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Tuesday, February 02, 2010

Internet, Taiwan, Dalai Lama. Con la Cina è vera svolta?

Terzo segnale in meno di due settimane di un cambio di atteggiamento dell'amministrazione Obama nei confronti della Cina? Una decina di giorni fa il solenne discorso di Hillary Clinton sulla libertà di Internet, che chiamava in causa direttamente Pechino per la censura del web. Poi, la vendita delle armi a Taiwan. Oggi, nonostante l'avvertimento preventivo e perentorio dei cinesi, il presidente Obama annuncia che incontrerà il Dalai Lama durante la sua prossima visita negli Usa. Il leader spirituale tibetano partirà infatti alla volta degli Stati Uniti il 16 febbraio e dovrebbe rimanervi per dieci giorni. Stamani Pechino aveva avvertito Washington che un incontro tra il presidente e il Dalai Lama «minerebbe seriamente» le relazioni tra i due Paesi. «Ci opponiamo fermamente a un simile incontro», ha dichiarato alla stampa un alto responsabile del Partito comunista cinese.

Fonti della Casa Bianca rivelano però che il presidente Obama aveva già informato Hu Jintao della sua intenzione lo scorso novembre, durante la visita a Pechino. Evidentemente il regime ha voluto comunque rimarcare il proprio dissenso. Ovviamente il gesto più concreto dei tre rimane la vendita a Taiwan di armi "difensive" per un valore di 6,4 miliardi di dollari, che ha portato Pechino a minacciare sanzioni nei confronti delle aziende Usa coinvolte. In questo modo gli Usa dimostrano concretamente che a dispetto delle ipotesi di un G2 con la Cina non hanno intenzione di abbandonare i loro alleati storici nel sudest asiatico solo per accattivarsi la benevolenza del nuovo presunto "partner".

Thursday, October 01, 2009

Buon compleanno Repubblica popolare! Una scia di sangue lunga sessant'anni

Sessant'anni di Repubblica popolare cinese compiuti al prezzo del sangue versato sulla stessa piazza dove oggi si è tenuta la principale celebrazione, un'imponente parata militare. Se, infatti, quei ragazzi che nel 1989 sfidarono i carri armati a Piazza Tienanmen avessero vinto la loro battaglia di libertà, oggi il regime comunista non starebbe spegnendo le sue 60 candeline, perché sarebbe stato decurtato di vent'anni di vita. Una lunga scia di sangue lega quel primo ottobre 1949, quando Mao Tse tung annunciò la fondazione della Repubblica popolare, ai giorni nostri, passando per la repressione di Tienanmen. Sotto la guida di Mao, per 27 anni, milioni di persone morirono tra purghe, repressioni e rivoluzioni culturali, e decine di milioni morirono vittime di tremende carestie, sacrificate sull'altare di quell'assurdo esperimento di ingegneria sociale che è il comunismo.

Sessanta colpi di cannone hanno dato il via alla festa. Davanti al presidente Hu Jintao – casacca grigio-scura stile Mao – sono sfilati in 200 mila tra soldati e comparse, e i gioielli delle forze armate cinesi, compresi i missili intercontinentali in grado di trasportare testate nucleari. «E' da qui che il presidente Mao ha annunciato solennemente la fondazione della Repubblica popolare cinese, e da allora il popolo cinese si è rialzato», ha detto Hu davanti a ospiti e militari. «Oggi una Cina socialista che abbraccia la modernità, abbraccia il mondo e abbraccia il futuro si erge alta e compatta. Il progresso in questi 60 anni dimostra pienamente che solo il socialismo può salvare la Cina». Hu ha promesso che la Cina continuerà a svilupparsi, e a cercare la «completa riunificazione della patria» (con Taiwan) in modo pacifico, ma nello stesso tempo ha esaltato la «forza militare dell'esercito». Il messaggio che la leadership cinese vuole ribadire al mondo e al suo popolo è chiaro: la scelta del partito unico è quella vincente per governare 1,3 miliardi di cinesi e trasformare la Cina in una superpotenza.

Quella della Repubblica popolare è la storia di un partito contro il suo popolo. Una storia che è tabù, perché i cinesi non possono nemmeno raccontarla ai loro figli. Sessant'anni di sofferenze per lo stesso popolo cinese, ha riconosciuto Samdhong Rimpoche, premier del governo tibetano in esilio. "Contro il popolo" è il titolo di questa storia, persino nel giorno dell'orgoglio. Solo 20mila civili hanno potuto assistere alla parata, quelli selezionati e "invitati" dal regime, che a tal punto non si fida della popolazione di Pechino da impedirgli persino di partecipare alle celebrazioni. Come per le Olimpiadi dell'anno scorso, i pechinesi sono "invitati" a restare in casa. Ai residenti nell'area di Tiananmen e nei viali circostanti è stato ordinato di «non aprire finestre o affacciarsi ai balconi», «non invitare amici o altre persone».

Sarebbe facile indulgere nella retorica, ma al di là del fattore umano c'è di che dubitare delle sorti magnifiche e progressive che attendono la Cina. Quella cinese, anche recente, è una storia cosparsa di «grandi fallimenti», ricorda Bernardo Cervellera, direttore di Asianews: è un tipo di progresso «in cui lo Stato controlla oltre il 70% dell'economia, frenando la creatività e garantendo promozioni e favori senza alcun merito; rampante corruzione; mancanza di sostegno sociale a poveri, pensionati, disoccupati; strutture sanitarie ed educative allo sfacelo; genitori che mettono in vendita i loro organi per pagare l'università ai figli; inquinamento, soprusi, sequestri di terre e di case da parte di membri del Partito...». I 100mila «incidenti di massa» in un anno (proteste con centinaia o migliaia di persone, 87 mila nel 2006 secondo i dati ufficiali) «dicono che il popolo vuole contare». E non basta la forza economica e militare, per essere "potenza" occorrono anche un modello culturale e uno stile di vita attraenti, che questa Cina non offre neanche lontanamente.

Il partito «non tiene più il passo del popolo dinamico che governa», osserva Gordon Chang sul Wall Street Journal. «Non bisogna farsi impressionare». Nonostante la sua «apparente forza», lo Stato cinese è «profondamente insicuro». Non c'era una folla festante lungo Chang'an Avenue. Quasi un milione di poliziotti e "volontari" hanno tenuto lontani dalle celebrazioni i cittadini normali, da cui il Partito comunista «è sempre più scollegato». Non può fidarsi di loro. «I cinesi stanno cambiando velocemente». Lo sviluppo economico ha reso la gente sempre più «consapevole, assertiva e, al contrario dei leader, sicura di sé. Ormai, questo cambiamento sociale ha preso slancio e il partito non può più fermarlo. Può dispiegare su larga scala soldati al passo dell'oca – conclude Chang – ma non può stare al passo del suo popolo, che, nel vero senso della parola, è l'unico in marcia».

Thursday, February 26, 2009

Un rapporto che non corregge la linea di H. Clinton

L'annuale rapporto sui diritti umani del Dipartimento di Stato Usa non «corregge» affatto, come titola qualche giornale, la linea adottata da H. Clinton nella sua visita in Cina. Il rapporto dice molto più della precedente amministrazione, essendo stato redatto ben prima dell'insediamento di Obama, che della nuova. E non ci si poteva nemmeno aspettare che la Clinton ammorbidisse o edulcorasse il rapporto sulla Cina. Il fatto che lo abbia firmato senza modificarlo non significa nulla. Un suo intervento a lavoro ormai chiuso avrebbe suscitato troppo clamore, sarebbe apparso censorio. E inutilmente, visto che il nuovo segretario potrà impostare come meglio crede i prossimi rapporti senza bruschi interventi ex post che per forza di cose danno troppo nell'occhio.

Anzi, non è da escludere che sia avvenuto il contrario. E cioè che da parte dello staff sia stato usato un tono più severo per creare un po' di imbarazzo alla nuova amministrazione. La sostanza comunque non cambia ed è quella che conosciamo tutti. «I diritti umani in Cina restano precari e in alcuni casi sono peggiorati», recita il rapporto. Repressioni in Tibet, detenzione di dissidenti, omicidi e torture, dentro il sistema giudiziario ma anche extra-legali. Il rapporto inoltre smentisce definitivamente l'idea che le Olimpiadi dell'estate scorsa abbiano contribuito a migliorare il record cinese sui diritti umani. Anzi, registra che il numero delle violazioni e degli abusi hanno conosciuto un'impennata proprio in concomitanza con i Giochi olimpici. «La promozione dei diritti umani è un passaggio essenziale della nostra politica estera... insisteremo per un rispetto maggiore dei diritti umani concentrandoci sulle altre nazioni del mondo», si legge nella prefazione al documento. Un'affermazione che si adatta a qualsiasi linea.

Vedremo nel prossimo futuro, quindi, quale sarà l'approccio dell'amministrazione Obama sui diritti umani. Certo, non aspettiamoci la retorica idealista ed enfatica di Bush. E soprattutto nel primo anno la crisi e la necessità di finanziare il debito condizionerà molto il rapporto con la Cina. Non è neanche corretto misurare solo con la retorica l'impegno sui diritti umani. Certo, anche solo la retorica serve, quanto meno per non scoraggiare i dissidenti, ma da questo punto di vista l'esperienza Bush insegna che spesso alle parole non corrispondono i fatti. Con la Cina, per esempio, rispetto alle parole conta molto più il sostegno concreto a Taiwan e la volontà del presidente Obama di affrontare e risolvere il problema del debito.

Da leggere questa interessante analisi di Asianews sul vescovo di Pechino, Giuseppe Li Shan, che dopo essere stato ordinato vescovo della capitale con l'approvazione del Vaticano, per la sua nota fedeltà a Roma, adesso sembra alleato, consenziente o succube, del regime comunista, e con la sua conversione a 180° sta creando non pochi imbarazzi alla Santa Sede.

Monday, February 23, 2009

H. Clinton in Cina per estendere la "partnership strategica". A che prezzo?

Il segretario di Stato americano Hillary Clinton riprende i rapporti con la Cina laddove li aveva lasciati il marito Bill da presidente nel 1998. Se con la crisi è d'obbligo riallacciare la "partnership strategica" sulle questioni economiche, l'ambizioso obiettivo della nuova amministrazione sembra essere quello di estendere la cooperazione con Pechino anche alle questioni di sicurezza. Alla base di questa scelta la convinzione che la crescita, l'apertura e l'interdipendenza economica favoriscano anche la libertà politica e le riforme democratiche, e che inducano inevitabilmente la Cina a comportarsi da "attore responsabile" del sistema internazionale.

Una tesi messa in dubbio però da eventi anche molto recenti: la repressione in Tibet; il manifesto dei dissidenti Charta '08; gli scandali sanitari e alimentari; la scarsa collaborazione di Pechino in crisi come quella birmana o del Darfur. Soprattutto, non è ancora chiaro in che direzione l'esperimento del Partito comunista cinese – capitalismo senza democrazia – condurrà la Cina. Ancora più oscuro l'obiettivo della forsennata modernizzazione delle forze armate su cui Pechino investe sempre più risorse.

L'idea della "partnership strategica" sembra la stessa, ma i tempi sono cambiati. Se negli anni '90 il presidente Bill Clinton poteva muovere ottimisticamente i primi passi di questa partnership su un piano di indiscussa supremazia americana, nel contesto di oggi si tratta di fare di necessità virtù. Insomma, si va verso una partnership Usa-Cina "alla pari". Non è certo una buona notizia per la democrazia e i diritti umani.

L'amministrazione Bush è senz'altro criticabile per aver sostenuto solo a parole, e molto meno nei fatti, la democrazia e i diritti umani in paesi come la Cina e la Russia, ma è probabile che dalla nuova amministrazione non sentiremo più neanche le parole. Da un'indagine condotta dal Chicago Council on Global Affairs risulta che dopo gli otto anni di presidenza Bush, diversamente da quanto si possa credere, la reputazione dell'America in Asia è migliorata, il "soft power" Usa si è rafforzato, e l'atteggiamento dei cinesi stessi è più favorevole.

La Clinton ha evitato di parlare di diritti umani nei suoi colloqui con i leader cinesi. Pochi mesi fa, da senatrice, chiedeva al presidente Bush di boicottare la cerimonia di apertura dei Giochi olimpici in segno di protesta per la repressione in Tibet e la scelta di Pechino di non esercitare la sua influenza sul governo sudanese per fermare il genocidio in Darfur. Alla vigilia del suo arrivo in Cina, l'annunciato cambio di approccio: i diritti umani non possono essere un ostacolo al dialogo tra i due paesi. «Le amministrazioni Usa e i governi cinesi che si sono succeduti hanno fatto passi avanti e indietro su questi temi, e dobbiamo continuare a fare pressioni. Ma le nostre pressioni non possono interferire con la crisi economica globale, i cambiamenti climatici, e le questioni di sicurezza», elevate quindi dalla Clinton a priorità nel dialogo con Pechino.

Tuttavia, oggi, a coloro che hanno a cuore i diritti umani e la democrazia come fattori di sicurezza, è richiesto un po' di sano pragmatismo. Non si può infatti negare l'amara realtà: la nazione più di ogni altra paladina dei diritti umani e della democrazia è in difficoltà. A causa di scelte politiche sbagliate o imprudenti del passato dipende dai suoi creditori. La Banca centrale cinese è il primo detentore di titoli pubblici americani. A settembre, la Cina ha scalzato il Giappone come primo creditore di Washington. Parliamo di somme stratosferiche.

Inevitabile che la questione del rifinanziamento del debito pubblico Usa fosse al centro della missione della Clinton, che ha portato a Pechino un messaggio chiaro: «Apprezziamo molto la costante fiducia del governo cinese verso i titoli del Tesoro americano. Sono certa che sia una fiducia ben riposta. America e Cina si riprenderanno dalla crisi economica e insieme guideremo la crescita mondiale».

Certo, si potrebbe obiettare che gli Stati Uniti dipendono dalla Cina per i loro debiti come la Cina dipende dai mercati americani per le sue esportazioni. Ma una guerra commerciale che aggravasse la depressione non aiuterebbe il progresso dei diritti umani e delle riforme politiche in Cina. I cinesi temono che l'esplosione del debito pubblico Usa possa provocare una caduta del dollaro, che decurterebbe il valore delle loro riserve, ma se non comprano i Buoni del Tesoro Usa emessi per pagare il piano anti-crisi e i salvataggi bancari, il mercato americano, sbocco principale delle esportazioni cinesi, non sarà più in grado di sostenere l'economia del gigante asiatico. Insomma, Stati Uniti e Cina si sorreggono a vicenda.

Non rimane che sperare che gli Stati Uniti affrontino con urgenza il problema del debito pubblico, riducendo la loro dipendenza dai creditori (e rivali) esteri e recuperando spazi di manovra nella loro politica estera e di sicurezza.

Riguardo i temi della sicurezza, ai quali l'amministrazione Obama vorrebbe estendere la cooperazione con Pechino, la Cina non è la Russia. Da produttore di gas e petrolio quest'ultima ha interesse a svolgere un ruolo destabilizzante per tenere alti i prezzi delle sue risorse, mentre Pechino ha tutto l'interesse a lavorare per la stabilità, per tenere bassi i prezzi delle risorse energetiche necessarie alla sua crescita tumultuosa.

Ma quale sarà il prezzo politico che la Cina chiederà agli Usa? Continuare a sostenere il debito americano è essenziale anche per l'economia cinese, ma la sua collaborazione su dossier come Afghanistan, Corea del Nord, e soprattutto Iran, potrebbe richiedere non solo il silenzio sui diritti umani, ma anche il sacrificio di Taiwan, un altro dei temi che pare la Clinton abbia tralasciato nei suoi colloqui pechinesi. Gli Stati Uniti vorrebbero che Pechino riducesse i propri investimenti in gas e petrolio iraniano per stringere la morsa su Teheran e costringere gli ayatollah ad abbandonare il programma nucleare. Da sempre i cinesi vorrebbero che gli americani cessassero di vendere armi a Taiwan.

Ma la crescente asimmetria di forze tra Taipei e Pechino, ovviamente a favore di quest'ultima, preoccupa gli analisti di difesa. Il direttore della National Intelligence, Dennis Blair, ha recentemente assicurato che Washington continuerà a fornire a Taiwan le necessarie armi difensive, in linea con il Taiwan Relations Act, per bilanciare il continuo rafforzamento del potenziale bellico cinese. Ma è indubbio che in assenza di un impegno forte da parte degli Stati Uniti a sostenere la democrazia e la sicurezza di Taiwan, le relazioni tra Pechino e Taipei sono destinate a peggiorare. Se venisse meno o si indebolisse il ruolo americano di garanzia e riequilibrio delle forze nello stretto, la Cina sarebbe in grado di soggiogare il popolo taiwanese e piegarlo alle sue volontà. Benzina sul fuoco del nazionalismo cinese e pericolosissima luce verde alle ambizioni imperialiste. Una linea rossa da non oltrepassare.

Wednesday, October 08, 2008

Stati Uniti in crisi, la Cina mostra i muscoli

Una notizia che avrebbe avuto senz'altro l'attenzione che merita, se in questi giorni la crisi finanziaria non avesse monopolizzato le prime pagine: la Cina ha annullato o sospeso numerosi contatti militari con gli Stati Uniti in reazione a una fornitura militare statunitense a Taiwan del valore di circa 6,5 miliardi di dollari. Cancellate o rinviate visite ad alto livello e scambi commerciali legati agli aiuti umanitari, fissati per la fine di novembre. La fornitura militare a Taiwan butta al vento anni di lavoro per costruire un rapporto di fiducia tra Cina e Stati Uniti sul piano militare, minaccia la sicurezza della Cina e ignora il diritto internazionale, ha protestato il ministro degli Esteri cinese.

Bisogna considerare che la Cina tiene puntati su Taiwan i suoi missili e che in realtà, diversamente da altre volte, le armi del pacchetto sono volte a migliorare le capacità di difesa dell'isola senza alterare gli equilibri strategici nella regione. Inoltre, il nuovo presidente di Taiwan, Ma Ying-Jeou, ha mostrato di voler perseguire una politica di progressivo riavvicinamento a Pechino, a cominciare dai rapporti economici e commerciali.

Eppure, la Cina questa volta eccepisce. Segno che i rapporti di forza tra Pechino e Washington nella regione stanno progressivamente mutando a favore dei cinesi, che sentono di avere sufficiente peso politico per poter esercitare pressioni su Washington.

L'amministrazione Bush ha proseguito negli sforzi delle amministrazioni precenti per integrare la Cina nel sistema internazionale, ma si è anche mossa per preparare l'America a fronteggiare quella che appare una potenza rivale, se non ancora nemica: rafforzando la cooperazione economica e militare con alcuni importanti stati asiatici, tra cui Giappone, India e Vietnam (ultimo atto la recente ratifica da parte del Congresso di un accordo di cooperazione nucleare con l'India); diminuendo la sua presenza militare in Europa per rafforzarla nelle basi del Pacifico e dell'Asia centrale.

Eppure, gli Stati Uniti hanno una comprensione ancora limitata delle intenzioni cinesi. E' una delle osservazioni contenute nel rapporto di un board indipendente, l'International Security Advisory Board, sulla modernizzazione delle forze armate cinesi, destinato al segretario di Stato Usa. Il problema è capire come la Cina intende usare le sue forze armate, se può essere inclusa tra le potenze che lavorano alla stabilità o invece al mutamento degli equilibri internazionali, se si sta preparando a un eventuale confronto armato con gli Stati Uniti. In ogni caso, conclude il rapporto, «la modernizzazione militare cinese sta procedendo a ritmi che destano preoccupazione anche assumendo la più benevola interpretazione delle motivazioni». L'ISAB suggerisce quindi di prendere delle contromisure: difendere Taiwan (non ripetendo l'errore commesso con la Georgia); rassicurare gli alleati della regione; contrastare lo spionaggio; migliorare le difese anti-missile.

I cinesi «hanno ampiamente chiarito le loro intenzioni», osserva Gordon G. Chang su Frontpage Magazine, e gli Stati Uniti dovrebbero «comprendere le ambizioni geopolitiche di Pechino». Purtroppo, la Cina è una nazione «potenzialmente ostile», spiega l'analista: «E' stata l'unica superpotenza mondiale per secoli, e oggi si sta preparando a riconquistare quel ruolo». Ma non può riuscirci senza una forza militare superiore a quella americana, soprattutto sui mari, nei cieli e nello spazio.

Eppure, molti a Washington sono ancora convinti che Pechino si accontenti dello status quo, di far parte del sistema internazionale per la prima volta nei suoi sei decenni di vita. Pechino però non ha nascosto le sue ambizioni nell'ultimo decennio, osserva Chang. L'aumento esponenziale della spesa militare, l'iniziativa diplomatica denominata Shanghai Cooperation Organization, le provocazioni militari e spaziali, e in ultimo la reazione di questi giorni alla fornitura di armi a Taiwan, lo dimostrano: «La Cina, di nuovo sicura di sé e sempre più assertiva, sta lavorando per mutare il sistema globale e adattarlo ai suoi obiettivi».

Monday, September 15, 2008

Dalla Georgia lezioni per Taiwan

La dimostrazione di forza della Russia in Georgia e la debolezza della risposta dell'Occidente potrebbero avere effetti di lunga durata ben al di là del Mar Nero e del Caucaso, e conseguenze negative non solo nei rapporti tra Washington e Mosca. I drammatici eventi dello scorso mese di agosto sono stati seguiti con interesse e preoccupazione anche in parecchie capitali dell'Estremo Oriente.

Due analisi, provenienti da due think tank americani politicamente molto distanti tra loro – una dall'istituto clintoniano Brookings Institution, l'altra frutto della rivista neoconservatrice Weekly Standard – convergono nel ritenere che la rapida occupazione della Georgia da parte delle truppe di Mosca, e la debolezza dimostrata dall'Occidente di fronte al fatto compiuto, compromettano la credibilità globale degli Stati Uniti e sollevino dubbi sulla loro reale volontà e le loro reali capacità di difendere gli alleati, sia agli occhi delle giovani democrazie asiatiche, come Taiwan, sia agli occhi di grandi potenze in ascesa e con ambizioni egemoniche come la Cina.

"Dalla Georgia lezioni per Taiwan", scrivono Jeffrey A. Bader e Douglas Paal. Come la Georgia, anche Taiwan si trova alla periferia di una grande potenza: la Cina. Se le reali intenzioni di Mosca nei confronti di Tbilisi non sono ancora del tutto chiare, è inequivocabile la rivendicazione di sovranità della Cina su Taiwan ed è manifesta l'intenzione di Pechino di riunificare l'isola al continente nel lungo periodo. Nel 2005 l'Assemblea popolare ha approvato una legge anti-secessione, che autorizza il governo di Pechino ad usare la forza militare contro ogni tentativo secessionista. Taipei è dunque avvertita: una dichiarazione formale di indipenza non verrebbe lasciata impunita.

In entrambe le partite, quella per il Caucaso e quella asiatica, la politica degli Stati Uniti è determinante per i calcoli di tutti gli attori in gioco. Gli Stati Uniti vorrebbero portare la Georgia nella Nato, mentre la difesa di Taiwan in caso di attacco cinese è un impegno di lunga durata e uno dei pilastri della sicurezza e della stabilità in Asia. Ma i segnali di debolezza non passano inosservati, né a Taipei né a Pechino. Alla luce degli eventi in Georgia molti a Taiwan potrebbero cominciare a interrogarsi sulla credibilità della protezione americana. Come gli Stati Uniti non hanno soccorso l'alleato georgiano, così in futuro potrebbero non correre in aiuto di Taiwan di fronte a un colpo di mano da parte di Pechino.

Ancora più esplicito Michael Auslin, nella sua analisi sul Weekly Standard: «Quando l'autocrazia starnutisce, l'Asia si prende il raffreddore». Le democrazie asiatiche che da tempo contano sull'aiuto degli Stati Uniti per la loro difesa da possibili aggressioni sono allarmate. Qualsiasi sia il pretesto – risorse naturali, movimenti separatisti, vecchie dispute territoriali – una grande potenza come la Cina potrebbe agire nei loro confronti come la Russia ha agito contro la Georgia, senza che l'alleato americano sia disposto ad alzare un dito in loro aiuto. Il mancato soccorso Usa alla Georgia può indurre la Cina e le altre autocrazie in Asia a concludere che l'America sia disposta a difendere le democrazie alleate solo a parole. Se l'America non dimostra di essere pronta a difendere i propri alleati, nazioni come Taiwan o Corea del Sud potrebbero infine prendere atto di non poter più contare sull'aiuto degli Stati Uniti per la loro sicurezza e saranno spinte a cercare protezione sotto l'ala di Pechino.

La Cina è ritenuta un «attore responsabile» se paragonata alla Russia di oggi. I cinesi sanno che agendo come Putin perderebbero questa immagine positiva; ma alla luce della esitante e inadeguata risposta della Nato e degli Stati Uniti in Georgia potrebbero prendere coraggio e forzare la mano per conseguire i propri obiettivi egemonici in Asia. Se il prossimo presidente americano non dimostrerà un rinnovato impegno nel proteggere gli stati democratici, accompagnandolo con azioni concrete, tutti in Asia capiranno da che parte il vento sta soffiando.

P.S. E' l'argomento della puntata di oggi di Think Global, su Velino Radio.