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Monday, July 13, 2009

Il G8 chiude una pagina?

«... Di Obama mi ha anche colpito l'attenzione e la sensibilità con cui si è riferito alle figure che rappresentano ruoli diversi in Italia: il capo dello Stato e il presidente del Consiglio. Ruoli che, come sappiamo, in America si identificano nella stessa persona, l'inquilino della Casa Bianca, mentre così non è da noi e Obama ha dimostrato di esserne perfettamente consapevole».
Così il presidente Napolitano, nel colloquio di ieri con il Corriere della Sera, in cui tra l'altro ha sottolineato come il G8 abbia rappresentato «indubbiamente un riconoscimento e un successo per il presidente del Consiglio, Berlusconi», e chiesto «un clima più civile, corretto e costruttivo nei rapporti tra governo e opposizione». Ma quel passaggio sulla distinzione tra i ruoli istituzionali di presidente della Repubblica e del Consiglio, di cui Obama si è dimostrato «perfettamente consapevole», è la spiegazione autentica di Napolitano dei diversi apprezzamenti rivolti dal presidente Usa a lui e a Berlusconi, in cui alcuni invece ancora una volta hanno voluto vedere una critica "per contrasto" nei confronti del premier.

Se persino Scalfari, su la Repubblica, ha dovuto ammettere il «successo» di Berlusconi, riconoscimenti sono giunti anche da altri giornali stranieri: «Da playboy a uomo di Stato», ha titolato il Financial Times. «Silvio Berlusconi sembra aver vinto la scommessa sul G8. In tre giorni ha zittito i critici e tranquillizzato gli alleati». Esagerato il Die Welt. «L' Italia ha dimostrato ancora di quali capolavori d' improvvisazione sia capace: forse bisogna considerare un cambio di paradigmi sulla sua posizione in Europa». E addirittura: «Se il mondo fosse in mani italiane, dovremmo preoccuparcene poco».

Con il G8 della scorsa settimana dovrebbe essere calato il sipario sia sul Berlusconi "gaffeur" (ce lo auguriamo), sia sulle continue accuse da parte dei suoi nemici di non rappresentare degnamente l'Italia all'estero. Difficile, dopo questo G8, che la politica estera possa essere usata come arma polemica contro Berlusconi, a meno che le critiche non siano saldamente fondate sul merito delle politiche anziché sull'immagine del premier.

Friday, July 10, 2009

Ingerire in nome della stabilità

Mi sembra che sia stato poco sottolineato il fatto che in due anni il governo cinese ha dovuto far fronte a due rivolte delle minoranze etniche che rappresentano gran parte della popolazione in due province enormi e ricche di risorse come il Tibet e lo Xinjiang. E ha dovuto far ricorso a repressioni sanguinose come non se ne erano viste da vent'anni, da Piazza Tienanmen. Se si considera la crescita delle proteste che non fanno notizia, quelle contro la corruzione e gli abusi delle autorità o quelle dei lavoratori per le loro condizioni (secondo un rapporto governativo 100mila l'anno, rispetto alle 80mila di tre anni fa - ogni 4 minuti una protesta di oltre 100 persone), bisogna concludere che la crescita della Cina sia tutt'altro che "armoniosa" e che anzi l'instabilità interna stia aumentando pericolosamente, per la Cina ma anche - per gli stessi motivi per cui è ritenuta ormai interlocutore irrinunciabile su tutti i temi globali - per la stabilità economica e politica del resto del mondo. C'è n'è abbastanza per preoccuparsi e per "ingerire" un po' negli affari interni cinesi? Le dimensioni del PIL e la percentuale della sua crescita sono davvero gli unici parametri che rendono la Cina indispensabile per la governance globale, o non dovrebbe contare anche (non dico la democrazia, roba da neocon ormai) la stabilità interna? Si è parlato di escludere l'Italia dal G8 per un premier che si gode la vita, ma nessuno mette in dubbio i titoli della Cina di far parte di un G14 nonostante sia sempre più evidente che è seduta su una polveriera. Il rientro frettoloso del presidente Hu Jintao non è solo un colpo all'immagine e alla credibilità dell'ideale di "società armoniosa", ma essendo "la prima volta nella storia della Repubblica popolare che un presidente abbandona un appuntamento ufficiale per rientrare in patria", come ha ricordato Il Foglio, è la prova che la crescente instabilità preoccupa come mai prima i vertici cinesi, anche se a quanto pare non i governi occidentali. La mancanza di democrazia e le politiche repressive sono sempre state giustificate dalla leadership cinese con l'esigenza di mantenere la stabilità, ma nonostante l'avanzato stato di "sinizzazione" e la politica di investimenti nello Xinjiang e in Tibet, ora proprio quelle politiche si rivelano causa di instabilità. E' una conferma - per i molti che sembrano ancora averne bisogno - che la democrazia è l'unica via per una "società armoniosa" e per la stabilità. Questo chi dovrebbe farlo capire ai cinesi?

UPDATE: Splendido post di 1972. Anche Enzo si sofferma sulla «periferia dell'impero» e sente puzza di ex Jugoslavia:
Si può leggere in tanti modi la storia del XX secolo, ed uno di essi è certamente l'emergenza di forze centrifughe all'interno di strutture statali ortopedicamente assemblate. La lotta degli imperi comunisti centralizzati contro le tendenze disgregatrici si è svolta sempre attraverso i classici strumenti dello spostamento di popolazioni (colonizzazione dei territori periferici), della propaganda nazionalista e della repressione violenta. Ciascuno di questi tre elementi è presente nel caso uiguro.
La Cina «che pretende di essere una grande potenza internazionale» in realtà non ha le carte in regola. L'instabilità dovuta ai conflitti etnici e sociali è in pericolosa crescita e per ora non irradia alcun modello coerente che possa competere con quello liberaldemocratica, né alcuna attraente way of life: «Ethnic conflict is perhaps the most intractable problem, even for democracies. For one-party states, it is almost insoluble».

Thursday, July 09, 2009

Due schiaffoni a Repubblica (e uno al NYT)

Partiamo da quello al New York Times, che però sarà risuonato anche dalle parti di Largo Fochetti e del Pd. Mario Platero, sul Sole24 Ore di oggi: «Sul piano della cronaca stretta, l'immagine d'insieme al Quirinale, la passeggiata e la chiacchierata con Berlusconi, le dichiarazioni di apprezzamento per il lavoro della presidenza italiana stridono con le versioni che abbiamo ascoltato da un paio di quotidiani anglosassoni, il Guardian e il New York Times». Ed ecco come David Axelrod, il principale consigliere di Obama, fuga i dubbi di Platero. «Ma tu credi ancora al New York Times?». Boom! Arrivare a dire che l'Italia rischia di essere esclusa dal G8 «non è solo falso», conclude Platero, ma è «hysterical», che «in inglese non vuol dire soltanto isterico, ma anche da morir dal ridere».

Ma veniamo agli schiaffoni a la Repubblica: il primo è il riconoscimento della forte leadership del governo italiano sui temi del G8 giunto da Obama e Gordon Brown - ovvero dai «due giganti della sinistra occidentale», osserva Christian Rocca su Il Foglio; il secondo, che forse brucia di più, è il "no" ricevuto dalla Casa Bianca all'intervista al presidente americano che sarebbe "spettata" al quotidiano di Largo Fochetti. La Casa Bianca infatti, spiega Rocca, «un paio di giorni prima della visita del presidente in Italia è solita garantire un'intervista ai giornali che accreditano i loro inviati ai viaggi con l'Air Press One». A turno, una volta tocca al Corriere della Sera, un'altra a La Stampa, e così via. Questa volta toccava a la Repubblica, ma Obama ha preferito Avvenire, facendo andare su tutte le furie Eugenio Scalfari, che nella sua consueta quanto inutile lenzuolata domenicale ha manifestato tutto il suo fastidio per questa scelta: «Non vende molto l'Avvenire, ma rappresenta la Conferenza episcopale», ha spiegato ai suoi lettori.

E intanto la sinistra è rimasta completamente spiazzata dal suo mito Obama. Non che si potesse realisticamente aspettare la delegittimazione del governo che reggeva la presidenza del G8, ma certo i riconoscimenti al lavoro svolto e alla leadership italiana sono andati ben al di là del rituale e suonano come una decisa sconfessione di chi pretende di rappresentare un'Italia da escludere dal G8 e un premier delegittimato per le polemiche sulla sua vita privata. Chissà che nelle prossime ore non assisteremo a un riallineamento sulla posizione di Obama...

Wednesday, July 08, 2009

Splendida giornata per Berlusconi

Non poteva davvero sperare di meglio Berlusconi, che ha superato gli "scossoni" interni ed esteri di slancio. Il New York Times e il Guardian smentiti dalla Casa Bianca e dal presidente Obama in persona, che riconoscono la leadership del governo italiano. Ieri il giornale inglese aveva definito «terribile» l'organizzazione italiana del summit G8, senza metodo né agenda, arrivando a ipotizzare l'esclusione dell'Italia dal G8. Oggi anche il NYT ha denunciato la «carenza organizzativa» del governo italiano, rimproverando a Berlusconi di aver speso troppe delle sue «energie politiche a cercare di schivare le accuse della stampa». Ma l'editoriale del quotidiano Usa, per lo più scettico sulle possibilità di successo del vertice a causa della «debolezza politica di molti leader che vi partecipano», intendeva spronare Obama a esercitare la sua leadership, «trasformando la fiducia politica che si è guadagnato negli ultimi sei mesi in capitale diplomatico».

Ma ogni dubbio sull'organizzazione italiana del vertice è stato spazzato via prima da Mike Froman, lo "sherpa" americano del G8, che in una conferenza stampa a L'Aquila ha definito «splendido» il lavoro del governo italiano: «Gli italiani hanno definito l'agenda del vertice con largo anticipo ed hanno lavorato in modo metodico per svilupparla». Poi sono arrivate le parole di Obama, al termine dell'incontro con il presidente Giorgio Napolitano al Quirinale: «Il governo italiano ha dimostrato una forte leadership» sui temi del G8, ha riconosciuto.

L'articolo del Guardian inoltre è stato bocciato anche da uno dei suoi autorevoli editorialisti, Bill Emmott, notoriamente non un amico di Berlusconi. Emmott era direttore dell'Economist quando il settimanale pubblicò una copertina in cui definiva Berlusconi "unfit", inadatto a guidare l'Italia, a causa del conflitto d'interessi. L'ipotesi di un'esclusione dell'Italia dal G8 «non esiste», dice oggi a La Stampa. L'Italia è «perfettamente in grado di ospitare il vertice. L'eventuale perdita di credibilità del premier, ammesso che esista, non avrà alcun impatto». «Si capisce che non è un pezzo ben informato... Non è credibile», rincara la dose. Ma secondo Emmott non c'è un «complotto», quanto piuttosto «il tipico atteggiamento della stampa inglese, che tende a considerare tutti gli altri paesi europei come una comica». Il fatto, spiega, è che Berlusconi è «un bersaglio facile», i giornali lo vedono «indebolito dagli scandali» e scorgono «un'opportunità per affondare i colpi». Il problema vero è il G8, secondo Emmott, «un grande evento, seguito da migliaia di giornalisti, che in genere non dà notizie» e quindi ai giornali «non pare vero di avere per le mani uno scandalo a sfondo sessuale che coinvolge l'ospite del vertice».

Cantonate, quindi, non degne della fama di giornali autorevoli come il New York Times e il Guardian, che evidentemente si sono fatti trascinare dentro il "teatrino" della politica italiana seguendo gli attacchi contro Berlusconi alimentati dal gruppo la Repubblica-L'Espresso. Contro questo modo di strumentalizzare persino la politica estera, danneggiando l'immagine e gli interessi non di una parte politica, ma del Paese intero, ha preso posizione oggi il Corriere della Sera, attraverso l'editoriale di apertura di Sergio Romano, che scrive: il G8 «è l'occasione in cui gli italiani hanno interesse a ricordare che nei grandi incontri internazionali il governo, al di là di polemiche e vicende personali, piaccia o no, rappresenta l'intero Paese. Se ne esce a testa alta è una vittoria per tutti, se ne esce male siamo tutti sconfitti».

Nel merito, Romano non crede «che l'Italia, in questo momento, debba vergognarsi della sua politica internazionale». Vede certo «alcune debolezze», per «vecchi errori» e «obiettive condizioni di bilancio», ma «abbiamo sempre avuto, anche quando l'espressione non esisteva, un certo soft power che giova al nostro ruolo internazionale». Dalla Jugoslavia all'Afghanistan e al Libano, il nostro impegno internazionale è apprezzato da tutti. «Facile - osserva Romano - ironizzare sull'Italia che gioca contemporaneamente su molti tavoli e riesce a essere amica di tutti», ma «chiunque abbia occasione di andare in giro per il Mediterraneo e il Medio Oriente si accorge che abbiamo un credito e una simpatia che possono servire sia all'Unione mediterranea di Nicolas Sarkozy, sia alla nuova politica di Barack Obama verso l'Islam». Gli accordi con la Libia, per esempio, «sono utili per tutti, non soltanto per noi».

Per quanto riguarda in particolare Berlusconi e il suo "stile", Romano «ha molti dubbi sulla utilità della personalizzazione delle relazioni internazionali», ma riconosce «che i rapporti di Berlusconi con Putin e con Erdogan, negli anni in cui George W. Bush era poco amato in Russia e in Turchia, sono serviti a tenere aperti i canali di comunicazione e a raffreddare alcuni momenti di tensione». Così la pensa anche Charles Kupchan, professore della Georgetown University e studioso del Council on Foreign Relations, secondo cui lo «stile di vita» di Berlusconi preoccupa poco gli americani, più interessati al ruolo positivo che può svolgere nell'ammorbidire la Russia: «Berlusconi - dice oggi Kupchan a il Riformista - è stato il leader che ha spinto con più forza per mantenere delle relazioni salde e positive con la Russia, soprattutto dopo l'invasione della Georgia l'estate scorsa, che secondo altri era invece l'inizio di una nuova Guerra Fredda. Fa parte della sua convinzione dell'importanza di coinvolgere l'ex Unione Sovietica nella più larga comunità transatlantica. Ed è una politica assolutamente condivisibile».

Come sapete, la penso in modo leggermente diverso sui rapporti Usa-Russia, ma bisogna riconoscere che al momento sia Obama che Medvedev sembrano sinceramente impegnati a migliorare le relazioni, anche se non è ancora chiaro cosa sono pronti a concedere.

Thursday, July 02, 2009

Altro che sanzioni, ancora voglia di engagement

«La valutazione del ministro Frattini è corretta: gli Stati Uniti non sembrano avere alcun "appetito" per nuove sanzioni contro l'Iran». Emanuele Ottolenghi, direttore del Transatlantic Institute, condivide questa valutazione, fatta dal ministro degli Esteri riferendo sull'Iran in Parlamento, e la necessità di coinvolgere la Russia sul dossier nucleare iraniano. Mosca, secondo Ottolenghi, «a differenza dei Paesi occidentali crede che l'Iran sia lontano dalla realizzazione di armi nucleare. La Russia gioca un ruolo ambiguo, fornendo a Teheran la tecnologia della quale ha bisogno», ma facendolo in sostanza «al rallentatore».

Del resto della relazione di Frattini, invece, non condivide nulla. D'altra parte tutti i paesi europei stanno aderendo - sia pure con toni diversi - alla voglia americana di engagement con l'Iran, nonostante tutto. «Gli americani sono convinti che ci sia ancora spazio per continuare sulla strada del dialogo con l'Iran», ha spiegato Ottolenghi a Il Velino. Una posizione «pragmatica», che persiste nonostante la consapevolezza, in America come in Italia, che alla luce di quanto è successo dopo la contestata rielezione di Ahmadinejad «un negoziato con gli ayatollah sul nucleare è oggi più difficile di ieri», come dicevamo su questo blog qualche giorno fa.

Quindi, dal G8 dell'Aquila uscirà solo una dichiarazione sul modello di quella già adottata dai ministri degli Esteri a Trieste. Con Francia, Gran Bretagna, Germania, Canada e Giappone duri con Teheran, Mosca sul fronte opposto e in mezzo Italia e Stati Uniti, più concilianti, a mediare. «Ma non si adotteranno, credo, meccanismi punitivi o operativi contro l’Iran». Anch'io come Ottolenghi credo che «la politica dell'engagement oggi non ha più ragione d'essere». Per i seguenti motivi: «In Iran è in corso uno scontro di potere: inutile quindi aspettarsi un aggiustamento diplomatico sul nucleare finché lo scontro non sarà concluso; «se vince il fronte di Ahmadinejad – come è probabile succeda sempre che il governo non perda l'appoggio delle Forze armate e delle milizie "rivoluzionarie" – sarà molto difficile che l'esecutivo scelga poi una linea compromissoria. Al contrario un governo debole che si regge sulla repressione violenta del proprio popolo vedrà complotti stranieri ovunque».

Wednesday, May 20, 2009

La mossa imprudente di Frattini

Comunque la si voglia mettere, il governo italiano non ha certo fatto una bella figura. Il ministro degli Esteri Franco Frattini ha annullato all'ultimo momento la sua visita in Iran a causa della richiesta condizionante di Teheran di un incontro protocollare con il presidente Ahmadinejad in una località diversa dalla capitale, a Semnan (dove stamani è stato testato un nuovo missile a lunga gittata).

Non sappiamo se si tratti di un pretesto cercato, e trovato, da Frattini, dopo il duro editoriale del Financial Times pubblicato proprio questa mattina. Nel caso si fosse trattato invece di una pretesa dell'ultimo momento da parte iraniana, Frattini dovrebbe ringraziare Teheran per avergli evitato una figura ancora peggiore. In ogni caso, si trattava di un'iniziativa comunque imprudente, come dimostra il fatto che la visita del ministro degli Esteri avrebbe coinciso con l'annuncio del test missilistico da parte di Ahmadinejad.

Motivo della visita doveva essere il coinvolgimento dell'Iran nella stabilizzazione di Afghanistan e Pakistan. Ma come avrebbe potuto la presenza di Frattini a Teheran rimanere confinata ai problemi dell'Afghanistan e del Pakistan, e non portare con sé, sia pure solo simbolicamente, un significato di legittimazione dell'attuale presidente Ahmadinejad a meno di un mese dalle elezioni presidenziali?

«L'Italia rompe le fila nell'Ue con la visita in Iran». Questo il titolo della corrispondenza del Financial Times sulla visita che Frattini avrebbe dovuto compiere e che, secondo il giornale, ha comunque suscitato «disappunto» tra le diplomazie occidentali. Neanche Washington avrebbe dato a Roma «luce verde», sostengono le fonti citate dal FT, secondo cui «gli alleati hanno avvertito Frattini che rischia di offrire una vittoria di propaganda al presidente estremista iraniano a meno di un mese prima del voto per la sua rielezione».

L'intesa a livello europeo era di «evitare contatti ad alto livello con l'Iran». Secondo i diplomatici interpellati dal FT, inoltre, l'Italia «non ha parlato delle sue intenzioni durante la riunione ministeriale dell'Ue di ieri, che ha riguardato anche discussioni estese sull'Iran». Lo stesso Frattini avrebbe negato il viaggio dicendo al Financial Times «nulla è ancora stato deciso». Poco dopo, le agenzie annunciavano la sua partenza per Teheran. «Frattini - sottolineava il giornale stamattina - sarà il più alto esponente di un governo europeo a visitare l'Iran da quando, quattro anni fa, è stato eletto presidente Ahmadinejad».

Poi per fortuna tutto è sfumato. Le parole di un diplomatico sentito dal FT avvalorerebbero però la versione italiana sull'annullamento della visita. Frattini infatti sarebbe stato «sotto pressione» da parte iraniana perché s'incontrasse con il presidente, mentre Roma avrebbe voluto che i colloqui fossero limitati a Mottaki, l'omologo di Frattini a Teheran.

Il «proposito dichiarato» della visita, secondo il FT, era di «preparare il terreno per una conferenza regionale su Afghanistan e Pakistan che l'Italia ospiterà il 25 giugno in quanto presidente di turno del G8». Berlusconi voleva porre le basi per «offrire la sede al primo incontro tra il segretario di Stato americano Hillary Clinton e Mottaki».

Monday, November 17, 2008

Resistere alle tentazioni del protezionismo

Ci sono due messaggi positivi usciti dal G-20 di questo fine settimana. Il primo è che questi summit a 20 sono destinati a ripetersi presumibilmente andando via via a sostituire l'ormai limitato e datato G-8; il secondo è la rinnovata fiducia nel libero mercato e l'impegno - almeno a parole, vedremo se anche nei fatti - a resistere alle tentazioni protezionistiche, a non creare, bensì ad abbattere, le barriere nel commercio e negli investimenti. «Puntiamo ad un accordo quest'anno sul Doha Round», si legge nel comunicato finale. Mentre Mario Draghi, in qualità di presidente dello Stability Forum, spiega che il «sistema finanziario del futuro dovrà avere più capitale, meno debito, più trasparenza e più regole».

Un vigoroso atto di difesa del libero mercato è stato il discorso pronunciato dal presidente americano ormai uscente George W. Bush, giovedì scorso, a New York. Concetti poi ripetuti nei suoi interventi al summit.

Riconoscendo la necessità di mercati finanziari «più trasparenti e adeguatamente regolati», e di istituzioni come Fondo monetario internazionale e Banca mondiale più aperte alle nazioni in via di sviluppo, «più trasparenti, responsabili ed efficaci», Bush ha però sottolineato che «l'intervento pubblico non è una cura», ricordando come la storia abbia dimostrato che «la più grande minaccia al benessere economico non è troppo poco intervento del governo nel mercato, ma l'eccessivo intervento», come nel caso di Fannie Mae e Freddie Mac.
«C'è una lezione evidente: il nostro scopo non dovrebbe essere più governo, ma un governo più intelligente. Se le riforme nel settore finanziario sono essenziali, la soluzione a lungo temine ai problemi di oggi è una sostenuta crescita economica. E la via più sicura per quella crescita è il libero mercato... La crisi non è stata un fallimento del libero mercato. E la risposta non è tentare di reinventarlo. E' risolvere i problemi, fare le riforme, e andare avanti con i principi del libero mercato che hanno garantito benessere e speranza ai popoli di tutto il mondo.

Il capitalismo non è perfetto. Ma è di gran lunga il più efficiente e giusto modo di organizzare l'economia. Il capitalismo offre alle persone la possibilità di scegliere dove lavorare e cosa fare, di comprare e vendere i prodotti che desiderano, e la dignità che deriva dal trarre guadagni dal proprio talento e dal duro lavoro. Il libero mercato fornisce gli incentivi per lavorare, innovare, risparmiare, investire e creare lavoro. Il libero mercato offre a un marito e a una moglie la possibilità di avviare una loro attività, a un immigrato di aprire un ristorante, a una madre single di tornare al college e costruirsi una carriera migliore. E' ciò che ha permesso alle imprese nella Silicon Valley di cambiare il modo in cui il mondo vende i prodotti e cerca le informazioni. Che ha trasformato l'America da una frontiera rocciosa a una nazione che ha dato al mondo il battello a vapore e l'aereoplano, il computer e la TAC, internet e l'iPod... Le nazioni che hanno perseguito altri modelli hanno conosciuto esiti devastanti... Le prove sono inequivocabili: se vuoi crescita economica, giustizia sociale e dignità umana, il libero mercato è la strada che fa per te».
Anche Bush si è pronunciato contro il protezionismo, sostenendo che «importante come mantenere il libero mercato all'interno degli stati è mantenere la libera circolazione di beni e servizi tra gli stati».
«Tenere i mercati aperti al commercio e agli investimenti è necessario soprattutto durante periodi di crisi economica. Subito dopo il crack finanziario del 1929, il Congresso approvò la "Smoot-Hawley tariff", una misura protezionistica volta a separare l'economia americana dalla competizione globale. Il risultato non fu la sicurezza economica, ma la rovina. I leader mondiali devono tenere a mente questo esempio e respingere la tentazione del protezionismo».

Wednesday, July 30, 2008

Frattini lavora alla "nuova" Bretton Woods tremontiana

In due giorni il ministro degli Esteri Frattini è volato prima a Washington poi a Londra. Gli incontri con Condoleezza Rice e David Miliband sono serviti a risintonizzare l'Italia sulle frequenze dell'atlantismo dopo la parentesi del governo Prodi e a illustrare le idee italiane sull'agenda del prossimo G8.

Agli amici americani Frattini ha potuto garantire l'aiuto in Afghanistan che da mesi si aspettano dagli europei: la nuova «flessibilità» decisa dal governo italiano permetterà alle nostre truppe di base a Herat spostamenti anche nelle zone più calde del Sud, decisi entro sei ore direttamente dai comandi militari sul terreno. Un «dovere istituzionale e morale dell'Italia collaborare in parità di trattamento» con gli altri alleati della Nato. Ciò non è bastato ad assicurare all'Italia l'esplicito appoggio Usa per un posto nel gruppo dei 5+1 che negoziano con l'Iran sul nucleare. Ingresso che evidentemente ad oggi neanche Bush può garantire. Ma Frattini ha confermato la nuova linea della fermezza nei confronti di Teheran, ribadita nell'incontro di oggi con il ministro degli Esteri britannico Miliband. Si è detto «deluso» per le ultime parole di Khamenei, che richiedono «una risposta ferma e seria da parte dell'Ue, con la piena applicazione delle sanzioni Onu».

Nei suoi colloqui con la Rice e Miliband il ministro Frattini ha anche gettato le basi dell'agenda del prossimo G8, la cui presidenza spetta all'Italia. In particolare, ha sostenuto l'idea tremontiana di una «nuova Bretton Woods» per la governance commerciale e finanziaria globale. Chissà, però, se Tremonti ne ha in mente una semplicemente nuova o una in senso contrario. Comunque, siamo ancora nella fase delle «suggestioni», ma il G8 sotto presidenza italiana nel 2009 potrebbe essere una buona occasione per il lancio dell'iniziativa, sulla quale Frattini avrebbe riscontrato il favore di Londra e che potrebbe rivelarsi allettante dopo il fallimento dei negoziati del Doha Round.

Insieme a istituzioni finanziarie internazionali come Banca mondiale, Fmi e Bce, il G8 dovrebbe dare risposte alla crisi mondiale, privilegiando «proposte concrete anziché grandi documenti pieni solo di belle parole» e concentrandosi «su pochi argomenti ma di grande impatto globale». Al summit l'Italia pensa di invitare non solo nazioni emergenti come Cina, India e Brasile, ma anche Arabia Saudita e Pakistan.

Altri temi affrontati da Frattini e Miliband le difficoltà del Trattato di Lisbona e le prospettive di allargamento alla Turchia e alla Serbia. Su Belgrado, Londra e altre capitali europee sono più caute dell'Italia. Non si accontentano di Karadzic, vogliono la consegna degli altri criminali di guerra.

Friday, July 11, 2008

La partita più importante si gioca in Italia, non fuori

Con il Dpef si comincia finalmente a tagliare la spesa, ma manca lo shock

A giudicare dalla dichiarazione finale del G8 di Toyako, in Giappone, in cui si legge dell'«importanza di implementare rapidamente tutte le raccomandazioni del Financial Stability Forum», presieduto dal governatore della Banca d'Italia Mario Draghi, per contrastare la crisi finanziaria internazionale, si direbbe che all'estero nella sua disputa con Draghi il ministro Tremonti stia avendo la peggio.

Non mi pare che nei consessi europei o internazionali la crociata che Tremonti porta avanti con toni davvero troppo apocalittici nei confronti della speculazione e della globalizzazione stia riscuotendo molto successo. Il che è un bene e dovrebbe forse rassicurarci, indurci a non enfatizzare troppo le parole del ministro nel dibattito interno e a goderci un Dpef e una manovra finanziaria che effettivamente, come ha riconosciuto lo stesso Draghi, sono impostati per la prima volta sui tagli alla spesa.

Vi consiglio però di sentire l'audizione di Tremonti sul Dpef dinanzi alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato, lo scorso 2 luglio. Non è rassicurante il fatto che il ministro, di fronte a ciò che succede (o meglio, alla sua interpretazione di ciò che sta accadendo) nell'economia mondiale, ritenga che sia tutto sommato irrilevante o poco rilevante ciò che decide il governo per l'Italia. In sostanza, dice, il governo ridurrà il debito, non alzerà le tasse, farà tutte le politiche che servono, ma di fronte alla crisi la soluzione dipende da ciò che si decide fuori dall'Italia.

Figurarsi se vogliamo negare il carattere interdipendente dell'economia globalizzata. Tuttavia, l'Italia, per cause interne, è la più fragile e la più esposta tra i Paesi sviluppati. Il nostro Paese, e i redditi delle famiglie, si troverebbero in una situazione certamente assai migliore se venissero realizzate le riforme di cui abbiamo urgente bisogno. Proprio per l'arretratezza in cui ci troviamo, l'Italia ha molti margini di miglioramento, persino in una situazione di crisi internazionale. Nella situazione in cui versa l'Italia, faremmo bene a guardare al nostro interno, non ai massimi sistemi. Il «male» dell'Italia, prim'ancora che nella speculazione internazionale, è nello Stato. Tremonti dovrebbe concentrarsi su quello. Il rischio invece è che si limiti all'ordinaria amministrazione, a fare il minimo indispensabile, mentre ciò che serve è uno shock.

Lo ha ricordato alcuni giorni fa Antonio Martino in un editoriale sul sito dell'Istituto Bruno Leoni: oltre all'aumento del prezzo del petrolio e all'inflazione, «sappiamo tutti che quello che stiamo pagando è il prezzo salatissimo di 45 anni di cattocomunismo, di crescita delle tasse e delle spese inutili, oltre che dei debiti pubblici e della pletora di regolamentazioni insensate che scoraggiano le attività produttive». Scrollandoci di dosso questi «45 anni di cattocomunismo» possiamo migliorare di molto la nostra condizione a prescindere dalle crisi internazionali. Mentre Tremonti sembra rassegnato al fatto che tutto si giochi fuori dall'Italia, a me sembra che la partita più importante si giochi dentro.

«Gli Italiani hanno perfettamente compreso che il nostro Paese ha l'urgente bisogno di una radicale inversione di tendenza, di una svolta liberale che riduca il costo del settore pubblico e lo renda meno inefficiente, di una drastica riduzione delle tasse e delle spese improduttive, della liberazione delle nostre energie produttive». E qui, dopo l'analisi, la critica di Martino:
«Tutti ci aspettavamo che il successo elettorale del PdL avrebbe indotto il nuovo governo, largamente dotato dei numeri per farlo, a mantenere quanto a gran voce promesso in campagna elettorale, dando vita ad una profonda riforma fiscale e riducendo il peso delle tasse gravante sulle famiglie e sulle imprese, invertendo il corso inaugurato dal governo dei sinistri. Invece, a nemmeno due mesi dal suo insediamento, il governo aumenta le tasse giustificando la decisione con le spiritosaggini del ministro dell'Economia che si appella all'autorità di Robin Hood, rinazionalizza quella autentica vergogna nazionale che è l'Alitalia e la sua montagna di debiti (la "compagnia di bandiera" perde oltre un milione di euro al giorno), taglia le già scarse risorse delle forze armate e delle forze di polizia e manda 2500-3000 militari a presidiare discariche e svolgere compiti di ordine pubblico come se non fossero sufficienti a quello scopo i 400.000 addetti delle forze dell'ordine. Non è questa la svolta promessa, non è questa la rivoluzione liberale di cui abbiamo bisogno. L'Italia non ha bisogno di un governo che gestisca l'esistente – è l'esistente la causa del nostro declino – l'Italia vuole ed ha chiesto in modo inequivocabile un cambiamento, una inversione di rotta. Se questo governo non si affretta a darcela rischia di incappare nel profondo disprezzo degli Italiani di oggi e di quelli che verranno».
Non saranno i toni comprensibilmente astiosi dell'ex ministro Martino - uno dei tanti liberali doc a non aver trovato nella compagine governativa un incarico all'altezza del suo valore e della sua figura - a impedirci di dargli ragione. Nel Dpef varato dal governo e all'esame del Parlamento c'è un'importante svolta sulla spesa pubblica, sia rispetto al governo Prodi sia rispetto al precedente governo Berlusconi. Di questo sarebbe ingiusto non darne atto.

Ma manca lo shock. Potrebbero rivelarsi ancora insufficienti le riforme di Brunetta, Sacconi e Gelmini - sempre che riescano a realizzarle - in tre settori chiave. Sarebbe stato opportuno, per esempio, già prevedere almeno entro il prossimo trienno un piano di riduzione delle aliquote fiscali. Il rischio è di ritrovarci con «un governo che gestisce l'esistente», quando è proprio «l'esistente la causa del nostro declino».

Lo stesso difetto nell'approccio di Tremonti lo registrava Guido Tabellini, rettore della Bocconi, su Il Sole24 Ore: «La risposta del Governo sembra essere: sul fronte interno c'è poco da fare, perché i vincoli di bilancio non consentono margini di manovra; sul fronte esterno, mobilitiamo i Governi europei contro la "speculazione". È una risposta inadeguata su entrambi i fronti».

C'è, spiega Tabellini, un «fronte esterno su cui dovrebbe concentrarsi l'azione del Governo», ma non riguarda la "speculazione". Sul «fronte interno, la politica monetaria può fare ben poco... Gli effetti dello shock invece dovrebbero essere contrastati con la politica fiscale. Lo strumento corretto è una riduzione delle imposte sui redditi da lavoro: dal lato dell'offerta, scenderebbero i costi di produzione; dal lato della domanda, si darebbe sollievo al reddito disponibile delle famiglie». Si potrebbe così «difendere il potere d'acquisto delle famiglie senza scatenare una vana rincorsa tra prezzi e salari».

E' comunemente accettato il fatto che quando mancano risorse e l'economia è stagnante non si possano ridurre le tasse. «Se il Pil dovesse riprendere a correre» si potranno restituire i soldi ai contribuenti, dice Tremonti. «Se questa fosse l'impostazione - avverte Tabellini - avremmo una politica fiscale prociclica che amplifica gli shock esterni: quando le cose vanno male si tira la cinghia, quando vanno bene anche la politica fiscale diventa più espansiva. Esattamente il contrario di ciò che bisognerebbe fare».

Secondo gli obiettivi del Dpef, nel 2010 sia la pressione fiscale che la spesa corrente al netto degli interessi in percentuale del Pil continueranno a essere praticamente sugli stessi livelli del 2007. «È un programma troppo rinunciatario, date le difficoltà del Paese», conclude Tabellini. Si comincia finalmente a tagliare la spesa, ma manca lo shock.

Friday, June 08, 2007

Signora Flavia, che figura!

Flavia Franzoni Prodi, moglie del presidente del Consiglio, con le altre first lady al G8Si è presentata al G8 così come si trovava, come appena uscita dal supermercato, o un'insegnante di scuola media in gita.

In posa nella foto di gruppo insieme alle first lady del vertice G8, non si può certo dire che Flavia Franzoni Prodi sia stata una buona testimonial della moda italiana. I concittadini delle altre signore, alcune sobriamente eleganti, ci baderanno senz'altro meno, non essendo certo la moda il prodotto d'eccellenza nazionale.

In pieno giorno, sotto un sole deciso di inizio estate, tra il grigio chiaro, l'azzurrino pastello, il beige e il bianco delle altre ladies, la signora Flavia sfoggiava la sua solita lunga giacca blu scuro, la magliettina di cotone presa da Upim, anch'essa blu, occhialini al collo e la sua anonima borsetta, sempre blu, dalla chilometrica tracolla, come forse negli '70 la portavano le signore di mezza età.

Abbiamo capito che la signora Flavia ci tiene a farci sapere che non ci bada, che la sua modestia è uno stile di vita orgogliosamente esibito, ma il gusto e la moda italiani, famosi in tutto il mondo, gridano vendetta.

Wednesday, June 06, 2007

Bush e Sarkozy per superare Kyoto

Dicevamo che Bush si sarebbe presentato al vertice G8 in Germania pronto a discutere più apertamente di clima, disponibile ad aprire una nuova fase diplomatica insieme agli alleati europei (Blair, Merkel e Sarkozy) sul tema del surriscaldamento globale.

Oggi, su Il Foglio, un preciso articolo di Carlo Stagnaro, dell'Istituto Bruno Leoni, spiega i termini di questa apertura. Il presidente americano, «a lungo considerato il grande nemico di Kyoto, ha assunto una posa più dialogante». Il segnale di apertura è stato colto, per esempio, dal ministro britannico per l'Ambiente David Miliband, che al Financial Times ha auspicato l'avvio di una discussione «urgente e dettagliata». Ci sarà.

Premessa obbligata: «Retorica a parte», chiarisce subito Stagnaro, «Bush non è più ostile a Kyoto di quanto non sia stato il ticket Bill Clinton–Al Gore. Il presidente avrebbe potuto ritirare la firma al trattato, concessa dal suo predecessore, e non l'ha fatto; avrebbe potuto inviare il protocollo al Senato per la ratifica e non l'ha fatto, come non l'aveva fatto Clinton. Perché? Perché egli sa, come lo sapevano Clinton e Gore, che il Senato non avrebbe mai dato il suo assenso... si può affermare che, non facendolo affossare dal Senato, Bush abbia salvato Kyoto».

La disponibilità americana a discutere di rimedi al cambiamento climatico si basa però su alcuni pilastri condivisi in modo abbastanza bipartisan da Repubblicani e Democratici: valorizzazione dell'energia nucleare (in sintonia con la Francia); coinvolgimento delle economie emergenti, India e Cina in testa, negli sforzi di riduzione delle emissioni di gas serra; l'anno di riferimento – il 1990 – è considerato troppo favorevole all'Europa; «l'allergia» agli obiettivi vincolanti, perché una volta accettati, non possono essere «ignorati o stiracchiati», come fanno spesso gli europei con gli obiettivi di Kyoto.

L'approccio Usa, conclude Stagnaro, rimane «ostile alla logica kyotista – "targets & timetables" – e, rispetto alla visuale europea, presta maggiore attenzione alle dinamiche (come l'innovazione e il trasferimento tecnologico) che agli aspetti statici (le emissioni hic et nunc)».

Dal vertice G8 in corso non bisogna aspettarsi quindi obiettivi vincolanti entro precisi limiti quantitativi e temporali, come auspicava la Merkel alla vigilia, ma è possibile che si giunga con reciproca soddisfazione, degli europei e degli Stati Uniti, a un accordo di massima in «un quadro post-Kyoto». Lo stesso presidente Bush ha dichiarato di essere giunto in Europa «con un forte desiderio di lavorare con voi su un accordo post-Kyoto e di vedere come è possibile raggiungere importanti obiettivi».

A questo punto, vedremo se certi ambientalisti sono davvero interessati al clima del pianeta o se rimangono abbarbicati a Kyoto come a un feticcio. Vedremo chi è davvero interessato a trovare soluzioni compatibili con il modello di sviluppo, e chi, invece, utilizza l'ambientalismo come grimaldello ideologico contro quel modello di sviluppo.

Chi è sinceramente impegnato a mettere in piedi una politica credibile di riduzione dei gas serra non può non riconoscere la necessità di superare la Kyoto logic. Personalmente non mi convincono le teorie sulle cause prevalentemente umane dei cambiamenti climatici, ma chiunque si rende conto che da una riduzione dei gas serra non possiamo che guadagnarci in salute.

Tuesday, June 05, 2007

Bush, presidente dei dissidenti

Bush interviene alla conferenza su democrazia e sicurezza a PragaAlla vigilia del G8, Bush incalza Russia e Cina su democrazia e diritti umani

In Russia «le riforme... sono deragliate, con preoccupanti implicazioni per lo sviluppo della democrazia». Così, il presidente Bush ha criticato la presidenza Putin, intervenendo a una conferenza su libertà e democrazia, a Praga, alla presenza dell'ex dissidente Natan Sharansky e dell'ex presidente cecoslovacco Vaclav Havel, due protagonisti del crollo dell'Unione sovietica.

Aggiungere che per emergere le società libere hanno bisogno di «tempi diversi in diversi luoghi» e che «l'America può mantenere un rapporto di amicizia con un paese e cercare di spingerlo verso la democrazia allo stesso tempo» non risparmierà al presidente Usa l'ira di Putin.

Il discorso di Bush ha riguardato anche la Cina. Il presidente americano si è rammaricato del fatto che i leader cinesi «credano di poter continuare ad aprire l'economia della nazione senza aprire il suo sistema politico» e ha annunciato l'intenzione di incontrare, durante la stessa conferenza, il dissidente cinese Rebiyah Kadeer, il siriano Mamoun Homsi e dissidenti presenti di altre dittature (Bielorussia, Birmania, Cuba, Corea del Nord, Vietnam, Siria, Iran, Sudan e Zimbabwe).

Molti dissidenti, ha poi osservato, non hanno potuto prendere parte alla conferenza perché ingiustamente incarcerati dai loro governi. Bush ha chiesto la loro «liberazione immediata e senza condizioni» leggendone i nomi da un elenco: Alexander Kozulin (Bielorussia), Aung San Suu Kyi (Birmania), Oscar Elias Biscet (Cuba), Padre Nguyen Van Ly (Vietnam), Ayman Nour (Egitto). «Agli occhi dell'America, i dissidenti democratici di oggi sono i leader democratici di domani».

«Ho impegnato l'America per l'obiettivo ultimo della fine della tirannia nel nostro mondo. Qualcuno ha detto che ciò mi qualifica come un presidente dissidente. Se stare dalla parte della libertà nel mondo mi rende un dissidente, allora porterò questo titolo con orgoglio».

Bush è quindi tornato al cuore della sua dottrina di politica estera, che in realtà ha radici profonde nella storia politica americana. La guerra al terrorismo «è più che un conflitto militare. Come la Guerra Fredda, è una battaglia ideologica tra due visioni dell'umanità profondamente diverse... Le armi più potenti in questa battaglia contro l'estremismo non sono proiettili o bombe - ma l'appeal universale della libertà. La libertà è il disegno del nostro Creatore e il desiderio di ogni anima. La libertà è il miglior modo di sciogliere la creatività e il potenziale economico di una nazione. La libertà è il solo ordinamento di una società che conduce alla giustizia. E la libertà umana è la sola via per realizzare i diritti umani... Ma espandere la libertà non è solo un imperativo morale - è il solo modo realistico di proteggere i nostri popoli nel lungo periodo».

Dei temi del vertice G8 di domani in Germania e dell'«ombra lunga della Russia di Putin» tratta il mio contributo per il numero di questa settimana di LibMagazine:

Si è aperta una settimana che rimetterà al centro dell'attenzione la politica estera. Il G8 del 6 giugno a Heiligendamm, in Germania, è stato preceduto da due "trailer" indicativi della trama del film cui assisteremo nei prossimi mesi: le due interviste che il presidente americano George W. Bush e quello russo Vladimir Putin hanno concesso alla stampa internazionale per presentare la loro agenda. Molti dei ruoli dei protagonisti li troveremo cambiati rispetto al modo in cui eravamo abituati a vederli, e scottanti, ad alta tensione, si preannunciano alcune scene.

Il presidente Bush troverà in Europa un ambiente meno ostile. Al posto di Schroeder e di Chirac alla guida di Germania e Francia siedono Angela Merkel e Nicolas Sarkozy. Tony Blair è al suo ultimo G8, ma chi gli succederà a Downing Street manterrà Londra al primo posto tra le capitali europee "amiche" degli Stati Uniti. Il presidente americano giunge con le migliori intenzioni nei confronti degli alleati europei
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Monday, June 04, 2007

Cos'ha in mente Putin?

Putin e Bush (White House photo by Eric Draper)Mercoledì si terrà il vertice G8 in Germania. Il presidente Putin si è fatto annunciare da un'intervista minacciosa, in cui ha evocato esplicitamente la possibilità che i missili nucleari russi tornino a essere puntati contro città e obiettivi militari europei se gli Usa insisteranno con il loro progetto di uno "scudo" anti-missile a protezione dell'Europa da installare con il coinvolgimento decisivo di Polonia e Repubblica Ceca.
«Se il potenziale nucleare americano si allarga al territorio europeo noi dovremo darci nuovi bersagli in Europa. Spetta ai nostri militari la definizione di questi bersagli così come la scelta tra missili balistici e missili da crociera. Ma questo è soltanto un aspetto tecnico».
Mosca non accetterà che nuovi sistemi di difesa, che Washington dichiara volti alla tutela da possibili minacce iraniane, intervengano a modificare l'equilibrio strategico tra Russia e Stati Uniti.

Né l'amministrazione Usa né la Nato sembravano voler replicare, in un primo momento, probabilmente per non alimentare polemiche che avrebbero potuto restringere gli spazi di manovra nei colloqui diretti di questa settimana. Ma alla fine il consigliere per la sicurezza nazionale, Hadley, e un portavoce Nato si sono fatti sentire, osservando che la retorica e i toni duri usati dal presidente russo non aiutano il dialogo e la soluzione dei problemi.

Quali i motivi che hanno indotto Putin ad alzare di nuovo la tensione con l'Occidente? Lo storico Richard Pipes, sentito dal Corriere, non crede «che una crisi di questa gravità sia dettata solo dall'installazione dei sistemi radar e antimissilistici americani in Europa». Ci dev'essere dell'altro sotto, «che Putin possa averla causata a scopi elettorali»: «Non sono così sicuro che voglia ritirarsi l'anno venturo. Una situazione di emergenza potrebbe consentirgli di dire al Parlamento che deve restare al comando del Paese per risolverla, e di ottenere un emendamento costituzionale al riguardo. Non penso che la Duma glielo negherebbe e che i russi protesterebbero, anzi».

Insomma, Putin starebbe alzando il livello dello scontro con l'Occidente per accreditare nell'opinione pubblica russa l'esistenza di un nemico esterno che solo lui può fronteggiare. Ciò gli darebbe il consenso necessario per formalizzare il passaggio a un regime autoritario. Sta all'Europa e agli Stati Uniti evitare che si realizzi questo scenario, innanzitutto mettendo bene in chiaro con il presidente russo che non sarebbe accettato.

Secondo Pipes, «la colpa è anche dell'Europa, che non ha appoggiato e continua a non appoggiare il nostro presidente al cento per cento. L'Europa si sta comportando in maniera irresponsabile, ha dimenticato che l'appeasement non dà mai risultati...». L'unico modo di evitare che la crisi giunga a un punto di non ritorno è «presentare a Putin un fronte comune Ue-Usa a partire dalla riunione del G8 di questa settimana». G8, Ue e Nato dovrebbero «compattarsi e mettere Putin con le spalle al muro». Di fronte al ritorno della Russia ai metodi dell'Urss, «tocca all'Occidente in blocco dimostrarle che ciò è inaccettabile». Come? Gli strumenti non mancano:
«Condizionando l'ingresso della Russia nel Wto ai progressi della democrazia in casa e alla distensione fuori; riducendo gli investimenti nell'industria e nella finanza russa. Prendendo decisamente le parti delle ex repubbliche sovietiche in Asia».
Ma i nuovi protagonisti entrati da poco nella scena europea dimostreranno di avere la stoffa da leader?

Tutti questi temi sono trattati in un articolo che uscirà domani sul nuovo numero di LibMagazine, che si presenterà con parecchie sorprese: una nuova veste grafica e novità editoriali.

Friday, June 01, 2007

«Vengo per discutere un'agenda basata sulla libertà»

«Il compito dell'America è promuovere la democrazia nel mondo, anche in luoghi che non sembrano troppo ospitali.
(...)
Nel momento in cui c'è una transizone verso una nuova leadership il mondo deve lavorare per la libertà, non per la stabilità. In cima all'agenda non ci deve essere il nome di chi governa ma elezioni libere, stampa libera, liberazione dei prigionieri».


Concetti non nuovi per il presidente americano George W. Bush. Durante il suo viaggio in Europa verrà a Roma per incontrare il Papa e Prodi, di cui ha detto: «Spero che l'incontro gli dia più coraggio in Afghanistan». Queste e altre interessanti dichiarazioni ha fatto Bush presentando alla stampa i temi del prossimo G8.

Le politiche dell'amministrazione Usa per la riduzione dei gas serra sono molto più avanzate di quanto si creda comunemente a causa della mancata firma sui protocolli di Kyoto. Gli Stati Uniti puntano a un accordo in cui ogni nazione abbia «un obiettivo compatible con la propria economia». Quanti governi europei possono annunciare che «nel corso del prossimo anno metà delle vetture saranno flex-fuel»?

Altre "sorprese" di Bush, ovviamente taciute dai nostri mainstream media, ce le segnala 1972: la richiesta di nuove sanzioni contro il Sudan per il genocidio in Darfur e il raddoppio dei fondi per la lotta all'Aids.