Ebbene sì, lo ammetto, ero prevenuto. Avevo già capito che mi sarei dovuto sorbire le solite e ritrite tesi sociologiche sulla corruzione morale e politica del Paese e i soliti e ritriti teoremi antiberlusconiani sull'oscura nascita di Forza Italia. Ciò che invece non avevo preventivato è che potesse non essere, dal punto di vista tecnico, un prodotto ben riuscito, di qualità, avvincente. In una parola: "figo". Al contrario, "1992" è un pianto, un disastro estetico e narrativo. Gli attori sono così scarsi che per sembrare intensi bisbigliano e si mangiano le parole. Personaggi piatti e stereotipati. Sceneggiatura sciatta e a tratti ridicola. Trama banale e prevedibile. L'intreccio tra realtà, la cronaca giudiziaria, e fiction è talmente mal riuscito che trasforma in barzelletta la prima e svilisce la seconda.
E' ridicolo che un ferramenta si convinca che le sue inserzioni pubblicitarie vengano trasmesse durante "Non è la Rai" perché il programma verrebbe visto da padri cripto-pedofili con la bava alla bocca (che tra l'altro all'ora in cui andava in onda dovevano essere a lavoro) più che dalle figlie. E poi anche basta con questo moralismo...
E in tutto questo non mancano, subdolamente inseriti qua e là, slogan e primi piani che, come sentenze inappellabili, emettono il giudizio storico su una stagione e i suoi protagonisti. Insomma, gli autori non pretendono di raccontare in modo fedele gli eventi e i personaggi, che sono romanzati, ma non rinunciano a emettere sentenze sommarie su quelli reali.
La scena più subdola (almeno dei primi due episodi) è quando Dell'Utri passando davanti a uno schermo nei corridoi di Publitalia si sofferma sulla notizia dell'assassinio di Salvo Lima con lo sguardo di chi la sa lunga. L'allusione, breve ma incisiva, dà per scontata l'origine mafiosa di Forza Italia. Ma poi, di cosa stiamo parlando? Siamo nel 1992 e si allude a Forza Italia? Una serie tv sugli anni di Mani pulite in cui metà del tempo si parla di Publitalia e di come un Dell'Utri che si atteggia a boss mafioso si preparasse a "salvare la Repubblica delle banane", cioè a preservare quel sistema corrotto dagli attacchi della magistratura, non è fiction. E' una farsa, un'operazione scadente, conformista e subdola, ad uso e consumo dei soliti noti.
Si salva la colonna sonora, quella sì, ti riporta al 1992. Per il resto, non c'è niente da fare: tutta la serie gira intorno a Silvio Berlusconi, grande ossessione di cui la sinistra - compresa la compagnia di giro di attorucoli, registucoli, sceneggiatorucoli italiani che campano di sussidi pubblici - non riesce a liberarsi. Non si vede mai Berlusconi (tranne un tacco rialzato degno del Bagaglino che spunta da una toilette), ma è il vero convitato di pietra della serie (insieme, ovviamente, a Craxi). Lo spaccato decadente dell'Italia di quegli anni sembra ridursi al suo mondo, tutto ricostruito per evocare il bunga-bunga di vent'anni dopo: le sue tv che hanno irrimediabilmente corrotto la società e la politica; la soubrette mignotta raccomandata, un'olgettina ante litteram; la sua prossima ascesa al potere inevitabilmente legata alla corruzione e alla mafia. Da Berlusconi e da Publitalia sembra scaturire, e promette di perpetuarsi, tutto il marcio.
Del vero 1992 cosa resta? I magistrati buoni e i corrotti cattivi? Non solo semplicistico, anche un po' truffaldino... E che fine hanno fatto i grandi gruppi industriali, anche e soprattutto pubblici, coinvolti in Tangentopoli? E gli altri partiti della Prima Repubblica? I suicidi in carcere e i metodi di Mani pulite? La gogna a mezzo stampa? Il 1992 è stato anche, se non soprattutto, tutto questo. Le tv di Berlusconi fanno parte di quell'epoca, come fenomeno di massa, economico e culturale, ma non spiegano la corruzione morale e politica dilagante come questa serie lascia banalmente intendere.
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Wednesday, March 25, 2015
Tuesday, November 13, 2012
Dibattito non sposterà voti, ma lo vince Bersani
Due i sicuri vincitori del dibattito tv di ieri sera tra i candidati alle primarie del centrosinistra: decisamente Sky, che ha costruito un format nient'affatto male per essere la prima volta, con un ritmo serrato e coinvolgente. Pochi 90 secondi? Il numero degli oratori - cinque - imponeva tempi ristretti per le risposte (immaginate la sonnolenza a concedere più di due minuti a Vendola o alla Puppato) e in ogni caso trovo che sapere esprimere un concetto chiaro, incisivo, con il giusto mix di retorica e concretezza in un minuto circa sia un'abilità che bisogna imparare a pretendere/apprezzare in un politico e che i politici devono coltivare. E diciamola tutta: a volte 90 secondi sono sembrati anche troppi, così poco avevano da dire alcuni. Ma hanno vinto anche le primarie stesse, che obbligano tutti ad una comunicazione politica più stringente, più sul punto, meno autoreferenziale e da talk show. Ormai imprescindibili, il centrodestra ha solo da imparare.
Non ha vinto, invece, come si potrebbe pensare, l'alleanza Pd-Sel. Sì, ok, aiutata dal vuoto, dalla nullità del centrodestra, il pienone alle primarie è garantito. Ma il dibattito di ieri sera non ha certo aiutato il centrosinistra ad andare oltre il suo elettorato tradizionale, semmai a rivitalizzarlo (che comunque non è poco). Grigiore e inconcludenza generale, nessuna idea nuova, nessuna proposta concreta, numeri alla mano su debito, Pil, tagli fiscali e come finanziarli. Niente di tutto questo, ma solita sinistra tasse e welfare, l'usato sicuro (Bersani) contro il giovane furbetto (Renzi), appena più fresco; gli altri vecchissimi, salme novecentesche. Insomma, nulla che possa attrarre un elettore non di sinistra.
Il dibattito di per sé non dovrebbe nemmeno spostare molti voti tra i candidati alle primarie, non essendoci stati colpi di scena o scivoloni eclatanti. Detto questo, considerando l'elettorato di riferimento e le aspettative, e la performance comunicativa più che il merito delle politiche, direi che ha vinto Bersani (voto: 8). Ha tutto sommato consolidato la sua posizione di front-runner, non apparendo nient'affatto bollito e impacciato come ci si poteva immaginare al confronto con il giovane Renzi, mai a disagio o troppo in tensione o irritato dalla sfida (anche perché nessuno lo ha minimamente attaccato). Look ordinato, composto, pacato, sobrio, ha saputo gestire i momenti dosando retorica e concretezza, prendendosi la scena con tono assertivo, con un cambio di registro per far capire che le sfide saranno tremende e c'è bisogno di esperienza e affidabilità. Ha saputo piazzarsi come via di mezzo ragionevole tra Renzi e Vendola («cambiare senza spaventare») e con il suo fare bonario da padre di famiglia che sa ascoltare li ha neutralizzati.
Renzi (voto: 6) è apparso più fresco, il più brillante e a suo agio con il format, sue le battute più efficaci, ma non rappresentando politicamente niente di così nuovo, Bersani è apparso più solido e affidabile per la premiership. La simpatia non basta più, è stato deludente sui contenuti: nessun elemento di vera rottura con la sinistra tradizionale. Non riesce nemmeno a scaricare Vendola dall'alleanza. Riprende gli altri avversari ma non attacca mai Bersani. Renzi ieri sera ha scelto di non creare problemi, di fare "l'amico", per scrollarsi di dosso l'etichetta del guastafeste. Ha fatto il suo compitino, svolto la parte della giovane leva ma negli schemi, facendo così il gioco del segretario. In fondo la competizione vera adesso è per il secondo posto, per andare al ballottaggio, e non ha voluto rischiare. Ma è una strategia utile, appunto, per arrivare bene secondo, non per tentare di battere Bersani.
Emblematico l'appello finale: da Renzi una generica dichiarazione d'amore, di passione per la politica «bella», e di desiderio di «futuro», mentre a mio avviso Bersani ha toccato tasti più concreti e sensibili per gli elettori di centrosinistra. Basta con la «fabbrica delle illusioni», ora verità: «Non vi chiedo di piacervi ma di credermi, perché dirò le cose come stanno, con verità e semplicità», come a mettere in guardia gli elettori da chi tenta di "piacere", sottintendendo non solo Berlusconi ma anche i "compagni" Matteo e Nichi.
Vendola (voto 4) è stato disastroso, sembrava la parodia di se stesso ("acchiappanuvole"!?), look tetro, pallido, sudato, retorica oltre qualsiasi soglia di sopportabilità, ad ascoltarlo veniva voglia di toccare ferro tanto era fosca l'immagine del paese che tratteggiava (e sorvoliamo sulla figuraccia della sua fan). Gli altri in pratica si sono autoeliminati: troppo vago, democristiano e dinosauro della politica Tabacci (voto: 4); non pervenuta la Puppato, sempre a disagio, confonde la riforma del lavoro con quella delle pensioni, Brunetta con Padoa-Schioppa, evasiva e fumosa.
Non ha vinto, invece, come si potrebbe pensare, l'alleanza Pd-Sel. Sì, ok, aiutata dal vuoto, dalla nullità del centrodestra, il pienone alle primarie è garantito. Ma il dibattito di ieri sera non ha certo aiutato il centrosinistra ad andare oltre il suo elettorato tradizionale, semmai a rivitalizzarlo (che comunque non è poco). Grigiore e inconcludenza generale, nessuna idea nuova, nessuna proposta concreta, numeri alla mano su debito, Pil, tagli fiscali e come finanziarli. Niente di tutto questo, ma solita sinistra tasse e welfare, l'usato sicuro (Bersani) contro il giovane furbetto (Renzi), appena più fresco; gli altri vecchissimi, salme novecentesche. Insomma, nulla che possa attrarre un elettore non di sinistra.
Il dibattito di per sé non dovrebbe nemmeno spostare molti voti tra i candidati alle primarie, non essendoci stati colpi di scena o scivoloni eclatanti. Detto questo, considerando l'elettorato di riferimento e le aspettative, e la performance comunicativa più che il merito delle politiche, direi che ha vinto Bersani (voto: 8). Ha tutto sommato consolidato la sua posizione di front-runner, non apparendo nient'affatto bollito e impacciato come ci si poteva immaginare al confronto con il giovane Renzi, mai a disagio o troppo in tensione o irritato dalla sfida (anche perché nessuno lo ha minimamente attaccato). Look ordinato, composto, pacato, sobrio, ha saputo gestire i momenti dosando retorica e concretezza, prendendosi la scena con tono assertivo, con un cambio di registro per far capire che le sfide saranno tremende e c'è bisogno di esperienza e affidabilità. Ha saputo piazzarsi come via di mezzo ragionevole tra Renzi e Vendola («cambiare senza spaventare») e con il suo fare bonario da padre di famiglia che sa ascoltare li ha neutralizzati.
Renzi (voto: 6) è apparso più fresco, il più brillante e a suo agio con il format, sue le battute più efficaci, ma non rappresentando politicamente niente di così nuovo, Bersani è apparso più solido e affidabile per la premiership. La simpatia non basta più, è stato deludente sui contenuti: nessun elemento di vera rottura con la sinistra tradizionale. Non riesce nemmeno a scaricare Vendola dall'alleanza. Riprende gli altri avversari ma non attacca mai Bersani. Renzi ieri sera ha scelto di non creare problemi, di fare "l'amico", per scrollarsi di dosso l'etichetta del guastafeste. Ha fatto il suo compitino, svolto la parte della giovane leva ma negli schemi, facendo così il gioco del segretario. In fondo la competizione vera adesso è per il secondo posto, per andare al ballottaggio, e non ha voluto rischiare. Ma è una strategia utile, appunto, per arrivare bene secondo, non per tentare di battere Bersani.
Emblematico l'appello finale: da Renzi una generica dichiarazione d'amore, di passione per la politica «bella», e di desiderio di «futuro», mentre a mio avviso Bersani ha toccato tasti più concreti e sensibili per gli elettori di centrosinistra. Basta con la «fabbrica delle illusioni», ora verità: «Non vi chiedo di piacervi ma di credermi, perché dirò le cose come stanno, con verità e semplicità», come a mettere in guardia gli elettori da chi tenta di "piacere", sottintendendo non solo Berlusconi ma anche i "compagni" Matteo e Nichi.
Vendola (voto 4) è stato disastroso, sembrava la parodia di se stesso ("acchiappanuvole"!?), look tetro, pallido, sudato, retorica oltre qualsiasi soglia di sopportabilità, ad ascoltarlo veniva voglia di toccare ferro tanto era fosca l'immagine del paese che tratteggiava (e sorvoliamo sulla figuraccia della sua fan). Gli altri in pratica si sono autoeliminati: troppo vago, democristiano e dinosauro della politica Tabacci (voto: 4); non pervenuta la Puppato, sempre a disagio, confonde la riforma del lavoro con quella delle pensioni, Brunetta con Padoa-Schioppa, evasiva e fumosa.
Monday, November 29, 2010
Sindrome da accerchiamento
Sbaglia il governo a dare l'impressione di denunciare l'esistenza di un complotto internazionale contro l'Italia, e infatti nel comunicato uscito venerdì da Palazzo Chigi si parla al plurale di «strategie». Se non ci sono elementi tali da giustificare l'evocare di una cospirazione, è tuttavia comprensibile il senso di accerchiamento che si respira per l'azione convergente di attori, per lo più interni ma non solo, che ansiosi di abbattere Berlusconi inevitabilmente finiscono con il danneggiare l'immagine e non solo del nostro Paese.
L'azione della magistratura, le cui inchieste ad orologeria raramente, svolta la loro funzione mediatica, portano a delle condanne (ora l'attacco a Finmeccanica); l'azione di gruppi editoriali dediti alla mistificazione e al fango mediatico-giudiziario; trasmissioni tv faziose che procedono per allusioni e si avvalgono delle dichiarazioni di mafiosi inattendibili per screditare i partiti al governo. Né in tutto questo può sfuggire la linea del tg di Sky, sempre più antiberlusconiano e di proprietà di Murdoch. E certo non fa bene al Paese quando una legittima opposizione antepone la guerriglia parlamentare per fiaccare Berlusconi ai contenuti di una riforma ritenuta importante.
Non certo di un complotto contro l'Italia si tratta, ma di una straordinaria - nel senso di estremamente estesa - congiunzione di poteri e interessi il cui unico fine - l'abbattimento di Berlusconi - viene perseguito a qualsiasi costo ("tanto peggio tanto meglio"), che sia anche l'immagine, l'interesse o la stabilità finanziaria del nostro Paese. E quanto più sentono l'odore del sangue, tanto più si scatenano. Da ultimo Wikileaks, che si inserisce in un quadro più generale di delegittimazione - non saprei quanto premeditata o frutto di una malintesa idea della trasparenza e del diritto all'informazione - delle democrazie occidentali e tra esse della più compiuta e potente, gli Stati Uniti, ma questo merita un post a sé.
L'azione della magistratura, le cui inchieste ad orologeria raramente, svolta la loro funzione mediatica, portano a delle condanne (ora l'attacco a Finmeccanica); l'azione di gruppi editoriali dediti alla mistificazione e al fango mediatico-giudiziario; trasmissioni tv faziose che procedono per allusioni e si avvalgono delle dichiarazioni di mafiosi inattendibili per screditare i partiti al governo. Né in tutto questo può sfuggire la linea del tg di Sky, sempre più antiberlusconiano e di proprietà di Murdoch. E certo non fa bene al Paese quando una legittima opposizione antepone la guerriglia parlamentare per fiaccare Berlusconi ai contenuti di una riforma ritenuta importante.
Non certo di un complotto contro l'Italia si tratta, ma di una straordinaria - nel senso di estremamente estesa - congiunzione di poteri e interessi il cui unico fine - l'abbattimento di Berlusconi - viene perseguito a qualsiasi costo ("tanto peggio tanto meglio"), che sia anche l'immagine, l'interesse o la stabilità finanziaria del nostro Paese. E quanto più sentono l'odore del sangue, tanto più si scatenano. Da ultimo Wikileaks, che si inserisce in un quadro più generale di delegittimazione - non saprei quanto premeditata o frutto di una malintesa idea della trasparenza e del diritto all'informazione - delle democrazie occidentali e tra esse della più compiuta e potente, gli Stati Uniti, ma questo merita un post a sé.
Wednesday, December 03, 2008
Sky, Berlusconi perde consensi, il Pd la faccia
Nonostante Tremonti abbia rivelato le obiezioni dell'Ue, e l'impegno preso dal Governo Prodi; e nonostante oggi una portavoce della Commissione Ue abbia confermato che la procedura di infrazione nei confronti dell'Italia sarebbe scattata se le aliquote non fossero state allineate («a questo punto il caso è chiuso»), concordo con quanto scriveva ieri Giuliano Ferrara su Il Foglio.
Ma da questo punto di vista il Pd è messo ancora peggio. Avendo una posizione strumentalmente antiberlusconiana, non potrebbero certo proporre di togliere i privilegi alla Rai o ai giornali "amici", né di abbassare l'Iva al 10% per tutte le imprese del settore, favorendo così anche le aziende dell'odiato premier. Ma come anticipavo ieri, quale l'aria tiri all'interno del Pd risulta chiaro da questa intervista a Romano Prodi che sì, bel bello se ne esce che ricordava qualcosa:
Come racconta Sergio Rizzo, quando si trattò di fissare l'Iva per le pay tv, una posizione ragionevole la ebbe Rifondazione comunista. Nel lontano 1995, votando insieme al centrodestra per limitare al 10% l'aliquota che allora i progressisti del Pds/Ds/Pd avrebbero voluto portare al 19%, per fortuna i comunisti favorirono le condizioni per uscire dal duopolio Rai-Mediaset, o per lo meno per attenuarlo.
«Portare via per decreto due terzi degli utili a un editore televisivo che investe e dà lavoro, è qualcosa di molto simile a quanto per anni i dirigisti di ogni colore hanno cercato di infliggere, come punizione divina, alle tv del Cavaliere. E spingere oggi il fornitore di un servizio popolare di largo consumo, che riguarda tanti milioni di famiglie, a tassare gli utenti e contribuenti, è probabilmente una boiata pazzesca».In un nuovo efficace spot contro l'aumento dell'Iva dal 10 al 20% Sky elenca altri beni "non essenziali" che usufruiscono di un'Iva agevolata al 10 o anche meno. Il problema è che quando si rivendica di aver agito per abolire un "privilegio", i privilegi poi bisognerebbe toglierli tutti, a partire dal quel misero 4% di Iva che paga la Rai sugli "abbonamenti", per proseguire con i quotidiani (non mi pare si possa dire che il Corriere della Sera non sia un'azienda avviata).
Ma da questo punto di vista il Pd è messo ancora peggio. Avendo una posizione strumentalmente antiberlusconiana, non potrebbero certo proporre di togliere i privilegi alla Rai o ai giornali "amici", né di abbassare l'Iva al 10% per tutte le imprese del settore, favorendo così anche le aziende dell'odiato premier. Ma come anticipavo ieri, quale l'aria tiri all'interno del Pd risulta chiaro da questa intervista a Romano Prodi che sì, bel bello se ne esce che ricordava qualcosa:
«Le sollecitazioni dell'Unione europea perché fosse risolta l'asimmetria delle aliquote Iva per le televisioni in Italia ci furono. Una posizione assolutamente condivisibile, tanto che ci impegnammo a provvedere. Ma poi non entrammo mai nel merito».Altri prodiani, come la Bonino e Visco, dovevano esserne al corrente. Peccato che nessuno abbia pensato di avvisare l'"amico" Walter. Diciamoci la verità, tirando fuori la richiesta dell'Ue e l'impegno di Prodi Berlusconi e Tremonti hanno messo nel sacco un'opposizione allo sbando e giornali che non sanno fare informazione, ma sono solo capaci di fare da megafono alle risse politiche. Ma l'asso nella manica di Tremonti non ha impedito al Cavaliere una brusca caduta nei sondaggi.
Come racconta Sergio Rizzo, quando si trattò di fissare l'Iva per le pay tv, una posizione ragionevole la ebbe Rifondazione comunista. Nel lontano 1995, votando insieme al centrodestra per limitare al 10% l'aliquota che allora i progressisti del Pds/Ds/Pd avrebbero voluto portare al 19%, per fortuna i comunisti favorirono le condizioni per uscire dal duopolio Rai-Mediaset, o per lo meno per attenuarlo.
Tuesday, December 02, 2008
Sky, Tremonti cala l'asso nella manica
Tremonti ha messo tutti nel sacco. Con quella punta di perfidia che lo contraddistingue si era tenuto l'asso nella manica e ha atteso che l'opposizione prendesse lo slancio. Nella conferenza stampa di oggi, da Tirana, Berlusconi rideva sotto i baffi: se proprio insiste, la sinistra, riportiamo pure l'Iva al 10%, ma secondo i dettami europei (cioè per tutti, a prescindere dalle tecniche di trasmissione utilizzate, facendo un gran favore a Mediaset, evidentemente).
Eh già, perché il premier conosceva il «blocco di documenti» che avrebbe tirato fuori Tremonti: «Dato un medesimo servizio non puoi avere aliquote segmentate in funzione delle tecniche di trasmissione utilizzate». E' quanto stabilisce l'Unione europea. Dunque, per evitare una procedura di infrazione comunitaria, già il governo precedente, il Governo Prodi, si era impegnato per l'allineamento delle aliquote: «C'è un carteggio tra la Commissione Ue e il Governo Prodi che prevede l'impegno ad allineare le aliquote. L'impegno scadeva in questi giorni». Un carteggio che il ministro ha distribuito ai giornalisti presenti alla conferenza stampa al termine della riunione Ecofin.
Certo, la Commissione chiedeva di allineare le aliquote, quindi si poteva anche decidere di portare tutti al 10%, anziché tutti al 20%. Ma se il governo si fosse azzardato a portare tutti al 10%, c'è da scommettere che l'opposizione avrebbe gridato ancora di più allo scandalo, perché in quel caso il vantaggio per le tv del premier sarebbe stato più evidente.
Ancora una volta spiazzato Veltroni e nel caos il Pd. Erano partiti in quarta, ma ecco che viene fuori che l'impegno era stato preso da Prodi, ed è ragionevole ritenere che forse qualcuno dei prodiani se lo ricordasse, ma ha pensato bene di non avvertire l'inconsapevole Walter.
Rimane però, se non mi sbaglio, l'anomalia della Rai, che gode di un abbonamento obbligatorio (il canone), su cui si applica un'aliquota Iva del 4%. Questo privilegio il governo non si azzarda a toccarlo.
Eh già, perché il premier conosceva il «blocco di documenti» che avrebbe tirato fuori Tremonti: «Dato un medesimo servizio non puoi avere aliquote segmentate in funzione delle tecniche di trasmissione utilizzate». E' quanto stabilisce l'Unione europea. Dunque, per evitare una procedura di infrazione comunitaria, già il governo precedente, il Governo Prodi, si era impegnato per l'allineamento delle aliquote: «C'è un carteggio tra la Commissione Ue e il Governo Prodi che prevede l'impegno ad allineare le aliquote. L'impegno scadeva in questi giorni». Un carteggio che il ministro ha distribuito ai giornalisti presenti alla conferenza stampa al termine della riunione Ecofin.
Certo, la Commissione chiedeva di allineare le aliquote, quindi si poteva anche decidere di portare tutti al 10%, anziché tutti al 20%. Ma se il governo si fosse azzardato a portare tutti al 10%, c'è da scommettere che l'opposizione avrebbe gridato ancora di più allo scandalo, perché in quel caso il vantaggio per le tv del premier sarebbe stato più evidente.
Ancora una volta spiazzato Veltroni e nel caos il Pd. Erano partiti in quarta, ma ecco che viene fuori che l'impegno era stato preso da Prodi, ed è ragionevole ritenere che forse qualcuno dei prodiani se lo ricordasse, ma ha pensato bene di non avvertire l'inconsapevole Walter.
Rimane però, se non mi sbaglio, l'anomalia della Rai, che gode di un abbonamento obbligatorio (il canone), su cui si applica un'aliquota Iva del 4%. Questo privilegio il governo non si azzarda a toccarlo.
Monday, December 01, 2008
Più tasse su Sky, mossa tafazziana del governo
Come gli italiani difesero Mediaset dalla scure dei referendum del 1995, così si schiereranno dalla parte di Sky oggi che il governo, riportando l'Iva sugli abbonamenti al 20% dall'attuale 10, decide di cancellare lo sgravio fiscale di cui finora hanno goduto la pay tv di Murdoch ma anche milioni di abbonati. I cittadini hanno sete di varietà nell'offerta televisiva. E come hanno dimostrato di gradire le tv commerciali, che negli anni '80 arrivavano a svecchiare l'ingessato monopolio Rai, così oggi apprezzano Sky, che ha portato un'altra ventata d'aria fresca dopo 20 anni di asfittico duopolio Rai-Mediaset nell'analogico.
Come avrebbe reagito Berlusconi se le sue tv fossero state oggetto di un provvedimento così punitivo? Facile rispondere, perché è già accaduto in passato che le sue tv fossero in pericolo e, giustamente, Berlusconi lanciò una campagna di comunicazione che ebbe i suoi effetti. La stessa cosa farà Sky, sebbene il danno non sia certo paragonabile a quello che i referendum avrebbero inferto a Berlusconi nel '95.
E' incredibile che proprio Berlusconi, che conosce bene l'impatto mediatico che può avere la reazione di una tv ferita, sia incappato in questo doppio errore, che non mancherà di ripercuotersi negativamente sull'immagine del governo, che vedrà calare per la prima volta in modo consistente i consensi sul suo operato. E' una decisione doppiamente sbagliata. Innanzitutto, perché aumentare l'Iva (anche se si tratta di riportarla al livello standard del 20%), significa comunque aumentare la pressione fiscale, ed è sbagliato ancor di più oggi che ci troviamo in un periodo di crisi. A pagare il 10% di Iva in più sul loro abbonamento a Sky saranno 4,6 milioni di famiglie. Tra l'altro, essendo un'imposta indiretta, pagheranno tutte allo stesso modo, senza distinzioni di reddito.
Ma è un errore anche dal punto di vista strettamente politico. Non solo Berlusconi ancora una volta presta il fianco alle accuse di conflitto di interessi - un'arma ormai quasi del tutto spuntata nelle mani di un'opposizione priva di credibilità - ma soprattutto smentisce clamorosamente la promessa elettorale enunciata con maggiore enfasi e chiarezza: il governo non metterà le mani nelle tasche degli italiani. E invece, si becca 30 spot al giorno di Sky che dimostrano il contrario, il tutto per circa 210 milioni di euro in più che forse finiranno nelle casse dello stato. Né mi pare che questa misura preluda a una risistemazione del sistema radiotelevisivo, culturale o dell'editoria che elimini distorsioni e privilegi.
Infine, è un errore dal punto di vista comunicativo. Nella delicata opera di comunicazione dei contenuti del pacchetto anti-crisi sarebbe stato meglio puntare sulle misure positive (sì, alcune ce ne sono), piuttosto che rischiare di impantanarsi in un provvedimento tutto sommato minore che porta il volto antipatico dell'esattore.
Ed è proprio facendo leva sull'argomento tasse che inizia a reagire Sky. «A partire dal primo gennaio ogni cliente di Sky avrà un aumento delle imposte sul suo abbonamento pari al 10%», ha annunciato in una nota l'azienda, spiegando che «come qualsiasi aumento dell'Iva, è integralmente a carico del consumatore». Dal punto di vista commerciale, sono convinto che non molti abbonati decideranno di disdire il contratto, ma certo tra i possibili nuovi abbonati, quelli che proprio sotto le feste stanno decidendo se sottoscrivere o regalare un abbonamento, potrebbero essere molti quelli indotti a desistere. Ma tra qualche mese Sky metterà a punto nuove offerte in cui si farà carico anch'essa dell'aumento dell'Iva. Insomma, nessuno qui "piange" per Sky.
Ma intanto, il danno è fatto. Sky sta già mettendo in onda uno spot che recita:
Chi legge questo blog sa che non sono un fanatico dell'ambientalismo, ma un'altra misura, di minore impatto, che il governo poteva risparmiarsi, è la decisione di ridurre gli sgravi fiscali per gli interventi di efficienza energetica sulle abitazioni. La spesa per montare pannelli solari, installare doppi vetri o caldaie più efficienti in casa, poteva essere detratta fino al 55% dalla dichiarazione dei redditi. Il governo ha ridotto il tetto al 36%, fino ad un massimo di 48 mila euro da ripartire in 10 rate annuali. Inoltre, la norma è retroattiva, quindi tutti coloro che hanno già avviato i lavori a casa propria confidando nel 55% si dovranno accontentare di una detrazione del 36%, sempre che venga riconosciuta dall'Agenzia delle Entrate dopo un farraginoso iter burocratico. Anche in questo caso una misura che rischia di deprimere, e non di sostenere la domanda, in un settore tra l'altro tra i più dinamici.
Come avrebbe reagito Berlusconi se le sue tv fossero state oggetto di un provvedimento così punitivo? Facile rispondere, perché è già accaduto in passato che le sue tv fossero in pericolo e, giustamente, Berlusconi lanciò una campagna di comunicazione che ebbe i suoi effetti. La stessa cosa farà Sky, sebbene il danno non sia certo paragonabile a quello che i referendum avrebbero inferto a Berlusconi nel '95.
E' incredibile che proprio Berlusconi, che conosce bene l'impatto mediatico che può avere la reazione di una tv ferita, sia incappato in questo doppio errore, che non mancherà di ripercuotersi negativamente sull'immagine del governo, che vedrà calare per la prima volta in modo consistente i consensi sul suo operato. E' una decisione doppiamente sbagliata. Innanzitutto, perché aumentare l'Iva (anche se si tratta di riportarla al livello standard del 20%), significa comunque aumentare la pressione fiscale, ed è sbagliato ancor di più oggi che ci troviamo in un periodo di crisi. A pagare il 10% di Iva in più sul loro abbonamento a Sky saranno 4,6 milioni di famiglie. Tra l'altro, essendo un'imposta indiretta, pagheranno tutte allo stesso modo, senza distinzioni di reddito.
Ma è un errore anche dal punto di vista strettamente politico. Non solo Berlusconi ancora una volta presta il fianco alle accuse di conflitto di interessi - un'arma ormai quasi del tutto spuntata nelle mani di un'opposizione priva di credibilità - ma soprattutto smentisce clamorosamente la promessa elettorale enunciata con maggiore enfasi e chiarezza: il governo non metterà le mani nelle tasche degli italiani. E invece, si becca 30 spot al giorno di Sky che dimostrano il contrario, il tutto per circa 210 milioni di euro in più che forse finiranno nelle casse dello stato. Né mi pare che questa misura preluda a una risistemazione del sistema radiotelevisivo, culturale o dell'editoria che elimini distorsioni e privilegi.
Infine, è un errore dal punto di vista comunicativo. Nella delicata opera di comunicazione dei contenuti del pacchetto anti-crisi sarebbe stato meglio puntare sulle misure positive (sì, alcune ce ne sono), piuttosto che rischiare di impantanarsi in un provvedimento tutto sommato minore che porta il volto antipatico dell'esattore.
Ed è proprio facendo leva sull'argomento tasse che inizia a reagire Sky. «A partire dal primo gennaio ogni cliente di Sky avrà un aumento delle imposte sul suo abbonamento pari al 10%», ha annunciato in una nota l'azienda, spiegando che «come qualsiasi aumento dell'Iva, è integralmente a carico del consumatore». Dal punto di vista commerciale, sono convinto che non molti abbonati decideranno di disdire il contratto, ma certo tra i possibili nuovi abbonati, quelli che proprio sotto le feste stanno decidendo se sottoscrivere o regalare un abbonamento, potrebbero essere molti quelli indotti a desistere. Ma tra qualche mese Sky metterà a punto nuove offerte in cui si farà carico anch'essa dell'aumento dell'Iva. Insomma, nessuno qui "piange" per Sky.
Ma intanto, il danno è fatto. Sky sta già mettendo in onda uno spot che recita:
«In una fase di crisi economica, i governi lavorano per trovare una soluzione che aumenti la capacità di spesa dei cittadini e sostenga la crescita delle imprese. Il governo italiano ha annunciato invece una misura che va nella direzione opposta: il raddoppio delle tasse sul vostro abbonamento a Sky, dal 10 al 20%. Un aumento delle tasse per 4 milioni e 600 mila famiglie. Questo, anche se durante la scorsa campagna elettorale il governo aveva promesso di non aumentare le tasse alle famiglie italiane».Uno spot che ricalca il parere rilasciato al Corriere dall'ad italiano di Sky, Tom Mockridge. Intendiamoci: si tratta di una posizione evidentemente interessata. Ricordarlo è come scoprire l'"acqua calda". Ma considerando in modo obiettivo il merito degli argomenti non si possono avere dubbi: sono tutti efficacissimi. Sky difende i suoi interessi, ma è un fatto che per 4 milioni e 600 mila famiglie aumentino le tasse sull'abbonamento. Un bene non essenziale? Forse, ma non voglio arrendermi alla tipica retorica ridistributiva dei governi socialdemocratici: togliamo ai più ricchi per dare ai più poveri. Laddove i profili di questi "ricchi" e "poveri" lasciano sempre troppi dubbi.
Chi legge questo blog sa che non sono un fanatico dell'ambientalismo, ma un'altra misura, di minore impatto, che il governo poteva risparmiarsi, è la decisione di ridurre gli sgravi fiscali per gli interventi di efficienza energetica sulle abitazioni. La spesa per montare pannelli solari, installare doppi vetri o caldaie più efficienti in casa, poteva essere detratta fino al 55% dalla dichiarazione dei redditi. Il governo ha ridotto il tetto al 36%, fino ad un massimo di 48 mila euro da ripartire in 10 rate annuali. Inoltre, la norma è retroattiva, quindi tutti coloro che hanno già avviato i lavori a casa propria confidando nel 55% si dovranno accontentare di una detrazione del 36%, sempre che venga riconosciuta dall'Agenzia delle Entrate dopo un farraginoso iter burocratico. Anche in questo caso una misura che rischia di deprimere, e non di sostenere la domanda, in un settore tra l'altro tra i più dinamici.
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