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Thursday, June 08, 2017

Trump ha interferito... con la carriera di Comey...

L'unica cosa che è venuta fuori dall'audizione dell'ex direttore dell'FBI è che Trump ha interferito con la carriera di Comey e Comey non l'ha presa affatto bene...

Ecco i punti salienti della sua testimonianza al Senato. Poco o nulla di nuovo.

-Trump e nessuno dello staff della Casa Bianca gli ha mai chiesto di fermare l'inchiesta sulle interferenze della Russia nelle elezioni presidenziali.

-Trump non gli ha ordinato di "lasciar correre" su Flynn ("I hope..."), ma lui ha interpretato le parole del presidente come una "direttiva": cosa voleva che facesse. Però non ha fatto presente né al presidente Trump né a qualche consigliere della Casa Bianca quanto fosse "inappropriata" la richiesta. Perché no? "Non lo so, non ho avuto la presenza di spirito". Se è ostruzione alla giustizia o no, non spetta a lui dirlo ma al procuratore speciale.

-Comey ha ammesso di aver passato lui stesso alla stampa, attraverso un amico (professore di legge alla Columbia) i suoi appunti sull'incontro con Trump, pensando che ciò avrebbe favorito la nomina di un procuratore speciale. Perché non lui direttamente? Stava per andare in vacanza... È in grado di recuperare il suo memo e consegnarlo al Congresso? "Potentially".

-Comey ha riferito di aver detto per tre volte al presidente Trump che non è sotto indagine ma di essersi rifiutato di dichiararlo pubblicamente - come gli aveva chiesto Trump - per "rispetto dei protocolli". Sarcastico il senatore Rubio: "L'unica cosa 'never leaked' è che il presidente non è personalmente sotto indagine".

-Comey ha rivelato che Loretta Lynch, il ministro della giustizia dell'amministrazione Obama, gli ha "ordinato" di parlare in pubblico dell'"emailgate" di Hillary Clinton come di una "questione" e non una "indagine". Stesso linguaggio della campagna Clinton.

-"Non ci sono dubbi" che la Russia abbia "interferito" nelle elezioni presidenziali, ma Comey ha confermato che "nessun voto è stato alterato".

-"In the main, it was not true", così Comey ha smentito (quattro mesi dopo, e c'è voluta una testimonianza in Senato...) l'articolo del NYT del 14 febbraio intitolato "Trump Campaign Aides Had Repeated Contacts With Russian Intelligence".

Il resto è veleno e risentimento di Comey verso Trump che l'ha licenziato, opinioni e interpretazioni personali sulla condotta del presidente. In generale, Comey ha dato l'impressione di essere mosso da risentimento e pregiudizio nei confronti di Trump, si è da solo "smascherato" come membro della "resistenza" anti-Trump. E dalle sue stesse parole è chiaramente emerso come si sia mosso, da direttore dell'FBI, con equilibrismo politico sia con Trump sia con la precedente amministrazione per restare al suo posto. Osserva Sean Davis su The Federalist, "Comey makes clear that he was playing a game with Donald Trump, and that Trump called his bluff".

A proposito, cosa troverete di tutto questo sui media italiani? Interviste a Dershowitz ne vedremo?
"I think it is important to put to rest the notion that there was anything criminal about the president exercising his constitutional power to fire Comey and to request - "hope" - that he let go the investigation of General Flynn. Just as the president would have had the constitutional power to pardon Flynn and thus end the criminal investigation of him, he certainly had the authority to request the director of the FBI to end his investigation of Flynn".
 "Can You Obstruct a Fraud?" si chiede McCarthy su National Review. L'unica cosa che Trump ha ostacolato è una falsa narrazione che Comey e le agenzie di intelligence, pur sapendo falsa, si sono rifiutati di correggere pubblicamente, al fine di danneggiare politicamente il presidente.

Thursday, October 13, 2016

Per decine di milioni di americani l'Apocalisse si chiama Clinton

Pubblicato su L'Intraprendente

Altro che superamento delle divisioni. Durante il doppio mandato di Barack Obama la politica americana è a tal punto polarizzata che entrambi i candidati alla Casa Bianca dei principali partiti evocano addirittura l'inferno per descrivere l'avversario. Se Trump aveva paragonato Hillary Clinton al diavolo, dalle colonne del New York Times l'ex first lady lancia un drammatico appello agli elettori: "Sono l'ultima cosa che c'è fra voi e l'Apocalisse". E naturalmente l'accostamento Trump-Apocalisse è talmente piaciuto ai conformisti media italiani che è stato rilanciato su tutte le prime pagine, in edicola e online, senza alcun esercizio critico.

Se decine di milioni di americani sono pronte a preferire un salto nel buio con Trump, piuttosto che una collaudata e preparata ex segretario di Stato, forse qualche domanda è il caso di porsela. Forse è il caso di impegnarsi a spiegare ai lettori italiani che per metà degli americani - poco più o poco meno lo vedremo l'8 novembre - l'Apocalisse è il futuro prospettato loro da una presidenza Clinton dopo ben otto anni di Obama. Per questi elettori, che alle primarie repubblicane hanno fatto fuori tutti i candidati tradizionali del Gop scegliendo Trump, l'Apocalisse è rappresentata dal sistema-Clinton e da altri quattro anni dei Dem alla Casa Bianca. A tal punto che sembrano perdonare a Trump qualsiasi cosa. Per il 74% degli elettori repubblicani infatti il partito dovrebbe continuare a sostenere Trump nonostante le volgarità del video diffuso dal Washington Post, mentre solo per il 13% non dovrebbe.

E' con la vittoria della Clinton che questi milioni di elettori vedono evidentemente spalancarsi le porte dell'Apocalisse. L'Apocalisse che vedono è la deriva socialdemocratica che sta già mutando il dna del Paese. In generale sulle politiche socio-economiche e su temi come il possesso di armi, la deindustrializzazione, l'immigrazione, con Hillary alla Casa Bianca, dopo otto anni di Obama, temono un'ulteriore "europeizzazione" degli Stati Uniti. Deriva da fermare a qualsiasi costo, anche assumendosi il rischio di eleggere un candidato controverso e impreparato, una totale incognita come Trump.

L'impopolarità della Clinton anche a sinistra è tale che per restare in corsa ha dovuto fare appello al "popolo di Obama", in pratica proponendo agli americani un "terzo mandato" del presidente uscente, senza però averne il carisma, e ha dovuto spostarsi ulteriormente a sinistra per cercare di conquistarsi le simpatie dei "sanderisti". Peccato che oltre il 70% degli americani ritiene che il Paese stia andando nella direzione sbagliata, di solito un indicatore sfavorevole per il partito alla Casa Bianca, e il 55% pensa che il Paese sia ancora in recessione. Nonostante il segno più del Pil, Obama è l'unico presidente Usa che non ha mai centrato il 3% di crescita in almeno un anno di mandato. Dalla Clinton quindi ci si può aspettare il tentativo di implementare le stesse politiche che hanno prodotto crescita lenta, redditi stagnanti, fuga delle imprese e un altissimo debito pubblico. Proprio la situazione che ha esasperato il ceto medio e le classi operaie che guardano a Trump. Se il marito Bill nel 1992, e lei stessa alle primarie del 2008, hanno corso da centristi, oggi l'agenda di Hillary è persino più a sinistra di quella di Obama, socialdemocratica "dalla culla alla tomba".

Basti guardare ai piani fiscali agli antipodi dei due candidati. Secondo i dati del Tax Policy Center, riportati dal Wall Street Journal, il piano fiscale di Trump, accusato di favorire solo i più ricchi, offre al quintile centrale dei contribuenti americani un aumento di reddito al netto delle tasse nove volte superiore rispetto a quello che offre la Clinton (+1,8% contro +0,2%). Mentre Trump riduce le tasse a tutte le fasce di reddito, di fatto il piano della Clinton non offre alcuna riduzione di tasse ad alcuna fascia di reddito. Nessuna impresa e nessuna persona fisica pagherà meno tasse. E prevede un ulteriore gettito fiscale dalle tasche degli americani di ben 1,4 trilioni di dollari. Se non è questa una "Apocalisse fiscale", ci siamo vicini...

Uno dei punti forti di Hillary rispetto al suo avversario doveva essere l'esperienza da segretario di Stato. Ma l'eredità di Obama-Clinton in politica estera (dal ritiro dall'Iraq e le incertezze sulla Siria, che hanno lasciato il vuoto riempito dall'Isis e una crisi di rifugiati che destabilizza l'Europa, fino al caos libico, passando per l'accordo sul nucleare iraniano, le tensioni con Israele e l'avanzata della Russia) è talmente disastrosa da far apparire davvero vicina l'Apocalisse: un mondo "mai così pericoloso dalla fine della Guerra Fredda", ha scritto il WSJ. L'accusa rivolta a Trump di "intelligenza col nemico" semplicemente perché vuole normalizzare i rapporti con la Russia di Putin, soprattutto in funzione anti-Isis, non è credibile se viene da chi otto anni fa proponeva di premere il pulsante "reset" nei rapporti con Mosca e sfotteva il repubblicano McCain come residuato della Guerra Fredda. Sulle "connections" tra l'allora segretario di Stato Clinton e il Cremlino ai tempi del "reset" è istruttivo un articolo, apparso sul WSJ, di Peter Schweizer, autore del libro "Clinton Cash".

A far temere ancor di più una "Apocalisse clintoniana" ci sono poi le minacce alla Costituzione e il controllo delle istituzioni. Un tema cruciale emerso finalmente anche nel dibattito tv dell'altra notte è quello della Corte Suprema. Con Hillary alla Casa Bianca sarebbe lei a nominare il giudice mancante dopo la morte di Antonin Scalia e per la prima volta dai tempi di Nixon (1971) la Corte avrebbe una maggioranza progressista che potrebbe restare tale per decenni. La Clinton ha confermato i peggiori timori dei conservatori. Non ha mai menzionato le parole "rispetto della Costituzione", ha ammesso di voler cambiare "direzione" alla Corte, di voler scegliere una figura che vada oltre quella del rispettato giurista, qualcuno che "comprenda come funziona il mondo, che abbia esperienza di vita reale". Praticamente un attivista politico. Fondamentalmente ha lasciato intendere di volere una Corte "legislativa". E' in gioco quindi l'identità stessa dell'America dei prossimi 30 anni. Ci sono equilibri politici (nel partito e nel Paese) che si possono cambiare, ma non la maggioranza della Corte Suprema una volta messa nelle mani della Clinton. Per gli elettori repubblicani sarebbe una vera Apocalisse, perché la giurisprudenza della Corte può trasformare in profondità il Paese.

Per il WSJ, che non sostiene certo Trump, la decisione dell'FBI di non incriminare la Clinton per l'emailgate (ben il 56% degli americani non l'ha condivisa) puzza talmente di doppio standard da gettare un'ombra inquietante sulla tenuta dell'indipendenza e dell'imparzialità delle istituzioni e delle agenzie governative.

Un ruolo non indifferente nella percezione dell'"Apocalisse clintoniana" lo gioca poi il pensiero unico del politicamente corretto che domina i mainstream media, sempre più avvertito come una minaccia alla libertà d'espressione e anche alla funzione critica della stampa. Tempo fa dalle colonne del Washington Post, lo scrittore Jim Ruth avvertiva che c'è una "nuova maggioranza silenziosa", una fetta importante della classe media americana, a cui Trump non piace ma che è pronta a votarlo lo stesso, perché "ha una sola qualità redimente: non è Hillary Clinton. Non vuole trasformare gli Stati Uniti in una democrazia sociale sul modello europeo, basata sul politically correct". È un bullo, un demagogo, ma anche l'unico in grado di "preservare l'American way of life come la conosciamo. Per noi, il pensiero di altri quattro o otto anni di agenda progressista che inquini il sogno americano è anche più pericoloso per la sopravvivenza del Paese di quanto lo sia Trump".

"L'epoca della discordia", così il WSJ ha definito gli anni di Obama. E attenzione: una radicalizzazione che non è destinata ad arrestarsi. Con Obama si è radicalizzato il Partito democratico, diventato una socialdemocrazia europea degli anni '60. L'establishment repubblicano è rimasto moderato, ma non la base del partito. E se Trump dovesse perdere, c'è il forte rischio di ritrovarsi fra quattro anni con due candidati ancor più anti-sistema, ancor più "apocalittici", sia a destra che a sinistra.

Wednesday, August 28, 2013

Qualche missile per coprire i suoi fallimenti

Siria: regime change sì, l'ennesimo spot di Obama no, grazie

Parafrasando Friedman sulle tasse, chi segue questo blog sa che «sono favorevole a buttare giù una dittatura in qualsiasi circostanza e con qualsiasi scusa, per qualsiasi ragione, ogni volta che è possibile». Ma di questo si tratta nel caso dell'intervento militare che sta valutando Obama in Siria? E' lecito dubitarne. E' talmente tardivo che è davvero difficile ravvisarne logica e obiettivi politici. La durata (pochi giorni) e le modalità (lancio di missili) fanno pensare ad un atto dimostrativo piuttosto che ad un intervento mirato a (e in grado di) provocare un cambio di regime. E Washington sembra comunque intenzionata a restare defilata nell'eventuale post-caduta del regime, come già in Egitto e Libia.

Per due anni, praticamente disinteressandocene e non schierandoci, chi illudendosi di poter convincere con le buone Mosca e Teheran ad abbandonare le proprie postazioni a Damasco, chi confidando nei sauditi, abbiamo permesso che la ribellione contro il regime di Assad in Siria si trasformasse in una guerra tra estremisti sunniti (al Qaeda) e fondamentalisti sciiti (Iran, Hezbollah). La scomoda verità è che al Qaeda è stata più svelta dell'Occidente nell'approfittare della crisi del regime siriano per tentare di assestare un colpo mortale alle aspirazioni egemoniche iraniane e russe sulla regione, al fine ovviamente di sostituirvi le proprie. E abbiamo lasciato che fosse l'Arabia Saudita ad aiutare i ribelli, con il risultato, come altrove in passato, che Assad, sostenuto da Teheran, sembra poter resistere, e che i sauditi hanno lasciato troppo spazio ai jihadisti.

Nelle fasi iniziali un aiuto occidentale diretto o indiretto avrebbe potuto garantire la leadership della ribellione alla parte migliore dell'opposizione ad Assad, quella laica, di civili ed ex militari, limitando quindi le infiltrazioni jihadiste e controllando da vicino come si sviluppava in concreto, sul terreno, l'ingerenza saudita. Ma ora che il conflitto si è trasformato in una guerra settaria tra terroristi sciiti e sunniti, è davvero arduo intervenire contro gli uni senza aiutare gli altri. Nella migliore, ma nient'affatto scontata, delle ipotesi, l'intervento favorirebbe l'Arabia Saudita, con la quale condividiamo, è vero, l'interesse a contenere gli ayatollah, ma che come sempre non è altrettanto netta e limpida nel contrastare l'integralismo e il terrorismo di matrice sunnita. Insomma, un altro fallimento del "leading from behind".

Obama ha dormito per due anni - mentre nel frattempo si concedeva la passerella contro il folcloristico Gheddafi - non s'è avvantaggiato in alcun modo della crisi siriana nei confronti di Russia e Iran (anzi!). Ora però è stata oltrepassata la "linea rossa": l'uso di armi chimiche. Quale ipocrisia! Prima di tutto, un massacro indiscriminato di civili è tale a prescindere dalle armi usate, se i macete o armi chimiche, e in quest'anno e mezzo se ne sono visti in abbondanza. Inoltre, prove dell'uso di armi chimiche sono emerse già mesi e mesi fa. Non sarà forse che ora sono aumentate le pressioni saudite, dato che senza intervento esterno Assad potrebbe addirittura prevalere?

Non c'è nulla di più vile però che nascondersi dietro l'assenza di un mandato Onu per dire no all'intervento militare in Siria. Significa infatti farsi dettare la politica estera e di sicurezza da Russia e Cina. Emma Bonino così facendo non fa certo onore alla sua storia politica, ma almeno rispetto ai suoi critici di sinistra non aderisce al doppio standard: se Bush non poteva deporre Saddam senza autorizzazione Onu Obama può attaccare Assad? Perché? Il primo violava il diritto internazionale e Obama no? Perché? Purtroppo sì, l'Occidente si sta riavvitando di nuovo sui soliti aspetti marginali, come l'uso di armi chimiche o il mandato dell'Onu, mentre la questione centrale dovrebbe essere: come agire per ottenere cosa?

Se si tratta di un attacco dimostrativo, utile solo a Obama per salvare la faccia di fronte ai massacri di civili, e come contentino all'Arabia Saudita, allora le perplessità sono più che legittime. Se l'obiettivo invece è il regime change, bisogna puntare almeno ad uccidere Assad, come suggerisce Bret Stephens, o a farlo cadere, ma bisogna anche avere un piano per un impegno deciso e duraturo volto a favorire un nuovo ordine in Medio Oriente, non per defilarsi e delegare tutto ai sauditi non appena caduta l'ultima bomba. Non mi pare quest'ultimo però il nostro caso.

Il fallimento di Obama è non avere una visione di politica estera, ma agire opportunisticamente, subendo gli eventi anziché cercando di influenzarli. Non ha un piano, né visione o principi, ma solo potenziali problemi di immagine su cui mettere una frettolosa toppa. La sensazione è che questo attacco gli serva per rispondere a chi lo accusa di essere rimasto indifferente ai massacri, per far vedere di averci provato... ma lui non affronta le sfide, fa "spin doctoring". E uno dei problemi del Medio Oriente oggi è che gli Stati Uniti non toccano palla in Medio Oriente.

Molti di sinistra in queste ore stanno rievocando l'interventismo democratico di Clinton e Blair per giustificare l'intervento contro il sanguinario Assad (definito solo pochi mesi fa un «riformatore» - non va dimenticato - dal precedente segretario di Stato di Obama), ma è un riferimento a sproposito: in quello che Obama sta per fare in Siria non c'è un'unghia di quello che fecero Clinton e Blair nei Balcani. Giuste o sbagliate che fossero, e a prescindere dagli errori commessi nella loro concreta applicazione, altri presidenti americani, da Clinton al tanto vituperato Bush, avevano una dottrina, una strategia, un'idea abbastanza definita sul nuovo ordine da favorire, nei Balcani così come in Medio Oriente. Obama mostra invece di non averne.

Monday, May 02, 2011

Un giorno di primavera

Come spesso capita la realtà è più banale di quanto si pensi. E a dispetto delle varie leggende che in questi anni si sono moltiplicate sulla sua sorte (dato ormai per morto; nascosto dentro chissà quale grotta di chissà quale inaccessibile catena montuosa; reso ormai irriconoscibile da svariate plastiche facciali; o addirittura a godersi i suoi milioni in qualche luogo esotico), Osama Bin Laden se ne stava asserragliato in una villa superprotetta, cercando di non dare troppo nell'occhio, in una ridente cittadella militare a soli 50 chilometri da Islamabad, la capitale del Pakistan. Più o meno come uno dei boss dei casalesi. Questo almeno il suo ultimo domicilio conosciuto, perché è probabile che in questi dieci anni abbia cambiato periodicamente più nascondigli, cercando però di limitare al massimo i suoi spostamenti.

A lungo si parlerà delle complicità pachistane, data la località in cui è stato scovato e le modalità dell'operazione (condotta pare all'oscuro dell'Isi e delle autorità civili pachistane). Complicità deve averne avute eccome, e chissà quante volte sarà sfuggito grazie ai depistaggi dei suoi amici pachistani. Materia per i libri di storia ormai. Come quel paio di occasioni per andare a prendere Bin Laden perse da Clinton sul finire degli anni '90 e il ruolo ormai più che trentennale dei servizi di sicurezza pachistani, veri e propri "padrini" dei talebani e delle reti del terrore, come quella di Haqqani, operanti ai confini con l'Afghanistan.

Nunc est bibendum - Ci sono voluti dieci anni, ma alla fine giustizia è fatta. Sì, possiamo affermarlo e almeno per oggi ingenui e ipocriti si asterranno dal parlare a vanvera di diritto internazionale, di multilateralismo, di processi o di esilio. E senz'altro oggi, almeno per un giorno, si può dire anche che il mondo è un posto migliore. E giusto un pizzico più sicuro. Solo un pizzico però, perché se è vero che l'uccisione di Bin Laden non ha un valore solo strettamente simbolico e avrà anzi conseguenze pratiche, soprattutto nei termini di un minore appeal della causa jihadista, non bisogna tuttavia commettere l'errore di credere che la guerra al terrorismo, al fondamentalismo e alle altre forme di tirannia si sia conclusa oggi.

E' più che probabile che da tempo ormai Osama non svolgesse più un ruolo operativo, né bisogna dimenticare la particolare struttura asimmetrica, sfuggente e tentacolare di al Qaeda. L'ideologia jihadista si nutre di figure carismatiche, quasi mitologiche, ma averne abbattuta una, anche se quella leader, non porta con sé il suo inevitabile e automatico esaurimento.

Del successo dell'operazione va dato merito senz'altro ad Obama, per la determinazione e la prontezza dei suoi ordini in tutte le fasi, così come a tutta la catena di comando fino a quegli eroici 14 uomini che sono penetrati nel compound senza avere la certezza di uscirne, né di avere il viaggio di ritorno assicurato (uno dei due elicotteri non era in grado di ridecollare). Corretta la scelta di andare a prenderlo e di non bombardare, per avere la certezza della sua fine. Ma è stato un lavoro lungo anni, iniziato durante la presidenza di G. W. Bush, cui forse va dato il merito di aver elaborato il "metodo" che sintetizziamo nell'espressione "Guantanamo", che tanto pubblico disprezzo ha attirato sull'ex presidente repubblicano e sugli Stati Uniti, ma che il Premio Nobel per la pace Obama non ha affatto smantellato, nonostante le promesse in campagna elettorale, e che forse si è rivelato una preziosa fonte di informazioni per aggirare i depistaggi pachistani.

Ci tranquillizza non poco, infine, sapere che nonostante gli errori e la mancanza di visione che rimproveriamo al presidente Obama in politica estera, l'America sa ancora essere unita nel perseguire gli obiettivi più importanti ed è ancora capace di rendere questo mondo più sicuro e più libero.

Wednesday, November 03, 2010

Sberla a Obama, vince il volto migliore dei Tea Party

Valanga, uragano, tsunami... Chiamatela come volete, ma la sberla che gli americani hanno assestato a Obama e ai democratici è davvero sonora. I repubblicani assumono il controllo della House, ma il numero di seggi conquistati è davvero impressionante, oltre ogni più rosea aspettativa: passano da 178 a 243 seggi, ossia +63, credo il margine più ampio del dopoguerra, superiore anche alla leggendaria vittoria del 1994 (+54). Sarebbe sbagliato non chiamarlo trionfo solo perché non sono riusciti, per un pelo, a conquistare la maggioranza anche al Senato. Hanno comunque strappato sei seggi senatoriali agli avversari, tra cui il seggio dell'Illinois che fu di Obama, e sono ancora in corsa per strapparne altri due, Colorado e Washington, dove i contendenti sono testa a testa. Potrebbe finire 51 a 49, dunque, o i repubblicani potrebbero fermarsi a 47, ma è una vittoria netta che cambia notevolmente i rapporti di forza al Senato. Vittoria ampia dei repubblicani anche nell'elezione di 37 governatori su 50. Strappano dieci Stati ai democratici e ne perdono uno, la California (un democratico succede infatti a Schwarzenegger). L'amica di Fini, Nancy Pelosi, non sarà più la Speaker della Camera, mentre Harry Reid evita per un soffio una clamorosa sconfitta e resta leader del Senato, ma dovrà cambiare musica.

Abbiamo assistito nel complesso ad un processo elettorale entusiasmante, cui da lontano non possiamo che guardare con invidia. Perché come spesso capita negli Usa i movimenti dal basso, come i Tea Party, hanno condizionato le scelte (sia di candidati che di agenda) dei vertici dei partiti, con esiti - com'è giusto che sia - alterni; e perché l'uninominale si conferma un sistema ad alto tasso di rinnovamento della classe politica.

TEA PARTY - Molto si scriverà, e molto di caricaturale temo, sui Tea Party. In fin dei conti, imponendo spesso al Gop i loro candidati, l'hanno avvantaggiato o piuttosto danneggiato? Si dirà che per colpa dei Tea Party i repubblicani non hanno conquistato il Senato. La realtà è molto semplice, persino ovvia: i candidati dei Tea Party hanno vinto, o hanno sfiorato la vittoria, laddove hanno saputo mantenere il loro focus sulla protesta antistatalista al tempo stesso risultando affidabili agli occhi degli elettori indipendenti; hanno perso, sonoramente e giustamente, laddove erano semplicemente impresentabili. E' vero, quindi, che perdendo in Delaware con la O'Donnell e in Connecticut con la McMahon, è svanito il sogno della maggioranza anche al Senato, ma in quante altre sfide alla Camera e al Senato la spinta del movimento è stata decisiva? Non scordiamoci che il Gop fino a qualche mese fa era allo sbando, in una grave crisi di credibilità presso i suoi stessi elettori, e l'impressione è che il contributo dei Tea Party l'abbia in qualche modo rivitalizzato, portandolo ad una vittoria altrimenti impensabile, almeno in queste proporzioni. Certi estremismi, che molti temono, sono stati spazzati via dagli elettori, un segnale inequivocabile anche per Sarah Palin. Sconfitte salutari, che depurano i Tea Party dagli orpelli integralisti - presi troppo spesso a pretesto dai media per screditare il movimento - e rinvigoriscono il loro messaggio più genuino, semplice e vincente (meno Stato, meno spesa, meno tasse), che arriva autorevolmente a Washington sulle gambe di senatori come Rand Paul (Kentucky) e Marco Rubio (Florida), ma anche del democratico Joe Manchin (West Virginia).

OBAMA - Con il voto di ieri gli americani hanno inequivocabilmente bocciato le politiche stataliste e keynesiane dell'amministrazione Obama ma soprattutto l'operato del Congresso a guida democratica. Sembra tornare di moda l'idea semplice e intuitiva che non è lo Stato a creare veri posti di lavoro. Il presidente è stato abbandonato da quei settori dell'elettorato che avevano creduto in lui nel 2008 portandolo alla Casa Bianca. Ha deluso sia quelli che si aspettavano un change radicale, sia quegli elettori moderati che si aspettavano una politica post-partisan, in grado, come aveva promesso, di superare gli steccati ideologici tra i partiti e di unire il Paese. E' vero che ha incontrato da parte repubblicana e nel Paese una tenace opposizione, ma il suo approccio è sembrato subito quello che non sarebbe dovuto essere: ideologico.

Ma non sono d'accordo con quanti sostengono che Obama debba dire addio alla rielezione nel 2012. Abbiamo avuto molte prove di quanto in due soli anni la politica americana possa mutare radicalmente. Il presidente ha tutto il tempo per tornare a scaldare i cuori dei suoi vecchi sostenitori, o per trovarne di nuovi (anche perché per la Casa Bianca i repubblicani hanno un serio problema di leadership). Molto dipenderà da come deciderà di affrontare le nuove maggioranze alla Camera e al Senato e quindi i nuovi rapporti di forza con i repubblicani. Può scendere in trincea, difendere con le unghie e con i denti le riforme fin qui realizzate, accettando di non combinare gran ché nei prossimi due anni ma tornando a scaldare i cuori più radicali tra i suoi elettori delusi, e quindi provare a vincere nel 2012 da sinistra, accusando il Congresso repubblicano per il mancato change; oppure, può scegliere la strada verso il centro percorsa brillantemente da Clinton dopo la sconfitta di midterm nel 1994, abbandonando le posizioni più radicali e l'immagine quasi salvifica, messianica, legata al suo personaggio, e magari concentrandosi sulla politica estera.

Nel primo caso sarebbe un azzardo, scommetterebbe su un cambiamento profondo delle coordinate culturali e sociali dell'America, che queste elezioni però sembrano smentire; nel secondo, smentirebbe i connotati stessi della sua elezione del 2008 e dovrebbe reinterpretare in termini più pragmatici e in senso più unitario, davvero post-partisan, le speranze di cambiamento degli americani. Dovrebbe riuscire a incarnare un change molto diverso da quello del 2008. Una sterzata di 180° che difficilmente passerebbe inosservata e che metterebbe comunque a dura prova la sua credibilità.

Wednesday, November 18, 2009

Obama si fa ingabbiare dai cinesi

Tanta "cooperazione" e toni adulatori, ma sui temi caldi (Iran e politica monetaria) il presidente Obama torna a mani vuote, mentre la buona retorica su diritti umani, Internet e Tibet non arriva a chi dovrebbe arrivare. Il Wall Street Journal vede il rischio che la politica monetaria e di bilancio americana provochi bolle finanziarie in Asia che avrebbero pesanti ripercussioni in tutto il mondo, alimentando svalutazioni e protezionismi, fino a rappresaglie politiche, mentre Martin Wolf, sul Financial Times, punta l'indice sul «protezionismo valutario cinese» e rimprovera semmai a Obama di non aver parlato al presidente Hu Jintao «in termini tanto crudi» quanto avrebbe dovuto.

Su il Velino

Nella visita in Cina del presidente americano, Barack Obama, il Washington Post vede un «forte contrasto con il passato». Un «contrasto», rispetto alle visite dei suoi predecessori, che tuttavia a giudizio del quotidiano Usa non riflette tanto un cambiamento di approccio da parte di una nuova amministrazione, quanto «un incredibile, e molto più grande cambiamento» negli equilibri di potere, soprattutto in economia, durante l'ultimo decennio. Un cambiamento che ha fatto da «sottofondo» all'intera visita. Nella sua analisi il WashPost sottolinea che «non ci sono stati grandi passi avanti su temi importanti quali il programma nucleare iraniano o la moneta cinese. Eppure, dopo due giorni di colloqui con il più grande creditore degli Stati Uniti, l'amministrazione ha affermato che le relazioni tra i due Paesi sono importanti come non mai». Sebbene un piccolo progresso sia emerso in vista della conferenza del prossimo mese a Copenhagen sui cambiamenti climatici, è «relativamente poco per un nuovo presidente che in campagna elettorale ha promesso che avrebbe realizzato cambiamenti di vasta portata nelle relazioni diplomatiche degli Stati Uniti».

«Se c'è stato un cambiamento significativo durante questo viaggio - osserva il WashPost - è stato il tono conciliante e a volte persino elogiativo» nei confronti del governo Pechino. «Con gli Stati Uniti indebitati con la Cina per oltre mille miliardi di dollari e inondati da merci cinesi», quella tra Obama e il presidente Hu Jintao è stata una conferenza stampa in «stile cinese». «Ciascuno ha letto il suo discorso preparato, guardando l'altro in silenzio. E nessuna domanda». Stati Uniti e Cina «non sono mai stati così vicini», ma «con la forma e anche la sostanza dei rapporti sempre più alle condizioni cinesi», sebbene i consiglieri di Obama suggeriscano che «il loro approccio e il tono cortese fossero finalizzati a risultati di lungo termine».

Anche l'incontro stile "town-hall" di Obama con 500 studenti a Shanghai - dove il presidente ha toccato il tema dei diritti umani, definiti «valori universali», e della libertà d'espressione, dicendosi contrario alla censura di Internet - che la Casa Bianca aveva sperato potesse permettere al presidente di raggiungere i cinesi comuni, «è stato privato di spontaneità dalla coreografia scritta dalle autorità di Pechino». Un'analisi simile quella di ieri del Wall Street Journal, secondo cui allo scopo di non far esprimere il potenziale del carisma di Obama, i leader cinesi lo hanno ingabbiato «in una visita tra le più strettamente controllate che si ricordino, senza concedergli alcuna opportunità, data invece ai suoi predecessori, di arrivare direttamente al grande pubblico cinese». Totale assenza di contatto diretto con il pubblico, come dimostra l'incontro di Shanghai con 500 studenti, accuratamente selezionati - e persino «addestrati» - dal regime tra i quadri giovanili del partito, e non trasmesso in televisione.

Anche l'itinerario della visita, secondo fonti sia cinesi che americane, riferisce il WSJ, «è stato aspramente conteso da ambo le parti». La Casa Bianca avrebbe voluto un'occasione «per far brillare la personalità telegenica di Obama» e ha chiesto maggiori libertà, ma le autorità cinesi hanno resistito, temendo il paragone con la classe politica cinese. Durante la visita in Cina del 1998, il presidente Clinton, ricorda il WSJ, ebbe quattro occasioni per parlare direttamente ai cinesi, tra cui un'intervista in diretta tv senza censure e discorsi agli studenti. Anche George W. Bush, nel 2002, parlò di libertà politica e religiosa agli studenti cinesi, ma al contrario di questa volta l'incontro fu trasmesso sulla televisione nazionale.
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Thursday, November 05, 2009

Le procure in guerra contro la guerra al terrorismo

Su il Velino

Delusione e disappunto hanno espresso il portavoce del Dipartimento di Stato Usa, Ian Kelly, e un portavoce del Pentagono, per la condanna di 22 agenti della Cia e di un colonnello dell'aviazione Usa per il "rapimento" su territorio italiano del sospetto terrorista Hassan Mustafa Osama Nasr (Abu Omar). Una reazione che rivela il malcontento dell'amministrazione Usa, ma cauta, nella consapevolezza che il potere giudiziario in Italia è indipendente dal governo. Nessun danno, quindi, nei rapporti politici tra Roma e Washington, ma con ogni probabilità, anche se i condannati non sconteranno neanche un giorno di carcere, un colpo inferto alla cooperazione tra i due Paesi nella lotta al terrorismo. Duramente critico nei confronti della sentenza, per quanto riguarda questo aspetto, il Wall Street Journal. In uno dei suoi editoriali, dal titolo emblematico «La guerra contro la guerra al terrorismo», ricordando che il procuratore Armando Spataro «si è fatto le ossa dando la caccia alle Brigate rosse», definisce la condanna in contumacia degli agenti Cia «un'altra discutibile pietra miliare nella guerra giudiziaria contro la guerra al terrorismo».

(...) «a prescindere dai particolari, sarebbe un errore per le anime belle d'Europa rallegrarsi per le condanne di ieri». Infatti, «se gli agenti di intelligence americani non possono cooperare con le controparti europee senza temere di venire arrestati - avverte il WSJ - allora sia l'America che l'Europa sono meno sicure»... «Persone innocenti rischiano alla fine di pagare per la "vittoria" di Spataro».
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Wednesday, September 30, 2009

Se 30 anni di tentativi di dialogo hanno fallito... regime change

Su il Velino

Contrariamente a quanto si crede, tutte le amministrazioni americane che si sono succedute dalla rivoluzione islamica in avanti hanno parlato, e tentato di instaurare un dialogo, con l'Iran degli ayatollah. Lo sostiene, nel suo editoriale di oggi sul Wall Street Journal, Michael Ledeen, tentando di smentire la convinzione, «quasi universalmente accettata», che accompagna i colloqui dell'amministrazione Obama con l'Iran che avranno luogo domani a Ginevra. Non è vero che le precedenti amministrazioni Usa si siano rifiutate di negoziare con i leader iraniani. La verità, scrive Ledeen, come ha spiegato nell'ottobre scorso il segretario alla Difesa, Robert Gates, alla National Defense University, è che «ogni amministrazione dal 1979 ha teso la mano agli iraniani in un modo o nell'altro, ma tutte hanno fallito».

L'amministrazione Carter ha tentato di stabilire buoni rapporti con la Repubblica islamica offrendo «aiuti, armi e comprensione», ma i colloqui sono finiti con la presa dell'ambasciata americana a Teheran. Anche l'amministrazione Reagan, ricorda Ledeen, ha cercato un «modus vivendi» con l'Iran nel mezzo della guerra con l'Iraq a metà degli anni '80. Funzionari americani di alto livello come Robert McFarlane si sono incontrati segretamente con rappresentanti del governo iraniano, ma questo sforzo è finito con lo scandalo Iran-Contra alla fine del 1986. L'amministrazione Clinton ha abolito le sanzioni imposte dai presidenti Carter e Reagan. Inoltre, sia il presidente Clinton che il segretario di Stato Albright si sono pubblicamente scusati con l'Iran per le colpe del passato, incluso il rovesciamento del governo Mossadegh da parte della Cia e dei servizi britannici nell'agosto del 1953. Un mea culpa ribadito dal presidente Obama nelle sue molteplici aperture di quest'anno.

Persino l'amministrazione Bush jr, «invariabilmente e falsamente accusata di rifiutarsi di parlare ai mullah, ha invece negoziato ampiamente con Teheran». Si sono tenuti, ricorda Ledeen, «dozzine di incontri di cui è stato riferito in pubblico, e almeno una serie molto segreta di negoziati», di cui raramente però la stampa ha parlato. Nel settembre del 2006, sembrava che un accordo fosse stato raggiunto. Il segretario di Stato, Condoleezza Rice, e Nicholas Burns, il suo massimo consigliere per il Medio Oriente, racconta Ledeen, «volarono a New York ad aspettare l'arrivo annunciato di un'ampia delegazione iraniana, per la quale erano stati appositamente concessi circa 300 visti». Il capo negoziatore sul nucleare, Larijani, «avrebbe dovuto annunciare la sospensione dell'arricchimento dell'uranio in cambio della revoca delle sanzioni» da parte Usa. Ma «Larijani e la sua delegazione non sono mai arrivati».

Tutti i presidenti da Carter in poi, oltre ai tentativi di dialogo, andati a vuoto, hanno imposto sanzioni all'Iran di svariati tipi. In questi trent'anni, osserva Ledeen, «i nostri alleati» hanno sempre insistito per continuare negli sforzi diplomatici e non con le sanzioni, finché, nel 2006, anche il Consiglio di Sicurezza dell'Onu ha cominciato ad adottare sanzioni nei confronti di Teheran. «Trent'anni di negoziati e sanzioni non sono riusciti a porre fine al programma nucleare iraniano e alla sua guerra contro l'Occidente. Perché si dovrebbe pensare che funzionino adesso? Un cambiamento in Iran richiede un cambiamento nel governo...».

Anche secondo Robert Kagan, gli Stati Uniti, gli europei e i media dovrebbero lasciare da parte la loro «ossessione» per l'atomica, gli impianti segreti e i missili iraniani, perché «l'obiettivo più fruttuoso è l'indebolimento del regime». Eppure, la grave crisi politica che Teheran attraversa non è nei pensieri occidentali. Le democrazie occidentali tendono a sottovalutare ciò che può accadere quando un regime è spaventato e insicuro. «In tali situazioni - spiega Kagan nel suo editoriale mensile sul Washington Post - la paura più grande di un regime autocratico, storicamente, è che gli oppositori interni possano raccogliere il sostegno delle potenze straniere. La caduta dei dittatori - Marcos nelle Filippine, Somoza in Nicaragua, i comunisti polacchi - è stata di frequente agevolata, in qualche caso in modo decisivo, dall'intervento esterno, attraverso l'appoggio alle forze di opposizioni o le sanzioni contro il governo». E' questa oggi anche la principale «fissazione» del regime iraniano.

Il primo obiettivo del regime dopo le elezioni è stato quello di riprendere il controllo ed evitare interferenze dall'esterno. E Teheran ci è riuscita in «modo egregio», osserva Kagan, «anche con l'aiuto» dell'amministrazione Obama, che si è rivelata, «forse involontariamente, un partner collaborativo», rifiutandosi di «rendere la questione della sopravvivenza del regime parte della sua strategia». Obama ha trattato la crisi come una «distrazione» dal dialogo sul nucleare, «esattamente ciò che i governanti a Teheran vogliono che faccia: concentrarsi sulle atomiche e ignorare l'instabilità del regime». Al contrario, secondo Kagan, «sarebbe meglio che si concentrasse sull'instabilità del regime piuttosto che sul nucleare».

Ahmadinejad e Khamenei vedono il programma nucleare e la loro sopravvivenza al potere «intimamente collegati». Per questo, ciò di cui c'è bisogno è «un tipo di sanzioni capace di aiutare l'opposizione iraniana a far cadere questi governanti ancora vulnerabili», suggerisce Kagan. L'argomento secondo cui le sanzioni rafforzerebbero il sostegno popolare al governo non regge più dopo la crisi innescata dalle elezioni del 12 giugno, che «ha aperto una breccia irreparabile tra il regime e ampia parte della società iraniana, persino del clero». Quando le sanzioni cominceranno ad avere effetto, prevede Kagan, l'opposizione sosterrà che il regime sta portanto l'Iran alla rovina.

Non necessariamente le sanzioni porteranno alla caduta del regime, «ma le probabilità che possa cadere sotto il giusto mix di opposizione interna e pressione esterna sono maggiori delle probabilità che abbandoni volontariamente il suo programma nucleare - forse molto maggiori», conclude Kagan. Se l'amministrazione Obama rivendica il suo «realismo pragmatico», dovrebbe perseguire la politica che «ha maggiori possibilità di successo».

Thursday, August 06, 2009

Clinton a Pyongyang, Rassicurazioni Usa a Corea del Sud e Giappone

Come volevasi dimostrare, la visita di Clinton a Pyongyang deve aver allarmato non poco Corea del Sud e Giappone, che temono di essere marginalizzati se Washington dovesse concedere alla Corea del Nord negoziati diretti sul suo programma nucleare. Sia il portavoce del Ministero degli Esteri sudcoreano che il capo segreteria del governo giapponese hanno reso noto oggi che Washington ha assicurato ai loro governi che la visita di Clinton ha avuto come unico scopo la liberazione delle due giornaliste e che l'ex presidente non ha discusso della questione nucleare con Kim Jong Il. Che le rassicurazioni siano arrivate o meno, o che siano state richieste solo successivamente, resta il fatto che i governi di Seoul e Tokyo hanno avvertito l'esigenza politica di renderle note.

Inoltre, un certo imbarazzo deve aver creato anche il fatto che insieme alle due giornaliste americane non siano stati liberati anche i cittadini sudcoreani e giapponesi nelle mani di Pyongyang, ai quali non si è fatto neanche cenno. Così i due funzionari governativi di Seoul e Tokyo hanno fatto anche sapere che durante la sua visita l'ex presidente Clinton ha esortato direttamente il leader nordcoreano Kim Jong Il a rilasciare i sudcoreani arrestati e a «fare progressi» sulla questione dei giapponesi rapiti. Anche qui, come sopra: non possiamo saperlo, ma la precisazione è emblematica di un certo imbarazzo.

La Corea del Nord trattiene dallo scorso marzo un lavoratore sudcoreano, accusato di aver denunciato il regime comunista in un distretto industriale congiunto Nord-Sud, e dalla scorsa settimana anche quattro pescatori accusati di aver varcato le sue acque territoriali. Nel 2002 il regime nordcoreano ha ammesso di aver rapito 13 cittadini giapponesi tra gli anni '70 e '80 e di averli usati per addestrare le sue spie. Cinque di loro hanno fatto ritorno in Giappone. Il regime di Pyongyang sostiene che gli altri otto sono morti, ma Tokyo chiede ulteriori indagini. E Washington ha sempre detto che a Seoul e Tokyo che il problema dei loro ostaggi non avrebbe dovuto interferire con la questione del nucleare.

Wednesday, August 05, 2009

Clinton a Pyongyang allarma Corea del Sud e Giappone

Di solito i rapitori non ti lasciano andare via con gli ostaggi se prima non gli hai consegnato il riscatto. E il regime nordcoreano non è nuovo a rapimenti di cittadini stranieri. Può anzi essere definito un "rapitore seriale". Un centinaio i giapponesi e migliaia i sudcoreani che sono ancora detenuti da Pyongyang. E' evidente che prima della partenza di Bill Clinton alla volta della capitale nordcoreana un accordo di massima fosse stato già raggiunto tra i due Paesi per la liberazione delle due giornaliste americane riportate a casa oggi dall'ex presidente Usa, che non avrebbe messo a rischio il suo prestigio personale esponendosi a un rifiuto.

Alcuni funzionari americani hanno assicurato che, in cambio della liberazione, alla Corea del Nord non sono state promesse contropartite specifiche, e che nelle trattative dietro le quinte non è entrata la questione del programma nucleare nordcoreano. Il fatto che ad accogliere Clinton all'aeroporto ci fosse Kim Kye-gwan, il capo negoziatore nordcoreano sul nucleare, farebbe pensare il contrario, ma la sua presenza si può spiegare anche con banali motivi di propaganda da parte di Pyongyang. Il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, ha confermato che Washington ha sempre considerato la liberazione degli ostaggi e il nucleare due temi distinti e separati, e ha insistito sul fatto che quella del marito è stata una missione strettamente umanitaria, senza alcun messaggio al regime da parte del presidente Obama.

Difficile però credere che Clinton si sia presentato a mani vuote. Ciò che preoccupa soprattutto gli alleati degli Stati Uniti nella regione, Corea del Sud e Giappone, è che qualsiasi cosa affermi il governo americano, l'incontro tra Clinton e Kim Jong Il (terrificante la foto che li ritrae insieme) possa rappresentare l'inizio di trattative dirette, bilaterali, sul nucleare, escludendo gli altri quattro Paesi (Corea del Sud, Giappone, Cina, Russia) coinvolti nei negoziati a sei interrotti da Pyongyang. Non subito, ovviamente, per fugare i sospetti di un collegamento diretto tra la missione di Clinton e l'inizio dei negoziati. Anche senza alcuna contropartita, infatti, la visita di Clinton rappresenta di per sé un messaggio, data la sua autorevolezza (un ex presidente con cui Pyongyang ha avuto a che fare per otto anni). Va nella stessa direzione del tentativo di Kim di disfarsi dei negoziati a sei a favore di quel negoziato diretto con gli Usa che insegue da sempre.

Anche il Wall Street Journal si chiede oggi se la visita di Clinton non sia da interpretare come solo «l'anticipo di una più ampia serie di concessioni che Kim ha estorto all'amministrazione Obama». Se così fosse, Kim Jong Il avrebbe la conferma che la sua strategia, fatta di promesse ripetutamente disattese, di ricatti e provocazioni, funziona. Che anziché accrescere l'isolamento internazionale della Corea del Nord, le garantisce concessioni sempre maggiori. Come dire a Kim, avverte il WSJ, che peggiore è il suo comportamento, più concessioni può riuscire a strappare. E il prezzo per riscattare i prossimi ostaggi sarebbe ancora più alto.

Oltretutto esiste anche un precedente storico. Un altro ex presidente Usa, Jimmy Carter, contribuì a dare una boccata d'ossigeno alla Corea del Nord in un momento di estrema difficoltà. Nel giugno del 1994 Carter si recò a Pyongyang, dove mise a punto le linee guida di un accordo quadro che prevedeva la fornitura alla Corea del Nord di reattori nucleari ad acqua leggera, in cambio della sospensione del programma nucleare e di un suo eventuale smantellamento. Nonostante il parere contrario dell'allora presidente sudcoreano Kim Young-sam, il presidente Clinton accettò l'accordo, che non solo significò la fornitura di assistenza materiale al regime di Pyongyang, ma anche il suo riconoscimento politico da parte americana subito dopo la morte del fondatore, Kim Il Sung, cioè nel periodo di maggiore vulnerabilità dalla Guerra coreana. Ma c'è da augurarsi che Clinton abbia imparato la lezione di allora e non si sia prestato a giocare il ruolo che giocò Carter.

Al di là della soddisfazione formale espressa per la liberazione delle due americane, i governi di Seoul e Tokyo si devono essere chiesti come mai Clinton non abbia intercesso in favore di alcuni dei loro cittadini ancora nella mani del regime nordcoreano. Sul Wall Street Journal, Gordon Chang si augura che la liberazione delle due giornaliste non sia avvenuta al prezzo di ulteriori negoziati, che darebbero a Pyongyang più tempo per completare il suo arsenale militare e per sviluppare i suoi missili balistici, e che gli Stati Uniti non si dimentichino degli altri ostaggi di Kim Jong Il: un centinaio di giapponesi e almeno un migliaio di sudcoreani, alcuni prigionieri addirittura dalla Guerra coreana e gli altri rapiti successivamente. Oltre, naturalmente, ai 23 milioni di nordcoreani che Kim usa come ostaggi.

Tuesday, July 28, 2009

Riforma sanitaria trappola politica per Obama

Il problema politico è che molti americani vogliono la copertura sanitaria universale, ma quando un concreto progetto di riforma si avvicina all'esame del Congresso, una parte importante di coloro che la vogliono (e che magari per averla hanno eletto un presidente democratico di colore) si spaventano dei costi. Non sanno più di cosa avere più paura, se di non avere in alcuni momenti della loro vita una copertura sanitaria, o delle tasse che dovranno sborsare per pagarla a tutti. Così si ha il paradosso che il presidente eletto per fare una riforma sanitaria che garantisca una copertura universale perde consensi nei sondaggi proprio quando si appresta a presentarla al Congresso.

Il suo partito, che deve votarla, si spaventa, perché dopo un anno ci sono le elezioni di medio termine e rischia di perdere la maggioranza al Congresso. Per un verso, quindi, Obama rischia sia di non riuscire a far passare la sua riforma al Congresso, sia di causare in ogni caso una sconfitta per il suo partito alle elezioni di medio termine del 2010, come accadde già a Clinton prima di lui. Per un altro verso, l'approvazione della sua riforma rischia di dare «il colpo di grazia», come osserva Alberto Alesina, oggi sul Sole 24 Ore, alla finanza pubblica americana, «già sotto enorme stress a causa della crisi».
Che il sistema sanitario americano vada riformato non c'è dubbio. I costi della sanità sono altissimi e circa 45 milioni di americani non sono assicurati. Chi sono? Non sono i più poveri, i quali sono protetti da un sistema pubblico che si chiama Medicaid. Non sono gli anziani, ricchi o poveri che siano, che sono ben protetti (perfino troppo, perché sono un gruppo di elettori cruciali) da un altro sistema pubblico, Medicare, una vera emorragia di risorse. I non assicurati sono coloro che non sono abbastanza anziani per Medicare, non sono abbastanza poveri per Medicaid, e lavorano in imprese che non offrono l'assicurazione sanitaria e scelgono di non assicurarsi da soli, dati i costi. Le imprese che non offrono l'assicurazione sanitaria sono in genere quelle piccole. E poi vi sono i lavoratori autonomi. Particolarmente problematico diventa quindi perdere il posto di lavoro perché in molti casi con esso se ne va l'assicurazione sanitaria.
Le possibili soluzioni sono di due tipi, indica Alesina. Una è quella adottata dal Massachusetts, di «lasciare i cardini del sistema immutati ma di dare sussidi a quella parte dei 45 milioni di americani che non si può permettere l'assicurazione sanitaria privata, rendendola invece obbligatoria». Copertura sanitaria fornita ancora dalle assicurazioni private, quindi, ma obbligatoria. Un po' come da noi l'Rc auto. Il secondo tipo di riforma è quello di «passare essenzialmente a un sistema di assicurazione pubblica stile europeo ed è quello che propone Obama».

Sarebbe un disastro. Causerebbe il fallimento di molte società di assicurazione privata, che non potrebbero competere con quella pubblica, e comporterebbe costi enormi per lo Stato, anche se Obama naturalmente sostiene che il suo piano farebbe risparmiare. Ma passare a un sistema sanitario stile europeo comporta anche altri svantaggi, oltre ai costi per lo Stato: minore qualità ed efficienza del servizio, e minore accessibilità alle cure (tempi di attesa estremamente lunghi). Obama insomma vuole rovinare il sistema sanitario che "produce" i Dottor House.

Alesina riferisce che Doug Elmendorf, nuovo giovane direttore del Congressional Budget Office, un organo indipendente e bipartisan, «ha testimoniato al Congresso che secondo lui non vi sarebbero risparmi con il piano Obama, anzi i costi per lo Stato si moltiplicherebbero». Elmendorf, spiega Alesina, è tra l'altro «ex collaboratore di Larry Summers, il consigliere economico di Obama, ed è di simpatie democratiche, quindi non è affatto un "nemico giurato" dell'amministrazione, anzi». Anche in base alle ipotesi più ottimistiche, il deficit americano potrebbe essere ancora del 7% del Pil nel 2020. Per finanziare la sua riforma Obama vorrebbe alzare le tasse ai più abbienti, ma rischiando di ostacolare la ripresa. Il Partito democratico è comprensibilmente scettico e preferirebbe un approccio più realistico, del primo tipo. Invece Obama spinge a testa bassa per l'approvazione in tempi brevi.
«Obama fa benissimo - conclude Alesina - a cogliere il momento della crisi per sfruttare energie politiche che potrebbero sostenere riforme importanti, una lezione che il nostro governo dovrebbe recepire. Ma il presidente americano sbaglia a buttarsi a testa bassa cocciutamente su una riforma che parte con il piede sbagliato. E infatti sta scontrandosi con una forte opposizione anche all'interno del suo partito».
Contrarissimi ai piani di Obama per la sanità i liberisti del Cato Institute.

Monday, March 23, 2009

Il dibattito dopo l'apertura di Obama all'Iran

Uno dei più critici dell'apertura di Obama all'Iran è il neoconservatore William Kristol, direttore del Weekly Standard. Se molte volte il presidente Bush ha manifestato il «rispetto» degli Stati Uniti per il popolo dell'Iran, anche in occasione del Nowruz (la festività iraniana per l'inizio del nuovo anno), Obama oggi si distingue per aver esteso quel rispetto alla dittatura clericale, agli aguzzini del giovane blogger iraniano, Omid Mir Sayafi, morto nella famigerata prigione di Evin. «Libertà» non è una parola che troverete nel videomessaggio del presidente, pieno di attenzioni verso i leader iraniani. Obama auspica «rispetto reciproco», ma gli iraniani «sentono odore di debolezza».

Ha abbandonato il regime change sia come obiettivo che come speranza di libertà per gli iraniani. Ha accantonato l'opzione militare. Ha seppellito la cosiddetta politica del bastone e della carota. Obama si è rivolto per ben due volte alla «Repubblica islamica dell'Iran», una formula a lungo evitata, auspicando che riprenda «il posto che merita nella comunità delle nazioni». L'America accetta quindi la rivoluzione islamica del 1979, si impegna a non minacciare l'esistenza del regime che ne è scaturito, e offre a quel regime un dialogo senza precondizioni, neanche la sospensione del programma nucleare, sulla «totalità dei problemi» tra Usa e Iran.

A festeggiare la svolta di Obama è Roger Cohen, secondo cui «la retorica provocatoria del regime di Teheran nasconde un sostanziale pragmatismo». Il «modo migliore» per aiutare la giovane popolazione iraniana, alla ricerca di stabilità e riforme, è proprio il «coinvolgimento», il dialogo. D'altra parte, con gli introiti del petrolio e del gas in calo, e l'economia in crisi, Khamenei – la cui missione è preservare la rivoluzione – «può essere radicale solo fino ad un certo punto». L'apertura all'Iran, secondo Cohen, determinerà un «doloroso, ma necessario», raffredamento dei rapporti tra Stati Uniti e Israele.

«Il presidente Obama ci presenta l'intenzione di sedere e parlare con i mullah come se fosse un drastico cambiamento rispetto al passato, ma l'amministrazione Bush – ricorda Michael Ledeen – ha negoziato ampiamente con Teheran», sebbene i suoi critici la accusassero di una totale chiusura al dialogo. Nell'autunno del 2006 a Washington si erano convinti che un accordo fosse stato raggiunto, e stavano preparando il testo per un annuncio pubblico, rivela Ledeen. «Si stavano illudendo, e chiunque pensi che l'Iran desideri davvero buone relazioni con gli Stati Uniti dovrebbe studiare attentamente come andarono le cose allora». L'annuncio pubblico avrebbe dovuto tenersi all'Assemblea generale dell'Onu di settembre. Larijani sarebbe venuto a New York e avrebbe annunciato la sospensione dell'arricchimento dell'uranio, e Condoleezza Rice che l'America avrebbe tolto le sanzioni all'Iran.

Ma il «lieto evento» non ebbe mai luogo. Larijani e la sua delegazione non vennero mai a New York e il presidente Ahmadinejad pronunciò il suo solito attacco contro gli Usa. Una replica del «grande accordo» fallito negli anni di Clinton. «Non c'è nulla di nuovo nella richiesta di Obama di negoziare con i mullah. Entrambi i suoi predecessori ci hanno provato, entrambi credevano di aver raggiunto un accordo, ed entrambi si accorsero del contrario. Che motivi ci sono per ritenere che oggi le cose andrebbero in modo diverso?»

Secondo John Bolton, dell'American Enterprise Institute, è possibile che l'Iran risponda positivamente. «E perché non dovrebbe? In fondo, il dialogo – avverte Bolton – permetterebbe all'Iran di nascondere le sue reali intenzioni e attività sotto la finzione dei negoziati. Inoltre, l'Iran avrebbe una conferma della debolezza americana e la prova che le sue politiche stanno dando dei frutti». In effetti l'Iran, come la Corea del Nord, sembra aver imparato che un finto interesse nella diplomazia è modo eccellente per guadagnare tempo e mietere concessioni senza concedere nulla di fondamentale.

Già prima dell'apertura di Obama, Michael Gerson, del Council on Foreign Relations, spiegava sul Washington Post come la politica dell'amministrazione nei confronti dell'Iran fosse un misto di cautela e confusione, non in grado né di persuadere, né di intimidire il regime iraniano. Nel frattempo, le forze al-Quds iraniane continuano a guidare, addestrare e armare i terroristi sciiti all'interno dell'Iraq. Non va dimenticato, ricorda Walid Phares, che il 31 agosto del 2010 è la data fissata per il piano di ritiro dall'Iraq e che Iran e Siria potrebbero decidere di approfittarne per destabilizzare la giovane democrazia irachena, trasformando il ritiro in sconfitta.

In una recente audizione, il direttore dell'Intelligence Dennis Blair ha informato la Commissione esteri del Senato che «alcuni funzionari iraniani, come il comandante in capo delle Guardie della Rivoluzione, hanno fatto capire che ci sarebbe la mano iraniana dietro attacchi contro gli interessi americani in luoghi anche molto distanti, suggerendo che l'Iran ha pronti piani terroristici e di guerra non convenzionale contro gli Usa e i loro alleati».

Amir Taheri, infine, osserva che l'incapacità dell'occidente di fermare i piani iraniani ha già innescato in Medio Oriente una corsa al nucleare. Negli ultimi cinque anni, 25 paesi – 10 arabi – hanno per la prima volta annunciato di voler avviare i loro programmi. Nel 2008 l'Arabia Saudita ha aperto negoziati con gli Stati Uniti per ottenere una «capacità nucleare», ufficialmente per «scopi pacifici». L'Egitto ha firmato un accordo di cooperazione con la Francia, così come gli Emirati Arabi Uniti. Non c'è dubbio che l'attuale corsa al nucleare in Medio Oriente sia dovuta al timore che l'Iran usi il suo arsenale nucleare per imporre la sua egemonia nella regione. Ma l'Iran stesso sta giocando un ruolo attivo nella proliferazione, fornendo aiuto a Siria e Sudan, ma anche ai regimi antiamericani del Sud America, come Venezuela, Bolivia, Nicaragua and Ecuador.

Monday, February 23, 2009

H. Clinton in Cina per estendere la "partnership strategica". A che prezzo?

Il segretario di Stato americano Hillary Clinton riprende i rapporti con la Cina laddove li aveva lasciati il marito Bill da presidente nel 1998. Se con la crisi è d'obbligo riallacciare la "partnership strategica" sulle questioni economiche, l'ambizioso obiettivo della nuova amministrazione sembra essere quello di estendere la cooperazione con Pechino anche alle questioni di sicurezza. Alla base di questa scelta la convinzione che la crescita, l'apertura e l'interdipendenza economica favoriscano anche la libertà politica e le riforme democratiche, e che inducano inevitabilmente la Cina a comportarsi da "attore responsabile" del sistema internazionale.

Una tesi messa in dubbio però da eventi anche molto recenti: la repressione in Tibet; il manifesto dei dissidenti Charta '08; gli scandali sanitari e alimentari; la scarsa collaborazione di Pechino in crisi come quella birmana o del Darfur. Soprattutto, non è ancora chiaro in che direzione l'esperimento del Partito comunista cinese – capitalismo senza democrazia – condurrà la Cina. Ancora più oscuro l'obiettivo della forsennata modernizzazione delle forze armate su cui Pechino investe sempre più risorse.

L'idea della "partnership strategica" sembra la stessa, ma i tempi sono cambiati. Se negli anni '90 il presidente Bill Clinton poteva muovere ottimisticamente i primi passi di questa partnership su un piano di indiscussa supremazia americana, nel contesto di oggi si tratta di fare di necessità virtù. Insomma, si va verso una partnership Usa-Cina "alla pari". Non è certo una buona notizia per la democrazia e i diritti umani.

L'amministrazione Bush è senz'altro criticabile per aver sostenuto solo a parole, e molto meno nei fatti, la democrazia e i diritti umani in paesi come la Cina e la Russia, ma è probabile che dalla nuova amministrazione non sentiremo più neanche le parole. Da un'indagine condotta dal Chicago Council on Global Affairs risulta che dopo gli otto anni di presidenza Bush, diversamente da quanto si possa credere, la reputazione dell'America in Asia è migliorata, il "soft power" Usa si è rafforzato, e l'atteggiamento dei cinesi stessi è più favorevole.

La Clinton ha evitato di parlare di diritti umani nei suoi colloqui con i leader cinesi. Pochi mesi fa, da senatrice, chiedeva al presidente Bush di boicottare la cerimonia di apertura dei Giochi olimpici in segno di protesta per la repressione in Tibet e la scelta di Pechino di non esercitare la sua influenza sul governo sudanese per fermare il genocidio in Darfur. Alla vigilia del suo arrivo in Cina, l'annunciato cambio di approccio: i diritti umani non possono essere un ostacolo al dialogo tra i due paesi. «Le amministrazioni Usa e i governi cinesi che si sono succeduti hanno fatto passi avanti e indietro su questi temi, e dobbiamo continuare a fare pressioni. Ma le nostre pressioni non possono interferire con la crisi economica globale, i cambiamenti climatici, e le questioni di sicurezza», elevate quindi dalla Clinton a priorità nel dialogo con Pechino.

Tuttavia, oggi, a coloro che hanno a cuore i diritti umani e la democrazia come fattori di sicurezza, è richiesto un po' di sano pragmatismo. Non si può infatti negare l'amara realtà: la nazione più di ogni altra paladina dei diritti umani e della democrazia è in difficoltà. A causa di scelte politiche sbagliate o imprudenti del passato dipende dai suoi creditori. La Banca centrale cinese è il primo detentore di titoli pubblici americani. A settembre, la Cina ha scalzato il Giappone come primo creditore di Washington. Parliamo di somme stratosferiche.

Inevitabile che la questione del rifinanziamento del debito pubblico Usa fosse al centro della missione della Clinton, che ha portato a Pechino un messaggio chiaro: «Apprezziamo molto la costante fiducia del governo cinese verso i titoli del Tesoro americano. Sono certa che sia una fiducia ben riposta. America e Cina si riprenderanno dalla crisi economica e insieme guideremo la crescita mondiale».

Certo, si potrebbe obiettare che gli Stati Uniti dipendono dalla Cina per i loro debiti come la Cina dipende dai mercati americani per le sue esportazioni. Ma una guerra commerciale che aggravasse la depressione non aiuterebbe il progresso dei diritti umani e delle riforme politiche in Cina. I cinesi temono che l'esplosione del debito pubblico Usa possa provocare una caduta del dollaro, che decurterebbe il valore delle loro riserve, ma se non comprano i Buoni del Tesoro Usa emessi per pagare il piano anti-crisi e i salvataggi bancari, il mercato americano, sbocco principale delle esportazioni cinesi, non sarà più in grado di sostenere l'economia del gigante asiatico. Insomma, Stati Uniti e Cina si sorreggono a vicenda.

Non rimane che sperare che gli Stati Uniti affrontino con urgenza il problema del debito pubblico, riducendo la loro dipendenza dai creditori (e rivali) esteri e recuperando spazi di manovra nella loro politica estera e di sicurezza.

Riguardo i temi della sicurezza, ai quali l'amministrazione Obama vorrebbe estendere la cooperazione con Pechino, la Cina non è la Russia. Da produttore di gas e petrolio quest'ultima ha interesse a svolgere un ruolo destabilizzante per tenere alti i prezzi delle sue risorse, mentre Pechino ha tutto l'interesse a lavorare per la stabilità, per tenere bassi i prezzi delle risorse energetiche necessarie alla sua crescita tumultuosa.

Ma quale sarà il prezzo politico che la Cina chiederà agli Usa? Continuare a sostenere il debito americano è essenziale anche per l'economia cinese, ma la sua collaborazione su dossier come Afghanistan, Corea del Nord, e soprattutto Iran, potrebbe richiedere non solo il silenzio sui diritti umani, ma anche il sacrificio di Taiwan, un altro dei temi che pare la Clinton abbia tralasciato nei suoi colloqui pechinesi. Gli Stati Uniti vorrebbero che Pechino riducesse i propri investimenti in gas e petrolio iraniano per stringere la morsa su Teheran e costringere gli ayatollah ad abbandonare il programma nucleare. Da sempre i cinesi vorrebbero che gli americani cessassero di vendere armi a Taiwan.

Ma la crescente asimmetria di forze tra Taipei e Pechino, ovviamente a favore di quest'ultima, preoccupa gli analisti di difesa. Il direttore della National Intelligence, Dennis Blair, ha recentemente assicurato che Washington continuerà a fornire a Taiwan le necessarie armi difensive, in linea con il Taiwan Relations Act, per bilanciare il continuo rafforzamento del potenziale bellico cinese. Ma è indubbio che in assenza di un impegno forte da parte degli Stati Uniti a sostenere la democrazia e la sicurezza di Taiwan, le relazioni tra Pechino e Taipei sono destinate a peggiorare. Se venisse meno o si indebolisse il ruolo americano di garanzia e riequilibrio delle forze nello stretto, la Cina sarebbe in grado di soggiogare il popolo taiwanese e piegarlo alle sue volontà. Benzina sul fuoco del nazionalismo cinese e pericolosissima luce verde alle ambizioni imperialiste. Una linea rossa da non oltrepassare.

Tuesday, November 25, 2008

Deficit sì, ma con giudizio

Al contrario di quanto si appresta a fare il governo italiano, e probabilmente farà anche la maggior parte dei governi della Vecchia Europa, il presidente neo-eletto Obama annuncia una politica anti-crisi fondata su due pilastri: investimenti in infrastrutture, come strade, ponti, reti, scuole, energia pulita; riduzione delle tasse per tutta la classe media americana (attenzione: la classe media per Obama non inizia dai 35 mila euro in giù, come per i politici italiani di destra e di sinistra, ma dai 250 mila dollari in giù).

Inoltre, pare che per il momento Obama non sia intenzionato a revocare i tagli fiscali voluti da Bush per i più ricchi, ma li lascerebbe arrivare alla scadenza prevista dalla legge, cioè fine del 2010. Insomma, la ricetta con cui l'amministrazione Obama vuole far uscire gli Stati Uniti dalla crisi è più spesa pubblica e meno tasse per tutti. Dunque, più deficit, ma con giudizio, visto che «la maggiore spesa dovrà essere destinata alle aree dove potrà avere l'impatto maggiore» (energia rinnovabile e infrastrutture, biotecnologie e banda larga), come ha di recente scritto Lawrence Summers, prossimo capo del National Economic Council, sul Financial Times. Grandi progetti e ampi tagli fiscali, non briciole.

E d'altra parte, l'orientamento centrista e moderato, si direbbe market-friendly, di Obama è confermato dalla squadra di politica economica che sta assemblando. Tutti uomini esperti e pragmatici, già al governo con Clinton. Il Wall Street Journal accoglie come una «buona notizia» l'arrivo di Larry Summers alla guida del team economico di Obama. Lo chiama il «nuovo deregolatore» alla Casa Bianca. E' di quei democratici cui piace «mungere la mucca», ma anche farla crescere.

Crede che le aliquote fiscali più alte possano crescere anche di molto prima di deprimere l'economia e provocare una riduzione delle entrate, e come Keynes che la spesa pubblica favorisca la crescita. Tuttavia, ammette il quotidiano, sulla regolazione finanziaria in particolare Summers ha svolto un «ruolo costruttivo», favorendo l'approvazione della deregulation Gramm-Leach-Bliley del 1999, e ha compreso cosa è andato storto in Fannie Mae e Freddie Mac.

Anche il Washington Post riconosce che il team economico che Obama sta mettendo su è market-oriented. Un team «molto esperto» di massimi consiglieri economici, «i cui membri chiave credono fermamente che una limitata spesa pubblica, insieme al libero mercato, possa creare una prosperità duratura».

Le prime scelte di Obama preoccupano invece i liberal del Partito democratico e non sembrano essere piaciute al New York Times, che parte subito lanciando accuse contro Summers e il prossimo ministro del Tesoro Geithner. Dovranno dimostrare non il loro induscusso talento, ma «quanto e cosa sono riusciti ad imparare dai loro stessi errori», si legge in un editoriale in cui si ricorda come il prossimo ministro del Tesoro e il prossimo consigliere economico della Casa Bianca abbiano, in modi e tempi diversi, avuto delle responsabilità nella crisi finanziaria.

Da presidente della Fed di New York Geithner «ha contribuito alla risposta contraddittoria, e a volte incomprensibile, dell'amministrazione Bush all'attuale crisi finanziaria, compreso il salvataggio multimiliardario di Citigroup». Il peccato originale che si rimprovera a Summers è ancora più grave, perché da segretario al Tesoro per un anno e mezzo durante la seconda presidenza Clinton, «sostenne la legge che deregolò il mercato dei derivati, gli strumenti finanziari ora diventati titoli tossici», nella «falsa convinzione che il mercato si sarebbe regolato da sé». «Non chiediamo loro un mea culpa [?], ma se non riconosceranno gli errori del passato c'è poca speranza che possano assicurare la valutazione lucida e la capacità di guida necessarie a tirare fuori il paese da questo disperato disastro», conclude il NYT.

Wednesday, October 08, 2008

A McCain serve una ricetta anti-crisi

Se, come da pronostici, McCain perderà, non sarà stato per i dibattiti televisivi, nei quali per ora a mio avviso si è ben comportato, facendo il possibile. Certo, vi diranno che anche ieri notte ha vinto Obama, ma a questo punto tutti hanno negli occhi le sue percentuali di vantaggio nei sondaggi (soprattutto quelli negli stati in bilico) e si lasciano volentieri condizionare. Anche se fosse andato meglio McCain, chi si azzarderebbe a sussurrarlo quando la partita sembra ormai chiusa a favore di Obama? Se vogliamo dire che McCain ha perso perché non ha vinto, questo sì, si può dire.

Ma ieri notte l'unico errore che si può davvero imputare a McCain è non aver tirato in ballo Clinton quando Obama ha indicato nella deregulation la causa della crisi finanziaria: fu Clinton, d'accordo con i repubblicani, tra cui McCain, a volere la deregulation. McCain avrebbe dovuto ricordarlo non per dare le colpe a Clinton, ma per difendere quella decisione e mostrare al pubblico quanto Obama sia più a sinistra di Clinton. Un'occasione sprecata.

Per il resto, McCain è apparso sciolto e a suo agio, anche se il format del "town hall" non lo ha aiutato quanto probabilmente egli stesso si aspettava. In parte, perché Obama è stato bravo, confindenziale; in parte, perché il dibattito è risultato nel complesso noioso, le domande erano troppo "aperte", lasciando ai candidati (soprattutto Obama) la possibilità di divagare propinando più o meno sempre lo stesso minestrone preconfezionato.

McCain era nella posizione più scomoda: azzoppato dai fallimenti della presidenza in carica, avrebbe bisogno di discostarsene senza però sconfessare la sua parte politica. Doveva attaccare e l'ha fatto, si è spinto fino al limite, senza oltrepassarlo, dell'aggressività ammissibile nei confronti del suo avversario. Attaccandolo di più, e sul personale, sarebbe apparso ripetitivo e avrebbe messo troppo a nudo la sua già evidente debolezza, dando l'impressione di essere disperato. Quello che è riuscito a fare, in un dibattito molto simile (anche se il format era diverso) al precedente rispetto ai temi trattati (moral issues assenti, faccio notare tra parentesi), è far emergere bene le differenze tra i due: su health care, public spending, tasse e politica estera, sono vistose.

Questa volta sia Obama sia McCain sono stati meno vaghi sulla crisi economica. McCain ha addirittura tirato fuori una proposta a sorpresa, l'ipotesi di una rinegoziazione dei mutui, ma soprattutto non si sono risparmiati colpi sulle cause: la deregulation, secondo Obama; Fannie Mae e Freddie Mac, il Congresso e i controllori pubblici, secondo McCain. Su questo posso dire che McCain si è mosso nella direzione che auspicavo, ma ancora troppo poco.

Manca un mese e bisogna vedere se in quest'arco di tempo McCain riuscirà a sollecitare gli istinti più profondi degli americani, se riuscirà a convincerli a temere il tassa-e-spendi del troppo liberal e inesperto Obama più della crisi. Difficile, ma per farlo deve parlare con più competenza di economia. A Obama basta l'inerzia, lui deve tirare fuori, e saper spiegare bene, una ricetta anti-crisi.

Thursday, October 02, 2008

Anche Clinton difende la deregulation

E la rivincita della Bce monetarista

Già, perché forse pochi sanno che c'è una deregulation firmata non da Reagan e dagli avidi liberisti repubblicani, ma da Bill Clinton, che la rivendica persino contro il mainstream dei media, dei Democratici di oggi e del candidato alla presidenza Obama, che stanno vendendo la balla della deregulation bancaria del '99 come colpevole della crisi. L'intervista è su Newsweek e Clinton si difende:
«Prima di tutto non fu una completa deregulation. Abbiamo ancora regole stringenti, garanzie sui depositi bancari e requisiti sul capitale delle banche... Pensai che potesse portarci investimenti più stabili e una minore pressione su Wall Street per produrre profitti trimestrali che fossero sempre maggiori di quelli del trimestre precedente. Ci ho pensato molto ma non credo che aver firmato quella legge abbia niente a che vedere con la crisi attuale. Una delle cose che ha contribuito a stabilizzare la situazione è stato l'acquisto di Merrill Lynch da parte di Bank of America, che è stato più facile di quanto lo sarebbe stato se non avessi firmato quella legge».
Sotto accusa anche uno degli estensori della legge, il repubblicano Phil Gramm, oggi consigliere di McCain, ma Clinton lo difende:
«Non posso incolpare i repubblicani. Non è stata una cosa su cui mi hanno forzato la mano, credevo davvero che... ci avrebbe dato una fonte più stabile di investimenti a lungo termine».
La Gramm-Leach-Bliley Act, ricorda il WSJ, passò al Senato con 90 voti contro 8 e i voti favorevoli di Democratici quali Chuck Schumer, John Kerry, Chris Dodd, John Edwards, Dick Durbin, Tom Daschle e Joe Biden (oggi candidato vice di Obama). Altri tempi, tutt'altro genere di Democratici. E il WSJ fa notare che le meno controllate istituzioni finanziarie - gli hedge funds - costituiscono nel panico di oggi i «minori rischi sistemici». Forse perché nessun gigante para-statale ne ha fatto ampio ricorso per riempire i suoi portafogli...

Come abbiamo già sottolineato, le amministrazioni Clinton e Bush, così come il Congresso, sia a guida repubblicana che a guida democratica, hanno gravi responsabilità, per aver incoraggiato, o non aver impedito, la concessione facile dei mutui e per non aver agito in tempo e in modo efficace per evitare la crisi finanziaria, ma la deregulation del mercato bancario è una delle poche politiche azzeccate il cui merito va riconosciuto sia a Clinton che ai repubblicani.

Ma tra i responsabili della crisi ci sono tutti i poteri pubblici, di regolazione o di intervento. Oltre alla politica in senso stretto, quindi, c'è la politica della Federal Reserve dal 2001 ad oggi. Se non il gold standard, come tornano a proporre i libertari sull'onda della crisi, ci vorrebbe almeno una sana politica monetarista e friedmaniana da parte della Fed. E' quanto osserva Benedetto Della Vedova, su Il Foglio di ieri, difendendo la Bce dalle critiche che - lo ammetto - a volte anch'io ho lanciato.

La Fed, con Greenspan e Bernanke, ha mantenuto eccessivamente basso il costo del denaro contribuento alla "credit mania". Ciò ha "drogato" il mercato di "soldi facili", aiutando la crescita economica e quindi l'occupazione, finché non è sopraggiunta la crisi da overdose. La Bce, al contrario, ha mantenuto il costo del denaro alto, suscitando l'ira dei governi che così non sono stati aiutati a far crescere il Pil. Ammetto che anch'io mi sono spesso lasciato convincere dalla prospettiva allettante per l'economia di un minore costo del denaro.

Come correttamente ricorda Della Vedova, «il rigore monetarista di Francoforte (priorità a inflazione e base monetaria) ha rappresentato per anni il capro espiatorio della scarsa crescita europea, della disoccupazione e della diffusione di sentimenti anti-europei nell'opinione pubblica del continente. "Guardate alla Fed!", si diceva. L'indipendenza della Bce è stata messa in discussione: ultimo, nell'ordine, l'attuale presidente di turno dell'Ue Sarkozy a guidare il malcontento...».

In realtà, fa notare, «i problemi europei (e, moltiplicati per due, quelli italiani) si chiamavano e continuano a chiamarsi scarsa produttività, bassa mobilità, alta tassazione, sistemi di welfare iniqui e onerosi. Contestando le colpe dell'Europa dei banchieri, si distoglieva l'attenzione dall'eccesso di dirigismo e dai freni corporativi delle economie europee, che richiedevano e richiederanno, come cura, massicce iniezioni di libertà economica. Anziché affrontare i costi politici di riforme in grado di offrire alle imprese un ambiente più favorevole, si è tentata la scorciatoia di un taumaturgico intervento "politico" sulle autorità monetarie di Francoforte. Oggi il clima è radicalmente mutato: le scelte di Trichet, all'improvviso, da ottuse sono apparse responsabili. Molti di coloro che per dieci anni hanno fatto pressioni affinché la Bce cambiasse drasticamente orientamento, oggi salutano la prudente solidità del modello europeo di politica monetaria contrapposto a quello più politicamente interventista della Fed».

Insomma, la Bce in questi dieci anni è stata il «maggior interprete di quell'ortodossia monetarista e friedmaniana che del liberismo – anzi, direi di una sana economia di mercato – è una componente essenziale».

Benvenuti a "Moral Hazard"

Il dibattito sulle responsabilità della crisi e sul piano di salvataggio continua sulle pagine degli editoriali del Wall Street Journal. «Abitiamo tutti a Moral Hazard», che «sembra il nome di una città fantasma in un film western di Clint Eastwood», scrive oggi Daniel Henninger. E' accaduto che in tutto il paese è stato fatto ricorso in modo massiccio a mutui senza o con poco anticipo, sostenuti dai bassi tassi d'interesse della Federal Reserve.
«Wall Street ha affettato i mutui più sottili di fette di prosciutto, estendendone il rischio, e ha venduto i pezzi in tutto il mondo, dove, magicamente, sembravano arricchire i bilanci».
Dietro tutto questo, Fannie Mae e Freddie Mac, di cui abbiamo parlato nel post di ieri:
«Diversi anni fa, quando il board degli editoriali del WSJ incontrò i vertici di Fannie Mae e li incalzò sul tema dei rischi finanziari, ci fu detto che dopo tutto Fannie stava soltanto adempiendo al "mandato del Congresso" di diffondere la proprietà immobiliare. Il Congresso, naturalmente, è il tempio del moral hazard».
Ridurre troppo la componente del rischio negli affari, o meglio la sua percezione, porta gli operatori a fare cattive scelte. In contesti privi di rischio aumentano le «inefficienze economiche».

Ma di fronte alla più grande crisi finanziaria dai tempi della Depressione, si chiede Henninger, «non abbiamo finalmente incontrato il nemico, accorgendoci che noi stessi siamo il nemico?». E di fronte all'«alto prezzo pagato per aver ignorato il rischio evidente sottostante la crisi dei mutui, siamo arrabbiati per cattive decisioni che non devono mai più ripetersi, oppure semplicemente siamo sconvolti dal fatto che tutto sia esploso? Perché in questo secondo caso, i politici tenteranno di giocare di nuovo questo sistema per prendersi vantaggi senza rischi», avverte Henninger. «L'attuale incubo dei mutui è stato aggravato soprattutto dall'insistenza del Congresso nell'accrescere la proprietà immobiliare riducendo i suoi rischi». La lettura del passato dovrebbe insegnare qualcosa nel presente di questa campagna presidenziale.
«Le proposte centrali di Obama sull'assicurazione sanitaria, sulla politica commerciale e sui crediti fiscali, cercano tutte di ridurre una serie di rischi economici. Le idee di McCain sulla salute, l'educazione e il codice fiscale, invece, sono orientate alla "libertà di scelta", o a lasciare che siano gli individui a valutare i rischi economici da prendersi».
In questo le visioni e i programmi dei due candidati alla Casa Bianca sono davvero antitetici. Peccato che McCain si stia facendo stritolare da questa crisi e non sia in grado di assumere una iniziativa forte, spiegando agli americani, in maggior parte contrari al piano Paulson, che con lui non rischierebbero questo genere di crisi, la cui gravità è determinata non dalla deregulation ma dall'invasività di politiche pubbliche manipolate da interessi privati. Purtroppo, invece, sembra invischiato nelle trattative a Washington per far passare il piano. D'altra parte, Obama non ha alcuna difficoltà ad appiattirsi sul piano di salvataggio, visto che rientra perfettamente nella logica interventista del suo programma. La Heritage Foundation ha calcolato che il "bailout" da 700 miliardi è niente in confronto al costo dei piani di previdenza sociale e assistenza sanitaria promossi dai democratici: 41mila miliardi, pari a 60 piani Paulson.

In un altro editoriale del Wall Street Journal di oggi viene citato addirittura Alexander Hamilton per sostenere il piano di salvataggio del Tesoro Usa e leggiamo:
«Ci viene detto che questo è un salvataggio per Wall Street. Ma se gli americani sono onesti con se stessi, ammetteranno che le banche non sono l'unica causa della nostra difficile situazione attuale. Gli Stati Uniti stanno vivendo le conseguenze di una tipica "credit mania", di cui tutti abbiamo goduto finché è durata. Non ricordiamo molte proteste mentre il valore delle case stava crescendo del 15% l'anno, o mentre i tassi d'interesse rimanevano fermi all'1%...»
Il punto, sottolinea il WSJ, «non è assolvere Wall Street o Washington», ma impedire che la crisi si estenda provocando danni ancora maggiori. «In questo senso, stiamo salvando noi stessi» con il piano Paulson.

Non tutti i deputati repubblicani che l'altro giorno hanno votato contro il piano sono «eroi» di coerenza. «Alcune delle voci più rumorose che oggi invocano "mercati liberi" denunciando il piano Paulson si sono opposte a una stretta creditizia». Il WSJ si riferisce a quando alla Camera si discusse dei bilanci di Fannie e Freddie e di come limitare i loro portafogli - una storia che abbiamo rievocato nel post di ieri - e riporta degli stralci dagli interventi di alcuni deputati repubblicani che all'epoca «si opposero furiosamente ad ogni tentativo di rendere Fannie e Freddie meno pericolose».

L'amministrazione Bush, ricorda il quotidiano, è stata «dalla parte giusta in questo dibattito per 8 anni», così come l'ultimo Tesoro di Clinton. «E ora, avendo contribuito così tanto a questo caos, molti degli stessi deputati che protessero Fannie e Freddie stanno denunciando il salvataggio come un favore a Wall Street. I veri eroi della Camera - conclude il WSJ - sono i deputati che tentarono di riformare Fannie quando era impopolare e ora stanno tentando di difendere il sistema finanziario quando questo anche è difficile».

Tuttavia, seppure non tutti i deputati repubblicani che hanno votato contro il "bailout" siano degli eroi di coerenza liberista, tra di essi ci sono anche quei libertari come Ron Paul, cui di certo non possono essere contestate certe contraddizioni.

Le loro posizioni erano riportate ieri da L'Opinione: «Proponendo la stessa politica, e in dosi maggiori, non faremo altro che intensificare la distorsione della nostra economia (tutte le cattive allocazioni di capitali e tutti i cattivi investimenti) e ritardare il tentativo del mercato di ristabilire un prezzo razionale delle case e degli altri patrimoni», avverte Ron Paul. Lew Rockwell, del Mises Institute, spiega che «i cattivi debiti non possono diventare buoni per volontà di una legge. Questo vuol dire che saranno necessari sempre più soldi e che i cittadini della classe media saranno sempre più vampirizzati da uno Stato predatore negli anni a venire». «Cercare di fermare la caduta dei prezzi ha senso quanto pretendere di cambiare la legge di gravità», ammonisce Bob Barr:
«Il crack finanziario non è dovuto alla presunta "crisi del capitalismo", ma è il risultato di folli politiche pubbliche, manipolate da interessi privati, come sempre avviene a Washington. Dando a Washington più potere non avremo la soluzione (...) Tenendo in vita un morto che cammina non faremo altro che rallentare i necessari aggiustamenti del mercato».
Lucida l'analisi di Ron Paul:
«Abbiamo un problema che ha cause ben precise. Abbiamo speso troppo, ci siamo indebitati troppo, abbiamo troppo inflazionato la nostra moneta, ora siamo in crisi e il mercato ci sta dicendo che dobbiamo correggere tutti questi errori. La gente deve liquidare i cattivi debiti e far piazza pulita degli investimenti sbagliati. Ma quello che il governo cerca di fare adesso è di rendere permanenti tutti questi errori».
Riemerge dal campo libertario la proposta di tornare al gold standard, che dovrebbe interessare tutti quelli che diffidano della finanza virtuale non agganciata a beni reali:
«Dobbiamo porre fine al sistema che stampa moneta campata in aria. Deve essere respinta la legge che limita la circolazione di moneta a base aurea e argentea. Non possiamo avere una moneta che dipende dalle vuote promesse dei burocrati».

Wednesday, October 01, 2008

Fannie Mae e Freddie Mac, fallimenti della politica

E' vero, fu l'amministrazione Clinton, nel 1999, a fare pressioni sui giganti dei prestiti Fannie Mae e Freddie Mac affinché incrementassero la concessione dei mutui agevolati e acquistassero dalle banche i subprime, ampliando enormemente il ruolo delle agenzie para-statali nel mercato immobiliare americano con l'effetto di indurre gli operatori a confidare nella implicita garanzia pubblica su tutti quei mutui. All'epoca le responsabilità dell'amministrazione Clinton furono annotate su questo articolo del New York Times.

Ma da allora all'inizio della crisi, ampiamente aggravata dal gigantismo di Fannie Mae e Freddie Mac, sono trascorsi 8 anni, durante i quali l'amministrazione Bush e il Congresso, prima a maggioranza repubblicana poi democratica, non sono riusciti a invertire la tendenza.

Per la verità ci fu un tentativo di regolare diversamente i due colossi semi-pubblici dei mutui e di limitare la loro spregiudicatezza finanziaria, come hanno ricordato Peter Wallison e Charles Calomiris, due economisti dell'American Enterprise Institute, sulle pagine del Wall Street Journal. Allo scopo di accattivarsi l'appoggio del Congresso, dopo gli scandali dei loro bilanci nel 2003 e nel 2004, Fannie Mae e Freddie Mac si impegnarono ad accrescere l'erogazione di mutui "facili". Alle cattive scelte di queste due imprese sponsorizzate dal governo – e dei loro sponsor a Washington – vanno attribuite le colpe del disastro attuale, secondo i due economisti dell'AEI. Fannie e Freddie furono viste sui mercati finanziari come operatori i cui bilanci erano garantiti dal governo federale.

Ecco cosa accadde. Quando gli economisti della Fed e dell'Ufficio Bilancio del Congresso cominciarono a studiarle nel dettaglio, si accorsero che – nonostante i loro vantaggiosi tassi di prestito – non avevano significativamente ridotto i tassi d'interesse sui mutui. Sulla scia dello scandalo di bilancio di Freddie, nel 2003, il presidente della Fed Alan Greenspan divenne un loro fermo oppositore, e cominciò a suggerire una regolamentazione più stringente e limitazioni alla crescita dei loro redditizi ma rischiosi portafogli. Se non stavano concedendo mutui più economici e stavano solo creando rischi per i contribuenti e l'economia, a cosa servivano?

La strategia di presentarsi di fronte al Congresso come i campioni dell'housing accessibile funzionò. Fannie e Freddie conservarono l'appoggio di molti al Congresso, soprattutto dei Democratici, e gli fu permesso di continuare senza restrizioni. Nel 2005 Alan Greenspan spiegò nei termini più chiari possibili al Congresso quanto fosse urgente agire: se Fannie e Freddie «continuano a crescere, con un basso livello di capitale, e continuano ad estendere i loro portafogli, possono rappresentare un potenziale rischio di sistema sempre crescente. Stiamo mettendo a rischio in modo sostanziale l'intero sistema finanziario».

Nel 2005 – raccontano Wallison e Calomiris – la Commissione bancaria del Senato, controllata dai Repubblicani, elaborò un valido disegno di legge di riforma, che avrebbe proibito alle imprese sostenute dal governo di detenere portafogli e attribuito al loro regolatore poteri simili a quelli del regolatore del sistema bancario, così come simili requisiti minimi di capitale. Alla luce dell'attuale crisi probabilmente questo progetto di legge sarebbe stato il pilastro di un efficace sistema di regole. Tutti i Democratici e i pochi Repubblicani che votarono contro il progetto, non avrebbero potuto opporsi a queste limitazioni se i loro elettori avessero saputo cosa stavano facendo. E ora i Democratici se la prendono con la deregulation, che negli ultimi 30 anni ha permesso alle banche di diversificare i loro rischi geograficamente e su diversi prodotti, cosa che ha mantenuto le banche commerciali relativamente stabili in questa tempesta.

Se i Democratici avessero lasciato passare quella legge nel 2005, l'enorme crescita di mutui subprime e Alt-A nei portafogli di Fannie e Freddie non si sarebbe potuta verificare, e la crisi finanziaria avrebbe avuto una portata molto minore. Gli stessi politici che oggi stigmatizzano la mancanza di intervento per fermare gli eccessi, sono gli stessi che nel 2005-2006 bloccarono l'unico tentativo legislativo che poteva fermarli.

La storia di Fannie e Freddie sta lì a dimostrare quanto gravi siano le responsabilità della politica, piuttosto che del libero mercato, nella crisi di oggi. Errori commessi, e non corretti, nonostante fosse possibile correggerli per tempo, sia dai democratici che dai repubblicani più statalisti. Come Bush, che liberista non è mai stato e che ha pesanti responsabilità, per aver recepito solo una parte delle politiche liberiste, il taglio delle tasse, e non anche il taglio della spesa pubblica e della invadenza dello Stato.

Lo sottolinea con forza Jeffrey Miron, uno dei 166 economisti che hanno firmato la lettera al Congresso contro il piano Paulson, intervistato sul Corriere di oggi: «È lo statalismo che ha causato la crisi. È inaccettabile che la debbano pagare i contribuenti...». La realtà, avverte, è che «altri dissesti sono inevitabili», che anche «una recessione, non depressione, è inevitabile», ma «se permetteremo al mercato di fare il mercato» la crisi verrà superata entro un anno o poco più.
«È comodo salvarsi a spese altrui. Ma la verità è che il boom dei mutui subprime, il cui crollo ha provocato la stretta creditizia, è colpa dello Stato. Lo Stato ha creato le due agenzie semigovernative Fannie Mae e Freddie Mac che li hanno finanziati e ne ha garantito il debito. Le due agenzie non avrebbero rischiato se non fossero state certe della protezione pubblica, e non avrebbero rischiato nemmeno le banche. I mutui subprime sarebbero stati pochissimi».