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Tuesday, July 25, 2017

Il dilemma russo in Siria: Iran o Stati Uniti?

Pubblicato su formiche

Il ritorno dell’America nel gioco siriano pone la Russia di fronte a un dilemma sul partner principale con il quale discutere e determinare il futuro della Siria: l’Iran, com’è stato fino ad oggi, o gli Stati Uniti?

La decisione dell’amministrazione Trump, rivelata nei giorni scorsi dal Washington Post, di porre termine al programma segreto della Cia di sostegno militare ai ribelli anti-Assad "moderati", voluto e preparato da Obama (e dall’ex segretario di Stato Hillary Clinton), tra il 2012 e 2013, non è una mossa imprevista. Non solo indiscrezioni in tal senso erano già uscite tra febbraio e aprile, ma anche in campagna elettorale Trump lo aveva lasciato intendere accusando la sua avversaria e l’allora presidente Obama di aiutare i terroristi in Siria. E non segna il definitivo successo della strategia russa, come il Washington Post, uno dei giornaloni Usa impegnati nella campagna anti-Trump, lascia dire al solito funzionario anonimo ("Putin won in Syria"). Anzi, nonostante le vittorie militari contro l’Isis e il puntellamento del regime di Assad, sul piano diplomatico il coinvolgimento russo in Siria è più vicino al pantano che al successo. Proveremo a spiegare perché.

Ma innanzitutto, qualche precisazione sul programma della Cia di cui stiamo parlando. Delle due l’una: o serviva a sostenere gruppi di ribelli "moderati", e allora era militarmente irrilevante e, dunque, poco più che simbolica la sua cancellazione; o ad essere "segretamente" armati e addestrati erano anche gruppi ben più radicali, e allora era qualcosa di imbarazzante la cui chiusura era d’obbligo. L’esistenza di questo programma è divenuta di dominio pubblico un paio d’anni fa, quando è emerso che i 500 milioni di dollari stanziati erano serviti in realtà a formare circa 60 miliziani ritenuti sufficientemente "moderati", ridotti a cinque perché nel frattempo gli altri si erano uniti ai gruppi jihadisti (Isis compreso).

Ad ammettere il fallimento del programma, che prevedeva l’addestramento di 15 mila combattenti in tre anni, il generale Lloyd J. Austin, comandante del Centcom, il comando militare americano delle operazioni in Siria e Iraq, di fronte alla Commissione Forze armate del Senato. L’insuccesso del programma si spiega anche con i paletti posti dal presidente Obama, che non voleva rischiare di armare gruppi jihadisti (saggiamente), né di essere trascinato in un conflitto con la Russia, né di irritare gli iraniani compromettendo l’accordo sul nucleare. Ai ribelli anti-Assad infatti si chiedeva di limitarsi a combattere l’Isis, in pratica di non essere "ribelli". E questo ha probabilmente portato molti di essi a unirsi alle milizie islamiste. Come può la chiusura di un programma ritenuto fino a ieri un fiasco, già morto e sepolto, diventare improvvisamente un "errore strategico" o un "regalo a Putin"? Forse perché a chiuderlo formalmente è il presidente Trump?

In realtà, il "game changer", il punto di svolta in Siria potrebbe rivelarsi il primo cessate-il-fuoco – sebbene molto parziale, limitato all’angolo sud-occidentale del paese – a firma Usa-Russia, scaturito dal primo faccia-a-faccia Trump-Putin a margine del G20 di Amburgo lo scorso 7 luglio. Il ministro degli affari esteri russo Lavrov ha poi spiegato che Russia, Stati Uniti e Giordania istituiranno ad Amman un centro per coordinare tutti i dettagli. Ancora prima, però, le "quattro zone di de-escalation" approvate ad Astana lo scorso maggio da Russia, Turchia e Iran erano state discusse durante una telefonata tra il presidente russo Putin e il presidente americano Trump, quindi in pratica pre-approvate da Washington. Insomma, se sul lato Ucraina nessun "disgelo", è sulla crisi siriana che Usa e Russia sembrano compiere progressi dimostrando di parlarsi e di voler cooperare dove possibile. Se da una parte gli Stati Uniti entrano in qualche modo nello schema guidato dal Cremlino, che con il processo di Astana ha soppiantato i colloqui di Ginevra, dall’altra proprio il ritorno dell’America nel dossier siriano, che Putin non ha potuto impedire, rende fragile il processo di Astana. Tant’è vero che l’ultimo round di negoziati in Kazakhistan, alla vigilia dell’incontro Trump-Putin, non ha registrato progressi sulle "de-escalation zone".

Nonostante l’Isis sia vicino alla sconfitta e il regime di Assad ad una insperata sopravvivenza, il mosaico russo è lungi dall’essere completato e rischia ancora di frantumarsi, proprio per il ruolo guida nel processo politico che Mosca ha assunto su più tavoli, bilaterali e multilaterali, dove siedono potenze ostili tra di loro con interessi divergenti e spesso inconciliabili. Da una parte ha investito molto nel processo di Astana, in una transizione politica in Siria capace di preservare l’influenza di ciascuna delle potenze coinvolte - Russia, Iran e Turchia - nelle aree ritenute vitali per i propri interessi nazionali. Ma per riuscire deve portare Teheran e Ankara a raggiungere un compromesso. Non facile, perché gli iraniani considerano prioritaria la sconfitta di ogni gruppo ribelle rispetto all’inizio di una transizione politica, mentre i turchi puntano ad usare proprio i ribelli e i territori da loro controllati come risorsa nei futuri colloqui politici.

Dall’altra, ha siglato con gli Usa l’accordo sul cessate-il-fuoco nel sud-ovest del paese per scongiurare il rischio di una escalation con Washington e i suoi alleati. Non va dimenticato infatti che in Siria i russi si trovano pur sempre circondati da alleati dell’America: i curdi a nord, ma soprattutto Israele e Giordania a sud. Se con il cessate-il-fuoco gli Stati Uniti hanno di fatto riconosciuto il ruolo guida della Russia nel processo di pace in Siria, dal canto loro i russi – se pensiamo anche alla "deconfliction zone" che circonda la base Usa di al Tanf al confine con l’Iraq – hanno mostrato la volontà di riconoscere agli americani una zona di influenza nel sud della Siria, decisiva per la partita che Washington intende giocare per contenere Teheran, nonché di mantenere buoni rapporti con Israele, preoccupato della presenza di milizie iraniane ai suoi confini.

Non dimentichiamo qual era la posizione americana in Siria al termine della presidenza Obama: inesistente. Ora gli Stati Uniti sono rientrati in gioco. L’amministrazione Trump ha impresso una svolta decisiva alle operazioni anti-Isis, stringendo ancora di più la collaborazione con le Forze democratiche siriane (SDF), dominate dalle milizie curde siriane delle YPG, per liberare Raqqa. Anche al prezzo di far irritare, e non poco, il presidente turco Erdogan, che li considera terroristi. E infatti l’artiglieria turca ha preso a martellare le postazioni delle YPG nell’enclave di Afrin. Ha riconosciuto un dato di fatto, ovvero che la fuoriuscita di Assad non è la priorità, ma ha anche chiarito di considerarla inevitabile nel medio-lungo termine e dimostrato di non tollerare che il regime siriano oltrepassi la "linea rossa" dell’uso di armi chimiche. E infine, sta trasformando la Siria in un fronte di contenimento dell’Iran, di intesa con gli alleati arabi sunniti e Israele.

Lungi da una vittoria piena di Mosca, la safe zone riconosciuta agli Stati Uniti nel sud della Siria sembra un primo passo verso il riconoscimento di diverse zone di influenza tra potenze regionali e globali, un po’ come avvenne nel ‘45 in Germania e a Berlino. Dunque, la difficilissima composizione di tutti gli interessi in gioco, spesso divergenti, tra attori ostili, rende il successo dell’iniziativa russa tutt’altro che scontato e il rischio pantano più vicino di quanto possa apparire.

Proprio il ritorno americano, con cui Putin ha dovuto fare i conti, rende più difficile, forse impossibile, il pieno successo della cooperazione con l’Iran, che fino a ieri, fino all’insediamento di Trump alla Casa Bianca, era stata il pilastro della politica russa in Siria. I tre principali obiettivi di Teheran in Siria, infatti – mantenere al potere Assad e l’integrità territoriale del paese, garantirsi un collegamento terrestre con Hezbollah in Libano – confliggono apertamente con gli interessi dell’America e dei suoi alleati. La divisione del paese in zone di influenza per preservare gli interessi di tutti gli attori coinvolti contraddice il principio dell’integrità territoriale siriana. Il premier israeliano Netanyahu si è detto contrario al cessate-il-fuoco nel sud-ovest del paese, perché sebbene tenga le milizie iraniane lontane dai suoi confini, tuttavia rischia di rendere permanente la presenza militare iraniana in Siria. E infatti, come hanno fatto notare gli esponenti di Hezbollah dopo l’annuncio della tregua, la distanza dalle alture del Golan non gli impedisce di lanciare attacchi contro Israele, visto che i missili in loro possesso sono in grado di colpire il territorio israeliano dalla Siria senza bisogno di una presenza fisica nelle zone di confine.

Ciò che invece infastidisce Hezbollah (e Teheran) del cessate-il-fuoco siglato da Trump e Putin, è che di fatto riconosce una presenza militare americana sul terreno in Siria. Sarà una coincidenza, ma proprio all'indomani dell'accordo sono spuntate due nuove basi Usa a cavallo del confine siro-giordano, una in Giordania e l'altra nel deserto siriano. E nelle scorse settimane forze americane hanno bombardato alcune milizie pro-Assad sostenute dall'Iran mentre avanzavano verso la base Usa di al Tanf, al confine tra Siria, Iraq e Giordania. Al Congresso il segretario alla difesa James Mattis ha spiegato che si è trattato di semplice autodifesa, a protezione dei militari americani che si trovano in quella zona. La missione in Siria è mirata esclusivamente a combattere l'Isis, ha ripetuto. Peccato che, guarda caso, l'avamposto di al Tanf si trovi esattamente sulla via di collegamento terrestre tra l'Iran e il Libano, passando per Iraq e Siria.

Per ora la Russia non ha alcuna intenzione di esercitare pressioni su Hezbollah, che con migliaia di combattenti schierati in Siria gioca un ruolo di fanteria ancora essenziale per i russi. Irritare Hezbollah significa irritare gli iraniani e rischiare di perdere Teheran nel processo di Astana.

Tuttavia, questi attriti sono ormai nelle cose con il ritorno degli Stati Uniti nel gioco siriano, che pone sempre di più la Russia di fronte al dilemma di dover decidere su chi puntare come partner principale con il quale discutere e determinare il futuro della Siria: l’Iran, com’è stato fino ad oggi, o gli Stati Uniti? E’ uno dei risultati delle mosse dell’amministrazione Trump, la cui nuova politica in Medio Oriente, come abbiamo scritto in altri articoli per Formiche, ha come obiettivo principale quello di isolare e contenere l’Iran e, quindi, in Siria, di allontanare Mosca da Teheran. "Esortiamo la Russia a cessare le sue attività destabilizzanti in Ucraina e altrove, il suo supporto a regimi ostili – come Siria e Iran – e ad unirsi invece alla comunità di nazioni responsabili nella nostra lotta contro nemici comuni e in difesa della civiltà". Ecco il vero test per Putin, nelle parole pronunciate dal presidente Trump a Varsavia.

Certo, le nuove sanzioni non aiutano l'amministrazione Trump. Putin potrebbe decidere che la cooperazione con gli Usa in Siria non vale il sacrificio delle partnership regionali con Iran e Turchia su cui molto ha investito negli ultimi anni.

Monday, July 17, 2017

La centralità della Polonia e la difesa dell'Occidente

Pubblicato su formiche

Nel suo discorso a Varsavia Trump ha centrato la questione della nostra epoca: l'Occidente ha la *volontà* di sopravvivere? Non è una questione di capacità e di risorse, ma di volontà… E sembra suggerire che noi europei quella volontà di difenderlo l'abbiamo persa…

Del discorso di Trump a Varsavia i mainstream media hanno snobbato sia i contenuti che il paese scelto: la Polonia. Grave errore di comprensione e di analisi. Non solo, infatti, come ha ricordato lo stesso presidente Usa, la Polonia è "il cuore geografico dell'Europa e, più importante, nel popolo polacco vediamo l'anima dell'Europa", ma è anche una delle economie più vivaci dell'Unione europea, con una previsione di crescita del Pil superiore al 3% sia nel 2017 che nel 2018. Ed è tra i pochi membri Nato a soddisfare il parametro di spesa militare del 2% rispetto al Pil.

Distratti e pigri i mainstream media, di certo a Mosca e a Berlino non è passato inosservato il messaggio che l'amministrazione Trump ha voluto mandare scegliendo Varsavia per un discorso sulla difesa dell'Occidente e i suoi valori di libertà e democrazia.

Nel XVII secolo la Confederazione polacco-lituana fu un fondamentale argine all'espansione ottomana in Europa ed ebbe un ruolo decisivo nel respingere i turchi alle porte di Vienna. La Polonia moderna è stretta tra la Germania e la Russia, il popolo polacco ha subito invasioni e dominazioni da entrambe, ma ha resistito orgogliosamente agli spaventosi totalitarismi del Novecento, nazismo e comunismo. Oggi è nazionalista e saldamente occidentale, in prima linea sulla crisi ucraina, e Washington ha voluto far capire che punta proprio sulla Polonia per contenere Russia e Germania.

Due esempi concreti. Proprio a Varsavia Trump ha annunciato l'accordo per la vendita alla Polonia di otto batterie del sistema missilistico americano Patriot, una chiara risposta ai missili Iskander schierati dalla Russia a Kaliningrad. E ha inoltre affermato l'impegno americano "ad assicurare alla Polonia e ai suoi vicini l'accesso a fonti alternative di energia in modo che non siano mai più ostaggio di un singolo fornitore". Gas liquido a Varsavia e carbone a Kiev. Il messaggio a Putin è chiaro: è finita l'era Obama, durante la quale dalla Siria all'Ucraina il Cremlino ha goduto di una libertà d'azione senza precedenti sia in Medio Oriente che alle porte dell'Europa, tornando centrale su tutti i principali dossier. L'America è tornata, è determinata a difendere i suoi alleati in Europa orientale e non permetterà a Mosca altri blitz come quello che ha portato all'annessione della Crimea e alla crisi ucraina, una situazione che resterà sospesa per molto tempo ancora e che fa tremare Estonia e Lettonia. E non intende lasciare campo libero alla Russia nemmeno nel mercato energetico che interessa i suoi alleati.

Ma il messaggio è diretto anche agli altri alleati europei dell'America: falso che Trump sia la marionetta di Putin. A Varsavia il presidente americano ha chiarito che vede i russi come avversari aggressivi, non come partner o alleati: "Esortiamo la Russia a cessare le sue attività destabilizzanti in Ucraina e altrove, il suo supporto a regimi ostili - come Siria e Iran - e ad unirsi invece alla comunità di nazioni responsabili nella nostra lotta contro nemici comuni e in difesa della civiltà". Come sempre, i russi sono pronti a intascare qualsiasi "carota" gli venga offerta come incentivo iniziale, salvo poi continuare a provocare i danni maggiori possibili, finché non percepiscono di aver urtato contro un vero muro. L'amministrazione Trump sta sviluppando un nuovo approccio con il Cremlino: vuole verificare i margini per una cooperazione, per esempio in Siria, ma al tempo stesso sta tirando su quel muro. Il primo faccia a faccia Trump-Putin, la sua durata e il suo esito, non scontati, dimostrano, come scrivevamo su Formiche dopo il raid americano sulla Siria, che il confronto è duro ma che Washington e Mosca hanno ripreso a parlarsi e lo fanno a tutto campo.

Falso, inoltre, che l'amministrazione Trump voglia liquidare la Nato o che non gli importi granché. Al contrario, per rilanciarla chiede agli alleati il giusto contributo (come fa la Polonia) e una ridefinizione della missione dell'Alleanza.
"Gli americani sanno che una forte alleanza di nazioni libere, sovrane e indipendenti è la migliore difesa per le nostre libertà e per i nostri interessi. Per questo motivo la mia amministrazione ha chiesto che tutti i membri della Nato soddisfino definitivamente il proprio obbligo finanziario in modo pieno e giusto".
Lo storico Victor Davis Hanson ha definito l’"anti-Cairo" il discorso di Trump a Varsavia, cioè l'antitesi del discorso che pochi mesi dopo il suo insediamento Obama pronunciò nella capitale egiziana, un tentativo di appeasement con il mondo arabo e islamico basato su una sorta di "autodafè" dell'Occidente. Il messaggio "anti-Cairo" di Trump, invece, è che "solo un Occidente forte, organizzato - convinto del suo passato e sicuro del suo attuale successo - riuscirà a dissuadere i suoi nemici, attrarre i neutrali e mantenere gli amici. Che solo lui abbia avuto il coraggio di esprimere l'ovvio, e che sia stato criticato per questo, ci ricorda come il rimedio alla nostra malattia occidentale sia visto come il problema e non la cura", conclude VDH.

Il merito del presidente Trump è proprio quello di aver centrato la questione della nostra epoca: l'Occidente ha la volontà di sopravvivere? Non è una questione di capacità e di risorse, ma di volontà... E sembra suggerire che noi europei quella volontà di difenderlo l’abbiamo persa...

"Dobbiamo ricordare che la nostra difesa non è solo un impegno di denaro, è un impegno di volontà. Perché, come ci ricorda l'esperienza polacca, la difesa dell'Ovest si basa in ultima analisi non solo sui mezzi, ma anche sulla volontà del suo popolo di prevalere e di avere successo e ottenere ciò che si deve avere. La questione fondamentale del nostro tempo è se l'Occidente abbia la volontà di sopravvivere. Abbiamo la fiducia nei nostri valori per difenderli a qualsiasi costo? Abbiamo abbastanza rispetto per i nostri cittadini per proteggere le nostre frontiere? Abbiamo il desiderio e il coraggio di preservare la nostra civiltà di fronte a coloro che vogliono rovesciarla e distruggerla?".

Tuesday, July 04, 2017

Perché gli Stati Uniti di Trump preferiscono l'Arabia Saudita all'Iran

Pubblicato su formiche

Perché gli Stati Uniti hanno preferito tornare all'alleanza con i sauditi anziché continuare sulla strada dell'apertura a Teheran tracciata da Obama

Nelle analisi sul Medio Oriente un fattore abusato, e spesso addirittura fuorviante, è quello dello storico conflitto tra sunniti e sciiti. Come prova anche la crisi tra il Qatar e gli altri Paesi del Golfo, interessi economici e geopolitici pesano spesso di più e, come vedremo, il mondo sunnita è a sua volta diviso molto più di quanto si pensi.

Su Formiche abbiamo già parlato della svolta a 180 gradi impressa dall'amministrazione Trump alla politica americana in Medio Oriente rispetto agli otto anni di presidenza Obama. Dal non disturbare l'Iran nei suoi disegni egemonici al ritorno al fianco dei tradizionali alleati nella regione, Israele e i Paesi arabi sunniti, per contenere e isolare il regime degli ayatollah.

L'ex presidente Obama ha pensato che facendo uscire Teheran dal suo isolamento, con un accordo sul nucleare che prevedesse il progressivo alleggerimento delle sanzioni occidentali, di fatto riconoscendo il suo status di potenza regionale, l'Iran potesse trasformarsi in un fattore di stabilità e gli Stati Uniti avrebbero potuto finalmente ridurre il loro dispendioso impegno in Medio Oriente. Per non pregiudicare quella storica intesa, Obama ha chiuso più di un occhio sull'endemico ruolo destabilizzante degli iraniani nella regione, persino accettando che fosse travolta la sua "linea rossa" sull'uso di armi chimiche in Siria da parte del regime di Assad.

Ma l'idea che i problemi del Medio Oriente si potessero risolvere riammettendo Teheran nel gioco tra le potenze regionali si è rivelata una pericolosa illusione, come dimostra il passato e presente comportamento degli iraniani. Al contrario, il tentativo di "appeasement" ha incoraggiato Teheran a perseguire con maggiore spregiudicatezza i suoi disegni egemonici, dall'Iraq e la Siria allo Yemen, passando per il Libano. E come una scintilla nella polveriera ha infiammato le tensioni regionali: i tradizionali alleati arabi sunniti, sentendosi traditi da Washington e spaventati, hanno reagito anche flirtando con i gruppi jihadisti in Siria in funzione anti-iraniana. Una tentazione in cui è caduta persino la Turchia di Erdogan, un paese Nato.

La realtà è che non ci sono partner ideali in Medio Oriente. Nessun regime nella regione ha interessi, tanto meno valori, identici a quelli americani e occidentali. Premesso che gli Stati Uniti (e l'Occidente) non possono permettersi di non avere una politica in Medio Oriente, e che la disastrosa situazione ereditata nella regione non offre molte altre scelte, si tratta di scegliere tra il male e il peggio. E allora perché, in questo conflitto per procura in corso tra l'Arabia Saudita e i suoi alleati sunniti del Golfo da una parte e l'Iran sciita e alcuni alleati (come il regime di Assad e Hezbollah in Siria, gli Houthi in Yemen) dall'altra, gli Stati Uniti hanno preferito tornare all'alleanza con i primi anziché continuare sulla strada dell'apertura a Teheran tracciata da Obama?

L'aspetto decisivo è che al contrario degli iraniani, i sauditi fino ad oggi hanno dimostrato di accettare di muoversi all'interno di un ordine caratterizzato dalla leadership americana, mentre Teheran intende sfidarla e sostituirsi ad essa, esportare la rivoluzione khomeinista ed estirpare Israele dalle mappe del Medio Oriente. Per il regime degli ayatollah il terrorismo è parte integrante dell'arte del governo e della sua politica estera. Fu il primo in Libano, negli anni '80, a sperimentare con successo le missioni suicide, facendo scuola dai gruppi palestinesi fino ad Al Qaeda e all'Isis. E quando c'è un nemico comune da abbattere anche il dissidio con i sunniti passa in secondo piano. Noto il sostegno iraniano ad Hamas (movimento sunnita della Fratellanza musulmana) contro Israele. Così come il permesso concesso ad Al Qaeda di attraversare il territorio iraniano come strategica via di collegamento tra l'Afghanistan, a est, e l'Iraq, a ovest. Tra gli stati, l'Iran è ancora oggi il principale sponsor del terrorismo al mondo.

L'obiezione è che anche l'Arabia Saudita è un regime dispotico la cui religione ufficiale è una delle versioni più fondamentaliste dell'islam, il wahabismo (che a suon di petrodollari i sauditi si sforzano di diffondere, anche in Europa, attraverso moschee e scuole coraniche), e che la loro condotta nei confronti dell'estremismo e del terrorismo islamista presenta ancora troppe ambiguità. Nonostante tutte le sei monarchie del Golfo abbiano sottoscritto nel 2014 la Dichiarazione di Jeddah, in cui si impegnano a non tollerare finanziamenti ai gruppi terroristici e a "ripudiare la loro ideologia d'odio", ci sono ancora delle omissioni nelle liste delle organizzazioni bandite e nel perseguire i finanziatori privati sul loro territorio.

Tuttavia, dal 2003 al 2006 la monarchia saudita ha combattuto duramente per sedare una ribellione interna di Al Qaeda e dopo l'ondata delle cosiddette primavere arabe nel 2011 ha elevato il proprio grado di allarme per la minaccia sovversiva dell'islam radicale, mentre il Qatar offriva il suo generoso sostegno ai movimenti politici e militari della Fratellanza musulmana (tra cui Morsi in Egitto e Hamas a Gaza) in tutto il mondo arabo, nel tentativo di sfidare l'ordine esistente. Ed è proprio questo uno dei motivi fondamentali della rottura con Doha.

Oltre al conflitto con gli sciiti, infatti, c'è uno scontro per l'identità e la leadership politica dell'islam sunnita che vede Arabia Saudita e Qatar su fronti contrapposti. Entrambe le famiglie regnanti si ritengono i veri discendenti del fondatore del wahabismo, quindi dal punto di vista dottrinario si richiamano alle origini dell'islam, ma con intenzioni e implicazioni molto diverse dal punto di vista politico. Per i sauditi il vero islam, la versione wahabita, si deve rafforzare e diffondere preservando le realtà statuali arabe formatesi negli ultimi cento anni, mentre per i Fratelli musulmani (di cui fa parte anche il partito di Erdogan) che i qatarini sostengono è necessario abbattere i regimi esistenti per unificare le nazioni arabe sotto la stessa guida islamica.

Questo spiega l'ambivalenza di Riad. Dal punto di vista strettamente teologico l'Isis, Al Qaeda e la galassia dei gruppi jihadisti si richiamano evidentemente al wahabismo saudita, ma dal punto di vista dell'ideologia politica, derivata dai Fratelli musulmani, rappresentano una minaccia esistenziale per il Regno dei Saud, dal momento che puntano a una qualche forma di califfato, di unificazione della "umma", la comunità musulmana sunnita, e muovono guerra all'Occidente, non solo agli sciiti.

Negli ultimi anni sembra però che a Riad la ragion di Stato stia prevalendo sulle affinità religiose. Se moschee e centri culturali sia del wahabismo saudita che dei Fratelli musulmani, in competizione tra loro, pullulano anche in Europa ed è un nostro problema limitare, anzi respingere, sia gli uni che gli altri, in quanto portatori di una versione dell'islam incompatibile con i valori occidentali, dal punto di vista geopolitico i recenti sviluppi inducono a propendere verso l'alleanza con i sauditi. Le monarchie del Golfo durante il summit di Riad con il presidente Trump hanno risposto positivamente alla richiesta americana di fare di più per sradicare l'estremismo e il terrorismo islamista.

Le ultime mosse suggeriscono anche che il Regno, uno dei regimi più dispotici e retrivi del mondo islamico, sia alla vigilia di una stagione di profondi cambiamenti, socio-economici e culturali, che potrebbero far entrare il paese nella modernità, fino ad oggi respinta, spingendo gli altri paesi arabi sunniti a seguire lo stesso percorso. E in tal senso va letta la recente decisione di Re Salman di cambiare la linea di successione in favore del figlio 31enne Mohammed bin Salman, giovane e riformatore, sostenitore del piano di riforme "Vision 2030" per diversificare l'economia saudita, ma anche di cambiamenti culturali, che implicano un certo grado di separazione tra politica e religione. Vedremo alla prova dei fatti il riformismo saudita, ma finora quello iraniano incarnato dal presidente Rouhani, che aveva suscitato forse eccessive aspettative nelle capitali occidentali, si è rivelato inconsistente, solo retorico e cosmetico.

Monday, May 22, 2017

Oltre l'isteria dei media, la notizia è che Trump ha una politica per il Medio Oriente

Pubblicato su formiche

Trump capovolge la politica e la retorica di Obama. Lo scambio: ritorno ai tradizionali alleati per contenere e isolare l'Iran, ma niente scuse o alibi, i paesi musulmani devono sradicare l'estremismo islamico. Nessun leader occidentale aveva parlato così chiaramente ai leader arabi: "Drive Them Out" ("Cacciateli via da questa terra")

Mentre i media mainstream sono ancora in preda all'isteria anti-Trump e "sragionano" di impeachment e dintorni, la notizia che arriva da Riad (e da Gerusalemme) è che alla Casa Bianca c'è finalmente un presidente, non una sedia vuota, e persino una politica per il Medio Oriente. Se non una "dottrina", dal discorso del presidente Trump davanti ai leader dei Paesi arabi e islamici sunniti riuniti a Riad emerge almeno una visione di lungo termine.

Un discorso rispettoso ma non ossequioso, di apertura e amicizia ma senza comode omissioni né alibi. Trump non ha menzionato la politica o "l'arroganza" americana come causa dell'odio jihadista, né ha fatto ricorso alla solita retorica dell'islam "religione di pace e amore". Ma ha lanciato un messaggio chiaro e severo su come si aspetta che agiscano i leader arabi nei confronti di estremisti e terroristi islamici: Drive. Them. Out. "Cacciateli via da questa terra". Trump ha chiamato le cose con il loro nome, ha parlato di "estremismo islamico" e di "terrorismo islamico". Nessun presidente degli Stati Uniti, nessun leader occidentale, aveva parlato così francamente ai leader arabi: "Non siamo venuti qui a dare lezioni a nessuno" e "non è uno scontro di civiltà", bensì "tra Bene e Male", ma la responsabilità di sradicare il terrorismo "islamista" spetta in prima istanza ai paesi a "maggioranza musulmana". Trump non è andato in Arabia Saudita a spiegare cosa c'è di sbagliato in America o in Occidente, ma cosa non va in Medio Oriente, che si trova oggi impelagato in una "crisi di estremismo", ideologica nella sua natura, che innanzitutto i musulmani sono chiamati a risolvere.

Una premessa. La lotta in corso a Washington tra l'outsider che a sorpresa scippa alla sinistra una vittoria che sentiva di avere in tasca e il vecchio establishment è qualcosa che in Italia abbiamo già vissuto. I tentativi di "spallata" a Silvio Berlusconi da parte della sinistra politica, mediatica e giudiziaria sono durati vent'anni. Alla fine la porta è venuta giù, ma al prezzo di danni sistemici enormi per il paese (in termini di solidità economico-finanziaria, posizione in Europa e crisi istituzionale nei rapporti tra politica e giustizia). E non è che la sinistra italiana goda ora di ottima salute. Se fosse in grado di imparare dai suoi errori, potrebbe dare qualche consiglio ai Democratici americani e ai media militanti d'oltreoceano. Anche negli ultimissimi articoli che riportano leaks sull'indagine Russia-gate sono costretti a concludere che "non c'è al momento alcuna prova di illeciti o collusione tra la campagna Trump e i russi". Il memo dell'ex direttore dell'FBI Comey citato dal New York Times (che sabato ha ammesso: "non siamo ancora in zona impeachment"), che proverebbe l'ostruzione alla giustizia da parte di Trump, non si sa neppure se esiste ed è comunque smentito da audizioni sotto giuramento dello stesso Comey. Ma i media italiani riprendono acriticamente, e tristemente, come certezze, su cui poi pretendono di fondare analisi e scenari, quelle che sono, nella migliore delle ipotesi, ricostruzioni giornalistiche ancora tutte da verificare. Sembra quasi che riversare su Trump fiumi di inchiostro al veleno possa cancellare il fatto che un anno fa il giornalista e il commentatore "collettivo" hanno mancato del tutto la comprensione del fenomeno.

L'unica certezza di tutto questo polverone è che i continui leaks che alimentano la campagna politica e giornalistica contro l'amministrazione Trump sono illegali e minacciano la sicurezza nazionale Usa, ma su questi reati gravissimi commessi da ex e attuali funzionari l'FBI di Comey si rifiutava di indagare. Probabilmente perché molti dei leaks provengono dagli stessi vertici dell'agenzia. È grazie a questa campagna di delegittimazione a forza di leaks, alimentata dal sottogoverno, dalla burocrazia (il "deep state" lo chiamano negli Stati Uniti), fatto di funzionari rimasti fedeli a Obama ancora in carica per l'impreparazione di Trump, che i Democratici sperano di vincere le elezioni di medio termine del 2018 e avere i numeri necessari a imbastire una procedura di impeachment. Ma sia che la spallata riesca, sia che i Democratici ne escano con le ossa rotte, il prezzo, come il caso italiano sta a dimostrare, potrebbe essere alto per la credibilità dell'intero sistema, politico e mediatico.

Nel frattempo, accadono cose rilevantissime. L'amministrazione Trump conferma, come avevamo segnalato in precedenti articoli su Formiche, di voler capovolgere la fallimentare politica mediorientale di Barack Obama. L'ascesa dell'Iran infatti ha messo in scacco la politica estera dei predecessori di Trump. Già il presidente Bush nel suo piano di esportazione della democrazia in Iraq aveva sottovalutato l'influenza iraniana. L'appeasement dell'amministrazione Obama con l'Iran, suggellato dall'accordo sul nucleare, ha incoraggiato Teheran a perseguire i suoi disegni egemonici destabilizzando il Medio Oriente, dalla Siria allo Yemen. Sforzi non contrastati per non pregiudicare quell'intesa, illudendosi che riconoscendo il suo status di potenza regionale il regime degli ayatollah potesse trasformarsi da fattore di instabilità a partner per la stabilità regionale. Il risultato è un incendio ancora più esteso: l'asse russo-iraniano, che l'amministrazione Trump sta cercando ora di rompere, ha preso il sopravvento in Siria e i tradizionali alleati arabi sunniti, abbandonati da Obama, si sono sentiti liberi di reagire anche flirtando, come in Siria, con i gruppi terroristici in funzione anti-iraniana. Una tentazione in cui è caduta persino la Turchia di Erdogan, un paese Nato.

Secondo Michael Doran, dell'Hudson Institute, l'amministrazione Trump ha il merito di aver riconosciuto questi errori, e di mettere in discussione una serie di dogmi di politica estera che si sono rivelati falsi: che il "soft power" americano sia la chiave per stabilizzare il Medio Oriente, mentre la determinazione al ricorso dell'"hard power" è la precondizione per ristabilire l'ordine. Falso che il sostegno agli alleati storici sia causa di instabilità, come ha pensato Obama allontanandosi da Tel Aviv e Riad per tendere la mano al "nemico" a Teheran. E infine, falso che il conflitto tra palestinesi e israeliani sia la madre di tutte le crisi in Medio Oriente e quindi la chiave per risolverle.

Nucleare o no, l'Iran è il principale stato sponsor del terrorismo al mondo, la principale minaccia alla stabilità in Medio Oriente, e gli ultimi otto anni ne sono la dimostrazione. La svolta strategica dell'amministrazione Trump consiste quindi nel ritorno ai tradizionali alleati: promette di schierare tutto il peso politico e militare americano per contenere e isolare l'Iran, in cambio dell'impegno dei Paesi arabi e islamici sunniti a combattere sul serio, concretamente, l'estremismo e il terrorismo islamico, a sradicarli dalle loro terre, dalle loro comunità e dai loro luoghi di preghiera. Ma distruggere l'Isis – obiettivo facile da spiegare agli elettori su cui Trump ha puntato tutto in campagna elettorale – non basta. Serve una coalizione di paesi interessati alla stabilizzazione della regione. Egitto, Giordania, Emirati, ma soprattutto tre alleati storici degli Stati Uniti che possano esercitare la propria influenza al di fuori dei loro confini: Arabia Saudita, Israele e Turchia. Il fatto che proprio Riad e Gerusalemme siano state le prime tappe del tour di Trump subito dopo l'incontro con il presidente turco Erdogan a Washington, lascia intendere che l'amministrazione ne sia consapevole.

Questi alleati non sono sempre affidabili e presentabili (come non lo erano certo gli ayatollah per Obama)? Vero, ma emarginarli, come ha fatto Obama, li ha resi ancora più "problematici". Ma l'aspetto decisivo è che al contrario dei russi e degli iraniani, fino ad oggi hanno dimostrato di accettare di muoversi all'interno di un ordine dominato dalla leadership americana, mentre Teheran e Mosca intendono sfidarla e sostituirsi ad essa. Sostenere i tradizionali alleati nella regione per contenere e isolare l'Iran è quindi la politica dell'amministrazione Trump in Medio Oriente. A Washington non si fanno troppe illusioni, ma c'è almeno una possibilità che vedendosi isolati a loro volta, i russi decidano infine di sganciarsi da Teheran. Non è un piano, né una coalizione "glamour", ma la disastrosa situazione ereditata in Medio Oriente non offre molte altre scelte, e spesso si tratta di scegliere tra il male e il peggio. La vedremo alla prova dei fatti.

Al centro del discorso di Trump al summit proprio la proposta di questo "scambio". Il presidente americano ha evocato una coalizione di paesi per combattere il terrorismo islamico, chiarendo però che "i paesi a maggioranza musulmana devono assumere la guida nella lotta alla radicalizzazione". Ha parlato della necessità di "sconfiggere il terrorismo ma anche l'ideologia che lo guida". Per questo ha parlato anche di "islamismo", facendo riferimento esplicito a quella visione politica totalitaria dell'islam di cui la maggior parte dei leader occidentali negano persino l'esistenza. E senza concedere alibi ai suoi interlocutori: "Non può esserci coesistenza con questa violenza. Non può esserci alcuna tolleranza, alcuna accettazione, alcuna giustificazione né indifferenza".

Se "non è una battaglia tra diverse fedi, diverse sette o diverse civiltà, ma tra criminali barbari che cercano di annientare la vita umana e persone perbene di tutte le religioni che vogliono proteggerla", insomma "una battaglia tra Bene e Male", tuttavia il presidente non ha taciuto le radici di questo male, sottolineando le precise responsabilità, i doveri dei leader dei Paesi arabi e dei leader religiosi islamici nel combatterlo. "Possiamo vincere questo male solo se le forze del bene sono forti e unite – e se tutti si assumono la loro giusta quota e svolgono la loro parte di oneri".

Se il terrorismo si è diffuso in tutto il mondo, è "da qui", da questa "antica e sacra terra" che "inizia il cammino verso la pace". Gli Stati Uniti sono "pronti a schierarsi con voi – nel perseguire interessi condivisi e sicurezza comune". Ma, ha anche avvertito Trump, "le nazioni del Medio Oriente non possono aspettare che la potenza americana distrugga questo nemico per loro. Devono decidere che tipo di futuro vogliono per se stessi, per i loro paesi e per i loro figli. Una scelta tra due tipi di futuro ed è una scelta – ha scandito – che l'America non può fare per voi". Quindi il cuore del messaggio ai leader arabi: "Cacciate terroristi ed estremisti. Spazzateli via. Cacciateli dai vostri luoghi di preghiera. Cacciateli dalle vostre comunità. Cacciateli dalla vostra sacra terra. Spazzateli via da questa terra!".

Gli Stati Uniti, ha assicurato Trump, adotteranno un approccio pragmatico, un "realismo di sani principi", prenderanno decisioni basate sull'esperienza del mondo reale e non sull'ideologia. Ma "le nazioni musulmane – ha ribadito – dovranno assumersi l'onere". Non un impegno vago, il presidente americano ne ha delineati quattro molto concreti. Primo, "ogni paese della regione ha un dovere assoluto di assicurare che i terroristi non trovino alcun rifugio nel suo territorio". Secondo, "tagliare tutti i canali di finanziamento" che permettono all'Isis di vendere petrolio e pagare combattenti e rinforzi. Terzo, "affrontare sul serio la crisi di estremismo islamico e il terrorismo islamico di ogni genere. Il che vuol dire – ha esplicitato Trump ai suoi interlocutori arabi – schierarsi insieme contro l'assassinio di musulmani innocenti, contro l'oppressione delle donne, la persecuzione degli ebrei e il massacro di cristiani". E' stato chiaro anche nel richiamare alle loro responsabilità i leader religiosi islamici, che devono dire in modo assolutamente chiaro ai fedeli: "Se scegliete il terrorismo, la vostra vita sarà vuota, sarà breve, ma soprattutto la vostra anima sarà condannata". Quarto, "promuovere le aspirazioni e i sogni di tutti i cittadini che vogliono una vita migliore, incluse le donne, i ragazzi e i seguaci di tutte le fedi". Trump ha quindi esortato i leader arabi a "fare della loro regione un luogo in cui ogni uomo e donna, a prescindere dalla fede o dall'etnia, possa vivere con dignità e speranza".

E Trump ha infine aperto il capitolo sul regime iraniano, che "offre ai terroristi rifugi sicuri, sostegno finanziario e status sociale", ed è "responsabile di così tanta instabilità nella regione. Dal Libano all'Iraq allo Yemen, Teheran finanzia, arma, addestra terroristi, milizie e altri gruppi estremisti... Per decenni, ha alimentato conflitti settari e terrorismo… Parla apertamente di sterminio, distruzione di Israele, morte all'America e rovina per molti dei leader e delle nazioni arabe". Ha quindi citato il caos in Siria, il sostegno ad Assad, l'uso di armi chimiche e la risposta americana. Senza dimenticare che il popolo iraniano è la prima vittima dei suoi leader e della loro "sconsiderata ricerca di conflitto e terrore". "Le nazioni responsabili – ha concluso Trump – devono lavorare insieme per porre fine alla crisi umanitaria in Siria, sradicare l'Isis e restaurare la stabilità nella regione" e "finché il regime iraniano non vorrà essere un partner per la pace, devono lavorare insieme per isolare l'Iran, impedirgli di finanziare il terrorismo e pregare perché il popolo iraniano abbia il giusto e legittimo governo che merita".

Thursday, April 27, 2017

Primi 100 giorni

Primi 100 giorni. Sulla Siria e la Corea del Nord, Russia e Cina non sono mai state così sotto pressione, chiamate alle loro responsabilità da player globali come pretendono di essere considerate. Invece di subire il test di politica estera che i presidenti Usa si trovano a dover gestire nelle prime settimane di mandato, Trump l'ha imposto ai suoi avversari.

E ora, si prepara a lanciare sul fronte interno una riforma fiscale come non si vedeva dai tempi di Reagan, con un'aliquota sulle imprese che potrebbe scendere al 15%.

Suggerimento al "giornalista collettivo" italiano: occuparsi dei "cialtroni" di casa nostra che non mancano...

Friday, April 14, 2017

E se il Grande Dialogo Usa-Russia fosse appena iniziato?


Pubblicato su formiche

Quasi distensione? Come e perché la visita di Tillerson a Mosca non poteva andar meglio. Un nuovo, più proficuo linguaggio tra Washington e Mosca. E persino le posizioni sulla Siria (e Assad) non sembrano così inconciliabili... Anziché essere già finito il reset di Trump con Putin, il grande dialogo potrebbe essere solo all'inizio.

La visita del segretario di Stato americano Rex Tillerson a Mosca è andata molto meglio di quanto si possa immaginare leggendo i giornali. E le posizioni di Washington e Mosca sono meno inconciliabili (persino sulla Siria) di quanto possa apparire. Ci sono un buon numero di sfumature tra la versione degli anti-Trump orfani di Obama, secondo cui il presidente sarebbe una "marionetta" di Putin, che lo ha aiutato a vincere le elezioni, e la delusione dei "putiniani", secondo cui con il raid contro la base aerea siriana di al Shayrat Trump si sarebbe piegato all'establishment diventando un falco anti-russo e sarebbe tornato alla politica del "regime change".

Dopo aver mandato a dire di essere troppo occupato per ricevere Tillerson, alla fine Putin ha abbassato la cresta e l'ha incontrato eccome, per oltre due ore. Dopo le quattro ore e mezza di colloquio (pranzo insieme compreso) che il segretario di Stato aveva appena avuto con il ministro degli affari esteri Lavrov, con il quale dopo la conferenza stampa congiunta ha avuto un ulteriore scambio di vedute informale di circa un'ora "sulle opportunità emerse". E il fatto non scontato che Putin abbia voluto incontrare Tillerson indica che il messaggio portato dal segretario di Stato al Cremlino valesse la pena di un incontro inizialmente negato per sgarbo.

Non era serio aspettarsi che la Russia scaricasse Assad in poche ore, obbedendo alla richiesta di Washington dopo nemmeno una settimana dall'umiliante raid Usa. Non è giornalisticamente serio e onesto presentare come un insuccesso la visita di Tillerson solo perché non si è presentato a braccetto con Putin annunciando che la Russia accetta di scaricare Assad, o perché restano le divergenze tra le due potenze.

E' stato certamente aspro il confronto tra Lavrov e Tillerson in conferenza stampa, senza esclusione di colpi, con il segretario di Stato americano per nulla intimidito, anzi proprio da lui forse sono partiti i primi colpi sotto la cintura. Come hanno ricordato entrambe le parti, siamo in una fase di estrema sfiducia nei rapporti tra Washington e Mosca. Nessuno quindi vuole farsi beccare ad "abbassare lo sguardo", nessuno arretra da uno scontro verbale.

Ma la sensazione è che se tutti abbaiano, nessuno voglia mordere. Intanto, Usa e Russia sembrano concordi nel non lasciare che i loro rapporti peggiorino. Parlandoci direttamente "ci comprendiamo meglio", ha osservato Lavrov. "Le due maggiori potenze nucleari al mondo non possono avere questo tipo di relazioni", ha aggiunto Tillerson. Ma oltre gli auspici, hanno concordato nuovi strumenti per evitare che le cose peggiorino. Un gruppo di lavoro volto a migliorare le relazioni e tenere aperto un dialogo quotidiano, mentre Putin è già pronto a ripristinare il canale di comunicazione militare di "deconfliction" nei cieli della Siria. "Tillerson ha avuto un dialogo serio a Mosca, che può aiutare a iniziare ad affrontare le varie questioni. Un utile primo passo", ha twittato Dmitri Trenin, direttore del Carnagie Center di Mosca.

All'indomani della visita si è profuso ottimismo sui futuri rapporti da entrambe le parti: "Le cose si risolveranno bene tra Stati Uniti e Russia. Al momento giusto, tutti ritroveranno il buon senso e ci sarà una pace duratura!", ha twittato il presidente Trump. "Mi è piaciuto il modo in cui" si sono svolti gli incontri ieri, ha commentato Lavrov: "Potrebbe volerci un po' perché questi risultati si manifestino - ha aggiunto - ma almeno abbiamo deciso di stabilire una linea di dialogo quotidiana su un certo numero di temi, compresi i problemi creati nelle relazioni bilaterali dalla precedente amministrazione e i meccanismi per migliorare la comprensione reciproca su varie crisi regionali, a cominciare da quella siriana".

Insomma, il reset di Trump con Putin è già finito o è solo all'inizio? Si può parlare di una sorta di distensione alla luce degli incontri di Tillerson a Mosca? Da ambo le parti si fa riferimento al fattore tempo. Niente illusioni: ce ne vorrà, prima di vedere i primi accordi. Per ora si tratta di evitare lo scontro e ripristinare il livello necessario di fiducia reciproca.

Al di là delle reciproche "punture", Lavrov non ha ripetuto la versione diffusa da Mosca nelle prime ore successive all'attacco per assolvere il regime di Assad dall'uso di armi chimiche. Ha ricordato che la zona colpita è sotto il controllo di forze ribelli, sollevando dubbi sulla credibilità delle testimonianze, e che ci sono rapporti secondo cui Damasco ha eliminato tutte le sue scorte, mentre documentano possesso e uso di armi chimiche da parte dei gruppi estremisti. Ed è tornato quindi a chiedere un'inchiesta imparziale e indipendente sull'accaduto prima di attribuire responsabilità ed emettere condanne.

Da parte sua Tillerson ha ribadito che gli Stati Uniti sono in possesso di prove che dimostrano la responsabilità del regime di Assad, ma non ha confermato l'accusa, fatta circolare a mezza stampa, secondo cui Mosca sarebbe stata complice, o per lo meno a conoscenza, dell'imminente attacco chimico. Anzi, ha detto, "non abbiamo informazioni certe che indichino che ci sia stato un qualche coinvolgimento della Russia o di forze russe in questo attacco".

Ma leggendo tra le righe persino le posizioni sulla Siria (e su Assad) non appaiono così inconciliabili. Tillerson ha ripetuto che per Washington "il regno della famiglia di Assad si sta avvicinando alla fine. E la Russia, come suo più vicino alleato, è nella posizione migliore per aiutare Assad ad accettare la realtà". Ma ha anche spiegato quanto sia "importante" che la sua uscita di scena avvenga "in modo ordinato", così che "certi interessi e gruppi" a lui legati sentano che saranno rappresentati al tavolo del negoziato per una soluzione politica. "Non pensiamo – ha precisato – che l'una debba accadere prima che l'altro possa cominciare", ma "l'esito finale" è che non ci sia un ruolo per Assad nel futuro della Siria.

Quando Lavrov, rispondendo, chiama in causa l'ossessione occidentale per la rimozione dei dittatori, ricordando la fine di Milosevic, di Saddam e di Gheddafi, le violazioni del diritto internazionale che a suo avviso furono commesse, e il caos generato in Iraq e Libia ("conosciamo fin troppo bene cosa accade quando lo fate", "non ricordo un solo caso di un dittatore rimosso senza problemi e senza violenza"), sta etichettando la posizione Usa su Assad come "regime change", l'ennesimo. Ma l'amministrazione Trump continua a negare, anche dopo l'attacco alla base aerea siriana, di perseguire il regime change in Siria. In un'intervista al WSJ, sull'uscita di Assad lo stesso presidente Trump ha detto: "Stiamo insistendo su questo? No. Ma penso che accadrà a un certo punto". "La prima priorità in Siria è distruggere l'Isis, non cacciare Assad", ripetono a Washington. Esito finale, a un certo punto, in modo ordinato, sono le espressioni usate dagli americani sull'uscita di scena del dittatore siriano.

E se già prima dell'attacco Usa, il portavoce del Cremlino aveva chiarito che l'appoggio russo ad Assad non è affatto incondizionato (è un fatto che il sistema di difesa russo dislocato in Siria non abbia intercettato i missili tomahawk, il cui arrivo era stato annunciato un'ora e mezza prima), anche Lavrov davanti alla stampa ha fatto capire che i russi non si sentono vincolati ad Assad. Ha confermato che la sua rimozione non è nell'agenda di Mosca, ma "come ho sottolineato molte volte, noi non stiamo puntando tutto su una personalità, sul presidente Assad… Stiamo insistendo sul fatto che tutti si siedano intorno a un tavolo e arrivino a un accordo… tutti gli attori interessati, e vogliamo che tutti i siriani, senza alcuna esclusione, siano rappresentati nel processo politico". Il che sembra non precludere l'esito di una Siria senza Assad. Non hanno torto i russi quando fanno notare che ad oggi Assad, il cui esercito è l'unica forza regolare sul terreno, è determinante per sconfiggere le milizie jihadiste (non solo l'Isis ma anche al Nusra), ma nel medio-lungo termine potrebbe diventare troppo costoso anche per loro sostenere la sua permanenza al potere come se nulla fosse accaduto, e soprattutto come se non avesse ingannato non solo la comunità internazionale ma lo stesso Putin (che alcune fonti descrivono come furioso con il dittatore siriano per lo smacco che gli ha fatto subire dagli Usa).

Insomma, se è solo una questione di tempistica, allora le posizioni russe e americane non sembrano proprio inconciliabili. Certo, proprio per la mancanza di fiducia, né Mosca né Washington possono permettersi che convergano ora. Il problema infatti è che sul destino di Assad si incrociano le reciproche ambiguità e diffidenze. Anche perché, se non lo è per Mosca, Assad è una figura irrinunciabile per l'Iran, la cui influenza la nuova amministrazione Usa vuole contenere. Da una parte, i russi non si fidano degli americani perché temono che, combattendo solo l'Isis e non anche gli altri gruppi dell'opposizione siriana, stiano in realtà coltivando allo stesso tempo un piano per il regime change. Dall'altra, gli americani non si fidano dei russi perché temono che, inseguendo una vittoria militare piena puntino in realtà, in totale accordo con Teheran, a mantenere Assad al potere e a sabotare il processo politico prima che entri nel vivo. Nell'appoggio russo "non incondizionato" ad Assad, Washington ha intravisto un varco stretto in cui inserirsi per tentare di rompere l'asse Iran-Russia.

L'attacco missilistico ordinato da Trump sulla Siria è un messaggio politico su diversi piani e destinato a molteplici attori. E al Cremlino sembrano averlo afferrato, seguiranno riflessioni e approfondimenti. Trump non ha cambiato idea né sulla Siria (la priorità è distruggere l'Isis, non cacciare Assad), né sulla Russia: bisogna almeno tentare di migliorare i rapporti. Troppo importante per l'Occidente avere buoni rapporti con la Russia, quando le minacce esistenziali e i rivali strategici del XXI secolo non si trovano a Mosca. Il che non significa fare regali a Putin, anche perché come Obama dovrebbe aver imparato a sue spese, le concessioni unilaterali e il non intervento rendono i russi più arroganti e aggressivi, non più disponibili. Al contrario, dimostrare la propria risolutezza è l'unico modo per farli tornare sul serio al tavolo del confronto. Accecati dal loro pregiudizio negativo su Trump, i commentatori si aspettavano invece di vedere un reset nei termini di qualche regalo presentato a Putin su un piatto d'argento e non hanno riconosciuto le mosse iniziali di una lunga partita. Né hanno visto – con lo strike sulla base aerea siriana e la crescente pressione politica americana sulla Russia (tra accuse e ultimatum) nei giorni e nelle ore precedenti la visita di Tillerson – la profonda trasformazione delle regole del gioco. Obama ha danneggiato la credibilità della deterrenza americana e l'amministrazione Trump l'ha voluta iniziare a restaurare. Sta prendendo forma un approccio totalmente diverso da quello di Obama nel trattare con alleati e avversari. Un approccio che, semplificando, si può definire "bastone e carota". Uso della forza e minacce, ma anche trattativa e mutuo rispetto. E da quello che abbiamo visto a Mosca, in occasione degli incontri di Tillerson, i russi sembrano aver riconosciuto il nuovo approccio e non esserne così dispiaciuti. Americani e russi hanno cominciato a parlarsi usando lo stesso linguaggio.

A cambiare, rispetto all'amministrazione Obama, è anche la politica nei confronti di Teheran. Si dice Assad, si legge Iran. L'aut aut presentato a Mosca non riguarda tanto il dittatore siriano, quanto il regime degli ayatollah. "La Russia deve scegliere se schierarsi con gli Stati Uniti, e i Paesi che la pensano allo stesso modo, o con Assad, Iran e Hezbollah", sono le esatte parole usate da Tillerson all'indomani dell'attacco. Non importa quando, ma prima o poi la Russia deve scaricare Assad, cioè l'Iran, è il messaggio. Nonostante le tensioni, con la visita di Tillerson il dialogo tra Washington e Mosca sembra ripartito a 360 gradi, i canali di comunicazione sono aperti e destinati a rafforzarsi. Insomma, siamo all'inizio di qualcosa, una partita nuova. Non è scontato, ma è una possibilità ancora sul tavolo che nel medio termine Mosca ripensi la sua politica in Siria e il suo asse con l'Iran. La sensazione è che di fronte alla prospettiva di un'intesa a tutto campo con Washington, non solo sulla crisi siriana ma su tutti i fronti, insomma di fronte alla proposta di una nuova Yalta, Putin potrebbe anche decidere di compiere questo passo. Ma il presupposto è la fiducia e per ricostruirla ci vorrà tempo.

Sunday, April 09, 2017

Da Trump un test per Putin e un colpo all'asse Iran-Russia

Pubblicato su formiche

L'amministrazione Trump si prepara a sovvertire la politica "filoiraniana" di Obama, che ha fatto declinare l'influenza Usa nella regione

Per la prima volta da anni la Russia si trova sotto pressione, messa di fronte alle sue responsabilità di potenza mondiale quale pretende di essere considerata. A pochi giorni dal raid missilistico Usa sulla base siriana da cui è partito l'attacco chimico di Assad, stanno emergendo con maggiore chiarezza effetti e obiettivi dell'iniziativa dell'amministrazione Trump. Certamente la deterrenza alla diffusione e all'uso di armi di distruzione di massa è un vitale interesse di sicurezza nazionale per gli Stati Uniti e non è diretta solo ad Assad, ma anche all'Iran e alla Nord Corea. Ma più che una punizione al regime di Assad per i suoi crimini di guerra, rappresenta un test per Mosca: se la Russia vuole essere considerata una potenza di primo piano sulla scena globale, deve dimostrare di essere un player responsabile, che coopera per la stabilità della regione, e non uno "Stato canaglia" fattore di instabilità. Come spiegavamo qualche giorno fa, i primi passi dell'amministrazione Trump nei confronti di Mosca sono volti a "testare" quanto incondizionato sia il sostegno russo ad Assad e, quindi, quanto solida e strategica la sua alleanza con il regime degli ayatollah.

Mentre Barack Obama decise di non reagire al mancato rispetto della "linea rossa" sull'uso di armi chimiche da parte di Assad, ignorando le prove della responsabilità del regime siriano fornite dall'intelligence (anche turca e israeliana), per non compromettere la sua principale iniziativa di politica estera, l'accordo con Teheran sul nucleare, il raid ordinato da Trump venerdì notte è un colpo all'asse Iran-Russia e indica la volontà della nuova amministrazione Usa di sovvertire la politica di Obama. E il messaggio di Trump a Putin è molto chiaro: se la Russia vuol vedersi riconosciuto quel ruolo da protagonista nell'ordine mondiale che da anni insegue, se vuole trovare posto al tavolo dei grandi, dove i temi globali vengono discussi, deve sganciarsi da Assad e da Teheran, e cooperare con gli Usa per una soluzione in Siria e la stabilità della regione. L'obiettivo della visita del segretario di Stato Usa Tillerson a Mosca sarà convincere Putin che da questo dipende ogni speranza di un riavvicinamento tra Stati Uniti e Russia. In questo caso interventismo umanitario e realpolitik coincidono, ma è politico, né militare né morale, il vero movente di Washington. E' il primo atto di una strategia più ampia per ribilanciare la politica americana in Medio Oriente in opposizione all'Iran e al suo asse.

Come ha spiegato Lee Smith, dell'Hudson Institute, sul Weekly Standard, la ricerca di un accordo con Teheran "ha determinato sia la politica in Siria sia la più ampia strategia dell'amministrazione Obama in Medio Oriente, un riavvicinamento all'Iran. Obama ha declassato alleati tradizionali come Israele, Giordania, Egitto, Arabia Saudita e Turchia (un membro della Nato), mentre promuoveva gli iraniani e apriva una finestra di opportunità per la Russia, grata di essere di nuovo un attore in Medio Oriente dopo 40 anni di assenza". Non ha mostrato alcun interesse a "difendere l'architettura della sicurezza regionale che gli Stati Uniti avevano edificato nell'arco di 70 anni". Sarà anche stato poca cosa, ma il raid ha mostrato quanto in realtà sia vulnerabile la posizione russa in Siria. La fase in cui Putin poteva ampliare liberamente e a costo quasi zero l'influenza russa in Medio Oriente, approfittando del fatto che a Obama interessava solo non irritare gli iraniani, si è conclusa. Ora il leader russo deve ripensare la sua politica in Siria, dove si trova circondato da alleati Usa rassicurati, e la sua alleanza con Teheran.

All'indomani del raid, il segretario di Stato Usa Rex Tillerson ha sottolineato che la Russia ha fallito nella sua responsabilità di far rispettare l'accordo del 2013 sullo smantellamento dell'arsenale di armi chimiche di Assad, quindi Mosca è stata "o complice o incompetente". Un duro atto d'accusa che, come riporta il Times di domenica, Tillerson si prepara a portare direttamente a Mosca nella sua visita di martedì e mercoledì. "Questa settimana America e Gran Bretagna accuseranno direttamente la Russia di complicità nei crimini di guerra in Siria e chiederanno che Putin stacchi la spina al sanguinario regime di Bashar al-Assad". Tillerson volerà a Mosca con "le prove che la Russia era a conoscenza" dell'attacco chimico di Assad e "ha cercato di insabbiarlo". Militari russi erano presenti nella base da cui è partito l'attacco, un drone russo ha sorvolato la zona bombardata poco prima che un aereo di fabbricazione russa colpisse l'ospedale locale, verosimilmente per cancellare le prove dell'uso di armi chimiche. Insomma, i russi erano là, sanno cosa è successo, e stanno diffondendo una falsa versione per coprire non solo Assad, ma anche se stessi.

Ma nonostante le tensioni di questi giorni, non è ancora compromessa la possibilità di un dialogo costruttivo tra Washington e Mosca. Non solo i russi sono stati avvertiti dagli americani attraverso canali militari dell'attacco missilistico, ma all'indomani Washington si è affrettata a precisare che il raid non rappresenta l'inizio di una guerra contro Assad: nessun "regime change" e nessun cambio di politica in Siria. Nessun bis del catastrofico intervento obamiano e clintoniano in Libia. Come ha ribadito Tillerson alla Cbs, "è importante che le nostre priorità restino chiare" e la "prima priorità" per gli Stati Uniti in Siria resta distruggere l'Isis, un obiettivo che precede anche la stabilizzazione del Paese. Solo in un secondo momento si potrà aprire il processo politico per la Siria e gli Stati Uniti "sperano che la Russia scelga di giocare un ruolo costruttivo". Non ora, ovviamente (prima c'è, appunto, da distruggere l'Isis), ma la sorte di Assad sembra segnata. Nessuna soluzione politica sarà possibile in Siria fino a quando Assad resterà al potere, ha ribadito l'ambasciatore Usa alle Nazioni Unite, Nikki Haley, in un'intervista alla Cnn. "Non c'è alcuna opzione che prevede una soluzione politica con Assad a capo del regime. Se si guarda alle sue azioni, se si guarda alla situazione, sarà difficile vedere un governo pacifico e stabile con Assad". Ma detto questo, si tratta di un esito a cui arrivare al termine di un processo politico. Anche Nikki Haley infatti ha chiarito quale debba essere per Washington la tempistica. "Primo, sconfiggere l'Isis. In secondo luogo, non vediamo una Siria pacifica con Assad. In terzo luogo, occorre tenere fuori l'influenza iraniana". Ma non è detto, è tra le righe il messaggio di Washington a Mosca, che l'uscita di scena di Assad avvenga a scapito di interessi e influenza della Russia in Siria...

Da parte russa, il sistema di difesa anti-aerea dislocato in Siria non ha intercettato i tomahawk americani (e poco prima il portavoce del Cremlino aveva definito "non incondizionato" l'appoggio russo ad Assad). Nelle reazioni all'attacco Mosca si è limitata alle condanne verbali e all'annuncio di sospensione della "deconfliction line", il canale di comunicazione militare aperto per evitare incidenti durante le operazioni in Siria (anche se al Pentagono non risultano richieste ufficiali in tal senso dai russi). Non è stata nemmeno annullata la visita a Mosca del segretario di Stato Tillerson in programma martedì e mercoledì.

Se dopo aver elaborato il "lutto", al Cremlino afferrano il messaggio (se capiscono cioè che i loro interessi e la loro influenza in Siria non devono essere per forza legati alla sorte di Assad, che in ogni caso è al capolinea, o allineati a quelli iraniani), il rapporto con Putin non è finito prima di cominciare... Ora sì - dimostrato che l'America è tornata, che intende difendere il suo status, e che l'amministrazione Trump fa sul serio - può iniziare il vero confronto con Mosca. La necessità di trovare un nuovo equilibrio, un accordo generale, tra Stati Uniti e Russia, resta una priorità sia per Putin, che per Trump. Senza Mosca è impossibile una soluzione al caos siriano. E Putin sa che senza Washington non otterrà lo status che cerca per la sua Russia.

Chi si aspettava, sia tra i fan di Trump che tra i suoi detrattori, che il tentativo di normalizzazione dei rapporti con Mosca partisse con qualche concessione, per esempio cancellando le sanzioni, si sbagliava di grosso. Bush e Obama hanno iniziato la loro presidenza offrendo "carote" a Putin, apertura di credito e concessioni, ma nei loro ultimi giorni entrambi si sono trovati quasi in guerra con Mosca. Trump, viceversa, sta iniziando quasi in guerra e chissà, forse avrà miglior fortuna agitando il "bastone"... La Russia, aveva spiegato il segretario di Stato Tillerson nella sua "confirmation hearing" al Senato, "ha bisogno di vedere una risposta forte prima di considerare un passo indietro".

In ogni caso, come fa notare Robert Kagan sul Washington Post, ci vorrà molto di più per rimediare ai disastri di Obama in Siria, per arrestare la progressiva caduta dell'influenza americana in Medio Oriente. "Trump non aveva torto nell'incolpare il presidente Obama per la catastrofica situazione in Siria". Grazie alle politiche delle amministrazioni Obama, infatti, "la Russia ha progressivamente soppiantato gli Stati Uniti come principale potenza nella regione. Anche alleati storici come Turchia, Egitto e Israele hanno guardato sempre più verso Mosca come rilevante player regionale". E l'accordo per lo smantellamento dell'arsenale chimico di Damasco, di cui i russi si sono fatti garanti, non solo non ha impedito ad Assad di gasare donne e bambini, ma ha aperto le porte all'intervento russo che ha salvato il regime di Assad dal possibile crollo e aumentato l'influenza politica e militare di Mosca in Medio Oriente. "Le politiche di Obama - scrive Kagan - hanno anche reso possibile un'espansione senza precedenti dell'influenza e del potere iraniano. Se si aggiunge il devastante impatto del flusso di profughi siriani sulle democrazie europee, le politiche di Obama non solo hanno consentito la morte di quasi mezzo milione di siriani, ma hanno anche significativamente indebolito la posizione globale dell'America e la salute e la coesione dell'Occidente".

Gli avversari dell'America, Russia, Iran e Cina, continueranno a sfidare la risolutezza dell'amministrazione Trump. Se l'attacco di venerdì notte non resterà un atto isolato, ma "il primo passo di una coerente strategia politica, diplomatica e militare", conclude Kagan, c'è una "reale chance di invertire la rotta della ritirata globale cominciata da Obama".

Wednesday, April 05, 2017

Prime mosse dell'amministrazione Trump per rompere l'asse Russia-Iran-Turchia

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Le "cattive" opzioni sul tavolo dell'amministrazione Trump per affrontare la vera e propria "Idra a tre teste" in Medio Oriente (l'interazione Isis-Iran-Russia) ereditata dai disastri di Obama. E a chi giova la "strage chimica" di Assad


Il mondo lasciato in eredità all’amministrazione Trump da Barack Obama (e in parte dal suo primo segretario di Stato, Hillary Clinton) è un vero casino. Soprattutto il Medio Oriente, che lo storico Victor Davis Hanson, della Hoover Institution, ha paragonato ad una “Idra a tre teste” generata dagli errori delle amministrazioni Obama: il ritiro dall’Iraq nel 2011, il fallito “reset” nei rapporti con la Russia (sì, nel 2008 e nel 2012 era Obama che prometteva a Putin che sarebbe stato “più flessibile”) e l’accordo con Teheran sul programma nucleare. Dall’interazione nella regione tra il regime iraniano (con i suoi alleati siriani, Hezbollah e Assad), definito “primo sponsor del terrorismo al mondo” dal segretario alla difesa Usa Mattis, la Russia di Putin e i tagliagole dell’Isis, prende vita un “mostro” che lascia a Trump davvero poche opzioni, che vedremo più avanti.

Il primo problema è che il Medio Oriente sta scivolando, nemmeno troppo lentamente, sotto l’influenza di Mosca, grazie al “leading from behind”, in realtà il disimpegno di Obama, e i suoi fallimenti nelle guerre in Siria e in Libia, che hanno favorito la penetrazione strategica russa in entrambi i Paesi e nella regione. L’asse che Putin sta tessendo con Iran e Turchia punta a sostituire gli Stati Uniti e i suoi alleati sunniti storici come “dominus” del Medio Oriente. Se la stampa non fosse stata impegnata negli ultimi otto anni a celebrare la presidenza Obama come una serie di successi indiscutibili, oggi sarebbe l’ex presidente, e non Trump, sul banco degli imputati come inconsapevole benefattore di Putin, che proprio grazie agli errori e alla confusione di Washington ha conseguito negli ultimi anni successi militari e strategici insperati, dal Medio Oriente all’Europa orientale. Anche se nemmeno la Russia di Putin è immune dal rischio di restare impantanata nella trappola siriana, come dimostra l’attentato alla metro di San Pietroburgo.

Se confermata la responsabilità del regime di Damasco, l’uso del Sarin o di altri gas tossici su Idlib non fa che ricordarci la brutalità di cui è capace Assad e una delle tante beffe che Obama ha subito da Putin: l’accordo con la Russia sotto egida Onu, in seguito del quale dal 2014 Assad non avrebbe dovuto più possedere armi chimiche, era evidentemente scritto sulla sabbia. Quando nel 2012 l’amministrazione Obama non ha dato seguito alla sua “red line” contro l’uso di armi chimiche da parte di Damasco, è stato chiaro che non faceva sul serio in Siria e Putin ne ha approfittato. Ora in Siria, aviazione e “boots on the ground” russi collaborano da tempo con le forze armate del regime di Assad, con quelle iraniane e con gli Hezbollah. Ad Antalya si è svolto di recente un summit Russia, Iran e Turchia per coordinare le operazioni di guerra nel paese. Inoltre, è in programma l’ampliamento della base navale russa di Tartus, per far spazio a 11 navi da guerra. In Libia, Mosca sostiene l’unico vero esercito sul terreno, quello del generale Haftar, che controlla la maggior parte del territorio e le infrastrutture petrolifere della “Mezzaluna”. E, come hanno confermato fonti militari Usa e Nato, forze speciali russe sono presenti nella base egiziana di Sidi Barrani, a un centinaio di chilometri dal confine orientale con la Libia. Mosca inoltre sta rafforzando i suoi rapporti proprio con l’Egitto di Al Sisi: un accordo per il trasporto aereo civile, un accordo economico e industriale in discussione, una maggiore cooperazione nel settore energetico, con la compagnia petrolifera russa Rofsnet che sta negoziando la fornitura di gas liquido. L’obiettivo dell’incontro di Trump con il presidente egiziano Al Sisi, lunedì scorso alla Casa Bianca, è proprio rilanciare, in funzione della lotta al terrorismo e al radicalismo islamico, il rapporto con l’Egitto, raffreddatosi sotto Obama.

Ma è l’asse con l’Iran quello che desta maggiore preoccupazione a Washington, suggellato dalla visita della scorsa settimana del presidente Hassan Rouhani a Mosca (dopo quella del presidente turco Erdogan il 10 marzo scorso). Relazioni che da occasionali rischiano di trasformarsi in strategiche e che mostrano le superiori capacità di Putin nella scacchiera geopolitica rispetto alle controparti occidentali.

Si tratta della prima visita ufficiale del presidente iraniano a Mosca e del primo incontro con Putin in un vertice bilaterale e non a margine di un contesto multilaterale. L’incontro, a poche settimane dalle presidenziali iraniane del 19 maggio, non solo conferma la cooperazione Russia-Iran nel conflitto siriano, ma sembra l’avvio di una nuova, più solida fase nelle relazioni tra i due Paesi, decollate da quando l’accordo voluto da Obama sul nucleare iraniano ha portato al progressivo alleggerimento delle sanzioni contro Teheran. L’indicazione dell’Iran come uno dei tre “garanti”, insieme a Russia e Turchia, del cessate-il-fuoco in Siria denota il clima di fiducia reciproca sul dossier siriano, nonostante le differenze, e fa di Teheran – anche ufficialmente – uno degli attori in campo (della guerra e della futura pace). Ma la visita di Rouhani non solo aiuta i due Paesi a tracciare una road map condivisa sui prossimi passi in Siria, contribuisce anche a rafforzare l’asse Russia-Iran-Turchia e ad accrescere la sua rilevanza a livello regionale, a scapito degli Usa e dei suoi alleati.

I colloqui tra Rouhani e Putin vengono definiti “importanti e approfonditi”, su questioni regionali e globali così come sulle relazioni bilaterali. Durante il vertice sono stati firmati 14 documenti di cooperazione in diversi settori – politico, economico, tecnologico, militare, legale e culturale, sull’energia nucleare e le infrastrutture. L’Iran è “un buon vicino e un partner stabile e affidabile”, ha riconosciuto Putin. Il presidente iraniano Rouhani ha confermato che la cooperazione tra Teheran e Mosca non si ferma alla Siria, ma è “diretta ad incrementare la stabilità nella regione”. Inoltre, la leadership iraniana teme che il riavvicinamento tra Washington e Mosca auspicato da Trump in campagna elettorale possa indurre i russi a mollare Teheran e a coordinare le loro politiche in Medio Oriente con gli americani. Dunque, meglio giocare d’anticipo rispetto al nuovo approccio di Trump con Mosca per consolidare la propria posizione al Cremlino. Al momento, insomma, i tre Paesi hanno tutti interesse a consolidare le reciproche relazioni per controbilanciare l’ostilità occidentale.

Un’altra fonte di grande preoccupazione a Washington è che dell’asse a cui Mosca sta lavorando per accrescere la sua influenza in Medio Oriente farebbe parte anche la Turchia, un membro della Nato (!). Le crescenti tensioni di Ankara con l’Unione europea e gli Stati Uniti infatti rischiano di far passare in secondo piano la sua competizione regionale con Teheran. Prevedendo che la Turchia sia spinta a guardare verso Est per compensare le sue deteriorate relazioni con l’Occidente, Mosca è pronta a cogliere l’occasione per coinvolgere Ankara e Teheran in una partnership strategica a regia russa.

I negoziati diretti di Ankara con Mosca per acquisire il sistema russo di difesa aerea S-400 suonano come una provocazione alla Nato, o un “test” della sua reale volontà di ricucire. Il problema è che i sistemi di difesa “esterni” alla Nato potrebbero non essere integrabili con l’attuale struttura difensiva dell’alleanza, ma ecco le contro argomentazioni non proprio concilianti del presidente turco Erdogan: “Se non possiamo ottenere i mezzi di cui abbiamo bisogno all’interno della Nato, dobbiamo rivolgerci a fonti diverse… Sfortunatamente in Siria, abbiamo visto armamenti di nostri alleati Nato nelle mani dei terroristi”. Insomma, si tratta di una mossa tattica per “richiamare” l’attenzione degli alleati occidentali, e magari ottenere da loro un sistema difensivo a un miglior prezzo, al tempo stesso facilitando la normalizzazione dei rapporti con Mosca, oppure del segnale di una nuova direzione strategica. Acquisire il sistema S-400 vorrebbe dire per Erdogan aprire la porta di relazioni militari di lungo termine con Mosca, ma anche diventarne dipendente. I russi stessi sembrano scettici rispetto al reale interesse turco per il sistema S-400 e si chiedono se la membership Nato di Ankara stia davvero vacillando, se davvero abbia più interessi strategici e geopolitici in comune con Mosca che con l’Occidente. Quali che siano le reali intenzioni di Erdogan, l’esistenza stessa della trattativa provoca più di un mal di testa alla Nato. Aggiungere alle attuali tensioni con l’Unione europea un ulteriore dissidio sul sistema S-400, potrebbe aprire seriamente il dibattito sulla permanenza della Turchia nell’alleanza.

Tra le varie ferite aperte, nulla infastidisce i turchi come l’alleanza di Washington con i curdi siriani in funzione anti-Isis. La recente visita del segretario di Stato Usa Rex Tillerson ad Ankara sembra si sia conclusa con un nulla di fatto, senza aver appianato nessuna delle fondamentali divergenze che stanno affondando le relazioni tra i due alleati Nato, che sembrano sempre più in “rotta di collisione”, ha osservato il WSJ. Negli incontri con il presidente Erdogan, il primo ministro Yildirim e il ministro degli affari esteri Cavusoglu, Tillerson avrebbe confermato i piani per la conquista di Raqqa, la capitale Isis in Siria, ma anche la collaborazione con le Forze democratiche siriane (SDF), dominate dalle milizie curde siriane delle YPG (“unità di protezione popolare”), ala militare del partito curdo dell’Unione Democratica (PYD), che Ankara ritiene essere ramificazione siriana del PKK. E mentre il PKK è considerato un gruppo terroristico sia da Ankara che dall’Ue e dagli Usa, solo i turchi considerano terroristi anche i miliziani delle YPG. Dal Dipartimento di Stato assicurano di “tener conto delle preoccupazioni turche”, ma anziché arrestarsi, con Trump è incrementato il sostegno militare Usa alle operazioni delle YPG. “Abbiamo discusso le opzioni disponibili. Sono opzioni difficili. Sarò molto franco, non è facile, ci sono scelte difficili che devono essere fatte”, ha avvertito Tillerson nella conferenza stampa congiunta con Cavusoglu. “Il PYD è l’estensione del regime di Assad e Assad significa Iran”, ricordano ad Ankara. Erdogan si aspettava un “reset” dall’amministrazione Trump ed è rimasto molto deluso, ma per ora sembra mordersi la lingua e voler evitare attacchi come quelli riservati agli europei, così come da Washington si evitano commenti sulla repressione e la deriva autoritaria in Turchia.

Quali dunque, secondo lo storico Victor Davis Hanson, le opzioni sul tavolo del presidente Trump per affrontare l'”Idra a tre teste” in Medio Oriente? 1) turarsi il naso e allearsi con Russia e Iran (e Assad ed Hezbollah) per distruggere innanzitutto l’Isis, e affrontare solo in un secondo momento gli altri due avversari (sul modello dell’alleanza con Stalin per sconfiggere Hitler); 2) lavorare con il “meno peggio”, la Russia di Putin (sul modello dell’apertura di Kissinger alla Cina di Mao per allontanarla dall’Urss); 3) tenersi fuori e lasciare che si indeboliscano tra di loro, ma al prezzo di continuare a perdere influenza nella regione, di una crisi umanitaria e un afflusso di profughi che può destabilizzare l’Europa.

La prima opzione, ma solo dopo il 2014, è quella timidamente e confusamente perseguita dall’amministrazione Obama, ma che ha lasciato troppo campo libero a Mosca e Teheran. La seconda opzione sembra quella di cui l’amministrazione Trump ha intenzione di “testare” la percorribilità, ma presuppone di recuperare il rapporto con Erdogan e che la Russia sia disposta a voltare le spalle al regime degli ayatollah, rinunciando all’asse che sta tentando di costruire con Teheran e Ankara per accrescere la sua influenza in Medio Oriente. Significherebbe convincere Putin che avere ai suoi confini un’ulteriore potenza nucleare, l’Iran, non è nei suoi interessi, quindi a sganciarsi dagli iraniani in Siria e smettere di vendere loro sistemi d’arma, e convincerlo a lavorare alla “stabilità” regionale con Washington, Israele e i regimi sunniti moderati. Insomma, a cambiare il sistema d’alleanze in Medio Oriente.

Nel gettare le basi di un nuovo approccio con Mosca e della sua politica in Medio Oriente, il primo passo dell’amministrazione Trump quindi è “testare” l’alleanza Russia-Iran, cercare di capire in che misura, e a che prezzo, Putin sarebbe pronto a porre fine alla sua collaborazione con la Repubblica islamica e a cooperare con gli Stati Uniti per contenere l’espansionismo iraniano in Siria e in Medio Oriente, innanzitutto impedendogli di diventare una potenza nucleare. In questa direzione vanno tutti gli attuali sforzi diplomatici dell’amministrazione Usa.

Ma cosa potrebbe offrire Trump in cambio? E’ evidente che abbandonare qualsiasi progetto di ulteriore allargamento della Nato (e dell’Ue) verso est, ridurre la presenza militare nei Paesi Nato confinanti con la Russia, cancellare le sanzioni imposte per l’annessione della Crimea, sono tutte contropartite gradite a Mosca, mentre il presidente Trump si è detto interessato ad un nuovo accordo con la Russia sul controllo degli armamenti. Secondo Matthew McInnis, ex analista DIA e ora all’American Enterprise Institute, citato da Eli Lake su Bloomberg View, “non c’è modo per cacciare gli iraniani dalla Siria”, ma è un obiettivo realistico “ridurre l’influenza e la presenza iraniana”, il che significa che la Russia “concordi nel sostenere la ricostruzione di un esercito siriano che non sia sotto l’influenza di Teheran e delle sue milizie estere”, gli Hezbollah.

Pochi giorni fa l’ambasciatore Usa all’Onu Nikki Haley ha spiegato che per risolvere la crisi siriana la testa di Assad non è più una condizione pregiudiziale per gli Stati Uniti (“la nostra priorità non è più focalizzata sui modi per cacciare Assad”, ha dichiarato all’AP). Ora la priorità dell’amministrazione, ha aggiunto, è lavorare con Turchia e Russia (non menzionato l’Iran…) per trovare una soluzione di lungo termine in Siria, piuttosto che restare fissata sulla sorte di Assad, il cui futuro di lungo periodo “sarà deciso dal popolo siriano”, ha precisato il segretario di Stato Tillerson. Un’apertura, insomma, a una soluzione di compromesso che garantisca gli interessi e l’influenza di Ankara e Mosca in Siria (ma non di Teheran). A conferma della svolta lo stop degli aiuti alle milizie siriane anti-Assad per concentrarli sulle SDF, che combattono l’Isis e avanzano verso Raqqa. Alla luce di questi sviluppi a Washington, è difficile spiegare i motivi che avrebbero indotto Assad all’attacco “chimico” su Idlib, facendo così tornare all’attenzione internazionale i suoi crimini e la sua impresentabilità, tanto da suscitare la ferma condanna della Casa Bianca (“brutali azioni di Assad” che “non possono essere ignorate”). “Su Russia e Iran gravano grandi responsabilità morali”, ha ammonito il segretario di Stato Tillerson.

Ma un’intesa con la Russia di Putin sarebbe più presentabile di quella di Obama con l’Iran? Sarebbe arduo per il presidente Trump convincere il Congresso dell’utilità di una simile intesa, proprio oggi che sono in corso indagini sulle interferenze russe nelle elezioni presidenziali americane e sui presunti legami tra il team Trump e il governo di Mosca.

La sensazione però, è che mentre continuano a rafforzare con una certa ostentazione l’asse con Teheran, sia Putin che Erdogan stiano aspettando dall’amministrazione Trump la proposta di un accordo più ampio rispetto ai singoli motivi di frizione con gli Usa. Gli Stati Uniti non possono pensare di contenere le ambizioni egemoniche degli ayatollah sulla regione, e assicurarsi un Iran non-nucleare, senza portare Russia e Turchia dalla loro parte, rompendo così un asse che minaccia letteralmente di scalzare la decennale influenza americana in Medio Oriente. Di sicuro, Trump non ha creato l'”Idra a tre teste”, l’ha ereditata dai suoi predecessori, ma ora ha di fronte solo “cattive opzioni” e la meno peggio presuppone un accordo, non scontato e costoso, con due governi autoritari.

Tuesday, February 28, 2017

Puppet o fuffa?

No, l'annunciato aumento del budget della difesa, e dell'arsenale nucleare Usa, da parte del presidente Trump, non è piaciuto a Mosca. Non l'hanno presa affatto bene.
"Se Washington vuole veramente la superiorità in campo nucleare, il mondo tornerà alla guerra fredda, con il rischio di una catastrofe globale", ha avvertito il presidente della Commissione Affari esteri della Duma Slutsky, che ha insistito sulla necessità di mantenere "il principio della parità nucleare". Il "dominio di una sola potenza" sarebbe "inaccettabile". La Russia reagirà a un aumento della spesa militare negli Stati Uniti, ha avvertito sempre Slutsky.

O Putin ha sbagliato puppet o era tutta fuffa propagandistica...

E proprio oggi la Russia (insieme alla Cina) ha dovuto porre il veto in Consiglio di sicurezza Onu su una risoluzione Usa-Gb-Francia contro il regime di Assad per l'uso di armi chimiche. "Scelta indifendibile", ha commentato l'ambasciatore Usa Nikki Haley. La Haley ha detto anche che Washington sanzionerà persone e gruppi citati nella risoluzione e lavorerà con i partner europei per imporre sanzioni al di fuori dell'ambito Onu.

Tuesday, January 17, 2017

Trump, sfida a Cina e Russia e rilancio dell'Anglosfera

Pubblicato su Ofcs Report

L'amministrazione Trump pronta ad aprire un confronto a tutto campo tra potenze per tentare di ricucire la tela sfilacciata dell'ordine mondiale

L’amministrazione Trump appare pronta a usare ogni possibile leva per ridefinire i rapporti di forza nelle relazioni degli Stati Uniti con i suoi due più importanti rivali strategici globali: la Cina e la Russia.

Quando mancano due giorni all’Inauguration Day,  tv e giornali continuano a sfornare dossier e fake news. Il tutto nonostante la cerimonia di insediamento formale di Donald Trump alla Casa Bianca sia alle porte e il presidente eletto e le figure di spicco della sua amministrazione abbiano messo molta carne al fuoco.

Dall’inizio, il problema nella comprensione del fenomeno Trump – per citare le parole di un arguto osservatore – è che i suoi detrattori, in testa i media tradizionali, lo hanno preso alla lettera ma non sul serio. D’altro canto gran parte degli elettori americani non l’ha preso alla lettera ma l’ha preso molto molto sul serio. Ed è così che occorrerebbe iniziare a prendere Trump e la sua amministrazione, anziché continuare a tratteggiarne caricature.

In due interviste del presidente eletto, al Wall Street Journal e al Times, e nelle confirmation hearings del segretario di stato, del segretario alla difesa e del direttore della Cia davanti alle commissioni competenti del Senato, sono emerse indicazioni importanti per capire il nuovo corso alla Casa Bianca. Si cominciano a intravedere i pilastri della nuova politica estera Usa. Ridefinire i rapporti con i suoi due più importanti rivali strategici globali, la Cina e la Russia, ritenuti squilibrati a danno degli interessi americani. E, approfittando della Brexit, rilanciare la relazione speciale con il Regno Unito, che troverà nel mercato americano uno sbocco da 5-600 miliardi di dollari di consumi esteri annui, grazie all’accordo commerciale che Trump ha assicurato voler concludere “molto rapidamente” con la premier britannica Theresa May, che incontrerà già in primavera.

Se l’Isis è la minaccia numero uno semplicemente da annientare, Cina e Russia sono i grandi attori che in questi anni, inseguendo le loro ambizioni e approfittando dell’assenza di leadership americana, stanno sfidando (e quindi destabilizzando) l’ordine mondiale post-bellico per forzarne a proprio vantaggio gli equilibri. Prima che la situazione sfugga di mano, ammesso che non sia già troppo tardi, occorre un negoziato a tutto campo per ricucire la tela sfilacciata dell’ordine mondiale, se non per provare a tesserne una nuova. E l’Europa? Nella grande partita a scacchi che sta per aprirsi tra Washington (e Londra), Mosca e Pechino, rischia l’irrilevanza politica. Ma per parlare con l’Ue – ormai un “veicolo della Germania” l’ha definita Trump – almeno un telefono da chiamare c’è e sta a Berlino.

Nella sua audizione in Senato il futuro segretario di stato Rex Tillerson ha chiarito di non essere un fan di Vladimir Putin. In sintonia con il suo presidente, anche Tillerson auspica migliori relazioni con la Russia, ma non ad ogni costo. “Se la Russia cerca rispetto e rilevanza sulla scena globale, le sue recenti attività sono in contrasto con gli interessi degli Stati Uniti”. Ha definito “illegali” l’annessione della Crimea e l’invasione dell’est dell’Ucraina da parte russa, “inaccettabile” l’azione militare condotta su Aleppo. E ancora, si è detto favorevole al Magnitsky Act, che sanziona agenti russi coinvolti in violazioni dei diritti umani. La Russia di Putin non rispetta i diritti umani e lo stato di diritto, è quindi un avversario dell’America “a livello ideologico”, “i nostri sistemi di valori sono fortemente diversi”. Stati Uniti e Russia “probabilmente non saranno mai amici”. Parole che possono sorprendere solo chi ingenuamente e semplicisticamente aveva bollato Tillerson come uno zerbino di Putin solo perché a capo della Exxon ha siglato importanti accordi in Russia ed è stato insignito dal presidente russo dell’Ordine dell’Amicizia.

Il punto è che se oggi Putin può vantare i maggiori successi geopolitici e militari russi da decenni, è solo grazie “all’assenza di leadership americana” negli ultimi anni. E’ durante gli otto anni di Obama alla Casa Bianca infatti che Putin si è preso la Crimea e minaccia mezza Ucraina e i Paesi baltici. Inoltre dopo la Siria (in asse con l’Iran), sta per mettere le mani sulla Libia con il generale Haftar, in asse con l’Egitto. La risposta dell’amministrazione Obama è stata “debole”, lasciando spazio e coraggio alla Russia sia in Ucraina che in Siria. Tillerson avrebbe suggerito a Kiev di “impiegare tutte le sue risorse militari per rafforzare le difese dei suoi confini orientali” e a Stati Uniti e Nato di fornire “sorveglianza aerea e intelligence”. Questo avrebbe avvertito la Russia che non sarebbe potuta andare oltre la Crimea perché avrebbe rischiato un “confronto militare diretto con gli Usa”. La Russia, ha spiegato, “ha bisogno di vedere una risposta forte prima di considerare un passo indietro”. Per Tillerson le sanzioni imposte da Obama hanno invece mostrato “debolezza, non forza”, agli occhi di Mosca. Sono un’arma spuntata per tre motivi: danneggiano anche le imprese americane; non sono quasi mai adottate da abbastanza paesi; e hanno aiutato a rafforzare Putin sul fronte interno.

“La Russia oggi rappresenta un pericolo e i nostri alleati nella Nato hanno ragione di essere allarmati” da questa “resurgent” Russia, è l’analisi di Tillerson, ma per fortuna non è un attore imprevedibile. “La Russia cerca un posto al tavolo dove i temi globali vengono discussi – spiega il futuro segretario di stato – Credono che gli spetti un adeguato ruolo nell’ordine mondiale dal momento che sono una potenza nucleare. Per la maggior parte degli oltre vent’anni dalla caduta dell’Urss non sono stati nella posizione di riaffermare il loro ruolo. Hanno passato tutti questi anni sviluppando la capacità per riuscirci – continua – Ora ciò cui stiamo assistendo è un’affermazione da parte loro al fine di ‘forzare’ un confronto sul ruolo della Russia nell’ordine mondiale. Quindi le azioni intraprese sono volte a ribadire che la Russia è qui, la Russia conta, è una forza con cui bisogna trattare. E’ una linea d’azione abbastanza prevedibile quella che stanno seguendo”.

Quindi Tillerson suggerisce un dialogo franco e aperto con la Russia riguardo le sue ambizioni, anche “per capire come tracciare la nostra linea d’azione”. Dialogo che a volte porterà ad una partnership, per esempio nel combattere il terrorismo islamico. Per la nuova amministrazione Usa infatti la sconfitta dell’Isis è la priorità, come ribadito dal presidente Trump anche nell’intervista al Times. In altri casi, tuttavia, gli Stati Uniti dovranno assumere forti iniziative quando gli interessi russi contrastano con quelli americani. Come in Ucraina.

L’approccio dell’ex ceo di Exxon, come quello di Trump, è chiaramente quello del negoziatore d’affari. Non sono ideologi, sono pragmatici. “Deal with the real”… identificare le aree dove il dare-avere è possibile, le posizioni negoziali iniziali e le alternative, e le linee rosse da far rispettare. Insomma, un processo negoziale fondato su una linea chiara, sostenuta dalla determinazione ad usare la forza. Proprio tutto ciò che con la Russia, dalla crisi ucraina a quella siriana, l’amministrazione Obama non ha voluto/saputo fare.

In tale analisi si inserisce il tema delle sanzioni contro Mosca. Nonostante il suo scetticismo su questo strumento di pressione, Tillerson è favorevole a mantenerle, almeno “fino a quando Washington non svilupperà ulteriormente la sua linea nei confronti della Russia. Lascerei le cose allo status quo – ha affermato – così potremmo indirizzarle in qualsiasi modo”. Anche il presidente Trump, al Wall Street Journal, ha detto di voler mantenere le sanzioni contro Mosca “almeno per un periodo di tempo”. Ovvio, è un bastone che c’è già, e non per volontà di questa amministrazione, perché mai privarsene come arma negoziale? Trump ha spiegato che potrebbe revocarle “se davvero la Russia ci aiuterà”, se si dimostrerà collaborativa nel combattere i terroristi e perseguire obiettivi importanti per gli Stati Uniti. “Vediamo se riusciamo a fare qualche buon accordo con la Russia”, ha spiegato nell’intervista al Times, lasciando quindi intravedere a Mosca la carota della revoca, ma non senza contropartite concrete: un accordo sulla riduzione delle armi nucleari è quanto ha evocato, per esempio, per iniziare col piede giusto. Ma nemmeno Trump si fa illusioni sul presidente russo. “Inizio confidando in entrambi”, ha detto su Putin e Merkel sempre al Times, ma ha anche aggiunto: “Vediamo quanto dura… potrebbe non durare a lungo”.

La nuova amministrazione Usa tenterà quindi di trovare un nuovo equilibrio con la Russia, ma tutti hanno ben presenti le linee rosse da non oltrepassare e nessuno ha intenzione di vendere l’anima a Putin. Non nascerà forse la migliore delle amicizie, ma può essere l’inizio di una relazione più realistica, più prevedibile, di un nuovo equilibrio che può convenire a entrambi.

Ben più duro è apparso l’approccio dell’amministrazione Trump nei confronti di Pechino. D’altra parte, la Russia è una potenza energetica e militare, ma quanto a ricchezza e leadership globale, la vera competizione del XXI secolo è quella tra Stati Uniti e Cina. Mettere in discussione la politica di una “sola Cina”, in vigore dal 1972, cioè dall’inizio del processo di normalizzazione delle relazioni tra Washington e Pechino, equivale infatti ad agitare un grosso bastone. Al WSJ Trump ha spiegato che non intende impegnarsi nella politica di “una sola Cina” finché non vedrà progressi da parte di Pechino nella sua politica monetaria e nelle sue pratiche commerciali, che il presidente eletto ritiene scorrette e manipolatorie. E’ quello il punto, costringere i cinesi ad aprire un nuovo negoziato sul commercio. Non è più accettabile per l’America di Trump un deficit commerciale di circa 360 miliardi di dollari. E in ballo per Pechino ci sono esportazioni per un valore di quasi 500 miliardi. Con Pechino “tutto è oggetto di negoziato, inclusa la politica di una sola Cina”, ha detto Trump al WSJ. Parole che suonano come una sorta di reset, di una tabula rasa nei rapporti Usa-Cina. Non era una gaffe quindi la telefonata di congratulazioni avuta dal presidente eletto con la presidente di Taiwan all’indomani del voto di novembre, che ha irritato Pechino proprio perché interpretata come segnale di rottura dalla politica di “una sola Cina”.

E nella sua audizione in Senato il futuro segretario di stato Tillerson ha rincarato la dose, paragonando all’annessione della Crimea da parte russa le attività della Cina sulle isole che ha “costruito” e militarizzato in un’area del Mar cinese meridionale, da anni oggetto di dispute territoriali: “Costruire isole e trasformarle in una risorsa militare è simile all’annessione russa della Crimea. È prendere territori altrui e reclamarli come propri”. Qualcosa quindi di illegale: “Dovremo mandare alla Cina un segnale chiaro, prima di tutto che fermi la costruzione di isole, poi che il suo accesso a queste isole non verrà consentito”. Di fatto ponendo le basi per un confronto militare. “La Cina – ha aggiunto – non è stata un partner affidabile, perché non ha usato tutta la sua influenza per mettere a freno la Corea del Nord” nel suo programma nucleare. “Pechino ha dimostrato solo un’incrollabile volontà di perseguire i suoi disegni strategici mettendosi a volte in contrasto con gli interessi statunitensi. Dovremo affrontare la realtà per quella che è e non per quella che vorremmo che fosse”, ha concluso Tillerson. Deal with the real…

Nel suo recente libro “World Order” (2014), Henry Kissinger sostiene che il mondo è in una pericolosa condizione sull’orlo dell’anarchia internazionale. Due dei quattro scenari da cui a suo avviso può svilupparsi un conflitto su larga scala sono il deterioramento delle relazioni Cina-Stati Uniti e una rottura Russia-Occidente. Proprio per questo è innanzitutto tra Stati Uniti, Cina e Russia (sì, ancora loro, le nazioni) che deve riprendere la ricerca di nuove regole, nuovi equilibri, nuove legittimità. Insomma, o un nuovo ordine mondiale o un caos distruttivo.