Pagine

Monday, September 29, 2008

Obama è diventato un Kerry qualsiasi

In effetti, diversamente da come mi era sembrato scorrendo i siti e guardando i tg nelle ore immediatamente successive al primo dei tre dibattiti presidenziali, i commentatori - sia americani che italiani - non hanno cantato all'unisono il trionfo di Obama. Molti hanno parlato di pareggio, addirittura qualcuno di vittoria di McCain, e se la Repubblica ha titolato che tra McCain e Obama lo «sconfitto» è stato Bush, evidentemente Obama qualche problemino deve averlo avuto, non dev'essere stata per lui una buona serata.

McCain non è il tipo di candidato che scalda i cuori o che intriga le menti, mentre Obama ha sempre un sorriso ammaliante. Ma se i duelli televisivi tra i due candidati alla Casa Bianca contassero più del contesto in cui si svolge la campagna, dopo il primo di venerdì notte McCain si troverebbe in vantaggio. La sensazione è che l'impopolarità di Bush, dopo 8 anni di presidenza, e la non rosea situazione economica, pesino più di qualsiasi performance televisiva. Nonostante a dispetto delle aspettative della vigilia, non abbia vinto il primo dibattito presidenziale, Obama si è dimostrato sufficientemente solido per conservare il suo vantaggio e McCain rimane sfavorito.

L'obiettivo del giovane senatore è dimostrare di essere pronto per il ruolo di commander-in-chief, ma l'altra sera l'ha mancato. McCain invece è riuscito a sfruttare i suoi punti di forza: l'esperienza e la sua reputazione di "maverick". Mentre Obama ha ripetutamente tentato di collegare McCain agli errori della presidenza Bush, McCain ha rivendicato efficacemente di essersi distinto dall'attuale amministrazione su molti dei temi più controversi (la tortura, Guantanamo, la strategia in Iraq, la spesa pubblica, l'immigrazione), sostenendo posizioni che spesso alla prova dei fatti si sono rivelate giuste. McCain ha criticato la gestione del dopoguerra iracheno e alla fine il presidente ha adottato con successo il cambiamento di strategia che suggeriva da mesi.

Entrambi sono stati molto vaghi sulla crisi finanziaria, esprimendo un cauto appoggio al piano di salvataggio. Un atteggiamento elusivo che deve aver irritato non poco i telespettatori. Ma McCain ha saputo spostare la discussione sul piano a lui più congeniale del contenimento della spesa pubblica. Il senatore dell'Arizona ha fatto valere la sua fama di "sceriffo" di Washington, le sue battaglie contro gli sprechi e la corruzione. Passa inosservata una frase, a mio avviso chiave, che McCain ripete ad ogni occasione per criticare la condotta del partito repubblicano, la cui immagine viene ormai associata all'enorme debito pubblico e alla corruzione: «Siamo andati al governo per cambiare lo Stato, ma lo Stato ci ha cambiati».

Nella prima parte del dibattito più volte, probabilmente troppe, Obama ha dato «ragione» a McCain, mostrando un atteggiamento reverenziale verso l'avversario, quasi a riconoscerne implicitamente la maggiore esperienza. Nella seconda parte McCain non ha ricambiato il favore, battendo il tasto sull'inesperienza e l'impreparazione di Obama, che «non capisce» questioni fondamentali di politica estera e di sicurezza (come trattare con il Pakistan; quanto sia pericoloso incontrare Ahmadinejad senza precondizioni; i costi di una sconfitta in Iraq). Il fatto è che semplicemente «non ci arriva», ripeteva uno sconsolato McCain all'intervistatore.

McCain è sembrato calmo, ma energico e preparato, costringendo spesso Obama sulla difensiva. Gli occhi di Obama sono sembrati smarriti in almeno due circostanze: mentre McCain lo attaccava sulla politica estera e mentre l'intervistatore lo incalzava sull'impatto che avrebbe avuto la crisi sui suoi ambiziosi programmi sociali. Obama è stato abile a fissare quasi sempre la telecamera mentre rispondeva, e a volte a rivolgersi verso il suo concorrente, mentre McCain guardava quasi solo l'intervistatore. Ma spesso il repubblicano faceva intravedere un sorriso divertito, quello di chi la sa lunga, durante le risposte "naive" di Obama, mostrando così sicurezza. Non ho bisogno di alcun «training», ha concluso McCain: «Sono pronto a cominciare anche adesso».

Ma il dato a mio avviso davvero più rilevante emerso dal dibattito dell'altra sera è che Obama non è più l'extraterrestre visto e sentito durante le Primarie. L'altra sera McCain ha rafforzato la sua immagine di candidato affidabile, mentre Obama potrebbe aver deluso come inteprete del "change", almeno agli occhi degli "swing voters". Alla prova del contraddittorio la sua retorica è apparsa involuta, a tratti politichese, molto meno brillante e ispirata rispetto agli elettrizzanti discorsi cui ci aveva abituati. Dov'è finito quel messaggio unitario che avrebbe dovuto chiudere l'era delle guerre culturali, razziali e partigiane? Dove sono finiti gli altri «muri da abbattere», le nuove «frontiere» da conquistare? Il "fenomeno" sembra tornato sulla terra. E' apparso un normale politico troppo liberal, con i soliti problemi nell'apparire credibile come commander-in-chief e incline ad espandere la spesa pubblica per realizzare i soliti programmi sociali. Troppo poco come "change", e troppo simile a un Kerry qualsiasi.

2 comments:

adriano said...

ma guarda che forse vedi un altro film... è davvero bush lo sconfitto, il suo povero piano finanziario per salvare gli squaloni di wall street!!!
ahh poverino, che schiaffone parlamentare

Francesca said...

X Adriano: il piano voluto da Bush e dai democratici serva a salvare l'America tutta e non solo
gli squaloni di Wal Street!
Non so se te ne rendi conto ma se l'america affonda, finanziaramente parlando, affondiamo anche noi, e quindi non vedo perché tutta questa gioia nel vedere Bush sconfitto.
Poi voglio farti notare come questa crisi abbia radici più profonde che risalgano ai tempi di Clinton quindi non darei colpa solo ai Repubblicani.
Ultima cosa: non capisco perché Obama contiinui ad attaccare Bush quando il candidato rivale è Mc Cain. Mah!
Comunque per me il dibattito lo ha vinto Mc ain: più presidenziali di Obambi!