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Monday, October 12, 2009

Il Lodo Alfano sospendeva, e se la Corte aprisse alla prescrizione?

Se fossero vere le indiscrezioni delle ultime ore riportate dall'Ansa e da la Repubblica, ci troveremmo di fronte al paradosso che il Lodo Alfano avrebbe garantito maggiormente la prosecuzione dei processi nei confronti di Berlusconi rispetto allo scenario che si andrebbe delineando dalla sua bocciatura. Con le sue motivazioni, infatti, la Corte costituzionale potrebbe involontariamente aprire la strada alla prescrizione nei processi in cui siano coinvolte le alte cariche dello Stato o i parlamentari. In pratica, la Consulta non avrebbe accordato una sospensione dei processi per le alte cariche dello Stato, ma richiamandosi alla sua sentenza n. 451 del 2005 sul "caso Previti", raccomanderebbe una programmazione delle udienze, in modo tale da non pregiudicare il sereno svolgimento della loro funzione pubblica da una parte, né il loro inalienabile diritto di difesa.

In quella sentenza i giudici costituzionali scrissero che il giudice ha "l'onere di programmare il calendario delle udienze in modo da evitare coincidenze con i giorni di riunione degli organi parlamentari". Un principio da estendere al caso di alte cariche dello Stato sottoposte a processo penale: i processi a Berlusconi, ad esempio, andrebbero avanti, ma i giudici avrebbero l'obbligo di fissare, d'intesa con il premier, un calendario delle udienze che tenga conto degli impegni istituzionali del presidente del Consiglio, in modo da evitare coincidenze e non comprometterne il diritto di difesa. Ma se consideriamo l'agenda fittissima di un premier, questa sentenza, da sola, spianerebbe la strada alla prescrizione laddove il Lodo Alfano, invece, ne sospendeva i termini per tutta la durata della carica.

Secondo le stesse indiscrezioni, nelle motivazioni la Consulta auspicherebbe una legge sulla programmazione delle udienze nel caso di processi ad alte cariche dello Stato o a parlamentari e sarebbe sufficiente, stavolta, una legge ordinaria, non costituzionale. Ovvio che nelle intenzioni della Corte questa legge dovrebbe anche prevedere il prolungamento dei termini della prescrizione, ma nel frattempo? In assenza di essa, rimane il principio a tutela dello svolgimento della funzione pubblica del premier.

Se queste fossero davvero le indicazioni della Corte, sarebbe sì tutelata la loro funzione pubblica, ma le alte cariche dello Stato non sarebbero protette da iniziative meramente persecutorie e delegittimanti da parte della magistratura politicizzata, un problema costituzionalmente rilevantissimo di cui i giudici della Consulta hanno deciso comunque di lavarsi le mani. Qualsiasi sia l'espediente giuridico escogitato e proposto dalla Consulta, il governo vada avanti nello sciogliere per via costituzionale i diversi nodi gordiani che soffocano la nostra impalcatura istituzionale, per ripristinare quel corretto equilibrio tra i poteri dello Stato interrotto nel 1993, ma che forse non abbiamo mai avuto.

Thursday, October 08, 2009

Sonoro schiaffo a Napolitano

Grandi fiumi di ipocrisia attraversano stamattina i principali quotidiani. Il riferimento di Berlusconi alla "moral suasion" che Napolitano gli avrebbe assicurato di esercitare sui giudici della Consulta, per evitare la bocciatura del Lodo, ha dato scandalo. Quanti sepolcri imbiancati! Quante finte verginelle! E' al di fuori delle competenze del presidente della Repubblica, ci spiegano. Grazie, questo tutti lo sappiamo. Chiamiamola "moral suasion", chiamiamoli contatti o pressioni, rapporti d'amicizia e di stima, come volete, ma che i presidenti - tutti i presidenti - e non solo loro naturalmente, ma tutti quanti sono nella posizione di poterselo permettere, cercano di influenzare i giudici alla vigilia di una decisione politicamente così importante, mi sembra più che verosimile. Non si dovrebbe fare, ma si fa, ed è responsabilità dei giudici costituzionali - che non vivono sotto una campana di vetro - tutelare la loro indipendenza e credibilità.

E' ingenuo pensare che non ci siano state pressioni di ogni tipo, e le aveva già denunciate mesi fa Vaccarella dimettendosi. Oggi, tra l'altro, sul Corriere ricorda come nel 2004 i giudici avessero escluso del tutto che il problema del Lodo Schifani riguardasse l'art. 138, cioè l'obbligo di una legge di modifica costituzionale.

Piuttosto, Berlusconi dovrebbe chiedersi se Napolitano non abbia affatto esercitato la "moral suasion" promessa, o se invece l'abbia effettivamente esercitata, ma non sia servita a nulla. Credo sia più verosimile la seconda ipotesi, avendo Napolitano messo la sua firma sul Lodo Alfano, e non credo sia una questione da poco, ma non si può neanche escludere che, come scrive Sechi, il presidente abbia "tentennato". Non credo in ogni caso che convenga a Berlusconi prendersela con il capo dello Stato, "preso in giro" anche lui dal gioco delle tre carte della Consulta. Dal suo comunicato di ieri sera Napolitano, pur con il suo stile garbato, faceva trapelare tutta la sua sorpresa per un imprevedibile capovolgimento di indirizzo da parte della Consulta: «È da ricordare che, al momento della promulgazione della legge in questione, si era rilevato - come si evince dalla nota diramata il 23 luglio 2008 - che la sentenza della Corte costituzionale n. 24 del 2004, a cui in quella fase si faceva riferimento, non aveva sancito che la norma di sospensione del processo dovesse essere adottata con legge costituzionale». Una dichiarazione di cui Berlusconi poteva facilmente farsi forte per sollevare dubbi sulla correttezza della condotta della Corte.

Si dice e si scrive che sono decine le leggi che durante il settennato un capo dello Stato si trova a promulgare vedendosele poi bocciare dalla Corte costituzionale. Non per questo viene meno la sua credibilità come organo di garanzia deputato al primo, superficiale vaglio di costituzionalità delle leggi. Verissimo, ma quante così politicamente rilevanti come il Lodo Alfano? Qui non si tratta di un conflitto di competenze tra stato e regioni, o di un articolo del codice di procedura civile, ma in sostanza di decidere se il capo del governo può essere perseguito penalmente durante il suo mandato, come tutti i normali cittadini, oppure no. Una questione, comunque la si pensi, centrale in uno stato di diritto e per l'equilibrio tra i poteri dello Stato.

E' per questo che la firma apposta sul Lodo ha un valore politico diverso dalle altre firme, il capo dello Stato vi ha investito una quota infinitamente maggiore della sua credibilità come organo di garanzia. Ed è per questo che la bocciatura da parte della Corte suona come un sonoro schiaffo allo stesso Napolitano. Uno schiaffo la cui rilevanza oggi si tenta di sminuire, ma Berlusconi ci ha messo del suo. Con il suo sfogo, pur comprensibile, contro il capo dello Stato, non ha fatto altro che indurre la stampa, le istituzioni e la politica a fare quadrato attorno al presidente Napolitano. Se si fosse trattenuto, oggi si sarebbe parlato di più dello schiaffo della Consulta a Napolitano, e la sentenza sarebbe apparsa più debole.

Wednesday, October 07, 2009

Il Consiglio dei guardiani ha colpito ancora

Siamo in Iran! Il Consiglio dei guardiani ha colpito ancora. La Suprema corte dell'incertezza del diritto ha avuto persino il coraggio di smentire se stessa nella sentenza di soli 5 anni fa! Schiaffo anche al presidente Napolitano, che firmò la legge nella convizione che superasse i motivi di incostituzionalità sollevati dalla Corte nella sentenza del 2004 che dichiarava illegittimo il Lodo Schifani. Il legislatore aveva cercato di adeguarsi a quella sentenza, ma adesso esce fuori che serviva una legge di modifica costituzionale, quando fu proprio la Corte, nel 2004, a dire che non si trattava di una immunità, per la quale si sarebbe dovuto procedere ai sensi dell'art. 138, ma di una sospensione processuale tramite legge ordinaria. Ci attendono mesi di processi e avvisi di garanzia. Questa sentenza è una rampa di lancio per tentativi di vero e proprio golpe attraverso il logoramento e la delegittimazione per via giudiziaria del governo Berlusconi. Dovrebbero dimettersi, smascherando e denunciando la non imparzialità della Corte, i sei giudici in dissenso con la sentenza.

Tutto, comunque, ebbe inizio in quel lontano 28 ottobre 1993, quando la politica rinunciò all'istituto dell'immunità parlamentare, rompendo per sempre gli equilibri tra potere politico e ordine giudiziario. Un equilibrio che era stato garantito, dal 1948 fino ad allora, proprio dall'istituto dell'immunità, voluto dai costituenti, e presente in quasi tutte le democrazie, per evitare che iniziative giudiziarie possano essere utilizzate come arma contro gli avversari politici. Da quel momento in poi, infatti, i magistrati hanno potuto indagare i politici senza dover chiedere l'autorizzazione a procedere della Camera di competenza. Ma in un sistema in cui la magistratura gode di ampia autonomia dal potere esecutivo ed è sostanzialmente "irresponsabile", il semplice avvio di un'inchiesta, che porti o meno a un processo e ad una condanna, per di più considerando i tempi estremamente dilatati della giustizia in Italia, rischia di porre sotto ricatto la politica intera, e addirittura di delegittimare, e portare alla caduta, un governo espressione della volontà popolare.

E' da quel momento, non a caso, che esplodono i conflitti fra politica e magistratura. Conflitti che hanno riguardato per lo più Berlusconi, "sceso in campo" poco dopo, nel 1994, ma non solo lui. E' da quel '93 che la politica, sotto il ricatto della magistratura politicizzata, non riesce né a riformare a fondo l'ordinamento giudiziario, né ad assicurare al Paese le altre riforme e la governabilità di cui avrebbe bisogno.
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Friday, June 27, 2008

Il toro per le corna, banco di prova per il Pd

Il governo ha deciso di afferrare il toro per le corna e ha presentato, con l'obiettivo di farlo approvare a luglio, il disegno di legge per la sospensione dei processi alle più alte cariche dello Stato per la durata dei loro mandati. A questo punto, sarebbe saggio da parte della maggioranza ritirare l'emendamento Vizzini-Berselli. Non per rinunciare al principio che quella norma rappresenta, cioè il superamento dell'obbligatorietà dell'azione penale, ma per definirlo nel modo migliore e inattaccabile, in una legge di riforma organica.

Sconcertante è però l'atteggiamento del Pd, che ormai sembra non avere la forza di resistere alla tentazione di lanciarsi all'inseguimento di Di Pietro sul piano che è più congeniale all'ex pm. Se appare ragionevole che la Finocchiaro chieda il ritiro della sospendi-processi, pretendere che l'immunità sia fatta valere solo dalla prossima legislatura significa essere ancora nella vecchia stagione. Come ho avuto già modo di spiegare, il Pd non inaugurerà nessuna «nuova stagione» se non capirà che l'anomalia, l'"emergenza democratica", è nella magistratura, non in Berlusconi; finché non ammetterà di aver sbagliato, avendo persino offerto sponde e copertura alla magistratura politicizzata, che ormai ha acquisito tanto potere di condizionamento sulla politica intera (non più sul solo Berlusconi) da essere incontrollabile, persino dal presidente Napolitano.

«Altrimenti - si giustifica la Finocchiaro - avremo un sistema in cui si legifera ancora una volta nell'interesse personale del presidente del Consiglio». Altrimenti - è il discorso che ci saremmo aspettati di sentire dopo questi 15 anni - avremo un sistema in cui si fanno i processi per delegittimare e far cadere i governi democraticamente eletti. La capogruppo del Pd chiede a Berlusconi di «affrontare serenamente un processo di primo grado» che lo vedrà certamente condannato da un giudice non imparziale per un'accusa ridicola. In sostanza, la Finocchiaro sta chiedendo a Berlusconi di dimettersi.

Il Pd è ovviamente libero di esercitare il suo ruolo di opposizione come meglio crede, ma se la maggiorenza ritirerà la sospendi-processi e si concentrerà sull'immunità per le alte cariche avrà certamente il sostegno del presidente della Repubblica e per i garantisti nel Pd sarà davvero l'«ultimo giro di giostra».

Oggi, Piero Ostellino, sul Corriere della Sera, cita le parole di Violante per spiegare l'anomalia della giustizia italiana. «In Italia, l'azione penale è obbligatoria solo formalmente ma, in realtà, è lasciata alla discrezionalità dei singoli magistrati». «I magistrati perseguono selettivamente chi vogliono, secondo criteri soggettivi che rischiano di tracimare nell'arbitrio», traduce Ostellino.

Il Csm rappresenta l'altra grave anomalia: «Non c'è un solo articolo della Costituzione che attribuisca al Csm un preventivo controllo di costituzionalità sugli atti parlamentari».

Secondo Ostellino, Berlusconi ha sbagliato a parlare dei «suoi problemi personali» all'assemblea della Confesercenti. Li distingue dai «rapporti fra il capo del governo - chiunque-egli-sia - e l'ordine giudiziario», che invece «riguardano lo Stato». Ma è una distinzione astratta. Parlando dei suoi problemi giudiziari, Berlusconi ha parlato anche di un governo sotto il ricatto della magistratura.

«Le accuse a Berlusconi derivano da un sincero desiderio di giustizia o dal tentativo di una parte dell'elite italiana di capovolgere una scelta elettorale che non accetta?». E' a partire dalla risposta a questa domanda - che ponevo in un post di qualche giorno fa e che Ostellino cita dall'editoriale di Caldwell sul FT - che i problemi giudiziari di Berlusconi finiscono per combaciare con la crisi nei rapporti fra potere esecutivo e ordine giudiziario.

Anche Antonio Polito mostra di rendersi conto di quale sia l'anomalia di partenza:
«Parliamo tutti con giusto sdegno del fatto che si vogliono sospendere per legge processi relativi a reati compiuti prima del 30 giugno del 2002. Ma dov'è lo sdegno per il fatto che reati commessi più di sei anni fa siano ancora sottoposti a processo? Non è che quei processi, o almeno molti di loro, sono già di fatto sospesi, e stancamente tenuti invita inattesa dell'inevitabile prescrizione come in una vera e propria "amnistia occulta"?»
L'impressione è che l'unico processo - tra questi prossimi alla prescrizione e sospesi "di fatto" - che stranamente procede a ritmi serrati, sia quello contro Berlusconi. Nella sospendi-processi c'è un embrione di politica giudiziaria, perché sospende alcuni processi (quelli prossimi alla prescrizione - e il processo Mills ricade tra questi - o sotto indulto) per accelerarne altri, che ancora hanno la possibilità di essere celebrati in tempo. Ci si può anche indignare per la "porcheria" della sospendi-processi, ma rimanendo consapevoli che è una pagliuzza rispetto alla trave che incombe.
«Un altro esempio: è normale in uno stato di diritto - che si fonda sulla terzietà e indipendenza del giudice - che il magistrato chiamato a giudicare Berlusconi abbia partecipato ad attività pubbliche contro di lui e la sua produzione legislativa? Terzo e ultimo esempio: fa parte dello stato di diritto pubblicare intercettazioni o loro riassunti, talvolta corredati anche della versione audio, con i processi ancora in corso, o anche nemmeno iniziati, e spesso relative a persone per le quali gli stessi pm hanno escluso ogni ipotesi di reato?»
In Europa è «uno scandalo» semplicemente che un deputato sia intercettato. Così, mentre la Finocchiaro vorrebbe che l'immunità non valesse per Berlusconi, Polito ha talmente afferrato la radice del problema da spingersi fino a chiedere «un salvacondotto giudiziario» per il solo Berlusconi. «Troppo tardi, ora che il tono morale dell'opposizione è dettato da Di Pietro».

Thursday, June 26, 2008

All'osso della democrazia, l'ultimo scontro tra poteri

Dopo la column di Caldwell dell'altro giorno, forse al Financial Times si sono preoccupati di apparire troppo berlusconiani e si sono sbrigati a sfornare un editoriale al veleno contro Berlusconi: «Oh no, di nuovo», riferendosi alla sua tendenza ad occuparsi più dei suoi problemi giudiziari che delle riforme di cui l'Italia avrebbe bisogno.

Innanzitutto una noticina. Sorprende che uno dei più autorevoli quotidiani finanziari al mondo attribuisca l'aumento fino al 2,5% del rapporto deficit/Pil nel 2008 alla manovra triennale (2009-2011) appena varata dal governo.
«The Berlusconi government last week introduced a budget that will see the public deficit rising from 1.9 per cent of gross domestic product in 2007 to 2.5 per cent in 2008».
La scure di Tremonti si abbatte sui conti pubblici, titola la Repubblica, ma il FT non vede «alcun segno che questo governo is maintaining a tight grip on public spending».

Detto questo, è certamente vero che la preoccupazione di Berlusconi per i suoi processi sottrae energie, tempo e risorse che Governo e Parlamento potrebbero impiegare per risolvere i problemi economici che affliggono il nostro Paese. E' uno degli aspetti negativi di una politica incapace di liberarsi dal ricatto della magistratura. Mi rendo conto, e sono il primo ad ammettere, che è avvilente assistere «again» a uno scontro tra Berlusconi e i pm politicizzati, che ormai va avanti da 15 anni. E' forte la sensazione di disgusto di fronte al ripetersi di un brutto film già visto, ma non possiamo esimerci. Non possiamo cedere all'assuefazione, abituarci a considerare normale il potere di ricatto che l'ordine giudiziario esercita sul potere esecutivo e sul legislativo.

Quanto sia grave la situazione si intuisce dalla sfuriata del vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, ai consiglieri, carpita ieri dai giornalisti e riportata oggi sui quotidiani. Aveva appena finito, la mattina stessa, di pronunciare all'indirizzo dei consiglieri un forte e chiaro appello alla riservatezza, che già nel pomeriggio diveniva carta straccia, con la divulgazione della bozza di parere sulla norma sospendi-processi. Singoli membri del Csm mettevano il timbro dell'intero organismo su un parere che per il momento era solo il loro, individuale e non collegiale, umiliando il vicepresidente Mancino.

Possiamo ritenere inelegante da parte del premier cercare di sottrarsi al processo; noiosi e stucchevoli i soliti attacchi ai pm. Ma considerare quelli di Berlusconi con la giustizia «problemi suoi» e non del Paese, significa cominciare a ragionare secondo lo schema giustizialista. La domanda a cui bisogna rispondere è sempre la stessa: è Berlusconi l'anomalia che causa tutte le altre anomalie italiane, oppure lui e le sue leggi ad personam sono anomalie prodotte da un'anomalia più generale, quella magistratura che da 15 anni tiene sotto ricatto la politica intera (non più solo Berlusconi)?

Gli attacchi di Berlusconi sembrano eccessivi anche a Gianni Letta, che dice agli alleati che «Silvio sbaglia», che «ci vorrebbe meno aggressività », che «non è questo il metodo giusto», ma intanto, nel silenzio dei loro uffici, i pm continuano a tramare condanne e a divulgare intercettazioni diffamanti senza alcun rilievo penale, com'è successo anche stamattina. Con toni discutibili Berlusconi ripete un discorso che non fa una piega: la nostra è una «democrazia in libertà vigilata, tenuta sotto il tacco da giudici politicizzati, ma i cittadini hanno il diritto a esser governati da chi scelgono democraticamente: non posso accettare che un ordine dello Stato voglia cambiare chi è al governo, con accuse fallaci».

In 15 anni, con 789 pm contro, mai una condanna, ma al Paese è costato caro: governi democraticamente eletti sotto il costante ricatto di una magistratura irresponsabile e quindi limitati nelle risposte di governo che giustamente i cittadini si aspettano da loro. Napoli e Milano sono le procure pronte a colpire il premier con nuove accuse ridicole. Tra il primo e il 18 luglio i suoi avvocati dovranno partecipare a otto udienze tra Milano e Napoli e se il premier dovesse parteciparvi ciò andrebbe a discapito dell'attività di governo.

Il punto è che sia il "caso Saccà", per il quale potrebbe essere rinviato a giudizio a Napoli, sia il processo Mills (leggere, per credere, la minuziosa ricostruzione di Filippo Facci), si basano su accuse ridicole, che non porteranno mai a una condanna definitiva. Ormai, dopo questi 15 anni, tra assoluzioni e prescrizioni, sono rimaste solo quelle in mano ai magistrati. Puntano a un rinvio a giudizio o ad una condanna in primo grado. Pazienza, se non si trasformeranno mai in condanne definitive. Ma quando saremo di nuovo qui a constatarlo, il loro obiettivo politico l'avranno già raggiunto, proprio come nel caso dell'arresto della moglie di Mastella. E' stato dichiarato illegittimo, ma intanto lui si è dovuto dimettere e il governo Prodi è caduto. Se Berlusconi fosse condannato a 6 anni, un istante dopo sarebbe obbligato a dimettersi e tanti saluti non solo alle risposte ai tanti problemi del Paese, ma anche all'ultimo straccio di democrazia.

Non ho perdonato a Berlusconi di non avere compiuto la "rivoluzione liberale" che aveva promesso nel 2001-2006 e può darsi che deluderà ancora le aspettative di quanti lo hanno votato anche questa volta, ma ora è in gioco qualcosa di "pre-politico", qualcosa che deve per forza venire prima dell'azione di governo: tenersi stretto il mandato a governare che gli hanno democraticamente affidato gli italiani ma che gli potrebbe essere tolto con un colpo di mano giudiziario.

E' una lotta contro il tempo, in cui vince chi colpisce per primo. La sentenza prima del "lodo Schifani", o il "lodo Schifani" prima della sentenza? Certo, la sospendi-processi è una norma rozza, brutta, «impensabile in altri Paesi occidentali», dove però è anche impensabile una magistratura totalmente fuori controllo, ma rivela tutto il carattere di eccezionalità e di emergenzialità in cui sono precipitati i rapporti tra politica e magistratura. E' una guerra tra poteri che in quanto condotta al di fuori delle regole costituzionali precede la democrazia stessa. Siamo arrivati all'osso della democrazia, non c'è più nulla da rosicchiare. Occorre esserne consapevoli, mettere da parte tutte le considerazioni sulle "buone maniere" istituzionali, decidere da che parte stare e assumersene la responsabilità.

Tuesday, June 24, 2008

La stampa europea si accorge che sulla giustizia ha ragione Berlusconi

E' destinata a saltare la cappa di conformismo anti-berlusconiano che regna in Europa, soprattutto a livello mediatico? Una prima crepa nell'atteggiamento pregiudizialmente ostile della stampa estera nei confronti di Berlusconi potrebbe essere individuata nell'editoriale pubblicato sabato scorso dal Financial Times, in cui Christopher Caldwell spiega che l'Italia farebbe bene a porre un freno ai giudici. E' la prima volta che un autorevole quotidiano europeo dà ragione a Berlusconi sui suoi problemi giudiziari.

«L'Italia ha il diritto di frenare i suoi giudici», è il titolo della column. «E' ovvio che non hanno ragione», osserva l'editorialista riferendosi ai magistrati e spiegando che Spagna, Francia, Germania e Unione europea hanno una qualche forma di immunità, che «non dà ai funzionari eletti mano libera, ma serve a proteggere il diritto dell'elettorato di essere governato da persone che hanno scelto democraticamente».

«Le accuse contro Berlusconi - si chiede Caldwell - scaturiscono da una disinteressata ricerca di giustizia oppure da un desiderio di una certa parte dell'elite italiana di revocare una scelta popolare non gradita?». Per rispondere a questa domanda l'editorialista parte da un dato di fatto, che in Italia, da oltre 15 anni, «i giudici godono di un livello di potere unico in Occidente», e ricostruisce il quando e il come l'hanno raggiunto:
«Nei primi anni Novanta, quando gli italiani avvertirono che non avrebbero più avuto bisogno di tollerare la corruzione che rientrava in un patto regolare della politica della guerra fredda, giudici ambiziosi destituirono le leadership dei principali partiti in processi di corruzione. L'attività di epurazione condotta in Italia nel periodo successivo alla Guerra fredda è stata più accurata di quella condotta da parecchi paesi comunisti. Vi fu una reggenza del potere giudiziario sui rappresentanti eletti dal popolo, con i giudici che passavano al setaccio la classe dirigente della generazione successiva».
Un potere del genere, alla lunga, «non è salutare per una democrazia». Il sistema, secondo Caldwell, è «malsano», tanto che gli italiani sono arrivati a diffidare del loro potere giudiziario e hanno rieletto più volte Silvio Berlusconi pur conoscendo perfettamente le accuse a suo carico. Gli italiani «pensano che la giustizia funzioni male. E se il prezzo da pagare deve essere una sorta di "immunità" giudiziale per Silvio Berlusconi, essi sono disposti a pagarlo».
«La legge italiana è così lenta che cozza contro l'art. 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti umani. In luogo di processi veloci, l'Italia ha la cosiddetta "legge Pinto" del 2001, che ribadisce il diritto a un risarcimento del danno di violazione della durata ragionevole del processo. John Major era il premier britannico in carica l'anno in cui ebbe inizio il processo Berlusconi-Mills. Le accuse che Berlusconi si è trovato a dover fronteggiare quando l'ultima legge sull'immunità giudiziale fu soppressa nel 2004 risalivano al 1985. Quando i nemici del premier mettono in guardia che 100 mila processi non celebrati sarebbero congelati perché sono trascorsi oltre sei anni, involontariamente adducono validi argomenti a favore della legge e non contro di essa».
Certo, «le acrobazie giudiziarie di Berlusconi sono invariabilmente a suo vantaggio, ma non sono mai solo a suo vantaggio. Riguardano sempre alcuni problemi veri, gravi abbastanza da compattare gli elettori dietro di lui. In questo sta il suo genio politico». L'immunità giudiziale per le più alte cariche dello Stato «potrebbe rendere la politica italiana meno litigiosa e più democratica», conclude Caldwell: «Il fatto che Berlusconi possa evitare un processo grazie a queste leggi costituisce un motivo per opporsi a esse. Ma è l'unico motivo per farlo, e non è sufficiente».

Thursday, June 19, 2008

Pd e Veltroni prigionieri della vecchia stagione

Una opposizione si oppone, ma evita di trattare il governo in carica come un criminale che attenta alla costituzione e vuole instaurare un regime, per dimostrare che con esso è «impossibile instaurare un rapporto fisiologico». Perché, a lungo andare, se ciò non corrisponde alla realtà, perde la faccia davanti al Paese e perde elezioni a ripetizione. Nella demonizzazione o meno dell'avversario sta la differenza, osservava Ostellino ieri sul Corriere, tra un'opposizione e una forza di pura «agitazione».

Già in campagna elettorale, con la scelta di "salvare" il movimento di Di Pietro dalla stessa disfatta toccata in sorte alla Sinistra Arcobaleno, Veltroni aveva dimostrato di non saper andare fino in fondo nella logica, da lui stesso adottata, della «vocazione maggioritaria» del Pd.

Sul tema della giustizia, com'era prevedibile con lo spazio politico concesso a Di Pietro, il Pd e Veltroni rischiano di essere risucchiati nel passato. Si dichiara «chiuso» il dialogo con il governo in un modo così precipitoso da far pensare che Veltroni non sperasse altro, per superare i suoi problemi interni, che giungesse un pretesto per tornare alla vecchia musica dell'anti-berlusconismo, geloso di un ruolo che Di Pietro fino a questo momento stava monopolizzando.

Così, se prima delle elezioni doveva essere l'Italia dei Valori a confluire nel Partito democratico, in queste ore sembra che il Partito democratico stia confluendo nel movimento di Di Pietro.

Ma la storia, e la politica, non fanno sconti. Prima o poi gli errori del passato occorre essere disposti a pagarli, altrimenti si rimane a fare i lavapiatti. Il Pd e chiunque ne sarà alla guida non riusciranno a inaugurare alcuna «nuova stagione», se prima non avranno le idee definitivamente chiare sulla vecchia stagione. Per comprendere in pieno la vecchia stagione, e gli errori commessi, è fondamentale afferrare il cuore del problema nei rapporti di questi 15 anni tra politica e magistratura: è Berlusconi, o sono i magistrati?

Dal 1994 Berlusconi è stato processato decine di volte, per una serie disparata di reati che vanno dalla corruzione alla mafia, e mai condannato. Le sue aziende sono state rovistate fin negli angoli più remoti senza trovare nulla di illegale. Sono davvero poche le personalità dell'economia e della politica che uscirebbero indenni da una simile radiografia. Il paradosso di questi 15 anni è che volendo dimostrare quanto Berlusconi fosse disonesto, e quindi indegno di ricoprire il ruolo di primo ministro, di fronte agli italiani la magistratura è riuscita a dimostrare esattamente il contrario. E' il personaggio più sotto controllo d'Italia. Quante cosche si sarebbero potute sgominare se nei loro confronti fosse stata adoperata la stessa solerzia utilizzata nei confronti del cittadino Berlusconi?

Per inaugurare una «nuova stagione» Veltroni e il Pd devono capire ciò che la maggioranza degli italiani ha dimostrato di sapere da sempre. Che il "caso Berlusconi" è in realtà la quintessenza del "caso giustizia" in Italia. Che non è mai esistito l'imputato Berlusconi che si faceva eleggere premier per sfuggire ai processi; è esistita ed esiste, invece, una magistratura politicizzata che - prima per aiutare una parte politica contro l'altra, poi per difendere se stessa, i propri privilegi e l'enorme potere di influenza acquisito in questi anni sugli altri poteri, legislativo ed esecutivo - non esita a colpire e a ricattare i governi democraticamente eletti, impedendo loro di riformare la giustizia e persino solo di governare.

Ed è strano che neanche quanto accaduto all'ex ministro Mastella e al governo Prodi, per opera di quello strano personaggio del procuratore si Santa Maria Capua Vetere, abbia aperto gli occhi al centrosinistra. Gli emendamenti Vizzini-Berselli, il "lodo Schifani", che mette le cariche istituzionali al riparo dalle incursioni della magistratura per tutto il tempo del loro mandato, non sono norme «salva-premier», sono norme salva-politica.

In una democrazia un governo eletto ha il dovere di governare e non può essere minacciato o impedito da un pubblico ministero qualunque in cerca di protagonismo, nella migliore delle ipotesi. La sospensione per legge dei processi riguardanti determinati reati è certamente un'anomalia, determinata però - è questo il punto - da una anomalia più generale che la precede e che la rende necessaria, e che davvero non ha eguali in altri Paesi.

Per cambiare davvero «stagione» il Pd deve riconoscere che l'anomalia, l'"emergenza democratica", è nella magistratura, non in Berlusconi. Finché non si convincerà sinceramente di questo, finché non ci sarà una lettura condivisa dei turbolenti rapporti tra politica e magistratura negli ultimi 15 anni, e finché non ci sarà la volontà reale, oltre la retorica, di riportare la magistratura all'interno dei suoi confini, Veltroni potrà annunciare tutte le «nuove stagioni» che vuole, ma rimarrà prigioniero della vecchia.

Purtroppo, invece, adesso Veltroni fa retromarcia anche sulla scelta di far correre il Pd da solo e si mette in cerca di nuove alleanze, a cominciare da quella ultra-fallimentare con Rifondazione. Si torna al segretario buono per - e disposto a - tutte le linee, pur di non rischiare di farsi scalzare. Fino a ieri era il Veltroni dell'"andiamo da soli", ma da oggi è pronto a giocare con le vecchie alleanze, per anticipare e spiazzare gli avversari interni. D'Alema su tutti, che continua a coltivare l'idea di un "nuovo centrosinistra", da Casini a Bertinotti, da fondare sul proporzionalismo alla tedesca, sull'anti-bipartitismo e l'anti-presidenzialismo. Auguri.

La prima sentenza uscita da questo avvio di legislatura è che Veltroni non ha saputo perdere. Non è disposto a rischiare in proprio per far maturare le scelte in cui, almeno per un momento, ha creduto.

Tuesday, June 17, 2008

Finalmente, per la prima volta, una politica giudiziaria

Per riformare la giustizia serve un Blitzkrieg

Ezio Mauro, che stupido non è, si è accorto subito che «sotto attacco» c'è l'obbligatorietà dell'azione penale. I due emendamenti Vizzini-Berselli, cosiddetti «salva-premier», prevedono da una parte l'indicazione dei procedimenti penali d'urgenza per quei reati cui deve essere riconosciuta la priorità rispetto agli altri e, dall'altra, la sospensione per un anno degli altri processi penali (e del trascorrere dei rispettivi tempi di prescrizione) per i fatti commessi fino al 30 giugno 2002. Vengano giudicati presto i colpevoli dei reati che generano più allarme sociale e insicurezza. Poi verranno tutti gli altri, compreso il reato contestato al premier dalla "solita" Procura di Milano.
«Per la prima volta nella storia repubblicana, il governo e la sua maggioranza entrano nel campo dell'azione penale per stravolgerne le regole e stabilire una gerarchia tra i reati da perseguire. Uno stravolgimento formale delle norme sulla fissazione dei ruoli d'udienza, che tuttavia si traduce in un'alterazione sostanziale del principio di obbligatorietà dell'azione penale. Principio istituito a garanzia dell'effettiva imparzialità dei magistrati e dell'uguaglianza dei cittadini».
Quel principio che secondo Ezio Mauro garantisce l'«imparzialità dei magistrati», ritenuto già da Calamandrei un errore dei costituenti, a mio avviso è la garanzia della loro assoluta arbitrarietà, che anche in assenza di malafede produce mala-giustizia. Quindi, al contrario del direttore di Repubblica, saluto con favore il fatto che finalmente, per la prima volta, abbiamo in questo Paese una politica giudiziaria. Spero che questo emendamento sia solo l'inizio e che venga seguito da una vera e propria riforma (anche costituzionale, nel caso sia necessaria), che stabilisca chiaramente, una volta per tutte, a chi spetta, a ciascun livello, elaborare una politica giudiziaria, stabilire cioè delle priorità nel perseguimento dei reati, e rispondere davanti ai cittadini delle proprie scelte.

I due emendamenti (che, tra l'altro, riprendono il senso di un protocollo proposto dal procuratore generale di Torino, che in passato aveva ricevuto anche il plauso del Csm) danno una risposta pragmatica al triste e pericoloso fenomeno dell'«indulto di fatto», delle centinaia di migliaia di processi che ogni anno vanno in prescrizione a causa dell'ingolfamento dei tribunali. Avere una politica giudiziaria significa, per esempio, stabilire che hanno priorità quei processi in cui gli imputati sono già in galera (e quindi innocenti: presunti tali secondo la Costituzione, riconosciuti tali nella maggior parte dei casi secondo le statistiche), e quei processi con i capi d'imputazione più gravi, in modo che la prescrizione (e la scarcerazione) riguardi semmai un ladro di polli piuttosto che un mafioso.

Inoltre, sono norme propedeutiche alla riformulazione del "lodo Schifani", che prevede la sospensione dei processi, ma anche del trascorrere dei tempi di prescrizione, contro le alte cariche istituzionali durante il loro mandato. Una norma che esiste in molti Paesi civili e democratici.

Certo, si tratta di un nuovo atto della guerra tra la politica e la magistratura politicizzata. La politica cerca di sottrarsi a quello stillicidio di inchieste (e arresti) che guarda caso le piovono addosso ogni qual volta cerca di occuparsi della riforma della giustizia. Un modo per evitare ciò che è accaduto a Mastella e che, il centrosinistra non dovrebbe dimenticarlo, ha causato la caduta del governo Prodi; e per rispondere all'offensiva della Procura di Napoli contro la squadra del sottosegretario Bertolaso nella vicenda rifiuti, mandando un messaggio chiaro ai pm: il governo non è disposto ad arretrare né a farsi intimidire. Non può permetterselo nei confronti dei cittadini.

L'hanno subito ribattezzata norma «salva-premier», ma si dovrebbe chiamare salva-politica, perché in questi anni chiunque abbia osato toccare i fili - gli interessi della casta dei magistrati - ci è rimasto secco. Quella in atto tra politica e magistratura è una guerra in cui il fattore tempo è determinante. Bisogna "sparare" per primi. Tuttavia, ci auguriamo che i tre "colpi" di Vizzini e Berselli e del "lodo Schifani" siano solo i primi, servano a prender tempo e che il governo provveda quanto prima a mettere in cantiere una profonda riforma della giustizia, con l'abolizione dell'obbligatorietà dell'azione penale, la separazione delle carriere, l'inappellabilità delle sentenze di assoluzione e la riforma del Csm.

Berlusconi è consapevole che questa mossa potrebbe pregiudicare il dialogo con Veltroni, ma ha accettato di correre questo rischio, non potendo sacrificare, tra i due, il decisionismo e l'azione di governo, che potrebbero trovarsi presto e pesantemente sotto il ricatto della magistratura. Se alla fine ci rimette il dialogo con Veltroni, è perché quest'ultimo non è in grado di sostenerlo. Cioè, non è in grado di ammettere fino in fondo con i suoi (compagni di partito ed elettori) gli errori commessi in passato dal centrosinistra sulla giustizia e sull'antiberlusconismo.

Molti a sinistra non aspettavano di meglio che tornare alla sola musica che sanno suonare: l'antiberlusconismo. I giornali, da Liberazione a il manifesto, da L'Unità a la Repubblica, tornano a lanciare l'"allarme democratico", a gridare al «regime», agli «attentati alla Costituzione», ergendosi a guardiani supremi di una supposta "normalità democratica". Rischia di esserne risucchiato anche il Pd. Veltroni dimostra di non avere le doti della leadership, non sa scendere in campo aperto e affrontare alla luce del sole oppositori interni e i vecchi richiami della foresta. Anzi, cede e torna all'antico, come uno che sperava ardentemente che giungesse un pretesto per tornarvi. Non ha il carattere per lasciare ai Di Pietro certi, ormai esigui, spazi politici e provare a recitare altri copioni.

Così, se prima delle elezioni doveva essere l'Italia dei Valori a confluire nel Partito democratico, in queste ore sembra che il Partito democratico stia confluendo nel movimento di Di Pietro.

Eppure, come ha correttamente osservato Panebianco, questa via «ha fatto male alla sinistra in passato. È stata una strada politicamente fallimentare. Se verrà imboccata di nuovo (e ce ne sono i segnali) farà ancora male alla sinistra». «E' strano, o perlomeno prematuro, che si accusi un sistema politico cronicamente malato d'indecisionismo di essere un regime». Anche questo governo «appare già oggi indeciso a tutto», perché «a differenza di quanto accade in altre democrazie, in Italia ottenere grandi consensi elettorali e disporre di una grande maggioranza non garantisce la capacità decisionale del governo». A causa, spiega Panebianco, dei «debolissimi poteri di cui gode il premier e di un numero di poteri di veto, diffusi a tutti i livelli del sistema istituzionale, più elevato di quello di altre democrazie». La malattia dell'Italia è l'«indecisionismo». E' il vuoto, non il pieno, di decisioni che rischia di aprire crepe nell'ordine democratico.

Gli elettori si sono espressi chiaramente e più volte: tra Berlusconi e la magistratura che lo perseguita si fidano più del primo. Berlusconi ha vinto le elezioni nonostante i processi e le aggressioni mediatico-giudiziarie. E quando le ha perse non è stato per quelle.

Dalle urne è uscita forte e chiara una domanda di cambiamento. Un governo che tentennasse, che si rivelasse indeciso; un'opposizione o altri poteri, come i sindacati e la magistratura, che si opponessero al cambiamento, pagherebbero tutti un altissimo prezzo in termini di consenso e credibilità. «È una domanda con cui bisogna fare i conti», ha fatto notare Antonio Martino, intervistato dal Corriere della Sera: «Gli elettori hanno votato per il centrodestra perché erano scatenati contro l'esistente. E dal governo si attendono non la gestione, ma il cambiamento».

Per questo l'ex ministro suggerisce a Berlusconi di «andare fino in fondo, portare avanti le battaglie di civiltà».
«Controlli i suoi ministri. Non si faccia mettere i piedi in faccia da nessuno. Dimostri di essere un leader, non solo parlando alle folle. Perché come catturatore di consensi non ha eguali, ma come premier deve stare attento a non fare la fine di Luigi Facta... Non vorrei che il decisionismo di Berlusconi si inceppasse, e che il premier non se ne rendesse conto».
Anche Martino, da liberale, difende i provvedimenti più controversi. Quello sulle intercettazioni, «sacrosanto», e anche gli emendamenti sui processi, perché riconosce che «l'obbligatorietà dell'azione penale è ormai una farsa. È diventata l'arbitrarietà dell'azione penale. Perciò, che l'Esecutivo [e in questo caso si tratterebbe del Parlamento, n.d.r.] detti una linea d'indirizzo non mi pare sbagliato». Propagandistica e dannosa, invece, la decisione di impiegare i militari nei pattugliamenti e nella vigilanza in città. Anch'io credo che l'effetto più dannoso sia di «dare l'impressione che 400 mila uomini delle forze dell'ordine abbiano bisogno di un pugno di soldati», mentre in realtà sono solo male impiegati e la vera riforma sarebbe utilizzarli meglio.