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Tuesday, September 16, 2008

Il libero mercato è vivo e in mezzo a noi

Almeno una generazione di italiani ha girato il mondo come se Alitalia non fosse esistita

«Il fallimento, nel libero mercato, è la giusta sanzione che condiziona positivamente la condotta degli attori, e contribuisce a lenire il rischio di comportamenti opportunistici. Che si lasci cadere nell'abisso una grande banca d'affari come Lehman è una prova di maturità, proprio come non lo è, simmetricamente, considerare inconcepibile il fallimento di una compagnia aerea di medie dimensioni. Se, nella tragedia, possa essere un segnale persino incoraggiante, per ristabilire i corretti incentivi di mercato, lo sapremo solo fra un po'». Parole come al solito condivisibili, quelle di Alberto Mingardi su il Riformista di oggi.

I salvataggi a spese dello stato sono sempre un «azzardo», economico prima che «morale». Se gli operatori economici avvertono che «i costi vengono sostenuti dalla collettività», allora «possono sentirsi incentivati ad intraprendere comportamenti eccessivamente rischiosi».

C'è chi assistendo alla bancarotta della Lehman Brothers crederà di vedere la fine di un mondo, il fallimento del libero mercato e del capitalismo. "Finalmente", esclamerà tirandosi qualche sega (scusate la volgarità). Altri con un sorrisetto compiaciuto da professorini, alla Tremonti, osserveranno che il mercato da solo non basta, ci vuole l'intervento statale, o in modo più politicamente corretto "la" politica.

Eppure la bancarotta della Lehman Brothers non è il segno del fallimento, bensì del corretto funzionamento del libero mercato in un passaggio di crisi. Gli impiegati della Lehman non si arroccano nei loro uffici chiedendo l'intervento pubblico, come accadrebbe in Italia, ma raccolgono in uno scatolone i loro effetti personali e se ne vanno, pure con una certa fretta, che' nuove opportunità sono dinanzi a loro.

Anche la nazionalizzazione di Fannie Mae e Freddie Mac da parte del governo Usa ha galvanizzato politici e commentatori statalisti. Ma quanti sanno, e quanti hanno taciuto, che Fannie Mae e Freddie Mac erano colossi para-statali, e che la loro bancarotta è un fallimento non del libero mercato, bensì proprio di quel po' di interventismo statale e di politica sociale che c'è in America? A chi è capitato di leggere o ascoltare sui mainstream media le considerazioni di Marco Taradash?
«... sono nate da una scelta politica, per favorire la diffusione più ampia possibile della proprietà immobiliare negli Usa, con miliardi di dollari di linee di credito garantite dallo stato, tassi di credito di favore da parte della Fed, esenzione fiscale a livello statale e federale, e soprattutto, una garanzia di fatto assoluta di non fallire. L'effetto di questo sistema è la crisi finanziaria in corso da mesi. Freddie e Fannie sono state gestite irresponsabilmente, hanno diffuso irresponsabilità nell'intero sistema bancario americano, hanno fatto dilagare l'irresponsabilità fra i cittadini americani. Questi due istituti sono stati tenuti in vita artificialmente grazie a un enorme e costosissimo lavorio di lobby, grazie al loro essere una gallina dalle uova d'oro per decine di uomini politici, quasi tutti democratici, in attività o in pensione, e soprattutto, grazie ai falsi in bilancio».
Una versione confermata da Alberto Bisin, tra i pochi a raccontare la vera storia di Fannie Mae e Freddie Mac. Sebbene formalmente società private, si sono comportate come istituti para-statali:
«La loro origine è pubblica. Fannie Mae è stata creata nel 1938 dal governo per rendere liquido il mercato secondario dei mutui. Ha operato in condizioni di monopolio fino alla fine degli anni '60, quando è stata privatizzata, e Freddie Mac è stata fondata dal Congresso per garantire una qualche forma di concorrenza nel mercato. Nonostante entrambe le società fossero private dagli anni '70 in poi, la loro origine pubblica ha fatto sì che esse ricevessero notevoli vantaggi ed esenzioni fiscali, stimate in circa 6,5 miliardi di dollari l'anno. Ma soprattutto, l'origine pubblica delle due società ha fatto sì che esse godessero di una generalmente riconosciuta "implicita garanzia pubblica". Questa implicita garanzia si è manifestata nella loro capacità di indebitarsi ad interessi passivi vicini a quelli pagati dal governo federale americano sul debito pubblico; interessi quindi notevolmente inferiori a quelli pagati da qualunque altra società privata. Un esempio da manuale di quello che in Italia si chiama privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite. Naturalmente, ogni società che operi in regime di socializzazione delle perdite tende a prendere rischi eccessivi e decisioni inefficienti... Fino alla crisi dei mercati finanziari e immobiliari del 2007 (che non hanno saputo prevedere e che hanno sottovalutato), Fannie Mae e Freddie Mac si sono ingrandite indebitandosi enormemente, hanno arricchito un management fallimentare, hanno generosamente remunerato i propri azionisti, e hanno ripetutamente commesso falso in bilancio... Le vicende di Fannie Mae e Freddie Mac e di Alitalia dimostrano solo che società cui sia garantita la socializzazione delle perdite finiscono inevitabilmente per fare grosse perdite. Questo è vero negli Stati Uniti come in Italia».
Ma che c'è di male, allora, a salvare Alitalia? Il fatto è che non si tratta di alcun «salvataggio», a ben vedere. Nazionalizzando i due colossi dei mutui il governo degli Stati Uniti ha di fatto evitato che un danno provocato nel corso dei decenni da sbagliate politiche pubbliche avesse effetti ancor più catastrofici su una crisi finanziaria che proprio la condotta irresponsabile delle para-statali Freddie e Fannie ha contribuito a innescare.

Il fallimento di Alitalia non avrebbe alcun contraccolpo sulla nostra economia. Ogni anno migliaia di lavoratori in Italia perdono il posto senza ricevere le attenzioni che stanno ricevendo i piloti della nostra compagnia di bandierina ed esiste almeno una intera generazione di italiani (diciamo chi ha avuto tra i 20 e i 30 anni negli anni '90 e 2000), che non ha mai neanche lontanamente immaginato di volare con Alitalia. Sarebbe potuta anche non esistere affatto, ma quelle generazioni avrebbero comunque girato l'Europa e il mondo a prezzi bassissimi come nessuna generazione prima di loro. In effetti il governo italiano non sta operando alcun «salvataggio», ma sta piuttosto garantendo «ad una nuova compagnia privata condizioni di monopolio sulle rotte interne che sarebbero altrimenti state coperte da altre compagnie in condizioni di concorrenza», ha osservato Bisin.

14 comments:

Anonymous said...

e però e però...

sarebbe ora che qualcuno cominciasse a suonargliele pure a loro...ai dipendenti alitalia, dico.

ai piloti, agli assistenti di cielo, a quelli di terra.

a tutti.

perché non hanno mai scioperato contro le varie ricapitalizzazioni alitalia?

quelle non erano, per loro...segnali altamente significativi...sui problemi alitalia?

perché hanno fatto finta di non vedere?

e dove erano le anodine organizzazioni sindacali, anche quelle di settore???

nessuno aveva capito che se la stavano...magnando...l'alitalia?

tutti poveri sprovveduti?

no...macché sprovveduti...semmai complici e nemmeno tanto inconsapevoli.

perché quando si trattava di scioperare per i soldi...le bestemmie dei passeggeri si sentivano fino a qui!!!

l'alitalia sarebbe dovuta fallire tanto tempo fa ed una nuova compagnia, rinascere ex novo.

si sarebbe avuta una soluzione più dignitosa per tutti, abbastanza rapida e meno dolorosa di quella attuale ( e parlo di attualità tenendo a mente pure la stronza ipotesi francese ), una soluzione molto simile a quella svizzera.

e comunque, rimane la faccia di culo dei dipendenti alitalia.


ciao.

io ero tzunami

kwartz said...

Hehm, veramente anche con Alitalia siamo sempre alle solite:
http://www.lavoce.info/articoli/pagina1000617.html

Come la beneficenza fatta a Fiat, Autostrade, inceneritori e chissà quanti ho dimenticato...
Come se non fossimo il paese degli amici, altro che libero mercato!

Quartz

Anonymous said...

E' vera sostanzialmente l'analisi su Freddie e Fannie. Si può fare però anche un'altra osservazione, almeno secondo me. Il fatto che operassero in regime privilegiato e semi pubblico ha sì comportato una spropositata assunzione di rischio in rapporto ai coefficienti patrimoniali, ma ha consentito anche nel corso degli anni a una moltitudine di americani "sub" di avere casa (e talvolta reddito spendibile) senza averne i requisiti "normali" sotto il profilo delle garanzie patrimoniali e/o reddituali. Alla fine della giostra, non essendo riuscito il miracolo che la cosa continuasse a reggersi da sè, le società in questione sono fallite, e un minuto prima sono state statalizzate. Ma che significa tutto ciò alla fin fine? Che gli americani "sub" la casa l'han potuta avere, ed ora la pagheranno in parte i contribuenti americani tutti, (cioè una sorta di redistribuzione di reddito se vogliamo), ma attenzione, mica solo loro, visti i CDO CDS ABS ecc. piazzati in giro per il mondo. Un pezzetto di casa gliela pagano europei, giapponesi, australiani ecc. In fondo, se è vero che un gruppo di outsider ora ha casa, e parte del prezzo non graverà nemmeno sugli americani, ma sul resto del mondo, sotto il profilo socio-economico almeno è stato "quasi un affare". Magari lucidamente previsto se non altro come "la peggiore delle ipotesi" Questo fra l'altro spiegherebbe meglio la "cecità" delle maggiori agenzie di rating, Moody's ecc.., vere architravi di tutta la vicenda. Sbaglio?

Anonymous said...

Mah, io direi che parte della "colpa", se colpa c'è stata, è pure del sistema finanziario privato che certo non si tira indietro nell'entrare in affari con questi grossi fondi semi-statali che poi fanno la fine che fanno, cioè il privato non si tira indietro e precipita in questa scellerata connivenza con il sistema mafioso parastatale, da questo punto di vista si può dire che il libero mercato tradisce i suoi principi.

JimMomo said...

Se può essere vero che grazie a Fannie e Freddie molti americani "sub" si sono potuti comprare una casa, non saprei davvero dirti se alla fine dei conti sia convenuto oppure no visto quanto sta accadendo. Credo sia un calcolo troppo complesso, con mille variabili.

Il fatto che il privato abbia talvolta scelto la "connivenza con il sistema mafioso parastatale" dice degli effetti distorsivi dell'interventismo statale, non del mercato che "tradisce i suoi principi". Gli operatori economici e finanziari non sono ideologi. Se credono di vedere un'operazione a "rischio zero", perché dietro c'è lo Stato, ci si buttano.

E' ciò che sta accadendo con Alitalia, dove c'è una cordata che investe 1 miliardo sapendo che un altro miliardo e mezzo di debiti lo coprirà lo Stato.

Anonymous said...

il capitalismo va a rotoli e ora si inventano che la finanza americana si basava su un' economia di stato. assurdo. come citare taradash. e prchè non anche Umberto Smaila, visto che ci siamo?

il sistema capitalistico non funziona. punto. mettetevi il cuore in pace.

JL

Anonymous said...

se lo dice JL c'è da credergli. Ah se c'è da credergli. Sì sì sì...

Anonymous said...

A dir il vero ci sarebbe da spiegare il salvataggio di AIG, la più grande compagnia assicuratrice del mondo, di fatto nazionalizzata dal governo "repubblicano" USA. Alitalia è uno scempio, andava lasciata al fallimento naturale da un pezzo, l'unica cosa positiva è che finalmente lo Stato, dopo questi ultimi grossi sacrifici, ne esce fuori definitivamente.

Anonymous said...

ne esce fuori con un miliardo e mezzo di debito da pagare più i 300 milioni dati prima.
per non parlare del costo degli ammortizzatori sociali.
diciamo che ne esce fuori parecchio male.

Anonymous said...

Sono l'animo a cui hai risposto, mi identificherò come "A".

"Se credono di vedere un'operazione a "rischio zero", perché dietro c'è lo Stato, ci si buttano."

E non dovrebbero buttarsi, così allo Stato non verrebbe la tentazione di entrare in affari con loro. Anche lo Stato alla fine ragiona come i privati, se vede che il libero mercato accetta di entrare in affari con lo Stato, lo Stato ci si butta. E' un argomento speculare, una connivenza reciproca ed infinita, una strada senza uscita.

Come dimostrano gli Stati Uniti, no? Che per i parametri europei sono decisamente liberisti, pur continuando a prendersi sulle spalle il peso di questa o quella banca e di questa o quella assicurazione, stringi stringi, Bush sta agendo da socialdemocratico.

A

Anonymous said...

sì esce male ma almeno da lì esce, resta l'altro cancro, quello delle Ferrovie che ci costano miliardi di euro, all'anno.

Anonymous said...

La somma dei sussidi pubblici a Ferrovie dello Stato è enorme: nelle casse dell’operatore monopolista sono stati versati circa 56,5 miliardi di euro negli ultimi 8 anni, oltre ad aver avuto perdite per circa 3,7 miliardi di euro. In media, ogni anno negli ultimi 8 anni, 7,07 miliardi di euro vengono versati dal contribuente alle Ferrovie dello Stato, cioè circa 120 euro a cittadino italiano.
http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=7003

Anonymous said...

già di Aig non se ne parla qui. no no no. JL

Anonymous said...

già di Aig non se ne parla qui. no no no. JL

He he he...