Pagine

Showing posts with label duello tv. Show all posts
Showing posts with label duello tv. Show all posts

Thursday, November 29, 2012

Bersani asfaltato in tv, ma lo salveranno regole e terrore di cambiare

Con ogni probabilità le vincerà Bersani le primarie del centrosinistra. Perché l'elettorato tradizionale della sinistra è molto conservatore e diffida delle ricette dal retrogusto liberale di Renzi e persino del suo modo "moderno" di comunicare (solo perché brillante si merita l'accusa di "cripto-berlusconiano"); e perché le regole (doversi impegnare a votare il centrosinistra qualunque candidato vinca e inventare una giustificazione plausibile per votare al ballottaggio se non ci si è registrati al primo turno) hanno reso le primare molto meno aperte di quanto sarebbe servito a Renzi. Fondamentalmente il popolo "de sinistra" è terrorizzato dalla prospettiva di un proprio leader capace di attirare l'elettorato indipendente o di centrodestra, preferisce restare nel proprio rassicurante recinto, anche se minoritario.

Ma siamo seri: se il dibattito di ieri sera l'avessimo visto non su Raiuno ma sulle tv americane, tra due candidati alle primarie Usa, oggi nessuno avrebbe dubbi: Renzi ha completamente asfaltato Bersani. Al contrario del primo dibattito su Sky, a mio avviso vinto dal segretario - mai attaccato, quindi mai a disagio o irritato dalla sfida, e abile a piazzarsi come via di mezzo ragionevole e affidabile tra gli opposti "estremismi" di Renzi e Vendola - ieri sera Bersani è uscito con le ossa rotte, è stato costretto sempre sulla difensiva - con rare eccezioni - ed in generale è sembrato irritato per gli attacchi e fuori posto in un contesto così competitivo.

Sono emerse due visioni di sinistra diametralmente opposte sulla politica economica, sui soldi ai partiti, sulle alleanze e persino sul Medio Oriente. Sarebbe quindi un peccato se dovessimo assistere ad una qualche forma di "ticket", che non converrebbe di certo a Matteo Renzi. Il quale dovrebbe sedersi in riva al fiume ad aspettare che passi il cadavere politico di Bersani, dal momento che se ci arriva davvero a Palazzo Chigi, se Monti non gli soffia la poltrona, con Vendola (e Casini?) non dura più di un anno.

Ieri sera la strategia di Renzi è riuscita alla perfezione. Praticamente su ogni argomento ha sottolineato errori e mancanze del centrosinistra del passato: i poteri concessi a Equitalia da Visco-Bersani; la politica industriale pseudo-keynesiana, con i sussidi ai soliti noti e le grandi opere; il tradimento del referendum sul finanziamento pubblico ai partiti (con citazione della proposta Sposetti); la controriforma delle pensioni che ha abolito lo "scalone", costata 9 miliardi; le alleanze litigiose che hanno riconsegnato il paese a Berlusconi; la legge mai fatta sul conflitto di interessi. Su tutto questo Renzi ha picchiato duro: ogni volta che ricordava i «nostri errori» come centrosinistra si rivolgeva con il linguaggio del corpo e gli sguardi a Bersani, chiamandolo «segretario», ricordando i suoi 2.547 giorni al governo e costringendolo, nella migliore delle ipotesi, ad ammettere che si poteva fare meglio ma cose buone si son fatte, nella peggiore a farfugliare o accampare scuse patetiche. Sul conflitto d'interessi, per esempio, Bersani si è giustificato dicendo che all'epoca non era la sua materia di competenza e non aveva sufficiente credibilità per imporsi.

Ma Renzi ha davvero ridicolizzato Bersani sui soldi alla politica, quando il segretario ha chiamato in causa la democrazia ateniese («sì, ma da Pericle siamo arrivati a Fiorito»), e su una domanda riguardante il primo incontro da premier con il presidente Obama: Renzi parlerebbe al presidente Usa del ruolo e del futuro dell'Europa, e dell'Italia nell'Ue. Bersani ha farfugliato qualcosa su ritiro dall'Afghanistan ed F35. A quel punto il sindaco ha avuto gioco facile nel ricordare a «Pierluigi» che per il rientro dall'Afghanistan le tappe sono già fissate e che sui caccia F35 «non c'entra Obama, dobbiamo decidere noi, e io sono per il dimezzamento».

Nel merito, mai si era sentito un esponente del Pd esporre con tale chiarezza, senza ambiguità, così tanti concetti liberali e blairiani. Dal modello di flexsecurity di Ichino al fisco (meno spesa pubblica, meno tasse); dalla de-burocratizzazione alla scuola («portare il merito nella scuola e premiare gli insegnanti più bravi è di sinistra», ha rivendicato Renzi, mentre Bersani non è riuscito ad andare oltre «almeno a parole trattiamoli bene»); dal finanziamento pubblico ai partiti (da abolire completamente) alle alleanze (no alla nuova "Unione" e no all'inciucio con Casini, un chiaro messaggio ai vendoliani).

Va dato atto a Renzi del coraggio di non aver voluto compiacere a tutti i costi gli elettori su temi in cui di solito si fa molta retorica: ecco, quindi, che la riforma delle pensioni «è ok»; che il Sud deve darsi «una scossa», cambiare mentalità (basta con «raccomandazioni e dintorni»); che il problema del Medio Oriente non è la questione israelo-palestinese, come ha ripetuto Bersani ricorrendo a una retorica di sinistra vecchia di vent'anni, ma l'Iran e i diritti umani; che bisogna ridurre il debito pubblico non perché ce lo impone l'Ue, o la Merkel, ma perché è immorale indebitare i nostri figli e nipoti.

Battuto Bersani anche nelle prime tre misure da adottare una volta al governo: per Renzi tutte e tre sul lavoro, con in testa la flexsecurity di Ichino, mentre il segretario si è limitato ad un generico «qualcosa su lavoro e impresa» (qualcosa?), come terzo punto dopo cittadinanza agli immigrati e anti-corruzione/anti-mafia.

Bersani - che per l'occasione sembrava avesse tirato fuori da un armadio di Botteghe oscure lo stesso completo marrone che indossava Occhetto contro Berlusconi nel '94 - ha puntato sull'orgoglio di partito, sulla sua esperienza, da non rottamare, e sull'insicurezza crescente dovuta alla crisi, che richiede presenza dello Stato e pochi grilli per la testa. Ma molto genericamente, non è riuscito a dire una cosa una che apparisse concreta di politica economica in tutto il dibattito, nemmeno nelle prime tre misure che adotterebbe da premier («governare vuol dire anche sorprendere»).

«Qualcosa bisognerà fare» per questo o quest'altro, è stata la sua risposta buona per tutti gli argomenti. Cose da fare qui e là, roba generica, il «saper fare italiano», «cerchiamo di dare un po' di lavoro» (come se l'economia funzionasse così, con il governo che può «dare» il lavoro), di «muovere l'economia», «mica siamo qui a suonare i mandolini». E' stato più a suo agio sulle liberalizzazioni, finalmente un sorriso rilassato, ma neanche qui ha saputo indicare di preciso cosa ci sarebbe da liberalizzare: «c'è da fare lì, ma meglio non dirlo».

Bene l'appello finale di Renzi - «oggi il vero rischio è non cambiare» - anche se si è segnato l'unico autogol del dibattito, riconoscendo a Bersani di rappresentare il «cambiamento nella sicurezza».

Tuesday, November 13, 2012

Dibattito non sposterà voti, ma lo vince Bersani

Due i sicuri vincitori del dibattito tv di ieri sera tra i candidati alle primarie del centrosinistra: decisamente Sky, che ha costruito un format nient'affatto male per essere la prima volta, con un ritmo serrato e coinvolgente. Pochi 90 secondi? Il numero degli oratori - cinque - imponeva tempi ristretti per le risposte (immaginate la sonnolenza a concedere più di due minuti a Vendola o alla Puppato) e in ogni caso trovo che sapere esprimere un concetto chiaro, incisivo, con il giusto mix di retorica e concretezza in un minuto circa sia un'abilità che bisogna imparare a pretendere/apprezzare in un politico e che i politici devono coltivare. E diciamola tutta: a volte 90 secondi sono sembrati anche troppi, così poco avevano da dire alcuni. Ma hanno vinto anche le primarie stesse, che obbligano tutti ad una comunicazione politica più stringente, più sul punto, meno autoreferenziale e da talk show. Ormai imprescindibili, il centrodestra ha solo da imparare.

Non ha vinto, invece, come si potrebbe pensare, l'alleanza Pd-Sel. Sì, ok, aiutata dal vuoto, dalla nullità del centrodestra, il pienone alle primarie è garantito. Ma il dibattito di ieri sera non ha certo aiutato il centrosinistra ad andare oltre il suo elettorato tradizionale, semmai a rivitalizzarlo (che comunque non è poco). Grigiore e inconcludenza generale, nessuna idea nuova, nessuna proposta concreta, numeri alla mano su debito, Pil, tagli fiscali e come finanziarli. Niente di tutto questo, ma solita sinistra tasse e welfare, l'usato sicuro (Bersani) contro il giovane furbetto (Renzi), appena più fresco; gli altri vecchissimi, salme novecentesche. Insomma, nulla che possa attrarre un elettore non di sinistra.

Il dibattito di per sé non dovrebbe nemmeno spostare molti voti tra i candidati alle primarie, non essendoci stati colpi di scena o scivoloni eclatanti. Detto questo, considerando l'elettorato di riferimento e le aspettative, e la performance comunicativa più che il merito delle politiche, direi che ha vinto Bersani (voto: 8). Ha tutto sommato consolidato la sua posizione di front-runner, non apparendo nient'affatto bollito e impacciato come ci si poteva immaginare al confronto con il giovane Renzi, mai a disagio o troppo in tensione o irritato dalla sfida (anche perché nessuno lo ha minimamente attaccato). Look ordinato, composto, pacato, sobrio, ha saputo gestire i momenti dosando retorica e concretezza, prendendosi la scena con tono assertivo, con un cambio di registro per far capire che le sfide saranno tremende e c'è bisogno di esperienza e affidabilità. Ha saputo piazzarsi come via di mezzo ragionevole tra Renzi e Vendola («cambiare senza spaventare») e con il suo fare bonario da padre di famiglia che sa ascoltare li ha neutralizzati.

Renzi (voto: 6) è apparso più fresco, il più brillante e a suo agio con il format, sue le battute più efficaci, ma non rappresentando politicamente niente di così nuovo, Bersani è apparso più solido e affidabile per la premiership. La simpatia non basta più, è stato deludente sui contenuti: nessun elemento di vera rottura con la sinistra tradizionale. Non riesce nemmeno a scaricare Vendola dall'alleanza. Riprende gli altri avversari ma non attacca mai Bersani. Renzi ieri sera ha scelto di non creare problemi, di fare "l'amico", per scrollarsi di dosso l'etichetta del guastafeste. Ha fatto il suo compitino, svolto la parte della giovane leva ma negli schemi, facendo così il gioco del segretario. In fondo la competizione vera adesso è per il secondo posto, per andare al ballottaggio, e non ha voluto rischiare. Ma è una strategia utile, appunto, per arrivare bene secondo, non per tentare di battere Bersani.

Emblematico l'appello finale: da Renzi una generica dichiarazione d'amore, di passione per la politica «bella», e di desiderio di «futuro», mentre a mio avviso Bersani ha toccato tasti più concreti e sensibili per gli elettori di centrosinistra. Basta con la «fabbrica delle illusioni», ora verità: «Non vi chiedo di piacervi ma di credermi, perché dirò le cose come stanno, con verità e semplicità», come a mettere in guardia gli elettori da chi tenta di "piacere", sottintendendo non solo Berlusconi ma anche i "compagni" Matteo e Nichi.

Vendola (voto 4) è stato disastroso, sembrava la parodia di se stesso ("acchiappanuvole"!?), look tetro, pallido, sudato, retorica oltre qualsiasi soglia di sopportabilità, ad ascoltarlo veniva voglia di toccare ferro tanto era fosca l'immagine del paese che tratteggiava (e sorvoliamo sulla figuraccia della sua fan). Gli altri in pratica si sono autoeliminati: troppo vago, democristiano e dinosauro della politica Tabacci (voto: 4); non pervenuta la Puppato, sempre a disagio, confonde la riforma del lavoro con quella delle pensioni, Brunetta con Padoa-Schioppa, evasiva e fumosa.

Tuesday, October 23, 2012

Romney non cade nella trappola dei cliché

Anche su Rightnation.it

È evidente quali fossero gli obiettivi di Romney nel terzo dibattito televisivo vinto ai punti da Obama (così pare stando ai sondaggi post-debate): 1) non rischiare di compromettere, sparando qualche grossa sciocchezza, da cui potesse emergere una palese ignoranza, o fallendo colpi da ko, il trend per lui positivo in corso dalla vittoria di Denver; 2) non apparire troppo "falco", una "testa calda", non scivolare su toni bellicosi che potessero spaventare l'elettorato, insomma non rientrare nei cliché e nella caricatura di Bush che gli avversari cercano di appiccicargli addosso. L'approccio dei due contendenti ha rispecchiato in pieno l'andamento dei sondaggi delle ultime settimane, quindi abbiamo trovato il presidente in carica costretto ad attaccare per tentare di arrestare la rimonta dello sfidante e quest'ultimo più preoccupato di non sbagliare piuttosto che di assestare il colpo del ko.

D'altra parte, in un dibattito sulla sicurezza e la politica estera non è certo il candidato repubblicano quello che rischia di apparire debole, che deve smentire un pregiudizio di pusillanimità, e a cui quindi è richiesto un surplus di bellicosità, di prospettare un approccio più muscolare. E ieri sera, almeno a parole, Obama è riuscito a mostrarsi commander-in-chief, nel pieno controllo della situazione sui diversi scenari di crisi (anche se obiettivamente non è proprio così).

Ebbene, ieri sera Romney ha centrato i suoi obiettivi puramente "difensivi", ha difeso il suo "momentum" post-Denver, sebbene forse abbia ecceduto in prudenza, mostrandosi sì cauto, ragionevole e pragmatico, ma rischiando di apparire privo di una visione alternativa a quella di Obama, persino appiattito sulle posizioni del presidente, al quale ha riconosciuto fin troppe volte di avere ragione. Può darsi fosse questo, secondo i suoi consiglieri, l'approccio che avrebbe pagato di più presso gli elettori indecisi degli stati-chiave. Dunque, l'efficacia della strategia e della performance di Romney si può giudicare solo sulla base del giudizio di questi elettori: avranno apprezzato di più la cautela e la ragionevolezza, piacevolmente sorpresi che non abbia vestito i panni del "cowboy" alla Bush, o saranno invece rimasti delusi da una certa indecisione e dall'assenza di una visione chiaramente alternativa a quella di Obama, dall'incapacità di mettere in luce gli errori del presidente?

Ragioni di tattica elettorale potevano quindi suggerire a Romney di non esporsi, ma certo una prova così incolore è deludente, e preoccupante, per chi auspica - come chi scrive - una politica estera molto diversa da quella di Obama nei prossimi quattro anni, e soprattutto guidata da una visione coerente. Ma se poi andiamo a rivedere i dibattiti del 2000, troviamo un Gore interventista e un Bush isolazionista, che voleva ritirarsi dall'Europa e addirittura lasciare che israeliani e palestinesi se la sbrigassero da soli. Spesso sono gli eventi a "fare" il presidente e dopo l'11 settembre Bush ha avuto il merito di cambiare radicalmente rotta, di adottare una visione (a mio parere la migliore in circolazione) e almeno nel primo mandato di agire coerentemente con le sue nuove convinzioni. Speriamo solo che poi, dovesse arrivare alla Casa Bianca, Romney le convinzioni le tiri fuori e non si riveli una banderuola.

Friday, October 05, 2012

L'America e noi, bizantini da tardo impero

Ogni quattro anni assistiamo ammirati allo spettacolo della democrazia in azione, quando i contendenti alla Casa Bianca si sfidano in un lungo e faticosissimo processo elettorale, che inizia circa un anno prima, con le primarie, ed entra nel vivo con i duelli televisivi. Ieri notte Romney ha stracciato Obama nel primo dei tre dibattiti presidenziali, togliendo ai media prevalentemente pro-Obama un boccone che pregustavano da mesi: celebrare il colpo del ko del presidente uscente allo sfidante. A molti potranno apparire superficiali (cosa si potrà mai dire in due minuti di risposta che non suoni come uno slogan?), invece i dibattiti sono l'essenza della politica, dove non basta avere le idee migliori, bisogna anche saperle comunicare e dimostrarsi credibili. Non è uno show televisivo, ma una durissima prova di sopravvivenza durante la quale i leader si forgiano nel contraddittorio davanti ad un pubblico di milioni di cittadini. E le regole sono chiare: dentro o fuori, senza reti di protezione, senza ripescaggi, scorpori, quote, listini o preferenze, senza i nostri bizantinismi da tardo impero. Romney ha saputo mettere in atto al meglio la sua strategia: ha attaccato Obama in modo intelligente, pragmatico, non ideologico. Il che ha spiazzato il presidente, che su quel piano avrebbe avuto gioco facile a rispondere colpo su colpo. Entrambi avrebbero "eccitato" la loro base, ma non sarebbe servito a Romney, che se vuole vincere deve fare di più, convincere gli elettori indecisi, indipendenti, e dunque impermeabili alla propaganda.

E ogni volta, noi che guardiamo dal di qua dell'Atlantico non riusciamo a non farci prendere dalla depressione per lo stupefacente contrasto tra come funziona la democrazia negli Stati Uniti – sebbene con le inevitabili imperfezioni delle cose umane – e come è ridotta in Italia. Anche noi siamo in campagna elettorale, ma non sappiamo ancora con quale legge elettorale si voterà, perché ogni cinque anni cambia a seconda degli equilibri che le forze politiche in Parlamento intendono favorire; il premier uscente non si candida ma è in pole per un secondo mandato; da una parte non fanno le primarie in attesa che l'anziano leader decida il da farsi, mentre dall'altra le fanno, ma col trucco per tagliare fuori l'outsider. E come se non bastasse, potrebbero non avere alcun senso in caso di ritorno al proporzionale. Senza offesa per nessuno, ciascuno con le proprie ragioni, alibi, attenuanti, ma sembra una gabbia di matti.
LEGGI TUTTO su L'Opinione

Monday, October 20, 2008

Obama Powell

E' un fatto che dopo l'endorsement dell'ex segretario di stato Colin Powell a favore di Obama il piccolo recupero di McCain nei sondaggi (risalito nel weekend a -3%), credo dovuto all'onda lunga della sua buona prova televisiva nell'ultimo dibattito, sia stato completamente annullato.

Dopo tre giorni consecutivi in cui il vantaggio di Obama si era sensibilmente assottigliato, oggi un sondaggio Reuters-Zogby registra di nuovo 5,4 punti di vantaggio di Obama su McCain (49,8 contro 44,4). Effetto Powell? Così tendono a interpretarlo i media, ma non è scontato.

Certamente l'appoggio di Powell segna un punto pesante a favore di Obama, un altro prezioso mattoncino nella meticolosa opera di costruzione di un'immagine che lo faccia apparire pronto per l'incarico di presidente, nonostante la sua scarsa esperienza e la sua giovane età. Apparire "presidenziale" è stato giustamente il leitmotiv della sua campagna ed è ancora uno dei pochi elementi su cui può perdere la Casa Bianca. Che Obama offra «occhi freschi e nuove idee» lo vedono tutti, ma Powell, durante un'intervista nel programma di punta della Nbc, "Meet the Press", ha lodato di Obama esattamente le caratteristiche che gli elettori ancora dubitano che abbia: la «prontezza» e la «competenza».

Detto da un ex segretario di stato, per di più repubblicano, non mancherà di avere un certo peso. Ovviamente la gente non voterà Obama solo perché l'ha detto Powell, ma con l'approssimarsi del 4 novembre è probabile che endorsement come questo contribuiscano ad attenuare, a sbiadire i dubbi sulla preparazione di Obama.

Certo, Powell ha anche tessuto l'elogio delle tasse, con ciò ammettendo implicitamente che sì, Obama le alzerà. E in questo forse non ha fatto un grande favore ad Obama. Curioso come i media liberal si siano improvvisamente scordati che fino a ieri per loro Powell era l'uomo delle "menzogne" sulle armi di distruzione di massa irachene.

Altri due eventi potrebbero aver contribuito ad ampliare il vantaggio di Obama sull'avversario nei sondaggi. L'oceanica manifestazione a Sant Louis può aver dato l'impressione che sia caduta nelle mani di Obama persino una roccaforte repubblicana come il Missouri.

Ma in definitiva, a deprimere la sua percentuale di consensi nei sondaggi può aver contribuito lo stesso McCain, quando l'altra sera a Fox News ha fatto capire che in caso di sconfitta se ne tornerebbe allegramente a "fare il nonno". Pensa alla sconfitta? «Certamente. Ma non mi crogiolo in questo pensiero. E comunque ho avuto una vita meravigliosa. Posso tornare a vivere in Arizona, a rappresentare il mio paese in Senato, con una famiglia meravigliosa, e una vita piena di benedizioni». Non certo un'iniezione di entusiasmo.

Thursday, October 16, 2008

McCain lottava o si dimenava?

Ieri notte John McCain ha lottato, ma non ha molto senso parlare di vittoria in questo ultimo duello tv, se la guerra sembra persa. Favorito dal format (i candidati questa volta erano seduti) e dalle domande (quella sugli attacchi personali tra i due gli ha dato modo di portare a conoscenza del grande pubblico alcune vecchie "amicizie" scomode di Obama), quella di ieri è stata forse la sua più vigorosa performance. Determinato, sempre all'offensiva, grintoso, semplice e preciso. Per scelta o necessità, McCain non ha mutato la sua strategia di fondo, ma per lo meno ieri ha saputo lanciare il suo messaggio in modo più chiaro, più netto, e più deciso che in passato.

Mi pare che McCain stia puntando principalmente a riprodurre tra lui e Obama le tradizionali divisioni della politica americana (che in economia si riassumono in small government, rappresentato dai Rep., vs. big government, rapppresentato dai Dem.). Una strategia che si regge sul presupposto non scontato che i conservatori siano ancora maggioranza nel paese e sulla speranza che a lungo andare questa distinzione si sedimenti negli elettori e prevalga sulla distinzione lungo l'asse cambiamento/vecchio, che lo vede perdente.

I momenti a lui più favorevoli sono stati due. Nel lungo scambio che ha visto come protagonista "Joe the plumber", in cui è riuscito a dipingere Obama come il tipico liberal "tassa-e-spendi"; e quando finalmente - come mai era riuscito con tale spontaneità e nettezza - ha preso le distanze da Bush: «Senator Obama, I am not President Bush. If you wanted to run against President Bush, you should have run four years ago». Forse troppo poco e troppo tardi, perché la colpa di McCain in questa campagna è quella di essere un esponente - sia pure spesso scomodo per la sua indipendenza di giudizio - dello stesso partito del presidente in carica, che agli occhi degli americani ha portato il paese sull'orlo della catastrofe economica.

Solo il tempo ci dirà se ieri notte quello di McCain era un lottare oppure un dimenarsi contro un destino cinico e baro.

Wednesday, October 15, 2008

Obama non è Kerry, e McCain non è Reagan

Potrebbe sembrare ovvio, ma pare che a qualcuno non lo sia. Questa notte l'ultimo debate tra Obama e McCain, ma ormai mi sembra che questa sfida si giochi pochissimo sui duelli tv. A McCain tocca l'impresa, come a quelle squadre costrette a vincere fuori casa per superare il turno di "Champions League". Certo, dalle urne per definizione può sempre uscire fuori la sorpresa, ma Obama non è Kerry.

Come ci segnala l'incoraggiante Creez Dogg in tha Houze, sia l'esperto in sondaggi Michael Barone che il politologo Victor Davis Hanson, di National Review, sostengono che sia ancora troppo presto per dare per sconfitto il ticket repubblicano. Motivo? Se c'è un uomo politico che, negli anni, ha dimostrato in più di un'occasione di saper ribaltare situazioni di svantaggio a proprio favore, smentendo ogni previsione, quello è proprio McCain. E' vero, McCain ha alle spalle entusiasmanti "rinascite", ma anche molte sconfitte. E ad oggi lui e i suoi adviser mi sembrano in un empasse strategico. Detto con parole povere: non sanno che pesci pigliare.

Le presidenziali del 1980, sentiamo ripetere, furono decise soltanto nell'ultima domenica prima del voto. Gli elettori indecisi decisero per Reagan contro Carter. Il problema è che McCain non sembra avere la freschezza di Reagan, né le capacità comunicative, né una visione politica innovativa, né la disastrosa presidenza di un Carter alle spalle. McCain è l'affidabilità, i piedi per terra, in un tempo in cui gli americani sentono di aver bisogno di "sognare".

E se proprio si vuole chiamare in causa Reagan, ricordo che nell'84 si comportò in maniera opposta a McCain per ribaltare a suo vantaggio il fattore età:
«I will not make age an issue of this campaign. I am not going to exploit, for political purposes, my opponent's youth and inexperience».
A questo punto, il giudizio non potrà che essere ex post. Se dovesse riuscirgli la rimonta, si dirà che motivi razziali hanno impedito a Obama di arrivare alla Casa Bianca; se tutto andrà secondo le previsioni, il giorno dopo sembrerà a tutti ovvio che il "bollito" McCain non avrebbe mai potuto farcela. La parola fine non è ancora scritta, ma diciamocelo chiaramente: il rischio che McCain-Palin ripetano la figura di Mondale-Ferraro nell'84 è piuttosto elevato.

Ci sarebbe voluto un Giuliani, se non si fosse politicamente "suicidato" ancor prima di iniziare la campagna.

Wednesday, October 08, 2008

A McCain serve una ricetta anti-crisi

Se, come da pronostici, McCain perderà, non sarà stato per i dibattiti televisivi, nei quali per ora a mio avviso si è ben comportato, facendo il possibile. Certo, vi diranno che anche ieri notte ha vinto Obama, ma a questo punto tutti hanno negli occhi le sue percentuali di vantaggio nei sondaggi (soprattutto quelli negli stati in bilico) e si lasciano volentieri condizionare. Anche se fosse andato meglio McCain, chi si azzarderebbe a sussurrarlo quando la partita sembra ormai chiusa a favore di Obama? Se vogliamo dire che McCain ha perso perché non ha vinto, questo sì, si può dire.

Ma ieri notte l'unico errore che si può davvero imputare a McCain è non aver tirato in ballo Clinton quando Obama ha indicato nella deregulation la causa della crisi finanziaria: fu Clinton, d'accordo con i repubblicani, tra cui McCain, a volere la deregulation. McCain avrebbe dovuto ricordarlo non per dare le colpe a Clinton, ma per difendere quella decisione e mostrare al pubblico quanto Obama sia più a sinistra di Clinton. Un'occasione sprecata.

Per il resto, McCain è apparso sciolto e a suo agio, anche se il format del "town hall" non lo ha aiutato quanto probabilmente egli stesso si aspettava. In parte, perché Obama è stato bravo, confindenziale; in parte, perché il dibattito è risultato nel complesso noioso, le domande erano troppo "aperte", lasciando ai candidati (soprattutto Obama) la possibilità di divagare propinando più o meno sempre lo stesso minestrone preconfezionato.

McCain era nella posizione più scomoda: azzoppato dai fallimenti della presidenza in carica, avrebbe bisogno di discostarsene senza però sconfessare la sua parte politica. Doveva attaccare e l'ha fatto, si è spinto fino al limite, senza oltrepassarlo, dell'aggressività ammissibile nei confronti del suo avversario. Attaccandolo di più, e sul personale, sarebbe apparso ripetitivo e avrebbe messo troppo a nudo la sua già evidente debolezza, dando l'impressione di essere disperato. Quello che è riuscito a fare, in un dibattito molto simile (anche se il format era diverso) al precedente rispetto ai temi trattati (moral issues assenti, faccio notare tra parentesi), è far emergere bene le differenze tra i due: su health care, public spending, tasse e politica estera, sono vistose.

Questa volta sia Obama sia McCain sono stati meno vaghi sulla crisi economica. McCain ha addirittura tirato fuori una proposta a sorpresa, l'ipotesi di una rinegoziazione dei mutui, ma soprattutto non si sono risparmiati colpi sulle cause: la deregulation, secondo Obama; Fannie Mae e Freddie Mac, il Congresso e i controllori pubblici, secondo McCain. Su questo posso dire che McCain si è mosso nella direzione che auspicavo, ma ancora troppo poco.

Manca un mese e bisogna vedere se in quest'arco di tempo McCain riuscirà a sollecitare gli istinti più profondi degli americani, se riuscirà a convincerli a temere il tassa-e-spendi del troppo liberal e inesperto Obama più della crisi. Difficile, ma per farlo deve parlare con più competenza di economia. A Obama basta l'inerzia, lui deve tirare fuori, e saper spiegare bene, una ricetta anti-crisi.

Friday, October 03, 2008

McCain-Palin vincono in tv, ma perdono la campagna

Non ho visto il dibattito di ieri notte tra i due candidati alla vicepresidenza Usa, ma pare che l'abbia vinto Sarah Palin, stando ai post di Mario Sechi e Andrea Mancia. Se non altro perché i mainstream media hanno propagandato della Palin un ritratto troppo brutto per essere vero.

Ignorante, provinciale, impreparata. Animati da pesanti pregiudizi urban radical chic, i grandi giornali e i grandi network televisivi hanno di fatto aiutato la Palin, creando sulla sua performance televisiva aspettative così basse che alla candidata è bastato evitare tecnicismi e concentrarsi su messaggi semplici e concisi per rendersi credibile e presentabile. La Palin è apparsa diversa quanto basta rispetto a come i media la dipingevano, mentre Biden non è ancora chiaro se sia o no impagliato.

Maria Laura Rodotà, che oggi sul Corriere ha firmato un imbarazzante (per lei) articolo sul dibattito ("Svelato il segreto della cofana di Sarah Palin", il titolo), viene sistemata a dovere da Bazarov, senza null'altro da aggiungere.

Nonostante il ticket repubblicano si sia ben comportato nei due dibattiti televisivi tenuti fino ad oggi, la crisi finanziaria rischia di rendere inutile qualsiasi sforzo. Quasi impossibile che vinca il candidato del partito del presidente in carica mentre l'America è in pieno panico finanziario e sull'orlo della recessione. Obama può permettersi di restare immobile e appiattirsi sul piano di salvataggio approvato stasera dal Congresso, ma McCain deve prendere iniziative forti, indipendenti più che bipartisan. Forse s'illude che il piano possa portare ristoro al sistema finanziario a tal punto da far passare in secondo piano la crisi almeno in queste ultime settimane di campagna. Il rischio è che invece, dopo qualche giorno di calma, altri fallimenti siano inevitabili, accompagnati dalla recessione.

Monday, September 29, 2008

Obama è diventato un Kerry qualsiasi

In effetti, diversamente da come mi era sembrato scorrendo i siti e guardando i tg nelle ore immediatamente successive al primo dei tre dibattiti presidenziali, i commentatori - sia americani che italiani - non hanno cantato all'unisono il trionfo di Obama. Molti hanno parlato di pareggio, addirittura qualcuno di vittoria di McCain, e se la Repubblica ha titolato che tra McCain e Obama lo «sconfitto» è stato Bush, evidentemente Obama qualche problemino deve averlo avuto, non dev'essere stata per lui una buona serata.

McCain non è il tipo di candidato che scalda i cuori o che intriga le menti, mentre Obama ha sempre un sorriso ammaliante. Ma se i duelli televisivi tra i due candidati alla Casa Bianca contassero più del contesto in cui si svolge la campagna, dopo il primo di venerdì notte McCain si troverebbe in vantaggio. La sensazione è che l'impopolarità di Bush, dopo 8 anni di presidenza, e la non rosea situazione economica, pesino più di qualsiasi performance televisiva. Nonostante a dispetto delle aspettative della vigilia, non abbia vinto il primo dibattito presidenziale, Obama si è dimostrato sufficientemente solido per conservare il suo vantaggio e McCain rimane sfavorito.

L'obiettivo del giovane senatore è dimostrare di essere pronto per il ruolo di commander-in-chief, ma l'altra sera l'ha mancato. McCain invece è riuscito a sfruttare i suoi punti di forza: l'esperienza e la sua reputazione di "maverick". Mentre Obama ha ripetutamente tentato di collegare McCain agli errori della presidenza Bush, McCain ha rivendicato efficacemente di essersi distinto dall'attuale amministrazione su molti dei temi più controversi (la tortura, Guantanamo, la strategia in Iraq, la spesa pubblica, l'immigrazione), sostenendo posizioni che spesso alla prova dei fatti si sono rivelate giuste. McCain ha criticato la gestione del dopoguerra iracheno e alla fine il presidente ha adottato con successo il cambiamento di strategia che suggeriva da mesi.

Entrambi sono stati molto vaghi sulla crisi finanziaria, esprimendo un cauto appoggio al piano di salvataggio. Un atteggiamento elusivo che deve aver irritato non poco i telespettatori. Ma McCain ha saputo spostare la discussione sul piano a lui più congeniale del contenimento della spesa pubblica. Il senatore dell'Arizona ha fatto valere la sua fama di "sceriffo" di Washington, le sue battaglie contro gli sprechi e la corruzione. Passa inosservata una frase, a mio avviso chiave, che McCain ripete ad ogni occasione per criticare la condotta del partito repubblicano, la cui immagine viene ormai associata all'enorme debito pubblico e alla corruzione: «Siamo andati al governo per cambiare lo Stato, ma lo Stato ci ha cambiati».

Nella prima parte del dibattito più volte, probabilmente troppe, Obama ha dato «ragione» a McCain, mostrando un atteggiamento reverenziale verso l'avversario, quasi a riconoscerne implicitamente la maggiore esperienza. Nella seconda parte McCain non ha ricambiato il favore, battendo il tasto sull'inesperienza e l'impreparazione di Obama, che «non capisce» questioni fondamentali di politica estera e di sicurezza (come trattare con il Pakistan; quanto sia pericoloso incontrare Ahmadinejad senza precondizioni; i costi di una sconfitta in Iraq). Il fatto è che semplicemente «non ci arriva», ripeteva uno sconsolato McCain all'intervistatore.

McCain è sembrato calmo, ma energico e preparato, costringendo spesso Obama sulla difensiva. Gli occhi di Obama sono sembrati smarriti in almeno due circostanze: mentre McCain lo attaccava sulla politica estera e mentre l'intervistatore lo incalzava sull'impatto che avrebbe avuto la crisi sui suoi ambiziosi programmi sociali. Obama è stato abile a fissare quasi sempre la telecamera mentre rispondeva, e a volte a rivolgersi verso il suo concorrente, mentre McCain guardava quasi solo l'intervistatore. Ma spesso il repubblicano faceva intravedere un sorriso divertito, quello di chi la sa lunga, durante le risposte "naive" di Obama, mostrando così sicurezza. Non ho bisogno di alcun «training», ha concluso McCain: «Sono pronto a cominciare anche adesso».

Ma il dato a mio avviso davvero più rilevante emerso dal dibattito dell'altra sera è che Obama non è più l'extraterrestre visto e sentito durante le Primarie. L'altra sera McCain ha rafforzato la sua immagine di candidato affidabile, mentre Obama potrebbe aver deluso come inteprete del "change", almeno agli occhi degli "swing voters". Alla prova del contraddittorio la sua retorica è apparsa involuta, a tratti politichese, molto meno brillante e ispirata rispetto agli elettrizzanti discorsi cui ci aveva abituati. Dov'è finito quel messaggio unitario che avrebbe dovuto chiudere l'era delle guerre culturali, razziali e partigiane? Dove sono finiti gli altri «muri da abbattere», le nuove «frontiere» da conquistare? Il "fenomeno" sembra tornato sulla terra. E' apparso un normale politico troppo liberal, con i soliti problemi nell'apparire credibile come commander-in-chief e incline ad espandere la spesa pubblica per realizzare i soliti programmi sociali. Troppo poco come "change", e troppo simile a un Kerry qualsiasi.

Saturday, September 27, 2008

Perché Obama non ha vinto il primo debate

Semplice, starà pensando qualcuno, tu stai dalla parte di McCain...
Certo, ho condiviso quasi tutte le cose dette da McCain e quasi nessuna di quelle dette da Obama. Ma dopo essere rimasto sveglio fino alle 4:38 di notte, lunedì proverò a spiegarvi - spero con obiettività - perché secondo me Obama non ha affatto vinto il primo dibattito televisivo, mentre fin troppo prevedibilmente tv, giornali e commentatori assortiti fanno a gara per raccontarvi come Obama è stato superiore al suo rivale.

Tuesday, August 07, 2007

Primarie assai poco americane

A riprova del carattere non democratico e men che meno "americano" del nascente Partito democratico, la decisione di vietare gli spot e quella di relegare agli ultimi giorni i confronti pubblici tra i candidati, comunque non televisivi ma organizzati dai vari comitati.

Veltroni si dimostra non molto diverso da Berlusconi. Da grande comunicatore qual è sa bene che al candidato di gran lunga più popolare non conviene accettare confronti con sfidanti pressoché sconosciuti, o anche poco conosciuti, al grande pubblico. In queste situazioni di tale divario di partenza, infatti, al di là dell'esito del confronto, gli sfidanti sconosciuti infrangono la barriera dell'anonimato e rosicchiano consensi. Non che qualcuno di loro abbia concrete speranze di insidiare il successo veltroniano, perché per farlo avrebbe bisogno di molti più mesi alla ribalta sui media e, a quel punto, di essere convincente sui contenuti. Ma Walter teme che acquisiscano anche quel pizzico di notorietà che ci vuole per "esserci", perché lui non è obbligato a vincere, ma a stravincere con percentuali bulgare.

Certo, in una primaria "americana", cioè democratica, al candidato favorito che si rifiutasse di confrontarsi pubblicamente, anche in tv, con gli altri anche meno noti sarebbe fatto pagare un altissimo prezzo politico presso l'opinione pubblica. E' qualcosa di impensabile. Ed ecco un altro aspetto che rende Veltroni molto, ma molto più lontano di quanto si vorrebbe dai suoi miti americani.

Avvelenato l'editoriale di Andrea Romano, su La Stampa: «Signora mia, non ci sono più le oligarchie di una volta». Il classico caso del bue che dice cornuto all'asino. Oligarchi che accusano altri oligarchi di «verticismo».

Protesta Bersani, per esempio, che alla fine si è piegato «all'ordine di scuderia Ds di produrre un candidato unico». E Goffredo Bettini, che spiega come «Veltroni non accetterà alcuna pesantezza burocratica o spartitoria».
«Proprio lui, Bettini, che da anni governa saldamente il Lazio per interposta persona e all'insegna di un perfetto modello di spartizione del potere. Sia reso onore a Bettini e al suo "modello Roma", che ha permesso al centrosinistra di riconquistare quello che un tempo era un solido feudo sbardelliano e postfascista. Ma sarebbe un segno di stile che da quel pulpito si evitasse di fare la lezione sui meriti della sempre più mitologica "società civile" e sui guasti delle logiche spartitorie».
Conclude Romano: «Viene da pensare che uno dei problemi del centrosinistra non sia tanto la malattia oligarchica, quanto l'assenza di una buona e sana oligarchia. Quella che vige nei normali partiti democratici, dove le élite si producono attraverso la battaglia delle idee e dove chi vince si insedia al potere senza complessi di colpa. Ma anche senza alcuna illusione sulla propria mortalità politica, sulla trasparenza del proprio mandato e sull’ineluttabile ricambio che verrà dopo la sconfitta».