste in alti livelli di spesa pubblica e di tassazione per finanziare uno stato sociale inefficiente e troppo generoso rispetto alla ricchezza prodotta - che neanche i tedeschi hanno cominciato ad abbandonare. E' fuor di dubbio che le loro politiche di bilancio siano più virtuose delle nostre e che negli anni 2000 non hanno perso tempo, attuando le riforme che hanno aumentato la produttività e la competitività della loro economia. Tuttavia, il loro debito pubblico ha superato l'80%, le prospettive di minore crescita (stime calate dal +1,9 al +0,8%) rendono più lento e difficoltoso il rientro dal deficit e i mercati cominciano ad accorgersi che se la Germania dovesse pagare il conto per tutti le sue finanze non giustificherebbero più rendimenti a livelli così ridicoli, praticamente vicini allo zero. Senza aprire, poi, il capitolo sul ruolo della Kreditanstalt für Wiederaufbaue, la Cdp tedesca, e della Bundesbank, che di fatto continua ad agire come prestatore di ultima istanza, quanto meno in via temporanea, nei confronti del debito tedesco, mentre si pretende di negare alla Bce tale ruolo. Ieri Monti, con il suo inappuntabile stile professorale, ha sì assicurato che l'Italia «farà i compiti a casa», ma anche puntigliosamente messo a verbale che furono francesi e tedeschi i primi, nel 2003, a derogare dai parametri del patto di stabilità (a proposito, chi ne lamentava la «stupidità»?). E tutti i Paesi europei, chi più chi meno (Italia e Germania meno), hanno alimentato il debito pubblico cercando di far uscire le loro economie dalla recessione con inutili spese keynesiane.
E' arrivato il momento per l'intera Europa di ripensare il proprio modello di sviluppo e rispetto a questa sfida nessuno può chiamarsi fuori, nemmeno i "rigorosi" tedeschi. Per fare un solo esempio, il ruolo della previdenza deve tornare in tutta Europa a ciò per cui era stata creata un secolo e mezzo fa: non per godersi il tempo libero in viaggi e partite a tennis, ma come sostentamento minimo negli anni della vecchiaia.
Thursday, October 27, 2011
Lettera dei sogni... o degli incubi?
Anche su notapolitica.itPremettendo che siamo ancora fermi alle parole da 17 anni, e che di impegni e intenti ne sono stati disattesi fin troppi, la lettera è comunque un documento ufficiale vistato dall'Ue, quindi va presa sul serio, innanzitutto per inchiodare il governo alle sue responsabilità. Prenderla sul serio significa certamente sottolineare ciò che manca, ma anche riconoscere ciò che c'è di coraggioso. E soprattutto la fine delle ipocrisie dei giornali e del doppio gioco da parte delle opposizioni, che devono dirci una volta per tutte come la pensano su ciascuna delle ricette suggerite dalla Bce ad agosto e delle misure richieste dall'Ue in questi giorni, a cui in gran parte la lettera tenta di andare incontro.
Perché non si può gridare al commissariamento dell'Italia e allo stesso tempo accusare il governo di inadempienza rispetto alle richieste dell'Ue. Come ha osservato ieri Matteo Renzi, in un'intervista al Sole24Ore, non si può «invocare l'Europa quando conviene e prenderne le distanze se propone riforme scomode». E poi, se siamo tutti d'accordo che quelle misure ci servono come il pane, allora la nostra sovranità è limitata non dall'Ue, ma dalla semplice realtà delle cose, il che non può che essere un bene. Non si possono evocare governi "tecnici" e poi sparare sulle misure che da sempre, con estrema chiarezza, i cosiddetti "tecnici" (Banca d'Italia e Bce in primis) suggeriscono. Si può sostenere che sia poco e tardi, o che ormai non sia credibile (critica da un punto di vista liberale) ma non anche gridare alla «macelleria sociale» (critica da sinistra). In breve, e mi riferisco al Pd, non si può far finta di giocare per due squadre: per la squadra dei modernizzatori che guarda all'Europa e ai mercati, ma anche per quella che nel 2007 abrogò lo scalone Maroni e oggi ritiene «fallimentari» le ricette della Bce.
In questo senso sono emblematiche, la dicono lunga sui giochetti della nostra stampa mainstream, le reazioni dei quotidiani che leggiamo oggi. Con la sola eccezione del Sole24Ore, si percepisce un senso di spiazzamento. La lettera del governo è forse meno di quanto sarebbe necessario, ma più concreta e puntuale di quanto ci si aspettasse. Dunque, il commento che va per la maggiore è sottolineare la debolezza del governo, che non ce la farà a realizzare quanto promesso. Può darsi, è persino probabile, ma da chi ha sempre sostenuto la necessità di «riforme strutturali» per la crescita, ci si aspetta che ora che sono nero su bianco, e nelle prossime settimane, che saranno al centro del dibattito politico, le sostenga con forza, con delle campagne di stampa. E invece, assisteremo ai soliti retroscena di palazzo e ai soliti dotti distinguo, mentre potranno agire industurbati, anzi amplificati, i soliti "veto players". Programma troppo ambizioso? Ma non si rimproverava al governo di non esserlo affatto?
Si tratterà pure di un «libro dei sogni», ma per prima cosa, per chiarezza e per onestà intellettuale, cominciamo a distinguere e a distinguerci tra chi ci vede dei "sogni" e chi degli "incubi". Perché qui i secondi tendono a fare i furbetti, a nascondersi dietro i primi. La Cgil almeno è stata chiara: «Misure da incubo». Bene, chi è d'accordo che si tratta di «incubi», o chi come Bersani parla di «minacce inaccettabili», non può presentarsi agli elettori come forza di governo ed "europea".
Nella lettera mancano del tutto interventi sulle pensioni d'anzianità, mentre su quelle di vecchiaia si ribadiscono gli effetti di allungamento dell'età pensionabile (67 anni nel 2026) derivanti dal meccanismo di aggancio alla speranza di vita già introdotto nel 2010. Coraggiosi invece, bisogna riconoscere, sono gli impegni su liberalizzazioni e dismissioni. Anche se soft, infatti, attaccano dei tabù e susciteranno resistenze formidabili, dentro e fuori il perimetro della politica. Nel complesso, un programma liberale come non si vedeva da tempo dalle parti del centrodestra, ma che molto, molto difficilmente potremo mai vedere nel centrosinistra. Il governo non avrà, come molti sostengono, Tremonti compreso pare, la maggioranza in Parlamento per realizzare queste misure? Possibile, e allora il governo andrà a casa. Su questa lettera Berlusconi dev'essere pronto a cadere. Almeno, però, sarà caduto sugli impegni assunti in sede Ue, su riforme finalizzate alla modernizzazione del Paese, che rappresentano una piattaforma programmatica chiara e concreta da cui ripartire, quanto meno la bozza di un profilo identitario che il centrodestra dovrà ritrovare.
Monday, September 05, 2011
De Brontoli
Grande mobilitazione facebookiana per la libertà di stampa, contro il «bavaglio» imposto dalla Cgil al solo Corriere della Sera, punito personalmente dalla segretaria generale Camusso per la sua linea nei confronti del grande sindacato. Solo ai poligrafici che stampano il Corriere infatti la Camusso non avrebbe concesso la deroga. Così almeno la racconta il direttore de Bortoli. Nessuna simpatia per lo sciopero della Cgil, ma mi riesce difficile credere che de Bortoli non abbia i mezzi per fare uscire ugualmente, in qualche modo, il giornale, almeno qualche copia simbolica. Magari, se proprio non si riesce con le maestranze presenti (che non saranno mica tutte della Cgil!), solo in pdf, come suggerisce il mio amico Salvio, scaricabile a tutti dal sito internet e sugli smartphone.
No, la sensazione è che de Bortoli non abbia gli attributi, che non abbia alcuna intenzione di ingaggiare una battaglia per la libertà che rivendica, né di inimicarsi il sindacato. Che preferisca quindi elemosinare un po' di solidarietà a buon mercato in nome della libertà di stampa. Diciamo che questi scioperi in cui gli "scioperati" (più che gli scioperanti) pretendono di impedire di lavorare anche a chi vorrebbe farlo, sono un tantino illiberali, ma che la libertà bisogna anche avere le palle per difenderla. Ma cosa volete, il caro de Bortoli se ne intende di terzismo, non di liberalismo.
No, la sensazione è che de Bortoli non abbia gli attributi, che non abbia alcuna intenzione di ingaggiare una battaglia per la libertà che rivendica, né di inimicarsi il sindacato. Che preferisca quindi elemosinare un po' di solidarietà a buon mercato in nome della libertà di stampa. Diciamo che questi scioperi in cui gli "scioperati" (più che gli scioperanti) pretendono di impedire di lavorare anche a chi vorrebbe farlo, sono un tantino illiberali, ma che la libertà bisogna anche avere le palle per difenderla. Ma cosa volete, il caro de Bortoli se ne intende di terzismo, non di liberalismo.
Wednesday, March 03, 2010
L'editoriale fantasma
Esce oggi l'editoriale di Ernesto Galli Della Loggia che probabilmente il direttore e gli editori del Corriere non avrebbero mai voluto mandare in stampa, almeno non nella versione che hanno alla fine dovuto pubblicare. E' probabile che nella notte tra lunedì e martedì non siano riusciti a bloccare in tempo la stampa dell'editoriale, che quindi compariva sul giornale di ieri ma solo su alcune copie, destinate ad alcune città estere e ai voli, o alle rassegne notturne delle prime pagine, come quella di SkyTg24. Ormai "sputtanato", l'editoriale non poteva che essere pubblicato nella versione ormai sfuggita.
Quali possono essere stati i motivi che hanno indotto il direttore, e probabilmente anche gli editori, a bloccarne la pubblicazione? E' noto che Galli Della Loggia, pur essendo culturalmente di destra, non è un fan di Berlusconi. Nell'editoriale l'attacco al premier (e al Pdl) è molto duro, più del solito, ma forse il passaggio che ha provocato tanto allarme è laddove Galli Della Loggia scrive che è «dalla famigerata notte di Casoria, che le maggiori insidie vengono a Berlusconi e al suo governo non già dall'opposizione ma proprio dalla sua stessa parte, se non addirittura dalle stesse cerchie a lui più vicine».
Una versione sui mandanti dei furiosi attacchi gossipari e mediatico-giudiziari di quest'ultimo anno - che andrebbero cercati all'interno della più stretta «cerchia» del premier - che evidentemente a Via Solferino non si vuole accreditare. Delle due l'una: o perché si ritiene questa versione del tutto infondata; oppure perché, essendo fondata, il Corriere ha interesse a che non sia rivelata. Decidete voi quale delle due ipotesi vi convince di più, o se ce n'è una terza.
Quali possono essere stati i motivi che hanno indotto il direttore, e probabilmente anche gli editori, a bloccarne la pubblicazione? E' noto che Galli Della Loggia, pur essendo culturalmente di destra, non è un fan di Berlusconi. Nell'editoriale l'attacco al premier (e al Pdl) è molto duro, più del solito, ma forse il passaggio che ha provocato tanto allarme è laddove Galli Della Loggia scrive che è «dalla famigerata notte di Casoria, che le maggiori insidie vengono a Berlusconi e al suo governo non già dall'opposizione ma proprio dalla sua stessa parte, se non addirittura dalle stesse cerchie a lui più vicine».
Una versione sui mandanti dei furiosi attacchi gossipari e mediatico-giudiziari di quest'ultimo anno - che andrebbero cercati all'interno della più stretta «cerchia» del premier - che evidentemente a Via Solferino non si vuole accreditare. Delle due l'una: o perché si ritiene questa versione del tutto infondata; oppure perché, essendo fondata, il Corriere ha interesse a che non sia rivelata. Decidete voi quale delle due ipotesi vi convince di più, o se ce n'è una terza.
Tuesday, December 22, 2009
Disinformatija all'opera su Napolitano
Ieri tutti i siti, le agenzie, e oggi sui giornali quirinalisti e notisti politici, a sbandierare il «pessimismo» del presidente Napolitano riguardo le riforme costituzionali, perché non ravvisa il giusto «clima» tra le forze politiche. Ebbene, oggi Napolitano è intervenuto smentendoli tutti: non avete capito un acca. Quando il presidente ha parlato di «clima non propizio» non si riferiva alle riforme, come ha chiarito oggi egli stesso, ma «mi riferivo in particolare alla situazione di deficit pubblico, perché è più difficile condividere le scelte per contenerlo che trovare intese sulle riforme». Quindi, ci ha pensato lo stesso Napolitano, stamattina, a definire il suo stato d'animo riguardo la possibilità che possa riprendere un percorso di riforme condivise in grado di dare risultati già nell'attuale legislatura. Smentendo le letture del suo discorso di ieri diffuse dalle principali agenzie e siti internet, e propagandate oggi dai giornali, il capo dello Stato si è detto «né ottimista né pessimista, ma ragionevolmente fiducioso». E ha chiarito anche lo stato dei suoi rapporti personali con Berlusconi: «Sono sempre stati buoni». In particolare, «mi ha fatto piacere che oggi mi abbia chiamato e che abbia apprezzato le linee generali del mio discorso», rivela riferendosi al colloquio telefonico avuto stamattina con il premier, nel corso del quale i due si sono scambiati, oltre che gli auguri natalizi, dei pareri sul discorso pronunciato ieri.
I giornali hanno come al solito tentato di "spingere" le loro interpretazioni interessate e frutto di pregiudizio. Ma evidentemente questa volta Napolitano ha ritenuto di dover intervenire per correggere le incaute analisi di chi ha parlato di «pessimismo» del Colle (Massimo Giannini, su la Repubblica), o di un «ultimo appello al premier» (Federico Geremicca, su La Stampa). Alla luce delle precisazioni di oggi, invece, più vicini al reale stato d'animo del presidente sono andati Stefano Folli sul Sole 24 Ore, che nel discorso di Napolitano di ieri ha visto «un messaggio di moderato ottimismo»; Massimo Franco, che sul Corriere della Sera ha parlato di un «realismo necessario» del Colle; e Paolo Cacace, che su Il Messaggero ha osservato come quello del capo dello Stato non sia certo «un facile e gratuito ottimismo», cogliendo nelle sue parole «un segnale di pace al Cavaliere».
Un caso esemplare di come da parte delle principali agenzie e siti internet, e di certi grandi giornali, si tenti ogni volta di dare in pasto all'opinione pubblica le loro letture deviate, persino delle parole del capo dello Stato, influenzando lo stesso dibattito politico.
I giornali hanno come al solito tentato di "spingere" le loro interpretazioni interessate e frutto di pregiudizio. Ma evidentemente questa volta Napolitano ha ritenuto di dover intervenire per correggere le incaute analisi di chi ha parlato di «pessimismo» del Colle (Massimo Giannini, su la Repubblica), o di un «ultimo appello al premier» (Federico Geremicca, su La Stampa). Alla luce delle precisazioni di oggi, invece, più vicini al reale stato d'animo del presidente sono andati Stefano Folli sul Sole 24 Ore, che nel discorso di Napolitano di ieri ha visto «un messaggio di moderato ottimismo»; Massimo Franco, che sul Corriere della Sera ha parlato di un «realismo necessario» del Colle; e Paolo Cacace, che su Il Messaggero ha osservato come quello del capo dello Stato non sia certo «un facile e gratuito ottimismo», cogliendo nelle sue parole «un segnale di pace al Cavaliere».
Un caso esemplare di come da parte delle principali agenzie e siti internet, e di certi grandi giornali, si tenti ogni volta di dare in pasto all'opinione pubblica le loro letture deviate, persino delle parole del capo dello Stato, influenzando lo stesso dibattito politico.
Friday, November 27, 2009
Napolitano argina la magistratura
Inutile girarci attorno. Per quanto i siti di Corriere e Repubblica (e domani vedremo anche sui giornali) cerchino di addolcire la pillola, evidenziando la parte generica dell'appello di Napolitano, laddove parla di fermare le tensioni tra istituzioni, il cuore politico del suo intervento è il fermo richiamo rivolto ai magistrati ad attenersi «rigorosamente» allo svolgimento delle loro funzioni. Evidente l'imbarazzo del segretario del Pd e della capogruppo al Senato, leader di un partito (lo stesso cui, per la sua storia personale, fa riferimento il presidente) che ieri, ancora una volta, ha aggredito il premier per le sue dichiarazioni offrendo una sponda politica agli sconfinamenti dei magistrati.Bersani ha letto nelle dichiarazioni del capo dello Stato un richiamo alla «centralità del Parlamento», «sede nella quale deve condursi un confronto trasparente e leggibile dai cittadini tra le diverse posizioni politiche sia in termini di riforme sia per quel che riguarda le grandi scelte economiche e sociali», mentre la Finocchiaro alla «responsabilità della politica». Entrambi nei loro commenti hanno volutamente evitato di prendere atto del richiamo ai magistrati. Ma il senso politico del messaggio del presidente è chiaro e inequivocabile. Non ha richiamato il governo, o la politica, a rispettare il lavoro dei magistrati. Al contrario, chiedendo a «tutte le parti», com'è naturale, uno «sforzo di autocontrollo», si è rivolto direttamente a «quanti appartengono alla istituzione preposta all'esercizio della giurisdizione», perché «si attengano rigorosamente allo svolgimento di tale funzione».
E non a caso il termine che ha usato è «funzione», a sottolineare che quella esercitata dalla magistratura è per la nostra Costituzione una «funzione» e non un potere. Ha difeso con forza dagli sconfinamenti di certi magistrati il governo che gode della fiducia della maggioranza del Parlamento («nulla può abbatterlo») e le prerogative delle Camere in una democrazia parlamentare (a loro spetta «definire i corretti equilibri tra politica e giustizia»). E il fatto che abbia citato non solo la fiducia del Parlamento al governo, ma anche la «coesione della coalizione che ha ottenuto dai cittadini-elettori il consenso necessario per governare», può significare che in caso di crisi il capo dello Stato intende tenere in massima considerazione il legame tra il governo e la coalizione uscita vincitrice dalle urne, in funzione anti-ribaltone.
Non si può ignorare che il tutto rappresenti un argine forte nei confronti della pretesa, da parte di alcuni settori della magistratura, di farsi "potere" anziché ordine dello Stato. L'ultima palese dimostrazione di tale tentazione si è avuta ieri sera, quando a caldo, dopo che le agenzie avevano da poco battuto alcune parti dell'intervento di Berlusconi alla direzione del Pdl, un consigliere togato del Consiglio superiore della magistratura in quota ad una corrente di sinistra, Mario Fresa, ha annunciato che avrebbe chiesto alla prima commissione del Csm di «acquisire» le ultime dichiarazioni del premier, «anche riportate attraverso gli organi di stampa», nell'ambito di una «pratica a tutela» dei pm di Milano e di Palermo già aperta. Dev'essere stata l'ultima goccia che ha indotto il presidente Napolitano a intervenire così energicamente.
Come ha spiegato Michele Saponara, infatti, consigliere laico del Csm, «minacciare a nome del Csm di "acquisire" le dichiarazioni, vere o presunte, fatte da un politico, da uno qualsiasi (e ancora peggio se fatte dal presidente del Consiglio e capo di una forza politica), in una sede di partito, significa far saltare ogni regola democratica. Significa mettere sotto "tutela giudiziaria" il bene più sacro di una nazione che è quello del dibattito politico, anche del più acceso». Le parole di Fresa sono «la plastica conferma che alcuni settori della magistratura sono fuori da ogni regola costituzionale» e che da ordine quale sono tentano invece di «farsi "potere" e contestare ogni giorno il potere assegnato dalla Costituzione alla politica».
Friday, October 30, 2009
La controproposta di Teheran è un sostanziale rifiuto
New York Times e Washington Post sono arrivati alle stesse conclusioni, ascoltando le loro fonti diplomatiche europee ed americane: l'Iran di fatto respinge il punto centrale della bozza preparata dall'Aiea, e ufficialmente approvata la settimana scorsa da Usa, Russia e Francia, per l'arricchimento dell'uranio iraniano all'estero. Un alto funzionario europeo definisce la risposta iraniana «sostanzialmente un rifiuto», spiegando al NYT che «il problema principale è che l'Iran non vuole esportare il suo uranio leggermente arricchito. Questo non è un dettaglio di secondaria importanza, questo è il nocciolo del problema».
Non è chiaro, però, se quella giunta ad El Baradei (pare oralmente) sia la risposta definitiva o una controproposta. Il direttore dell'Aiea avrebbe risposto all'ambasciatore iraniano all'Onu che la loro controproposta, così com'è strutturata, non verrebbe accettata da Russia, Francia e Usa, chiedendo ulteriori «chiarimenti» da parte di Teheran. Si attende una risposta formale, scritta, entro oggi, nella quale gli iraniani potrebbero ancora accettare la bozza prendendo atto dell'indisponibilità sulla loro controproposta.
Di fatto l'Iran al momento respinge l'idea di trasferire in blocco il 75% (circa 1.180 chilogrammi) del proprio uranio a basso arricchimento all'estero, una quantità che gli impedirebbe, per almeno un anno, di avere scorte sufficienti per produrre una bomba atomica. E la proposta dell'Aiea era finalizzata esattamente a dare alla diplomazia un anno di tempo per arrivare ad un più ampio accordo. Come avevamo anticipato ormai giorni fa, Teheran vorrebbe mantenere in ogni momento le attuali scorte di uranio a basso arricchimento, quindi acconsentirebbe a spedirle "a rate" per l'arricchimento all'estero, consegnando la successiva tranche solo dopo aver ricevuto, arricchito al 19,75%, l'uranio della spedizione precedente. Ma come osserva anche il WaPo, «it would mean its stockpile of enriched uranium would not be significantly reduced».
Quasi tutti i giornali italiani abboccano alle parole concilianti di Ahmadinejad («Siamo pronti a collaborare»), mentre solo il Corriere della Sera e il Giornale nei titoli avvertono che «non c'è intesa sulla bozza» e «l'imbroglio è dietro l'angolo».
UPDATE 18:34
Come quella consegnata da Teheran al direttore dell'Aiea, El Baradei, non era una risposta ma una controproposta e una richiesta di «ulteriori negoziati». Lo chiarisce l'agenzia Irna, citando fonti governative: «La Repubblica islamica non ha fatto altro che annunciare di avere un atteggiamento positivo sul negoziato, aggiungendo di essere pronta a colloqui che tengano conto di considerazioni tecniche e economiche su come fornire il combustibile necessario al reattore di Teheran». L'imbroglio continua... quanto ci metteranno a Washington a capirlo? A quanto pare di capire dalla dichiarazione del portavoce della Casa Bianca, Robert Gibbs, non hanno neanche i dettagli della risposta iraniana all'Aiea.
Non è chiaro, però, se quella giunta ad El Baradei (pare oralmente) sia la risposta definitiva o una controproposta. Il direttore dell'Aiea avrebbe risposto all'ambasciatore iraniano all'Onu che la loro controproposta, così com'è strutturata, non verrebbe accettata da Russia, Francia e Usa, chiedendo ulteriori «chiarimenti» da parte di Teheran. Si attende una risposta formale, scritta, entro oggi, nella quale gli iraniani potrebbero ancora accettare la bozza prendendo atto dell'indisponibilità sulla loro controproposta.
Di fatto l'Iran al momento respinge l'idea di trasferire in blocco il 75% (circa 1.180 chilogrammi) del proprio uranio a basso arricchimento all'estero, una quantità che gli impedirebbe, per almeno un anno, di avere scorte sufficienti per produrre una bomba atomica. E la proposta dell'Aiea era finalizzata esattamente a dare alla diplomazia un anno di tempo per arrivare ad un più ampio accordo. Come avevamo anticipato ormai giorni fa, Teheran vorrebbe mantenere in ogni momento le attuali scorte di uranio a basso arricchimento, quindi acconsentirebbe a spedirle "a rate" per l'arricchimento all'estero, consegnando la successiva tranche solo dopo aver ricevuto, arricchito al 19,75%, l'uranio della spedizione precedente. Ma come osserva anche il WaPo, «it would mean its stockpile of enriched uranium would not be significantly reduced».
Quasi tutti i giornali italiani abboccano alle parole concilianti di Ahmadinejad («Siamo pronti a collaborare»), mentre solo il Corriere della Sera e il Giornale nei titoli avvertono che «non c'è intesa sulla bozza» e «l'imbroglio è dietro l'angolo».
UPDATE 18:34
Come quella consegnata da Teheran al direttore dell'Aiea, El Baradei, non era una risposta ma una controproposta e una richiesta di «ulteriori negoziati». Lo chiarisce l'agenzia Irna, citando fonti governative: «La Repubblica islamica non ha fatto altro che annunciare di avere un atteggiamento positivo sul negoziato, aggiungendo di essere pronta a colloqui che tengano conto di considerazioni tecniche e economiche su come fornire il combustibile necessario al reattore di Teheran». L'imbroglio continua... quanto ci metteranno a Washington a capirlo? A quanto pare di capire dalla dichiarazione del portavoce della Casa Bianca, Robert Gibbs, non hanno neanche i dettagli della risposta iraniana all'Aiea.
Tuesday, October 13, 2009
Non solo Berlusconi. I guai di Obama e Zapatero con i media
Su il Velino
Il presidente Obama ha qualche problema ad accettare che ci siano dei media che non lo osannano. E' questa l'interpretazione che blog e commentatori di orientamento conservatore danno della "guerra" dichiarata dall'amministrazione Obama alla tv Fox News. «Li tratteremo come un partito d'opposizione, poiché stanno conducendo una guerra contro e non possiamo far finta di pensare che questo sia il comportamento legittimo di un organo d'informazione». No, non è l'ennesimo sfogo del premier Berlusconi contro la Repubblica, né un comunicato di Bonaiuti o Bondi. Sono parole di Anita Dunn, capo uffico stampa della Casa Bianca. Fox News, ha spiegato, «agisce spesso come una divisione di ricerca o di comunicazione del partito repubblicano», o come «un'ala del partito repubblicano» tout court. Niente a che vedere con «il modo in cui si comporta un'onesta azienda giornalistica come la CNN».
(...)
L'accusa rivolta a Fox News di essere in sostanza una "tv-partito" non può che richiamare alla mente di noi italiani l'accusa rivolta a la Repubblica di essere un "giornale-partito". Obama con Fox News come Berlusconi con la Repubblica, dunque? Naturalmente il caso americano presenta alcune notevoli differenze rispetto a quello italiano.
LEGGI TUTTO
Il presidente Obama ha qualche problema ad accettare che ci siano dei media che non lo osannano. E' questa l'interpretazione che blog e commentatori di orientamento conservatore danno della "guerra" dichiarata dall'amministrazione Obama alla tv Fox News. «Li tratteremo come un partito d'opposizione, poiché stanno conducendo una guerra contro e non possiamo far finta di pensare che questo sia il comportamento legittimo di un organo d'informazione». No, non è l'ennesimo sfogo del premier Berlusconi contro la Repubblica, né un comunicato di Bonaiuti o Bondi. Sono parole di Anita Dunn, capo uffico stampa della Casa Bianca. Fox News, ha spiegato, «agisce spesso come una divisione di ricerca o di comunicazione del partito repubblicano», o come «un'ala del partito repubblicano» tout court. Niente a che vedere con «il modo in cui si comporta un'onesta azienda giornalistica come la CNN».
(...)
L'accusa rivolta a Fox News di essere in sostanza una "tv-partito" non può che richiamare alla mente di noi italiani l'accusa rivolta a la Repubblica di essere un "giornale-partito". Obama con Fox News come Berlusconi con la Repubblica, dunque? Naturalmente il caso americano presenta alcune notevoli differenze rispetto a quello italiano.
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Thursday, October 08, 2009
Sonoro schiaffo a Napolitano
Grandi fiumi di ipocrisia attraversano stamattina i principali quotidiani. Il riferimento di Berlusconi alla "moral suasion" che Napolitano gli avrebbe assicurato di esercitare sui giudici della Consulta, per evitare la bocciatura del Lodo, ha dato scandalo. Quanti sepolcri imbiancati! Quante finte verginelle! E' al di fuori delle competenze del presidente della Repubblica, ci spiegano. Grazie, questo tutti lo sappiamo. Chiamiamola "moral suasion", chiamiamoli contatti o pressioni, rapporti d'amicizia e di stima, come volete, ma che i presidenti - tutti i presidenti - e non solo loro naturalmente, ma tutti quanti sono nella posizione di poterselo permettere, cercano di influenzare i giudici alla vigilia di una decisione politicamente così importante, mi sembra più che verosimile. Non si dovrebbe fare, ma si fa, ed è responsabilità dei giudici costituzionali - che non vivono sotto una campana di vetro - tutelare la loro indipendenza e credibilità.
E' ingenuo pensare che non ci siano state pressioni di ogni tipo, e le aveva già denunciate mesi fa Vaccarella dimettendosi. Oggi, tra l'altro, sul Corriere ricorda come nel 2004 i giudici avessero escluso del tutto che il problema del Lodo Schifani riguardasse l'art. 138, cioè l'obbligo di una legge di modifica costituzionale.
Piuttosto, Berlusconi dovrebbe chiedersi se Napolitano non abbia affatto esercitato la "moral suasion" promessa, o se invece l'abbia effettivamente esercitata, ma non sia servita a nulla. Credo sia più verosimile la seconda ipotesi, avendo Napolitano messo la sua firma sul Lodo Alfano, e non credo sia una questione da poco, ma non si può neanche escludere che, come scrive Sechi, il presidente abbia "tentennato". Non credo in ogni caso che convenga a Berlusconi prendersela con il capo dello Stato, "preso in giro" anche lui dal gioco delle tre carte della Consulta. Dal suo comunicato di ieri sera Napolitano, pur con il suo stile garbato, faceva trapelare tutta la sua sorpresa per un imprevedibile capovolgimento di indirizzo da parte della Consulta: «È da ricordare che, al momento della promulgazione della legge in questione, si era rilevato - come si evince dalla nota diramata il 23 luglio 2008 - che la sentenza della Corte costituzionale n. 24 del 2004, a cui in quella fase si faceva riferimento, non aveva sancito che la norma di sospensione del processo dovesse essere adottata con legge costituzionale». Una dichiarazione di cui Berlusconi poteva facilmente farsi forte per sollevare dubbi sulla correttezza della condotta della Corte.
Si dice e si scrive che sono decine le leggi che durante il settennato un capo dello Stato si trova a promulgare vedendosele poi bocciare dalla Corte costituzionale. Non per questo viene meno la sua credibilità come organo di garanzia deputato al primo, superficiale vaglio di costituzionalità delle leggi. Verissimo, ma quante così politicamente rilevanti come il Lodo Alfano? Qui non si tratta di un conflitto di competenze tra stato e regioni, o di un articolo del codice di procedura civile, ma in sostanza di decidere se il capo del governo può essere perseguito penalmente durante il suo mandato, come tutti i normali cittadini, oppure no. Una questione, comunque la si pensi, centrale in uno stato di diritto e per l'equilibrio tra i poteri dello Stato.
E' per questo che la firma apposta sul Lodo ha un valore politico diverso dalle altre firme, il capo dello Stato vi ha investito una quota infinitamente maggiore della sua credibilità come organo di garanzia. Ed è per questo che la bocciatura da parte della Corte suona come un sonoro schiaffo allo stesso Napolitano. Uno schiaffo la cui rilevanza oggi si tenta di sminuire, ma Berlusconi ci ha messo del suo. Con il suo sfogo, pur comprensibile, contro il capo dello Stato, non ha fatto altro che indurre la stampa, le istituzioni e la politica a fare quadrato attorno al presidente Napolitano. Se si fosse trattenuto, oggi si sarebbe parlato di più dello schiaffo della Consulta a Napolitano, e la sentenza sarebbe apparsa più debole.
E' ingenuo pensare che non ci siano state pressioni di ogni tipo, e le aveva già denunciate mesi fa Vaccarella dimettendosi. Oggi, tra l'altro, sul Corriere ricorda come nel 2004 i giudici avessero escluso del tutto che il problema del Lodo Schifani riguardasse l'art. 138, cioè l'obbligo di una legge di modifica costituzionale.
Piuttosto, Berlusconi dovrebbe chiedersi se Napolitano non abbia affatto esercitato la "moral suasion" promessa, o se invece l'abbia effettivamente esercitata, ma non sia servita a nulla. Credo sia più verosimile la seconda ipotesi, avendo Napolitano messo la sua firma sul Lodo Alfano, e non credo sia una questione da poco, ma non si può neanche escludere che, come scrive Sechi, il presidente abbia "tentennato". Non credo in ogni caso che convenga a Berlusconi prendersela con il capo dello Stato, "preso in giro" anche lui dal gioco delle tre carte della Consulta. Dal suo comunicato di ieri sera Napolitano, pur con il suo stile garbato, faceva trapelare tutta la sua sorpresa per un imprevedibile capovolgimento di indirizzo da parte della Consulta: «È da ricordare che, al momento della promulgazione della legge in questione, si era rilevato - come si evince dalla nota diramata il 23 luglio 2008 - che la sentenza della Corte costituzionale n. 24 del 2004, a cui in quella fase si faceva riferimento, non aveva sancito che la norma di sospensione del processo dovesse essere adottata con legge costituzionale». Una dichiarazione di cui Berlusconi poteva facilmente farsi forte per sollevare dubbi sulla correttezza della condotta della Corte.
Si dice e si scrive che sono decine le leggi che durante il settennato un capo dello Stato si trova a promulgare vedendosele poi bocciare dalla Corte costituzionale. Non per questo viene meno la sua credibilità come organo di garanzia deputato al primo, superficiale vaglio di costituzionalità delle leggi. Verissimo, ma quante così politicamente rilevanti come il Lodo Alfano? Qui non si tratta di un conflitto di competenze tra stato e regioni, o di un articolo del codice di procedura civile, ma in sostanza di decidere se il capo del governo può essere perseguito penalmente durante il suo mandato, come tutti i normali cittadini, oppure no. Una questione, comunque la si pensi, centrale in uno stato di diritto e per l'equilibrio tra i poteri dello Stato.
E' per questo che la firma apposta sul Lodo ha un valore politico diverso dalle altre firme, il capo dello Stato vi ha investito una quota infinitamente maggiore della sua credibilità come organo di garanzia. Ed è per questo che la bocciatura da parte della Corte suona come un sonoro schiaffo allo stesso Napolitano. Uno schiaffo la cui rilevanza oggi si tenta di sminuire, ma Berlusconi ci ha messo del suo. Con il suo sfogo, pur comprensibile, contro il capo dello Stato, non ha fatto altro che indurre la stampa, le istituzioni e la politica a fare quadrato attorno al presidente Napolitano. Se si fosse trattenuto, oggi si sarebbe parlato di più dello schiaffo della Consulta a Napolitano, e la sentenza sarebbe apparsa più debole.
Thursday, July 30, 2009
Feltri torna al Giornale
Dal 24 agosto il Giornale esce in edicola con Vittorio Feltri direttore. Lo aveva già diretto dal '94 fino alla fine del '97, dopo Montanelli. Prova «una punta di dolore lancinante a lasciare Libero, che ho fondato e portato in questi nove anni a conquistarsi un posto di assoluta autorevolezza nel panorama editoriale», confida a il Velino. E' facile immaginare quanti lettori di Libero adesso emigreranno verso il Giornale. Sarà dura per Libero senza Feltri. Ci auguriamo che invece con Feltri il Giornale riesca a fare un salto di qualità e di autorevolezza. Il centrodestra avrebbe tanto bisogno di un giornale intelligente, di grande diffusione e autorevole, capace sì di sostenere, ma anche di informare, criticare quando ci vuole, e soprattutto di provocare dibattiti di idee e di stimolare la corteccia cerebrale del ceto dirigente pdellino.
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