Pubblicato su formiche
Il ritorno dell’America nel gioco siriano pone la Russia di fronte a un dilemma sul partner principale con il quale discutere e determinare il futuro della Siria: l’Iran, com’è stato fino ad oggi, o gli Stati Uniti?
La decisione dell’amministrazione Trump, rivelata nei giorni scorsi dal Washington Post, di porre termine al programma segreto della Cia di sostegno militare ai ribelli anti-Assad "moderati", voluto e preparato da Obama (e dall’ex segretario di Stato Hillary Clinton), tra il 2012 e 2013, non è una mossa imprevista. Non solo indiscrezioni in tal senso erano già uscite tra febbraio e aprile, ma anche in campagna elettorale Trump lo aveva lasciato intendere accusando la sua avversaria e l’allora presidente Obama di aiutare i terroristi in Siria. E non segna il definitivo successo della strategia russa, come il Washington Post, uno dei giornaloni Usa impegnati nella campagna anti-Trump, lascia dire al solito funzionario anonimo ("Putin won in Syria"). Anzi, nonostante le vittorie militari contro l’Isis e il puntellamento del regime di Assad, sul piano diplomatico il coinvolgimento russo in Siria è più vicino al pantano che al successo. Proveremo a spiegare perché.
Ma innanzitutto, qualche precisazione sul programma della Cia di cui stiamo parlando. Delle due l’una: o serviva a sostenere gruppi di ribelli "moderati", e allora era militarmente irrilevante e, dunque, poco più che simbolica la sua cancellazione; o ad essere "segretamente" armati e addestrati erano anche gruppi ben più radicali, e allora era qualcosa di imbarazzante la cui chiusura era d’obbligo. L’esistenza di questo programma è divenuta di dominio pubblico un paio d’anni fa, quando è emerso che i 500 milioni di dollari stanziati erano serviti in realtà a formare circa 60 miliziani ritenuti sufficientemente "moderati", ridotti a cinque perché nel frattempo gli altri si erano uniti ai gruppi jihadisti (Isis compreso).
Ad ammettere il fallimento del programma, che prevedeva l’addestramento di 15 mila combattenti in tre anni, il generale Lloyd J. Austin, comandante del Centcom, il comando militare americano delle operazioni in Siria e Iraq, di fronte alla Commissione Forze armate del Senato. L’insuccesso del programma si spiega anche con i paletti posti dal presidente Obama, che non voleva rischiare di armare gruppi jihadisti (saggiamente), né di essere trascinato in un conflitto con la Russia, né di irritare gli iraniani compromettendo l’accordo sul nucleare. Ai ribelli anti-Assad infatti si chiedeva di limitarsi a combattere l’Isis, in pratica di non essere "ribelli". E questo ha probabilmente portato molti di essi a unirsi alle milizie islamiste. Come può la chiusura di un programma ritenuto fino a ieri un fiasco, già morto e sepolto, diventare improvvisamente un "errore strategico" o un "regalo a Putin"? Forse perché a chiuderlo formalmente è il presidente Trump?
In realtà, il "game changer", il punto di svolta in Siria potrebbe rivelarsi il primo cessate-il-fuoco – sebbene molto parziale, limitato all’angolo sud-occidentale del paese – a firma Usa-Russia, scaturito dal primo faccia-a-faccia Trump-Putin a margine del G20 di Amburgo lo scorso 7 luglio. Il ministro degli affari esteri russo Lavrov ha poi spiegato che Russia, Stati Uniti e Giordania istituiranno ad Amman un centro per coordinare tutti i dettagli. Ancora prima, però, le "quattro zone di de-escalation" approvate ad Astana lo scorso maggio da Russia, Turchia e Iran erano state discusse durante una telefonata tra il presidente russo Putin e il presidente americano Trump, quindi in pratica pre-approvate da Washington. Insomma, se sul lato Ucraina nessun "disgelo", è sulla crisi siriana che Usa e Russia sembrano compiere progressi dimostrando di parlarsi e di voler cooperare dove possibile. Se da una parte gli Stati Uniti entrano in qualche modo nello schema guidato dal Cremlino, che con il processo di Astana ha soppiantato i colloqui di Ginevra, dall’altra proprio il ritorno dell’America nel dossier siriano, che Putin non ha potuto impedire, rende fragile il processo di Astana. Tant’è vero che l’ultimo round di negoziati in Kazakhistan, alla vigilia dell’incontro Trump-Putin, non ha registrato progressi sulle "de-escalation zone".
Nonostante l’Isis sia vicino alla sconfitta e il regime di Assad ad una insperata sopravvivenza, il mosaico russo è lungi dall’essere completato e rischia ancora di frantumarsi, proprio per il ruolo guida nel processo politico che Mosca ha assunto su più tavoli, bilaterali e multilaterali, dove siedono potenze ostili tra di loro con interessi divergenti e spesso inconciliabili. Da una parte ha investito molto nel processo di Astana, in una transizione politica in Siria capace di preservare l’influenza di ciascuna delle potenze coinvolte - Russia, Iran e Turchia - nelle aree ritenute vitali per i propri interessi nazionali. Ma per riuscire deve portare Teheran e Ankara a raggiungere un compromesso. Non facile, perché gli iraniani considerano prioritaria la sconfitta di ogni gruppo ribelle rispetto all’inizio di una transizione politica, mentre i turchi puntano ad usare proprio i ribelli e i territori da loro controllati come risorsa nei futuri colloqui politici.
Dall’altra, ha siglato con gli Usa l’accordo sul cessate-il-fuoco nel sud-ovest del paese per scongiurare il rischio di una escalation con Washington e i suoi alleati. Non va dimenticato infatti che in Siria i russi si trovano pur sempre circondati da alleati dell’America: i curdi a nord, ma soprattutto Israele e Giordania a sud. Se con il cessate-il-fuoco gli Stati Uniti hanno di fatto riconosciuto il ruolo guida della Russia nel processo di pace in Siria, dal canto loro i russi – se pensiamo anche alla "deconfliction zone" che circonda la base Usa di al Tanf al confine con l’Iraq – hanno mostrato la volontà di riconoscere agli americani una zona di influenza nel sud della Siria, decisiva per la partita che Washington intende giocare per contenere Teheran, nonché di mantenere buoni rapporti con Israele, preoccupato della presenza di milizie iraniane ai suoi confini.
Non dimentichiamo qual era la posizione americana in Siria al termine della presidenza Obama: inesistente. Ora gli Stati Uniti sono rientrati in gioco. L’amministrazione Trump ha impresso una svolta decisiva alle operazioni anti-Isis, stringendo ancora di più la collaborazione con le Forze democratiche siriane (SDF), dominate dalle milizie curde siriane delle YPG, per liberare Raqqa. Anche al prezzo di far irritare, e non poco, il presidente turco Erdogan, che li considera terroristi. E infatti l’artiglieria turca ha preso a martellare le postazioni delle YPG nell’enclave di Afrin. Ha riconosciuto un dato di fatto, ovvero che la fuoriuscita di Assad non è la priorità, ma ha anche chiarito di considerarla inevitabile nel medio-lungo termine e dimostrato di non tollerare che il regime siriano oltrepassi la "linea rossa" dell’uso di armi chimiche. E infine, sta trasformando la Siria in un fronte di contenimento dell’Iran, di intesa con gli alleati arabi sunniti e Israele.
Lungi da una vittoria piena di Mosca, la safe zone riconosciuta agli Stati Uniti nel sud della Siria sembra un primo passo verso il riconoscimento di diverse zone di influenza tra potenze regionali e globali, un po’ come avvenne nel ‘45 in Germania e a Berlino. Dunque, la difficilissima composizione di tutti gli interessi in gioco, spesso divergenti, tra attori ostili, rende il successo dell’iniziativa russa tutt’altro che scontato e il rischio pantano più vicino di quanto possa apparire.
Proprio il ritorno americano, con cui Putin ha dovuto fare i conti, rende più difficile, forse impossibile, il pieno successo della cooperazione con l’Iran, che fino a ieri, fino all’insediamento di Trump alla Casa Bianca, era stata il pilastro della politica russa in Siria. I tre principali obiettivi di Teheran in Siria, infatti – mantenere al potere Assad e l’integrità territoriale del paese, garantirsi un collegamento terrestre con Hezbollah in Libano – confliggono apertamente con gli interessi dell’America e dei suoi alleati. La divisione del paese in zone di influenza per preservare gli interessi di tutti gli attori coinvolti contraddice il principio dell’integrità territoriale siriana. Il premier israeliano Netanyahu si è detto contrario al cessate-il-fuoco nel sud-ovest del paese, perché sebbene tenga le milizie iraniane lontane dai suoi confini, tuttavia rischia di rendere permanente la presenza militare iraniana in Siria. E infatti, come hanno fatto notare gli esponenti di Hezbollah dopo l’annuncio della tregua, la distanza dalle alture del Golan non gli impedisce di lanciare attacchi contro Israele, visto che i missili in loro possesso sono in grado di colpire il territorio israeliano dalla Siria senza bisogno di una presenza fisica nelle zone di confine.
Ciò che invece infastidisce Hezbollah (e Teheran) del cessate-il-fuoco siglato da Trump e Putin, è che di fatto riconosce una presenza militare americana sul terreno in Siria. Sarà una coincidenza, ma proprio all'indomani dell'accordo sono spuntate due nuove basi Usa a cavallo del confine siro-giordano, una in Giordania e l'altra nel deserto siriano. E nelle scorse settimane forze americane hanno bombardato alcune milizie pro-Assad sostenute dall'Iran mentre avanzavano verso la base Usa di al Tanf, al confine tra Siria, Iraq e Giordania. Al Congresso il segretario alla difesa James Mattis ha spiegato che si è trattato di semplice autodifesa, a protezione dei militari americani che si trovano in quella zona. La missione in Siria è mirata esclusivamente a combattere l'Isis, ha ripetuto. Peccato che, guarda caso, l'avamposto di al Tanf si trovi esattamente sulla via di collegamento terrestre tra l'Iran e il Libano, passando per Iraq e Siria.
Per ora la Russia non ha alcuna intenzione di esercitare pressioni su Hezbollah, che con migliaia di combattenti schierati in Siria gioca un ruolo di fanteria ancora essenziale per i russi. Irritare Hezbollah significa irritare gli iraniani e rischiare di perdere Teheran nel processo di Astana.
Tuttavia, questi attriti sono ormai nelle cose con il ritorno degli Stati Uniti nel gioco siriano, che pone sempre di più la Russia di fronte al dilemma di dover decidere su chi puntare come partner principale con il quale discutere e determinare il futuro della Siria: l’Iran, com’è stato fino ad oggi, o gli Stati Uniti? E’ uno dei risultati delle mosse dell’amministrazione Trump, la cui nuova politica in Medio Oriente, come abbiamo scritto in altri articoli per Formiche, ha come obiettivo principale quello di isolare e contenere l’Iran e, quindi, in Siria, di allontanare Mosca da Teheran. "Esortiamo la Russia a cessare le sue attività destabilizzanti in Ucraina e altrove, il suo supporto a regimi ostili – come Siria e Iran – e ad unirsi invece alla comunità di nazioni responsabili nella nostra lotta contro nemici comuni e in difesa della civiltà". Ecco il vero test per Putin, nelle parole pronunciate dal presidente Trump a Varsavia.
Certo, le nuove sanzioni non aiutano l'amministrazione Trump. Putin potrebbe decidere che la cooperazione con gli Usa in Siria non vale il sacrificio delle partnership regionali con Iran e Turchia su cui molto ha investito negli ultimi anni.
Showing posts with label siria. Show all posts
Showing posts with label siria. Show all posts
Tuesday, July 25, 2017
Monday, July 17, 2017
La centralità della Polonia e la difesa dell'Occidente
Pubblicato su formiche
Nel suo discorso a Varsavia Trump ha centrato la questione della nostra epoca: l'Occidente ha la *volontà* di sopravvivere? Non è una questione di capacità e di risorse, ma di volontà… E sembra suggerire che noi europei quella volontà di difenderlo l'abbiamo persa…
Del discorso di Trump a Varsavia i mainstream media hanno snobbato sia i contenuti che il paese scelto: la Polonia. Grave errore di comprensione e di analisi. Non solo, infatti, come ha ricordato lo stesso presidente Usa, la Polonia è "il cuore geografico dell'Europa e, più importante, nel popolo polacco vediamo l'anima dell'Europa", ma è anche una delle economie più vivaci dell'Unione europea, con una previsione di crescita del Pil superiore al 3% sia nel 2017 che nel 2018. Ed è tra i pochi membri Nato a soddisfare il parametro di spesa militare del 2% rispetto al Pil.
Distratti e pigri i mainstream media, di certo a Mosca e a Berlino non è passato inosservato il messaggio che l'amministrazione Trump ha voluto mandare scegliendo Varsavia per un discorso sulla difesa dell'Occidente e i suoi valori di libertà e democrazia.
Nel XVII secolo la Confederazione polacco-lituana fu un fondamentale argine all'espansione ottomana in Europa ed ebbe un ruolo decisivo nel respingere i turchi alle porte di Vienna. La Polonia moderna è stretta tra la Germania e la Russia, il popolo polacco ha subito invasioni e dominazioni da entrambe, ma ha resistito orgogliosamente agli spaventosi totalitarismi del Novecento, nazismo e comunismo. Oggi è nazionalista e saldamente occidentale, in prima linea sulla crisi ucraina, e Washington ha voluto far capire che punta proprio sulla Polonia per contenere Russia e Germania.
Due esempi concreti. Proprio a Varsavia Trump ha annunciato l'accordo per la vendita alla Polonia di otto batterie del sistema missilistico americano Patriot, una chiara risposta ai missili Iskander schierati dalla Russia a Kaliningrad. E ha inoltre affermato l'impegno americano "ad assicurare alla Polonia e ai suoi vicini l'accesso a fonti alternative di energia in modo che non siano mai più ostaggio di un singolo fornitore". Gas liquido a Varsavia e carbone a Kiev. Il messaggio a Putin è chiaro: è finita l'era Obama, durante la quale dalla Siria all'Ucraina il Cremlino ha goduto di una libertà d'azione senza precedenti sia in Medio Oriente che alle porte dell'Europa, tornando centrale su tutti i principali dossier. L'America è tornata, è determinata a difendere i suoi alleati in Europa orientale e non permetterà a Mosca altri blitz come quello che ha portato all'annessione della Crimea e alla crisi ucraina, una situazione che resterà sospesa per molto tempo ancora e che fa tremare Estonia e Lettonia. E non intende lasciare campo libero alla Russia nemmeno nel mercato energetico che interessa i suoi alleati.
Ma il messaggio è diretto anche agli altri alleati europei dell'America: falso che Trump sia la marionetta di Putin. A Varsavia il presidente americano ha chiarito che vede i russi come avversari aggressivi, non come partner o alleati: "Esortiamo la Russia a cessare le sue attività destabilizzanti in Ucraina e altrove, il suo supporto a regimi ostili - come Siria e Iran - e ad unirsi invece alla comunità di nazioni responsabili nella nostra lotta contro nemici comuni e in difesa della civiltà". Come sempre, i russi sono pronti a intascare qualsiasi "carota" gli venga offerta come incentivo iniziale, salvo poi continuare a provocare i danni maggiori possibili, finché non percepiscono di aver urtato contro un vero muro. L'amministrazione Trump sta sviluppando un nuovo approccio con il Cremlino: vuole verificare i margini per una cooperazione, per esempio in Siria, ma al tempo stesso sta tirando su quel muro. Il primo faccia a faccia Trump-Putin, la sua durata e il suo esito, non scontati, dimostrano, come scrivevamo su Formiche dopo il raid americano sulla Siria, che il confronto è duro ma che Washington e Mosca hanno ripreso a parlarsi e lo fanno a tutto campo.
Falso, inoltre, che l'amministrazione Trump voglia liquidare la Nato o che non gli importi granché. Al contrario, per rilanciarla chiede agli alleati il giusto contributo (come fa la Polonia) e una ridefinizione della missione dell'Alleanza.
Il merito del presidente Trump è proprio quello di aver centrato la questione della nostra epoca: l'Occidente ha la volontà di sopravvivere? Non è una questione di capacità e di risorse, ma di volontà... E sembra suggerire che noi europei quella volontà di difenderlo l’abbiamo persa...
Nel suo discorso a Varsavia Trump ha centrato la questione della nostra epoca: l'Occidente ha la *volontà* di sopravvivere? Non è una questione di capacità e di risorse, ma di volontà… E sembra suggerire che noi europei quella volontà di difenderlo l'abbiamo persa…
Del discorso di Trump a Varsavia i mainstream media hanno snobbato sia i contenuti che il paese scelto: la Polonia. Grave errore di comprensione e di analisi. Non solo, infatti, come ha ricordato lo stesso presidente Usa, la Polonia è "il cuore geografico dell'Europa e, più importante, nel popolo polacco vediamo l'anima dell'Europa", ma è anche una delle economie più vivaci dell'Unione europea, con una previsione di crescita del Pil superiore al 3% sia nel 2017 che nel 2018. Ed è tra i pochi membri Nato a soddisfare il parametro di spesa militare del 2% rispetto al Pil.
Distratti e pigri i mainstream media, di certo a Mosca e a Berlino non è passato inosservato il messaggio che l'amministrazione Trump ha voluto mandare scegliendo Varsavia per un discorso sulla difesa dell'Occidente e i suoi valori di libertà e democrazia.
Nel XVII secolo la Confederazione polacco-lituana fu un fondamentale argine all'espansione ottomana in Europa ed ebbe un ruolo decisivo nel respingere i turchi alle porte di Vienna. La Polonia moderna è stretta tra la Germania e la Russia, il popolo polacco ha subito invasioni e dominazioni da entrambe, ma ha resistito orgogliosamente agli spaventosi totalitarismi del Novecento, nazismo e comunismo. Oggi è nazionalista e saldamente occidentale, in prima linea sulla crisi ucraina, e Washington ha voluto far capire che punta proprio sulla Polonia per contenere Russia e Germania.
Due esempi concreti. Proprio a Varsavia Trump ha annunciato l'accordo per la vendita alla Polonia di otto batterie del sistema missilistico americano Patriot, una chiara risposta ai missili Iskander schierati dalla Russia a Kaliningrad. E ha inoltre affermato l'impegno americano "ad assicurare alla Polonia e ai suoi vicini l'accesso a fonti alternative di energia in modo che non siano mai più ostaggio di un singolo fornitore". Gas liquido a Varsavia e carbone a Kiev. Il messaggio a Putin è chiaro: è finita l'era Obama, durante la quale dalla Siria all'Ucraina il Cremlino ha goduto di una libertà d'azione senza precedenti sia in Medio Oriente che alle porte dell'Europa, tornando centrale su tutti i principali dossier. L'America è tornata, è determinata a difendere i suoi alleati in Europa orientale e non permetterà a Mosca altri blitz come quello che ha portato all'annessione della Crimea e alla crisi ucraina, una situazione che resterà sospesa per molto tempo ancora e che fa tremare Estonia e Lettonia. E non intende lasciare campo libero alla Russia nemmeno nel mercato energetico che interessa i suoi alleati.
Ma il messaggio è diretto anche agli altri alleati europei dell'America: falso che Trump sia la marionetta di Putin. A Varsavia il presidente americano ha chiarito che vede i russi come avversari aggressivi, non come partner o alleati: "Esortiamo la Russia a cessare le sue attività destabilizzanti in Ucraina e altrove, il suo supporto a regimi ostili - come Siria e Iran - e ad unirsi invece alla comunità di nazioni responsabili nella nostra lotta contro nemici comuni e in difesa della civiltà". Come sempre, i russi sono pronti a intascare qualsiasi "carota" gli venga offerta come incentivo iniziale, salvo poi continuare a provocare i danni maggiori possibili, finché non percepiscono di aver urtato contro un vero muro. L'amministrazione Trump sta sviluppando un nuovo approccio con il Cremlino: vuole verificare i margini per una cooperazione, per esempio in Siria, ma al tempo stesso sta tirando su quel muro. Il primo faccia a faccia Trump-Putin, la sua durata e il suo esito, non scontati, dimostrano, come scrivevamo su Formiche dopo il raid americano sulla Siria, che il confronto è duro ma che Washington e Mosca hanno ripreso a parlarsi e lo fanno a tutto campo.
Falso, inoltre, che l'amministrazione Trump voglia liquidare la Nato o che non gli importi granché. Al contrario, per rilanciarla chiede agli alleati il giusto contributo (come fa la Polonia) e una ridefinizione della missione dell'Alleanza.
"Gli americani sanno che una forte alleanza di nazioni libere, sovrane e indipendenti è la migliore difesa per le nostre libertà e per i nostri interessi. Per questo motivo la mia amministrazione ha chiesto che tutti i membri della Nato soddisfino definitivamente il proprio obbligo finanziario in modo pieno e giusto".Lo storico Victor Davis Hanson ha definito l’"anti-Cairo" il discorso di Trump a Varsavia, cioè l'antitesi del discorso che pochi mesi dopo il suo insediamento Obama pronunciò nella capitale egiziana, un tentativo di appeasement con il mondo arabo e islamico basato su una sorta di "autodafè" dell'Occidente. Il messaggio "anti-Cairo" di Trump, invece, è che "solo un Occidente forte, organizzato - convinto del suo passato e sicuro del suo attuale successo - riuscirà a dissuadere i suoi nemici, attrarre i neutrali e mantenere gli amici. Che solo lui abbia avuto il coraggio di esprimere l'ovvio, e che sia stato criticato per questo, ci ricorda come il rimedio alla nostra malattia occidentale sia visto come il problema e non la cura", conclude VDH.
Il merito del presidente Trump è proprio quello di aver centrato la questione della nostra epoca: l'Occidente ha la volontà di sopravvivere? Non è una questione di capacità e di risorse, ma di volontà... E sembra suggerire che noi europei quella volontà di difenderlo l’abbiamo persa...
"Dobbiamo ricordare che la nostra difesa non è solo un impegno di denaro, è un impegno di volontà. Perché, come ci ricorda l'esperienza polacca, la difesa dell'Ovest si basa in ultima analisi non solo sui mezzi, ma anche sulla volontà del suo popolo di prevalere e di avere successo e ottenere ciò che si deve avere. La questione fondamentale del nostro tempo è se l'Occidente abbia la volontà di sopravvivere. Abbiamo la fiducia nei nostri valori per difenderli a qualsiasi costo? Abbiamo abbastanza rispetto per i nostri cittadini per proteggere le nostre frontiere? Abbiamo il desiderio e il coraggio di preservare la nostra civiltà di fronte a coloro che vogliono rovesciarla e distruggerla?".
Tuesday, July 04, 2017
Perché gli Stati Uniti di Trump preferiscono l'Arabia Saudita all'Iran
Pubblicato su formiche
Perché gli Stati Uniti hanno preferito tornare all'alleanza con i sauditi anziché continuare sulla strada dell'apertura a Teheran tracciata da Obama
Perché gli Stati Uniti hanno preferito tornare all'alleanza con i sauditi anziché continuare sulla strada dell'apertura a Teheran tracciata da Obama
Nelle analisi sul Medio Oriente un
fattore abusato, e spesso addirittura fuorviante, è quello dello
storico conflitto tra sunniti e sciiti. Come prova anche la crisi tra
il Qatar e gli altri Paesi del Golfo, interessi economici e
geopolitici pesano spesso di più e, come vedremo, il mondo sunnita è
a sua volta diviso molto più di quanto si pensi.
Su Formiche abbiamo già parlato della
svolta a 180 gradi impressa dall'amministrazione Trump alla politica
americana in Medio Oriente rispetto agli otto anni di presidenza
Obama. Dal non disturbare l'Iran nei suoi disegni egemonici al
ritorno al fianco dei tradizionali alleati nella regione, Israele e i
Paesi arabi sunniti, per contenere e isolare il regime degli
ayatollah.
L'ex presidente Obama ha pensato che
facendo uscire Teheran dal suo isolamento, con un accordo sul
nucleare che prevedesse il progressivo alleggerimento delle sanzioni
occidentali, di fatto riconoscendo il suo status di potenza
regionale, l'Iran potesse trasformarsi in un fattore di stabilità e
gli Stati Uniti avrebbero potuto finalmente ridurre il loro
dispendioso impegno in Medio Oriente. Per non pregiudicare quella
storica intesa, Obama ha chiuso più di un occhio sull'endemico ruolo
destabilizzante degli iraniani nella regione, persino accettando che
fosse travolta la sua "linea rossa" sull'uso di armi
chimiche in Siria da parte del regime di Assad.
Ma l'idea che i problemi del Medio
Oriente si potessero risolvere riammettendo Teheran nel gioco tra le
potenze regionali si è rivelata una pericolosa illusione, come
dimostra il passato e presente comportamento degli iraniani. Al
contrario, il tentativo di "appeasement" ha incoraggiato
Teheran a perseguire con maggiore spregiudicatezza i suoi disegni
egemonici, dall'Iraq e la Siria allo Yemen, passando per il Libano. E
come una scintilla nella polveriera ha infiammato le tensioni
regionali: i tradizionali alleati arabi sunniti, sentendosi traditi
da Washington e spaventati, hanno reagito anche flirtando con i
gruppi jihadisti in Siria in funzione anti-iraniana. Una tentazione
in cui è caduta persino la Turchia di Erdogan, un paese Nato.
La realtà è che non ci sono partner
ideali in Medio Oriente. Nessun regime nella regione ha interessi,
tanto meno valori, identici a quelli americani e occidentali.
Premesso che gli Stati Uniti (e l'Occidente) non possono permettersi
di non avere una politica in Medio Oriente, e che la disastrosa
situazione ereditata nella regione non offre molte altre scelte, si
tratta di scegliere tra il male e il peggio. E allora perché, in
questo conflitto per procura in corso tra l'Arabia Saudita e i suoi
alleati sunniti del Golfo da una parte e l'Iran sciita e alcuni
alleati (come il regime di Assad e Hezbollah in Siria, gli Houthi in
Yemen) dall'altra, gli Stati Uniti hanno preferito tornare
all'alleanza con i primi anziché continuare sulla strada
dell'apertura a Teheran tracciata da Obama?
L'aspetto decisivo è che al contrario
degli iraniani, i sauditi fino ad oggi hanno dimostrato di accettare
di muoversi all'interno di un ordine caratterizzato dalla leadership
americana, mentre Teheran intende sfidarla e sostituirsi ad essa,
esportare la rivoluzione khomeinista ed estirpare Israele dalle mappe
del Medio Oriente. Per il regime degli ayatollah il terrorismo è
parte integrante dell'arte del governo e della sua politica estera.
Fu il primo in Libano, negli anni '80, a sperimentare con successo le
missioni suicide, facendo scuola dai gruppi palestinesi fino ad Al
Qaeda e all'Isis. E quando c'è un nemico comune da abbattere anche
il dissidio con i sunniti passa in secondo piano. Noto il sostegno
iraniano ad Hamas (movimento sunnita della Fratellanza musulmana)
contro Israele. Così come il permesso concesso ad Al Qaeda di
attraversare il territorio iraniano come strategica via di
collegamento tra l'Afghanistan, a est, e l'Iraq, a ovest. Tra gli
stati, l'Iran è ancora oggi il principale sponsor del terrorismo al
mondo.
L'obiezione è che anche l'Arabia
Saudita è un regime dispotico la cui religione ufficiale è una
delle versioni più fondamentaliste dell'islam, il wahabismo (che a
suon di petrodollari i sauditi si sforzano di diffondere, anche in
Europa, attraverso moschee e scuole coraniche), e che la loro
condotta nei confronti dell'estremismo e del terrorismo islamista
presenta ancora troppe ambiguità. Nonostante tutte le sei monarchie
del Golfo abbiano sottoscritto nel 2014 la Dichiarazione di Jeddah,
in cui si impegnano a non tollerare finanziamenti ai gruppi
terroristici e a "ripudiare la loro ideologia d'odio", ci
sono ancora delle omissioni nelle liste delle organizzazioni bandite
e nel perseguire i finanziatori privati sul loro territorio.
Tuttavia, dal 2003 al 2006 la monarchia
saudita ha combattuto duramente per sedare una ribellione interna di
Al Qaeda e dopo l'ondata delle cosiddette primavere arabe nel 2011 ha
elevato il proprio grado di allarme per la minaccia sovversiva
dell'islam radicale, mentre il Qatar offriva il suo generoso sostegno
ai movimenti politici e militari della Fratellanza musulmana (tra cui
Morsi in Egitto e Hamas a Gaza) in tutto il mondo arabo, nel
tentativo di sfidare l'ordine esistente. Ed è proprio questo uno dei
motivi fondamentali della rottura con Doha.
Oltre al conflitto con gli sciiti,
infatti, c'è uno scontro per l'identità e la leadership politica
dell'islam sunnita che vede Arabia Saudita e Qatar su fronti
contrapposti. Entrambe le famiglie regnanti si ritengono i veri
discendenti del fondatore del wahabismo, quindi dal punto di vista
dottrinario si richiamano alle origini dell'islam, ma con intenzioni
e implicazioni molto diverse dal punto di vista politico. Per i
sauditi il vero islam, la versione wahabita, si deve rafforzare e
diffondere preservando le realtà statuali arabe formatesi negli
ultimi cento anni, mentre per i Fratelli musulmani (di cui fa parte
anche il partito di Erdogan) che i qatarini sostengono è necessario
abbattere i regimi esistenti per unificare le nazioni arabe sotto la
stessa guida islamica.
Questo spiega l'ambivalenza di Riad.
Dal punto di vista strettamente teologico l'Isis, Al Qaeda e la
galassia dei gruppi jihadisti si richiamano evidentemente al
wahabismo saudita, ma dal punto di vista dell'ideologia politica,
derivata dai Fratelli musulmani, rappresentano una minaccia
esistenziale per il Regno dei Saud, dal momento che puntano a una
qualche forma di califfato, di unificazione della "umma",
la comunità musulmana sunnita, e muovono guerra all'Occidente, non
solo agli sciiti.
Negli ultimi anni sembra però che a
Riad la ragion di Stato stia prevalendo sulle affinità religiose. Se
moschee e centri culturali sia del wahabismo saudita che dei Fratelli
musulmani, in competizione tra loro, pullulano anche in Europa ed è
un nostro problema limitare, anzi respingere, sia gli uni che gli
altri, in quanto portatori di una versione dell'islam incompatibile
con i valori occidentali, dal punto di vista geopolitico i recenti
sviluppi inducono a propendere verso l'alleanza con i sauditi. Le
monarchie del Golfo durante il summit di Riad con il presidente Trump
hanno risposto positivamente alla richiesta americana di fare di più
per sradicare l'estremismo e il terrorismo islamista.
Le ultime mosse suggeriscono anche che
il Regno, uno dei regimi più dispotici e retrivi del mondo islamico,
sia alla vigilia di una stagione di profondi cambiamenti,
socio-economici e culturali, che potrebbero far entrare il paese
nella modernità, fino ad oggi respinta, spingendo gli altri paesi
arabi sunniti a seguire lo stesso percorso. E in tal senso va letta
la recente decisione di Re Salman di cambiare la linea di successione
in favore del figlio 31enne Mohammed bin Salman, giovane e
riformatore, sostenitore del piano di riforme "Vision 2030"
per diversificare l'economia saudita, ma anche di cambiamenti
culturali, che implicano un certo grado di separazione tra politica e
religione. Vedremo alla prova dei fatti il riformismo saudita, ma
finora quello iraniano incarnato dal presidente Rouhani, che aveva
suscitato forse eccessive aspettative nelle capitali occidentali, si
è rivelato inconsistente, solo retorico e cosmetico.
Etichette:
al qaeda,
arabia saudita,
erdogan,
formiche,
fratelli musulmani,
hamas,
iran,
islam,
israele,
medio oriente,
mohammed bin salman,
obama,
qatar,
sciiti,
siria,
stati uniti,
sunniti,
terrorismo,
trump,
wahabismo
Monday, May 22, 2017
Oltre l'isteria dei media, la notizia è che Trump ha una politica per il Medio Oriente
Pubblicato su formiche
Trump capovolge la
politica e la retorica di Obama. Lo scambio: ritorno ai tradizionali
alleati per contenere e isolare l'Iran, ma niente scuse o alibi, i
paesi musulmani devono sradicare l'estremismo islamico. Nessun
leader occidentale aveva parlato così chiaramente ai leader arabi:
"Drive Them Out" ("Cacciateli via da questa
terra")
Mentre i media mainstream
sono ancora in preda all'isteria anti-Trump e "sragionano"
di impeachment e dintorni, la notizia che arriva da Riad (e da
Gerusalemme) è che alla Casa Bianca c'è finalmente un presidente,
non una sedia vuota, e persino una politica per il Medio Oriente. Se
non una "dottrina", dal discorso del presidente Trump
davanti ai leader dei Paesi arabi e islamici sunniti riuniti a Riad
emerge almeno una visione di lungo termine.
Un
discorso rispettoso ma non ossequioso, di apertura e amicizia ma
senza comode omissioni né alibi. Trump non ha menzionato la politica
o "l'arroganza" americana come causa dell'odio jihadista,
né ha fatto ricorso alla solita retorica dell'islam "religione
di pace e amore". Ma ha lanciato un messaggio chiaro e severo su
come si aspetta che agiscano i leader arabi nei confronti di
estremisti e terroristi islamici: Drive. Them. Out. "Cacciateli
via da questa terra". Trump ha chiamato le cose con il loro
nome, ha parlato di "estremismo islamico" e di "terrorismo
islamico". Nessun presidente degli Stati Uniti, nessun leader
occidentale, aveva parlato così francamente ai leader arabi: "Non
siamo venuti qui a dare lezioni a nessuno" e "non è uno
scontro di civiltà", bensì "tra Bene e Male", ma la
responsabilità di sradicare il terrorismo "islamista"
spetta in prima istanza ai paesi a "maggioranza musulmana".
Trump non è andato in Arabia Saudita a spiegare cosa c'è di
sbagliato in America o in Occidente, ma cosa non va in Medio Oriente,
che si trova oggi impelagato in una "crisi di estremismo",
ideologica nella sua natura, che innanzitutto i musulmani sono
chiamati a risolvere.
Una premessa. La lotta in
corso a Washington tra l'outsider che a sorpresa scippa alla sinistra
una vittoria che sentiva di avere in tasca e il vecchio establishment
è qualcosa che in Italia abbiamo già vissuto. I tentativi di
"spallata" a Silvio Berlusconi da parte della sinistra
politica, mediatica e giudiziaria sono durati vent'anni. Alla fine la
porta è venuta giù, ma al prezzo di danni sistemici enormi per il
paese (in termini di solidità economico-finanziaria, posizione in
Europa e crisi istituzionale nei rapporti tra politica e giustizia).
E non è che la sinistra italiana goda ora di ottima salute. Se fosse
in grado di imparare dai suoi errori, potrebbe dare qualche consiglio
ai Democratici americani e ai media militanti d'oltreoceano. Anche
negli ultimissimi articoli che riportano leaks sull'indagine
Russia-gate sono costretti a concludere che "non c'è al momento
alcuna prova di illeciti o collusione tra la campagna Trump e i
russi". Il memo dell'ex direttore dell'FBI Comey citato dal New
York Times (che sabato ha ammesso: "non siamo ancora in zona
impeachment"), che proverebbe l'ostruzione alla giustizia da
parte di Trump, non si sa neppure se esiste ed è comunque smentito
da audizioni sotto giuramento dello stesso Comey. Ma i media italiani
riprendono acriticamente, e tristemente, come certezze, su cui poi
pretendono di fondare analisi e scenari, quelle che sono, nella
migliore delle ipotesi, ricostruzioni giornalistiche ancora tutte da
verificare. Sembra quasi che riversare su Trump fiumi di inchiostro
al veleno possa cancellare il fatto che un anno fa il giornalista e
il commentatore "collettivo" hanno mancato del tutto la
comprensione del fenomeno.
L'unica certezza di tutto
questo polverone è che i continui leaks che alimentano la campagna
politica e giornalistica contro l'amministrazione Trump sono illegali
e minacciano la sicurezza nazionale Usa, ma su questi reati
gravissimi commessi da ex e attuali funzionari l'FBI di Comey si
rifiutava di indagare. Probabilmente perché molti dei leaks
provengono dagli stessi vertici dell'agenzia. È grazie a questa
campagna di delegittimazione a forza di leaks, alimentata dal
sottogoverno, dalla burocrazia (il "deep state" lo chiamano
negli Stati Uniti), fatto di funzionari rimasti fedeli a Obama ancora
in carica per l'impreparazione di Trump, che i Democratici sperano di
vincere le elezioni di medio termine del 2018 e avere i numeri
necessari a imbastire una procedura di impeachment. Ma sia che la
spallata riesca, sia che i Democratici ne escano con le ossa rotte,
il prezzo, come il caso italiano sta a dimostrare, potrebbe essere
alto per la credibilità dell'intero sistema, politico e mediatico.
Nel frattempo, accadono cose
rilevantissime. L'amministrazione Trump conferma, come avevamo
segnalato in precedenti articoli su Formiche, di voler capovolgere la
fallimentare politica mediorientale di Barack Obama. L'ascesa
dell'Iran infatti ha messo in scacco la politica estera dei
predecessori di Trump. Già il presidente Bush nel suo piano di
esportazione della democrazia in Iraq aveva sottovalutato l'influenza
iraniana. L'appeasement dell'amministrazione Obama con l'Iran,
suggellato dall'accordo sul nucleare, ha incoraggiato Teheran a
perseguire i suoi disegni egemonici destabilizzando il Medio Oriente,
dalla Siria allo Yemen. Sforzi non contrastati per non pregiudicare
quell'intesa, illudendosi che riconoscendo il suo status di potenza
regionale il regime degli ayatollah potesse trasformarsi da fattore
di instabilità a partner per la stabilità regionale. Il risultato è
un incendio ancora più esteso: l'asse russo-iraniano, che
l'amministrazione Trump sta cercando ora di rompere, ha preso il
sopravvento in Siria e i tradizionali alleati arabi sunniti,
abbandonati da Obama, si sono sentiti liberi di reagire anche
flirtando, come in Siria, con i gruppi terroristici in funzione
anti-iraniana. Una tentazione in cui è caduta persino la Turchia di
Erdogan, un paese Nato.
Secondo Michael Doran,
dell'Hudson Institute, l'amministrazione Trump ha il merito di aver
riconosciuto questi errori, e di mettere in discussione una serie di
dogmi di politica estera che si sono rivelati falsi: che il "soft
power" americano sia la chiave per stabilizzare il Medio
Oriente, mentre la determinazione al ricorso dell'"hard power"
è la precondizione per ristabilire l'ordine. Falso che il sostegno
agli alleati storici sia causa di instabilità, come ha pensato Obama
allontanandosi da Tel Aviv e Riad per tendere la mano al "nemico"
a Teheran. E infine, falso che il conflitto tra palestinesi e
israeliani sia la madre di tutte le crisi in Medio Oriente e quindi
la chiave per risolverle.
Nucleare o no, l'Iran è il
principale stato sponsor del terrorismo al mondo, la principale
minaccia alla stabilità in Medio Oriente, e gli ultimi otto anni ne
sono la dimostrazione. La svolta strategica dell'amministrazione
Trump consiste quindi nel ritorno ai tradizionali alleati: promette
di schierare tutto il peso politico e militare americano per
contenere e isolare l'Iran, in cambio dell'impegno dei Paesi arabi e
islamici sunniti a combattere sul serio, concretamente, l'estremismo
e il terrorismo islamico, a sradicarli dalle loro terre, dalle loro
comunità e dai loro luoghi di preghiera. Ma distruggere l'Isis –
obiettivo facile da spiegare agli elettori su cui Trump ha puntato
tutto in campagna elettorale – non basta. Serve una coalizione di
paesi interessati alla stabilizzazione della regione. Egitto,
Giordania, Emirati, ma soprattutto tre alleati storici degli Stati
Uniti che possano esercitare la propria influenza al di fuori dei
loro confini: Arabia Saudita, Israele e Turchia. Il fatto che proprio
Riad e Gerusalemme siano state le prime tappe del tour di Trump
subito dopo l'incontro con il presidente turco Erdogan a Washington,
lascia intendere che l'amministrazione ne sia consapevole.
Questi alleati non sono
sempre affidabili e presentabili (come non lo erano certo gli
ayatollah per Obama)? Vero, ma emarginarli, come ha fatto Obama, li
ha resi ancora più "problematici". Ma l'aspetto decisivo è
che al contrario dei russi e degli iraniani, fino ad oggi hanno
dimostrato di accettare di muoversi all'interno di un ordine dominato
dalla leadership americana, mentre Teheran e Mosca intendono sfidarla
e sostituirsi ad essa. Sostenere i tradizionali alleati nella regione
per contenere e isolare l'Iran è quindi la politica
dell'amministrazione Trump in Medio Oriente. A Washington non si
fanno troppe illusioni, ma c'è almeno una possibilità che vedendosi
isolati a loro volta, i russi decidano infine di sganciarsi da
Teheran. Non è un piano, né una coalizione "glamour", ma
la disastrosa situazione ereditata in Medio Oriente non offre molte
altre scelte, e spesso si tratta di scegliere tra il male e il
peggio. La vedremo alla prova dei fatti.
Al centro del discorso di
Trump al summit proprio la proposta di questo "scambio". Il
presidente americano ha evocato una coalizione di paesi per
combattere il terrorismo islamico, chiarendo però che "i paesi
a maggioranza musulmana devono assumere la guida nella lotta alla
radicalizzazione". Ha parlato della necessità di "sconfiggere
il terrorismo ma anche l'ideologia che lo guida". Per questo ha
parlato anche di "islamismo", facendo riferimento esplicito
a quella visione politica totalitaria dell'islam di cui la maggior
parte dei leader occidentali negano persino l'esistenza. E senza
concedere alibi ai suoi interlocutori: "Non può esserci
coesistenza con questa violenza. Non può esserci alcuna tolleranza,
alcuna accettazione, alcuna giustificazione né indifferenza".
Se "non è una
battaglia tra diverse fedi, diverse sette o diverse civiltà, ma tra
criminali barbari che cercano di annientare la vita umana e persone
perbene di tutte le religioni che vogliono proteggerla", insomma
"una battaglia tra Bene e Male", tuttavia il presidente non
ha taciuto le radici di questo male, sottolineando le precise
responsabilità, i doveri dei leader dei Paesi arabi e dei leader
religiosi islamici nel combatterlo. "Possiamo vincere questo
male solo se le forze del bene sono forti e unite – e se tutti si assumono la loro giusta quota e svolgono la loro parte di oneri".
Se il terrorismo si è
diffuso in tutto il mondo, è "da qui", da questa "antica
e sacra terra" che "inizia il cammino verso la pace".
Gli Stati Uniti sono "pronti a schierarsi con voi – nel
perseguire interessi condivisi e sicurezza comune". Ma, ha anche
avvertito Trump, "le nazioni del Medio Oriente non possono
aspettare che la potenza americana distrugga questo nemico per loro.
Devono decidere che tipo di futuro vogliono per se stessi, per i loro
paesi e per i loro figli. Una scelta tra due tipi di futuro ed è una
scelta – ha scandito – che l'America non può fare per voi".
Quindi il cuore del messaggio ai leader arabi: "Cacciate
terroristi ed estremisti. Spazzateli via. Cacciateli dai vostri
luoghi di preghiera. Cacciateli dalle vostre comunità. Cacciateli
dalla vostra sacra terra. Spazzateli via da questa terra!".
Gli Stati Uniti, ha
assicurato Trump, adotteranno un approccio pragmatico, un "realismo
di sani principi", prenderanno decisioni basate sull'esperienza
del mondo reale e non sull'ideologia. Ma "le nazioni musulmane –
ha ribadito – dovranno assumersi l'onere". Non un impegno
vago, il presidente americano ne ha delineati quattro molto concreti.
Primo, "ogni paese della regione ha un dovere assoluto di
assicurare che i terroristi non trovino alcun rifugio nel suo
territorio". Secondo, "tagliare tutti i canali di
finanziamento" che permettono all'Isis di vendere petrolio e
pagare combattenti e rinforzi. Terzo, "affrontare sul serio la
crisi di estremismo islamico e il terrorismo islamico di ogni genere.
Il che vuol dire – ha esplicitato Trump ai suoi interlocutori arabi
– schierarsi insieme contro l'assassinio di musulmani innocenti,
contro l'oppressione delle donne, la persecuzione degli ebrei e il
massacro di cristiani". E' stato chiaro anche nel richiamare
alle loro responsabilità i leader religiosi islamici, che devono
dire in modo assolutamente chiaro ai fedeli: "Se scegliete il
terrorismo, la vostra vita sarà vuota, sarà breve, ma soprattutto
la vostra anima sarà condannata". Quarto, "promuovere le
aspirazioni e i sogni di tutti i cittadini che vogliono una vita
migliore, incluse le donne, i ragazzi e i seguaci di tutte le fedi".
Trump ha quindi esortato i leader arabi a "fare della loro
regione un luogo in cui ogni uomo e donna, a prescindere dalla fede o
dall'etnia, possa vivere con dignità e speranza".
E Trump ha infine aperto il
capitolo sul regime iraniano, che "offre ai terroristi rifugi
sicuri, sostegno finanziario e status sociale", ed è
"responsabile di così tanta instabilità nella regione. Dal
Libano all'Iraq allo Yemen, Teheran finanzia, arma, addestra
terroristi, milizie e altri gruppi estremisti... Per decenni, ha
alimentato conflitti settari e terrorismo… Parla apertamente di
sterminio, distruzione di Israele, morte all'America e rovina per
molti dei leader e delle nazioni arabe". Ha quindi citato il
caos in Siria, il sostegno ad Assad, l'uso di armi chimiche e la
risposta americana. Senza dimenticare che il popolo iraniano è la
prima vittima dei suoi leader e della loro "sconsiderata ricerca
di conflitto e terrore". "Le nazioni responsabili – ha
concluso Trump – devono lavorare insieme per porre fine alla crisi
umanitaria in Siria, sradicare l'Isis e restaurare la stabilità
nella regione" e "finché il regime iraniano non vorrà
essere un partner per la pace, devono lavorare insieme per isolare
l'Iran, impedirgli di finanziare il terrorismo e pregare perché il
popolo iraniano abbia il giusto e legittimo governo che merita".
Thursday, April 27, 2017
Primi 100 giorni
Primi 100 giorni. Sulla Siria e la Corea del Nord, Russia e Cina non
sono mai state così sotto pressione, chiamate alle loro responsabilità
da player globali come pretendono di essere considerate. Invece di
subire il test di politica estera che i presidenti Usa si trovano a
dover gestire nelle prime settimane di mandato, Trump l'ha imposto ai
suoi avversari.
E ora, si prepara a lanciare sul fronte interno una riforma fiscale come non si vedeva dai tempi di Reagan, con un'aliquota sulle imprese che potrebbe scendere al 15%.
Suggerimento al "giornalista collettivo" italiano: occuparsi dei "cialtroni" di casa nostra che non mancano...
E ora, si prepara a lanciare sul fronte interno una riforma fiscale come non si vedeva dai tempi di Reagan, con un'aliquota sulle imprese che potrebbe scendere al 15%.
Suggerimento al "giornalista collettivo" italiano: occuparsi dei "cialtroni" di casa nostra che non mancano...
Friday, April 14, 2017
E se il Grande Dialogo Usa-Russia fosse appena iniziato?
Pubblicato su formiche
Quasi distensione? Come e perché la visita di
Tillerson a Mosca non poteva andar meglio. Un nuovo, più proficuo
linguaggio tra Washington e Mosca. E persino le posizioni sulla Siria (e
Assad) non sembrano così inconciliabili... Anziché essere già finito il
reset di Trump con Putin, il grande dialogo potrebbe essere solo
all'inizio.
La visita del segretario di Stato
americano Rex Tillerson a Mosca è andata molto meglio di quanto si
possa immaginare leggendo i giornali. E le posizioni di Washington e
Mosca sono meno inconciliabili (persino sulla Siria) di quanto possa
apparire. Ci sono un buon numero di sfumature tra la versione degli
anti-Trump orfani di Obama, secondo cui il presidente sarebbe una
"marionetta" di Putin, che lo ha aiutato a vincere le
elezioni, e la delusione dei "putiniani", secondo cui con
il raid contro la base aerea siriana di al Shayrat Trump si sarebbe
piegato all'establishment diventando un falco anti-russo e sarebbe
tornato alla politica del "regime change".
Dopo aver mandato a dire di essere
troppo occupato per ricevere Tillerson, alla fine Putin ha abbassato
la cresta e l'ha incontrato eccome, per oltre due ore. Dopo le
quattro ore e mezza di colloquio (pranzo insieme compreso) che il
segretario di Stato aveva appena avuto con il ministro degli affari
esteri Lavrov, con il quale dopo la conferenza stampa congiunta ha
avuto un ulteriore scambio di vedute informale di circa un'ora "sulle
opportunità emerse". E il fatto non scontato che Putin abbia
voluto incontrare Tillerson indica che il messaggio portato dal
segretario di Stato al Cremlino valesse la pena di un incontro
inizialmente negato per sgarbo.
Non era serio aspettarsi che la Russia
scaricasse Assad in poche ore, obbedendo alla richiesta di Washington
dopo nemmeno una settimana dall'umiliante raid Usa. Non è
giornalisticamente serio e onesto presentare come un insuccesso la
visita di Tillerson solo perché non si è presentato a braccetto con
Putin annunciando che la Russia accetta di scaricare Assad, o perché
restano le divergenze tra le due potenze.
E' stato certamente aspro il confronto
tra Lavrov e Tillerson in conferenza stampa, senza esclusione di
colpi, con il segretario di Stato americano per nulla intimidito,
anzi proprio da lui forse sono partiti i primi colpi sotto la
cintura. Come hanno ricordato entrambe le parti, siamo in una fase di
estrema sfiducia nei rapporti tra Washington e Mosca. Nessuno quindi
vuole farsi beccare ad "abbassare lo sguardo", nessuno
arretra da uno scontro verbale.
Ma la sensazione è che se tutti
abbaiano, nessuno voglia mordere. Intanto, Usa e Russia sembrano
concordi nel non lasciare che i loro rapporti peggiorino. Parlandoci
direttamente "ci comprendiamo meglio", ha osservato Lavrov.
"Le due maggiori potenze nucleari al mondo non possono avere
questo tipo di relazioni", ha aggiunto Tillerson. Ma oltre gli
auspici, hanno concordato nuovi strumenti per evitare che le cose
peggiorino. Un gruppo di lavoro volto a migliorare le relazioni e
tenere aperto un dialogo quotidiano, mentre Putin è già pronto a
ripristinare il canale di comunicazione militare di "deconfliction"
nei cieli della Siria. "Tillerson ha avuto un dialogo serio a
Mosca, che può aiutare a iniziare ad affrontare le varie questioni.
Un utile primo passo", ha twittato Dmitri Trenin, direttore del
Carnagie Center di Mosca.
All'indomani della visita si è profuso
ottimismo sui futuri rapporti da entrambe le parti: "Le cose si
risolveranno bene tra Stati Uniti e Russia. Al momento giusto, tutti
ritroveranno il buon senso e ci sarà una pace duratura!", ha
twittato il presidente Trump. "Mi è piaciuto il modo in cui"
si sono svolti gli incontri ieri, ha commentato Lavrov: "Potrebbe
volerci un po' perché questi risultati si manifestino - ha aggiunto
- ma almeno abbiamo deciso di stabilire una linea di dialogo
quotidiana su un certo numero di temi, compresi i problemi creati
nelle relazioni bilaterali dalla precedente amministrazione e i
meccanismi per migliorare la comprensione reciproca su varie crisi
regionali, a cominciare da quella siriana".
Insomma, il reset di Trump con Putin è
già finito o è solo all'inizio? Si può parlare di una sorta di
distensione alla luce degli incontri di Tillerson a Mosca? Da ambo le
parti si fa riferimento al fattore tempo. Niente illusioni: ce ne
vorrà, prima di vedere i primi accordi. Per ora si tratta di evitare
lo scontro e ripristinare il livello necessario di fiducia reciproca.
Al di là delle reciproche "punture",
Lavrov non ha ripetuto la versione diffusa da Mosca nelle prime ore
successive all'attacco per assolvere il regime di Assad dall'uso di
armi chimiche. Ha ricordato che la zona colpita è sotto il controllo
di forze ribelli, sollevando dubbi sulla credibilità delle
testimonianze, e che ci sono rapporti secondo cui Damasco ha
eliminato tutte le sue scorte, mentre documentano possesso e uso di
armi chimiche da parte dei gruppi estremisti. Ed è tornato quindi a
chiedere un'inchiesta imparziale e indipendente sull'accaduto prima
di attribuire responsabilità ed emettere condanne.
Da parte sua Tillerson ha ribadito che
gli Stati Uniti sono in possesso di prove che dimostrano la
responsabilità del regime di Assad, ma non ha confermato l'accusa,
fatta circolare a mezza stampa, secondo cui Mosca sarebbe stata
complice, o per lo meno a conoscenza, dell'imminente attacco chimico.
Anzi, ha detto, "non abbiamo informazioni certe che indichino
che ci sia stato un qualche coinvolgimento della Russia o di forze
russe in questo attacco".
Ma leggendo tra le righe persino le
posizioni sulla Siria (e su Assad) non appaiono così inconciliabili.
Tillerson ha ripetuto che per Washington "il regno della
famiglia di Assad si sta avvicinando alla fine. E la Russia, come suo
più vicino alleato, è nella posizione migliore per aiutare Assad ad
accettare la realtà". Ma ha anche spiegato quanto sia
"importante" che la sua uscita di scena avvenga "in
modo ordinato", così che "certi interessi e gruppi" a
lui legati sentano che saranno rappresentati al tavolo del negoziato
per una soluzione politica. "Non pensiamo – ha precisato –
che l'una debba accadere prima che l'altro possa cominciare", ma
"l'esito finale" è che non ci sia un ruolo per Assad nel
futuro della Siria.
Quando Lavrov, rispondendo, chiama in
causa l'ossessione occidentale per la rimozione dei dittatori,
ricordando la fine di Milosevic, di Saddam e di Gheddafi, le
violazioni del diritto internazionale che a suo avviso furono
commesse, e il caos generato in Iraq e Libia ("conosciamo fin
troppo bene cosa accade quando lo fate", "non ricordo un
solo caso di un dittatore rimosso senza problemi e senza violenza"),
sta etichettando la posizione Usa su Assad come "regime change",
l'ennesimo. Ma l'amministrazione Trump continua a negare, anche dopo
l'attacco alla base aerea siriana, di perseguire il regime change in
Siria. In un'intervista al WSJ, sull'uscita di Assad lo stesso
presidente Trump ha detto: "Stiamo insistendo su questo? No. Ma
penso che accadrà a un certo punto". "La prima priorità
in Siria è distruggere l'Isis, non cacciare Assad", ripetono a
Washington. Esito finale, a un certo punto, in modo ordinato, sono le
espressioni usate dagli americani sull'uscita di scena del dittatore
siriano.
E se già prima dell'attacco Usa, il
portavoce del Cremlino aveva chiarito che l'appoggio russo ad Assad
non è affatto incondizionato (è un fatto che il sistema di difesa
russo dislocato in Siria non abbia intercettato i missili tomahawk,
il cui arrivo era stato annunciato un'ora e mezza prima), anche
Lavrov davanti alla stampa ha fatto capire che i russi non si sentono
vincolati ad Assad. Ha confermato che la sua rimozione non è
nell'agenda di Mosca, ma "come ho sottolineato molte volte, noi
non stiamo puntando tutto su una personalità, sul presidente Assad…
Stiamo insistendo sul fatto che tutti si siedano intorno a un tavolo
e arrivino a un accordo… tutti gli attori interessati, e vogliamo
che tutti i siriani, senza alcuna esclusione, siano rappresentati nel
processo politico". Il che sembra non precludere l'esito di una
Siria senza Assad. Non hanno torto i russi quando fanno notare che ad
oggi Assad, il cui esercito è l'unica forza regolare sul terreno, è
determinante per sconfiggere le milizie jihadiste (non solo l'Isis ma
anche al Nusra), ma nel medio-lungo termine potrebbe diventare troppo
costoso anche per loro sostenere la sua permanenza al potere come se
nulla fosse accaduto, e soprattutto come se non avesse ingannato non
solo la comunità internazionale ma lo stesso Putin (che alcune fonti
descrivono come furioso con il dittatore siriano per lo smacco che
gli ha fatto subire dagli Usa).
Insomma, se è solo una questione di
tempistica, allora le posizioni russe e americane non sembrano
proprio inconciliabili. Certo, proprio per la mancanza di fiducia, né
Mosca né Washington possono permettersi che convergano ora. Il
problema infatti è che sul destino di Assad si incrociano le
reciproche ambiguità e diffidenze. Anche perché, se non lo è per
Mosca, Assad è una figura irrinunciabile per l'Iran, la cui
influenza la nuova amministrazione Usa vuole contenere. Da una parte,
i russi non si fidano degli americani perché temono che, combattendo
solo l'Isis e non anche gli altri gruppi dell'opposizione siriana,
stiano in realtà coltivando allo stesso tempo un piano per il regime
change. Dall'altra, gli americani non si fidano dei russi perché
temono che, inseguendo una vittoria militare piena puntino in realtà,
in totale accordo con Teheran, a mantenere Assad al potere e a
sabotare il processo politico prima che entri nel vivo. Nell'appoggio
russo "non incondizionato" ad Assad, Washington ha
intravisto un varco stretto in cui inserirsi per tentare di rompere
l'asse Iran-Russia.
L'attacco missilistico ordinato da
Trump sulla Siria è un messaggio politico su diversi piani e
destinato a molteplici attori. E al Cremlino sembrano averlo
afferrato, seguiranno riflessioni e approfondimenti. Trump non ha
cambiato idea né sulla Siria (la priorità è distruggere l'Isis,
non cacciare Assad), né sulla Russia: bisogna almeno tentare di
migliorare i rapporti. Troppo importante per l'Occidente avere buoni
rapporti con la Russia, quando le minacce esistenziali e i rivali
strategici del XXI secolo non si trovano a Mosca. Il che non
significa fare regali a Putin, anche perché come Obama dovrebbe aver
imparato a sue spese, le concessioni unilaterali e il non intervento
rendono i russi più arroganti e aggressivi, non più disponibili. Al
contrario, dimostrare la propria risolutezza è l'unico modo per
farli tornare sul serio al tavolo del confronto. Accecati dal loro
pregiudizio negativo su Trump, i commentatori si aspettavano invece
di vedere un reset nei termini di qualche regalo presentato a Putin
su un piatto d'argento e non hanno riconosciuto le mosse iniziali di
una lunga partita. Né hanno visto – con lo strike sulla base aerea
siriana e la crescente pressione politica americana sulla Russia (tra
accuse e ultimatum) nei giorni e nelle ore precedenti la visita di
Tillerson – la profonda trasformazione delle regole del gioco.
Obama ha danneggiato la credibilità della deterrenza americana e
l'amministrazione Trump l'ha voluta iniziare a restaurare. Sta
prendendo forma un approccio totalmente diverso da quello di Obama
nel trattare con alleati e avversari. Un approccio che,
semplificando, si può definire "bastone e carota". Uso
della forza e minacce, ma anche trattativa e mutuo rispetto. E da
quello che abbiamo visto a Mosca, in occasione degli incontri di
Tillerson, i russi sembrano aver riconosciuto il nuovo approccio e
non esserne così dispiaciuti. Americani e russi hanno cominciato a
parlarsi usando lo stesso linguaggio.
A cambiare, rispetto
all'amministrazione Obama, è anche la politica nei confronti di
Teheran. Si dice Assad, si legge Iran. L'aut aut presentato a Mosca
non riguarda tanto il dittatore siriano, quanto il regime degli
ayatollah. "La Russia deve scegliere se schierarsi con gli Stati
Uniti, e i Paesi che la pensano allo stesso modo, o con Assad, Iran e
Hezbollah", sono le esatte parole usate da Tillerson
all'indomani dell'attacco. Non importa quando, ma prima o poi la
Russia deve scaricare Assad, cioè l'Iran, è il messaggio.
Nonostante le tensioni, con la visita di Tillerson il dialogo tra
Washington e Mosca sembra ripartito a 360 gradi, i canali di
comunicazione sono aperti e destinati a rafforzarsi. Insomma, siamo
all'inizio di qualcosa, una partita nuova. Non è scontato, ma è una
possibilità ancora sul tavolo che nel medio termine Mosca ripensi la
sua politica in Siria e il suo asse con l'Iran. La sensazione è che
di fronte alla prospettiva di un'intesa a tutto campo con Washington,
non solo sulla crisi siriana ma su tutti i fronti, insomma di fronte
alla proposta di una nuova Yalta, Putin potrebbe anche decidere di
compiere questo passo. Ma il presupposto è la fiducia e per
ricostruirla ci vorrà tempo.
Sunday, April 09, 2017
Da Trump un test per Putin e un colpo all'asse Iran-Russia
Pubblicato su formiche
L'amministrazione Trump si prepara a sovvertire la politica "filoiraniana" di Obama, che ha fatto declinare l'influenza Usa nella regione
Per la prima volta da anni la Russia si trova sotto pressione, messa di fronte alle sue responsabilità di potenza mondiale quale pretende di essere considerata. A pochi giorni dal raid missilistico Usa sulla base siriana da cui è partito l'attacco chimico di Assad, stanno emergendo con maggiore chiarezza effetti e obiettivi dell'iniziativa dell'amministrazione Trump. Certamente la deterrenza alla diffusione e all'uso di armi di distruzione di massa è un vitale interesse di sicurezza nazionale per gli Stati Uniti e non è diretta solo ad Assad, ma anche all'Iran e alla Nord Corea. Ma più che una punizione al regime di Assad per i suoi crimini di guerra, rappresenta un test per Mosca: se la Russia vuole essere considerata una potenza di primo piano sulla scena globale, deve dimostrare di essere un player responsabile, che coopera per la stabilità della regione, e non uno "Stato canaglia" fattore di instabilità. Come spiegavamo qualche giorno fa, i primi passi dell'amministrazione Trump nei confronti di Mosca sono volti a "testare" quanto incondizionato sia il sostegno russo ad Assad e, quindi, quanto solida e strategica la sua alleanza con il regime degli ayatollah.
Per la prima volta da anni la Russia si trova sotto pressione, messa di fronte alle sue responsabilità di potenza mondiale quale pretende di essere considerata. A pochi giorni dal raid missilistico Usa sulla base siriana da cui è partito l'attacco chimico di Assad, stanno emergendo con maggiore chiarezza effetti e obiettivi dell'iniziativa dell'amministrazione Trump. Certamente la deterrenza alla diffusione e all'uso di armi di distruzione di massa è un vitale interesse di sicurezza nazionale per gli Stati Uniti e non è diretta solo ad Assad, ma anche all'Iran e alla Nord Corea. Ma più che una punizione al regime di Assad per i suoi crimini di guerra, rappresenta un test per Mosca: se la Russia vuole essere considerata una potenza di primo piano sulla scena globale, deve dimostrare di essere un player responsabile, che coopera per la stabilità della regione, e non uno "Stato canaglia" fattore di instabilità. Come spiegavamo qualche giorno fa, i primi passi dell'amministrazione Trump nei confronti di Mosca sono volti a "testare" quanto incondizionato sia il sostegno russo ad Assad e, quindi, quanto solida e strategica la sua alleanza con il regime degli ayatollah.
Mentre Barack Obama decise di non
reagire al mancato rispetto della "linea rossa" sull'uso di
armi chimiche da parte di Assad, ignorando le prove della
responsabilità del regime siriano fornite dall'intelligence (anche
turca e israeliana), per non compromettere la sua principale
iniziativa di politica estera, l'accordo con Teheran sul nucleare, il
raid ordinato da Trump venerdì notte è un colpo all'asse
Iran-Russia e indica la volontà della nuova amministrazione Usa di
sovvertire la politica di Obama. E il messaggio di Trump a Putin è
molto chiaro: se la Russia vuol vedersi riconosciuto quel ruolo da
protagonista nell'ordine mondiale che da anni insegue, se vuole
trovare posto al tavolo dei grandi, dove i temi globali vengono
discussi, deve sganciarsi da Assad e da Teheran, e cooperare con gli
Usa per una soluzione in Siria e la stabilità della regione.
L'obiettivo della visita del segretario di Stato Usa Tillerson a
Mosca sarà convincere Putin che da questo dipende ogni speranza di
un riavvicinamento tra Stati Uniti e Russia. In questo caso
interventismo umanitario e realpolitik coincidono, ma è politico, né
militare né morale, il vero movente di Washington. E' il primo atto
di una strategia più ampia per ribilanciare la politica americana in
Medio Oriente in opposizione all'Iran e al suo asse.
Come ha spiegato Lee Smith, dell'Hudson
Institute, sul Weekly Standard, la ricerca di un accordo con Teheran
"ha determinato sia la politica in Siria sia la più ampia
strategia dell'amministrazione Obama in Medio Oriente, un
riavvicinamento all'Iran. Obama ha declassato alleati tradizionali
come Israele, Giordania, Egitto, Arabia Saudita e Turchia (un membro
della Nato), mentre promuoveva gli iraniani e apriva una finestra di
opportunità per la Russia, grata di essere di nuovo un attore in
Medio Oriente dopo 40 anni di assenza". Non ha mostrato alcun
interesse a "difendere l'architettura della sicurezza regionale
che gli Stati Uniti avevano edificato nell'arco di 70 anni".
Sarà anche stato poca cosa, ma il raid ha mostrato quanto in realtà
sia vulnerabile la posizione russa in Siria. La fase in cui Putin
poteva ampliare liberamente e a costo quasi zero l'influenza russa in
Medio Oriente, approfittando del fatto che a Obama interessava solo
non irritare gli iraniani, si è conclusa. Ora il leader russo deve
ripensare la sua politica in Siria, dove si trova circondato da
alleati Usa rassicurati, e la sua alleanza con Teheran.
All'indomani del raid, il segretario di
Stato Usa Rex Tillerson ha sottolineato che la Russia ha fallito
nella sua responsabilità di far rispettare l'accordo del 2013 sullo
smantellamento dell'arsenale di armi chimiche di Assad, quindi Mosca
è stata "o complice o incompetente". Un duro atto d'accusa
che, come riporta il Times di domenica, Tillerson si prepara a
portare direttamente a Mosca nella sua visita di martedì e
mercoledì. "Questa settimana America e Gran Bretagna
accuseranno direttamente la Russia di complicità nei crimini di
guerra in Siria e chiederanno che Putin stacchi la spina al
sanguinario regime di Bashar al-Assad". Tillerson volerà a
Mosca con "le prove che la Russia era a conoscenza"
dell'attacco chimico di Assad e "ha cercato di insabbiarlo".
Militari russi erano presenti nella base da cui è partito l'attacco,
un drone russo ha sorvolato la zona bombardata poco prima che un
aereo di fabbricazione russa colpisse l'ospedale locale,
verosimilmente per cancellare le prove dell'uso di armi chimiche.
Insomma, i russi erano là, sanno cosa è successo, e stanno
diffondendo una falsa versione per coprire non solo Assad, ma anche
se stessi.
Ma nonostante le tensioni di questi
giorni, non è ancora compromessa la possibilità di un dialogo
costruttivo tra Washington e Mosca. Non solo i russi sono stati
avvertiti dagli americani attraverso canali militari dell'attacco
missilistico, ma all'indomani Washington si è affrettata a precisare
che il raid non rappresenta l'inizio di una guerra contro Assad:
nessun "regime change" e nessun cambio di politica in
Siria. Nessun bis del catastrofico intervento obamiano e clintoniano
in Libia. Come ha ribadito Tillerson alla Cbs, "è importante
che le nostre priorità restino chiare" e la "prima
priorità" per gli Stati Uniti in Siria resta distruggere
l'Isis, un obiettivo che precede anche la stabilizzazione del Paese.
Solo in un secondo momento si potrà aprire il processo politico per
la Siria e gli Stati Uniti "sperano che la Russia scelga di
giocare un ruolo costruttivo". Non ora, ovviamente (prima c'è,
appunto, da distruggere l'Isis), ma la sorte di Assad sembra segnata.
Nessuna soluzione politica sarà possibile in Siria fino a quando
Assad resterà al potere, ha ribadito l'ambasciatore Usa alle Nazioni
Unite, Nikki Haley, in un'intervista alla Cnn. "Non c'è alcuna
opzione che prevede una soluzione politica con Assad a capo del
regime. Se si guarda alle sue azioni, se si guarda alla situazione,
sarà difficile vedere un governo pacifico e stabile con Assad".
Ma detto questo, si tratta di un esito a cui arrivare al termine di
un processo politico. Anche Nikki Haley infatti ha chiarito quale
debba essere per Washington la tempistica. "Primo, sconfiggere
l'Isis. In secondo luogo, non vediamo una Siria pacifica con Assad.
In terzo luogo, occorre tenere fuori l'influenza iraniana". Ma
non è detto, è tra le righe il messaggio di Washington a Mosca, che
l'uscita di scena di Assad avvenga a scapito di interessi e influenza
della Russia in Siria...
Da parte russa, il sistema di difesa
anti-aerea dislocato in Siria non ha intercettato i tomahawk
americani (e poco prima il portavoce del Cremlino aveva definito "non
incondizionato" l'appoggio russo ad Assad). Nelle reazioni
all'attacco Mosca si è limitata alle condanne verbali e all'annuncio
di sospensione della "deconfliction line", il canale di
comunicazione militare aperto per evitare incidenti durante le
operazioni in Siria (anche se al Pentagono non risultano richieste
ufficiali in tal senso dai russi). Non è stata nemmeno annullata la
visita a Mosca del segretario di Stato Tillerson in programma martedì
e mercoledì.
Se dopo aver elaborato il "lutto",
al Cremlino afferrano il messaggio (se capiscono cioè che i loro
interessi e la loro influenza in Siria non devono essere per forza
legati alla sorte di Assad, che in ogni caso è al capolinea, o
allineati a quelli iraniani), il rapporto con Putin non è finito
prima di cominciare... Ora sì - dimostrato che l'America è tornata,
che intende difendere il suo status, e che l'amministrazione Trump fa
sul serio - può iniziare il vero confronto con Mosca. La necessità
di trovare un nuovo equilibrio, un accordo generale, tra Stati Uniti
e Russia, resta una priorità sia per Putin, che per Trump. Senza
Mosca è impossibile una soluzione al caos siriano. E Putin sa che
senza Washington non otterrà lo status che cerca per la sua Russia.
Chi si aspettava, sia tra i fan di
Trump che tra i suoi detrattori, che il tentativo di normalizzazione
dei rapporti con Mosca partisse con qualche concessione, per esempio
cancellando le sanzioni, si sbagliava di grosso. Bush e Obama hanno
iniziato la loro presidenza offrendo "carote" a Putin,
apertura di credito e concessioni, ma nei loro ultimi giorni entrambi
si sono trovati quasi in guerra con Mosca. Trump, viceversa, sta
iniziando quasi in guerra e chissà, forse avrà miglior fortuna
agitando il "bastone"... La Russia, aveva spiegato il
segretario di Stato Tillerson nella sua "confirmation hearing"
al Senato, "ha bisogno di vedere una risposta forte prima di
considerare un passo indietro".
In ogni caso, come fa notare Robert Kagan sul Washington Post, ci vorrà molto di più per rimediare ai
disastri di Obama in Siria, per arrestare la progressiva caduta
dell'influenza americana in Medio Oriente. "Trump non aveva
torto nell'incolpare il presidente Obama per la catastrofica
situazione in Siria". Grazie alle politiche delle
amministrazioni Obama, infatti, "la Russia ha progressivamente
soppiantato gli Stati Uniti come principale potenza nella regione.
Anche alleati storici come Turchia, Egitto e Israele hanno guardato
sempre più verso Mosca come rilevante player regionale". E
l'accordo per lo smantellamento dell'arsenale chimico di Damasco, di
cui i russi si sono fatti garanti, non solo non ha impedito ad Assad
di gasare donne e bambini, ma ha aperto le porte all'intervento russo
che ha salvato il regime di Assad dal possibile crollo e aumentato
l'influenza politica e militare di Mosca in Medio Oriente. "Le
politiche di Obama - scrive Kagan - hanno anche reso possibile
un'espansione senza precedenti dell'influenza e del potere iraniano.
Se si aggiunge il devastante impatto del flusso di profughi siriani
sulle democrazie europee, le politiche di Obama non solo hanno
consentito la morte di quasi mezzo milione di siriani, ma hanno anche
significativamente indebolito la posizione globale dell'America e la
salute e la coesione dell'Occidente".
Gli avversari dell'America, Russia,
Iran e Cina, continueranno a sfidare la risolutezza
dell'amministrazione Trump. Se l'attacco di venerdì notte non
resterà un atto isolato, ma "il primo passo di una coerente
strategia politica, diplomatica e militare", conclude Kagan, c'è
una "reale chance di invertire la rotta della ritirata globale
cominciata da Obama".
Wednesday, April 05, 2017
Prime mosse dell'amministrazione Trump per rompere l'asse Russia-Iran-Turchia
Pubblicato su formiche
Le "cattive" opzioni sul tavolo dell'amministrazione Trump per affrontare la vera e propria "Idra a tre teste" in Medio Oriente (l'interazione Isis-Iran-Russia) ereditata dai disastri di Obama. E a chi giova la "strage chimica" di Assad
Il mondo lasciato in eredità all’amministrazione Trump da Barack Obama (e in parte dal suo primo segretario di Stato, Hillary Clinton) è un vero casino. Soprattutto il Medio Oriente, che lo storico Victor Davis Hanson, della Hoover Institution, ha paragonato ad una “Idra a tre teste” generata dagli errori delle amministrazioni Obama: il ritiro dall’Iraq nel 2011, il fallito “reset” nei rapporti con la Russia (sì, nel 2008 e nel 2012 era Obama che prometteva a Putin che sarebbe stato “più flessibile”) e l’accordo con Teheran sul programma nucleare. Dall’interazione nella regione tra il regime iraniano (con i suoi alleati siriani, Hezbollah e Assad), definito “primo sponsor del terrorismo al mondo” dal segretario alla difesa Usa Mattis, la Russia di Putin e i tagliagole dell’Isis, prende vita un “mostro” che lascia a Trump davvero poche opzioni, che vedremo più avanti.
Il primo problema è che il Medio Oriente sta scivolando, nemmeno troppo lentamente, sotto l’influenza di Mosca, grazie al “leading from behind”, in realtà il disimpegno di Obama, e i suoi fallimenti nelle guerre in Siria e in Libia, che hanno favorito la penetrazione strategica russa in entrambi i Paesi e nella regione. L’asse che Putin sta tessendo con Iran e Turchia punta a sostituire gli Stati Uniti e i suoi alleati sunniti storici come “dominus” del Medio Oriente. Se la stampa non fosse stata impegnata negli ultimi otto anni a celebrare la presidenza Obama come una serie di successi indiscutibili, oggi sarebbe l’ex presidente, e non Trump, sul banco degli imputati come inconsapevole benefattore di Putin, che proprio grazie agli errori e alla confusione di Washington ha conseguito negli ultimi anni successi militari e strategici insperati, dal Medio Oriente all’Europa orientale. Anche se nemmeno la Russia di Putin è immune dal rischio di restare impantanata nella trappola siriana, come dimostra l’attentato alla metro di San Pietroburgo.
Se confermata la responsabilità del regime di Damasco, l’uso del Sarin o di altri gas tossici su Idlib non fa che ricordarci la brutalità di cui è capace Assad e una delle tante beffe che Obama ha subito da Putin: l’accordo con la Russia sotto egida Onu, in seguito del quale dal 2014 Assad non avrebbe dovuto più possedere armi chimiche, era evidentemente scritto sulla sabbia. Quando nel 2012 l’amministrazione Obama non ha dato seguito alla sua “red line” contro l’uso di armi chimiche da parte di Damasco, è stato chiaro che non faceva sul serio in Siria e Putin ne ha approfittato. Ora in Siria, aviazione e “boots on the ground” russi collaborano da tempo con le forze armate del regime di Assad, con quelle iraniane e con gli Hezbollah. Ad Antalya si è svolto di recente un summit Russia, Iran e Turchia per coordinare le operazioni di guerra nel paese. Inoltre, è in programma l’ampliamento della base navale russa di Tartus, per far spazio a 11 navi da guerra. In Libia, Mosca sostiene l’unico vero esercito sul terreno, quello del generale Haftar, che controlla la maggior parte del territorio e le infrastrutture petrolifere della “Mezzaluna”. E, come hanno confermato fonti militari Usa e Nato, forze speciali russe sono presenti nella base egiziana di Sidi Barrani, a un centinaio di chilometri dal confine orientale con la Libia. Mosca inoltre sta rafforzando i suoi rapporti proprio con l’Egitto di Al Sisi: un accordo per il trasporto aereo civile, un accordo economico e industriale in discussione, una maggiore cooperazione nel settore energetico, con la compagnia petrolifera russa Rofsnet che sta negoziando la fornitura di gas liquido. L’obiettivo dell’incontro di Trump con il presidente egiziano Al Sisi, lunedì scorso alla Casa Bianca, è proprio rilanciare, in funzione della lotta al terrorismo e al radicalismo islamico, il rapporto con l’Egitto, raffreddatosi sotto Obama.
Ma è l’asse con l’Iran quello che desta maggiore preoccupazione a Washington, suggellato dalla visita della scorsa settimana del presidente Hassan Rouhani a Mosca (dopo quella del presidente turco Erdogan il 10 marzo scorso). Relazioni che da occasionali rischiano di trasformarsi in strategiche e che mostrano le superiori capacità di Putin nella scacchiera geopolitica rispetto alle controparti occidentali.
Si tratta della prima visita ufficiale del presidente iraniano a Mosca e del primo incontro con Putin in un vertice bilaterale e non a margine di un contesto multilaterale. L’incontro, a poche settimane dalle presidenziali iraniane del 19 maggio, non solo conferma la cooperazione Russia-Iran nel conflitto siriano, ma sembra l’avvio di una nuova, più solida fase nelle relazioni tra i due Paesi, decollate da quando l’accordo voluto da Obama sul nucleare iraniano ha portato al progressivo alleggerimento delle sanzioni contro Teheran. L’indicazione dell’Iran come uno dei tre “garanti”, insieme a Russia e Turchia, del cessate-il-fuoco in Siria denota il clima di fiducia reciproca sul dossier siriano, nonostante le differenze, e fa di Teheran – anche ufficialmente – uno degli attori in campo (della guerra e della futura pace). Ma la visita di Rouhani non solo aiuta i due Paesi a tracciare una road map condivisa sui prossimi passi in Siria, contribuisce anche a rafforzare l’asse Russia-Iran-Turchia e ad accrescere la sua rilevanza a livello regionale, a scapito degli Usa e dei suoi alleati.
I colloqui tra Rouhani e Putin vengono definiti “importanti e approfonditi”, su questioni regionali e globali così come sulle relazioni bilaterali. Durante il vertice sono stati firmati 14 documenti di cooperazione in diversi settori – politico, economico, tecnologico, militare, legale e culturale, sull’energia nucleare e le infrastrutture. L’Iran è “un buon vicino e un partner stabile e affidabile”, ha riconosciuto Putin. Il presidente iraniano Rouhani ha confermato che la cooperazione tra Teheran e Mosca non si ferma alla Siria, ma è “diretta ad incrementare la stabilità nella regione”. Inoltre, la leadership iraniana teme che il riavvicinamento tra Washington e Mosca auspicato da Trump in campagna elettorale possa indurre i russi a mollare Teheran e a coordinare le loro politiche in Medio Oriente con gli americani. Dunque, meglio giocare d’anticipo rispetto al nuovo approccio di Trump con Mosca per consolidare la propria posizione al Cremlino. Al momento, insomma, i tre Paesi hanno tutti interesse a consolidare le reciproche relazioni per controbilanciare l’ostilità occidentale.
Un’altra fonte di grande preoccupazione a Washington è che dell’asse a cui Mosca sta lavorando per accrescere la sua influenza in Medio Oriente farebbe parte anche la Turchia, un membro della Nato (!). Le crescenti tensioni di Ankara con l’Unione europea e gli Stati Uniti infatti rischiano di far passare in secondo piano la sua competizione regionale con Teheran. Prevedendo che la Turchia sia spinta a guardare verso Est per compensare le sue deteriorate relazioni con l’Occidente, Mosca è pronta a cogliere l’occasione per coinvolgere Ankara e Teheran in una partnership strategica a regia russa.
I negoziati diretti di Ankara con Mosca per acquisire il sistema russo di difesa aerea S-400 suonano come una provocazione alla Nato, o un “test” della sua reale volontà di ricucire. Il problema è che i sistemi di difesa “esterni” alla Nato potrebbero non essere integrabili con l’attuale struttura difensiva dell’alleanza, ma ecco le contro argomentazioni non proprio concilianti del presidente turco Erdogan: “Se non possiamo ottenere i mezzi di cui abbiamo bisogno all’interno della Nato, dobbiamo rivolgerci a fonti diverse… Sfortunatamente in Siria, abbiamo visto armamenti di nostri alleati Nato nelle mani dei terroristi”. Insomma, si tratta di una mossa tattica per “richiamare” l’attenzione degli alleati occidentali, e magari ottenere da loro un sistema difensivo a un miglior prezzo, al tempo stesso facilitando la normalizzazione dei rapporti con Mosca, oppure del segnale di una nuova direzione strategica. Acquisire il sistema S-400 vorrebbe dire per Erdogan aprire la porta di relazioni militari di lungo termine con Mosca, ma anche diventarne dipendente. I russi stessi sembrano scettici rispetto al reale interesse turco per il sistema S-400 e si chiedono se la membership Nato di Ankara stia davvero vacillando, se davvero abbia più interessi strategici e geopolitici in comune con Mosca che con l’Occidente. Quali che siano le reali intenzioni di Erdogan, l’esistenza stessa della trattativa provoca più di un mal di testa alla Nato. Aggiungere alle attuali tensioni con l’Unione europea un ulteriore dissidio sul sistema S-400, potrebbe aprire seriamente il dibattito sulla permanenza della Turchia nell’alleanza.
Tra le varie ferite aperte, nulla infastidisce i turchi come l’alleanza di Washington con i curdi siriani in funzione anti-Isis. La recente visita del segretario di Stato Usa Rex Tillerson ad Ankara sembra si sia conclusa con un nulla di fatto, senza aver appianato nessuna delle fondamentali divergenze che stanno affondando le relazioni tra i due alleati Nato, che sembrano sempre più in “rotta di collisione”, ha osservato il WSJ. Negli incontri con il presidente Erdogan, il primo ministro Yildirim e il ministro degli affari esteri Cavusoglu, Tillerson avrebbe confermato i piani per la conquista di Raqqa, la capitale Isis in Siria, ma anche la collaborazione con le Forze democratiche siriane (SDF), dominate dalle milizie curde siriane delle YPG (“unità di protezione popolare”), ala militare del partito curdo dell’Unione Democratica (PYD), che Ankara ritiene essere ramificazione siriana del PKK. E mentre il PKK è considerato un gruppo terroristico sia da Ankara che dall’Ue e dagli Usa, solo i turchi considerano terroristi anche i miliziani delle YPG. Dal Dipartimento di Stato assicurano di “tener conto delle preoccupazioni turche”, ma anziché arrestarsi, con Trump è incrementato il sostegno militare Usa alle operazioni delle YPG. “Abbiamo discusso le opzioni disponibili. Sono opzioni difficili. Sarò molto franco, non è facile, ci sono scelte difficili che devono essere fatte”, ha avvertito Tillerson nella conferenza stampa congiunta con Cavusoglu. “Il PYD è l’estensione del regime di Assad e Assad significa Iran”, ricordano ad Ankara. Erdogan si aspettava un “reset” dall’amministrazione Trump ed è rimasto molto deluso, ma per ora sembra mordersi la lingua e voler evitare attacchi come quelli riservati agli europei, così come da Washington si evitano commenti sulla repressione e la deriva autoritaria in Turchia.
Quali dunque, secondo lo storico Victor Davis Hanson, le opzioni sul tavolo del presidente Trump per affrontare l'”Idra a tre teste” in Medio Oriente? 1) turarsi il naso e allearsi con Russia e Iran (e Assad ed Hezbollah) per distruggere innanzitutto l’Isis, e affrontare solo in un secondo momento gli altri due avversari (sul modello dell’alleanza con Stalin per sconfiggere Hitler); 2) lavorare con il “meno peggio”, la Russia di Putin (sul modello dell’apertura di Kissinger alla Cina di Mao per allontanarla dall’Urss); 3) tenersi fuori e lasciare che si indeboliscano tra di loro, ma al prezzo di continuare a perdere influenza nella regione, di una crisi umanitaria e un afflusso di profughi che può destabilizzare l’Europa.
La prima opzione, ma solo dopo il 2014, è quella timidamente e confusamente perseguita dall’amministrazione Obama, ma che ha lasciato troppo campo libero a Mosca e Teheran. La seconda opzione sembra quella di cui l’amministrazione Trump ha intenzione di “testare” la percorribilità, ma presuppone di recuperare il rapporto con Erdogan e che la Russia sia disposta a voltare le spalle al regime degli ayatollah, rinunciando all’asse che sta tentando di costruire con Teheran e Ankara per accrescere la sua influenza in Medio Oriente. Significherebbe convincere Putin che avere ai suoi confini un’ulteriore potenza nucleare, l’Iran, non è nei suoi interessi, quindi a sganciarsi dagli iraniani in Siria e smettere di vendere loro sistemi d’arma, e convincerlo a lavorare alla “stabilità” regionale con Washington, Israele e i regimi sunniti moderati. Insomma, a cambiare il sistema d’alleanze in Medio Oriente.
Nel gettare le basi di un nuovo approccio con Mosca e della sua politica in Medio Oriente, il primo passo dell’amministrazione Trump quindi è “testare” l’alleanza Russia-Iran, cercare di capire in che misura, e a che prezzo, Putin sarebbe pronto a porre fine alla sua collaborazione con la Repubblica islamica e a cooperare con gli Stati Uniti per contenere l’espansionismo iraniano in Siria e in Medio Oriente, innanzitutto impedendogli di diventare una potenza nucleare. In questa direzione vanno tutti gli attuali sforzi diplomatici dell’amministrazione Usa.
Ma cosa potrebbe offrire Trump in cambio? E’ evidente che abbandonare qualsiasi progetto di ulteriore allargamento della Nato (e dell’Ue) verso est, ridurre la presenza militare nei Paesi Nato confinanti con la Russia, cancellare le sanzioni imposte per l’annessione della Crimea, sono tutte contropartite gradite a Mosca, mentre il presidente Trump si è detto interessato ad un nuovo accordo con la Russia sul controllo degli armamenti. Secondo Matthew McInnis, ex analista DIA e ora all’American Enterprise Institute, citato da Eli Lake su Bloomberg View, “non c’è modo per cacciare gli iraniani dalla Siria”, ma è un obiettivo realistico “ridurre l’influenza e la presenza iraniana”, il che significa che la Russia “concordi nel sostenere la ricostruzione di un esercito siriano che non sia sotto l’influenza di Teheran e delle sue milizie estere”, gli Hezbollah.
Pochi giorni fa l’ambasciatore Usa all’Onu Nikki Haley ha spiegato che per risolvere la crisi siriana la testa di Assad non è più una condizione pregiudiziale per gli Stati Uniti (“la nostra priorità non è più focalizzata sui modi per cacciare Assad”, ha dichiarato all’AP). Ora la priorità dell’amministrazione, ha aggiunto, è lavorare con Turchia e Russia (non menzionato l’Iran…) per trovare una soluzione di lungo termine in Siria, piuttosto che restare fissata sulla sorte di Assad, il cui futuro di lungo periodo “sarà deciso dal popolo siriano”, ha precisato il segretario di Stato Tillerson. Un’apertura, insomma, a una soluzione di compromesso che garantisca gli interessi e l’influenza di Ankara e Mosca in Siria (ma non di Teheran). A conferma della svolta lo stop degli aiuti alle milizie siriane anti-Assad per concentrarli sulle SDF, che combattono l’Isis e avanzano verso Raqqa. Alla luce di questi sviluppi a Washington, è difficile spiegare i motivi che avrebbero indotto Assad all’attacco “chimico” su Idlib, facendo così tornare all’attenzione internazionale i suoi crimini e la sua impresentabilità, tanto da suscitare la ferma condanna della Casa Bianca (“brutali azioni di Assad” che “non possono essere ignorate”). “Su Russia e Iran gravano grandi responsabilità morali”, ha ammonito il segretario di Stato Tillerson.
Ma un’intesa con la Russia di Putin sarebbe più presentabile di quella di Obama con l’Iran? Sarebbe arduo per il presidente Trump convincere il Congresso dell’utilità di una simile intesa, proprio oggi che sono in corso indagini sulle interferenze russe nelle elezioni presidenziali americane e sui presunti legami tra il team Trump e il governo di Mosca.
La sensazione però, è che mentre continuano a rafforzare con una certa ostentazione l’asse con Teheran, sia Putin che Erdogan stiano aspettando dall’amministrazione Trump la proposta di un accordo più ampio rispetto ai singoli motivi di frizione con gli Usa. Gli Stati Uniti non possono pensare di contenere le ambizioni egemoniche degli ayatollah sulla regione, e assicurarsi un Iran non-nucleare, senza portare Russia e Turchia dalla loro parte, rompendo così un asse che minaccia letteralmente di scalzare la decennale influenza americana in Medio Oriente. Di sicuro, Trump non ha creato l'”Idra a tre teste”, l’ha ereditata dai suoi predecessori, ma ora ha di fronte solo “cattive opzioni” e la meno peggio presuppone un accordo, non scontato e costoso, con due governi autoritari.
Le "cattive" opzioni sul tavolo dell'amministrazione Trump per affrontare la vera e propria "Idra a tre teste" in Medio Oriente (l'interazione Isis-Iran-Russia) ereditata dai disastri di Obama. E a chi giova la "strage chimica" di Assad
Il mondo lasciato in eredità all’amministrazione Trump da Barack Obama (e in parte dal suo primo segretario di Stato, Hillary Clinton) è un vero casino. Soprattutto il Medio Oriente, che lo storico Victor Davis Hanson, della Hoover Institution, ha paragonato ad una “Idra a tre teste” generata dagli errori delle amministrazioni Obama: il ritiro dall’Iraq nel 2011, il fallito “reset” nei rapporti con la Russia (sì, nel 2008 e nel 2012 era Obama che prometteva a Putin che sarebbe stato “più flessibile”) e l’accordo con Teheran sul programma nucleare. Dall’interazione nella regione tra il regime iraniano (con i suoi alleati siriani, Hezbollah e Assad), definito “primo sponsor del terrorismo al mondo” dal segretario alla difesa Usa Mattis, la Russia di Putin e i tagliagole dell’Isis, prende vita un “mostro” che lascia a Trump davvero poche opzioni, che vedremo più avanti.
Il primo problema è che il Medio Oriente sta scivolando, nemmeno troppo lentamente, sotto l’influenza di Mosca, grazie al “leading from behind”, in realtà il disimpegno di Obama, e i suoi fallimenti nelle guerre in Siria e in Libia, che hanno favorito la penetrazione strategica russa in entrambi i Paesi e nella regione. L’asse che Putin sta tessendo con Iran e Turchia punta a sostituire gli Stati Uniti e i suoi alleati sunniti storici come “dominus” del Medio Oriente. Se la stampa non fosse stata impegnata negli ultimi otto anni a celebrare la presidenza Obama come una serie di successi indiscutibili, oggi sarebbe l’ex presidente, e non Trump, sul banco degli imputati come inconsapevole benefattore di Putin, che proprio grazie agli errori e alla confusione di Washington ha conseguito negli ultimi anni successi militari e strategici insperati, dal Medio Oriente all’Europa orientale. Anche se nemmeno la Russia di Putin è immune dal rischio di restare impantanata nella trappola siriana, come dimostra l’attentato alla metro di San Pietroburgo.
Se confermata la responsabilità del regime di Damasco, l’uso del Sarin o di altri gas tossici su Idlib non fa che ricordarci la brutalità di cui è capace Assad e una delle tante beffe che Obama ha subito da Putin: l’accordo con la Russia sotto egida Onu, in seguito del quale dal 2014 Assad non avrebbe dovuto più possedere armi chimiche, era evidentemente scritto sulla sabbia. Quando nel 2012 l’amministrazione Obama non ha dato seguito alla sua “red line” contro l’uso di armi chimiche da parte di Damasco, è stato chiaro che non faceva sul serio in Siria e Putin ne ha approfittato. Ora in Siria, aviazione e “boots on the ground” russi collaborano da tempo con le forze armate del regime di Assad, con quelle iraniane e con gli Hezbollah. Ad Antalya si è svolto di recente un summit Russia, Iran e Turchia per coordinare le operazioni di guerra nel paese. Inoltre, è in programma l’ampliamento della base navale russa di Tartus, per far spazio a 11 navi da guerra. In Libia, Mosca sostiene l’unico vero esercito sul terreno, quello del generale Haftar, che controlla la maggior parte del territorio e le infrastrutture petrolifere della “Mezzaluna”. E, come hanno confermato fonti militari Usa e Nato, forze speciali russe sono presenti nella base egiziana di Sidi Barrani, a un centinaio di chilometri dal confine orientale con la Libia. Mosca inoltre sta rafforzando i suoi rapporti proprio con l’Egitto di Al Sisi: un accordo per il trasporto aereo civile, un accordo economico e industriale in discussione, una maggiore cooperazione nel settore energetico, con la compagnia petrolifera russa Rofsnet che sta negoziando la fornitura di gas liquido. L’obiettivo dell’incontro di Trump con il presidente egiziano Al Sisi, lunedì scorso alla Casa Bianca, è proprio rilanciare, in funzione della lotta al terrorismo e al radicalismo islamico, il rapporto con l’Egitto, raffreddatosi sotto Obama.
Ma è l’asse con l’Iran quello che desta maggiore preoccupazione a Washington, suggellato dalla visita della scorsa settimana del presidente Hassan Rouhani a Mosca (dopo quella del presidente turco Erdogan il 10 marzo scorso). Relazioni che da occasionali rischiano di trasformarsi in strategiche e che mostrano le superiori capacità di Putin nella scacchiera geopolitica rispetto alle controparti occidentali.
Si tratta della prima visita ufficiale del presidente iraniano a Mosca e del primo incontro con Putin in un vertice bilaterale e non a margine di un contesto multilaterale. L’incontro, a poche settimane dalle presidenziali iraniane del 19 maggio, non solo conferma la cooperazione Russia-Iran nel conflitto siriano, ma sembra l’avvio di una nuova, più solida fase nelle relazioni tra i due Paesi, decollate da quando l’accordo voluto da Obama sul nucleare iraniano ha portato al progressivo alleggerimento delle sanzioni contro Teheran. L’indicazione dell’Iran come uno dei tre “garanti”, insieme a Russia e Turchia, del cessate-il-fuoco in Siria denota il clima di fiducia reciproca sul dossier siriano, nonostante le differenze, e fa di Teheran – anche ufficialmente – uno degli attori in campo (della guerra e della futura pace). Ma la visita di Rouhani non solo aiuta i due Paesi a tracciare una road map condivisa sui prossimi passi in Siria, contribuisce anche a rafforzare l’asse Russia-Iran-Turchia e ad accrescere la sua rilevanza a livello regionale, a scapito degli Usa e dei suoi alleati.
I colloqui tra Rouhani e Putin vengono definiti “importanti e approfonditi”, su questioni regionali e globali così come sulle relazioni bilaterali. Durante il vertice sono stati firmati 14 documenti di cooperazione in diversi settori – politico, economico, tecnologico, militare, legale e culturale, sull’energia nucleare e le infrastrutture. L’Iran è “un buon vicino e un partner stabile e affidabile”, ha riconosciuto Putin. Il presidente iraniano Rouhani ha confermato che la cooperazione tra Teheran e Mosca non si ferma alla Siria, ma è “diretta ad incrementare la stabilità nella regione”. Inoltre, la leadership iraniana teme che il riavvicinamento tra Washington e Mosca auspicato da Trump in campagna elettorale possa indurre i russi a mollare Teheran e a coordinare le loro politiche in Medio Oriente con gli americani. Dunque, meglio giocare d’anticipo rispetto al nuovo approccio di Trump con Mosca per consolidare la propria posizione al Cremlino. Al momento, insomma, i tre Paesi hanno tutti interesse a consolidare le reciproche relazioni per controbilanciare l’ostilità occidentale.
Un’altra fonte di grande preoccupazione a Washington è che dell’asse a cui Mosca sta lavorando per accrescere la sua influenza in Medio Oriente farebbe parte anche la Turchia, un membro della Nato (!). Le crescenti tensioni di Ankara con l’Unione europea e gli Stati Uniti infatti rischiano di far passare in secondo piano la sua competizione regionale con Teheran. Prevedendo che la Turchia sia spinta a guardare verso Est per compensare le sue deteriorate relazioni con l’Occidente, Mosca è pronta a cogliere l’occasione per coinvolgere Ankara e Teheran in una partnership strategica a regia russa.
I negoziati diretti di Ankara con Mosca per acquisire il sistema russo di difesa aerea S-400 suonano come una provocazione alla Nato, o un “test” della sua reale volontà di ricucire. Il problema è che i sistemi di difesa “esterni” alla Nato potrebbero non essere integrabili con l’attuale struttura difensiva dell’alleanza, ma ecco le contro argomentazioni non proprio concilianti del presidente turco Erdogan: “Se non possiamo ottenere i mezzi di cui abbiamo bisogno all’interno della Nato, dobbiamo rivolgerci a fonti diverse… Sfortunatamente in Siria, abbiamo visto armamenti di nostri alleati Nato nelle mani dei terroristi”. Insomma, si tratta di una mossa tattica per “richiamare” l’attenzione degli alleati occidentali, e magari ottenere da loro un sistema difensivo a un miglior prezzo, al tempo stesso facilitando la normalizzazione dei rapporti con Mosca, oppure del segnale di una nuova direzione strategica. Acquisire il sistema S-400 vorrebbe dire per Erdogan aprire la porta di relazioni militari di lungo termine con Mosca, ma anche diventarne dipendente. I russi stessi sembrano scettici rispetto al reale interesse turco per il sistema S-400 e si chiedono se la membership Nato di Ankara stia davvero vacillando, se davvero abbia più interessi strategici e geopolitici in comune con Mosca che con l’Occidente. Quali che siano le reali intenzioni di Erdogan, l’esistenza stessa della trattativa provoca più di un mal di testa alla Nato. Aggiungere alle attuali tensioni con l’Unione europea un ulteriore dissidio sul sistema S-400, potrebbe aprire seriamente il dibattito sulla permanenza della Turchia nell’alleanza.
Tra le varie ferite aperte, nulla infastidisce i turchi come l’alleanza di Washington con i curdi siriani in funzione anti-Isis. La recente visita del segretario di Stato Usa Rex Tillerson ad Ankara sembra si sia conclusa con un nulla di fatto, senza aver appianato nessuna delle fondamentali divergenze che stanno affondando le relazioni tra i due alleati Nato, che sembrano sempre più in “rotta di collisione”, ha osservato il WSJ. Negli incontri con il presidente Erdogan, il primo ministro Yildirim e il ministro degli affari esteri Cavusoglu, Tillerson avrebbe confermato i piani per la conquista di Raqqa, la capitale Isis in Siria, ma anche la collaborazione con le Forze democratiche siriane (SDF), dominate dalle milizie curde siriane delle YPG (“unità di protezione popolare”), ala militare del partito curdo dell’Unione Democratica (PYD), che Ankara ritiene essere ramificazione siriana del PKK. E mentre il PKK è considerato un gruppo terroristico sia da Ankara che dall’Ue e dagli Usa, solo i turchi considerano terroristi anche i miliziani delle YPG. Dal Dipartimento di Stato assicurano di “tener conto delle preoccupazioni turche”, ma anziché arrestarsi, con Trump è incrementato il sostegno militare Usa alle operazioni delle YPG. “Abbiamo discusso le opzioni disponibili. Sono opzioni difficili. Sarò molto franco, non è facile, ci sono scelte difficili che devono essere fatte”, ha avvertito Tillerson nella conferenza stampa congiunta con Cavusoglu. “Il PYD è l’estensione del regime di Assad e Assad significa Iran”, ricordano ad Ankara. Erdogan si aspettava un “reset” dall’amministrazione Trump ed è rimasto molto deluso, ma per ora sembra mordersi la lingua e voler evitare attacchi come quelli riservati agli europei, così come da Washington si evitano commenti sulla repressione e la deriva autoritaria in Turchia.
Quali dunque, secondo lo storico Victor Davis Hanson, le opzioni sul tavolo del presidente Trump per affrontare l'”Idra a tre teste” in Medio Oriente? 1) turarsi il naso e allearsi con Russia e Iran (e Assad ed Hezbollah) per distruggere innanzitutto l’Isis, e affrontare solo in un secondo momento gli altri due avversari (sul modello dell’alleanza con Stalin per sconfiggere Hitler); 2) lavorare con il “meno peggio”, la Russia di Putin (sul modello dell’apertura di Kissinger alla Cina di Mao per allontanarla dall’Urss); 3) tenersi fuori e lasciare che si indeboliscano tra di loro, ma al prezzo di continuare a perdere influenza nella regione, di una crisi umanitaria e un afflusso di profughi che può destabilizzare l’Europa.
La prima opzione, ma solo dopo il 2014, è quella timidamente e confusamente perseguita dall’amministrazione Obama, ma che ha lasciato troppo campo libero a Mosca e Teheran. La seconda opzione sembra quella di cui l’amministrazione Trump ha intenzione di “testare” la percorribilità, ma presuppone di recuperare il rapporto con Erdogan e che la Russia sia disposta a voltare le spalle al regime degli ayatollah, rinunciando all’asse che sta tentando di costruire con Teheran e Ankara per accrescere la sua influenza in Medio Oriente. Significherebbe convincere Putin che avere ai suoi confini un’ulteriore potenza nucleare, l’Iran, non è nei suoi interessi, quindi a sganciarsi dagli iraniani in Siria e smettere di vendere loro sistemi d’arma, e convincerlo a lavorare alla “stabilità” regionale con Washington, Israele e i regimi sunniti moderati. Insomma, a cambiare il sistema d’alleanze in Medio Oriente.
Nel gettare le basi di un nuovo approccio con Mosca e della sua politica in Medio Oriente, il primo passo dell’amministrazione Trump quindi è “testare” l’alleanza Russia-Iran, cercare di capire in che misura, e a che prezzo, Putin sarebbe pronto a porre fine alla sua collaborazione con la Repubblica islamica e a cooperare con gli Stati Uniti per contenere l’espansionismo iraniano in Siria e in Medio Oriente, innanzitutto impedendogli di diventare una potenza nucleare. In questa direzione vanno tutti gli attuali sforzi diplomatici dell’amministrazione Usa.
Ma cosa potrebbe offrire Trump in cambio? E’ evidente che abbandonare qualsiasi progetto di ulteriore allargamento della Nato (e dell’Ue) verso est, ridurre la presenza militare nei Paesi Nato confinanti con la Russia, cancellare le sanzioni imposte per l’annessione della Crimea, sono tutte contropartite gradite a Mosca, mentre il presidente Trump si è detto interessato ad un nuovo accordo con la Russia sul controllo degli armamenti. Secondo Matthew McInnis, ex analista DIA e ora all’American Enterprise Institute, citato da Eli Lake su Bloomberg View, “non c’è modo per cacciare gli iraniani dalla Siria”, ma è un obiettivo realistico “ridurre l’influenza e la presenza iraniana”, il che significa che la Russia “concordi nel sostenere la ricostruzione di un esercito siriano che non sia sotto l’influenza di Teheran e delle sue milizie estere”, gli Hezbollah.
Pochi giorni fa l’ambasciatore Usa all’Onu Nikki Haley ha spiegato che per risolvere la crisi siriana la testa di Assad non è più una condizione pregiudiziale per gli Stati Uniti (“la nostra priorità non è più focalizzata sui modi per cacciare Assad”, ha dichiarato all’AP). Ora la priorità dell’amministrazione, ha aggiunto, è lavorare con Turchia e Russia (non menzionato l’Iran…) per trovare una soluzione di lungo termine in Siria, piuttosto che restare fissata sulla sorte di Assad, il cui futuro di lungo periodo “sarà deciso dal popolo siriano”, ha precisato il segretario di Stato Tillerson. Un’apertura, insomma, a una soluzione di compromesso che garantisca gli interessi e l’influenza di Ankara e Mosca in Siria (ma non di Teheran). A conferma della svolta lo stop degli aiuti alle milizie siriane anti-Assad per concentrarli sulle SDF, che combattono l’Isis e avanzano verso Raqqa. Alla luce di questi sviluppi a Washington, è difficile spiegare i motivi che avrebbero indotto Assad all’attacco “chimico” su Idlib, facendo così tornare all’attenzione internazionale i suoi crimini e la sua impresentabilità, tanto da suscitare la ferma condanna della Casa Bianca (“brutali azioni di Assad” che “non possono essere ignorate”). “Su Russia e Iran gravano grandi responsabilità morali”, ha ammonito il segretario di Stato Tillerson.
Ma un’intesa con la Russia di Putin sarebbe più presentabile di quella di Obama con l’Iran? Sarebbe arduo per il presidente Trump convincere il Congresso dell’utilità di una simile intesa, proprio oggi che sono in corso indagini sulle interferenze russe nelle elezioni presidenziali americane e sui presunti legami tra il team Trump e il governo di Mosca.
La sensazione però, è che mentre continuano a rafforzare con una certa ostentazione l’asse con Teheran, sia Putin che Erdogan stiano aspettando dall’amministrazione Trump la proposta di un accordo più ampio rispetto ai singoli motivi di frizione con gli Usa. Gli Stati Uniti non possono pensare di contenere le ambizioni egemoniche degli ayatollah sulla regione, e assicurarsi un Iran non-nucleare, senza portare Russia e Turchia dalla loro parte, rompendo così un asse che minaccia letteralmente di scalzare la decennale influenza americana in Medio Oriente. Di sicuro, Trump non ha creato l'”Idra a tre teste”, l’ha ereditata dai suoi predecessori, ma ora ha di fronte solo “cattive opzioni” e la meno peggio presuppone un accordo, non scontato e costoso, con due governi autoritari.
Tuesday, February 28, 2017
Puppet o fuffa?
No, l'annunciato aumento del budget della difesa, e dell'arsenale nucleare Usa, da parte del presidente Trump, non è piaciuto a Mosca. Non l'hanno presa affatto bene.
"Se Washington vuole veramente la superiorità in campo nucleare, il mondo tornerà alla guerra fredda, con il rischio di una catastrofe globale", ha avvertito il presidente della Commissione Affari esteri della Duma Slutsky, che ha insistito sulla necessità di mantenere "il principio della parità nucleare". Il "dominio di una sola potenza" sarebbe "inaccettabile". La Russia reagirà a un aumento della spesa militare negli Stati Uniti, ha avvertito sempre Slutsky.
O Putin ha sbagliato puppet o era tutta fuffa propagandistica...
E proprio oggi la Russia (insieme alla Cina) ha dovuto porre il veto in Consiglio di sicurezza Onu su una risoluzione Usa-Gb-Francia contro il regime di Assad per l'uso di armi chimiche. "Scelta indifendibile", ha commentato l'ambasciatore Usa Nikki Haley. La Haley ha detto anche che Washington sanzionerà persone e gruppi citati nella risoluzione e lavorerà con i partner europei per imporre sanzioni al di fuori dell'ambito Onu.
"Se Washington vuole veramente la superiorità in campo nucleare, il mondo tornerà alla guerra fredda, con il rischio di una catastrofe globale", ha avvertito il presidente della Commissione Affari esteri della Duma Slutsky, che ha insistito sulla necessità di mantenere "il principio della parità nucleare". Il "dominio di una sola potenza" sarebbe "inaccettabile". La Russia reagirà a un aumento della spesa militare negli Stati Uniti, ha avvertito sempre Slutsky.
O Putin ha sbagliato puppet o era tutta fuffa propagandistica...
E proprio oggi la Russia (insieme alla Cina) ha dovuto porre il veto in Consiglio di sicurezza Onu su una risoluzione Usa-Gb-Francia contro il regime di Assad per l'uso di armi chimiche. "Scelta indifendibile", ha commentato l'ambasciatore Usa Nikki Haley. La Haley ha detto anche che Washington sanzionerà persone e gruppi citati nella risoluzione e lavorerà con i partner europei per imporre sanzioni al di fuori dell'ambito Onu.
Tuesday, January 17, 2017
Trump, sfida a Cina e Russia e rilancio dell'Anglosfera
Pubblicato su Ofcs Report
L'amministrazione Trump pronta ad aprire un confronto a tutto campo tra potenze per tentare di ricucire la tela sfilacciata dell'ordine mondiale
L’amministrazione Trump appare pronta a usare ogni possibile leva per ridefinire i rapporti di forza nelle relazioni degli Stati Uniti con i suoi due più importanti rivali strategici globali: la Cina e la Russia.
Quando mancano due giorni all’Inauguration Day, tv e giornali continuano a sfornare dossier e fake news. Il tutto nonostante la cerimonia di insediamento formale di Donald Trump alla Casa Bianca sia alle porte e il presidente eletto e le figure di spicco della sua amministrazione abbiano messo molta carne al fuoco.
Dall’inizio, il problema nella comprensione del fenomeno Trump – per citare le parole di un arguto osservatore – è che i suoi detrattori, in testa i media tradizionali, lo hanno preso alla lettera ma non sul serio. D’altro canto gran parte degli elettori americani non l’ha preso alla lettera ma l’ha preso molto molto sul serio. Ed è così che occorrerebbe iniziare a prendere Trump e la sua amministrazione, anziché continuare a tratteggiarne caricature.
In due interviste del presidente eletto, al Wall Street Journal e al Times, e nelle confirmation hearings del segretario di stato, del segretario alla difesa e del direttore della Cia davanti alle commissioni competenti del Senato, sono emerse indicazioni importanti per capire il nuovo corso alla Casa Bianca. Si cominciano a intravedere i pilastri della nuova politica estera Usa. Ridefinire i rapporti con i suoi due più importanti rivali strategici globali, la Cina e la Russia, ritenuti squilibrati a danno degli interessi americani. E, approfittando della Brexit, rilanciare la relazione speciale con il Regno Unito, che troverà nel mercato americano uno sbocco da 5-600 miliardi di dollari di consumi esteri annui, grazie all’accordo commerciale che Trump ha assicurato voler concludere “molto rapidamente” con la premier britannica Theresa May, che incontrerà già in primavera.
Se l’Isis è la minaccia numero uno semplicemente da annientare, Cina e Russia sono i grandi attori che in questi anni, inseguendo le loro ambizioni e approfittando dell’assenza di leadership americana, stanno sfidando (e quindi destabilizzando) l’ordine mondiale post-bellico per forzarne a proprio vantaggio gli equilibri. Prima che la situazione sfugga di mano, ammesso che non sia già troppo tardi, occorre un negoziato a tutto campo per ricucire la tela sfilacciata dell’ordine mondiale, se non per provare a tesserne una nuova. E l’Europa? Nella grande partita a scacchi che sta per aprirsi tra Washington (e Londra), Mosca e Pechino, rischia l’irrilevanza politica. Ma per parlare con l’Ue – ormai un “veicolo della Germania” l’ha definita Trump – almeno un telefono da chiamare c’è e sta a Berlino.
Nella sua audizione in Senato il futuro segretario di stato Rex Tillerson ha chiarito di non essere un fan di Vladimir Putin. In sintonia con il suo presidente, anche Tillerson auspica migliori relazioni con la Russia, ma non ad ogni costo. “Se la Russia cerca rispetto e rilevanza sulla scena globale, le sue recenti attività sono in contrasto con gli interessi degli Stati Uniti”. Ha definito “illegali” l’annessione della Crimea e l’invasione dell’est dell’Ucraina da parte russa, “inaccettabile” l’azione militare condotta su Aleppo. E ancora, si è detto favorevole al Magnitsky Act, che sanziona agenti russi coinvolti in violazioni dei diritti umani. La Russia di Putin non rispetta i diritti umani e lo stato di diritto, è quindi un avversario dell’America “a livello ideologico”, “i nostri sistemi di valori sono fortemente diversi”. Stati Uniti e Russia “probabilmente non saranno mai amici”. Parole che possono sorprendere solo chi ingenuamente e semplicisticamente aveva bollato Tillerson come uno zerbino di Putin solo perché a capo della Exxon ha siglato importanti accordi in Russia ed è stato insignito dal presidente russo dell’Ordine dell’Amicizia.
Il punto è che se oggi Putin può vantare i maggiori successi geopolitici e militari russi da decenni, è solo grazie “all’assenza di leadership americana” negli ultimi anni. E’ durante gli otto anni di Obama alla Casa Bianca infatti che Putin si è preso la Crimea e minaccia mezza Ucraina e i Paesi baltici. Inoltre dopo la Siria (in asse con l’Iran), sta per mettere le mani sulla Libia con il generale Haftar, in asse con l’Egitto. La risposta dell’amministrazione Obama è stata “debole”, lasciando spazio e coraggio alla Russia sia in Ucraina che in Siria. Tillerson avrebbe suggerito a Kiev di “impiegare tutte le sue risorse militari per rafforzare le difese dei suoi confini orientali” e a Stati Uniti e Nato di fornire “sorveglianza aerea e intelligence”. Questo avrebbe avvertito la Russia che non sarebbe potuta andare oltre la Crimea perché avrebbe rischiato un “confronto militare diretto con gli Usa”. La Russia, ha spiegato, “ha bisogno di vedere una risposta forte prima di considerare un passo indietro”. Per Tillerson le sanzioni imposte da Obama hanno invece mostrato “debolezza, non forza”, agli occhi di Mosca. Sono un’arma spuntata per tre motivi: danneggiano anche le imprese americane; non sono quasi mai adottate da abbastanza paesi; e hanno aiutato a rafforzare Putin sul fronte interno.
“La Russia oggi rappresenta un pericolo e i nostri alleati nella Nato hanno ragione di essere allarmati” da questa “resurgent” Russia, è l’analisi di Tillerson, ma per fortuna non è un attore imprevedibile. “La Russia cerca un posto al tavolo dove i temi globali vengono discussi – spiega il futuro segretario di stato – Credono che gli spetti un adeguato ruolo nell’ordine mondiale dal momento che sono una potenza nucleare. Per la maggior parte degli oltre vent’anni dalla caduta dell’Urss non sono stati nella posizione di riaffermare il loro ruolo. Hanno passato tutti questi anni sviluppando la capacità per riuscirci – continua – Ora ciò cui stiamo assistendo è un’affermazione da parte loro al fine di ‘forzare’ un confronto sul ruolo della Russia nell’ordine mondiale. Quindi le azioni intraprese sono volte a ribadire che la Russia è qui, la Russia conta, è una forza con cui bisogna trattare. E’ una linea d’azione abbastanza prevedibile quella che stanno seguendo”.
Quindi Tillerson suggerisce un dialogo franco e aperto con la Russia riguardo le sue ambizioni, anche “per capire come tracciare la nostra linea d’azione”. Dialogo che a volte porterà ad una partnership, per esempio nel combattere il terrorismo islamico. Per la nuova amministrazione Usa infatti la sconfitta dell’Isis è la priorità, come ribadito dal presidente Trump anche nell’intervista al Times. In altri casi, tuttavia, gli Stati Uniti dovranno assumere forti iniziative quando gli interessi russi contrastano con quelli americani. Come in Ucraina.
L’approccio dell’ex ceo di Exxon, come quello di Trump, è chiaramente quello del negoziatore d’affari. Non sono ideologi, sono pragmatici. “Deal with the real”… identificare le aree dove il dare-avere è possibile, le posizioni negoziali iniziali e le alternative, e le linee rosse da far rispettare. Insomma, un processo negoziale fondato su una linea chiara, sostenuta dalla determinazione ad usare la forza. Proprio tutto ciò che con la Russia, dalla crisi ucraina a quella siriana, l’amministrazione Obama non ha voluto/saputo fare.
In tale analisi si inserisce il tema delle sanzioni contro Mosca. Nonostante il suo scetticismo su questo strumento di pressione, Tillerson è favorevole a mantenerle, almeno “fino a quando Washington non svilupperà ulteriormente la sua linea nei confronti della Russia. Lascerei le cose allo status quo – ha affermato – così potremmo indirizzarle in qualsiasi modo”. Anche il presidente Trump, al Wall Street Journal, ha detto di voler mantenere le sanzioni contro Mosca “almeno per un periodo di tempo”. Ovvio, è un bastone che c’è già, e non per volontà di questa amministrazione, perché mai privarsene come arma negoziale? Trump ha spiegato che potrebbe revocarle “se davvero la Russia ci aiuterà”, se si dimostrerà collaborativa nel combattere i terroristi e perseguire obiettivi importanti per gli Stati Uniti. “Vediamo se riusciamo a fare qualche buon accordo con la Russia”, ha spiegato nell’intervista al Times, lasciando quindi intravedere a Mosca la carota della revoca, ma non senza contropartite concrete: un accordo sulla riduzione delle armi nucleari è quanto ha evocato, per esempio, per iniziare col piede giusto. Ma nemmeno Trump si fa illusioni sul presidente russo. “Inizio confidando in entrambi”, ha detto su Putin e Merkel sempre al Times, ma ha anche aggiunto: “Vediamo quanto dura… potrebbe non durare a lungo”.
La nuova amministrazione Usa tenterà quindi di trovare un nuovo equilibrio con la Russia, ma tutti hanno ben presenti le linee rosse da non oltrepassare e nessuno ha intenzione di vendere l’anima a Putin. Non nascerà forse la migliore delle amicizie, ma può essere l’inizio di una relazione più realistica, più prevedibile, di un nuovo equilibrio che può convenire a entrambi.
Ben più duro è apparso l’approccio dell’amministrazione Trump nei confronti di Pechino. D’altra parte, la Russia è una potenza energetica e militare, ma quanto a ricchezza e leadership globale, la vera competizione del XXI secolo è quella tra Stati Uniti e Cina. Mettere in discussione la politica di una “sola Cina”, in vigore dal 1972, cioè dall’inizio del processo di normalizzazione delle relazioni tra Washington e Pechino, equivale infatti ad agitare un grosso bastone. Al WSJ Trump ha spiegato che non intende impegnarsi nella politica di “una sola Cina” finché non vedrà progressi da parte di Pechino nella sua politica monetaria e nelle sue pratiche commerciali, che il presidente eletto ritiene scorrette e manipolatorie. E’ quello il punto, costringere i cinesi ad aprire un nuovo negoziato sul commercio. Non è più accettabile per l’America di Trump un deficit commerciale di circa 360 miliardi di dollari. E in ballo per Pechino ci sono esportazioni per un valore di quasi 500 miliardi. Con Pechino “tutto è oggetto di negoziato, inclusa la politica di una sola Cina”, ha detto Trump al WSJ. Parole che suonano come una sorta di reset, di una tabula rasa nei rapporti Usa-Cina. Non era una gaffe quindi la telefonata di congratulazioni avuta dal presidente eletto con la presidente di Taiwan all’indomani del voto di novembre, che ha irritato Pechino proprio perché interpretata come segnale di rottura dalla politica di “una sola Cina”.
E nella sua audizione in Senato il futuro segretario di stato Tillerson ha rincarato la dose, paragonando all’annessione della Crimea da parte russa le attività della Cina sulle isole che ha “costruito” e militarizzato in un’area del Mar cinese meridionale, da anni oggetto di dispute territoriali: “Costruire isole e trasformarle in una risorsa militare è simile all’annessione russa della Crimea. È prendere territori altrui e reclamarli come propri”. Qualcosa quindi di illegale: “Dovremo mandare alla Cina un segnale chiaro, prima di tutto che fermi la costruzione di isole, poi che il suo accesso a queste isole non verrà consentito”. Di fatto ponendo le basi per un confronto militare. “La Cina – ha aggiunto – non è stata un partner affidabile, perché non ha usato tutta la sua influenza per mettere a freno la Corea del Nord” nel suo programma nucleare. “Pechino ha dimostrato solo un’incrollabile volontà di perseguire i suoi disegni strategici mettendosi a volte in contrasto con gli interessi statunitensi. Dovremo affrontare la realtà per quella che è e non per quella che vorremmo che fosse”, ha concluso Tillerson. Deal with the real…
Nel suo recente libro “World Order” (2014), Henry Kissinger sostiene che il mondo è in una pericolosa condizione sull’orlo dell’anarchia internazionale. Due dei quattro scenari da cui a suo avviso può svilupparsi un conflitto su larga scala sono il deterioramento delle relazioni Cina-Stati Uniti e una rottura Russia-Occidente. Proprio per questo è innanzitutto tra Stati Uniti, Cina e Russia (sì, ancora loro, le nazioni) che deve riprendere la ricerca di nuove regole, nuovi equilibri, nuove legittimità. Insomma, o un nuovo ordine mondiale o un caos distruttivo.
L'amministrazione Trump pronta ad aprire un confronto a tutto campo tra potenze per tentare di ricucire la tela sfilacciata dell'ordine mondiale
L’amministrazione Trump appare pronta a usare ogni possibile leva per ridefinire i rapporti di forza nelle relazioni degli Stati Uniti con i suoi due più importanti rivali strategici globali: la Cina e la Russia.
Quando mancano due giorni all’Inauguration Day, tv e giornali continuano a sfornare dossier e fake news. Il tutto nonostante la cerimonia di insediamento formale di Donald Trump alla Casa Bianca sia alle porte e il presidente eletto e le figure di spicco della sua amministrazione abbiano messo molta carne al fuoco.
Dall’inizio, il problema nella comprensione del fenomeno Trump – per citare le parole di un arguto osservatore – è che i suoi detrattori, in testa i media tradizionali, lo hanno preso alla lettera ma non sul serio. D’altro canto gran parte degli elettori americani non l’ha preso alla lettera ma l’ha preso molto molto sul serio. Ed è così che occorrerebbe iniziare a prendere Trump e la sua amministrazione, anziché continuare a tratteggiarne caricature.
In due interviste del presidente eletto, al Wall Street Journal e al Times, e nelle confirmation hearings del segretario di stato, del segretario alla difesa e del direttore della Cia davanti alle commissioni competenti del Senato, sono emerse indicazioni importanti per capire il nuovo corso alla Casa Bianca. Si cominciano a intravedere i pilastri della nuova politica estera Usa. Ridefinire i rapporti con i suoi due più importanti rivali strategici globali, la Cina e la Russia, ritenuti squilibrati a danno degli interessi americani. E, approfittando della Brexit, rilanciare la relazione speciale con il Regno Unito, che troverà nel mercato americano uno sbocco da 5-600 miliardi di dollari di consumi esteri annui, grazie all’accordo commerciale che Trump ha assicurato voler concludere “molto rapidamente” con la premier britannica Theresa May, che incontrerà già in primavera.
Se l’Isis è la minaccia numero uno semplicemente da annientare, Cina e Russia sono i grandi attori che in questi anni, inseguendo le loro ambizioni e approfittando dell’assenza di leadership americana, stanno sfidando (e quindi destabilizzando) l’ordine mondiale post-bellico per forzarne a proprio vantaggio gli equilibri. Prima che la situazione sfugga di mano, ammesso che non sia già troppo tardi, occorre un negoziato a tutto campo per ricucire la tela sfilacciata dell’ordine mondiale, se non per provare a tesserne una nuova. E l’Europa? Nella grande partita a scacchi che sta per aprirsi tra Washington (e Londra), Mosca e Pechino, rischia l’irrilevanza politica. Ma per parlare con l’Ue – ormai un “veicolo della Germania” l’ha definita Trump – almeno un telefono da chiamare c’è e sta a Berlino.
Nella sua audizione in Senato il futuro segretario di stato Rex Tillerson ha chiarito di non essere un fan di Vladimir Putin. In sintonia con il suo presidente, anche Tillerson auspica migliori relazioni con la Russia, ma non ad ogni costo. “Se la Russia cerca rispetto e rilevanza sulla scena globale, le sue recenti attività sono in contrasto con gli interessi degli Stati Uniti”. Ha definito “illegali” l’annessione della Crimea e l’invasione dell’est dell’Ucraina da parte russa, “inaccettabile” l’azione militare condotta su Aleppo. E ancora, si è detto favorevole al Magnitsky Act, che sanziona agenti russi coinvolti in violazioni dei diritti umani. La Russia di Putin non rispetta i diritti umani e lo stato di diritto, è quindi un avversario dell’America “a livello ideologico”, “i nostri sistemi di valori sono fortemente diversi”. Stati Uniti e Russia “probabilmente non saranno mai amici”. Parole che possono sorprendere solo chi ingenuamente e semplicisticamente aveva bollato Tillerson come uno zerbino di Putin solo perché a capo della Exxon ha siglato importanti accordi in Russia ed è stato insignito dal presidente russo dell’Ordine dell’Amicizia.
Il punto è che se oggi Putin può vantare i maggiori successi geopolitici e militari russi da decenni, è solo grazie “all’assenza di leadership americana” negli ultimi anni. E’ durante gli otto anni di Obama alla Casa Bianca infatti che Putin si è preso la Crimea e minaccia mezza Ucraina e i Paesi baltici. Inoltre dopo la Siria (in asse con l’Iran), sta per mettere le mani sulla Libia con il generale Haftar, in asse con l’Egitto. La risposta dell’amministrazione Obama è stata “debole”, lasciando spazio e coraggio alla Russia sia in Ucraina che in Siria. Tillerson avrebbe suggerito a Kiev di “impiegare tutte le sue risorse militari per rafforzare le difese dei suoi confini orientali” e a Stati Uniti e Nato di fornire “sorveglianza aerea e intelligence”. Questo avrebbe avvertito la Russia che non sarebbe potuta andare oltre la Crimea perché avrebbe rischiato un “confronto militare diretto con gli Usa”. La Russia, ha spiegato, “ha bisogno di vedere una risposta forte prima di considerare un passo indietro”. Per Tillerson le sanzioni imposte da Obama hanno invece mostrato “debolezza, non forza”, agli occhi di Mosca. Sono un’arma spuntata per tre motivi: danneggiano anche le imprese americane; non sono quasi mai adottate da abbastanza paesi; e hanno aiutato a rafforzare Putin sul fronte interno.
“La Russia oggi rappresenta un pericolo e i nostri alleati nella Nato hanno ragione di essere allarmati” da questa “resurgent” Russia, è l’analisi di Tillerson, ma per fortuna non è un attore imprevedibile. “La Russia cerca un posto al tavolo dove i temi globali vengono discussi – spiega il futuro segretario di stato – Credono che gli spetti un adeguato ruolo nell’ordine mondiale dal momento che sono una potenza nucleare. Per la maggior parte degli oltre vent’anni dalla caduta dell’Urss non sono stati nella posizione di riaffermare il loro ruolo. Hanno passato tutti questi anni sviluppando la capacità per riuscirci – continua – Ora ciò cui stiamo assistendo è un’affermazione da parte loro al fine di ‘forzare’ un confronto sul ruolo della Russia nell’ordine mondiale. Quindi le azioni intraprese sono volte a ribadire che la Russia è qui, la Russia conta, è una forza con cui bisogna trattare. E’ una linea d’azione abbastanza prevedibile quella che stanno seguendo”.
Quindi Tillerson suggerisce un dialogo franco e aperto con la Russia riguardo le sue ambizioni, anche “per capire come tracciare la nostra linea d’azione”. Dialogo che a volte porterà ad una partnership, per esempio nel combattere il terrorismo islamico. Per la nuova amministrazione Usa infatti la sconfitta dell’Isis è la priorità, come ribadito dal presidente Trump anche nell’intervista al Times. In altri casi, tuttavia, gli Stati Uniti dovranno assumere forti iniziative quando gli interessi russi contrastano con quelli americani. Come in Ucraina.
L’approccio dell’ex ceo di Exxon, come quello di Trump, è chiaramente quello del negoziatore d’affari. Non sono ideologi, sono pragmatici. “Deal with the real”… identificare le aree dove il dare-avere è possibile, le posizioni negoziali iniziali e le alternative, e le linee rosse da far rispettare. Insomma, un processo negoziale fondato su una linea chiara, sostenuta dalla determinazione ad usare la forza. Proprio tutto ciò che con la Russia, dalla crisi ucraina a quella siriana, l’amministrazione Obama non ha voluto/saputo fare.
In tale analisi si inserisce il tema delle sanzioni contro Mosca. Nonostante il suo scetticismo su questo strumento di pressione, Tillerson è favorevole a mantenerle, almeno “fino a quando Washington non svilupperà ulteriormente la sua linea nei confronti della Russia. Lascerei le cose allo status quo – ha affermato – così potremmo indirizzarle in qualsiasi modo”. Anche il presidente Trump, al Wall Street Journal, ha detto di voler mantenere le sanzioni contro Mosca “almeno per un periodo di tempo”. Ovvio, è un bastone che c’è già, e non per volontà di questa amministrazione, perché mai privarsene come arma negoziale? Trump ha spiegato che potrebbe revocarle “se davvero la Russia ci aiuterà”, se si dimostrerà collaborativa nel combattere i terroristi e perseguire obiettivi importanti per gli Stati Uniti. “Vediamo se riusciamo a fare qualche buon accordo con la Russia”, ha spiegato nell’intervista al Times, lasciando quindi intravedere a Mosca la carota della revoca, ma non senza contropartite concrete: un accordo sulla riduzione delle armi nucleari è quanto ha evocato, per esempio, per iniziare col piede giusto. Ma nemmeno Trump si fa illusioni sul presidente russo. “Inizio confidando in entrambi”, ha detto su Putin e Merkel sempre al Times, ma ha anche aggiunto: “Vediamo quanto dura… potrebbe non durare a lungo”.
La nuova amministrazione Usa tenterà quindi di trovare un nuovo equilibrio con la Russia, ma tutti hanno ben presenti le linee rosse da non oltrepassare e nessuno ha intenzione di vendere l’anima a Putin. Non nascerà forse la migliore delle amicizie, ma può essere l’inizio di una relazione più realistica, più prevedibile, di un nuovo equilibrio che può convenire a entrambi.
Ben più duro è apparso l’approccio dell’amministrazione Trump nei confronti di Pechino. D’altra parte, la Russia è una potenza energetica e militare, ma quanto a ricchezza e leadership globale, la vera competizione del XXI secolo è quella tra Stati Uniti e Cina. Mettere in discussione la politica di una “sola Cina”, in vigore dal 1972, cioè dall’inizio del processo di normalizzazione delle relazioni tra Washington e Pechino, equivale infatti ad agitare un grosso bastone. Al WSJ Trump ha spiegato che non intende impegnarsi nella politica di “una sola Cina” finché non vedrà progressi da parte di Pechino nella sua politica monetaria e nelle sue pratiche commerciali, che il presidente eletto ritiene scorrette e manipolatorie. E’ quello il punto, costringere i cinesi ad aprire un nuovo negoziato sul commercio. Non è più accettabile per l’America di Trump un deficit commerciale di circa 360 miliardi di dollari. E in ballo per Pechino ci sono esportazioni per un valore di quasi 500 miliardi. Con Pechino “tutto è oggetto di negoziato, inclusa la politica di una sola Cina”, ha detto Trump al WSJ. Parole che suonano come una sorta di reset, di una tabula rasa nei rapporti Usa-Cina. Non era una gaffe quindi la telefonata di congratulazioni avuta dal presidente eletto con la presidente di Taiwan all’indomani del voto di novembre, che ha irritato Pechino proprio perché interpretata come segnale di rottura dalla politica di “una sola Cina”.
E nella sua audizione in Senato il futuro segretario di stato Tillerson ha rincarato la dose, paragonando all’annessione della Crimea da parte russa le attività della Cina sulle isole che ha “costruito” e militarizzato in un’area del Mar cinese meridionale, da anni oggetto di dispute territoriali: “Costruire isole e trasformarle in una risorsa militare è simile all’annessione russa della Crimea. È prendere territori altrui e reclamarli come propri”. Qualcosa quindi di illegale: “Dovremo mandare alla Cina un segnale chiaro, prima di tutto che fermi la costruzione di isole, poi che il suo accesso a queste isole non verrà consentito”. Di fatto ponendo le basi per un confronto militare. “La Cina – ha aggiunto – non è stata un partner affidabile, perché non ha usato tutta la sua influenza per mettere a freno la Corea del Nord” nel suo programma nucleare. “Pechino ha dimostrato solo un’incrollabile volontà di perseguire i suoi disegni strategici mettendosi a volte in contrasto con gli interessi statunitensi. Dovremo affrontare la realtà per quella che è e non per quella che vorremmo che fosse”, ha concluso Tillerson. Deal with the real…
Nel suo recente libro “World Order” (2014), Henry Kissinger sostiene che il mondo è in una pericolosa condizione sull’orlo dell’anarchia internazionale. Due dei quattro scenari da cui a suo avviso può svilupparsi un conflitto su larga scala sono il deterioramento delle relazioni Cina-Stati Uniti e una rottura Russia-Occidente. Proprio per questo è innanzitutto tra Stati Uniti, Cina e Russia (sì, ancora loro, le nazioni) che deve riprendere la ricerca di nuove regole, nuovi equilibri, nuove legittimità. Insomma, o un nuovo ordine mondiale o un caos distruttivo.
Subscribe to:
Posts (Atom)









