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Friday, October 08, 2010

Nobel a Liu Xiaobo sveglia anche per l'Occidente

Oggi è il giorno di Liu Xiaobo, Nobel per la pace 2010. Prima il liberale Vargas Llosa Nobel per la letteratura, poi Liu, quest'anno i Comitati per i Nobel sembrano rinsaviti. Dopo anni di politically correct, e un anno dopo la decisione ridicola, anzi grottesca, di conferire il primo Nobel "preventivo" della storia, quello al presidente Obama, di fatto un premio alle sue buone intenzioni, per cose solo annunciate e che ancora oggi è lungi dal realizzare, il Nobel per la pace recupera una certa credibilità.

Insieme a Liu Xiaobo vincono gli attivisti per la democrazia e i diritti umani in Cina (tra cui Bao Tong), vincono i duemila sottoscrittori di Charta '08, di cui avevamo parlato due anni fa, vince l'idea di un Occidente meno timido, più fiducioso nella validità universale dei suoi principi e del suo stile di vita. E' un premio che ci ricorda quanto sia ancora lunga la strada che la Cina deve percorrere prima di ergersi a modello, e che dovrebbe ricordare ai cinesi che la crescita economica non è tutto, che non si è una superpotenza, non si è al pari di Stati Uniti ed Europa, finché non si è in grado di emanare, anziché l'immagine dell'oppressione, un modello di vita desiderabile e attraente oltre i propri confini.

Il governo cinese farà la sua sfuriata ma come al solito farà due fatiche. La sensazione infatti è che al di là della propaganda di regime, che parte d'ufficio in questi casi, tornerà molto presto al business as usual. A ben vedere, nessun incontro con il Dalai Lama, nessuna presa di posizione sul Tibet o contro la censura ha di fatto mai provocato danni permanenti ai rapporti tra le capitali occidentali e Pechino. La verità è che se non possiamo permetterci di isolare la Cina, i cinesi hanno bisogno di noi almeno quanto (e forse di più) noi di loro.

Quindi è inutile autocensurarsi, mordersi la lingua su temi come la democrazia, la libertà d'espressione, i diritti umani. La loro promozione dall'esterno e dall'interno della Repubblica popolare può, deve (perché ci conviene) andare di pari passo con lo sviluppo delle relazioni commerciali e del dialogo sulle grandi questioni globali, da quelle economico-finanziarie a quella climatica. Si può, si deve chiedere alla Cina di aprire i suoi mercati, di rinunciare alla concorrenza sleale, di rivedere la sua politica monetaria, così come si può e si deve chiederle di aprire la sua società, di avviare riforme politiche. I due approcci non sono alternativi se perseguiti in modo intelligente, perché l'interdipendenza è reciproca e dovremmo liberarci del complesso d'inferiorità secondo cui il nostro declino a vantaggio dell'ascesa cinese sarebbe inevitabile, e quindi dovremmo rinunciare a condizionare lo sviluppo anche politico della Cina.

Tuesday, February 02, 2010

Internet, Taiwan, Dalai Lama. Con la Cina è vera svolta?

Terzo segnale in meno di due settimane di un cambio di atteggiamento dell'amministrazione Obama nei confronti della Cina? Una decina di giorni fa il solenne discorso di Hillary Clinton sulla libertà di Internet, che chiamava in causa direttamente Pechino per la censura del web. Poi, la vendita delle armi a Taiwan. Oggi, nonostante l'avvertimento preventivo e perentorio dei cinesi, il presidente Obama annuncia che incontrerà il Dalai Lama durante la sua prossima visita negli Usa. Il leader spirituale tibetano partirà infatti alla volta degli Stati Uniti il 16 febbraio e dovrebbe rimanervi per dieci giorni. Stamani Pechino aveva avvertito Washington che un incontro tra il presidente e il Dalai Lama «minerebbe seriamente» le relazioni tra i due Paesi. «Ci opponiamo fermamente a un simile incontro», ha dichiarato alla stampa un alto responsabile del Partito comunista cinese.

Fonti della Casa Bianca rivelano però che il presidente Obama aveva già informato Hu Jintao della sua intenzione lo scorso novembre, durante la visita a Pechino. Evidentemente il regime ha voluto comunque rimarcare il proprio dissenso. Ovviamente il gesto più concreto dei tre rimane la vendita a Taiwan di armi "difensive" per un valore di 6,4 miliardi di dollari, che ha portato Pechino a minacciare sanzioni nei confronti delle aziende Usa coinvolte. In questo modo gli Usa dimostrano concretamente che a dispetto delle ipotesi di un G2 con la Cina non hanno intenzione di abbandonare i loro alleati storici nel sudest asiatico solo per accattivarsi la benevolenza del nuovo presunto "partner".

Wednesday, November 18, 2009

Obama si fa ingabbiare dai cinesi

Tanta "cooperazione" e toni adulatori, ma sui temi caldi (Iran e politica monetaria) il presidente Obama torna a mani vuote, mentre la buona retorica su diritti umani, Internet e Tibet non arriva a chi dovrebbe arrivare. Il Wall Street Journal vede il rischio che la politica monetaria e di bilancio americana provochi bolle finanziarie in Asia che avrebbero pesanti ripercussioni in tutto il mondo, alimentando svalutazioni e protezionismi, fino a rappresaglie politiche, mentre Martin Wolf, sul Financial Times, punta l'indice sul «protezionismo valutario cinese» e rimprovera semmai a Obama di non aver parlato al presidente Hu Jintao «in termini tanto crudi» quanto avrebbe dovuto.

Su il Velino

Nella visita in Cina del presidente americano, Barack Obama, il Washington Post vede un «forte contrasto con il passato». Un «contrasto», rispetto alle visite dei suoi predecessori, che tuttavia a giudizio del quotidiano Usa non riflette tanto un cambiamento di approccio da parte di una nuova amministrazione, quanto «un incredibile, e molto più grande cambiamento» negli equilibri di potere, soprattutto in economia, durante l'ultimo decennio. Un cambiamento che ha fatto da «sottofondo» all'intera visita. Nella sua analisi il WashPost sottolinea che «non ci sono stati grandi passi avanti su temi importanti quali il programma nucleare iraniano o la moneta cinese. Eppure, dopo due giorni di colloqui con il più grande creditore degli Stati Uniti, l'amministrazione ha affermato che le relazioni tra i due Paesi sono importanti come non mai». Sebbene un piccolo progresso sia emerso in vista della conferenza del prossimo mese a Copenhagen sui cambiamenti climatici, è «relativamente poco per un nuovo presidente che in campagna elettorale ha promesso che avrebbe realizzato cambiamenti di vasta portata nelle relazioni diplomatiche degli Stati Uniti».

«Se c'è stato un cambiamento significativo durante questo viaggio - osserva il WashPost - è stato il tono conciliante e a volte persino elogiativo» nei confronti del governo Pechino. «Con gli Stati Uniti indebitati con la Cina per oltre mille miliardi di dollari e inondati da merci cinesi», quella tra Obama e il presidente Hu Jintao è stata una conferenza stampa in «stile cinese». «Ciascuno ha letto il suo discorso preparato, guardando l'altro in silenzio. E nessuna domanda». Stati Uniti e Cina «non sono mai stati così vicini», ma «con la forma e anche la sostanza dei rapporti sempre più alle condizioni cinesi», sebbene i consiglieri di Obama suggeriscano che «il loro approccio e il tono cortese fossero finalizzati a risultati di lungo termine».

Anche l'incontro stile "town-hall" di Obama con 500 studenti a Shanghai - dove il presidente ha toccato il tema dei diritti umani, definiti «valori universali», e della libertà d'espressione, dicendosi contrario alla censura di Internet - che la Casa Bianca aveva sperato potesse permettere al presidente di raggiungere i cinesi comuni, «è stato privato di spontaneità dalla coreografia scritta dalle autorità di Pechino». Un'analisi simile quella di ieri del Wall Street Journal, secondo cui allo scopo di non far esprimere il potenziale del carisma di Obama, i leader cinesi lo hanno ingabbiato «in una visita tra le più strettamente controllate che si ricordino, senza concedergli alcuna opportunità, data invece ai suoi predecessori, di arrivare direttamente al grande pubblico cinese». Totale assenza di contatto diretto con il pubblico, come dimostra l'incontro di Shanghai con 500 studenti, accuratamente selezionati - e persino «addestrati» - dal regime tra i quadri giovanili del partito, e non trasmesso in televisione.

Anche l'itinerario della visita, secondo fonti sia cinesi che americane, riferisce il WSJ, «è stato aspramente conteso da ambo le parti». La Casa Bianca avrebbe voluto un'occasione «per far brillare la personalità telegenica di Obama» e ha chiesto maggiori libertà, ma le autorità cinesi hanno resistito, temendo il paragone con la classe politica cinese. Durante la visita in Cina del 1998, il presidente Clinton, ricorda il WSJ, ebbe quattro occasioni per parlare direttamente ai cinesi, tra cui un'intervista in diretta tv senza censure e discorsi agli studenti. Anche George W. Bush, nel 2002, parlò di libertà politica e religiosa agli studenti cinesi, ma al contrario di questa volta l'incontro fu trasmesso sulla televisione nazionale.
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Monday, October 05, 2009

Sarà per un'altra volta, Sua Santità

Per la prima volta dal 1991 il Dalai Lama visiterà Washington questa settimana senza incontrare il presidente Usa. Dal 1991 è stato nella capitale americana dieci volte, e ogni volta si è recato anche alla Casa Bianca. Questa volta sarà diverso, perché alla Casa Bianca c'è Barack Obama. Citando "diplomatici, funzionari governativi e altre fonti vicine ai colloqui", il Washington Post rivela che gli Stati Uniti «hanno esercitato pressioni sui rappresentanti tibetani per ottenere il rinvio dell'incontro tra il Dalai Lama e il presidente Obama a dopo il vertice con il presidente cinese Hu Jintao in programma per il prossimo mese». In attesa della nuova data, in pratica la notizia è che Obama non incontrerà il Dalai Lama.

Come detto, sarà la prima volta dal '91 che il Dalai Lama passerà per Washington senza incontrarsi con il presidente americano, dopo che nel 2007, per la prima volta, un presidente in carica, George W. Bush, lo ha incontrato anche pubblicamente, nel corso di una cerimonia in cui ha insignito il leader spirituale tibetano del più alto riconoscimento conferito dal Congresso degli Stati Uniti per meriti civili, la Congressional Gold Medal. La decisione dell'amministrazione Obama fa parte di una più ampia strategia con la Cina definita da alcuni funzionari di «rassicurazione strategica», che prevede un approccio più "soft" sui diritti umani. Nel febbraio scorso era stato annunciato dal segretario di Stato, Hillary Clinton: la difesa dei diritti umani non può «interferire con la crisi economica globale, con la crisi derivante dai cambiamenti climatici, e la crisi in materia di sicurezza».

Tra i temi del vertice Obama-Hu Jintao, i programmi nucleari di Corea del Nord e Iran, mentre l'amministrazione Usa starebbe valutando la possibilità di vendere una nuova "tranche" di armamenti a Taiwan. Con la visita del Dalai Lama sarebbero stati «troppi i fattori irritanti tutti in una volta», osserva una fonte asiatica al WP.

Thursday, October 01, 2009

Buon compleanno Repubblica popolare! Una scia di sangue lunga sessant'anni

Sessant'anni di Repubblica popolare cinese compiuti al prezzo del sangue versato sulla stessa piazza dove oggi si è tenuta la principale celebrazione, un'imponente parata militare. Se, infatti, quei ragazzi che nel 1989 sfidarono i carri armati a Piazza Tienanmen avessero vinto la loro battaglia di libertà, oggi il regime comunista non starebbe spegnendo le sue 60 candeline, perché sarebbe stato decurtato di vent'anni di vita. Una lunga scia di sangue lega quel primo ottobre 1949, quando Mao Tse tung annunciò la fondazione della Repubblica popolare, ai giorni nostri, passando per la repressione di Tienanmen. Sotto la guida di Mao, per 27 anni, milioni di persone morirono tra purghe, repressioni e rivoluzioni culturali, e decine di milioni morirono vittime di tremende carestie, sacrificate sull'altare di quell'assurdo esperimento di ingegneria sociale che è il comunismo.

Sessanta colpi di cannone hanno dato il via alla festa. Davanti al presidente Hu Jintao – casacca grigio-scura stile Mao – sono sfilati in 200 mila tra soldati e comparse, e i gioielli delle forze armate cinesi, compresi i missili intercontinentali in grado di trasportare testate nucleari. «E' da qui che il presidente Mao ha annunciato solennemente la fondazione della Repubblica popolare cinese, e da allora il popolo cinese si è rialzato», ha detto Hu davanti a ospiti e militari. «Oggi una Cina socialista che abbraccia la modernità, abbraccia il mondo e abbraccia il futuro si erge alta e compatta. Il progresso in questi 60 anni dimostra pienamente che solo il socialismo può salvare la Cina». Hu ha promesso che la Cina continuerà a svilupparsi, e a cercare la «completa riunificazione della patria» (con Taiwan) in modo pacifico, ma nello stesso tempo ha esaltato la «forza militare dell'esercito». Il messaggio che la leadership cinese vuole ribadire al mondo e al suo popolo è chiaro: la scelta del partito unico è quella vincente per governare 1,3 miliardi di cinesi e trasformare la Cina in una superpotenza.

Quella della Repubblica popolare è la storia di un partito contro il suo popolo. Una storia che è tabù, perché i cinesi non possono nemmeno raccontarla ai loro figli. Sessant'anni di sofferenze per lo stesso popolo cinese, ha riconosciuto Samdhong Rimpoche, premier del governo tibetano in esilio. "Contro il popolo" è il titolo di questa storia, persino nel giorno dell'orgoglio. Solo 20mila civili hanno potuto assistere alla parata, quelli selezionati e "invitati" dal regime, che a tal punto non si fida della popolazione di Pechino da impedirgli persino di partecipare alle celebrazioni. Come per le Olimpiadi dell'anno scorso, i pechinesi sono "invitati" a restare in casa. Ai residenti nell'area di Tiananmen e nei viali circostanti è stato ordinato di «non aprire finestre o affacciarsi ai balconi», «non invitare amici o altre persone».

Sarebbe facile indulgere nella retorica, ma al di là del fattore umano c'è di che dubitare delle sorti magnifiche e progressive che attendono la Cina. Quella cinese, anche recente, è una storia cosparsa di «grandi fallimenti», ricorda Bernardo Cervellera, direttore di Asianews: è un tipo di progresso «in cui lo Stato controlla oltre il 70% dell'economia, frenando la creatività e garantendo promozioni e favori senza alcun merito; rampante corruzione; mancanza di sostegno sociale a poveri, pensionati, disoccupati; strutture sanitarie ed educative allo sfacelo; genitori che mettono in vendita i loro organi per pagare l'università ai figli; inquinamento, soprusi, sequestri di terre e di case da parte di membri del Partito...». I 100mila «incidenti di massa» in un anno (proteste con centinaia o migliaia di persone, 87 mila nel 2006 secondo i dati ufficiali) «dicono che il popolo vuole contare». E non basta la forza economica e militare, per essere "potenza" occorrono anche un modello culturale e uno stile di vita attraenti, che questa Cina non offre neanche lontanamente.

Il partito «non tiene più il passo del popolo dinamico che governa», osserva Gordon Chang sul Wall Street Journal. «Non bisogna farsi impressionare». Nonostante la sua «apparente forza», lo Stato cinese è «profondamente insicuro». Non c'era una folla festante lungo Chang'an Avenue. Quasi un milione di poliziotti e "volontari" hanno tenuto lontani dalle celebrazioni i cittadini normali, da cui il Partito comunista «è sempre più scollegato». Non può fidarsi di loro. «I cinesi stanno cambiando velocemente». Lo sviluppo economico ha reso la gente sempre più «consapevole, assertiva e, al contrario dei leader, sicura di sé. Ormai, questo cambiamento sociale ha preso slancio e il partito non può più fermarlo. Può dispiegare su larga scala soldati al passo dell'oca – conclude Chang – ma non può stare al passo del suo popolo, che, nel vero senso della parola, è l'unico in marcia».

Friday, July 10, 2009

Ingerire in nome della stabilità

Mi sembra che sia stato poco sottolineato il fatto che in due anni il governo cinese ha dovuto far fronte a due rivolte delle minoranze etniche che rappresentano gran parte della popolazione in due province enormi e ricche di risorse come il Tibet e lo Xinjiang. E ha dovuto far ricorso a repressioni sanguinose come non se ne erano viste da vent'anni, da Piazza Tienanmen. Se si considera la crescita delle proteste che non fanno notizia, quelle contro la corruzione e gli abusi delle autorità o quelle dei lavoratori per le loro condizioni (secondo un rapporto governativo 100mila l'anno, rispetto alle 80mila di tre anni fa - ogni 4 minuti una protesta di oltre 100 persone), bisogna concludere che la crescita della Cina sia tutt'altro che "armoniosa" e che anzi l'instabilità interna stia aumentando pericolosamente, per la Cina ma anche - per gli stessi motivi per cui è ritenuta ormai interlocutore irrinunciabile su tutti i temi globali - per la stabilità economica e politica del resto del mondo. C'è n'è abbastanza per preoccuparsi e per "ingerire" un po' negli affari interni cinesi? Le dimensioni del PIL e la percentuale della sua crescita sono davvero gli unici parametri che rendono la Cina indispensabile per la governance globale, o non dovrebbe contare anche (non dico la democrazia, roba da neocon ormai) la stabilità interna? Si è parlato di escludere l'Italia dal G8 per un premier che si gode la vita, ma nessuno mette in dubbio i titoli della Cina di far parte di un G14 nonostante sia sempre più evidente che è seduta su una polveriera. Il rientro frettoloso del presidente Hu Jintao non è solo un colpo all'immagine e alla credibilità dell'ideale di "società armoniosa", ma essendo "la prima volta nella storia della Repubblica popolare che un presidente abbandona un appuntamento ufficiale per rientrare in patria", come ha ricordato Il Foglio, è la prova che la crescente instabilità preoccupa come mai prima i vertici cinesi, anche se a quanto pare non i governi occidentali. La mancanza di democrazia e le politiche repressive sono sempre state giustificate dalla leadership cinese con l'esigenza di mantenere la stabilità, ma nonostante l'avanzato stato di "sinizzazione" e la politica di investimenti nello Xinjiang e in Tibet, ora proprio quelle politiche si rivelano causa di instabilità. E' una conferma - per i molti che sembrano ancora averne bisogno - che la democrazia è l'unica via per una "società armoniosa" e per la stabilità. Questo chi dovrebbe farlo capire ai cinesi?

UPDATE: Splendido post di 1972. Anche Enzo si sofferma sulla «periferia dell'impero» e sente puzza di ex Jugoslavia:
Si può leggere in tanti modi la storia del XX secolo, ed uno di essi è certamente l'emergenza di forze centrifughe all'interno di strutture statali ortopedicamente assemblate. La lotta degli imperi comunisti centralizzati contro le tendenze disgregatrici si è svolta sempre attraverso i classici strumenti dello spostamento di popolazioni (colonizzazione dei territori periferici), della propaganda nazionalista e della repressione violenta. Ciascuno di questi tre elementi è presente nel caso uiguro.
La Cina «che pretende di essere una grande potenza internazionale» in realtà non ha le carte in regola. L'instabilità dovuta ai conflitti etnici e sociali è in pericolosa crescita e per ora non irradia alcun modello coerente che possa competere con quello liberaldemocratica, né alcuna attraente way of life: «Ethnic conflict is perhaps the most intractable problem, even for democracies. For one-party states, it is almost insoluble».

Wednesday, July 08, 2009

Cina altro che "armoniosa", cresce l'instabilità

In due anni il governo cinese ha dovuto far fronte a due importanti rivolte delle minoranze etniche che rappresentano gran parte della popolazione in due province enormi e ricche di risorse come lo Xinjiang e il Tibet. E ha dovuto far ricorso a repressioni sanguinose come non se ne erano viste da vent'anni, da quella di Piazza Tienanmen. Senza considerare la crescita delle proteste che non fanno notizia, quelle contro la corruzione e gli abusi delle autorità o quelle dei lavoratori per le loro condizioni: secondo un rapporto governativo oggi in Cina hanno luogo 100mila proteste l'anno, rispetto alle 80mila di tre anni fa (ogni 4 minuti una protesta a cui prendono parte più di 100 persone).

Questi dati dovrebbero far riflettere gli interlocutori occidentali del governo cinese e indurli a riconsiderare la loro fiducia nella crescita "armoniosa" della Cina. In realtà, dietro la tumultuosa crescita economica degli ultimi anni e la tenuta durante questa crisi globale, l'instabilità in Cina aumenta. E aumenta pericolosamente ai "confini" dell'impero di mezzo, nonostante l'avanzato stato di sinizzazione e la politica di investimenti nello Xinjiang e in Tibet. La mancanza di democrazia e le politiche repressive sono sempre state giustificate dalla leadership cinese con l'esigenza di mantenere la stabilità. Ma ora proprio quelle politiche si dimostrano incapaci di garantire l’ordine e la sicurezza e, al contrario, si rivelano causa di instabilità.

Uno smacco clamoroso alla credibilità dell'ideale di "società armoniosa" e di convivenza fra etnie propagandato da Hu Jintao. Su questo piano il Partito ha fallito, le tensioni tra etnie aumentano anziché diminuire, anche se il mondo sembra avere troppa fiducia nel pugno di ferro di Pechino per accorgersene. Il rientro frettoloso del presidente Hu Jintao dal G8 dell'Aquila è un colpo all’immagine della Cina e testimonia la gravità della situazione, l'inquietudine che probabilmente serpeggia all'interno degli stessi vertici del regime.

Oggi è stato il quarto giorno consecutivo di proteste e violenze. E mentre ci sono segnali che la protesta possa allargarsi ad altre città (dimostrazioni sono segnalate a Kashgar, Yili, Dawan e Tianshan), i vertici locali del partito hanno minacciato la pena di morte e Urumqi è blindata da migliaia di agenti delle forze di sicurezza in assetto anti-sommossa. Ma ciò che è più grave è che gli scontri potrebbero degenerare in un conflitto interetnico tra uiguri e han, che per molti aspetti potrebbe ricordare quelli della ex Jugoslavia. Uiguri che incendiano i negozi nei quartieri han e gruppi di han che danno la caccia agli uiguri, nelle strade e fino nelle loro case, violando il coprifuoco notturno. In centinaia gli uiguri sono scesi di nuovo in strada a Urumqi armati di bastoni, pietre e pugnali, affrontando le forze di polizia, mentre gli han erano asserragliati nei loro quartieri. Per gli uiguri non ci sono da parte dei governi e delle opinioni pubbliche occidentali le stesse mobilitazioni promosse per i tibetani. Forse perché la loro causa è ancora poco nota, o forse perché sono musulmani?

Accusata dai cinesi di essere «la mente» delle violenze e di separatismo, oggi Rebya Kadeer presidente del Congresso Mondiale degli uiguri, ha affidato al Wall Street Journal la sua versione, spiegando che a scatenare la protesta di questi giorni è stata «l'inazione delle autorità cinesi dopo l'uccisione di alcuni lavoratori uiguri in una fabbrica di giocattoli a Shaoguan, nella provincia meridionale del Guangdong». Ma il malcontento degli uiguri è più in generale dovuto ad «anni di repressione cinese», aggiunge. La dissidente riferisce che secondo fonti uigure all'interno del Turkestan orientale i morti sarebbero 400 e che sarebbero in corso rastrellamenti casa per casa; che la protesta si sta diffondendo ad altre città della regione e che solo nella città di Kashgar sarebbero stati uccisi 100 uiguri.

La repressione di questi giorni sta assumendo «accenti razziali», osserva Kadeer, accusando il governo cinese di «incoraggiare il nazionalismo tra i cinesi di etnia Han in sostituzione della fallita ideologia comunista». Nazionalismo «evidente nella folla di cinesi han che ha attaccato gli uiguri a Shaoguan». La propaganda nazionalista tra i cinesi han «rende molto difficile il cammino davanti a noi», spiega Kadeer sul WSJ. Il Congresso Mondiale degli uiguri, come il Dalai Lama, «sostiene l'introduzione pacifica dell'autodeterminazione e un reale rispetto dei diritti umani e della democrazia. I cinesi di etnia Han e gli uiguri devono instaurare un dialogo basato sulla fiducia, sul rispetto reciproco e sull'uguaglianza. Ma con le attuali politiche del governo cinese ciò è impossibile». Per riportare la calma nel Turkestan orientale, secondo Kadeer le autorità cinesi dovrebbero prima di tutto «indagare sulle uccisioni nella fabbrica di Shaoguan e portare i responsabili di fronte alla giustizia». Kadeer chiede inoltre l'apertura di «un'inchiesta indipendente e trasparente sui disordini nella città di Urumqi«.

Gli Stati Uniti «possono giocare un ruolo in questo processo», sostiene la leader del Congresso degli uiguri: «Devono condannare le violenze e aprire a Urumqi un consolato che possa servire da faro della libertà in un contesto di feroce repressione e monitorare le violazioni quotidiane dei diritti umani perpetrate contro gli uiguri».

Tuesday, July 07, 2009

Il sano realismo dei diritti umani

Il biancio degli scontri di ieri tra polizia e manifestanti uiguri a Urumqi, nella provincia dello Xinjiang, è di 156 morti e 1434 arresti. Mentre ci sono segnali che la protesta possa allargarsi ad altre città (dimostrazioni sono segnalate a Kashgar, Yili, Dawan e Tianshan), a Urumqi diverse centinaia di persone, in maggioranza donne e ragazze, hanno sfidato la polizia tornando in strada per protestare contro la repressione e per chiedere il rilascio dei loro parenti. «Decine di migliaia di poliziotti e soldati - riporta il sito Asianews - sono stati ingaggiati per mantenere il controllo della situazione e per procedere a una serie indiscriminata di arresti e distruzioni», mentre Pechino «continua ad accusare i gruppi uiguri all'estero di aver organizzato e fomentato le rivolte». Rebiya Kadeer, l'esule uiguri accusata di essere dietro le sommosse, parlando a Washington ha detto che le violenze di questi giorni «rivelano profondi, seri problemi che il governo cinese non ha voluto affrontare o mitigare».

Nel suo editoriale di oggi, Bernardo Cervellera, direttore di Asianews, commenta le parole sui diritti umani pronunciate ieri dal presidente Napolitano alla presenza del presidente cinese Hu Jintao, proprio mentre dalla Cina giungevano le notizie degli scontri e dei morti a Urumqi. «Quanto detto da Napolitano si trova tale e quale in Charta 08, un documento stilato e sottoscritto da intellettuali, accademici, attivisti e membri del Partito comunista cinese che chiedono - in modo non violento - riforme democratiche nel Paese per fermare violenze e ingiustizie provocate dai successi dello sviluppo economico cinese senza alcun rispetto per la dignità dell'uomo».
«I folli risultati - si legge nel documento - sono una endemica corruzione dei quadri, un minare lo Stato di diritto, mancanza di tutela dei diritti della popolazione, perdita di etica, capitalismo grossolano, polarizzazione della società fra ricchi e poveri, sfruttamento e abuso dell'ambiente naturale, dell'ambiente umano e storico, un acutizzarsi di una lunga lista di conflitti sociali, in particolare un indurimento dell'animosità fra rappresentanti ufficiali e gente ordinaria».
I promotori di Charta 08 osservano anche che «conflitti e crisi crescono di intensità» giorno per giorno, come confermano gli scontri fra la popolazione locale di etnia uiguri e la polizia nello Xinjiang. «Sebbene la Cina continui ad accusare gruppi di uiguri all'estero, tutti sanno che il problema è interno e dura da decenni», commenta padre Cervellera.
«Con la scusa di combattere il terrorismo islamico Pechino sta colonizzando la regione e opprime con leggi d'emergenza la popolazione e la sua religiosità... L'emarginazione sociale e politica a cui sono sottomessi gli uiguri nella loro terra è pari solo alla stessa emarginazione e accuse subite dai tibetani nel Qinghai o nella regione "autonoma" del Tibet».
Le proteste di questi giorni, fa notare il direttore di Asianews, «ricalcano da vicino i fatti e le teorie sulla rivolta tibetana prima delle Olimpiadi. Anche nel marzo 2008 una manifestazione pacifica si è trasformata in uno scontro violento con l'esercito che ha fatto decine di morti, a cui sono seguiti migliaia di arresti e legge marziale». Ma la violenza verso minoranze uiguri e tibetane «non è diversa da quella subita da altri gruppi»: attivisti per i diritti umani, avvocati e contadini che combattono le prepotenze delle autorità e trovano «la stessa risposta del governo: il soffocamento e la repressione».

«Anche comunità religiose che non hanno - come gli uiguri e i tibetani - delle rivendicazioni territoriali subiscono le stesse violenze alla loro dignità e libertà», denuncia Cervellera, riferendosi alle comunità protestanti «sotterranee» e alle «cosiddette chiese domestiche», ma anche alla comunità cattolica, che «non sta meglio». «I vescovi ufficiali - circa 70, riconosciuti da Pechino - sono ormai sotto un controllo ferreo perché segretamente riconciliati col papa. I vescovi sotterranei - non riconosciuti - sono tutti (circa 40) agli arresti domiciliari». Alcuni di loro risultano addirittura «scomparsi da tempo»: mons. Giacomo Su Zhimin (diocesi di Baoding, Hebei), 75 anni, arrestato e scomparso dal 1996; mons. Cosma Shi Enxiang (diocesi di Yixian, Hebei), 86 anni, arrestato e scomparso il 13 aprile 2001; mons. Giulio Jia Zhiguo, scomparso per l'ennesima volta il 30 marzo scorso.

E' questa la lista degli "scomparsi" che fa Cervellera, che conclude così il suo editoriale, cogliendo e sottolineando il nesso tra rispetto dei diritti umani, democrazia, e sicurezza: «Se a uiguri, tibetani, attivisti democratici, protestanti, cattolici, aggiungiamo gli scontenti della crisi economica, i disoccupati e i migranti, è evidente che la Cina è seduta su una polveriera che può scoppiare da un momento all'altro e anzi sta provocando continue rivolte e scontri con esercito e polizia... Non rispettando i diritti umani, la Cina rende il mondo più vicino alla guerra». Altro che idealismo naïf, sano realismo.

Monday, July 06, 2009

Dopo i tibetani, gli uiguri

E Berlusconi demanda a Napolitano la "grana" dei diritti umani

Dopo i tibetani, gli uiguri. Cova sotto la cappa repressiva del regime il fuoco della rivolta delle minoranze, che periodicamente si riaccende. Il bilancio degli scontri ha proporzioni "cinesi": 140 morti e quasi mille feriti. E siccome gli uiguri non sono i tibetani, la loro protesta è stata improvvisa e incendiaria: in fiamme centinaia tra bus, taxi e auto della polizia, negozi distrutti. Anche nella regione dello Xinjiang il problema è la politica di sinizzazione di Pechino, identica a quella attuata in Tibet, e quindi i rapporti tesi con la crescente popolazione di etnia Han, e le discriminazioni politiche, economiche e sociali.

Lo Xinjiang è una vasta regione nordoccidentale, 1/6 del territorio cinese, in maggioranza abitata dagli uiguri, prevalentemente musulmani. Pechino incoraggia da decenni la migrazione di cinesi di etnia Han, che oggi rappresentano il 40% della popolazione, contro il 5% negli anni '40. Si calcola che ormai ve ne siano tra i 6 e 15 milioni.

Le autorità hanno accusato Rebya Kadeer, la leader del Congresso Mondiale degli uiguri, di aver organizzato le violenze e di volere la secessione. La Kadeer, il cui obiettivo è un'autonomia vera e il rispetto dei diritti umani, ha respinto le accuse e ha invece puntato l'indice sul regime di Pechino, reo di non aver condotto un'inchiesta credibile sull'assassinio dei due giovani uiguri che ha scatenato le violenze. Ma la dissidenza uigura è un universo complesso. Non c'è solo il movimento democratico e nonviolento di Rebya Kadeer. Ci sono anche spinte indipendentiste e forse anche infiltrazioni islamiste e di al Qaeda.

Intanto, si conferma la totale continuità dei governi italiani nei rapporti con la Cina. Il tema dei diritti umani è stato solo sfiorato nel vertice bilaterale di oggi tra il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il presidente cinese Hu Jintao, che si sono concentrati invece sui temi del G8, mentre - fanno sapere fonti di Palazzo Chigi - è stato il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, a parlare di diritti umani ad Hu Jintao. Divisione dei compiti, quindi, tra Palazzo Chigi e Quirinale. Onore a Napolitano, ma non sfuggirà che è stato un modo un po' vigliacco per svuotare il tema di ogni significato politico nei rapporti tra i due governi, relegandolo in un ambito più formale e retorico. La politica cinese è coerente con una «politica dell'armonia» e del «dialogo», ha detto Berlusconi, che pur riferendosi ai rapporti internazionali di Pechino e non agli affari interni, è stato comunque fin troppo generoso.

Friday, June 19, 2009

Quanta strada da Campo de' Fiori a Piazza Farnese

Quanta strada ha fatto Emma Bonino da Campo de' Fiori a Piazza Farnese! A poco più di un anno di distanza le poche parole pronunciate in due manifestazioni, quella del 19 marzo 2008 per il Tibet, a Campo de' Fiori, e quella di pochi giorni fa per l'Iran, a Piazza Farnese, sembrano appartenere a due persone diverse. Chi non conosce Roma può pensare che le due piazze siano molto distanti tra di loro, mentre sono a poche decine di metri. Bisogna quindi dedurre che la distanza è quella che c'è dalla poltrona di ministro a leader dell'opposizione. Evidentemente c'è una Bonino di lotta e una di governo. Versione del 17 giugno 2009:
«... mi rivolgo e vedo molti colleghi parlamentari anche della maggioranza: siamo proprio sicuri che vale la pena di invitare il leader iraniano? [al G8 ministeriale di Trieste, n.d.r.]... Siamo proprio sicuri che non è il caso di ripensarci, che non è il caso semmai di dare un segno? Che non è il segno né dell'isolamento, né dell'ostracismo né del bombardamento ma è un segno che dica ci sono limiti che non intendiamo avallare, ci sono violenze che non intendiamo dimenticare, ci sono repressioni che segnano una differenza, siamo differenti. Lo chiedo perché questa sarebbe un'occasione anche di fare delle cose insieme per il bene e per i diritti civili... già, credo, abbiamo ricevuto fin troppi dittatori con sfarzi degni di migliore causa. Forse non ripetere l'errore potrebbe essere utile a tutti».
Una «differenza» che evidentemente la repressione di un anno fa in Tibet non segnava, visto che il 19 marzo 2008 la Bonino con queste parole si dichiarava contraria a qualsiasi minaccia di boicottaggio delle Olimpiadi di Pechino:
«Probabilmente sarò molto meno applaudita di Bonelli, ma io penso che di fronte a problemi complessi il problema non è a chi le spara più grosse... il problema non è neanche della buona coscienza a buon mercato, soprattutto se la pagano altri. Il problema è forse quello di sostenere con un po' di umiltà non quello che noi pensiamo il meglio, ma intanto quello che il Dalai Lama chiede. E in tutti gli incontri che io ho avuto... mai, mai il Dalai Lama ci ha chiesto di isolare la Cina. Vorrei anche - tanto per non essere applaudita - dirvi che il problema più grosso è non dimenticare. Vedete, tre giorni di emozioni per la Birmania se lo ricorda ancora qualcuno? 24 ore per lo Zimbabwe, qualcuno ha insistito a fare qualcos'altro? Abbiamo isolato la Corea del Nord [*], qualcuno per caso gli punge vaghezza? Il nostro modo migliore, e il più facile, sembra apparentemente quello più netto. Il nostro problema non è punire centinaia di milioni di cinesi che stanno affacciandosi a un minimo di benessere... Non c'è nessuna ricetta miracolistica, c'è da inventare e perseguire nuovi strumenti costosi, anche personalmente».
«Tra le cose che il Dalai Lama chiede c'è di essere ricevuto dai governi», chiosava al termine dell'intervento Antonio Polito, facendo notare che il Governo Prodi, di cui la Bonino faceva parte, non l'ha ricevuto. Inoltre, quando durante la visita di un'ampia delegazione governativa italiana in Cina, nel settembre del 2006, Prodi arrivò persino a garantire il suo appoggio alla richiesta cinese di revocare l'embargo europeo sulle armi, in vigore dal massacro di Piazza Tienanmen, la Bonino non fece e non disse nulla, se non difendere anche in Parlamento, nei giorni successivi, la posizione espressa da Prodi sull'embargo.

«Ci sono momenti in cui bisogna dire basta», dichiara oggi la Bonino sempre a Piazza Farnese, commentando con un cronista il ministro degli Esteri Frattini, secondo cui «ci sono le condizioni perché l'Iran partecipi alla riunione ministeriale del G8 a Trieste». «Se anche di fronte ad episodi come quelli che stanno avvenendo in Iran in questi giorni non c'è una presa di distanza, è un messaggio grave per i democratici che nella democrazia hanno creduto, anche se siamo in una fase di real politik a tutto spiano».

Adesso è il momento di dire «basta» all'Iran, cancellando una presenza tutto sommato poco significativa - ma qui pensiamo che quel momento sia giunto da molto tempo - ma un anno fa, dopo la repressione in Tibet non era il caso di dire «basta» alla Cina? Non solo la Bonino si opponeva al boicottaggio, forse a ragione, ma in molte occasioni ha ribadito la sua contrarietà a qualsiasi gesto simbolico, a suo avviso utile solo ad alimentare il «cicaleccio» qui in Italia. Pensate a che «messaggio» dev'essere stato per il democratico Wei Jingsheng, iscritto al Partito radicale, Prodi che offriva a Pechino il suo aiuto per la fine dell'embargo europeo sulle armi.

Viene messa giustamente sotto i riflettori la «real politik a tutto spiano» italiana, ma i tanti fan di Obama (e i radicali sono tra questi), tranne poche eccezioni (il Riformista), non aprono bocca sulla real politik dell'amministrazione Obama e magari tornano pure a civettare di regime change, di rovesciare regimi, dopo aver demonizzato Bush.

* Mi pare che la Corea del Nord non sia stata mai affatto isolata ma ricompensata in ogni modo per la sospensione di un programma nucleare che ha poi sempre immancabilmente ripreso.

Wednesday, April 22, 2009

Le critiche del Dalai Lama e la risposta del regime a Charta 08

In una conferenza stampa tenuta oggi a Tokyo, il Dalai Lama è tornato a criticare la Cina. Sfiduciato dall'assenza di risultati della sua ultradecennale politica della "Via di mezzo", negli ultimi tempi le sue critiche si sono fatte più dure ed esplicite, quasi a voler dimostrare ai tibetani in Tibet di tenere in considerazione la loro crescente frustrazione. Lo stallo nei colloqui con Pechino e l'inasprimento della repressione spingono sempre più tibetani a criticare la moderazione del Dalai Lama e a sostenere una linea d'azione più radicale.

Ma nelle sue più recenti critiche al governo cinese il Dalai Lama sembra anche concentrarsi più sulle violazioni dei diritti umani in tutta la Cina che solo sulla questione tibetana. «Una nazione così grande come la Cina si comporta come un bambino». Il governo arresta «regolarmente» chi è in dissenso verso la sua politica, ma «una grande nazione di oltre un miliardo di persone non deve avere paura» di ogni minimo dissenso, osserva il Dalai Lama. La Cina è «una potenza demografica, militare, ed economica. Ora la quarta condizione perché diventi una superpotenza è l'autorità morale. In questo è carente». E la chiave per guadagnarsi l'autorità morale è la «fiducia». «Una ragione di debolezza del governo cinese – spiega – è che non c'è trasparenza, dà sempre notizie distorte». Quello della trasparenza e della fiducia nelle comunicazioni del governo è in effetti un tasto al quale gli stessi cinesi stanno diventando molto sensibili.

Tra i paesi responsabili del maggior numero di violazioni dei diritti umani che nei giorni scorsi hanno partecipato alla conferenza dell'Onu sul razzismo c'era anche la Cina, che è riuscita ad ottenere l'esclusione dalla conferenza del Tibetan Centre for Human Rights and Democracy (Tchrd), ong ammessa al primo appuntamento di Durban nel 2001. All'agenzia di stampa Asianews il direttore del Centro ha denunciato l'esclusione e raccontato il «sistematico razzismo» praticato dalle autorità cinesi nei confronti dei tibetani.

Eppure, qualcosa sembra muoversi all'interno del regime cinese. All'inizio della settimana scorsa il Consiglio di Stato ha pubblicato il primo "Piano di azione nazionale per i diritti umani", nel quale in perfetto stile comunista vengono "pianificati" gli obiettivi del prossimo biennio nel campo dei diritti civili e sociali. Ne abbiamo parlato qualche post fa.

Al di là della sua attuazione - piuttosto improbabile - è importante l'ammissione implicita da parte del Partito dell'esistenza di diritti umani fondamentali diversi dal diritto del popolo alla mera sussistenza, in nome del quale Pechino ha sempre giustificato i suoi più orrendi crimini. Da sempre infatti Pechino afferma che i diritti umani come concepiti in occidente non siano applicabili alla diversa realtà cinese. Il Piano indica ancora come prioritaria «la protezione dei diritti del popolo alla sussistenza» (mangiare, abitare, vestirsi), ponendosi gli obiettivi di aumentare i redditi, creare 180 milioni di nuovi posti di lavoro, costruire case popolari, ma per la prima volta accanto ad essi compaiono diritti umani di diversa fattispecie. La stessa agenzia di stampa ufficiale Xinhua riferisce che «il governo ha ammesso che la Cina ha davanti una lunga strada nel tentativo di migliorare la situazione dei diritti umani».

Siamo di fronte ad un cambiamento di visione? Di certo una concessione, anche se solo formale, alla quale potranno appellarsi quanti si battono per i diritti umani in Cina e la comunità internazionale. E di certo, come osserva Enzo Reale su Laogai.it, «è significativo che questo programma d'azione arrivi solo pochi mesi dopo la diffusione della Charta 08, ovvero il più importante manifesto politico prodotto dalla società civile cinese nei sessant'anni di dittatura comunista. In un certo senso il Piano rappresenta la goffa risposta del governo cinese alla dichiarazione dei trecento e ne conferma involontariamente la rilevanza politica. I promotori e i firmatari della Charta 08 ottengono in questo modo una doppia vittoria: in primo luogo perché il documento è evidentemente riuscito a bucare le maglie della censura e del silenzio ufficiale, diventando un punto di riferimento anche per i suoi oppositori; ma soprattutto perché obbliga il Partito Comunista a misurarsi sul terreno dei diritti umani».

Tuesday, March 31, 2009

In Tibet si muore. E Charta '08 continua a fare proseliti

In Tibet continuano, sia pure isolate, le proteste, ma ogni minima protesta viene stroncata e spesso chi protesta muore. La polizia cinese - riporta Asianews - ha picchiato a morte un monaco di 27 anni che distribuiva volantini in cui si invitavano i contadini a non coltivare la terra per protesta contro la persecuzione cinese e a pregare per i tibetani uccisi nelle proteste del 2008. «All'arrivo della polizia è fuggito, ma lo hanno preso e picchiato fino ad ucciderlo sul posto. Poi hanno gettato il corpo in un burrone, per nasconderlo. I monaci hanno recuperato il corpo e lo hanno portato alla polizia per sporgere denuncia, ma la polizia non ha voluto riceverla. Le autorità parlano di suicidio o di caduta accidentale».

Non va meglio ai cattolici. Mons. Giulio Jia Zhiguo, vescovo sotterraneo di Zhengding (Hebei), è stato sequestrato ieri pomeriggio (alle 16 ore locali) dalla polizia e portato in un luogo sconosciuto. «Da anni Mons. Jia - scrive Bernardo Cervellera - subisce sequestri e isolamenti che lo tengono lontano per mesi dalla sua comunità. Durante questi periodi la polizia cerca di indottrinarlo sulla politica religiosa del Partito e lo spinge ad aderire all'Associazione patriottica». Il nuovo sequestro avviene mentre in Vaticano si riunisce la Commissione plenaria sulla Chiesa in Cina.

Ma qualcosa continua a muoversi in Cina, nonostante tutto. Sono trascorsi quattro mesi dal lancio del manifesto Charta '08 e il regime vorrebbe far pensare al mondo che il movimento è già morto. «E' vero il contrario», scrive oggi il Wall Street Journal. Dal dicembre scorso oltre 8.500 cittadini cinesi hanno sottoscritto l'appello per una democrazia multipartitica. Ci vuole coraggio, dal momento che almeno 100 firmatari sarebbero stati arrestati, interrogati o intimiditi. Uno dei promotori, Liu Xiaobo, è detenuto in un luogo sconosciuto dall'8 dicembre. Tuttavia, l'iniziativa non perde il suo slancio e, anzi, ha aperto un sottile varco per le voci del dissenso, incentivando altre petizioni.

Tra di esse, una lettera aperta in cui importanti membri del Partito comunista chiedono più trasparenza e la petizione "Citizens' Oversight Group Appeal", in cui si chiede maggiore trasparenza da parte del governo. Il promotore, Guo Yongfeng, sostiene che oltre 10 mila persone l'hanno sottoscritta e che è stato tenuto agli arresti per due settimane mentre l'Assemblea del Popolo a Pechino era in sessione. «E' improbabile che queste petizioni portino a cambiamenti politici nel breve termine, ma come gli eventi dei mesi scorsi hanno dimostrato, non sono neanche inutili», commenta il Wall Street Journal. Charta '08 sta ancora circolando - soprattutto per email - e continua a fare proseliti. «E' segno che i suoi effetti continueranno a manifestarsi e che il giorno dei democratici verrà», conclude ottimisticamente il WSJ.

Wednesday, March 25, 2009

La Cina spadroneggia e alza il tiro delle sue pretese

Il rilancio della cooperazione Usa-Cina fino al livello della "partnership strategica", il declassamento dei diritti umani a tema di secondo ordine, esiti della recente visita di H. Clinton, devono aver galvanizzato il regime di Pechino, il cui attivismo nella repressione interna, nella censura di internet, e nell'intimidazione internazionale continua a mietere successi senza trovare opposizioni nemmeno verbali.

Partiamo dagli ultimi episodi in ordine di tempo. Ieri il governo cinese ha bloccato il sito YouTube e ingaggiato una surreale battaglia a colpi di censura contro una creatura mitica, il "grass-mud horse" ("caoníma"), frutto della fantasia dei blogger cinesi per ridicolizzare la recente campagna contro la pornografia e i siti immorali lanciata dal partito, nonché la propaganda sulla "società armoniosa". In un cartone animato questa creatura combatte contro "l'invasione dei granchi di fiume" al ritmo di un rap che fra l'ironico, lo scurrile e l'irriverente, denuncia i soprusi del governo e le ripetute violazioni dei diritti umani. Secondo le nuove direttive, su forum, chat e altri social network, dev'essere impedita la diffusione di tutto ciò che possa richiamare il "caoníma". Il blocco di YouTube serve inoltre a impedire la diffusione di un video – un «falso» per Pechino – che documenta i brutali pestaggi di alcuni tibetani, tra cui dei monaci, ad opera delle forze di sicurezza cinesi, durante le proteste del marzo dello scorso anno.

Anche nel 2008, secondo Amnesty International, la Cina detiene il record mondiale delle condanne a morte (1.718, il 72%, ma potrebbero molte di più). Inoltre, può vantarsi di aver inventato le esecuzioni mobili: per risparmiare tempo e denaro i condannati vengono fatti salire su dei pullman, dove viene fatta loro l'iniezione letale mentre vengono trasportati in ospedale per l'espianto degli organi.

Ma il regime cinese spadroneggia anche a livello internazionale. Oltre a non aver mosso un dito contro la dittatura birmana e quella sudanese, per la crisi del Darfur (la Bbc ha documentato l'anno scorso gli aiuti cinesi, anche militari, al regime di al-Bashir), Pechino ha di recente ottenuto che il governo del Sudafrica negasse al Dalai Lama il visto per entrare nel paese fino al termine dei Mondiali di calcio del 2010.

Ma approfittando della crisi, e dei sorrisi di H. Clinton, la Cina ha persino lanciato un paio di provocazioni niente male direttamente agli Stati Uniti. Il 7 marzo, a circa 120 chilometri a sudovest dell'Isola di Hainan, 5 navi hanno circondato e minacciato la nave Usa "Impeccable", che si è vista costretta a manovre di emergenza per evitare la collisione. Acque internazionali per gli Usa, sulle quali però Pechino rivendica la sua sovranità. Sta alzando il tiro delle sue rivendicazioni territoriali sul Mar Cinese Meridionale, zona strategica dal punto di vista commerciale (vi passa un intenso traffico e oltre la metà del petrolio del mondo). Nonostante la crisi aumenta le spese militari del 15% e pattuglia le acque intorno alle Isole Spratly e Paracel, ricche di gas, petrolio e pesce, nonché potenziali mete turistiche, contese anche da Filippine, Vietnam e Taiwan. La stampa ufficiale (il China Daily) annuncia l'invio di altre 6 navi «per impedire la pesca illegale». Per qualcuno «il diritto internazionale è un modo per risolvere pacificamente i conflitti». Per i cinesi, «uno strumento per riaffermare le loro aggressive rivendicazioni», avverte Walter Lohman, della Heritage Foundation.

Infine, tramite una relazione del presidente della sua Banca centrale, la Cina si è spinta a proporre che il dollaro venga in futuro sostituito, come valuta di riserva internazionale, da una moneta unica mondiale gestita dal FMI. La relazione, insolitamente pubblicata anche in inglese, dà il segno di quanto in alto punti il governo di Pechino alla vigilia del G20 di Londra che si apre il 2 aprile.

Friday, March 13, 2009

Washington e Pechino in piena luna di miele

L'amministrazione Obama e il regime cinese sembrano in piena "luna di miele". Interessati a cooperare per superare la crisi economica evidentemente riescono a non scontrarsi persino sullo spinoso tema del Tibet. «I diritti umani sono essenziali» nella politica estera degli Stati Uniti, ha finalmente ricordato Obama. Gli Usa si augurano «progressi nel dialogo tra il governo cinese e i rappresentanti del Dalai Lama», ha detto ieri il presidente americano al ministro degli Esteri di Pechino, Jang Jiechi, in un lungo incontro alla Casa Bianca.

E la notizia è che oggi da Pechino non rispondono picche, segno che anche la leadership cinese in questo momento è attenta a non assumere atteggiamenti di sfida neanche sui diritti umani. «La Cina è pronta al dialogo con il Dalai Lama se questi rinuncia ai propositi di indipendenza», ha ribadito il premier Wen Jiabao, per una volta non nascondendosi dietro le solite accuse di ingerenza negli affari interni della Cina. «Questo tipo di colloqui possono continuare. La chiave è che il Dalai Lama deve dimostrare la sua sincerità in modo che il dialogo possa arrivare a raggiungere risultati sostanziali».

Naturalmente le reali intenzioni dietro questa disponibilità sono tutte da verificare, visto che in passato «questo tipo di colloqui» non ha portato ad alcun risultato concreto, se non al proseguimento della campagna contro il Dalai Lama e a misure sempre più repressive nei confronti della popolazione tibetana.

Monday, March 09, 2009

Vigilia di tensione in Tibet

Sale la tensione in Tibet alla vigilia del 50esimo anniversario della più grande rivolta contro l'occupazione cinese. Un evento altamente simbolico per la resistenza tibetana. Era il 10 marzo 1959 e la rivolta si concluse con una sanguinosa repressione ad opera dell'esercito cinese e con la fuga in esilio del Dalai Lama. Ora il regime teme che si ripetano le proteste scoppiate il 10 marzo di un anno fa, quando a seguito dell'arresto di centinaia di monaci migliaia di dimostranti riempirono le strade e attirarono l'attenzione dei media di tutto il mondo. I movimenti dei tibetani in esilio in India hanno annunciato «manifestazioni spettacolari» per commemorare l'anniversario.

Per questo, Lhasa e le altre città tibetane sono militarizzate. Rigidissimi i controlli di polizia ed esercito per le strade. Truppe schierate alle frontiere. Ieri i primi scontri, nella provincia tibetana del Qinghai, tra alcune decine di manifestanti e la polizia. Questa mattina un'auto della polizia e un autocarro dei pompieri sono stati fatti saltare con l'esplosivo. Sempre nella provincia del Qinghai più di cento monaci del monastero tibetano di An Tuo, un terzo dei circa 300 che vi abitano, sono stati arrestati dopo una manifestazione tenuta in occasione del capodanno tibetano, celebrato il 25 febbraio. Per aver intervistato alcuni monaci nel Quinghai sono stati fermati e interrogati oggi, per 3 ore, due giornalisti italiani.

Robert J. Barnett, un esperto di Tibet intervistato dal Council on Foreign Relations, conferma che il governo è piuttosto «nervoso» per la ricorrenza di domani. Pechino «sperava in una luna di miele» con l'amministrazione Obama dopo la recente visita del segretario di Stato Hillary Clinton, ma le sue speranze rischiano di rimanere disattese se dovesse esplodere di nuovo la situazione in Tibet. I contrasti sul Tibet «potrebbero essere risolti», ma il governo cinese deve fare di più, secondo Barnett, che indica due ordini di problemi, uno dei quali Pechino dovrebbe affrontare subito perché insostenibile:
The easy way for the Chinese to solve it, if they wanted to, is to break the Tibetan problem into two kinds of issues. They should separate the difficult talks about autonomy and the Dalai Lama's status, which they're nervous about, from the easy issues, which are about religion, and migration, and development. Lots of Tibetans in Tibet have told them, "Stop demonizing the Dalai Lama, allow people to practice religion, and regulate the migration of non-Tibetans into the area." That's pretty straightforward. Every other country in the world does that almost normatively. So these are the easy ways it could build up huge political capital very very quickly in Tibet, and that would be welcomed. The question is, does China have the political will that allows the leaders to take that kind of step? I think they will have to do that. It's unsustainable, keeping one-third of your country under military garrison every so often.
Ma intanto è ancora in atto la campagna del regime contro il Dalai Lama, dipinto come terrorista e separatista. Il presidente cinese Hu Jintao ha esortato i funzionari tibetani a erigere una nuova «Grande muraglia contro il separatismo».

Oggi pomeriggio, intervenendo alla presentazione del rapporto dello European Council on Foreign Relation sui rapporti tra Unione europea a Cina, il ministro degli Esteri Frattini ci ha spiegato che «dobbiamo considerare la Cina come partner politico e strategico complessivo, non solo economico». Solo così potremo parlare di diritti umani con Pechino: «Se vogliamo avere una prospettiva realistica di incidere sui diritti umani la Cina deve essere un attore con cui si parla di tutto. Credo che su alcune tematiche la Cina sia troppo poco consultata».

Al prossimo vertice Ue-Cina ci sarà «una riflessione congiunta sulla governance non solo economica ma anche politica». In questo modo, «avremo una leva maggiore per ragionare di diritti umani e per favorire una ripresa del dialogo tra i la Cina e i rappresentanti del Dalai Lama». Staremo a vedere, ma a questo dialogo sembrano crederci in pochi.

Intanto, il dissidente cinese Bao Tong, tra i firmatari di Charta '08 ed ex membro del Comitato centrale comunista prima del massacro di Tienanmen, si rivolge ai delegati dell'Assemblea nazionale con una lettera aperta (trad. di Asianews) nella quale avverte che «il potere assoluto del Partito soffocherà il popolo e l'economia».

Thursday, March 05, 2009

Cosa ce ne facciamo di una sentenza inapplicata?

Purtroppo si tratta di un altro caso in cui balzano agli occhi i limiti e le contraddizioni della Corte penale internazionale dell'Aja e in generale della nobile idea di una giurisdizione sovranazionale. Un potere giudiziario senza potere esecutivo e soprattutto senza una cittadinanza e un territorio di cui sia emanazione rischia di emettere petizioni di principio più che sentenze. I giudici della Cpi hanno accolto la richiesta dell'accusa ed emesso il mandato di arresto nei confronti del dittatore sudanese Omar al-Bashir, accusato di crimini di guerra e contro l'umanità (anche se ancora non di genocidio).

Cina e Russia auspicano che il Consiglio di Sicurezza dell'Onu chieda alla Corte internazionale di «sospendere il processo». Avvertono che il mandato d'arresto rischia di vanificare gli sforzi diplomatici, i negoziati per la pace in Darfur e nel Sudan. Motivazione curiosa, visto che soprattutto da parte di Pechino di sforzi in questo senso non se ne vede nemmeno l'ombra. Ma quali negoziati!? La loro reale preoccupazione è che si costituisca «un precedente pericoloso per il sistema delle relazioni internazionali», è l'attacco al principio della sovranità statuale, la legittimazione dell'ingerenza negli affari interni degli stati.

Anche se le loro obiezioni sono tutte strumentali e pretestuose, su una cosa non si può dar torto a Cina e Russia. Mentre in occidente gli attivisti per i diritti umani gonfiano il petto, in Darfur la situazione peggiora e a rimetterci sono le vittime. La prima reazione di al-Bashir è stata di bandire dal paese 10 ong. Per esempio, l'espulsione della sola sezione olandese di Medici Senza Frontiere «lascia oltre 200 mila pazienti privi di assistenza medica essenziale», fa sapere la stessa Msf. E vi pare che in 50 anni di repressioni in Tibet il governo cinese non meriterebbe di essere accusato degli stessi crimini per i quali si chiede l'arresto di al-Bashir?

Non fraintendetemi. Lo so, questi sono gli stessi argomenti di chi vuole che resti tutto com'è. Al contrario di costoro non voglio certo dire che non bisogna perseguire i dittatori sanguinari come al-Bashir per i loro crimini. Ma penso che di sentenze inefficaci e ineseguibili non sappiamo come farcene, com'è vero che di buone intenzioni sono lastricate le vie per l'inferno. Sono solo demagogiche e spesso controproducenti. Ritengo che semplicemente si debba avere il coraggio e prendersi la responsabilità politica di andare lì e togliere di mezzo al-Bashir con la forza.

Bisogna ammettere che nel mondo i diritti umani e la democrazia non si difendono a colpi di sentenze, ma con la politica, di cui l'uso della forza fa parte. Certo, poi c'è la cattiva politica, che chiude gli occhi di fronte ai massacri in Darfur e che pensa che i diritti umani e la democrazia non abbiano nulla a che fare con lo sviluppo pacifico o aggressivo della Cina; e c'è la buona politica, che li ritiene condizioni di stabilità e sicurezza da promuovere con i mezzi più adeguati a ciascun contesto particolare. Sta a noi scegliere, ma senza l'alibi di una corte senza poteri reali. Tra una settimana il clamore sarà scemato e in Darfur sarà di nuovo "massacre as usual".

Condivisibili le parole di Michael Walzer, un liberal con i piedi per terra, per il quale la decisione della Cpi è «un gesto molto simbolico, senza precedenti... Ma un gesto che potrebbe essere sbagliato perché diretto contro un leader in carica capace di crudeli ritorsioni contro le sue vittime... La Corte non ha i mezzi per imporre l'osservanza della sua decisione, e chi ci dice che Bashir non attuerà rappresaglie?» Un caso molto diverso da quello di Milosevic (e comunque anche in quel caso la "storia" si dimostrò riluttante a farsi processare): «La soluzione della crisi del Darfur non può essere giuridica... La sicurezza e i diritti civili del Darfur devono avere la precedenza su tutto per noi, e la decisione della Corte non facilita questo nostro compito, semmai lo ostacola».

Monday, February 23, 2009

H. Clinton in Cina per estendere la "partnership strategica". A che prezzo?

Il segretario di Stato americano Hillary Clinton riprende i rapporti con la Cina laddove li aveva lasciati il marito Bill da presidente nel 1998. Se con la crisi è d'obbligo riallacciare la "partnership strategica" sulle questioni economiche, l'ambizioso obiettivo della nuova amministrazione sembra essere quello di estendere la cooperazione con Pechino anche alle questioni di sicurezza. Alla base di questa scelta la convinzione che la crescita, l'apertura e l'interdipendenza economica favoriscano anche la libertà politica e le riforme democratiche, e che inducano inevitabilmente la Cina a comportarsi da "attore responsabile" del sistema internazionale.

Una tesi messa in dubbio però da eventi anche molto recenti: la repressione in Tibet; il manifesto dei dissidenti Charta '08; gli scandali sanitari e alimentari; la scarsa collaborazione di Pechino in crisi come quella birmana o del Darfur. Soprattutto, non è ancora chiaro in che direzione l'esperimento del Partito comunista cinese – capitalismo senza democrazia – condurrà la Cina. Ancora più oscuro l'obiettivo della forsennata modernizzazione delle forze armate su cui Pechino investe sempre più risorse.

L'idea della "partnership strategica" sembra la stessa, ma i tempi sono cambiati. Se negli anni '90 il presidente Bill Clinton poteva muovere ottimisticamente i primi passi di questa partnership su un piano di indiscussa supremazia americana, nel contesto di oggi si tratta di fare di necessità virtù. Insomma, si va verso una partnership Usa-Cina "alla pari". Non è certo una buona notizia per la democrazia e i diritti umani.

L'amministrazione Bush è senz'altro criticabile per aver sostenuto solo a parole, e molto meno nei fatti, la democrazia e i diritti umani in paesi come la Cina e la Russia, ma è probabile che dalla nuova amministrazione non sentiremo più neanche le parole. Da un'indagine condotta dal Chicago Council on Global Affairs risulta che dopo gli otto anni di presidenza Bush, diversamente da quanto si possa credere, la reputazione dell'America in Asia è migliorata, il "soft power" Usa si è rafforzato, e l'atteggiamento dei cinesi stessi è più favorevole.

La Clinton ha evitato di parlare di diritti umani nei suoi colloqui con i leader cinesi. Pochi mesi fa, da senatrice, chiedeva al presidente Bush di boicottare la cerimonia di apertura dei Giochi olimpici in segno di protesta per la repressione in Tibet e la scelta di Pechino di non esercitare la sua influenza sul governo sudanese per fermare il genocidio in Darfur. Alla vigilia del suo arrivo in Cina, l'annunciato cambio di approccio: i diritti umani non possono essere un ostacolo al dialogo tra i due paesi. «Le amministrazioni Usa e i governi cinesi che si sono succeduti hanno fatto passi avanti e indietro su questi temi, e dobbiamo continuare a fare pressioni. Ma le nostre pressioni non possono interferire con la crisi economica globale, i cambiamenti climatici, e le questioni di sicurezza», elevate quindi dalla Clinton a priorità nel dialogo con Pechino.

Tuttavia, oggi, a coloro che hanno a cuore i diritti umani e la democrazia come fattori di sicurezza, è richiesto un po' di sano pragmatismo. Non si può infatti negare l'amara realtà: la nazione più di ogni altra paladina dei diritti umani e della democrazia è in difficoltà. A causa di scelte politiche sbagliate o imprudenti del passato dipende dai suoi creditori. La Banca centrale cinese è il primo detentore di titoli pubblici americani. A settembre, la Cina ha scalzato il Giappone come primo creditore di Washington. Parliamo di somme stratosferiche.

Inevitabile che la questione del rifinanziamento del debito pubblico Usa fosse al centro della missione della Clinton, che ha portato a Pechino un messaggio chiaro: «Apprezziamo molto la costante fiducia del governo cinese verso i titoli del Tesoro americano. Sono certa che sia una fiducia ben riposta. America e Cina si riprenderanno dalla crisi economica e insieme guideremo la crescita mondiale».

Certo, si potrebbe obiettare che gli Stati Uniti dipendono dalla Cina per i loro debiti come la Cina dipende dai mercati americani per le sue esportazioni. Ma una guerra commerciale che aggravasse la depressione non aiuterebbe il progresso dei diritti umani e delle riforme politiche in Cina. I cinesi temono che l'esplosione del debito pubblico Usa possa provocare una caduta del dollaro, che decurterebbe il valore delle loro riserve, ma se non comprano i Buoni del Tesoro Usa emessi per pagare il piano anti-crisi e i salvataggi bancari, il mercato americano, sbocco principale delle esportazioni cinesi, non sarà più in grado di sostenere l'economia del gigante asiatico. Insomma, Stati Uniti e Cina si sorreggono a vicenda.

Non rimane che sperare che gli Stati Uniti affrontino con urgenza il problema del debito pubblico, riducendo la loro dipendenza dai creditori (e rivali) esteri e recuperando spazi di manovra nella loro politica estera e di sicurezza.

Riguardo i temi della sicurezza, ai quali l'amministrazione Obama vorrebbe estendere la cooperazione con Pechino, la Cina non è la Russia. Da produttore di gas e petrolio quest'ultima ha interesse a svolgere un ruolo destabilizzante per tenere alti i prezzi delle sue risorse, mentre Pechino ha tutto l'interesse a lavorare per la stabilità, per tenere bassi i prezzi delle risorse energetiche necessarie alla sua crescita tumultuosa.

Ma quale sarà il prezzo politico che la Cina chiederà agli Usa? Continuare a sostenere il debito americano è essenziale anche per l'economia cinese, ma la sua collaborazione su dossier come Afghanistan, Corea del Nord, e soprattutto Iran, potrebbe richiedere non solo il silenzio sui diritti umani, ma anche il sacrificio di Taiwan, un altro dei temi che pare la Clinton abbia tralasciato nei suoi colloqui pechinesi. Gli Stati Uniti vorrebbero che Pechino riducesse i propri investimenti in gas e petrolio iraniano per stringere la morsa su Teheran e costringere gli ayatollah ad abbandonare il programma nucleare. Da sempre i cinesi vorrebbero che gli americani cessassero di vendere armi a Taiwan.

Ma la crescente asimmetria di forze tra Taipei e Pechino, ovviamente a favore di quest'ultima, preoccupa gli analisti di difesa. Il direttore della National Intelligence, Dennis Blair, ha recentemente assicurato che Washington continuerà a fornire a Taiwan le necessarie armi difensive, in linea con il Taiwan Relations Act, per bilanciare il continuo rafforzamento del potenziale bellico cinese. Ma è indubbio che in assenza di un impegno forte da parte degli Stati Uniti a sostenere la democrazia e la sicurezza di Taiwan, le relazioni tra Pechino e Taipei sono destinate a peggiorare. Se venisse meno o si indebolisse il ruolo americano di garanzia e riequilibrio delle forze nello stretto, la Cina sarebbe in grado di soggiogare il popolo taiwanese e piegarlo alle sue volontà. Benzina sul fuoco del nazionalismo cinese e pericolosissima luce verde alle ambizioni imperialiste. Una linea rossa da non oltrepassare.

Thursday, November 20, 2008

Il Dalai Lama ha rinunciato

Non mi pare che se ne sia parlato o scritto molto sui mainstream media. E neanche qui, dove mi ero ripromesso di farlo appena ne avessi avuto il tempo. Ci ha pensato però Enzo Reale, sul suo blog e sul Foglio.it. A Dharamsala si sta svolgendo in questi giorni «una riunione senza precedenti. Circa 500 attivisti, leaders politici e spirituali della diaspora si sono dati appuntamento per mandare in pensione il Dalai Lama».

All'ordine del giorno c'è una riflessione sulla Via di Mezzo, la strategia che per decenni il Dalai Lama ha perseguito nei rapporti con le autorità cinesi: la richiesta dell'autonomia e non dell'indipendenza; e, nel metodo, la nonviolenza, la ricerca costante del compromesso e del dialogo. «Una strategia che, dati alla mano, non ha prodotto nessun risultato concreto per la popolazione tibetana ed ha anzi portato ad un intensificarsi della repressione e ad una cinesizzazione sempre più marcata».

Da molto tempo è opinione di Enzo - e credo sia più che fondata - che il Dalai Lama, «la sua figura e la sua predicazione nonviolenta, così apprezzate in occidente, sono diventate alla lunga un ostacolo per le rivendicazioni di un popolo oppresso».

Sembra esserne consapevole lo stesso Dalai Lama, che di recente ha usato proprio il termine «ostacolo». Alla fine di ottobre manifestava tutta la sua frustrazione per l'assenza di progressi. Confessando di aver perso la speranza di trovare una soluzione con il governo cinese, chiedeva ai tibetani di decidere la futura linea d'azione, ribadendo che «la questione del Tibet è la questione del popolo tibetano, non del Dalai Lama».
«So far I have been sincerely pursuing the mutually beneficial Middle-Way policy in dealing with China for a long time now but there hasn't been any positive response from the Chinese side. I have now asked the Tibetan government-in-exile, as a true democracy in exile, to decide in consultation with the Tibetan people how to take the dialogue forward...»
«In assenza di qualsiasi adeguata e puntuale risposta dalla leadership cinese - ha riconosciuto - la mia posizione di Dalai Lama sta diventando solo di ostacolo, invece di aiutare a trovare una soluzione alla questione del Tibet. Per quanto mi riguarda, ho rinunciato... i tibetani devono prendersi la seria responsabilità di discutere la futura linea d'azione».

Ma esiste una via alternativa, considerando i rapporti di forza con la Cina e l'apatia della comunità internazionale?

Sunday, August 10, 2008

Pechino, qualcosa si muove

Un turista americano ucciso a coltellate da un cinese, probabilmente uno squilibrato, che poi si suicida; cinque attivisti di Students for a Free Tibet si sdraiano al centro di Piazza Tienanmen avvolti in bandiere tibetane, fingendo di essere morti, e vengono arrestati "solo" dopo una decina di minuti; bandiera tibetana e slogan anche a Hong Kong, durante una gara di equitazione nell'ambito delle Olimpiadi. I responsabili della sicurezza sono costretti a trascinare via una delle manifestanti, la studentessa cinese Christina Chan; una serie di esplosioni hanno di nuovo scosso la regione dello Xinjiang. Insomma, c'è molto lavoro per la "vigilanza" cinese e più sono strette le maglie, più ogni gesto, anche il più piccolo, riesce ad ottenere una discreta visibilità.

Thursday, August 07, 2008

Bush e Sarkozy "politicizzano", in Italia prevale l'ipocrisia

Sì, il presidente americano Bush ha deciso di recarsi all'inaugurazione dei Giochi olimpici di Pechino, ma ha approfittato dell'occasione, come promesso ai dissidenti che ha recentemente incontrato, per mettere al centro della sua visita i diritti umani e la libertà religiosa.

In un discorso a Bangkok, in Thailandia, anticipato ieri ma pronunciato oggi, ha espresso «profonda preoccupazione» per lo stato dei diritti umani in Cina. Gli Stati uniti «ritengono che il popolo cinese meriti le libertà fondamentali che rappresentano il diritto naturale di ogni essere umano», ha detto. Per questo, «si oppongono fermamente alla detenzione in Cina di dissidenti politici, sostenitori dei diritti umani e attivisti religiosi. Parliamo a favore di una stampa libera, libertà di riunione e diritti del lavoro non per opporci alla leadership cinese ma perché concedere maggiori libertà al popolo è l'unica strada per lo sviluppo del pieno potenziale della Cina... Quando premiamo per una maggiore apertura e giustizia non vogliamo imporre le nostre convinzioni, ma permettere ai cinesi di esprimere le loro. I giovani che crescono con la libertà di scambiare beni, alla fine chiederanno anche di scambiare le idee, specialmente su un internet senza restrizioni».

Un concetto forte quello della «ferma opposizione» alle violazioni dei diritti umani, che ha subito incontrato la dura replica di Pechino. «Nessuno dovrebbe interferire con le questioni interne di un'altra nazione», ha detto il portavoce del ministero degli Esteri cinese, sottolineando che Cina e Stati Uniti hanno idee divergenti sui diritti umani e i temi religiosi: «Ci opponiamo fermamente a parole e atti che utilizzano questi argomenti per interferire negli affari interni di un altro Paese».

Il presidente Bush si è detto comunque «ottimista sul futuro della Cina» e ha riconosciuto a Pechino il «ruolo critico di leadership» esercitato nei negoziati con Pyongyang e il «rapporto costruttivo» con Washington riguardo la questione di Taiwan. Ma come «leader economico globale», la Cina ha il dovere «di agire in maniera responsabile in questioni come l'energia, l'ambiente e lo sviluppo in Africa. In definitiva, solo la Cina potrà decidere quale strada seguire... il cambiamento in Cina arriverà con i suoi tempi, secondo la sua storia e le sue tradizioni».

Un altro messaggio forte lanciato da Bush dalla Thailandia è diretto al popolo birmano e ai dissidenti: «Insieme cerchiamo una fine alla tirannia in Birmania. Questa nobile causa ha molti campioni, e io sono sposato a una di loro», ha detto riferendosi alla moglie Laura.

Anche il presidente francese Sarkozy ha voluto caratterizzare la sua visita-lampo in Cina per l'inaugurazione dei Giochi, come presidente di turno dell'Ue, per i diritti umani. Ha infatti trasmesso a Pechino, a nome dell'Ue, una lista di detenuti politici cinesi e di attivisti per i diritti umani, annunciando inoltre che incontrerà il Dalai Lama entro la fine del 2008.

Dalle nostre parti, invece, assistiamo a comportamenti dilettanteschi e un po' patetici. Mentre Frattini ripete ogni giorno che i Giochi non devono essere «politicizzati» perché «lo sport è sport», Bush e Sarkozy hanno proprio voluto politicizzare la loro presenza a Pechino per la cerimonia inaugurale delle Olimpiadi.

Nel suo editoriale di oggi Ernesto Galli Della Loggia scrive ciò che mi sono sforzato di dire nelle ultime settimane e mesi su questo blog: «Chi oggi proclama la necessaria separazione tra lo sport e la politica avrebbe forse fatto bene a dire qualcosa anche di fronte al prolungato, massiccio tentativo, fattosi sempre più asfissiante negli ultimi mesi, da parte del regime di Pechino, di usare propagandisticamente le Olimpiadi. Non era, non è politica pure questa? Mai come stavolta i Giochi servono anche ad uno scopo politico». Alla causa dei tibetani e dei diritti umani? No, servono alla causa del regime. Non il boicottaggio, ma almeno un cenno simbolico sarebbe servito a prendere le distanze da questa operazione propagandistica.

Visto che invece il governo italiano ha scelto di prendere parte alla cerimonia inaugurale, e che l'Italia sarà rappresentata dal suo ministro degli Esteri, suona ipocrita che ora qualche esponente di quel governo e della sua maggioranza tenti di lavarsi la coscienza chiedendo agli atleti quei gesti morali e politici che la politica non ha saputo né voluto compiere e che a questo punto dovrebbero evidentemente restare alla libera coscienza del singolo.

Ma nemmeno si può dire, come afferma il presidente del Coni Petrucci, che gli atleti italiani hanno il «dovere» di sfilare. Questa imposizione ha il sapore un po' fascista dell'adunata a Piazza Venezia. Ogni singolo atleta è libero e responsabile delle sue scelte. Tuttavia, gli atleti preoccupati che si chieda allo sport di "sostituire" la politica dovrebbero rendersi conto di far parte loro malgrado di un'operazione sommamente politica, di essere strumenti della politica del governo cinese.

Piccoli gesti preziosi da parte degli atleti (forse non dagli italiani) ci saranno, ne siamo certi. Già se ne vedono. In 127, di cui 40 olimpionici, hanno inviato una lettera al presidente cinese Hu Jintao nella quale chiedono di trovare una soluzione pacifica alla questione tibetana e di garantire i diritti umani. Gli Stati Uniti hanno scelto il figlio di un rifugiato sudanese per la cerimonia apertura. La tedesca Imke Duplitzer vuole gareggiare ma non parteciperà alla festa d'inaugurazione.