Ha fatto bene il presidente del Consiglio non solo a ribadire la ferma condanna degli atti di intimidazione e aggressione subiti da Equitalia e dai suoi dipendenti, ma a manifestare anche fisicamente la sua vicinanza. Speriamo però che nei suoi richiami sulle «polemiche strumentali» e le «parole come pietre» non vi sia il tentativo di confondere le critiche, anche aspre, rivolte al governo e a Equitalia (ai suoi vertici naturalmente) con le nefandezze dei violenti. Perché se il concetto che si vuole far passare è "non criticate Equitalia perché altrimenti ci vanno di mezzo lavoratori incolpevoli", allora l'impressione è che più che tutelarli si voglia usarli come "scudi umani" dello Stato nel dibattito su pressione e repressione fiscale.
Purtroppo le parole che abbiamo ascoltato ieri dal premier Monti non lasciano ben sperare. «Se tutti pagassimo il dovuto, tutti pagheremmo meno e avremmo servizi pubblici migliori» è un'affermazione smentita dai fatti nei decenni, a cui gli italiani fanno bene a non credere più e che ripetere non rafforza certo la credibilità delle istituzioni e di chi è chiamato a riscuotere le tasse per conto dello Stato. L'affermazione andrebbe quindi capovolta: pagare meno per pagare tutti. Anche gli esperti dell'Fmi in missione in Italia, incontrati ieri da Monti, scrivono nel loro rapporto che «più sono elevate le aliquote più aumenta l'evasione», che quindi si combatte tagliando le tasse.
LEGGI TUTTO su L'Opinione
Showing posts with label equitalia. Show all posts
Showing posts with label equitalia. Show all posts
Friday, May 18, 2012
Wednesday, May 16, 2012
La giornata: Monti promosso a parole, rimandato nei fatti da Fmi
In Grecia sembra partita la corsa agli sportelli, la Spagna teme il contagio, mentre prosegue il pressing Ue per cercare di convincere i greci che il piano di austerità è il male minore possibile. Sembra che i greci, ormai in balìa dei demagoghi, vogliano la botte piena e la moglie ubriaca: non uscire dall'euro ma rinegoziare il piano di salvataggio. Non sono vittime di nessuno, non gli si chiede di eleggere un governo che piace a Bruxelles o a Berlino. Hanno in mano il loro destino, il che non significa però che le libere scelte non abbiano conseguenze anche severe. Ed è dovere dei vertici Ue non minacciare, ma chiarire cos'è in gioco. Democrazia è responsabilità.
Nel duello Merkel-Hollande, alle prime mosse, sembra che si giocherà parecchio sull'ambiguità del termine Eurobond: il presidente francese li evoca, ma quelli che avrebbe posto sul tavolo della cancelliera sono i project-bond, cioè non forme di condivisione del debito ma di finanziamento di opere infrastrutturali, su cui a Berlino sono più disponibili a trattare. Monti intanto si rivolge a Obama per completare l'accerchiamento keynesiano della Merkel che avrà luogo al G8.
In Italia intanto lo stesso presidente del Consiglio che era andato in Asia a dire che la crisi, quella del debito, era ormai «quasi superata», oggi avverte che «siamo ancora nel pieno della fase uno». E ci consola poco sapere che «se la crisi dovesse tracimare, l'Italia ha la coscienza pulita». Che ce ne facciamo della coscienza pulita?
Mentre Monti ed Equitalia sono ancora nel mirino degli anarchici, il premier oggi al Forum della PA ha ringraziato «tutti i dipendenti della pubblica amministrazione che in questa fase di forti tensioni affrontano particolari criticità e persino rischi per la loro incolumità». Se «certa insofferenza è giustificata», chi è chiamato «a funzioni impopolari» merita «rispetto da parte dei cittadini». Peccato non ci sia stato un altrettanto forte richiamo al rispetto dei cittadini da parte dei funzionari, ma pazienza.
Domani su tutti i giornali le conclusioni della missione del Fmi in Italia verranno annunciate con squilli di tromba, un trionfo per Monti. L'Italia «è sulla strada giusta e ha fatto progressi notevoli negli ultimi sei mesi», addirittura un «modello» nell'Ue, è il giudizio complessivo espresso da Reza Moghadam, direttore del Dipartimento europeo del Fmi, con Monti al suo fianco. I «semi della crescita» sono stati già piantati, rivendica il professore, e da sole le riforme porteranno 6 punti di Pil nei prossimi 5-7 anni. In realtà, cercando di andare oltre l'incoraggiamento e il supporto cordiale del Fondo al governo Monti, che appare senza alternative, sono più le ombre che le luci.
Nella relazione, oltre a confermare un calo del Pil nel 2012 del 2%, ben più delle previsioni governative, si evidenziano i molti fronti su cui si è avviato qualcosa ma non si è concluso ancora niente, e quelli in cui si è fatto addirittura l'opposto. Tra le altre cose, bocciati i tempi della separazione Snam-Eni, nulla sugli ordini professionali, punto interrogativo sulla riforma del lavoro, ma soprattutto il Fmi ricorda che il consolidamento dei conti va perseguito tagliando la spesa e abbassando le tasse, l'esatto contrario di quanto fatto finora da Monti, e che l'evasione fiscale si combatte tagliando le aliquote: «Più sono elevate le aliquote più aumenta l'evasione, c'è bisogno di un riequilibrio. I tagli delle tasse ridurranno l'evasione fiscale».
Nel duello Merkel-Hollande, alle prime mosse, sembra che si giocherà parecchio sull'ambiguità del termine Eurobond: il presidente francese li evoca, ma quelli che avrebbe posto sul tavolo della cancelliera sono i project-bond, cioè non forme di condivisione del debito ma di finanziamento di opere infrastrutturali, su cui a Berlino sono più disponibili a trattare. Monti intanto si rivolge a Obama per completare l'accerchiamento keynesiano della Merkel che avrà luogo al G8.
In Italia intanto lo stesso presidente del Consiglio che era andato in Asia a dire che la crisi, quella del debito, era ormai «quasi superata», oggi avverte che «siamo ancora nel pieno della fase uno». E ci consola poco sapere che «se la crisi dovesse tracimare, l'Italia ha la coscienza pulita». Che ce ne facciamo della coscienza pulita?
Mentre Monti ed Equitalia sono ancora nel mirino degli anarchici, il premier oggi al Forum della PA ha ringraziato «tutti i dipendenti della pubblica amministrazione che in questa fase di forti tensioni affrontano particolari criticità e persino rischi per la loro incolumità». Se «certa insofferenza è giustificata», chi è chiamato «a funzioni impopolari» merita «rispetto da parte dei cittadini». Peccato non ci sia stato un altrettanto forte richiamo al rispetto dei cittadini da parte dei funzionari, ma pazienza.
Domani su tutti i giornali le conclusioni della missione del Fmi in Italia verranno annunciate con squilli di tromba, un trionfo per Monti. L'Italia «è sulla strada giusta e ha fatto progressi notevoli negli ultimi sei mesi», addirittura un «modello» nell'Ue, è il giudizio complessivo espresso da Reza Moghadam, direttore del Dipartimento europeo del Fmi, con Monti al suo fianco. I «semi della crescita» sono stati già piantati, rivendica il professore, e da sole le riforme porteranno 6 punti di Pil nei prossimi 5-7 anni. In realtà, cercando di andare oltre l'incoraggiamento e il supporto cordiale del Fondo al governo Monti, che appare senza alternative, sono più le ombre che le luci.
Nella relazione, oltre a confermare un calo del Pil nel 2012 del 2%, ben più delle previsioni governative, si evidenziano i molti fronti su cui si è avviato qualcosa ma non si è concluso ancora niente, e quelli in cui si è fatto addirittura l'opposto. Tra le altre cose, bocciati i tempi della separazione Snam-Eni, nulla sugli ordini professionali, punto interrogativo sulla riforma del lavoro, ma soprattutto il Fmi ricorda che il consolidamento dei conti va perseguito tagliando la spesa e abbassando le tasse, l'esatto contrario di quanto fatto finora da Monti, e che l'evasione fiscale si combatte tagliando le aliquote: «Più sono elevate le aliquote più aumenta l'evasione, c'è bisogno di un riequilibrio. I tagli delle tasse ridurranno l'evasione fiscale».
Tuesday, May 15, 2012
Ecco dove sbagliano Befera ed Equitalia
La condanna degli atti di violenza e la solidarietà alle vittime sono unanimi da parte delle istituzioni e dei partiti, ma la copertura politica sembra essere improvvisamente venuta meno. Mai come in questi giorni Befera si è ritrovato quasi senza, dopo averne goduto in dosi persino eccessive fino a poche settimane fa. Tutti condannano le violenze, ma tutti (o quasi) riconoscono il disagio e che qualcosa deve cambiare. Nel breve volgere di qualche settimana il dibattito si è spostato dalla spietata caccia all'evasore ai metodi illiberali di Equitalia.
La violenza è in ogni caso ingiustificabile, anche perché nel nostro Paese dissenso ed esasperazione si possono esprimere ancora liberamente, civilmente e politicamente. È anzi un dovere farlo in termini politici e nonviolenti. Equitalia non è nemmeno la causa principale dei mali fiscali che ci affliggono, che è politica, e come tale va combattuta politicamente. Una pressione fiscale ormai insopportabile, una normativa per la riscossione vessatoria e una lotta all'evasione condotta con metodi illiberali. Ma si tratta di aberrazioni la cui responsabilità principale risiede nella insaziabile voracità dello stato, quindi nei governi e nel legislatore. La linea di difesa di Equitalia però non convince del tutto: è vero che i funzionari del fisco sono chiamati a far rispettare le leggi, e che prendersela con loro significa mancare il bersaglio vero, che è lo Stato, ma nemmeno possono lavarsene le mani del tutto, uscirne come meri esecutori di ordini superiori.
Il direttore Befera ed Equitalia hanno le loro responsabilità, almeno tre:
LEGGI TUTTO su L'Opinione
La violenza è in ogni caso ingiustificabile, anche perché nel nostro Paese dissenso ed esasperazione si possono esprimere ancora liberamente, civilmente e politicamente. È anzi un dovere farlo in termini politici e nonviolenti. Equitalia non è nemmeno la causa principale dei mali fiscali che ci affliggono, che è politica, e come tale va combattuta politicamente. Una pressione fiscale ormai insopportabile, una normativa per la riscossione vessatoria e una lotta all'evasione condotta con metodi illiberali. Ma si tratta di aberrazioni la cui responsabilità principale risiede nella insaziabile voracità dello stato, quindi nei governi e nel legislatore. La linea di difesa di Equitalia però non convince del tutto: è vero che i funzionari del fisco sono chiamati a far rispettare le leggi, e che prendersela con loro significa mancare il bersaglio vero, che è lo Stato, ma nemmeno possono lavarsene le mani del tutto, uscirne come meri esecutori di ordini superiori.
Il direttore Befera ed Equitalia hanno le loro responsabilità, almeno tre:
LEGGI TUTTO su L'Opinione
Friday, May 11, 2012
La giornata: Equitalia sotto assedio e operazione bontà di Monti, 2 mld per mostrarsi più umano e social
Mentre come previsto fallisce anche il terzo tentativo di formare una coalizione e la Grecia si avvia verso nuove elezioni, dalla Germania si fanno sempre più minacciosi i toni nei confronti di Atene (ma anche di chi pensa di allargare i cordoni della borsa per stimolare la crescita). Nella speranza di indurre i greci a non buttare all'aria il piano di salvataggio, il rischio però è di ottenere l'effetto opposto. «Noi vogliamo che la Grecia resti nell'Eurozona. Ma lo deve volere anche Atene e rispettare i suoi impegni. Non possiamo forzare nessuno. L'Europa non affonda così facilmente», in caso di uscita della Grecia, ha detto il ministro tedesco delle finanze Schaeuble. Anche se il vice governatore della banca centrale svedese avverte che «non sarebbe indolore». E il ministro degli esteri tedesco Westervelle ha aggiunto: «Noi intendiamo mantenere le nostre promesse di aiuto. Ma questo significa che la Grecia deve varare le riforme che abbiamo concordato».
Peggiorano intanto le previsioni Ue sul Pil italiano, ma è giallo sulla necessità di una nuova manovra, e dal Cdm arrivano centinaia di milioni di euro a pioggia e nuove assunzioni. Non si tratta di «soldi freschi», come li chiamerebbe Bersani, ma di una riprogrammazione d'uso di fondi europei per il Sud già a bilancio: 2,3 miliardi in tutto. Un piano "anti-povertà" che domani permetterà ai giornali di esibirsi in uno spottone per migliorare l'immagine del governo, che finalmente pensa ai poveri.
Ma come ci pensa? Questi 2,3 miliardi vengono spesi per non si sa bene cosa: 845 milioni destinati a obiettivi di «inclusione sociale» (cura dell'infanzia 400 mln, degli anziani non auto-sufficienti 330, contro la dispersione scolastica 77, per progetti nel "privato sociale" 38); gli altri 1,5 miliardi per la crescita (iniziative per i giovani, sviluppo delle imprese, bandi commerciali, valorizzazione di aree di attrazione culturale e riduzione dei tempi della giustizia). Poi torna la tremontiana "social card" e si assumono 325 nuovi magistrati, vincitori di un concorso del 2009.
Monti ce la sta mettendo proprio tutta per dimostrare che non è affatto un "freddo", ma che il suo cuore si scalda per i poveri. Il rigore continuerà, ma c'era bisogno di un po' di «respirazione sociale e civile» (parole sue, giuro). Positivo che vengano re-impiegati soldi chissà come rimasti inutilizzati per troppo tempo, ma la sensazione è che siano stati malamente riassegnati, "a pioggia", in mille rivoli, senza individuare priorità, con il rischio che nemmeno stavolta arrivino a destinazione. Insomma, soprattutto un'"operazione bontà": 2 miliardi buttati al macero dal governo Monti per mostrarsi più umano e più "social", tanto poi la colpa che non ci sono soldi da spendere è della cattivona Merkel.
Ormai si moltiplicano le proteste, spesso purtroppo in forma violenta, contro Equitalia. Oggi un assedio a Napoli, un'aggressione a Milano, un allarme bomba a Roma e minacce a Viterbo. La società si difende: «Irresponsabile scaricare su di noi la colpa di gesti estremi e situazioni drammatica», anche se sono i suicidi stessi a «scaricarla»; e avverte che «il sensazionalismo alimenta la violenza», invitando quindi a «non spettacolarizzare» questi eventi tragici. Che detto da chi ha spettacolarizzato la lotta all'evasione... Ma lasciamo perdere. Le violenze sono in ogni caso ingiustificate, anche perché nel nostro Paese dissenso ed esasperazione si possono esprimere ancora liberamente, civilmente e politicamente.
C'è una linea di difesa di Equitalia che però non convince: esegue solo degli ordini? Sorvoliamo su ciò che richiama alla mente questa giustificazione, perché evocherebbe paragoni obiettivamente impropri e offensivi. E' ovvio che il problema è politico, del legislatore, dei governi, e che i funzionari del fisco applicano la legge. Dunque, prendersela con Equitalia significa mancare il bersaglio vero, che è lo Stato.
Tuttavia, Equitalia ha le sue responsabilità. Innanzitutto, risulta difficile credere che Befera non c'entri nulla con l'architettura repressiva, sul piano giuridico e organizzativo, che si è andata costruendo negli ultimi anni, in collaborazione con ministri del Tesoro di qualsiasi colore politico. E' noto che diversi strumenti normativi sono stati, e vengono tuttora, specificamente richiesti. Inoltre, vediamo che in troppi casi di richieste illegittime (come gli interessi sulle multe dichiarati dalla Cassazione «maggiorazioni non dovute»), Equitalia fa spallucce: bisogna prendersela con l'ente che esige il credito, loro sono meri esecutori della riscossione. Ecco, non esiste che il riscossore delle imposte per conto delle amministrazioni pubbliche non si preoccupi della legittimità delle somme, e degli interessi, che richiede. Questa irresponsabilità è venuta meno anche in giudizio, dal momento che i giudici hanno cominciato a sanzionare Equitalia per la sua negligenza.
Peggiorano intanto le previsioni Ue sul Pil italiano, ma è giallo sulla necessità di una nuova manovra, e dal Cdm arrivano centinaia di milioni di euro a pioggia e nuove assunzioni. Non si tratta di «soldi freschi», come li chiamerebbe Bersani, ma di una riprogrammazione d'uso di fondi europei per il Sud già a bilancio: 2,3 miliardi in tutto. Un piano "anti-povertà" che domani permetterà ai giornali di esibirsi in uno spottone per migliorare l'immagine del governo, che finalmente pensa ai poveri.
Ma come ci pensa? Questi 2,3 miliardi vengono spesi per non si sa bene cosa: 845 milioni destinati a obiettivi di «inclusione sociale» (cura dell'infanzia 400 mln, degli anziani non auto-sufficienti 330, contro la dispersione scolastica 77, per progetti nel "privato sociale" 38); gli altri 1,5 miliardi per la crescita (iniziative per i giovani, sviluppo delle imprese, bandi commerciali, valorizzazione di aree di attrazione culturale e riduzione dei tempi della giustizia). Poi torna la tremontiana "social card" e si assumono 325 nuovi magistrati, vincitori di un concorso del 2009.
Monti ce la sta mettendo proprio tutta per dimostrare che non è affatto un "freddo", ma che il suo cuore si scalda per i poveri. Il rigore continuerà, ma c'era bisogno di un po' di «respirazione sociale e civile» (parole sue, giuro). Positivo che vengano re-impiegati soldi chissà come rimasti inutilizzati per troppo tempo, ma la sensazione è che siano stati malamente riassegnati, "a pioggia", in mille rivoli, senza individuare priorità, con il rischio che nemmeno stavolta arrivino a destinazione. Insomma, soprattutto un'"operazione bontà": 2 miliardi buttati al macero dal governo Monti per mostrarsi più umano e più "social", tanto poi la colpa che non ci sono soldi da spendere è della cattivona Merkel.
Ormai si moltiplicano le proteste, spesso purtroppo in forma violenta, contro Equitalia. Oggi un assedio a Napoli, un'aggressione a Milano, un allarme bomba a Roma e minacce a Viterbo. La società si difende: «Irresponsabile scaricare su di noi la colpa di gesti estremi e situazioni drammatica», anche se sono i suicidi stessi a «scaricarla»; e avverte che «il sensazionalismo alimenta la violenza», invitando quindi a «non spettacolarizzare» questi eventi tragici. Che detto da chi ha spettacolarizzato la lotta all'evasione... Ma lasciamo perdere. Le violenze sono in ogni caso ingiustificate, anche perché nel nostro Paese dissenso ed esasperazione si possono esprimere ancora liberamente, civilmente e politicamente.
C'è una linea di difesa di Equitalia che però non convince: esegue solo degli ordini? Sorvoliamo su ciò che richiama alla mente questa giustificazione, perché evocherebbe paragoni obiettivamente impropri e offensivi. E' ovvio che il problema è politico, del legislatore, dei governi, e che i funzionari del fisco applicano la legge. Dunque, prendersela con Equitalia significa mancare il bersaglio vero, che è lo Stato.
Tuttavia, Equitalia ha le sue responsabilità. Innanzitutto, risulta difficile credere che Befera non c'entri nulla con l'architettura repressiva, sul piano giuridico e organizzativo, che si è andata costruendo negli ultimi anni, in collaborazione con ministri del Tesoro di qualsiasi colore politico. E' noto che diversi strumenti normativi sono stati, e vengono tuttora, specificamente richiesti. Inoltre, vediamo che in troppi casi di richieste illegittime (come gli interessi sulle multe dichiarati dalla Cassazione «maggiorazioni non dovute»), Equitalia fa spallucce: bisogna prendersela con l'ente che esige il credito, loro sono meri esecutori della riscossione. Ecco, non esiste che il riscossore delle imposte per conto delle amministrazioni pubbliche non si preoccupi della legittimità delle somme, e degli interessi, che richiede. Questa irresponsabilità è venuta meno anche in giudizio, dal momento che i giudici hanno cominciato a sanzionare Equitalia per la sua negligenza.
Wednesday, March 28, 2012
Equitalia non può lavarsene le mani
Anche su L'Opinione
Davvero Equitalia può far finta di niente se recapita cartelle esattoriali in cui si esigono interessi non dovuti? Può trincerarsi dietro al fatto che a determinare l'entità della somma sono gli enti locali? L'esattore pubblico può non curarsi della legittimità delle sue pretese, come qualsiasi picciotto mandato a riscuotere il pizzo? E' esattamente ciò che ha sostenuto davanti alle telecamere delle Iene, su Italia1, il presidente di Equitalia Attilio Befera.
Il caso è quello delle maggiorazioni nelle cartelle esattoriali originate da multe e sanzioni amministrative non pagate. Interessi del 10%, che scattano ogni semestre a partire dal mancato pagamento o dalla mancata opposizione alla sanzione entro i 60 giorni dalla notifica. Una sentenza della Corte di Cassazione del 16 luglio 2007, ma rimasta ben nascosta negli armadi pieni di scartoffie del Palazzaccio, ha dichiarato illegittimi tali interessi, stabilendo che va applicata «l'iscrizione a ruolo della sola metà del massimo edittale e non anche degli aumenti semestrali del 10%. Aumenti, pertanto, correttamente ritenuti non applicabili». Per 5 anni, tuttavia, i Comuni ed Equitalia hanno ignorato la sentenza e continuato a recapitare cartelle esattoriali con maggiorazioni a colpi del 10% ogni 6 mesi, quindi a incassare somme non dovute per milioni di euro. Finché un avvocato di Bari, Vito Franco, ha scovato quella sentenza e ha promosso migliaia di ricorsi, vincendoli.
Alle Iene Befera ha risposto che «Equitalia si occupa soltanto di riscuotere una cifra, che è quella indicata dal Comune». Come dire: noi facciamo quello che ci dicono di fare. «Siamo disponibilissimi a rinunciare a quella parte di compenso – ha aggiunto – purché il Comune ci mandi a riscuotere» la cifra legittima. Insomma, se il Comune sbaglia Equitalia non può farci niente, continuerà a mandare cartelle esattoriali nulle, in cui si pretendono interessi illegittimi. Ma è proprio così? Dalla giurisprudenza non si direbbe. Equitalia non si limita a riscuotere per altri. Sul totale, e in particolare sulle maggiorazioni applicate, ci guadagna. Dunque difficilmente può lavarsene le mani, se chiede e incassa per se stessa un compenso illegittimo.
Equitalia, così come l'ente locale per il quale agisce, rischia di incorrere nella «responsabilità aggravata» ai sensi dell'articolo 96 c.p.c., la cosiddetta "lite temeraria". Dottrina e giurisprudenza sembrano ormai ammettere l'applicabilità di questa norma al processo tributario. Il giudice può ravvisare la «responsabilità aggravata» se Equitalia resiste in giudizio, senza revocare la propria pretesa manifestamente illegittima, ma anche nel caso di atti cautelari o esecutivi emessi senza averne il diritto. E' sufficiente che abbia agito con «mala fede o con colpa grave», cioè nella consapevolezza dell'infondatezza della domanda, oppure nel difetto della normale diligenza per l'acquisizione di tale consapevolezza. Esigere interessi su una sanzione amministrativa nella consapevolezza che sono illegittimi per effetto di una sentenza della Cassazione di 5 anni prima sembra prefigurare proprio tale fattispecie. Di solito il giudice dispone la compensazione delle spese legali, ma il Tribunale di Roma, sezione di Ostia, con sentenza del 9 dicembre 2010 ha condannato Gerit Equitalia S.p.A. anche al pagamento di 25 mila euro a titolo di indennizzo, proprio ai sensi dell'art. 96, comma 3, c.p.c., ritenendo più grave la condotta pretestuosa dell'amministrazione finanziaria, che in quanto depositaria di una funzione pubblica dovrebbe a maggior ragione ispirarsi a criteri di correttezza, buona fede e diligenza.
Davvero Equitalia può far finta di niente se recapita cartelle esattoriali in cui si esigono interessi non dovuti? Può trincerarsi dietro al fatto che a determinare l'entità della somma sono gli enti locali? L'esattore pubblico può non curarsi della legittimità delle sue pretese, come qualsiasi picciotto mandato a riscuotere il pizzo? E' esattamente ciò che ha sostenuto davanti alle telecamere delle Iene, su Italia1, il presidente di Equitalia Attilio Befera.
Il caso è quello delle maggiorazioni nelle cartelle esattoriali originate da multe e sanzioni amministrative non pagate. Interessi del 10%, che scattano ogni semestre a partire dal mancato pagamento o dalla mancata opposizione alla sanzione entro i 60 giorni dalla notifica. Una sentenza della Corte di Cassazione del 16 luglio 2007, ma rimasta ben nascosta negli armadi pieni di scartoffie del Palazzaccio, ha dichiarato illegittimi tali interessi, stabilendo che va applicata «l'iscrizione a ruolo della sola metà del massimo edittale e non anche degli aumenti semestrali del 10%. Aumenti, pertanto, correttamente ritenuti non applicabili». Per 5 anni, tuttavia, i Comuni ed Equitalia hanno ignorato la sentenza e continuato a recapitare cartelle esattoriali con maggiorazioni a colpi del 10% ogni 6 mesi, quindi a incassare somme non dovute per milioni di euro. Finché un avvocato di Bari, Vito Franco, ha scovato quella sentenza e ha promosso migliaia di ricorsi, vincendoli.
Alle Iene Befera ha risposto che «Equitalia si occupa soltanto di riscuotere una cifra, che è quella indicata dal Comune». Come dire: noi facciamo quello che ci dicono di fare. «Siamo disponibilissimi a rinunciare a quella parte di compenso – ha aggiunto – purché il Comune ci mandi a riscuotere» la cifra legittima. Insomma, se il Comune sbaglia Equitalia non può farci niente, continuerà a mandare cartelle esattoriali nulle, in cui si pretendono interessi illegittimi. Ma è proprio così? Dalla giurisprudenza non si direbbe. Equitalia non si limita a riscuotere per altri. Sul totale, e in particolare sulle maggiorazioni applicate, ci guadagna. Dunque difficilmente può lavarsene le mani, se chiede e incassa per se stessa un compenso illegittimo.
Equitalia, così come l'ente locale per il quale agisce, rischia di incorrere nella «responsabilità aggravata» ai sensi dell'articolo 96 c.p.c., la cosiddetta "lite temeraria". Dottrina e giurisprudenza sembrano ormai ammettere l'applicabilità di questa norma al processo tributario. Il giudice può ravvisare la «responsabilità aggravata» se Equitalia resiste in giudizio, senza revocare la propria pretesa manifestamente illegittima, ma anche nel caso di atti cautelari o esecutivi emessi senza averne il diritto. E' sufficiente che abbia agito con «mala fede o con colpa grave», cioè nella consapevolezza dell'infondatezza della domanda, oppure nel difetto della normale diligenza per l'acquisizione di tale consapevolezza. Esigere interessi su una sanzione amministrativa nella consapevolezza che sono illegittimi per effetto di una sentenza della Cassazione di 5 anni prima sembra prefigurare proprio tale fattispecie. Di solito il giudice dispone la compensazione delle spese legali, ma il Tribunale di Roma, sezione di Ostia, con sentenza del 9 dicembre 2010 ha condannato Gerit Equitalia S.p.A. anche al pagamento di 25 mila euro a titolo di indennizzo, proprio ai sensi dell'art. 96, comma 3, c.p.c., ritenendo più grave la condotta pretestuosa dell'amministrazione finanziaria, che in quanto depositaria di una funzione pubblica dovrebbe a maggior ragione ispirarsi a criteri di correttezza, buona fede e diligenza.
Tuesday, January 03, 2012
Tirannia fiscale
Stamattina, quando ho letto sul Corriere della Sera il titolo dell'articolo di Dario Di Vico, ho davvero pensato/sperato che avesse usato un'espressione così forte («una vera campagna terroristica») per denunciare i livelli di pressione fiscale cui siamo arrivati e le armi di cui si è dotato il Fisco, che somiglia sempre più ad uno sceriffo di Nottingham e che fa più morti (per ora) degli anarchici. Invece no, si riferiva agli attentati contro Equitalia. Ho postato ugualmente la mia riflessione su Twitter (@jimmomo) e ne è nato un breve scambio di battute con Di Vico, che mi invitava a distinguere tra le bande armate e le policy sbagliate e a rileggere il suo fondo sul suicidio dell'imprenditore Schiavon.
Quando si tratta di buste esplosive o proiettili, la matrice anarchica, quindi eversiva, è indubbia. Non mi sorprenderei se invece dietro i diffusi atti, più simili al vandalismo, contro le sedi di Equitalia non vi fossero «bande armate», bensì gesti isolati dettati dall'esasperazione individuale. Ovviamente non sto giustificando alcun atto di violenza e intimidazione contro Equitalia. Tra l'altro, i mezzi sono patetici, perché oggi la tecnologia consente attacchi molto più efficaci, per bloccarne l'operatività, e "non violenti", senza nuocere all'incolumità di alcuno.
Semplicemente mi aspetterei dalla stampa articoli e denunce contro la tirannia fiscale in Italia, che sta strangolando l'economia ma anche distruggendo vite in carne e ossa. E che Equitalia non sia una società privata, ma statale, come si preoccupa di precisare oggi Di Vico, è un'aggravante certamente per gli attentatori, ma anche rispetto a certi suoi comportamenti persecutori. Un esempio illuminante della «campagna terroristica» del Fisco contro i cittadini è quanto avvenuto a Cortina fra il 30 e il 31 dicembre, quando 80 ispettori hanno rastrellato indiscriminatamente negozi e alberghi.
Un'azione più che altro dimostrativa, ma proprio per questo ancor più inquietante, perché rivela la natura ideologica ormai assunta dalla lotta all'evasione fiscale. Ieri, su Il Messaggero, usciva questa intervista ad Attilio Befera, direttore dell'Agenzia delle Entrate, il tipico delirio d'onnipotenza statalista, con tutti i presupposti dello Stato totalitario.
Dietro tutto questo si nasconde un inganno, e cioè che le tasse sottratte al Fisco siano sic et simpliciter risorse sottratte al Paese. Il che insinua un'equivalenza concettualmente sbagliata, inesistente, tra il Fisco, cioè lo Stato, e il cosiddetto "Paese", la comunità di uomini e donne che vivono sul territorio italiano. Le tasse sono ricchezza sottratta al Paese più di quanto lo sia l'evasione. C'è differenza tra lo Stato, inteso come la pluralità delle pubbliche amministrazioni, e il "Paese". Lo Stato non siamo "noi". Lo Stato è un gruppo identificabile di persone, più o meno rispettabili, chiamate - in democrazia legittimamente - ad amministrare la cosa pubblica. Un gruppo di persone che può e deve essere messo sul banco degli imputati dal momento in cui si mangia la metà e oltre della ricchezza del Paese, non rispetta il contratto con i cittadini e strangola le attività economiche.
Nonostante l'enorme ricchezza sottratta al Paese lo Stato offre servizi insoddisfacenti, anzi spesso dannosi, e rischia di trascinarci nella sua bancarotta. Questo dovrebbe essere il tema dibattuto fino alla noia in queste settimane. Purtroppo invece le martellanti campagne anti-casta e anti-evasione dei principali quotidiani italiani - anche di quelli della "borghesia" e del mondo produttivo - stanno funzionando come armi di distrazione di massa, come gazzette di Nottingham. Se nel primo articolo del 2012 Alesina e Giavazzi devono ripartire dall'abc - spiegando agli italiani che «demonizzare» la ricchezza è «pericoloso» - e se da almeno dieci anni scrivono le stesse cose e avanzano le stesse proposte, non è certo colpa loro. E' il segno dell'arretratezza italiana e del persistente analfabetismo economico degli italiani. Che vengono indotti ad accapigliarsi su chi deve pagare più tasse e su quali nuove tasse inventarci, a sfogarsi nella caccia all'evasore (guarda caso sempre il vicino di casa), e ad allontanarsi, invece, dal vero problema, che è lo Stato. I suicidi degli imprenditori sono una tragedia umana ma anche una denuncia politica non violenta, eppure vengono commentati come se fossero dei fatti di cronaca. In Italia di tasse e di fisco - non di crisi economica - si muore.
Quando si tratta di buste esplosive o proiettili, la matrice anarchica, quindi eversiva, è indubbia. Non mi sorprenderei se invece dietro i diffusi atti, più simili al vandalismo, contro le sedi di Equitalia non vi fossero «bande armate», bensì gesti isolati dettati dall'esasperazione individuale. Ovviamente non sto giustificando alcun atto di violenza e intimidazione contro Equitalia. Tra l'altro, i mezzi sono patetici, perché oggi la tecnologia consente attacchi molto più efficaci, per bloccarne l'operatività, e "non violenti", senza nuocere all'incolumità di alcuno.
Semplicemente mi aspetterei dalla stampa articoli e denunce contro la tirannia fiscale in Italia, che sta strangolando l'economia ma anche distruggendo vite in carne e ossa. E che Equitalia non sia una società privata, ma statale, come si preoccupa di precisare oggi Di Vico, è un'aggravante certamente per gli attentatori, ma anche rispetto a certi suoi comportamenti persecutori. Un esempio illuminante della «campagna terroristica» del Fisco contro i cittadini è quanto avvenuto a Cortina fra il 30 e il 31 dicembre, quando 80 ispettori hanno rastrellato indiscriminatamente negozi e alberghi.
Un'azione più che altro dimostrativa, ma proprio per questo ancor più inquietante, perché rivela la natura ideologica ormai assunta dalla lotta all'evasione fiscale. Ieri, su Il Messaggero, usciva questa intervista ad Attilio Befera, direttore dell'Agenzia delle Entrate, il tipico delirio d'onnipotenza statalista, con tutti i presupposti dello Stato totalitario.
Dietro tutto questo si nasconde un inganno, e cioè che le tasse sottratte al Fisco siano sic et simpliciter risorse sottratte al Paese. Il che insinua un'equivalenza concettualmente sbagliata, inesistente, tra il Fisco, cioè lo Stato, e il cosiddetto "Paese", la comunità di uomini e donne che vivono sul territorio italiano. Le tasse sono ricchezza sottratta al Paese più di quanto lo sia l'evasione. C'è differenza tra lo Stato, inteso come la pluralità delle pubbliche amministrazioni, e il "Paese". Lo Stato non siamo "noi". Lo Stato è un gruppo identificabile di persone, più o meno rispettabili, chiamate - in democrazia legittimamente - ad amministrare la cosa pubblica. Un gruppo di persone che può e deve essere messo sul banco degli imputati dal momento in cui si mangia la metà e oltre della ricchezza del Paese, non rispetta il contratto con i cittadini e strangola le attività economiche.
Nonostante l'enorme ricchezza sottratta al Paese lo Stato offre servizi insoddisfacenti, anzi spesso dannosi, e rischia di trascinarci nella sua bancarotta. Questo dovrebbe essere il tema dibattuto fino alla noia in queste settimane. Purtroppo invece le martellanti campagne anti-casta e anti-evasione dei principali quotidiani italiani - anche di quelli della "borghesia" e del mondo produttivo - stanno funzionando come armi di distrazione di massa, come gazzette di Nottingham. Se nel primo articolo del 2012 Alesina e Giavazzi devono ripartire dall'abc - spiegando agli italiani che «demonizzare» la ricchezza è «pericoloso» - e se da almeno dieci anni scrivono le stesse cose e avanzano le stesse proposte, non è certo colpa loro. E' il segno dell'arretratezza italiana e del persistente analfabetismo economico degli italiani. Che vengono indotti ad accapigliarsi su chi deve pagare più tasse e su quali nuove tasse inventarci, a sfogarsi nella caccia all'evasore (guarda caso sempre il vicino di casa), e ad allontanarsi, invece, dal vero problema, che è lo Stato. I suicidi degli imprenditori sono una tragedia umana ma anche una denuncia politica non violenta, eppure vengono commentati come se fossero dei fatti di cronaca. In Italia di tasse e di fisco - non di crisi economica - si muore.
Tuesday, December 13, 2011
Curare un obeso ad abbuffate
Anche su Notapolitica
Viviamo in uno strano Paese, dove alla crisi del debito sovrano nella zona euro si risponde non tagliando la spesa e abbattendo il nostro debito con dismissioni di patrimonio pubblico, ma aumentando le tasse. Se il riequilibrio dei conti pubblici dal 2010 al 2014, cioè l'azzeramento del deficit, si realizza - lo certifica la Corte dei Conti - «in una prospettiva di ulteriore aumento del livello di intermediazione del bilancio pubblico», cioè «nonostante un ulteriore aumento del livello della spesa pubblica (più di 45 miliardi)», evidentemente l'obiettivo non è far dimagrire lo Stato, ma "salvarlo" così obeso come lo conosciamo. E infatti la bizzarra terapia sembra consistere in ricorrenti abbuffate di tasse.
Ma non deve sorprendere, perché è lo stesso Paese nel quale gli organi di stampa espressione della borghesia e del mondo industriale - come Corriere della Sera, Sole24Ore, Radio24 - da anni, e con più vigore in questi giorni, sono concentrati prioritariamente sulle campagne, per lo più demagogiche, contro la "casta" dei politici e contro l'evasione fiscale. Così Sergio Rizzo, sul Corriere, denuncia che l'evasione si è quintuplicata negli ultimi trent'anni, dimenticandosi però di ricordare che negli stessi trent'anni la pressione fiscale si è decuplicata. Non è strano che in Italia, anziché attaccare l'elevata imposizione fiscale, il "business" metta le sue bocche da fuoco mediatiche a disposizione dello Stato per la caccia all'evasore? Se avessero profuso altrettante energie nel condannare la spesa pubblica e l'insopportabile livello della tassazione, forse oggi sarebbe stata più forte e consapevole la pressione dell'opinione pubblica in tal senso.
Finché permarrà, invece, un approccio moralistico e ideologico ai fenomeni economici e sociali, non sconfiggeremo né l'evasione fiscale né la mafia. Solo chi è troppo accecato dal populismo e imbevuto di cultura statalista, infatti, non riesce a vedere che l'evasione fiscale in Italia è un fenomeno così di massa, così diffuso e capillare, che non può avere una spiegazione soltanto delinquenziale, o peggio antropologica (lo scarso senso civico degli italiani), ma probabilmente è alimentato da un istinto di autodifesa nei confronti di uno Stato-padrone e da ineludibili necessità economiche: a certi costi le attività produttive risultano semplicemente insostenibili. E il paradosso è che unirsi alla caccia all'evasore significa aiutare lo Stato ad intermediare quote sempre maggiori di ricchezza (non rubata, ma fino a prova contraria prodotta lavorando onestamente), in definitiva quindi aiutare proprio la "casta" degli odiati politici ad aumentare il loro potere sui cittadini. Allo stesso modo, bisogna molto laicamente riconoscere che ai livelli attuali di pressione fiscale, sprechi e inefficienze, in alcune aree del Paese le organizzazioni criminali sono più competitive dello Stato, perché meno costose e più efficienti nel controllo del territorio.
Come provano da una parte l'inarrestabile corsa della pressione fiscale negli ultimi trent'anni e dall'altra la vera e propria "Stasi" tributaria che sta prendendo forma, prima con il giustizialismo del "solve et repete" (prima si paga, poi si contesta) e i poteri sempre più invasivi di Equitalia, ora con la definitiva caduta del segreto bancario, la risposta italiana alla crisi è la socialistizzazione a tappe forzate della ricchezza che sempre meno la società è in grado di produrre. Purtroppo il rischio concreto, nel 2012, è che il Paese si trovi stretto in una morsa recessiva letale: la lotta all'evasione che con il suo armamentario di sequestri, ipoteche e pignoramenti potrebbe provocare fallimenti a catena di piccole-medie imprese, con le ricadute che possiamo immaginare sull'occupazione; e la patrimoniale da 53 miliardi sulla casa che potrebbe causare una drastica contrazione dei consumi e/o un netto calo del valore degli immobili, se dovesse innescarsi una crisi dei mutui o un'ondata di vendite da parte dei proprietari pensionati.
Stavolta non mi trovo d'accordo con Luca Ricolfi, per il quale per tagliare la spesa bisogna prima studiare dove e come. A mio modesto avviso l'ordine dei fattori dovrebbe essere invertito: solo i tagli, anche se lineari, obbligano a "studiare". Come dimostra la nostra storia fiscale, se aspettiamo di avere i «piani operativi pronti» non taglieremo mai nulla. E' solo affamando la bestia che le si può imporre di dimagrire.
Viviamo in uno strano Paese, dove alla crisi del debito sovrano nella zona euro si risponde non tagliando la spesa e abbattendo il nostro debito con dismissioni di patrimonio pubblico, ma aumentando le tasse. Se il riequilibrio dei conti pubblici dal 2010 al 2014, cioè l'azzeramento del deficit, si realizza - lo certifica la Corte dei Conti - «in una prospettiva di ulteriore aumento del livello di intermediazione del bilancio pubblico», cioè «nonostante un ulteriore aumento del livello della spesa pubblica (più di 45 miliardi)», evidentemente l'obiettivo non è far dimagrire lo Stato, ma "salvarlo" così obeso come lo conosciamo. E infatti la bizzarra terapia sembra consistere in ricorrenti abbuffate di tasse.
Ma non deve sorprendere, perché è lo stesso Paese nel quale gli organi di stampa espressione della borghesia e del mondo industriale - come Corriere della Sera, Sole24Ore, Radio24 - da anni, e con più vigore in questi giorni, sono concentrati prioritariamente sulle campagne, per lo più demagogiche, contro la "casta" dei politici e contro l'evasione fiscale. Così Sergio Rizzo, sul Corriere, denuncia che l'evasione si è quintuplicata negli ultimi trent'anni, dimenticandosi però di ricordare che negli stessi trent'anni la pressione fiscale si è decuplicata. Non è strano che in Italia, anziché attaccare l'elevata imposizione fiscale, il "business" metta le sue bocche da fuoco mediatiche a disposizione dello Stato per la caccia all'evasore? Se avessero profuso altrettante energie nel condannare la spesa pubblica e l'insopportabile livello della tassazione, forse oggi sarebbe stata più forte e consapevole la pressione dell'opinione pubblica in tal senso.
Finché permarrà, invece, un approccio moralistico e ideologico ai fenomeni economici e sociali, non sconfiggeremo né l'evasione fiscale né la mafia. Solo chi è troppo accecato dal populismo e imbevuto di cultura statalista, infatti, non riesce a vedere che l'evasione fiscale in Italia è un fenomeno così di massa, così diffuso e capillare, che non può avere una spiegazione soltanto delinquenziale, o peggio antropologica (lo scarso senso civico degli italiani), ma probabilmente è alimentato da un istinto di autodifesa nei confronti di uno Stato-padrone e da ineludibili necessità economiche: a certi costi le attività produttive risultano semplicemente insostenibili. E il paradosso è che unirsi alla caccia all'evasore significa aiutare lo Stato ad intermediare quote sempre maggiori di ricchezza (non rubata, ma fino a prova contraria prodotta lavorando onestamente), in definitiva quindi aiutare proprio la "casta" degli odiati politici ad aumentare il loro potere sui cittadini. Allo stesso modo, bisogna molto laicamente riconoscere che ai livelli attuali di pressione fiscale, sprechi e inefficienze, in alcune aree del Paese le organizzazioni criminali sono più competitive dello Stato, perché meno costose e più efficienti nel controllo del territorio.
Come provano da una parte l'inarrestabile corsa della pressione fiscale negli ultimi trent'anni e dall'altra la vera e propria "Stasi" tributaria che sta prendendo forma, prima con il giustizialismo del "solve et repete" (prima si paga, poi si contesta) e i poteri sempre più invasivi di Equitalia, ora con la definitiva caduta del segreto bancario, la risposta italiana alla crisi è la socialistizzazione a tappe forzate della ricchezza che sempre meno la società è in grado di produrre. Purtroppo il rischio concreto, nel 2012, è che il Paese si trovi stretto in una morsa recessiva letale: la lotta all'evasione che con il suo armamentario di sequestri, ipoteche e pignoramenti potrebbe provocare fallimenti a catena di piccole-medie imprese, con le ricadute che possiamo immaginare sull'occupazione; e la patrimoniale da 53 miliardi sulla casa che potrebbe causare una drastica contrazione dei consumi e/o un netto calo del valore degli immobili, se dovesse innescarsi una crisi dei mutui o un'ondata di vendite da parte dei proprietari pensionati.
Stavolta non mi trovo d'accordo con Luca Ricolfi, per il quale per tagliare la spesa bisogna prima studiare dove e come. A mio modesto avviso l'ordine dei fattori dovrebbe essere invertito: solo i tagli, anche se lineari, obbligano a "studiare". Come dimostra la nostra storia fiscale, se aspettiamo di avere i «piani operativi pronti» non taglieremo mai nulla. E' solo affamando la bestia che le si può imporre di dimagrire.
Monday, June 20, 2011
Basta lucrare su Roma
Molti cittadini romani, lavorando nei ministeri (molti ci lavorano sul serio), immaginiamo siano contenti di vedere qualcuno ergersi a difesa dell'onore della "Capitale". Ebbene, devono sapere però che si tratta di pura demagogia sulla loro pelle. Si trattasse di un dibattito serio sulla suggestione della capitale "reticolare", come sembra credere Formigoni, magari si comincerebbe a parlare del trasferimento della Consob e dell'Antitrust a Milano. Invece, siamo alla pura demagogia. Questa telenovela dei ministeri è umiliante per il Nord, anche per gli elettori leghisti, cui scommetto che non può fregare di meno di avere qualche finto ministero; ma è umiliante anche per Roma, che vede Alemanno e Polverini lucrare visibilità su un'ipotesi che sanno bene essere irrealistica, approfittando del momento di caos nel Pdl e nella maggioranza. Si agitano, sgomitano, sia per farsi posto nel partito, sia per celare dietro la difesa della romanità le loro incapacità di governo della città e della Regione Lazio. E mentre si azzuffano sul nulla con i leghisti, nel frattempo in città si tollerano gli espropri comunisti.
Tra l'altro, nella lista delle richieste leghiste uscita da Pontida, una vera e propria agenda dei prossimi 180 giorni di governo, con scadenze precise, non c'è il trasferimento dei ministeri, che Bossi ha invece citato en passant nel suo discorso. Non si parla neanche di ritiro dalla missione libica, ma si chiede una generica «riduzione dei contingenti impegnati all'estero». Il che è possibile, e anzi auspicabile per quanto riguarda l'inutile, ipocrita e anche pericolosa missione in Libano. E' assurdo che proprio nel momento in cui le richieste leghiste si concentrano sulla riforma fiscale, sulla fine delle misure "vessatorie" di Equitalia («una cosa vergognosa che neanche la sinistra aveva fatto», ha ammonito Bossi) - e quindi per la prima volta il pressing su Tremonti è anche leghista - nel Pdl ci sia chi preferisce polemizzare e alzare la tensione sui ministeri al Nord, invece di incalzare la Lega sui tagli ai costi della politica e se non sull'abolizione, almeno su una drastica riduzione delle province.
Tra l'altro, nella lista delle richieste leghiste uscita da Pontida, una vera e propria agenda dei prossimi 180 giorni di governo, con scadenze precise, non c'è il trasferimento dei ministeri, che Bossi ha invece citato en passant nel suo discorso. Non si parla neanche di ritiro dalla missione libica, ma si chiede una generica «riduzione dei contingenti impegnati all'estero». Il che è possibile, e anzi auspicabile per quanto riguarda l'inutile, ipocrita e anche pericolosa missione in Libano. E' assurdo che proprio nel momento in cui le richieste leghiste si concentrano sulla riforma fiscale, sulla fine delle misure "vessatorie" di Equitalia («una cosa vergognosa che neanche la sinistra aveva fatto», ha ammonito Bossi) - e quindi per la prima volta il pressing su Tremonti è anche leghista - nel Pdl ci sia chi preferisce polemizzare e alzare la tensione sui ministeri al Nord, invece di incalzare la Lega sui tagli ai costi della politica e se non sull'abolizione, almeno su una drastica riduzione delle province.
Subscribe to:
Posts (Atom)







