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Friday, April 15, 2011

Napolitano doppiamente fuori dal suo ruolo

"Valuterò gli effetti della legge sul processo breve quando si avvicinerà il momento della sua approvazione definitiva". Questo il senso della frase pronunciata ieri da Napolitano, scivolato questa volta doppiamente al di fuori delle sue prerogative costituzionali. Innanzitutto, perché lascia intendere un suo esame preventivo del testo, durante l'iter legislativo, interferendo dunque con il lavoro del Parlamento, mentre a lui spetta eventualmente di rinviare la legge alle Camere ma solo una volta approvata. E poi perché al capo dello Stato spetta verificare se una legge approvata presenti profili di evidente (ripeto: evidente) incostituzionalità, mentre la responsabilità degli «effetti» particolari di una legge è prettamente politica, riguarda quindi il Parlamento e la sua maggioranza, non certo il presidente della Repubblica, per la Costituzione politicamente "irresponsabile".

Quella sul processo breve è una legge che certamente si inserisce nel contesto della lotta tra Berlusconi e le procure politicizzate che tentano di sovvertire il sistema politico, e quindi in questo senso si può definire una legge ad personam, il cui scopo cioè è di difendere il premier dagli assalti dei pm. Ma nel merito non è affatto scandalosa per i cittadini. Si spera che fissare la durata massima dei processi costringa finalmente chi deve esercitare l'azione giudiziaria a fare i conti con le risorse - materiali ed umane - che ha a disposizione (sempre scarse per definizione), dando la precedenza ai processi che possono effettivamente essere portati a termine positivamente (già oggi si registrano circa 170 mila prescrizioni l'anno, delle quali almeno il 70% matura nei cassetti dei pm, prim'ancora di arrivare dinanzi a un gip). E a non perseverare, per esempio, con un processo, come quello Mills, che non ha alcuna speranza di portare ad una condanna definitiva (la prescrizione interviene all'inizio del 2012, per effetto delle norme attuali non delle nuove, e nonostante i pm l'abbiano allungata artificiosamente), solo per ottenere una condanna in primo grado da usare politicamente contro l'imputato.

Stiamo parlando comunque, nelle condizioni minime (in caso di reati minori e di incensurati), di 6 anni, che non è esattamente un tempo così «breve» come si vuol far credere, molte volte un tempo più lungo della pena prevista per il reato perseguito, considerando anche che la durata del processo va ritenuta di per sé una forma di pena.

Nel dibattito politico e mediatico sulla questione c'è poi un grosso e pericoloso equivoco. Al di là della sua legittimità ad esprimersi o meno in termini politici su leggi ancora all'esame del Parlamento, è gravissimo soprattutto nel merito quanto afferma il Csm: in nessun caso infatti è accettabile paragonare le prescrizioni, per quanto "di massa" possano essere, ad «un'amnistia». Tali paragoni dimostrano la concezione della giustizia e dello stato di diritto che hanno quanti li sostengono. Parlando di amnistia infatti si dà per scontato che gli imputati che usufruiranno delle nuove norme siano colpevoli, mentre in presenza di prescrizione non si ha alcun verdetto. Semplicemente, trascorso un determinato periodo di tempo, lo Stato decide che non ha più interesse a perseguire un certo reato. Gli imputati che si vedono prescritto il reato non sono affatto "amnistiati", è quindi incivile trattarli come dei colpevoli "graziati". Ed è doppiamente incivile - ed inquietante - che a farlo sia il supremo organo di governo della magistratura.

C'è un altro aspetto dei tempi di prescrizione che non si prende in considerazione. Si confonde la possibilità per lo Stato di perseguire un reato anche se viene scoperto molti anni dopo (possibilità limitata dalla prescrizione, appunto) con l'estensione temporale indefinita del processo. In altre parole, una cosa è che sia possibile perseguire un reato e il presunto colpevole pur avendoli scoperti solo dopo 10 anni dall'epoca dei fatti; tutt'altra cosa è che scoperto subito un reato ci si mettano 10 anni o anche più per condannare o assolvere i presunti colpevoli. Nel primo caso, si possono stabilire tempi anche molto lunghi a seconda della gravità del reato; nel secondo, i tempi lungi sono semplicemente inaccettabili per qualsiasi reato. La ratio dei tempi di prescrizione non è quella allungare la durata del processo (tanto abbiamo tempo, possiamo prendercela con calma!). Per un motivo semplicissimo. Prendiamo, per esempio, il processo sulla strage di Viareggio, di cui si è molto parlato proprio per gli effetti che avrebbe su di esso il processo breve. Ebbene, le nuove norme ridurrebbero i tempi di prescrizione di poco più di un anno: da 25 a 23 e quattro mesi. Prescrizione prevista, quindi, nel 2032 (!). Ma stiamo parlando di un reato eventualmente commesso nel 2009 e scoperto immediatamente. Ora, se in 23 anni non si riesce ad arrivare ad una sentenza definitiva, o si deve accettare il fatto che gli imputati non sono poi così colpevoli come si crede, oppure che la pubblica accusa è stata incapace e dunque è con essa, non con i tempi di prescrizione, che i parenti delle vittime dovrebbero prendersela.

Thursday, May 21, 2009

Tutti d'accordo ma non si muove una foglia

Faranno più notizia le accuse ai magistrati, meritatissime, visto che il caso Mills è l'ultimo e solo il più ridicolo dei processi politici contro Berlusconi (l'origine dei 600 mila dollari è stata da tempo accertata dal fisco britannico, come ricostruito tempo fa da Filippo Facci), e il vero o presunto attacco al Parlamento (anche se non si può negare che sia nelle dimensioni che nel suo funzionamento il nostro Parlamento sia «pletorico e dannoso»). Tra l'altro, non si capisce perché, pur essendo quasi unanimemente condivisa la necessità di ridurre il numero di parlamentari e rivedere il bicameralismo perfetto, quando lo dice Berlusconi non va più bene.

A Berlusconi si dovrebbe invece far notare che da Confindustria oggi è giunto un appello forte a fare prima possibile le riforme di cui l'Italia ha bisogno; e che ha una solida maggioranza in Parlamento - per quanto sia lento e «pletorico» - per farle.

«Presidente, il consenso che lei ha saputo conquistarsi è un patrimonio politico straordinario. Lo metta a frutto. Usi quel patrimonio per le riforme che sono necessarie. Lo faccia ora. Perché questa è l'ora di fare le riforme». Un appello condivisibilissimo quello della Marcegaglia, perché le riforme si fanno ad inizio legislatura, soprattutto se si gode di un ampio consenso. «Sono d'accordo su tutto quello che ha detto Emma - ha esordito Berlusconi intervenendo dopo di lei - Tutto l'intervento, perché fa una fotografia precisa della crisi e delle cose che dovremmo fare, tutte cose che vogliamo fare». Epperò, finora poco si è mosso e c'è nel governo (Tremonti e Sacconi su tutti) chi ripete che durante la crisi non bisogna toccare nulla, sennò alla gente viene l'ansia.

Ma anche altre parti della relazione della Marcegaglia sono condivisibili, come il passaggio in cui ha avvertito che «lo Stato dovrà poi rientrare nei suoi confini, lasciando all'impresa e al mercato il compito di guidare l'investimento, l'innovazione, la creazione di ricchezza. Sarebbe un tragico errore pensare che la crisi apra una nuova epoca, nella quale sia la politica, per riaffermare la propria supremazia, ad indicare le priorità nell'allocazione delle risorse, a condurre lo sviluppo, a scegliere le nuove tecnologie e i vincitori della competizione... Non devono vincere le forze che tendono sempre a statalizzare l'economia, il pendolo tra stato e mercato deve tornare a oscillare verso il mercato».

UPDATE: La risposta alla Marcegaglia arriva da Tremonti: c'è da aspettare... fa capire il ministro rivolgendosi alla Cisl:
«C'è un tempo per gestire la crisi e c’è un tempo per fare le riforme. La gestione della crisi è una cosa, gestire le riforme è una cosa in più. Siamo convinti che si devono fare, ma è una cosa dura e complessa, devi fare un patto tra generazioni, devi dire ai giovani a che età vai in pensione. Le riforme le faremo nel tempo giusto e nel modo giusto, ma soprattutto con le persone giuste, noi le faremo e le faremo con voi [la Cisl]».
Rispondiamo con le parole della Marcegaglia, sempre dal suo discorso di oggi:
«Senza le riforme, al passo corto che l'economia italiana ha mostrato negli ultimi dieci anni, il ritorno sui livelli produttivi pre-crisi non avverrebbe prima del 2013. Un arco di tempo troppo lungo per non avere conseguenze negative sulla vita dei lavoratori e delle imprese e sulla stessa coesione sociale».

Friday, July 04, 2008

Possibili effetti del Sexgate all'italiana

E' stato un errore da parte di Berlusconi rinunciare all'intervista televisiva a Matrix. Non so dire se sia stata un'idea sua o se abbia accettato il consiglio di Letta o di qualcuno dei suoi alleati, forse di Fini. A me pare che l'unico rischio che corre il Cav. in questo nuovo scontro con la magistratura sia che gli italiani non comprendano, che molti rimangano confusi dal chiacchiericcio dei giornali e dei tg.


«Non mi pare opportuno e producente intervenire sui temi proposti da Matrix (giustizia e intercettazioni) che farebbero passare in secondo piano le tante cose realizzate dal Governo per cedere il passo ad argomenti e gossip negativi che inquinano ed ammorbano il dibattito politico e parapolitico di questi giorni, deviando l'attenzione del Paese dai problemi concreti e dai risultati dell'azione di Governo».
Così il premier ha spiegato la sua decisione. Ma il dibattito politico è già ora «ammorbato» dal gossip generato dalle intercettazioni. I tentativi del governo di difendere il suo mandato elettorale dagli attacchi delle procure di Milano e Napoli sono già oggi al centro delle polemiche politiche; e già oggi l'attenzione dell'opinione pubblica è deviata lontano «dai problemi concreti e dai risultati dell'azione di Governo». Non per il disegno oscuro di qualcuno, ma perché è ovvio che i media accendano i riflettori laddove la polemica s'infiamma.

Dunque, intervenendo stasera a Matrix Berlusconi avrebbe certo dovuto rispondere a domande su «giustizia e intercettazioni», ma avrebbe comunque avuto l'occasione di parlare dei problemi del Paese di cui il governo si sta effettivamente occupando, riequilibrando così l'"agenda setting", ridimensionando i primi temi rispetto ai secondi; e avrebbe potuto spiegare agli italiani cosa sta accadendo con il processo Mills e le intercettazioni, per quali gravi ed eccezionali motivi il governo si è visto costretto a varare norme così discutibili ed estemporanee.

Quando Berlusconi va a spiegarsi in tv, se i fatti gli danno ragione, gli italiani comprendono e si schierano dalla sua parte. Ma se rinuncia a spiegarsi, i fatti da soli possono non essere sufficienti, prima di tutto perché potrebbero rimanere per lo più sconosciuti. Molti italiani gli hanno voltato le spalle nel 2006 perché delusi dalla performance economica del suo governo, perché sono rimaste deluse le aspettative di riforma liberale, non certo per il conflitto di interessi o le sue vicende giudiziarie, che ormai la maggior parte ha derubricato come "persecuzione politica".

A mio parere Berlusconi fa bene a restare all'offensiva contro la magistratura politicizzata e anche ad usare toni aggressivi. Dovrebbe anzi affondare, mettendo in cantiere riforme organiche della giustizia (separazione della carriere; abolizione dell'obbligatorietà; responsabilità civile; csm). Proprio la pubblicazione delle ultime intercettazioni, che in totale violazione del segreto istruttorio (se non addirittura frutto di un autentico spionaggio) coinvolgono decine di persone neanche indagate su fatti di nessuna rilevanza penale, provano la necessità e l'urgenza di un decreto legge. Eppure, in questo caso, sarebbe opportuno evitare, più che altro per non stressare i rapporti con il Quirinale, come suggeriscono Letta e gli alleati, sia Fini che Bossi. In questa fase, infatti, Napolitano si sta ben comportando. Le sue prese di posizione, accogliendo il Lodo Schifani-Alfano e con la lettera al Csm, ha davvero difeso il potere politico dagli abusi dell'ordine giudiziario, mettendo in difficoltà lo stesso Veltroni e il Pd, che in questo momento faticano a non appiattirsi sulle posizioni di Di Pietro.

Ebbene, se Berlusconi non lo metterà troppo in imbarazzo, troverà Napolitano dalla sua parte. Un'alleanza con il Colle val bene qualche telefonata osé sui giornali. E qui veniamo alla tempesta che si starebbe per scatenare su Berlusconi. Telefonate piccanti con soubrette poi divenute ministro? Prestazioni sessuali non indimenticabili? Prima osservazione: le procure hanno ormai raschiato il fondo del barile. Dopo 15 anni di processi che hanno portato ad assoluzioni o prescrizioni, tranne il ridicolo processo Mills (l'origine dei 600 mila dollari è stata da tempo accertata dal fisco britannico), non sono più in grado di inventarsi più nulla di penale. E dal penale si passa allo scandalismo.

Seconda osservazione. La penso come Rotondi: «... credono di illuminare con le intercettazioni le miserie di Berlusconi e, invece, per la gente saranno grandezze». Sia che vengano fuori fellatio di clintoniana memoria, sia che venga messa in discussione la virilità del premier, la maggior parte degli italiani proverà nel primo caso ammirazione, nel secondo tenerezza. In ogni caso apparirà un po' più "vero" dei sepolcri imbiancati dei suoi avversari. Nel primo caso sarebbe un danno all'immagine del premier all'estero, dove sono più bacchettoni. Tra l'altro, quanti oggi strillano di censura e rivendicano il diritto di cronaca, se fosse per un pompino e un pelo di f... perderebbero ogni credibilità di fronte all'opinione pubblica.

Terza osservazione. Attenzione ai paralleli con Clinton - come incautamente e dimostrando la propria ignoranza ha fatto Scalfari la settimana scorsa. Perché in America il presidente viene inquisito da un procuratore speciale nominato dal ministro della Giustizia e poi decide a maggioranza qualificata il Senato. Quindi è falso che negli Usa il presidente possa venire perseguito da qualsiasi pm o condannato da qualsiasi giudice.

P.S.: Mi sembrava inelegante tirare in ballo i defunti, ma visto che il tabù è stato infranto, chiedo: come pensate che Nilde Iotti sia diventata presidente della Camera, per quali particolare doti? Certo, rispetto alla Carfagna, la Iotti rispondeva ai canoni estetici del realismo socialista.

Friday, June 27, 2008

Il toro per le corna, banco di prova per il Pd

Il governo ha deciso di afferrare il toro per le corna e ha presentato, con l'obiettivo di farlo approvare a luglio, il disegno di legge per la sospensione dei processi alle più alte cariche dello Stato per la durata dei loro mandati. A questo punto, sarebbe saggio da parte della maggioranza ritirare l'emendamento Vizzini-Berselli. Non per rinunciare al principio che quella norma rappresenta, cioè il superamento dell'obbligatorietà dell'azione penale, ma per definirlo nel modo migliore e inattaccabile, in una legge di riforma organica.

Sconcertante è però l'atteggiamento del Pd, che ormai sembra non avere la forza di resistere alla tentazione di lanciarsi all'inseguimento di Di Pietro sul piano che è più congeniale all'ex pm. Se appare ragionevole che la Finocchiaro chieda il ritiro della sospendi-processi, pretendere che l'immunità sia fatta valere solo dalla prossima legislatura significa essere ancora nella vecchia stagione. Come ho avuto già modo di spiegare, il Pd non inaugurerà nessuna «nuova stagione» se non capirà che l'anomalia, l'"emergenza democratica", è nella magistratura, non in Berlusconi; finché non ammetterà di aver sbagliato, avendo persino offerto sponde e copertura alla magistratura politicizzata, che ormai ha acquisito tanto potere di condizionamento sulla politica intera (non più sul solo Berlusconi) da essere incontrollabile, persino dal presidente Napolitano.

«Altrimenti - si giustifica la Finocchiaro - avremo un sistema in cui si legifera ancora una volta nell'interesse personale del presidente del Consiglio». Altrimenti - è il discorso che ci saremmo aspettati di sentire dopo questi 15 anni - avremo un sistema in cui si fanno i processi per delegittimare e far cadere i governi democraticamente eletti. La capogruppo del Pd chiede a Berlusconi di «affrontare serenamente un processo di primo grado» che lo vedrà certamente condannato da un giudice non imparziale per un'accusa ridicola. In sostanza, la Finocchiaro sta chiedendo a Berlusconi di dimettersi.

Il Pd è ovviamente libero di esercitare il suo ruolo di opposizione come meglio crede, ma se la maggiorenza ritirerà la sospendi-processi e si concentrerà sull'immunità per le alte cariche avrà certamente il sostegno del presidente della Repubblica e per i garantisti nel Pd sarà davvero l'«ultimo giro di giostra».

Oggi, Piero Ostellino, sul Corriere della Sera, cita le parole di Violante per spiegare l'anomalia della giustizia italiana. «In Italia, l'azione penale è obbligatoria solo formalmente ma, in realtà, è lasciata alla discrezionalità dei singoli magistrati». «I magistrati perseguono selettivamente chi vogliono, secondo criteri soggettivi che rischiano di tracimare nell'arbitrio», traduce Ostellino.

Il Csm rappresenta l'altra grave anomalia: «Non c'è un solo articolo della Costituzione che attribuisca al Csm un preventivo controllo di costituzionalità sugli atti parlamentari».

Secondo Ostellino, Berlusconi ha sbagliato a parlare dei «suoi problemi personali» all'assemblea della Confesercenti. Li distingue dai «rapporti fra il capo del governo - chiunque-egli-sia - e l'ordine giudiziario», che invece «riguardano lo Stato». Ma è una distinzione astratta. Parlando dei suoi problemi giudiziari, Berlusconi ha parlato anche di un governo sotto il ricatto della magistratura.

«Le accuse a Berlusconi derivano da un sincero desiderio di giustizia o dal tentativo di una parte dell'elite italiana di capovolgere una scelta elettorale che non accetta?». E' a partire dalla risposta a questa domanda - che ponevo in un post di qualche giorno fa e che Ostellino cita dall'editoriale di Caldwell sul FT - che i problemi giudiziari di Berlusconi finiscono per combaciare con la crisi nei rapporti fra potere esecutivo e ordine giudiziario.

Anche Antonio Polito mostra di rendersi conto di quale sia l'anomalia di partenza:
«Parliamo tutti con giusto sdegno del fatto che si vogliono sospendere per legge processi relativi a reati compiuti prima del 30 giugno del 2002. Ma dov'è lo sdegno per il fatto che reati commessi più di sei anni fa siano ancora sottoposti a processo? Non è che quei processi, o almeno molti di loro, sono già di fatto sospesi, e stancamente tenuti invita inattesa dell'inevitabile prescrizione come in una vera e propria "amnistia occulta"?»
L'impressione è che l'unico processo - tra questi prossimi alla prescrizione e sospesi "di fatto" - che stranamente procede a ritmi serrati, sia quello contro Berlusconi. Nella sospendi-processi c'è un embrione di politica giudiziaria, perché sospende alcuni processi (quelli prossimi alla prescrizione - e il processo Mills ricade tra questi - o sotto indulto) per accelerarne altri, che ancora hanno la possibilità di essere celebrati in tempo. Ci si può anche indignare per la "porcheria" della sospendi-processi, ma rimanendo consapevoli che è una pagliuzza rispetto alla trave che incombe.
«Un altro esempio: è normale in uno stato di diritto - che si fonda sulla terzietà e indipendenza del giudice - che il magistrato chiamato a giudicare Berlusconi abbia partecipato ad attività pubbliche contro di lui e la sua produzione legislativa? Terzo e ultimo esempio: fa parte dello stato di diritto pubblicare intercettazioni o loro riassunti, talvolta corredati anche della versione audio, con i processi ancora in corso, o anche nemmeno iniziati, e spesso relative a persone per le quali gli stessi pm hanno escluso ogni ipotesi di reato?»
In Europa è «uno scandalo» semplicemente che un deputato sia intercettato. Così, mentre la Finocchiaro vorrebbe che l'immunità non valesse per Berlusconi, Polito ha talmente afferrato la radice del problema da spingersi fino a chiedere «un salvacondotto giudiziario» per il solo Berlusconi. «Troppo tardi, ora che il tono morale dell'opposizione è dettato da Di Pietro».

Thursday, June 26, 2008

All'osso della democrazia, l'ultimo scontro tra poteri

Dopo la column di Caldwell dell'altro giorno, forse al Financial Times si sono preoccupati di apparire troppo berlusconiani e si sono sbrigati a sfornare un editoriale al veleno contro Berlusconi: «Oh no, di nuovo», riferendosi alla sua tendenza ad occuparsi più dei suoi problemi giudiziari che delle riforme di cui l'Italia avrebbe bisogno.

Innanzitutto una noticina. Sorprende che uno dei più autorevoli quotidiani finanziari al mondo attribuisca l'aumento fino al 2,5% del rapporto deficit/Pil nel 2008 alla manovra triennale (2009-2011) appena varata dal governo.
«The Berlusconi government last week introduced a budget that will see the public deficit rising from 1.9 per cent of gross domestic product in 2007 to 2.5 per cent in 2008».
La scure di Tremonti si abbatte sui conti pubblici, titola la Repubblica, ma il FT non vede «alcun segno che questo governo is maintaining a tight grip on public spending».

Detto questo, è certamente vero che la preoccupazione di Berlusconi per i suoi processi sottrae energie, tempo e risorse che Governo e Parlamento potrebbero impiegare per risolvere i problemi economici che affliggono il nostro Paese. E' uno degli aspetti negativi di una politica incapace di liberarsi dal ricatto della magistratura. Mi rendo conto, e sono il primo ad ammettere, che è avvilente assistere «again» a uno scontro tra Berlusconi e i pm politicizzati, che ormai va avanti da 15 anni. E' forte la sensazione di disgusto di fronte al ripetersi di un brutto film già visto, ma non possiamo esimerci. Non possiamo cedere all'assuefazione, abituarci a considerare normale il potere di ricatto che l'ordine giudiziario esercita sul potere esecutivo e sul legislativo.

Quanto sia grave la situazione si intuisce dalla sfuriata del vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, ai consiglieri, carpita ieri dai giornalisti e riportata oggi sui quotidiani. Aveva appena finito, la mattina stessa, di pronunciare all'indirizzo dei consiglieri un forte e chiaro appello alla riservatezza, che già nel pomeriggio diveniva carta straccia, con la divulgazione della bozza di parere sulla norma sospendi-processi. Singoli membri del Csm mettevano il timbro dell'intero organismo su un parere che per il momento era solo il loro, individuale e non collegiale, umiliando il vicepresidente Mancino.

Possiamo ritenere inelegante da parte del premier cercare di sottrarsi al processo; noiosi e stucchevoli i soliti attacchi ai pm. Ma considerare quelli di Berlusconi con la giustizia «problemi suoi» e non del Paese, significa cominciare a ragionare secondo lo schema giustizialista. La domanda a cui bisogna rispondere è sempre la stessa: è Berlusconi l'anomalia che causa tutte le altre anomalie italiane, oppure lui e le sue leggi ad personam sono anomalie prodotte da un'anomalia più generale, quella magistratura che da 15 anni tiene sotto ricatto la politica intera (non più solo Berlusconi)?

Gli attacchi di Berlusconi sembrano eccessivi anche a Gianni Letta, che dice agli alleati che «Silvio sbaglia», che «ci vorrebbe meno aggressività », che «non è questo il metodo giusto», ma intanto, nel silenzio dei loro uffici, i pm continuano a tramare condanne e a divulgare intercettazioni diffamanti senza alcun rilievo penale, com'è successo anche stamattina. Con toni discutibili Berlusconi ripete un discorso che non fa una piega: la nostra è una «democrazia in libertà vigilata, tenuta sotto il tacco da giudici politicizzati, ma i cittadini hanno il diritto a esser governati da chi scelgono democraticamente: non posso accettare che un ordine dello Stato voglia cambiare chi è al governo, con accuse fallaci».

In 15 anni, con 789 pm contro, mai una condanna, ma al Paese è costato caro: governi democraticamente eletti sotto il costante ricatto di una magistratura irresponsabile e quindi limitati nelle risposte di governo che giustamente i cittadini si aspettano da loro. Napoli e Milano sono le procure pronte a colpire il premier con nuove accuse ridicole. Tra il primo e il 18 luglio i suoi avvocati dovranno partecipare a otto udienze tra Milano e Napoli e se il premier dovesse parteciparvi ciò andrebbe a discapito dell'attività di governo.

Il punto è che sia il "caso Saccà", per il quale potrebbe essere rinviato a giudizio a Napoli, sia il processo Mills (leggere, per credere, la minuziosa ricostruzione di Filippo Facci), si basano su accuse ridicole, che non porteranno mai a una condanna definitiva. Ormai, dopo questi 15 anni, tra assoluzioni e prescrizioni, sono rimaste solo quelle in mano ai magistrati. Puntano a un rinvio a giudizio o ad una condanna in primo grado. Pazienza, se non si trasformeranno mai in condanne definitive. Ma quando saremo di nuovo qui a constatarlo, il loro obiettivo politico l'avranno già raggiunto, proprio come nel caso dell'arresto della moglie di Mastella. E' stato dichiarato illegittimo, ma intanto lui si è dovuto dimettere e il governo Prodi è caduto. Se Berlusconi fosse condannato a 6 anni, un istante dopo sarebbe obbligato a dimettersi e tanti saluti non solo alle risposte ai tanti problemi del Paese, ma anche all'ultimo straccio di democrazia.

Non ho perdonato a Berlusconi di non avere compiuto la "rivoluzione liberale" che aveva promesso nel 2001-2006 e può darsi che deluderà ancora le aspettative di quanti lo hanno votato anche questa volta, ma ora è in gioco qualcosa di "pre-politico", qualcosa che deve per forza venire prima dell'azione di governo: tenersi stretto il mandato a governare che gli hanno democraticamente affidato gli italiani ma che gli potrebbe essere tolto con un colpo di mano giudiziario.

E' una lotta contro il tempo, in cui vince chi colpisce per primo. La sentenza prima del "lodo Schifani", o il "lodo Schifani" prima della sentenza? Certo, la sospendi-processi è una norma rozza, brutta, «impensabile in altri Paesi occidentali», dove però è anche impensabile una magistratura totalmente fuori controllo, ma rivela tutto il carattere di eccezionalità e di emergenzialità in cui sono precipitati i rapporti tra politica e magistratura. E' una guerra tra poteri che in quanto condotta al di fuori delle regole costituzionali precede la democrazia stessa. Siamo arrivati all'osso della democrazia, non c'è più nulla da rosicchiare. Occorre esserne consapevoli, mettere da parte tutte le considerazioni sulle "buone maniere" istituzionali, decidere da che parte stare e assumersene la responsabilità.

Wednesday, June 25, 2008

Il Csm in soccorso del processo Mills

E' finalmente arrivato il tanto atteso parere del Csm sulla norma sospendi-processi contenuta nel pacchetto sicurezza. «Incostituzionale», ovviamente, sentenzia la bozza presentata oggi alla Sesta Commissione dai relatori, Livio Pepino e Fabio Roia. Entrambi sono firmatari della stessa lettera/appello contro Berlusconi firmata anche dal giudice Gandus, nei cui confronti per questo motivo è stata avanzata richiesta di ricusazione nel processo Mills. Sono i soliti che continuano a condurre la loro lotta politica avvalendosi degli uffici giudiziari che ricoprono.

Tentano di bloccare quella norma perché eviterebbe a Berlusconi una condanna già scritta. Sanno benissimo che il processo Mills è già di fatto prescritto in appello, ma vogliono comunque colpire Berlusconi in primo grado, adesso che il giudice non è imparziale. Basterebbe e avanzerebbe come delegittimazione politica.

La norma, dicono, violerebbe l'articolo 111 della Costituzione, cioè il principio della ragionevole durata del processo. Ma già ad oggi la durata di un enorme numero di processi è irragionevole. Quell'articolo viene quotidianamente violato. Ma mentre l'eccessiva durata oggi colpisce random, la norma rappresenta un tentativo di stabilire dei criteri di priorità, cioè di scegliere pragmaticamente a quali processi dare la precedenza e garantire una ragionevole durata.

Con che coraggio, poi, si parla di «amnistia occulta», quando già oggi molti processi rischiano la prescrizione, cioè di venire non solo sospesi, ma cancellati de facto, con l'unica differenza che ciò avverrebbe senza alcun criterio, secondo il capriccio del caso o la discrezionalità birichina dei magistrati. La norma vuole sospendere quei procedimenti già oggi vicini alla prescrizione (alla cui sentenza non si arriverebbe comunque), o che ricadono sotto l'indulto (per cui la sentenza non verrebbe mai eseguita), proprio per dare modo ai tribunali di evitare che facciano la stessa fine altri processi, per i reati più gravi, che invece potrebbero essere celebrati per tempo. E' una norma sospendi-alcuni-processi-per-accelerarne-altri.

Fece la stessa cosa - con una circolare, non con una legge - il procuratore di Torino Maddalena, mettendo in coda i processi che sarebbero ricaduti nell'indulto, ma il Csm non sentì il bisogno di parlare di «amnistia occulta».

Il paradosso è che gli stessi Pepino e Roia, più Fresa, decideranno anche sull'istanza di ricusazione presentata da Berlusconi nei confronti della Gandus, pur essendo tutti co-firmatari dell'appello anti-Berlusconi sottoscritto da quella stessa giudice e addotto come motivo della richiesta di ricusazione.