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Saturday, July 22, 2017

Acqua pubblica, no acqua

Da una parte vi e ci sta bene! Volevate il trasporto pubblico? Non avete alcun trasporto. Volevate l'acqua pubblica?? Manca anche l'acqua. E' un diritto, dicevate, ma siccome l'avete voluta pubblica e a gestirla sono quindi i politici, oggi è un po' meno diritto... rischia di diventare un diritto vuoto, prosciugato, come molti altri diritti fasulli in Italia.

Stanno per chiudere l'acqua a Roma, in Italia abbiamo acquedotti così fatiscenti e bucati che se ne disperde in media il 50%, ma il presidente della Regione Lazio Zingaretti non trova di meglio che prendersela con Trump per l'uscita degli Stati Uniti dall'accordo di Parigi sul clima... Lo scaricabarile arriva fino alla Casa Bianca, fino a che punto ci facciamo prendere per il culo?

Sunday, July 16, 2017

Dal G20 di Amburgo agli abbracci Trump-Macron sugli Champs-Elysees

Pubblicato su formiche

Dal G20 di Amburgo (una sconfitta casalinga per la Merkel) agli abbracci Trump-Macron sugli Champs-Elysees (manovre di accerchiamento della Germania?), passando per il discorso di Trump a Varsavia in difesa dell'Occidente, snobbato dai media, e l'incontro con Putin, che hanno seppellito i falsi miti su Trump

Con il presidente americano Trump ai Campi Elisi, Parigi, invitato dal presidente francese Macron alle celebrazioni del 14 luglio per la presa della Bastiglia, si chiudono dieci giorni densi di avvenimenti sulla scena internazionale. E si moltiplicano gli indizi che ci inducono a intravedere tempi non facili per la locomotiva tedesca, e quindi per la macchinista, la cancelliera Angela Merkel. Le manovre di accerchiamento sono cominciate, vedremo se assumeranno le sembianze di un vero e proprio assedio a Berlino perché si decida a modificare le sue politiche europee e commerciali.

Forte della sua ambizione e di una solida maggioranza parlamentare, Macron è determinato a riequilibrare il motore franco-tedesco prima che vada fuori giri. Ed è pronto a giocare di sponda con Trump, sfidando persino l'impopolarità del presidente Usa, invitato a cena sulla Tour Eiffel e alle celebrazioni del 14 luglio (con i militari americani ad aprire la parata ai Campi Elisi). Serve luce verde da Washington inoltre per i suoi sogni di "grandeur": la guida della difesa europea e la supremazia francese nel Mediterraneo. Per Londra è addirittura una necessità rivolgersi al di là dell'Atlantico e cercare nell'Anglosfera una prospettiva post-Brexit.

Macron è una buona carta anche per gli Stati Uniti, che hanno sempre sostenuto il progetto europeo, ma non sono contenti della piega germano-centrica che sta prendendo. L'Ue serve a garantire stabilità e benessere agli europei. Gli attuali squilibri, accentuati dalle politiche e dal primato di Berlino, potrebbero non essere sostenibili nel medio periodo e rischiano di compromettere sia stabilità che benessere dell'Europa, indebolendo l'Occidente. Una Germania europea, non un'Europa tedesca avevano in mente gli americani quando hanno sostenuto la riunificazione nel contesto dell'integrazione europea.

Poi c'è la Russia, che preme ai confini orientali dell'Europa. A difesa dei paesi dell'Est, un mercato prezioso per Berlino, non ci sono certo le truppe della cancelliera, ma la Nato, ovvero l'arsenale americano. E nel pieno della crisi con Mosca per l'Ucraina, nonostante il regime di sanzioni, con le sue scelte di politica energetica, tra cui il raddoppio del gasdotto North Stream, la Germania (e l'Ue con essa) ha accresciuto anziché ridurre la dipendenza dal gas russo. Una prospettiva che non può far piacere a Washington.

Ma facciamo un passo indietro. Il G20 di Amburgo si prestava come palcoscenico ideale per l'esordio sulla scena internazionale della "nuova leader del mondo libero" (e liberal), la cancelliera tedesca Angela Merkel. Tuttavia, già alla vigilia si era compreso che qualcosa non tornava, se per far apparire isolata l'America di Trump sul clima aveva dovuto ostentare l'appoggio di Russia e Cina, non esattamente due fari del liberalismo (e ovviamente Putin e Xi non si sono lasciati pregare...), ma soprattutto se la cancelliera, che così meticolosamente in questi mesi ha coltivato il ruolo di Berlino come alfiere del libero commercio e della globalizzazione contro le minacce protezionistiche trumpiane, si era trovata sulla scrivania la seguente storia di copertina dell'Economist: "Il problema tedesco. Perché il surplus commerciale della Germania fa male all'economia mondiale". Ma come, l'organo "ufficiale" dell'intellighentzia "global", dell'ordine economico liberale, che rilancia la stessa identica critica sollevata dall'amministrazione Trump all'indirizzo di Berlino?

Se poi, a leggere la dichiarazione finale del G20 di Amburgo, sulla falsa riga di quella sottoscritta a Taormina, gli echi trumpiani sembrano addirittura dare il tono all'intero documento, non è esagerato parlare di una brutta sconfitta casalinga per la Merkel.

Né i leader del G7 riuniti a Taormina, né quelli del G20 ad Amburgo vedono più la globalizzazione come un fenomeno dalle magnifiche sorti e progressive, anzi ammettono che non tutti ci hanno guadagnato, ci sono dei "perdenti", dei "dimenticati" – quei dimenticati che hanno portato Trump alla Casa Bianca – e riconoscono che "rimangono delle sfide per realizzare una globalizzazione inclusiva, corretta e sostenibile", servono politiche di aggiustamento per mitigarne gli effetti distorsivi.

Ribadito l'impegno per il libero commercio e a "tenere i mercati aperti", tuttavia di fronte "alle pratiche commerciali scorrette" si riconosce "l'uso di strumenti legittimi di difesa commerciale". Strumenti che come abbiamo già scritto per Formiche non fanno solo parte dell'arsenale negoziale del presidente americano, ma sempre più sono invocati anche dai principali soci del club Ue – Francia, Italia e la stessa Germania – per rispondere alle "scorrettezze" cinesi. Nero su bianco, nel documento troviamo le doglianze americane ed europee nei confronti di Pechino sia sul tema dell'acciaio, per la sua eccessiva capacità produttiva, che per il dumping sul costo del lavoro, essendo il mercato cinese ancora lontanissimo dai nostri standard sociali, ambientali e di diritti umani.

A ben vedere nemmeno sul clima la cancelliera tedesca può contare un punto inequivocabilmente a suo favore. Ammesso e non concesso di poter isolare gli Stati Uniti su un tema come il clima, che certo non è alla base dei rapporti transatlantici, l'accordo di Parigi viene sì definito "irreversibile", ma nella dichiarazione si legge anche che verrà applicato "con differenziate responsabilità e rispettive capacità, alla luce delle diverse circostanze nazionali". Insomma, una sorta di "liberi tutti", ognuno lo interpreti come vuole... E il presidente turco Erdogan ha già fatto sapere che se non arriva il bonifico dai paesi ricchi la Turchia è anch'essa pronta a uscire dall'accordo.

Sull'immigrazione infine, viene confermato l'approccio già uscito da Taormina: i leader del G20 sottolineano "il diritto sovrano degli stati di controllare e difendere i propri confini e perseguire politiche nel proprio interesse nazionale e per la propria sicurezza nazionale".

Dichiarazione del G20 a parte, a rubare la scena alla Merkel sono stati il discorso di Trump in Polonia e il primo faccia a faccia tra il presidente americano e quello russo, dal quale (doveva durare mezz'ora, senza un'agenda prefissata, ma è durato due ore) è scaturito il primo cessate-il-fuoco a firma Usa-Russia in Siria, sebbene parziale. Certo, le cronache della stampa mainstream vi hanno raccontato altro, ma è comprensibile: il discorso di Varsavia e il primo confronto Trump-Putin hanno contraddetto la narrazione del giornalista collettivo sul nuovo inquilino della Casa Bianca in almeno due aspetti fondamentali. Trump non è il "puppet" di Putin. E l'America di Trump è tutt'altro che isolazionista. "America First" non significa "America alone", come hanno spiegato di recente sul WSJ i consiglieri del presidente McMaster e Cohn. Semmai, vuol dire che l'America è tornata.

Sunday, June 04, 2017

Toh, gli europei che fanno i "trumpiani" in risposta al protezionismo cinese...

Pubblicato su formiche

E meno male che gli uni e gli altri dovevano essere i nuovi campioni del libero commercio... Europa e Cina non possono dare lezioni di libero commercio, al massimo di ipocrisia...

Le due notizie secondo cui la cancelliera tedesca Angela Merkel sarebbe la nuova leader del mondo libero e il presidente cinese Xi Jinping l'alfiere della globalizzazione e del libero commercio (com'è stato incoronato dopo l'ultimo World Economic Forum di Davos), nonché da qualche giorno anche del clima, sono nella migliore delle ipotesi "fortemente esagerate".

Basti pensare che mentre prendiamo lezioni di libero commercio da Xi Jinping, la Cina non è ancora riconosciuta come economia di mercato. E nell'Indice della libertà economica elaborato ogni anno da Wall Street Journal e Heritage Foundation risulta al 139esimo posto (tra i paesi "non liberi") su 178 paesi. Gli Stati Uniti sono all'undicesimo posto, la Germania è al sedicesimo, la Francia al 73esimo e l'Italia all'80esimo posto. Negli ultimi cinque anni, mentre gli Stati Uniti hanno ridotto le loro emissioni di CO2 di 270 milioni di tonnellate, la Cina le ha aumentate di oltre un miliardo di tonnellate, e anche se Pechino rispettasse gli impegni presi con l'accordo di Parigi sul clima non vedremmo progressi significativi fino al 2030.

La realtà è che la leadership cinese ha saputo capitalizzare al massimo dal punto di vista propagandistico l'impopolarità del nuovo presidente americano agli occhi dell'ovattato mondo di Davos e la grande stampa occidentale c'è cascata in pieno facendo da cassa di risonanza alla propaganda di Pechino. Non solo gli Stati Uniti, anche l'Europa rifiuta ancora di riconoscere alla Cina lo status di economia di mercato. E a ragion veduta. La Cina sostiene a parole il libero commercio, ma nei fatti è lontanissima da ciò che predica.

Poi, nei giorni scorsi, il ritiro degli Stati Uniti dall'accordo di Parigi sul clima annunciato dal presidente Trump proprio mentre era in corso il vertice Ue-Cina ha offerto ai leader europei e cinesi l'occasione di rivendicare (a parole, come vedremo) una sorta di leadership "morale", politica e commerciale che colmerebbe il presunto vuoto lasciato dagli Stati Uniti. Insomma, Trump avrebbe contribuito a rilanciare l'asse Ue-Cina e a farne i nuovi campioni del libero commercio e del clima.

Ma le cose stanno molto diversamente. Unione europea e Cina sono tra gli attori politici ed economici più protezionisti del pianeta e il loro vertice è stato un totale fallimento. Nessun accordo, né passi avanti tra Bruxelles e Pechino. Nessuna dichiarazione congiunta, nemmeno per esprimere la sbandierata sintonia sul clima, che infatti nella realtà non va oltre la condivisione della polemica nei confronti di Washington per la decisione di ritirarsi dall'accordo di Parigi ed è servita solo a mascherare il fallimento del vertice. Nessun passo avanti, per esempio, è stato compiuto su uno dei temi in cima all'agenda dei colloqui: l'accesso da parte europea al mercato cinese degli investimenti, oggi ostacolato dalle barriere protezionistiche di Pechino.

Il valore delle acquisizioni di compagnie europee da parte dei cinesi ha raggiunto nel 2016 il valore record di 48 miliardi di dollari (quasi il doppio rispetto al 2015) mentre, a causa delle restrizioni di Pechino nell'accesso ai suoi mercati, quelle europee in Cina sono crollate rispetto al 2013 e nel 2016 si sono fermate intorno al miliardo (dati Dealogic/Wall Street Journal). Secondo stime più caute, il rapporto sarebbe di 4 a 1 (35 miliardi di dollari il valore delle acquisizioni cinesi in Europa, +77% rispetto all'anno precedente, contro gli 8 miliardi da parte europea in Cina, in calo del 23%).

"Il commercio con la Cina dev'essere basato sulla reciprocità". Alle compagnie europee dev'essere garantito un "uguale trattamento". La "sovracapacità" cinese nella produzione di acciaio è un problema. Si tratta degli ultimi tweet del presidente americano Donald Trump? No, delle affermazioni, rispettivamente, del commissario europeo al commercio Cecilia Malmstrom, incalzata dal Parlamento europeo, della cancelliera tedesca Angela Merkel e del presidente della Commissione europea Juncker, all'indirizzo dei leader cinesi.

Tuttavia, nonostante le promesse pubbliche, il regime di Pechino in questi anni ha fatto orecchie da mercante e non solo si rifiuta di garantire alle compagnie europee pieno accesso ai suoi mercati, ma di fatto elude anche ogni tentativo di iniziare una discussione vera in proposito. Anzi, secondo un recente studio, per le imprese europee il sistema economico cinese nel suo complesso è peggiorato nel corso degli ultimi anni. Invece di assistere ad una maggiore liberalizzazione, si aggravano le distorsioni provocate dall'intervento pubblico e le imprese europee si scontrano con una sorta di "età dell'oro" per i grandi gruppi cinesi a partecipazione statale. Gli stessi che riempiti di capitali pubblici vengono poi a fare shopping in Europa. Inoltre, con la scusa della cyber-security e del controllo della Rete, alle autorità governative è garantito accesso a dati industriali sensibili e ai progetti ad alta tecnologia delle imprese che operano in Cina.

Tutto questo sta alimentando una reazione protezionista nei governi e nei parlamenti europei, che stanno chiedendo alla Commissione europea nuovi strumenti di difesa commerciale, per esempio un meccanismo di controllo per vagliare gli investimenti stranieri in Europa. Le pressioni europee per proteggere industrie o settori di rilievo strategico e importanti per gli interessi di sicurezza nazionale si fanno sempre più incalzanti alla luce del vero e proprio shopping compulsivo soprattutto da parte cinese. I governi di Germania, Francia e Italia, cioè gli stessi in prima linea nel bacchettare Trump sul commercio, hanno chiesto alla Commissione europea di considerare un blocco generalizzato delle acquisizioni da parte di investitori non europei di compagnie ad alta innovazione tecnologica. "Siamo preoccupati della mancanza di reciprocità e della possibile svendita delle competenze europee", lamentano i governi di Berlino, Parigi e Roma in una dichiarazione congiunta indirizzata alla Commissione Ue. "Occorre una soluzione europea... una ulteriore protezione". La strategia di Pechino sembra funzionare infatti nell'aiutare le compagnie cinesi a ridurre il gap tecnologico con i concorrenti internazionali e secondo alcuni studi la Cina potrebbe essere in grado di colmare del tutto il gap di innovazione già dal 2020. Sta quindi guadagnando consensi in Europa la proposta di creare una versione europea del "Comitato sugli investimenti stranieri" statunitense, che ha il compito di indagare a fondo sugli investimenti stranieri in settori strategici e sensibili dell'economia.

Insomma, la "nuova via della Seta" annunciata in pompa magna da Pechino per espandere il commercio Europa-Cina, e celebrata dalla grande stampa europea come la definitiva adesione del regime al libero mercato in contrapposizione alle presunte chiusure americane, non è che un bluff che non incanta più nessuno.

Ed esattamente come il presidente Trump nei confronti dei principali partner commerciali degli Stati Uniti, anche l'Unione europea sta agitando la minaccia di un mercato europeo più protetto, più chiuso, per convincere i leader cinesi ad aprire davvero il loro mercato. D'altra parte, se è vero come sostengono Stati Uniti ed Europa che la Cina non può ancora essere considerata un'economia di libero mercato (il che ne dovrebbe mettere in dubbio la stessa adesione al Wto), come può esserci un "fair trade", una competizione leale e corretta? Se si ammette questo, tutto il dibattito sulla globalizzazione e le sue distorsioni prende un'altra piega, facendo apparire un po' meno "liberale" chi la difende a spada tratta e un po' meno "illiberali" coloro che parlano di riequilibrio e reciprocità.

Wednesday, May 31, 2017

Quale Europa senza inglesi e americani?

Non c'è dubbio: Brexit e Trump sono argomenti forti a favore di un rafforzamento politico e istituzionale dell'Ue. Però bisogna vedere di che tipo di Europa stiamo parlando e soprattutto, prese le distanze da inglesi e americani, nelle mani di chi finirebbe il nostro destino...

E poi, gli altri membri del club concordano sul fatto che il rinnovato impulso al progetto europeo avvenga a scapito dei rapporti transatlantici, che forse i tedeschi hanno dovuto ingoiare per 70 anni ma altri intrattengono ben volentieri?

Sul Financial Times, Gideon Rachman definisce un "passo falso" quello della Merkel...
"It is baffling that a German leader could stand in a beer-tent in Bavaria and announce a separation from Britain and the US while bracketing those two countries with Russia. The historical resonances should be chilling.
...
some have even proclaimed that the German chancellor is now the true leader of the western world. That title was bestowed prematurely. The sad reality is that Ms Merkel seems to have little interest in fighting to save the western alliance."
Ma attenzione, perché a volte i desideri diventano realtà: la Merkel rischia di dare a Trump esattamente ciò che vuole... che l'Europa diventi responsabile della sua difesa.

E a proposito del ritiro americano dall'accordo di Parigi sul clima... "Since when is a difference of opinion on climate policy a signal of US retreat from Europe?" chiede il Wall Street Journal. Da quando le politiche sul clima sono alla base dell'alleanza transatlantica? Sulla Nato, invece, si direbbe che l'alleato inaffidabile è la Germania... che spende una cifra ridicola nella difesa rispetto alla sua ricchezza e contribuisce pochissimo alle missioni. Però adesso vuole farsi una difesa comune "europea"...

Intanto, sempre sul WSJ il consigliere per la sicurezza nazionale McMaster e il consigliere economico di Trump, Gary D. Cohn, spiegano che "America First doesn't mean America alone".

Thursday, February 18, 2010

E' la "green economy", bellezza

La notizia che l'amministrazione Obama ha deciso di investire oltre 8 miliardi di dollari per la costruzione di due nuove centrali nucleari dopo 30 anni sembra essere passata quasi inosservata nel nostro Paese, tutto impantanato nel fango dei processi mediatici. Uno stanziamento che parrebbe destinato addirittura a triplicarsi, secondo il Wall Street Journal, che riferisce di fondi per 54 miliardi pronti ad entrare nel prossimo Bilancio federale. E' la "green economy", bellezza. E chi è consapevole che non basta "green", ci vuole anche "economy", cioè sviluppo, sa che il nucleare non può mancare tra i pilastri dell'"economia verde". Quando pensa all'energia pulita, in grado cioè per lo meno di non aggravare l'inquinamento atmosferico e l'effetto serra, e per chi ci crede il surriscaldamento globale, il presidente Usa ha in mente anche il nucleare, al contrario dei nostri ambientalisti da strapazzo ma anche della nostra sinistra che si proclama "di governo".

«E' un problema bipartisan, non riguarda una parte o l'altra, ma il futuro di un Paese in termini di sviluppo, occupazione e ambiente», spiega il segretario per l'Energia Usa, Steve Chu, al Financial Times. «Non possiamo permettere che le divergenze frenino il progresso», osserva Obama: «Su un tema che condiziona la nostra economia, la nostra sicurezza e il futuro del pianeta non possiamo restare bloccati dall'annoso dibattito tra destra e sinistra, imprenditori e ambientalisti».

Prevale invece da noi un ambientalismo irresponsabile, anticapitalista e antimodernista, direi reazionario e superstizioso. La scelta di Obama metterà senz'altro in imbarazzo il Pd, che ha appena deciso di puntare sul "no" al nucleare in questa campagna per le regionali. In imbarazzo quindi tutti i candidati presidente, come Emma Bonino, chiamati a conciliare il loro tabù antinuclearista con l'ammirazione per Obama. Difficile però che i loro avversari di centrodestra riescano ad approfittarne appieno, visto l'imbarazzo con cui a loro volta hanno accolto i primi decisi passi del governo sulla via del ritorno al nucleare.

Nel Pd il dibattito interno si svolge su tutto tranne che su temi, come il nucleare, su cui dovrebbe svolgersi, quindi è inutile aspettarsi ripercussioni. E' più facile che la sinistra cominci a ripudiare Obama piuttosto che cambi idea sul nucleare.

Friday, February 12, 2010

Diavolo d'un riscaldamento globale

Questa mattina a Roma ci siamo svegliati sotto un'abbondante e intensa nevicata. Fiocchi giganti che dopo circa tre ore cominciano ad attecchire sui tetti, sulle tende di giornalai e negozi, e sulle vie pedonali del centro. Sono passato per Piazza Venezia e Via del Corso che sembrava una bufera. Paesaggio spettacolare volgendo lo sguardo verso Colosseo, Piazza Montecitorio e Quirinale. Nei bar e sui mezzi pubblici non si parla d'altro, eccitazione delle scolaresche. Era dal 1986 che non nevicava così a Roma, un evento eccezionale che corona un inverno tra i più piovosi e rigidi degli ultimi anni.

Dev'essere senz'altro colpa di questo surriscaldamento globale di cui tanto si parla. A parte Roma, ictu oculi è stato uno degli inverni più rigidi e nevosi in tutta Europa, nel Nord America, fino in Cina. Ci spiegheranno che non inverte la tendenza al riscaldamento del pianeta, ma intanto lo registriamo. Se è per ridurre le emissioni di CO2 nelle nostre città, siamo d'accordo, non può farci che bene, ma ancora non ce la beviamo quella che rischia di passare alla storia come la più grande balla del secolo.

Tuesday, December 22, 2009

Il "generale Inverno" ridicolizza Copenhagen

Non butterei la croce addosso a Moretti, l'ad delle Ferrovie, in queste ore, quanto piuttosto ai fanatici del surriscaldamento globale. Certo, si dirà, un'ondata eccezionale di freddo e maltempo non smentisce sofisticate analisi statistiche e climatologiche. Fatto sta che il Centro e il Nord Europa sono stati spazzati da un gelo e da tanta neve come non se ne vedevano da anni, proprio nel mese in cui a Copenhagen si sono riuniti i "grandi della Terra" per agire contro il presunto surriscaldamento globale.

Non sono mai tenero nei confronti delle Ferrovie, che anche in situazioni normali si distinguono per ritardi e disservizi di ogni genere, ma questa volta, fatta eccezione per quel po' di arroganza da boiardo di stato, nel merito non si può dar torto all'ad Moretti. Né sull'eccezionalità della situazione meteo, né sul fatto che il sistema dopo tutto ha retto. I disagi hanno davvero colpito tutte le reti ferroviarie del centroeuropa, e persino la battuta controversa del maglione e del panino in più da portare con sé in viaggio l'ho trovata un suggerimento dovuto in una situazione così limite. Certo, c'è da dire che i convogli rimangono senza corrente anche in situazioni normali - purtroppo capita! - ma questa volta è obiettivamente diverso ed è sciocco prendersela con Ferrovie. Il paragone con la Finlandia mi è parso ingeneroso. E' ovvio che lì la rete ferroviaria sia preparata a far fronte a tali condizioni climatiche, essendo la normalità e non l'eccezione.

Piuttosto, dobbiamo ancora credere ai fanatici del surriscaldamento terrestre, che rischia di rivelarsi il più grande imbroglio planetario di tutti i tempi? A giudicare dalle loro azioni, i leader mondiali non sono poi così preoccupati come dicono di essere. Il sospetto è che strumentalizzino il tema dei cambiamenti climatici, verso cui le opinioni pubbliche sembrano molto sensibili, cercando di raccogliere consensi attraverso altisonanti dichiarazioni, ma che al dunque non abbiano la volontà politica di assumersi impegni concreti e verificabili. Diventa quindi inevitabile che alle grandi aspettative della vigilia di ogni vertice segua il rimpallo delle responsabilità.

Di chi è davvero la colpa del fallimento di Copenhagen? L'impressione è che in definitiva le potenze più inquinanti, Stati Uniti e Cina, non siano disposte – anche se per motivi diversi – ad accettare vincoli al loro sviluppo e alle loro economie. Gli Stati Uniti confidano più nella tecnologia che in tetti prefissati di emissioni, mentre la Cina vede dietro accordi vincolanti il tentativo da parte dell'Occidente di rallentare il suo sviluppo e frenare la sua ascesa al ruolo di superpotenza globale in competizione con gli Usa. Il clima è uno dei temi che meglio si presta alle speculazioni sul cosiddetto G2 e i leader di entrambe le potenze sono sembrati muoversi all'unisono, facendo annunciare il loro arrivo al vertice da dichiarazioni promettenti, per poi accordarsi su un minimo sindacale, che probabilmente già sapevano essere inevitabile, e farlo accettare agli altri. Ma dietro Usa e Cina, altri Paesi sono stati ben contenti del nulla di fatto e di poterne scaricare la responsabilità sui due Grandi.

L'accusa di aver fatto fallire il vertice è stata indirizzata soprattutto alla Cina, che ha posto il veto sulla riduzione del 50% delle emissioni globali collegata alla riduzione dell'80% da parte dei Paesi sviluppati. Ma soprattutto, bisognerebbe prestare attenzione alla rappresentazione che Pechino ha propagandato dei negoziati: se da parte sua la Cina ancora una volta - come in occasione della visita di Obama - ha tentato di esercitare una sapiente regia comunicativa, cercando sul tema dei cambiamenti climatici di indossare i panni della paladina dei Paesi in via di sviluppo contro l'egoismo dei "ricchi" occidentali, qualcosa non deve aver funzionato, se gli stessi Paesi in via di sviluppo l'hanno accusata di aver sottoscritto e difeso un accordo al ribasso.

Wednesday, July 29, 2009

Usa-Cina. Le prove di G-2 e la vera bolla cinese

Su Il Velino

Il vertice Stati Uniti-Cina dei giorni scorsi ha fornito ulteriori elementi di riflessione riguardo l'ipotesi G-2, una governance globale sempre più imperniata sull'asse Washington-Pechino su temi quali l'economia, il clima, la non-proliferazione nucleare. Il presidente americano Obama ha parlato di partnership strategica, spiegando che «le relazioni tra Stati Uniti e Cina daranno forma al 21esimo secolo». La natura strategica e non solo economica che Washington vuole conferire alla cooperazione con la Cina è confermata dalla definizione stessa dei due giorni di incontri come "Dialogo strategico ed economico" e dall'intervento congiunto, alla vigilia, del segretario di Stato Hillary Clinton e del segretario al Tesoro Timothy Geithner, che dalle colonne del Wall Street Journal hanno sostenuto la necessità di «discussioni di livello strategico» tra Usa-Cina.

Nel dibattito sulla natura dei rapporti da tenere con la Cina, a Washington si confrontano due scuole di pensiero: i «funzionalisti» e gli «strategici», li definisce John Lee, studioso dell'Hudson Institute. I primi ritengono che Stati Uniti e Cina sono così interdipendenti dal punto di vista economico da essere obbligati ad essere partner strategici. Una cooperazione da cui entrambi avrebbero tutto da guadagnare - invece che una competizione a "somma zero" - è a loro avviso un obiettivo fattibile. Tutti gli eventuali motivi di tensione tra le due potenze sono transitori e dovuti per lo più ad incomprensioni, mentre le profonde divergenze che ancora esistono passano in secondo piano se ci si concentra sui problemi pratici. «Quando siete sulla stessa barca, dovete attraversare il fiume in modo pacifico», è il proverbio cinese cui hanno fatto ricorso la Clinton e Geithner per spiegarsi.

Gli "strategici" non hanno una visione così rosea. Per loro i rapporti tra Stati Uniti e Cina vanno letti nell'ottica di una competizione strategica, una rivalità irreversibile e già in corso. Ciò non significa che non debbano migliorare le loro relazioni e aumentare la reciproca comprensione per minimizzare le tensioni, ma che ogni cooperazione può essere solo tattica, non strategica. Dietro di essa uno scontro sostanziale di interessi e valori, che può essere gestito ma non risolto, a meno che interessi e valori dell'una o dell'altra potenza non mutino, ma è altamente improbabile. Nell'attuale amministrazione i "funzionalisti" stanno prevalendo...

(...)

la crescita economica cinese non dovrebbe essere considerata un dato scontato, una variabile indipendente. Mentre la bolla cinese di cui molti analisti finanziari temono l'esplosione è quella azionaria, secondo Vitaliy N. Katsenelson bisogna guardare altrove: è «l'intera economia cinese che si sta preparando a esplodere», ha scritto per Foreign Policy.
CONTINUA

Monday, October 06, 2008

Raffreddamento globale

Brillante e spassoso questo articolo su il Giornale di sabato scorso. Certo, sarebbe paradossale, direi tragicomico, se dopo anni di martellamenti sulle imminenti catastrofi dovute al surriscaldamento globale, venisse fuori che ciò che davvero rischiamo è una nuova "piccola", qualche secolo, era glaciale.
La rivista Nature per esempio intorno a maggio ci ha spiegato che dal 2010 al 2020 vedremo una drastica riduzione della temperatura terrestre per colpa del raffreddamento dell'oceano Atlantico; il mese scorso uno studio norvegese ci ha rivelato che se è vero (o forse no) che al Polo nord i ghiacci si assottigliano, al Polo sud invece aumentano di spessore e che comunque è una cosa normale che succede nei secoli dei secoli; e l'ultima novità, che arriva dalla Nasa, non più tardi di ieri l'altro, spiega che il sole non è mai stato così povero di macchie solari, che il vento solare si è misteriosamente indebolito, e la sensazionale conclusione è che forse «sarebbe il caso di aspettarsi una piccola era glaciale», inverni che più gelidi non si può. Raccontano che l'ultima volta che il sole è stato così inerte, la «piccola era glaciale» durò più o meno cinque secoli, fino nel 1850... Nord America, Siberia e Cina per esempio lo scorso inverno, non hanno mai visto tanta neve così, il 2008, che non è ancora finito, è stato battezzato dagli astronomi l'anno più bianco dell'era spaziale.
A questo punto, non rimane che fare una puntata dai bookmakers. Io mi gioco l'era glaciale, e voi?

Friday, October 12, 2007

Cosa ha fatto Al Gore per la pace nel mondo?

Qualcuno si è sottratto al coro politically correct che quasi unanimemente ha accolto il conferimento del Premio Nobel per la Pace l'ex vicepresidente americano Al Gore. «Piuttosto sorpreso» dalla decisione si è detto il presidente ceco, Vaclav Klaus. «La relazione tra le sue attività e la pace nel mondo appare confusa ed indistinta. Sembra piuttosto che i suoi dubbi sui pilastri della nostra civiltà non contribuiscano alla pace». In un recente discorso Klaus aveva spiegato che gli sforzi degli ambientalisti per bloccare il surriscaldamento globale «fatalmente mettono a rischio la nostra libertà e prosperità».

Sono scientificamente attendibili questi allarmi apocalittici? E servono? Non si può convenire sulla necessità della riduzione dei gas serra, investendo nella ricerca di nuove tecnologie e in un mix di fonti energetiche, semplicemente a partire dall'inquinamento nelle nostre città che tutti possiamo respirare con il naso? E, soprattutto, perché affidarci a soluzioni «economicamente folli», che minacciano la nostra prosperità e lo sviluppo, quando semmai proprio grazie ad essi possiamo risolvere i problemi?

Per l'Istituto Bruno Leoni, il Nobel per la Pace ad Al Gore «è l'ultimo atto di una commedia attentamente pianificata e facilmente prevedibile». Carlo Stagnaro, direttore Energia e ambiente dell'IBL, commenta:
«Ma che ha fatto Al Gore per la pace nel mondo? L'ex vicepresidente americano ha l'unico pregio di aver prodotto un film di fantascienza di grande successo, che gli è valso un premio Oscar e presumibilmente ha ulteriormente rafforzato la sua già solida posizione economica. Se però si vuole prendere Gore sul serio, e non come cinematografaro, allora il giudizio cambia radicalmente: egli ha piegato la scienza a scopi brutalmente politici, mostrando scarso o nessun rispetto per quegli scienziati che hanno manifestato dissenso. Le politiche invocate da Gore sarebbero economicamente folli e non avrebbero alcun impatto discernibile sul clima».
Sul documentario di Al Gore l'IBL propone un focus di Alan Patarga: "Tutte le balle del vicepresidente".

Nobel dubbi. Clamorosa svista a Stoccolma

Bene, adesso la commissione del Premio Nobel di Stoccolma ci ha messi davvero in difficoltà. Dopo il Nobel per la pace all'ex vicepresidente americano Al Gore per il suo documentario apocalittico sui cambiamenti climatici, non siamo più tanto certi che il premio più idiota mai assegnato sia quello per la letteratura a Dario Fo. E' dura, secondo voi è più assurdo il Nobel per la pace a Gore o quello per la letteratura a Fo?

Eppure, il vincitore, anzi i vincitori, del Nobel per la pace di quest'anno erano proprio lì, sotto gli occhi di tutti, ma forse troppo lontani da Stoccolma: i monaci buddisti della Birmania. Indubbiamente tra coloro che di più, negli ultimi anni, hanno sacrificato la loro stessa vita, in modo nonviolento, per una pace che non si riduca alla mera stabilità internazionale, per una pace nella democrazia, nella libertà, e nel rispetto dei diritti umani.

Una svista che a mio avviso grava pesantemente sulla credibilità del Premio Nobel. Com'era prevedibile, l'attenzione è calata e la Giunta militare ha vinto. Fonti di AsiaNews, un'agenzia autorevole, riferiscono addirittura di un forno crematorio alla periferia dell'ex capitale per occultare il numero delle vittime e sbarazzarsi dei detenuti gravemente feriti durante le manifestazioni. Gli occhi di Stoccolma, e del mondo, dovevano cadere laggiù.

Wednesday, June 06, 2007

Bush e Sarkozy per superare Kyoto

Dicevamo che Bush si sarebbe presentato al vertice G8 in Germania pronto a discutere più apertamente di clima, disponibile ad aprire una nuova fase diplomatica insieme agli alleati europei (Blair, Merkel e Sarkozy) sul tema del surriscaldamento globale.

Oggi, su Il Foglio, un preciso articolo di Carlo Stagnaro, dell'Istituto Bruno Leoni, spiega i termini di questa apertura. Il presidente americano, «a lungo considerato il grande nemico di Kyoto, ha assunto una posa più dialogante». Il segnale di apertura è stato colto, per esempio, dal ministro britannico per l'Ambiente David Miliband, che al Financial Times ha auspicato l'avvio di una discussione «urgente e dettagliata». Ci sarà.

Premessa obbligata: «Retorica a parte», chiarisce subito Stagnaro, «Bush non è più ostile a Kyoto di quanto non sia stato il ticket Bill Clinton–Al Gore. Il presidente avrebbe potuto ritirare la firma al trattato, concessa dal suo predecessore, e non l'ha fatto; avrebbe potuto inviare il protocollo al Senato per la ratifica e non l'ha fatto, come non l'aveva fatto Clinton. Perché? Perché egli sa, come lo sapevano Clinton e Gore, che il Senato non avrebbe mai dato il suo assenso... si può affermare che, non facendolo affossare dal Senato, Bush abbia salvato Kyoto».

La disponibilità americana a discutere di rimedi al cambiamento climatico si basa però su alcuni pilastri condivisi in modo abbastanza bipartisan da Repubblicani e Democratici: valorizzazione dell'energia nucleare (in sintonia con la Francia); coinvolgimento delle economie emergenti, India e Cina in testa, negli sforzi di riduzione delle emissioni di gas serra; l'anno di riferimento – il 1990 – è considerato troppo favorevole all'Europa; «l'allergia» agli obiettivi vincolanti, perché una volta accettati, non possono essere «ignorati o stiracchiati», come fanno spesso gli europei con gli obiettivi di Kyoto.

L'approccio Usa, conclude Stagnaro, rimane «ostile alla logica kyotista – "targets & timetables" – e, rispetto alla visuale europea, presta maggiore attenzione alle dinamiche (come l'innovazione e il trasferimento tecnologico) che agli aspetti statici (le emissioni hic et nunc)».

Dal vertice G8 in corso non bisogna aspettarsi quindi obiettivi vincolanti entro precisi limiti quantitativi e temporali, come auspicava la Merkel alla vigilia, ma è possibile che si giunga con reciproca soddisfazione, degli europei e degli Stati Uniti, a un accordo di massima in «un quadro post-Kyoto». Lo stesso presidente Bush ha dichiarato di essere giunto in Europa «con un forte desiderio di lavorare con voi su un accordo post-Kyoto e di vedere come è possibile raggiungere importanti obiettivi».

A questo punto, vedremo se certi ambientalisti sono davvero interessati al clima del pianeta o se rimangono abbarbicati a Kyoto come a un feticcio. Vedremo chi è davvero interessato a trovare soluzioni compatibili con il modello di sviluppo, e chi, invece, utilizza l'ambientalismo come grimaldello ideologico contro quel modello di sviluppo.

Chi è sinceramente impegnato a mettere in piedi una politica credibile di riduzione dei gas serra non può non riconoscere la necessità di superare la Kyoto logic. Personalmente non mi convincono le teorie sulle cause prevalentemente umane dei cambiamenti climatici, ma chiunque si rende conto che da una riduzione dei gas serra non possiamo che guadagnarci in salute.