Pagine

Showing posts with label reale. Show all posts
Showing posts with label reale. Show all posts

Monday, September 08, 2014

I post della ragione

Se non vi sembra affatto "normale" l'impotenza, anzi l'ignavia con cui l'Occidente, da anni in totale assenza di guida americana, assiste alle teste mozzate, allo sfascio di un Medio Oriente e di un'Europa ormai teatri di conquista da parte degli jihadisti - territoriale del primo, culturale della seconda - e alle guerre espansionistiche russe alle porte dell'Europa... Se vi scandalizza la sensazione di "ordinaria amministrazione" con cui fingono di occuparsene da una parte i governi, nel susseguirsi di vertici inutili, riunioni fumose, comunicati copia-incolla, e dall'altra i mainstream media, con la loro fredda contabilità delle vittime tra un servizio sul gelato di Renzi e un altro sulla sinistra in camicia bianca... Se volete capire come siamo arrivati a questo punto, e soprattutto perché... E se vi sembra di essere rimasti i soli a porvi certe domande e ad esigere risposte e strategie vere, non equilibrismi e toppe mediatiche per passare la giornata, allora spulciate le oltre 700 pagine in cui Enzo Reale, ormai un anno fa, ha raccolto i post scritti per il suo blog (1972) nell'ultimo decennio.

L'ho acquistato su Amazon poche settimane dopo la sua uscita, poi l'ho lasciato lì, nella memoria del mio tablet (come faccio con molti libri), in attesa di un periodo di relativa calma per dedicargli il tempo che merita. Errore. L'ho sfogliato sull'onda dei terribili eventi degli ultimi mesi. Ma sarebbe più esatto dire che l'ho "riletto", perché dei suoi post sono stato un avido lettore fin dall'inizio, da quel lontano 2002 in cui il futuro dell'informazione sembrava ormai appartenere ai blog. Poi quella potenziale rivoluzione nel modo di "informare" sarebbe stata assorbita - almeno in Italia - dall'informazione tradizionale, con risultati spesso deludenti. Ma questa è un'altra storia...

In quei post ho ritrovato anche un pezzo della mia storia personale, sia da lettore che da osservatore, e senz'altro tutte le "nostre" ragioni. Sì, perché le mie e quelle di Enzo al 99% coincidevano/coincidono alla perfezione, oserei dire quasi telepaticamente, vista la distanza geografica. E' un libro che può essere aperto a caso e offrire commenti, analisi, punti e spunti di vista della realtà che sembrano scritti per essere letti oggi ma che non leggerete su nessun altro giornale o sito, almeno non con la stessa nitidezza e risoluzione. Che guarda dritto negli occhi, senza indulgenze, ipocrisie o compromessi, la crisi d'identità, il sonno della ragione, la coscienza sporca dell'Occidente. Resterete sorpresi dalla "banalità" della ragione, così la chiamerei, ossia da "verità" talmente evidenti da risultare scomode e, forse per questo, con troppa leggerezza ignorate.

Il mio consiglio è: acquistatelo, tenetelo lì, pronto all'uso. Leggetene qualche pagina ogni volta che avete la sensazione che l'Occidente si sia dimesso da se stesso. Vi sentirete meno soli. Se i «posti della ragione», quella "ufficiale", «erano tutti occupati» dal politicamente corretto, i post della ragione potete trovarli qui.
«Il problema che abbiamo oggi, in occidente, è che abbiamo perso la capacità di dare i nomi alle cose, di esprimere giudizi, di assegnare le colpe. Per paura, per viltà, per comodità. Ci siamo dimenticati che nonostante tutto siamo i buoni, e che esistono i cattivi. Non vediamo i nazionalismi di ritorno, ci crediamo immuni alle schermaglie che precedono i conflitti, non partecipiamo più a nessuna battaglia ideale».
PS. Ne è valsa e ne vale la pena Enzo, altroché!

Monday, October 10, 2011

Steve Jobs, genio del capitalismo o criminale?


Tra le molte cose che si sono scritte e dette in questi giorni di Steve Jobs, in particolare mi hanno colpito due riflessioni, non sulla sua morte quanto piuttosto sulle reazioni alla sua morte. Una di Alessandro Campi, «Perché Steve Jobs non mi ha cambiato la vita», su Il Foglio; l'altra di Enzo Reale, «La parabola del buon capitalista», sul suo blog 1972. Pur non avendo posseduto nessuno degli oggetti di culto creati da Jobs, e appartenendo al "partito" del Blackberry, faccio parte dei tanti che riconoscono serenamente la grandezza di Jobs nell'averci «cambiato la vita». Probabilmente il giudizio di Campi è condizionato troppo dalle ultime creazioni del "mago" californiano: l'iPod, l'iPhone, l'iPad. Pur essendo questi ultimi gli oggetti che hanno trasformato Apple da ristretta setta di esperti di grafica a «religione pop o light» di livello mondiale, e il suo fondatore in una sorta di guru, tuttavia a mio modesto avviso il maggior impatto sulle nostre vite quotidiane l'hanno avuto i suoi primi prodotti, i primi personal computer e lo sviluppo dell'interfaccia a icone. L'estrema intuitività con cui oggi comandiamo i nostri pc si deve principalmente a lui e senza questo sviluppo non avrebbero avuto la diffusione che hanno avuto tra le mura domestiche e sui posti di lavoro.

C'è un fondo di verità, dunque, nella riflessione del prof. Campi, quando dice che negli ultimi tre prodotti c'è più estetica, più marketing, che una reale «rivoluzione» nelle nostre vite e quando riconosce in Jobs il «capitano d'industria», geniale anche per aver inventato «un sistema di organizzazione aziendale, una tecnica di vendita e una forma di relazione con i consumatori». Se questo in qualche modo sminuisce la figura di Jobs agli occhi dell'intellettuale conservatore, che con un malcelato pizzico di moralismo denuncia il vuoto e la solitudine del consumismo e sembra liquidarlo come «un inventore con un grande senso per gli affari», è proprio l'aspetto industriale e capitalistico che Enzo Reale ci ammonisce a non nascondere sotto il politically correct. Se, e nella misura in cui Jobs ci ha «cambiato la vita», lo dobbiamo al puro spirito del capitalismo, mentre i giudizi sul guru della Apple sono così favorevoli perché delle sue innovazioni apprezziamo e enfatizziamo il «carattere sociale, ai limiti del filantropismo», quasi vergognandoci del fatto che dovremmo innanzitutto ringraziare il «grande capitalista» Jobs, «il cui obiettivo principale era vendere-guadagnare-investire-guadagnare di più».

La storia di Jobs, ma di tanti altri "geni" ancora in vita, è la dimostrazione più lampante che è la ricerca del profitto, «l'avidità», per dirla alla Milton Friedman, a far progredire il mondo, e quindi a cambiare in meglio non solo le vite di chi si arricchisce, ma anche quelle di milioni di persone, spesso dell'intera umanità. «Quella di migliorare e modernizzare la realtà - conclude Reale - è una virtù insita nell'etica capitalista e nello svolgimento dell'attività economica nei sistemi di libero mercato. Il fatto che per lodare un capitalista ci sentiamo in dovere di glorificarne il ruolo di benefattore della società non è che l'ennesimo esempio di come in fondo continuiamo a vergognarci di quello che siamo e a considerare il denaro, il profitto, la ricchezza come peccati da espiare».

Senza l'etica capitalista, senza la prospettiva di straripanti ricchezze, non avremmo avuto né Steve Jobs né i suoi prodotti. Dovremmo ricordarcene quando ascoltiamo parole come quelle del regista Ermanno Olmi, in questi giorni nelle sale con il suo ultimo film, «Il villaggio di cartone», un sermone pauperista e catto-comunista. Secondo il regista, «essere stra-ricchi, sopra un certo livello, è un crimine, perché si sottrae ricchezza a molti». Dunque, Jobs, o Bill Gates o Mark Zuckerberg, sarebbero dei «criminali»? Chiediamoci: hanno sottratto, o piuttosto creato ricchezza, se non altro per i milioni di posti di lavoro che hanno creato, e non solo nelle loro aziende? La risposta è sotto gli occhi di chiunque non sia accecato dall'invidia sociale o da ideologie oscurantiste e illiberali. Mi ha lasciato francamente l'amaro in bocca che tesi così strampalate dal punto di vista economico - perché i sistemi di libero mercato non sono affatto giochi "a somma zero" - e così "disumane" - sì, disumane per quanto rappresentano la negazione del più genuino spirito dell'uomo - imperversino in questi giorni persino sulla radio di Confindustria.

Thursday, February 18, 2010

Pazzo per la Corea del Nord

Enzo Reale ha pubblicato sul suo blog, 1972, la quarta e ultima puntata della sua intervista ad Alejandro Cao de Benós, catalano e ad oggi l'unico funzionario occidentale nel governo della super blindata Corea del Nord. Prendetevi un po' di tempo per la lettura integrale dell'intervista, ne vale la pena. Qui la prima, la seconda e la terza parte.

Thursday, January 28, 2010

Anche Kim Jong-il ha i suoi ammiratori

Da leggere questa intervista in due parti (prima e seconda) di Enzo Reale ad Alejandro Cao de Benós, «l'unico funzionario occidentale nel governo della Corea del Nord». Enzo non smette mai di sorprendermi (mai dove l'hai scovato questo tizio?). Ne è uscita fuori una conversazione molto, molto emblematica. Sul suo blog, in quattro puntate (oggi la prima), la versione integrale.

Tuesday, July 28, 2009

L'unica "policy" è la convivenza

Il solito puntuale ed informato Enzo Reale sulla tristissima situazione birmana (da Mizzima.com):
Il tentativo di comprare la libertà di Aung San Suu Kyi con la promessa di nuovi investimenti dimostra una dose di improvvisazione e ingenuità che dovrebbe preoccupare gli attivisti per la democrazia dentro e fuori la Birmania e, in generale tutti coloro che hanno sempre guardato agli Stati Uniti come a una forza di cambiamento democratico nei paesi autoritari. Invece di lavorare per liberare la Birmania e i suoi cittadini, Hillary Clinton sceglie di concentrare gli sforzi americani verso un obiettivo simbolico, popolare e limitato, la liberazione del Premio Nobel per la Pace.
(...)
Le parole del Segretario di Stato sono inopportune per diverse ragioni. Innanzitutto sembrano suggerire che la realtà di miseria e di oppressione di 55 milioni di persone possa essere ridotta al destino di una singola, per quanto importante, icona democratica. Se potesse parlare, sono sicuro che Aung San Suu Kyi rifiuterebbe questo scambio: lei considera la sua libertà uno strumento per la liberazione del popolo birmano e non viceversa.
(...)
la proposta sottolinea tutta la debolezza (se non la inesistenza) di una strategia americana sulla Birmania. Dopo le dichiarazioni di Clinton, i generali sono più che mai consapevoli che il governo americano non ha idea di come trattare con loro. Non c'è nessun piano, solo un gioco di corteggiamento e rifiuto, di carota e bastone, che probabilmente li sta facendo divertire. In realtà, sembra che l'unica "policy" tangibile sotto Obama sia la convivenza con i regimi autoritari, in Asia e altrove: "normalizzazione" è la parola chiave.
(...)
democrazia e sviluppo sono intimamente collegati ed è impossibile promuovere uno sviluppo reale se continuerà il ladrocinio nazionale gestito da un governo spietato ed illegittimo. L'unica cura per la malattia della Birmania è la fine della dittatura, non più soldi (soldi occidentali, di nuovo?) nelle tasche dei generali. Signora Clinton, liberi la Birmania e libererà anche Aung San Suu Kyi.
Parole sagge, ma in questo periodo, anche alla luce della gaffe sull'Iran (l'offerta dell'«ombrello militare» ai Paesi minacciati dall'atomica iraniana), Hillary non mi pare nel massimo della forma ed è sicuramente "azzoppata" dalla mancanza di una totale identità di vedute con la Casa Bianca.

Friday, July 10, 2009

Ingerire in nome della stabilità

Mi sembra che sia stato poco sottolineato il fatto che in due anni il governo cinese ha dovuto far fronte a due rivolte delle minoranze etniche che rappresentano gran parte della popolazione in due province enormi e ricche di risorse come il Tibet e lo Xinjiang. E ha dovuto far ricorso a repressioni sanguinose come non se ne erano viste da vent'anni, da Piazza Tienanmen. Se si considera la crescita delle proteste che non fanno notizia, quelle contro la corruzione e gli abusi delle autorità o quelle dei lavoratori per le loro condizioni (secondo un rapporto governativo 100mila l'anno, rispetto alle 80mila di tre anni fa - ogni 4 minuti una protesta di oltre 100 persone), bisogna concludere che la crescita della Cina sia tutt'altro che "armoniosa" e che anzi l'instabilità interna stia aumentando pericolosamente, per la Cina ma anche - per gli stessi motivi per cui è ritenuta ormai interlocutore irrinunciabile su tutti i temi globali - per la stabilità economica e politica del resto del mondo. C'è n'è abbastanza per preoccuparsi e per "ingerire" un po' negli affari interni cinesi? Le dimensioni del PIL e la percentuale della sua crescita sono davvero gli unici parametri che rendono la Cina indispensabile per la governance globale, o non dovrebbe contare anche (non dico la democrazia, roba da neocon ormai) la stabilità interna? Si è parlato di escludere l'Italia dal G8 per un premier che si gode la vita, ma nessuno mette in dubbio i titoli della Cina di far parte di un G14 nonostante sia sempre più evidente che è seduta su una polveriera. Il rientro frettoloso del presidente Hu Jintao non è solo un colpo all'immagine e alla credibilità dell'ideale di "società armoniosa", ma essendo "la prima volta nella storia della Repubblica popolare che un presidente abbandona un appuntamento ufficiale per rientrare in patria", come ha ricordato Il Foglio, è la prova che la crescente instabilità preoccupa come mai prima i vertici cinesi, anche se a quanto pare non i governi occidentali. La mancanza di democrazia e le politiche repressive sono sempre state giustificate dalla leadership cinese con l'esigenza di mantenere la stabilità, ma nonostante l'avanzato stato di "sinizzazione" e la politica di investimenti nello Xinjiang e in Tibet, ora proprio quelle politiche si rivelano causa di instabilità. E' una conferma - per i molti che sembrano ancora averne bisogno - che la democrazia è l'unica via per una "società armoniosa" e per la stabilità. Questo chi dovrebbe farlo capire ai cinesi?

UPDATE: Splendido post di 1972. Anche Enzo si sofferma sulla «periferia dell'impero» e sente puzza di ex Jugoslavia:
Si può leggere in tanti modi la storia del XX secolo, ed uno di essi è certamente l'emergenza di forze centrifughe all'interno di strutture statali ortopedicamente assemblate. La lotta degli imperi comunisti centralizzati contro le tendenze disgregatrici si è svolta sempre attraverso i classici strumenti dello spostamento di popolazioni (colonizzazione dei territori periferici), della propaganda nazionalista e della repressione violenta. Ciascuno di questi tre elementi è presente nel caso uiguro.
La Cina «che pretende di essere una grande potenza internazionale» in realtà non ha le carte in regola. L'instabilità dovuta ai conflitti etnici e sociali è in pericolosa crescita e per ora non irradia alcun modello coerente che possa competere con quello liberaldemocratica, né alcuna attraente way of life: «Ethnic conflict is perhaps the most intractable problem, even for democracies. For one-party states, it is almost insoluble».

Thursday, July 02, 2009

Re: Honduras, esercito e democrazia

Tanto siamo d'accordo sul fatto che parlare di "golpe democratico" è un ossimoro, che nel post di ieri ho premesso «per quanto può esserlo un golpe militare», ho messo tra virgolette l'attributo "democratico", osservato che ovviamente «la via più appropriata era quella legale dell'impeachment» e che dalla mossa dei militari l'unico che ha tratto vantaggio alla fine è stato proprio Chavez. Intendevo far notare però che con troppa facilità i governi europei e quello americano si sono espressi, e con quale nettezza, per nulla turbati dal trovarsi al fianco di Castro e Chavez. Il caso iraniano ha dimostrato che sono capaci di ben altre sottigliezze.

E' anche perfettamente chiaro che il modello honduregno non è il modello Westminster, e in alcuni (sia pure pochi) paesi in cui le istituzioni democratiche sono ancora fragili, storicamente l'esercito ha avuto un ruolo importante nella difesa della democrazia. Solo recentemente la Turchia sta diventando un paese più europeo per quanto riguarda il rapporto tra autorità civili e militari, ma l'esercito è stato per decenni un baluardo a difesa delle istituzioni secolari dello stato, ha impedito l'islamizzazione del paese non con la dittatura, come in Egitto, ma favorendo la democratizzazione. Ha difeso con la forza quel fragile processo democratico dai suoi nemici interni. Un intervento dell'esercito che in democrazie avanzate come le nostre non potrebbe mai essere autorizzato o tollerato, in democrazie più fragili sono le stesse costituzioni che lo prevedono per tutelare il sistema da attori - partiti islamici o caudillo - che operano al suo interno ma per scardinarlo.

Se poi, nel caso di Zelaya, si prendessero sul serio le voci secondo cui sarebbe stato lui stesso a preferire l'esilio all'impeachment e all'arresto, ciò non farebbe altro che dimostrare ulteriormente l'ingenuità e la goffaggine dei militari. I governi occidentali avrebbero dovuto sì condannare il golpe, ma anche pretendere da Zelaya l'abbandono di tutte le ambizioni plebiscitarie. Sono d'accordo che per promuovere la democrazia «la prima cosa da fare sia escludere dall'orizzonte tutto ciò che non lo è», e non vuole esserlo, ma non che dovremmo escludere dal nostro orizzonte anche ciò che le somiglia e che vorrebbe esserlo, come l'Honduras o l'Iraq.

Thursday, June 11, 2009

Cosa non dobbiamo aspettarci dalle urne iraniane

Se a dar retta alla copertura dei mainstream media si ricava l'impressione che domani in Iran si svolgeranno elezioni libere e corrette, come ha giustamente fatto notare Enzo Reale, mi sembra che corriamo un rischio ulteriore.

Come ha sottolineato Con Coughlin in un lucidissimo editoriale sul Wall Street Journal, «dopo aver sofferto tre decenni di isolamento internazionale e incessante rivoluzione islamica, si pensa che milioni di elettori democratici in Iran hanno la possibilità di esprimere il loro disincanto nei confronti della dittatura religiosa. Non è così». Solo i candidati approvati dal clero al potere infatti sono stati ammessi a concorrere. E questo è bene tenerlo presente in ogni analisi, in ogni editoriale, in ogni "reportage", come premessa necessaria di qualsiasi considerazione.

Il rischio ulteriore a cui accennavo è che, come accaduto per il "riformista" Khatami, in Occidente si ripongano eccessive speranze nel candidato che oggi si oppone ad Ahmadinejad: Mir Hossein Mousavi. Ricordare la delusione Khatami per non coltivare troppe illusioni in questo Mousavi e aspettarlo, se mai dovesse vincere, il che mi pare improbabile, alla prova dei fatti. Dopo tutto, come ricorda Coughlin, «provare a incoraggiare i moderati a prevalere a Teheran è stato il santo gral dei politici occidentali per decenni». Con Teheran bisogna guardare ai fatti, non etichettare come "riformista" chi si definisce tale, o chi si esprime in modo più moderato di Ahmadinejad. Il che è davvero troppo facile.

Thursday, June 04, 2009

Tienanmen è ancora qui

Oggi, 4 giugno, sono vent'anni dal massacro di Piazza Tienanmen, ma sembra ieri. E il volto, i volti, della dittatura cinese sono sempre gli stessi, nonostante gli enormi cambiamenti socio-economici. "Tiananmen Is Still Here" («Tienanmen è ancora qui»), dice Bao Tong, dai suoi arresti domiciliari a Pechino, al Wall Street Journal.
All of China's major social problems today arise from the influence of June 4... Tiananmen is still here. However, it's not a Tiananmen massacre, it's suppression in the style of a "little Tiananmen"... A "little Tiananmen" incident is using the police, using violence or using power to suppress the common people. This is happening everywhere... Every four minutes there is a protest with more than 100 people [Mr. Bao cites a report that estimates China sees 100,000 protests per year, up from 80,000 three years ago]... Using the police to resolve disputes has become so common, it's as normal as eating a meal or drinking tea. So how many "little Tiananmens" are there? How many little Deng Xiaopings are there?
Per Bao Tong la memoria di Tienanmen, la revisione storica di ciò che realmente accadde, l'ammissione degli errori e delle colpe, è vitale per il futuro della Cina:
You have to say it clearly: It's not a good system, it's a bad system. It has to be stated that the people who were killed were good people, and they shouldn't have been killed... We must announce that Tiananmen was a criminal action. That soldiers, from now on and forever, cannot oppose the common people. This gun cannot be pointed at the people.
Purtroppo, a vent'anni da quel crimine, Bao Tong ammette che il regime è più al sicuro oggi, la minaccia al potere del partito unico minore di quanto lo fosse all'epoca:
At that time, people could say Mao Zedong was wrong. Today, they can't say Deng Xiaoping was wrong. The spread of the Internet is a good thing, but it is also a bad thing. Because in the hands of the government, it becomes a tool for brainwashing.
Pechino mantiene il suo controllo sul popolo cinese con la crescita economica, concedendo sussidi, assicurando da mangiare.
China can survive. But China will not be able to resolve the fundamental conflict between the government and the people... In the long-term view, it's a big problem.
Un grosso problema la cui unica soluzione è la democrazia parlamentare. E la via cinese alla democrazia, secondo Bao Tong, potrebbe essere un sindacato indipendente, come Solidarnosc in Polonia:
Some people say China has its own unique characteristics and should follow its own path. I don't believe that. As I see it, China uses the same light bulbs as the rest of the world. They aren't light bulbs with Chinese characteristics... Let the peasant workers form their own unions, and have their own elections.
Anche le pressioni internazionali contano:
I want the international community, when looking at China, to put China's human-rights record in the spotlight. If a government doesn't take responsibility for its own people, it can't take responsibility on the international stage.
La speranza del cambiamento viene tenuta viva anche dagli imprenditori e dal nuovo ceto medio, ma solo da parte di essi, spiega Bao Tong:
There are two types of entrepreneurs: One type relies on himself and his own strength. Another type relies on the government, connections and backdoor favors. These two types of entrepreneurs have different hopes for China's future. Those who depend on the government's wealth, they like one-party rule... But independent entrepreneurs, who rely on their own ability to compete in the market - what they really want is equality and for the same rules of the game to be applied to everyone. Of course they cannot live very happily in a one-party state. What they want, I believe, is also parliamentary democracy. It's just like Zhao Ziyang said: Only parliamentary democracy can really complement a market economy.
Con l'avvicinarsi dell'anniversario a Bao Tong è stato proibito qualsiasi contatto con i media dopo questa intervista al WSJ e, per maggior sicurezza, "invitato" a lasciare Pechino per alcuni giorni.

Su Asianews, le riflessioni di Wei Jingsheng:
Quale potere ha invece incoraggiato il popolo cinese fino a rischiare le loro vite in un confronto con il governo dittatoriale, equipaggiato di carri armati e di mitragliatrici? È la libertà. La sete di libertà e quel poco spazio di libertà di parola durato due mesi ha prodotto il grande coraggio del mio popolo.
E mentre le autorità "commemorano" Tiananmen con arresti, siti internet oscurati, e controlli sui turisti, è uscito in inglese, ne avevo parlato qualche giorno fa, il libro di memorie di Zhao Ziyang, segretario del Partito comunista cinese all'epoca della sanguinosa repressione, colui che dall'interno del regime sosteneva il dialogo con gli studenti. Andò diversamente, come sappiamo. Vi consiglio vivamente la "pre-recensione" di 1972, come al solito impeccabile:
Ovviamente salva se stesso, contrapponendo la sua mentalità aperta e riformatrice alle chiusure dei vertici. Ma al di là del punto di vista comprensibilmente soggettivo, il documento storico è di una importanza epocale, se si considera che oggi in Cina l'argomento è di fatto bandito dalla discussione politica e che la versione ufficiale delle proteste democratiche come "disordini controrivoluzionari" resta l'unica accettata... Sugli studenti il suo giudizio rivela alcuni problemi di interpretazione: secondo lui la più grande richiesta di libertà nella storia cinese si poteva risolvere con alcune piccole correzioni degli errori di gestione. Non volevano il rovesciamento del sistema, afferma, ma la sua rettifica. Risulta difficile credere a questa versione, che probabilmente fu quella con cui lo stesso Zhao provò a convincere il Politburo, finché gli fu permesso, a non usare la forza contro i civili e che finì per assimilare come la unica realtà. Qui emerge un aspetto della figura di Zhao Ziyang che sarebbe un errore non sottolineare: nonostante la sorte comune, gli arresti domiciliari, Zhao non era un Aung San Suu Kyi cinese. Non era un leader di opposizione, nemmeno di una fazione interna al Partito. Era un membro di primo piano di quello stesso Partito che nelle sue memorie critica così aspramente e non ne uscì finché non fu spodestato. Era un uomo che certamente non voleva sparare agli studenti ma che comunque voleva salvare il Partito e il suo potere. E' per questo che ciò che più sorprende nelle sue memorie è, a mio avviso, il suo riconoscimento del valore della democrazia parlamentare come unico strumento possibile per il governo della nazione cinese: il suo richiamo alla necessità di un sistema multipartitico, della libertà di stampa e di un giudiziario indipendente, potrebbero essere tranquillamente sottoscritti dai promotori della Charta 08, il documento che lo scorso dicembre ha scosso la scena politica cinese... Quando si parla del governo cinese va sempre tenuto presente che senza Tiananmen, senza quel bagno di sangue, gli attuali detentori del potere non sarebbero oggi dove sono. L'attuale classe dirigente che regna a Pechino è figlia di quel massacro, e chi fa finta di dimenticarselo rende uno scarso servizio alla verità. Il ventennale della strage era già un grattacapo non da poco per Hu Jintao e compagnia. Con Zhao che parla dalla tomba rischia di diventare un piccolo grande incubo.

Wednesday, May 20, 2009

Processo ad Aung San Suu Kyi

Per rimanere aggiornati sul processo del regime birmano ad Aung San Suu Kyi, per saperne di più sui fatti «rilevanti» o «irrilevanti» intorno ad esso, non c'è miglior modo che seguire i post di 1972. La giunta militare si accontenterà di una proroga di un altro anno degli arresti domiciliari, oppure approfitterà della situazione favorevole a livello internazionale per saldare i conti con la leader dell'opposizione democratica infliggendole una condanna a più anni di carcere?

L'unica certezza, per ora, è la nostra totale e colpevole impotenza. Al di là di appelli e dichiarazioni che spuntano come funghi ma che non fanno certo una politica. Cominciano a risultare indigesti per l'alto tasso di ipocrisia che contengono.

Wednesday, April 22, 2009

Le critiche del Dalai Lama e la risposta del regime a Charta 08

In una conferenza stampa tenuta oggi a Tokyo, il Dalai Lama è tornato a criticare la Cina. Sfiduciato dall'assenza di risultati della sua ultradecennale politica della "Via di mezzo", negli ultimi tempi le sue critiche si sono fatte più dure ed esplicite, quasi a voler dimostrare ai tibetani in Tibet di tenere in considerazione la loro crescente frustrazione. Lo stallo nei colloqui con Pechino e l'inasprimento della repressione spingono sempre più tibetani a criticare la moderazione del Dalai Lama e a sostenere una linea d'azione più radicale.

Ma nelle sue più recenti critiche al governo cinese il Dalai Lama sembra anche concentrarsi più sulle violazioni dei diritti umani in tutta la Cina che solo sulla questione tibetana. «Una nazione così grande come la Cina si comporta come un bambino». Il governo arresta «regolarmente» chi è in dissenso verso la sua politica, ma «una grande nazione di oltre un miliardo di persone non deve avere paura» di ogni minimo dissenso, osserva il Dalai Lama. La Cina è «una potenza demografica, militare, ed economica. Ora la quarta condizione perché diventi una superpotenza è l'autorità morale. In questo è carente». E la chiave per guadagnarsi l'autorità morale è la «fiducia». «Una ragione di debolezza del governo cinese – spiega – è che non c'è trasparenza, dà sempre notizie distorte». Quello della trasparenza e della fiducia nelle comunicazioni del governo è in effetti un tasto al quale gli stessi cinesi stanno diventando molto sensibili.

Tra i paesi responsabili del maggior numero di violazioni dei diritti umani che nei giorni scorsi hanno partecipato alla conferenza dell'Onu sul razzismo c'era anche la Cina, che è riuscita ad ottenere l'esclusione dalla conferenza del Tibetan Centre for Human Rights and Democracy (Tchrd), ong ammessa al primo appuntamento di Durban nel 2001. All'agenzia di stampa Asianews il direttore del Centro ha denunciato l'esclusione e raccontato il «sistematico razzismo» praticato dalle autorità cinesi nei confronti dei tibetani.

Eppure, qualcosa sembra muoversi all'interno del regime cinese. All'inizio della settimana scorsa il Consiglio di Stato ha pubblicato il primo "Piano di azione nazionale per i diritti umani", nel quale in perfetto stile comunista vengono "pianificati" gli obiettivi del prossimo biennio nel campo dei diritti civili e sociali. Ne abbiamo parlato qualche post fa.

Al di là della sua attuazione - piuttosto improbabile - è importante l'ammissione implicita da parte del Partito dell'esistenza di diritti umani fondamentali diversi dal diritto del popolo alla mera sussistenza, in nome del quale Pechino ha sempre giustificato i suoi più orrendi crimini. Da sempre infatti Pechino afferma che i diritti umani come concepiti in occidente non siano applicabili alla diversa realtà cinese. Il Piano indica ancora come prioritaria «la protezione dei diritti del popolo alla sussistenza» (mangiare, abitare, vestirsi), ponendosi gli obiettivi di aumentare i redditi, creare 180 milioni di nuovi posti di lavoro, costruire case popolari, ma per la prima volta accanto ad essi compaiono diritti umani di diversa fattispecie. La stessa agenzia di stampa ufficiale Xinhua riferisce che «il governo ha ammesso che la Cina ha davanti una lunga strada nel tentativo di migliorare la situazione dei diritti umani».

Siamo di fronte ad un cambiamento di visione? Di certo una concessione, anche se solo formale, alla quale potranno appellarsi quanti si battono per i diritti umani in Cina e la comunità internazionale. E di certo, come osserva Enzo Reale su Laogai.it, «è significativo che questo programma d'azione arrivi solo pochi mesi dopo la diffusione della Charta 08, ovvero il più importante manifesto politico prodotto dalla società civile cinese nei sessant'anni di dittatura comunista. In un certo senso il Piano rappresenta la goffa risposta del governo cinese alla dichiarazione dei trecento e ne conferma involontariamente la rilevanza politica. I promotori e i firmatari della Charta 08 ottengono in questo modo una doppia vittoria: in primo luogo perché il documento è evidentemente riuscito a bucare le maglie della censura e del silenzio ufficiale, diventando un punto di riferimento anche per i suoi oppositori; ma soprattutto perché obbliga il Partito Comunista a misurarsi sul terreno dei diritti umani».

Saturday, February 07, 2009

Quando il dibattito è disonesto

L'editoriale di oggi di Ernesto Galli Della Loggia dà modo di tornare su due aspetti mai sufficientemente sottolineati nei dibattiti, televisivi o sui giornali, sul caso Englaro. Galli Della Loggia tratta i due principali argomenti usati da coloro che si oppongono a lasciar morire Eluana: la sua volontà non è certa (in quanto «ricostruita ex post su base totalmente indiziaria»); la morte per sospensione del nutrimento e dell'idratazione è comunque dolorosa e disumana.

Qui occorre mettersi d'accordo perché il dibattito sia onesto intellettualmente. Tutti quelli che oggi si preoccupano tanto della reale volontà di Eluana, sono gli stessi che solo due anni fa passavano sopra la volontà, non «ricostruita», ma personale e consapevole, di Welby. Tutti coloro per i quali lo scandalo oggi è la sospensione del "cibo" e dell'"acqua", sono gli stessi che si opponevano alla richiesta di Welby di essere staccato da un ventilatore meccanico che lo teneva in vita pompandogli aria nei polmoni, considerando il distacco al pari di un omicidio.

E' la prova della disonestà intellettuale di questi interlocutori. Non si può fingere di preoccuparsi della reale volontà del soggetto, anche se si sarebbe comunque contrari alla sospensione dei trattamenti qualora sia il soggetto stesso ad esprimersi in prima persona; non si può sollevare la questione della natura, umanitaria e non terapeutica, dell'alimentazione e dell'idratazione, pur essendo contrari anche al distacco delle macchine.

E' ovviamente lecito essere contrari a lasciar morire Eluana o chiunque altro, ma bisogna dirla tutta e non usare argomenti pretestuosi, sollevare obiezioni che quand'anche fossero superate non sposterebbero di un millimetro le proprie conclusioni. Si dica chiaro e tondo che il nostro corpo non ci appartiene. Appartiene allo stato, o a Dio, che lo gestiscono attraverso i loro "sacerdoti". Certo, mi rendo conto che questa sarebbe una posizione un tantino più impopolare che alimentare dubbi sulla volontà di Eluana, riferita dal padre e dalla famiglia in modo univoco, o fare appello alla sensibilità del pubblico per il "cibo" e l'"acqua" negati. Purtroppo, non ho mai sentito o letto nessuno denunciare questi trucchi retorici.

Un'ulteriore prova sta nel fatto che anche lo stesso ddl varato dal governo non si preoccupa mimimamente della reale volontà dei soggetti. Laddove il divieto di sospensione dell'alimentazione e dell'idratazione riguarda tutti coloro «non in grado di provvedere a se stessi», ci si riferisce sia a soggetti incoscienti che coscienti e capaci di intendere e volere ma, per esempio, non in grado di muoversi e, appunto, di provvedere autonomamente a se stessi. Anche se Eluana potesse esprimersi oggi, questo decreto le negherebbe l'accoglimento delle sue richieste.

Infine, Galli Della Loggia propone di «non produrre la morte di alcuno negandogli l'idratazione e l'alimentazione», ma attraverso «la non somministrazione» di quei farmaci che «non possono arrecare alcun giovamento ma al massimo assicurare l'indefinita prosecuzione» dello stato vegetativo. Galli Della Loggia non è un medico. Anch'io non lo sono, ma a intuito credo che sospendendo quei farmaci, e non l'alimentazione e l'idratazione, Eluana andrebbe incontro ad una morte ben più traumatica. Per infezione, per trombosi, o per soffocamento.

Da cattolico, a denunciare l'errore del governo, e della Chiesa, è il filosofo Giovanni Reale, intervistato dal Corriere: il decreto «si oppone all'idea di libertà su cui è radicato il concetto occidentale dell'uomo. E lo dico da cattolico». La Chiesa stessa, ricorda, dice che «si può rinunciare all'utilizzo di procedure mediche sproporzionate e senza ragionevole speranza di esito positivo. Ed è proprio questo il caso di Eluana: qui non c'è stata proporzione e non c'è nessuna ragionevole speranza di esito positivo. E allora? Perché questo accanirsi contro di lei?».

Eluana, e come lei Welby, avanzano la stessa condivisibile richiesta dal punto di vista umano: «Lasciate che la natura faccia il suo corso, non fatemi restare vittima di una tecnologia che costruisce qualcosa di sostitutivo e artificiale rispetto alla natura. È un'affermazione identica a quella che si dice abbia fatto Giovanni Paolo II: lasciatemi tornare alla casa del padre». L'errore che stanno commettendo la Chiesa e la politica è di politicizzare «qualcosa che con la politica non c'entra niente».

Tuesday, February 03, 2009

Da non perdere

Christian Rocca torna a trattare la complessa questione giuridica stato di diritto-sicurezza nazionale. L'aveva già fatto, ma è sempre utile tornarci, per i pochi - ahimé - interessati a capire e a non accontentarsi delle banalità che si sentono e si leggono sui mainstream media.

Il problema della detenzione dei terroristi non nasce con l'11 settembre, né per la cattiveria di Bush, anche se dopo l'11 settembre e con Bush ha assunto una enorme visibilità. E' un problema giuridico complesso, perché ai terroristi è difficilmente applicabile lo status di belligeranti secondo la Convenzione di Ginevra. Una «convenzione» sulla quale - come dice il nome stesso - tutte le parti in conflitto (gli stati) devono convenire.

Enzo Reale torna su Charta 08, l'appello per le riforme democratiche in Cina sottoscritto da migliaia di cittadini cinesi, sia famosi dissidenti che gente comune.
«Non è tanto la diffusione del testo tra la popolazione quanto la coerenza e la novità dei principi esposti a rappresentare un punto di rottura destinato a produrre conseguenze, lentamente ma inesorabilmente... per i nemici o gli scettici della democrazia, c'è sempre una scusa per ritardare la fine dell'autoritarismo: o perché le cose vanno troppo bene e vuoi mica toccarle, o perché vanno male e allora perché infierire, o perché ci pensa il Partito a riformarsi e siamo ancora tutti qui ad aspettare».
E il regime studia le tattiche migliori per reprimere il fenomeno sul nascere. Ne è un esempio il comunicato appeso nella bacheca dell'Università di Legge di Pechino. Su 1972.

Friday, December 05, 2008

Lo spreco della blogosfera liberale

Andrea Mancia scrive su Liberal questo articolo sulla distanza tra politici di centrodestra e il mondo di internet. Un articolo pieno di considerazioni più che fondate. Enzo Reale (1972) gli fa giustamente notare che esiste tra giornalismo e blog una «separazione - voluta, difesa e accentuata dalla casta - ancora più grande». Si sta parlando di «bloggers di centrodestra», ma basterebbe parlare più semplicemente di «gente che ha qualcosa da dire e lo dice abbastanza bene». Siccome quando si è totalmente d'accordo c'è poco da aggiungere, riporto integralmente l'intervento di Enzo:
Ciao Andrea.
Questo post calza a pennello per una discussione che non si vuole aprire, per mancanza di tempo, di voglia, perché va bene così.
Giano ha perfettamente descritto qual è la situazione attuale della blogosfera non di sinistra e più in generale del giornalismo italiano non di sinistra.
Quando i pionieri aprirono i loro blog negli anni 2002-2003 (immodestamente mi includo), la blogosfera liberale era ridotta numericamente ma influente (o più influente) concettualmente. Oggi, con tanto di aggregatore ufficiale, la blogosfera liberale ha perso importanza, consistenza e sicuramente non è riuscita a diventare un punto di riferimento. Nel frattempo l'altra metà del cielo, quasi irrilevante fino a qualche anno fa nel nostro paese (parlo sempre di blog), ha acquisito consistenza e ha finito per creare e trainare opinione, per accaparrare la maggior parte del seguito mediatico, in una frase per fare tendenza.
Perché? Per sinergie, evidenti a sinistra, inesistenti nel centrodestra.
Mi spiace dirlo Andrea ma la colpa è anche del giornalismo ufficiale. Quanti bloggers sono stati arruolati a tempo pieno dalle testate di riferimento? Quanti ne ha presi Liberal? Il Foglio? Il Giornale? Che attenzione si dà alla loro attività, alle loro analisi, alla novità del mezzo e dei contenuti? Chi, oltre ad accorgersi di noi, ha davvero il coraggio di usarci a dovere?
Nessuno, Andrea.
Da TocqueVille non è nato nulla alla fine, i discorsi di Sestri si sono persi nella confusione, il "più grande aggregatore d'Italia" è diventato un calderone senza né capo né coda dove un'analisi originale da prima pagina viene trattata alla stregua di un articolo copiato chissà dove o di un'invettiva razzista qualunque e potrei continuare.
Come facciamo a lamentarci se Berlusconi non si accorge di noi se nemmeno voi professionisti dell'informazione lo fate?
Andrea, abbi pazienza, ma stavolta l'ipocrisia non è dei politici.
Sarebbe bello poterne parlare davvero, sui rispettivi blog, se almeno noi ci leggessimo, chiaro.
Saluti.

Thursday, November 20, 2008

Il Dalai Lama ha rinunciato

Non mi pare che se ne sia parlato o scritto molto sui mainstream media. E neanche qui, dove mi ero ripromesso di farlo appena ne avessi avuto il tempo. Ci ha pensato però Enzo Reale, sul suo blog e sul Foglio.it. A Dharamsala si sta svolgendo in questi giorni «una riunione senza precedenti. Circa 500 attivisti, leaders politici e spirituali della diaspora si sono dati appuntamento per mandare in pensione il Dalai Lama».

All'ordine del giorno c'è una riflessione sulla Via di Mezzo, la strategia che per decenni il Dalai Lama ha perseguito nei rapporti con le autorità cinesi: la richiesta dell'autonomia e non dell'indipendenza; e, nel metodo, la nonviolenza, la ricerca costante del compromesso e del dialogo. «Una strategia che, dati alla mano, non ha prodotto nessun risultato concreto per la popolazione tibetana ed ha anzi portato ad un intensificarsi della repressione e ad una cinesizzazione sempre più marcata».

Da molto tempo è opinione di Enzo - e credo sia più che fondata - che il Dalai Lama, «la sua figura e la sua predicazione nonviolenta, così apprezzate in occidente, sono diventate alla lunga un ostacolo per le rivendicazioni di un popolo oppresso».

Sembra esserne consapevole lo stesso Dalai Lama, che di recente ha usato proprio il termine «ostacolo». Alla fine di ottobre manifestava tutta la sua frustrazione per l'assenza di progressi. Confessando di aver perso la speranza di trovare una soluzione con il governo cinese, chiedeva ai tibetani di decidere la futura linea d'azione, ribadendo che «la questione del Tibet è la questione del popolo tibetano, non del Dalai Lama».
«So far I have been sincerely pursuing the mutually beneficial Middle-Way policy in dealing with China for a long time now but there hasn't been any positive response from the Chinese side. I have now asked the Tibetan government-in-exile, as a true democracy in exile, to decide in consultation with the Tibetan people how to take the dialogue forward...»
«In assenza di qualsiasi adeguata e puntuale risposta dalla leadership cinese - ha riconosciuto - la mia posizione di Dalai Lama sta diventando solo di ostacolo, invece di aiutare a trovare una soluzione alla questione del Tibet. Per quanto mi riguarda, ho rinunciato... i tibetani devono prendersi la seria responsabilità di discutere la futura linea d'azione».

Ma esiste una via alternativa, considerando i rapporti di forza con la Cina e l'apatia della comunità internazionale?

Wednesday, April 09, 2008

La Via del Dalai Lama è sbagliata? Una nuova politica con la Cina serve anche all'Occidente

da Ideazione.com

Il più rilevante elemento di novità politica riscontrabile nella crisi tibetana iniziata il 10 marzo scorso è senz'altro lo scollamento tra il movimento di protesta montato all'interno del Tibet e la sua leadership spirituale e politica, il Dalai Lama, che è fuori dal Tibet e che siamo portati a identificare con la causa tibetana. Le manifestazioni di monaci e civili, a volte rabbiose e violente, rappresentano una risposta, sia pure discutibile, a un interrogativo che dovremmo porci seriamente anche noi in Occidente e che si è posto, su Ideazione (31 marzo 2008), Enzo Reale. Quale risultato concreto, quale miglioramento reale nelle vite di milioni di tibetani ha prodotto mezzo secolo della politica del Dalai Lama?

In queste settimane dal Tibet è giunta una risposta chiara: nessun risultato. La frustrazione ha indotto i tibetani a una ribellione i cui eccessi violenti rappresentano una forma di contestazione implicita, e istintiva, alla linea nonviolenta e dialogante del Dalai Lama. Da qui in avanti potremmo sempre più avere a che fare con «la storia di due Tibet»: uno oppresso e disperato, cui sembra non essere concesso di discostarsi dalla moderazione e dalla nonviolenza dell'altro, quello ormai fissato nell'immaginario collettivo. C'è il rischio infatti che i tibetani rimangano prigionieri dell'immagine che della loro causa ha diffuso nel mondo il Dalai Lama. Se a Sua Santità va certamente il merito di aver conquistato l'apprezzamento e la solidarietà sia dei governi che delle opinioni pubbliche occidentali, questa simpatia potrebbe rivelarsi troppo condizionata a quell'immagine e ad una sola linea politica, che finora non ha prodotto risultati.

Se i tibetani dovessero decidere di mutare strategia di lotta, continuerebbero a ricevere lo stesso sostegno di oggi da parte del mondo occidentale? Un vero e proprio dilemma: da una parte non si può certo dire che la simpatia abbia spinto i governi occidentali a interventi e pressioni tali da smuovere l'intransigenza di Pechino e consentire al Tibet di godere di quella autonomia che nella costituzione cinese sarebbe prevista; dall'altra, un mutamento di rotta negli obiettivi (l'indipendenza) e nei metodi (violenti) renderebbe ancor più difficile per l'Occidente sostenere apertamente i tibetani.

Nel frattempo, nuove personalità politiche si affacciano alla ribalta dei media e vengono in visita nelle capitali europee a rappresentare la causa tibetana. Thewang Rigzin e Dondup Landhar, leader del Congresso dei giovani tibetani, già su posizioni radicali, e Karma Chophel, presidente del Parlamento in esilio, che invece per ora non si discosta dalla linea del Dalai Lama (autonomia e nonviolenza), ma prende atto che «non ha dato i risultati sperati» e non esclude affatto che «per il popolo tibetano sia arrivato il momento di cambiare registro», dicendosi convinto che, se i tibetani vorranno un cambio di strategia, il Dalai Lama «ne prenderà atto e sosterrà le loro istanze».

Il Dalai Lama deve inoltre affrontare il grave problema della sua successione. Tenzin Gyatso da sempre incarna la causa tibetana agli occhi del mondo intero. Da anni le autorità cinesi fingono di non credere che accetti il dialogo alle loro condizioni, per il semplice motivo che non hanno alcuna intenzione di dialogare. La strategia di Pechino nei confronti del Dalai Lama è un'opera di meticolosa e paziente delegittimazione: all'interno del Tibet, non aprendo né al dialogo né a concessioni che possano accreditare il suo approccio; e all'esterno, come abbiamo potuto constatare in queste settimane con la campagna mediatica per attribuire al Dalai Lama e alla sua «cricca» la responsabilità degli scontri in Tibet.

Il tempo gioca a favore di Pechino: alla sua morte nessun successore potrà godere dello stesso prestigio internazionale e ci vorrebbero comunque una ventina d'anni prima che il nuovo Dalai Lama abbia piena consapevolezza del suo ruolo. Inoltre, c'è sempre la possibilità che Pechino riesca a nominare un successore di sua fiducia o che il popolo tibetano nel frattempo sia già quasi scomparso dal punto di vista demografico e culturale. Tenzin Gyatso è consapevole del problema e sembra che stia valutando di indicare prima della sua morte un successore già adulto, contravvenendo alla tradizione del buddismo tibetano secondo cui il nuovo Dalai Lama è colui nel quale viene riconosciuta la reincarnazione del predecessore. Dunque, l'emergere di una nuova leadership politica, da preparare e far conoscere al mondo, potrebbe venire favorita dallo stesso Dalai Lama, che ha evocato giorni fa la possibilità di "dimettersi" dal ruolo di guida politica.

Ma neanche Sua Santità ha il dono della verità. E' probabile che l'obiettivo dell'indipendenza e i metodi di lotta violenti non giovino ai tibetani, ma non è detto che quella indicata dal Dalai Lama sia automaticamente la via migliore possibile. Eppure, ben poco laicamente in Occidente identifichiamo la causa tibetana con una guida spirituale «la cui santità non ammette critiche sul piano politico», attribuendogli un'autorità quasi teocratica. Politici, opinionisti, attivisti, pendono dalle sue labbra: boicottare le Olimpiadi? Dev'essere proprio sbagliato, se lo dice persino il Dalai Lama. La "Via di mezzo" da lui indicata è ritenuta giusta perché ragionevole, dialogante e nonviolenta, ma rischia di diventare soprattutto un comodo alibi per le nostre coscienze, perché poco impegnativa politicamente. Occorre fare attenzione perché la giusta preoccupazione di non adottare misure che possano scavalcare le posizioni moderate del Dalai Lama, aiutando di fatto la Cina nell'opera della sua delegittimazione, non divenga però un ipocrita paravento che ci solleva dallo sforzo intellettuale di immaginare politiche più efficaci nei confronti della Cina. Ma quali?

La nonviolenza non va mitizzata: Gandhi stesso riteneva la violenza un male minore rispetto «alla codardia o alla debolezza». E non tutti i popoli oppressi hanno a che fare con un governatore britannico. Tuttavia, il ricorso alla violenza implica non solo uno scrupolo di carattere morale, ma anche e soprattutto pragmatico. Occorre, cioè, che ci sia qualche possibilità concreta che quella forza si dimostri effettivamente liberatrice. Se il popolo tibetano avesse qualche chance di liberarsi con la forza dal giogo cinese, dovremmo senz'altro essere disposti a sostenere tale soluzione. Ma quali speranze avrebbe di uscire vittorioso da un conflitto con le armate cinesi? E' la risposta a questa domanda che rende ancora solida la posizione del Dalai Lama. Anche se improduttiva e fallimentare, ad oggi, appare drammaticamente irreversibile e senza alternative.

Dunque, più che su una svolta "radicale" da parte dei tibetani, faremmo meglio a concentrarci su una diversa politica cinese da parte dell'Occidente. L'elemento più pericoloso della linea del Dalai Lama non sta tanto nell’obiettivo riduttivo o nei metodi rinunciatari, ma nell'alibi che rischia di fornire all'ignavia e alla pusillanimità dell’Occidente. Poiché non vedremo un Tibet libero prima di una Cina libera, democratica e federale, occorre spingere Pechino verso questa direzione. Anche ammettendo che la politica del Dalai Lama sia la più efficace e opportuna per i tibetani, potrebbe non esserlo per l’Occidente, cui ancor più che l'autonomia del Tibet dovrebbe interessare l'evoluzione democratica della Cina. Se il modello di capitalismo autoritario e nazionalista che Pechino sta perseguendo avrà successo, costituirà una minaccia per quello democratico. Dunque, porre i progressi nel rispetto dei diritti umani e graduali cambiamenti politici come presupposti anche dei nostri rapporti con la Cina non risponde solo a un'esigenza di carattere morale, ma a una necessità anche per gli interessi, e in primo luogo per la sicurezza, dell'Occidente democratico.

Monday, March 31, 2008

Neanche Sua Santità ha il dono della verità

Le recenti manifestazioni di monaci e non - quelle pacifiche ma soprattutto quelle violente - rappresentano una risposta - quanto si vuole discutibile, ma una risposta - a un interrogativo che dovremmo cominciare a porci seriamente anche noi in Occidente e che si pone (non da oggi) Enzo Reale su Ideazione.com: «Quale risultato concreto, quale miglioramento reale nelle vite di milioni di tibetani ha prodotto mezzo secolo di "moderazione" e di "compromesso" nei confronti di un potere che non ha esitato a compiere – per usare le parole dello stesso Dalai Lama – un vero e proprio genocidio culturale?».

In queste settimane dal Tibet è giunta una risposta chiara: nessun risultato. Secondo gli esponenti del Congresso giovanile tibetano, la politica della "Via di mezzo" è al capolinea. Da qui in avanti potremmo sempre più avere a che fare con «la storia di due Tibet».
«Il primo è quello dei libri proibiti, delle entrate segrete, dei monasteri distrutti, delle preghiere spezzate. Più di mezzo secolo di terrore di Stato imposto da Pechino ha ridotto la regione ad una tragica caricatura di se stessa, umiliato i suoi abitanti, profanato le sue tradizioni. E' questo il Tibet che due settimane fa ha provato a rialzare la testa e a gridare di rabbia come gli uomini disperati a volte sono costretti a fare: prendendo a calci i simboli dell'oppressione. Poi c'è l'altro Tibet, raccontato dai circoli radical-chic di Hollywood e nutrito dalla cattiva coscienza dell'Occidente democratico: qui l'uomo in carne ed ossa si spegne per fare spazio al puro spirito, alimentato dalle leggende del Buddha e dai miti della nonviolenza. E' a questa immagine da cartolina che la stampa, la politica e lo spettacolo hanno abituato l'opinione pubblica nel corso degli anni, come se il sorriso bonario del Dalai Lama bastasse da solo a stemperare il dolore e l'accettazione del martirio fosse il destino ineluttabile di milioni di uomini senza armi, da ammirare proprio perché soffocano in silenzio, simboli di uno stoicismo perduto che la sofferenza non fa che esaltare. L'illusione che i due Tibet possano convivere è destinata ciclicamente a fare i conti con la realtà».
«E se la Via del Dalai Lama fosse sbagliata?» Mi accontenterei che si ammettesse che fino ad ora non ha portato a nulla, come ha tristemente ammesso lo stesso Dalai Lama: «Non sono riuscito a ottenere risultati positivi». E, quindi, che da qui si ripartisse, che tra i tanti "amici" del Tibet in giro per il mondo, soprattutto occidentale, prendesse avvio una seria riflessione politica. Nel nostro piccolo tenteremo di dare un contributo su Ideazione.com.

Monday, March 10, 2008

La Spagna ancora a Zapatero

La Spagna ancora in mano a Zapatero. Politica estera, anti-occidentale e isolazionista, da dimenticare; tragici errori nelle trattative con l'Eta; ma la politica sui diritti civili e il mantenimento della barra riformista di Aznar in economia mi sembrano aver portato alla sua riconferma. I Popolari crescono nonostante la sconfitta, mentre perdono i piccoli partiti. Oltre a Zapatero, quindi il vincitore di queste elezioni è il bipartitismo.

Terrorismo basco e rallentamento della corsa dell'economia spagnola saranno le maggiori sfide che Zapatero dovrà affrontare, indicate nell'ottimo punto di Enzo Reale, su Ideazione.com.

Di diverso tenore ma interessante anche il commento di Andrea Romano, su La Stampa: «Fino a ieri Zapatero ci era apparso quasi un leader per caso, arrivato al governo nella sorpresa dei più e ancora atteso alla prova della maturità. Al di là delle facili mitologie con cui una parte della sinistra italiana si è precipitata a riconoscervi l'ennesimo vangelo dottrinario, il suo "socialismo dei cittadini" poteva apparire come una fumisteria post-ideologica». Ma ora Zapatero è «un leader adulto» e dovrà dimostrare di poter «competere con l'eredità di governo di González e di Aznar. Perché da oggi e per i quattro anni del suo secondo mandato la sua leadership potrà dimostrare la sua vera sostanza, trovandosi tra l'altro alle prese con un ciclo economico che si annuncia assai meno favorevole di quello appena concluso... Chiamato a guidare un paese in forma meno smagliante di quello che aveva ereditato da Aznar, dovrà mostrare la stoffa di un leader capace di avere mano adatta anche ai tempi difficili».

Wednesday, November 28, 2007

I troppi silenzi di Sarkozy in Cina

Ha ragione Enzo Reale quando sul suo blog, 1972, denuncia che «il mutismo dell'eroe della nouvelle France (le illusioni muoiono all'alba) non dico su Taiwan, non dico sul Tibet, non dico sull'assenza di garanzie legali per gli imputati, non dico sui laogai ma almeno sul caso di un dissidente, anche uno solo, è passato quasi inosservato in tribuna».

Sarkozy merita tutte le nostre critiche per il silenzio sui temi della democrazia e dei diritti umani nella sua recente visita in Cina, durante la quale si è accontentato di far man bassa di contratti, come riporta la Bbc. Un comportamento certamente in contraddizione con quella «Francia dei diritti umani» che lo stesso presidente francese evocò nel suo primo discorso la sera stessa della vittoria elettorale. Questo ci insegna a non dare mai niente per scontato.

Se l'attenzione che giornali, media e blog (e mi ci metto anch'io) dedicano al fenomeno Sarkozy è forse eccessiva, è per la mancanza in Italia di un leader che sappia porre i propri obiettivi di fronte all'opinione pubblica in modo così netto e portarli avanti con tale fermezza, aiutato in parte dalla forte legittimazione popolare che il sistema francese attribuisce al presidente. In Italia la politica è così bloccata, immobile, autoreferenziale, sempre uguale a se stessa, che ogni segnale di novità dall'estero è anche una pillola di vitalità per noi.

Eppure, sarebbe sbagliato non riconoscere nella politica estera di Sarkozy alcune forti discontinuità rispetto a Chirac: i migliori rapporti con gli Stati Uniti e la Gran Bretagna; il diverso approccio ai problemi dell'Africa e del clima; la fermezza sul nucleare iraniano, su cui sta tentando di svolgere un importante ruolo di tessitura tra Usa e Ue; un atteggiamento ben diverso nei confronti della Russia di Putin; un sano pragmatismo anche rispetto alla situazione di stallo dell'Unione europea; l'ammirazione per Blair. Discontinuità su cui concordano commentatori e analisti e che sarebbe un errore sottovalutare. Non ci piacciono, invece, la sua ostilità per l'ingresso della Turchia nell'Ue e i silenzi, troppi e assordanti, dei giorni scorsi in Cina.

Anche sul piano interno, economico, sappiamo che non possiamo aspettarci da Sarkozy "rivoluzioni liberali" di stampo reaganiano e thatcheriano, ma un serio, pragmatico approccio riformista, e una ventata di riforme liberali che servono a sbloccare il mercato del lavoro e la burocrazia, in un paese tra i più statalisti d'Europa, questo direi di sì. E' presto per dire se Sarkozy si dimostrerà all'altezza della sua "rupture", ma il suo successo potrebbe far bene anche alla politica italiana.

Sunday, September 23, 2007

In Birmania marcia nonviolenta

Le notizie che giungono i questi giorni dalla Birmania ci riempiono al tempo stesso di ira, commozione, e speranza.

Sono centinaia i monaci buddisti in marcia sotto la pioggia per le strade della capitale contro la Giunta militare che da ben 45 anni guida il Paese. Anche la gente comune sta cominiciando a unirsi al loro passaggio.

Ieri pomeriggio il corteo è passato davanti alla casa di Aung San Suu Kyi, la figura simbolo del movimento democratico e premio Nobel per la Pace da anni agli arresti domiciliari.

Sull'Europa non riponiamo aspettative, ma per gli Stati Uniti è il momento di dimostrare la coerenza con cui perseguono l'espansione della democrazia.

1972, che sulla Birmania ha realizzato uno splendido reportage per LibMagazine, sta seguendo l'evolversi della situazione.