Anche su L'Opinione
C'è un piccolo paradosso nella rielezione di Obama: la sua vittoria è sì netta nei numeri, ma molto meno di quattro anni fa. Eppure, è incomparabilmente più epocale. Quattro anni fa l'evento era il primo presidente di colore nella storia degli Usa. "Esperimento" eccitante, che ha sedotto molti elettori moderati e centristi, portandolo alla Casa Bianca sull'onda di uno spirito bipartisan. Logorato da quattro duri anni di presidenza, in cui è uscito fuori il suo lato più ideologico, Obama ha perso molti di quei voti (in totale ne ha presi quasi 10 milioni in meno del 2008). Ma proprio per questo la sua è una vittoria di portata storica, perché di (e da) sinistra (niente a che vedere con la "terza via" clintoniana), e perché indice di mutamenti strutturali, profondissimi nella composizione e nella mentalità dell'elettorato americano, demograficamente molto diverso da quello del 2004 e più spostato a sinistra. E' Obama ad aver cambiato connotati all'America, o è lui stesso il prodotto di tale cambiamento? Probabilmente entrambe le cose insieme.
Una rielezione nonostante dati macroeconomici così avversi, soprattutto la disoccupazione all'8%, fa riflettere sul reale peso dell'economia nelle scelte dell'elettorato. L'economia conta, certo, ma forse in modo diverso che in passato. Da un lato chi ha perso il lavoro può contare su sussidi più generosi e chi sta per perderlo sul salvataggio della sua industria, come in Ohio; dall'altro, tra no tax area e detrazioni molti americani non avvertono il peso del fisco, quindi sono meno preoccupati dei costi del welfare, della sanità pubblica, di cui vedono solo il lato "rassicurante" e umano. E' un approccio ai temi economici più "europeo", più orientato alle protezioni sociali che non al dinamismo tipico dell'economia americana. E senz'altro le variazioni demografiche – l'incidenza sul voto di afroamericani e ispanici, più inclini all'assistenzialismo – e le politiche obamiane stanno contribuendo alla diffusione di questo modo "europeo" di guardare all'economia.
Temi quali l'immigrazione, l'aborto, le unioni gay, sono stati decisivi in negativo per Romney, l'hanno reso invotabile anche da parte di elettori sull'economia critici nei confronti di Obama, perché il GOP resta drammaticamente arretrato su questi temi, ormai chiave per far breccia su elettorati determinanti. Obama ha infatti surclassato Romney oltre che nel voto femminile (+12 punti) e in quello degli afroamericani (+87), anche nel voto di ispanici (+40) e asiatici (+49), persino più di McCain (distanziato rispettivamente di 36 e di 27 punti), mentre ha mantenuto un ampio margine nel voto dei giovani (24 punti contro i 34 del 2008).
La forza di Obama, grazie al colore della sua pelle, sta nell'aver dato rappresentanza a una parte di America che fino ad oggi era rimasta divisa (troppo distanti tra loro giovani liberal, afroamericani e ispanici) e lontana dalle urne e che oggi, invece, si è risvegliata unita e maggioritaria nel paese.
Ma sarebbe sbagliato mettere sotto processo Romney. Nel voto popolare ha recuperato molto (da -7,3% a -2,3%) e ha strappato a Obama North Carolina e Indiana. Non era il candidato perfetto, probabilmente non ha scaldato i cuori e le menti della Right Nation, ma se ci fosse riuscito avrebbe perso troppi voti moderati e centristi, che invece ha in parte recuperato. Il tipico dramma della coperta troppo corta, insomma. Una sfida tremenda che ha di fronte tutto il GOP: come rappresentare la Right Nation e allo stesso tempo aprirsi su temi quali l'immigrazione e i diritti civili?
Da oggi, insomma, l'America è un po' meno "eccezionale". Da altri quattro anni di Obama alla Casa Bianca possiamo aspettarci la prosecuzione a tappe forzate del processo di "europeizzazione" degli Stati Uniti, una svolta storica.
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Thursday, November 08, 2012
Wednesday, November 07, 2012
Benvenuti in Eumerica
Qualche flash "grezzo" sulla rielezione di Obama:
1) Vittoria netta, sia nei collegi elettorali (332 a 206) che nel voto popolare (50,3% a 48,1%), ma con margini inferiori rispetto al 2008, quando finì 365 a 173 e 52,9% a 45,7%. Il presidente ha vinto largamente perché alla fine si è aggiudicato tutti gli stati-chiave, ma i distacchi sono stati minimi e il testa-a-testa è durato fino a notte inoltrata (49,8-49,3 in Florida, 50,8-47,8 in Virginia, 50,1-48,2 in Ohio, 50,7-47 in Colorado). Romney ha recuperato molto rispetto a McCain, riducendo il distacco soprattutto nel voto popolare da -7,3% a circa un -2%, e strappando a Obama due stati - North Carolina e Indiana - ma non abbastanza da impedirgli la rielezione. Va detto però che con dati macroeconomici così avversi, soprattutto quello sulla disoccupazione all'8%, la vittoria di Obama è piena e ha il sapore della grande impresa.
2) Sarebbe sbagliato mettere sotto processo Romney. Che non era certo il candidato perfetto, lo sapevamo. Probabilmente non ha scaldato i cuori e le menti della Right Nation, ma se ci fosse riuscito, a quel punto avrebbe perso troppi voti moderati e centristi, che invece a mio avviso ha recuperato, e il risultato sarebbe stato uguale se non peggiore. Il solito dramma della coperta troppo corta, insomma. Si è rivelato comunque tosto, "presidenziale", ha dato il massimo, ha messo paura ad Obama e reso la sfida aperta fino all'ultimo.
3) Nei sondaggi della vigilia c'è un prima e un dopo Sandy. Sia gli istituti più favorevoli a Romney che quelli pro-Obama avevano registrato una cospicua rimonta dello sfidante a partire dal primo dibattito tv di Denver. Gallup e Rasmussen erano arrivati ad attribuire a Romney un 5-6% di vantaggio su Obama nel voto popolare, e gli altri una sostanziale parità. Solo l'uragano sembra aver stoppato il "momentum" di Romney.
4) Va preso in considerazione il peso dei media, schierati come mai prima forse nella storia americana, e in modo virulento, dalla parte di Obama: quale altro presidente in carica avrebbe avuto la stessa "copertura", in una fase delicatissima della campagna elettorale, sul disastro di incompetenze che ha portato all'uccisione dell'ambasciatore Stevens a Bengasi? A quale altro presidente sarebbe stato "perdonato"?
5) Meno netta nei numeri rispetto a quattro anni fa, la vittoria di oggi di Obama è però più strutturale, di portata storica, perché indica mutamenti profondissimi nella composizione e nella mentalità dell'elettorato americano, molto diverso da quello del 2004: ma è Obama ad aver cambiato connotati all'America, o lui stesso è il prodotto di questo cambiamento? La sua forza, grazie al suo carisma, nonostante in parte logorato dai quattro duri anni di presidenza, è aver dato rappresentanza a una parte di America, che fino ad oggi era rimasta divisa (ceti sociali ed etnie troppo distanti tra di loro) e lontana dalle urne, che oggi si risveglia maggioritaria nel paese. E' un'America più "europea", dove la cultura latina comincia a pesare, per la quale l'economia conta ma in termini di protezione sociale e non di dinamismo. Mentre nel 2008 l'"esperimento" Obama aveva attratto molti voti moderati e centristi, ed era arrivato alla Casa Bianca sull'onda di uno spirito bipartisan, quella di ieri è stata una vittoria di (e da) sinistra, resa possibile dalla mobilitazione di un elettorato di sinistra. Niente a che vedere, insomma, con la "terza via" di Clinton.
6) Non solo sull'economia, non solo con un occhio al portafogli hanno votato gli americani. Temi quali l'immigrazione, l'aborto, i gay, sono stati decisivi in negativo per Romney, l'hanno reso invotabile anche da parte di elettori che sull'economia probabilmente bocciano o criticano Obama. Il GOP resta drammaticamente arretrato su questi temi, che sono chiave per far breccia su elettorati ormai decisivi come gli ispanici e le donne.
7) Da oggi, insomma, l'America è un po' meno "eccezionale", un po' più simile all'Europa. E con altri quattro anni di Obama proseguirà a tappe forzate il processo di "europeizzazione" degli Stati Uniti.
1) Vittoria netta, sia nei collegi elettorali (332 a 206) che nel voto popolare (50,3% a 48,1%), ma con margini inferiori rispetto al 2008, quando finì 365 a 173 e 52,9% a 45,7%. Il presidente ha vinto largamente perché alla fine si è aggiudicato tutti gli stati-chiave, ma i distacchi sono stati minimi e il testa-a-testa è durato fino a notte inoltrata (49,8-49,3 in Florida, 50,8-47,8 in Virginia, 50,1-48,2 in Ohio, 50,7-47 in Colorado). Romney ha recuperato molto rispetto a McCain, riducendo il distacco soprattutto nel voto popolare da -7,3% a circa un -2%, e strappando a Obama due stati - North Carolina e Indiana - ma non abbastanza da impedirgli la rielezione. Va detto però che con dati macroeconomici così avversi, soprattutto quello sulla disoccupazione all'8%, la vittoria di Obama è piena e ha il sapore della grande impresa.
2) Sarebbe sbagliato mettere sotto processo Romney. Che non era certo il candidato perfetto, lo sapevamo. Probabilmente non ha scaldato i cuori e le menti della Right Nation, ma se ci fosse riuscito, a quel punto avrebbe perso troppi voti moderati e centristi, che invece a mio avviso ha recuperato, e il risultato sarebbe stato uguale se non peggiore. Il solito dramma della coperta troppo corta, insomma. Si è rivelato comunque tosto, "presidenziale", ha dato il massimo, ha messo paura ad Obama e reso la sfida aperta fino all'ultimo.
3) Nei sondaggi della vigilia c'è un prima e un dopo Sandy. Sia gli istituti più favorevoli a Romney che quelli pro-Obama avevano registrato una cospicua rimonta dello sfidante a partire dal primo dibattito tv di Denver. Gallup e Rasmussen erano arrivati ad attribuire a Romney un 5-6% di vantaggio su Obama nel voto popolare, e gli altri una sostanziale parità. Solo l'uragano sembra aver stoppato il "momentum" di Romney.
4) Va preso in considerazione il peso dei media, schierati come mai prima forse nella storia americana, e in modo virulento, dalla parte di Obama: quale altro presidente in carica avrebbe avuto la stessa "copertura", in una fase delicatissima della campagna elettorale, sul disastro di incompetenze che ha portato all'uccisione dell'ambasciatore Stevens a Bengasi? A quale altro presidente sarebbe stato "perdonato"?
5) Meno netta nei numeri rispetto a quattro anni fa, la vittoria di oggi di Obama è però più strutturale, di portata storica, perché indica mutamenti profondissimi nella composizione e nella mentalità dell'elettorato americano, molto diverso da quello del 2004: ma è Obama ad aver cambiato connotati all'America, o lui stesso è il prodotto di questo cambiamento? La sua forza, grazie al suo carisma, nonostante in parte logorato dai quattro duri anni di presidenza, è aver dato rappresentanza a una parte di America, che fino ad oggi era rimasta divisa (ceti sociali ed etnie troppo distanti tra di loro) e lontana dalle urne, che oggi si risveglia maggioritaria nel paese. E' un'America più "europea", dove la cultura latina comincia a pesare, per la quale l'economia conta ma in termini di protezione sociale e non di dinamismo. Mentre nel 2008 l'"esperimento" Obama aveva attratto molti voti moderati e centristi, ed era arrivato alla Casa Bianca sull'onda di uno spirito bipartisan, quella di ieri è stata una vittoria di (e da) sinistra, resa possibile dalla mobilitazione di un elettorato di sinistra. Niente a che vedere, insomma, con la "terza via" di Clinton.
6) Non solo sull'economia, non solo con un occhio al portafogli hanno votato gli americani. Temi quali l'immigrazione, l'aborto, i gay, sono stati decisivi in negativo per Romney, l'hanno reso invotabile anche da parte di elettori che sull'economia probabilmente bocciano o criticano Obama. Il GOP resta drammaticamente arretrato su questi temi, che sono chiave per far breccia su elettorati ormai decisivi come gli ispanici e le donne.
7) Da oggi, insomma, l'America è un po' meno "eccezionale", un po' più simile all'Europa. E con altri quattro anni di Obama proseguirà a tappe forzate il processo di "europeizzazione" degli Stati Uniti.
Friday, April 23, 2010
Appunti da oltremanica
Dal secondo dibattito tra i candidati premier in Gran Bretagna che si è tenuto ieri sera i nostri politici dovrebbero solo che prendere appunti. E riflettere silenziosamente. Interessante, infatti, l'approccio, condiviso e pragmatico, sulla base del quale si è svolta la discussione in particolare su due temi. Sull'immigrazione (caro Fini...) l'impianto da cui le posizioni dei tre non si discostano di molto sembra una variante spinta del leghismo nostrano. Il premier uscente laburista Gordon Brown si vanta di aver ridotto il numero degli ingressi e boccia senz'appello la proposta del liberal-democratico Nick Clegg di regolarizzare i clandestini: «Avviare un'amnistia per gli immigrati irregolari sarebbe un errore perché incoraggerebbe la gente a venire in questo Paese pensando che a un certo punto ne legalizzeremmo la presenza. Non costituirebbe un deterrente e farebbe sì che sempre più gente venga illegalmente nel nostro Paese».
Ma non è tutto qui. Il premier ha rivendicato il successo del «sistema a punti» avviato dal suo governo, che secondo le statistiche ha invertito il trend relativo all'ingresso degli immigrati: «La nostra politica mira a controllare e gestire l'immigrazione. Per farlo abbiamo istituito un sistema a punti. **Nessun lavoratore non specializzato proveniente da fuori l'Unione europea può entrare nel nostro Paese. E stiamo gradualmente riducendo il numero di specializzazioni per le quali abbiamo bisogno di persone che vengono da fuori, così che cuochi o operatori sociali in futuro non verranno dall'estero ma saranno addestrati in Gran Bretagna**».
Qui da noi il governo «a trazione» dei cattivi leghisti si limita a chiedere che chi entra nel nostro Paese abbia un lavoro. In Gran Bretagna fanno entrare solo chi ha le specifiche professionalità indicate dal governo. E comunque, ci sarà un giro di vite, in modo da tornare ad avere cittadini di Sua Maestà come operatori sociali e cuochi (da quest'ultimi God Save Us!). Naturalmente anche il leader tory David Cameron è contro la sanatoria e per di più rispetto a Brown, pur premettendo che i lavoratori stranieri «sono una risorsa, per cui vanno accolti e assistiti», lui addirittura chiede di porre un «tetto» prefissato al numero di immigrati da accogliere, a prescindere dalla loro specializzazione. Oltre alla sanatoria Clegg propone di "trasferire" gli immigrati verso le aree del Paese che hanno più bisogno di forza lavoro.
E riguardo un recente emendamento presentato dalla leghista Silvana Comaroli al dl incentivi all'esame del Parlamento («Le regioni, nell'esercizio della potestà normativa in materia di disciplina delle attività economiche, possono stabilire che l'autorizzazione dell'esercizio dell'attività di commercio al dettaglio sia soggetta alla presentazione da parte del richiedente, qualora sia un cittadino extracomunitario, di un certificato attestante il superamento dell'esame di base della lingua italiana rilasciato da appositi enti accreditati»), un'analoga proposta è contenuta nel programma elettorale dei laburisti inglesi, secondo cui a dover sostenere l'esame d'inglese sarebbero non solo coloro che intendono aprire un'attività commerciale, ma anche badanti, insegnanti, operatori sociali, personale dei call center e chiunque svolga una professione che lo metta in contatto diretto con il pubblico.
Sui temi etici i tre (compreso il conservatore Cameron) sono unanimi: sì aborto, sì ricerca scientifica, sì unioni omosessuali. E sì anche alla visita di Papa Benedetto XVI - nonostante lo scandalo degli abusi sessuali sui minori, su cui però tutti e tre chiedono con forza alla Chiesa di fare chiarezza - perché nella tollerante Inghilterra c'è sempre posto per la fede e per il contributo delle diverse religioni.
Tornando sull'immigrazione, facciamo un salto in Germania. Lakeside Capital ci offre questo contributo, tratto da qui:
Ma non è tutto qui. Il premier ha rivendicato il successo del «sistema a punti» avviato dal suo governo, che secondo le statistiche ha invertito il trend relativo all'ingresso degli immigrati: «La nostra politica mira a controllare e gestire l'immigrazione. Per farlo abbiamo istituito un sistema a punti. **Nessun lavoratore non specializzato proveniente da fuori l'Unione europea può entrare nel nostro Paese. E stiamo gradualmente riducendo il numero di specializzazioni per le quali abbiamo bisogno di persone che vengono da fuori, così che cuochi o operatori sociali in futuro non verranno dall'estero ma saranno addestrati in Gran Bretagna**».
Qui da noi il governo «a trazione» dei cattivi leghisti si limita a chiedere che chi entra nel nostro Paese abbia un lavoro. In Gran Bretagna fanno entrare solo chi ha le specifiche professionalità indicate dal governo. E comunque, ci sarà un giro di vite, in modo da tornare ad avere cittadini di Sua Maestà come operatori sociali e cuochi (da quest'ultimi God Save Us!). Naturalmente anche il leader tory David Cameron è contro la sanatoria e per di più rispetto a Brown, pur premettendo che i lavoratori stranieri «sono una risorsa, per cui vanno accolti e assistiti», lui addirittura chiede di porre un «tetto» prefissato al numero di immigrati da accogliere, a prescindere dalla loro specializzazione. Oltre alla sanatoria Clegg propone di "trasferire" gli immigrati verso le aree del Paese che hanno più bisogno di forza lavoro.
E riguardo un recente emendamento presentato dalla leghista Silvana Comaroli al dl incentivi all'esame del Parlamento («Le regioni, nell'esercizio della potestà normativa in materia di disciplina delle attività economiche, possono stabilire che l'autorizzazione dell'esercizio dell'attività di commercio al dettaglio sia soggetta alla presentazione da parte del richiedente, qualora sia un cittadino extracomunitario, di un certificato attestante il superamento dell'esame di base della lingua italiana rilasciato da appositi enti accreditati»), un'analoga proposta è contenuta nel programma elettorale dei laburisti inglesi, secondo cui a dover sostenere l'esame d'inglese sarebbero non solo coloro che intendono aprire un'attività commerciale, ma anche badanti, insegnanti, operatori sociali, personale dei call center e chiunque svolga una professione che lo metta in contatto diretto con il pubblico.
Sui temi etici i tre (compreso il conservatore Cameron) sono unanimi: sì aborto, sì ricerca scientifica, sì unioni omosessuali. E sì anche alla visita di Papa Benedetto XVI - nonostante lo scandalo degli abusi sessuali sui minori, su cui però tutti e tre chiedono con forza alla Chiesa di fare chiarezza - perché nella tollerante Inghilterra c'è sempre posto per la fede e per il contributo delle diverse religioni.
Tornando sull'immigrazione, facciamo un salto in Germania. Lakeside Capital ci offre questo contributo, tratto da qui:
Despite illegal immigrants’ rights to health care, these services are infrequently used. The problem lies in two clauses of the German immigration law which makes it mandatory for public institutions such as hospitals to pass on information about illegal immigrants to social affairs offices and in turn to the Ministry of the Interior (i.e. § 87 AufenthG, chapter 3.2.2; Article 76 of the AuslG). Therefore, doctors who help undocumented people access basic health services may be penalized for not reporting them.Qualcuno ieri intervenendo alla direzione del Pdl ha detto che queste cose sono «incompatibili con il Ppe».
Tuesday, March 23, 2010
L'effetto "B" sulla campagna nel Lazio
Mi pare che ormai in dieci delle 13 regioni in cui si vota i rapporti di forza tra i candidati si siano abbastanza consolidati: al centrosinistra dovrebbero andarne sei (Emilia, Toscana, Marche, Umbria, Puglia e Basilicata) e al centrodestra quattro (Lombardia, Veneto, Campania, Calabria). Ciò significa che a decretare la vittoria dell'uno o dell'altro schieramento sarà il responso delle urne nelle tre regioni rimanenti. Oltre che in Liguria (dov'è leggermente in vantaggio il centrosinistra), soprattutto nelle due più pesanti e in bilico, Lazio e Piemonte. Considerando che il centrodestra, pur perdendo in tutte e tre queste regioni, passerebbe comunque da due a quattro regioni governate, ma che il centrosinistra parte da una base di consensi fortemente ridotta rispetto alle ultime regionali nel 2005 (e che pochi mesi fa la prospettiva del sorpasso - 7 a 6 o addirittura 8 a 5 - sembrava alla portata del centrodestra), bisognerebbe parlare di pareggio nel caso in cui il Lazio andasse agli uni e il Piemonte agli altri, o viceversa, mentre se in entrambe le regioni si affermasse una sola coalizione, allora avremmo una vittoria piena.
Di elementi anomali in questa campagna elettorale ce ne sono stati tali e tanti che prevedere l'impatto che avranno sulle intenzioni di voto dei cittadini in una regione come il Lazio, dov'è testa-a-testa tra Polverini e Bonino, è impossibile. Ieri si è aggiunta anche la variabile vaticana, con l'intervento a gamba tesa del segretario della Cei Bagnasco, che ha voluto richiamare i cattolici disorientati a «inquadrare» il proprio voto, in qualsiasi competizione elettorale, anche locale e regionale, nell'ottica di quei «valori non negoziabili» che sono in gioco su temi quali l'aborto e la famiglia. Tradotto: non votate per la Bonino o per la Bresso.
Un richiamo così esplicito e a così pochi giorni dal voto significa che le gerarchie ecclesiastiche ritengono realistica - e temibile - la vittoria di Emma Bonino nel Lazio e ciò che più temono non è certo la sorte dei «valori non negoziabili», su cui i governatori possono ben poco, ma quella di ben altri "valori", le «strutture sanitarie di ispirazione cristiana», che però non hanno altrettanto presa sugli elettori.
La reazione delle due candidate è stata composta e saggia dal punto di vista di entrambe. Né la Polverini ha strumentalizzato le parole di Bagnasco (al contrario di quanto stanno tentando di fare le forze politiche che la sostengono, Pdl e Udc), né la Bonino è caduta nella trappola di una reazione anticlericale come in passato. Non ha certo bisogno di ispessire il suo profilo "laicista", correndo il pericolo di alienarsi davvero qualche voto cattolico, mentre la Polverini è consapevole che il bacino elettorale del centrodestra, quello a cui può rivolgersi, è ben più ampio di quello delimitato dalle posizioni del Vaticano.
Difficile valutare l'effetto di questo intervento. Apparentemente, e nelle intenzioni della Cei, dovrebbe avvantaggiare la Polverini, ma non mi stupirei se avesse l'effetto opposto, anche considerando la crisi di credibilità morale della Chiesa in questo periodo di scandali sulla pedofilia. Come ho già avuto modo di scrivere, non credo che il problema della Bonino sia mai stato il cosiddetto "voto cattolico". Piuttosto, è in generale la mobilitazione di tutto l'elettorato Pd e a sinistra del Pd. E per i cattolici che solitamente votano centrosinistra, esattamente come per gli altri, è l'esame di antiberlusconismo quello che conta per capire se possono fidarsi di un candidato e mobilitarsi per esso. La Bonino questo esame mi pare averlo superato brillantemente. Il resto, viene dopo. Piuttosto, la forte personalizzazione della campagna ancora una volta su Berlusconi rischia di dividere gli elettori nei soliti blocchi, impedendo alla Bonino di attrarre voti da destra e alla Polverini di attrarne da sinistra, come i loro profili autorizzavano a ritenere possibile.
Di elementi anomali in questa campagna elettorale ce ne sono stati tali e tanti che prevedere l'impatto che avranno sulle intenzioni di voto dei cittadini in una regione come il Lazio, dov'è testa-a-testa tra Polverini e Bonino, è impossibile. Ieri si è aggiunta anche la variabile vaticana, con l'intervento a gamba tesa del segretario della Cei Bagnasco, che ha voluto richiamare i cattolici disorientati a «inquadrare» il proprio voto, in qualsiasi competizione elettorale, anche locale e regionale, nell'ottica di quei «valori non negoziabili» che sono in gioco su temi quali l'aborto e la famiglia. Tradotto: non votate per la Bonino o per la Bresso.
Un richiamo così esplicito e a così pochi giorni dal voto significa che le gerarchie ecclesiastiche ritengono realistica - e temibile - la vittoria di Emma Bonino nel Lazio e ciò che più temono non è certo la sorte dei «valori non negoziabili», su cui i governatori possono ben poco, ma quella di ben altri "valori", le «strutture sanitarie di ispirazione cristiana», che però non hanno altrettanto presa sugli elettori.
La reazione delle due candidate è stata composta e saggia dal punto di vista di entrambe. Né la Polverini ha strumentalizzato le parole di Bagnasco (al contrario di quanto stanno tentando di fare le forze politiche che la sostengono, Pdl e Udc), né la Bonino è caduta nella trappola di una reazione anticlericale come in passato. Non ha certo bisogno di ispessire il suo profilo "laicista", correndo il pericolo di alienarsi davvero qualche voto cattolico, mentre la Polverini è consapevole che il bacino elettorale del centrodestra, quello a cui può rivolgersi, è ben più ampio di quello delimitato dalle posizioni del Vaticano.
Difficile valutare l'effetto di questo intervento. Apparentemente, e nelle intenzioni della Cei, dovrebbe avvantaggiare la Polverini, ma non mi stupirei se avesse l'effetto opposto, anche considerando la crisi di credibilità morale della Chiesa in questo periodo di scandali sulla pedofilia. Come ho già avuto modo di scrivere, non credo che il problema della Bonino sia mai stato il cosiddetto "voto cattolico". Piuttosto, è in generale la mobilitazione di tutto l'elettorato Pd e a sinistra del Pd. E per i cattolici che solitamente votano centrosinistra, esattamente come per gli altri, è l'esame di antiberlusconismo quello che conta per capire se possono fidarsi di un candidato e mobilitarsi per esso. La Bonino questo esame mi pare averlo superato brillantemente. Il resto, viene dopo. Piuttosto, la forte personalizzazione della campagna ancora una volta su Berlusconi rischia di dividere gli elettori nei soliti blocchi, impedendo alla Bonino di attrarre voti da destra e alla Polverini di attrarne da sinistra, come i loro profili autorizzavano a ritenere possibile.
Friday, January 22, 2010
Polverini vs Bonino, duello atipico
Non c'è troppo da sorprendersi della campagna di Libero contro la Bonino, come neanche dell'inversione a U del Riformista, con al volante uno spericolato Caldarola che dopo aver definito la candidatura della radicale una «opportunità» e una lieta «novità», oggi invece la attacca duramente prendendo spunto dalla campagna di Libero. E' ovvio che qui i valori che contano non sono quelli etici, ma sono i valori degli Angelucci, editori di entrambi i giornali, ma non ci scandalizziamo. La politica è anche rappresentanza di interessi. Lo sa bene Ruini, sceso in campo per assicurarsi che Pdl e Udc non mettano a repentaglio per beghe tra partiti i preziosi interessi della Chiesa nel Lazio. Piuttosto, come fa notare Filippo Facci, non mi pare un grande scoop. Altro che scheletro nell'armadio (e le tessere false della Polverini?) Tutti sanno che la Bonino si è battuta per la legalizzazione dell'aborto e una foto di oltre trent'anni fa (35!), per quanto cruda, può far rabbrividire ancor di più chi - ma sono pochi - considera l'aborto un omicidio e la Bonino un'«assassina», ma non basta a macchiare la sua immagine di paladina dei diritti civili e di donna di governo seria e competente.Ma soprattutto, non saprei quanto convenga al centrodestra buttarla sull'aborto, sui diritti civili, sulla contrapposizione della Bonino e dei radicali all'ingerenza del Vaticano. La situazione è complessa, infatti, visto che i profili di entrambe la candidate presentano differenze vistose rispetto all'elettorato di base delle coalizioni che le sostengono. Per molti versi, infatti, la Polverini ha tutte le carte in regola per attrarre molti voti di sinistra. Lei ex sindacalista, nella Roma dei ministeri, amica delle coop ed essendo la sanità pubblica il principale dossier sul tavolo di qualsiasi presidente di regione, in particolare nel Lazio, dove il buco si è approfondito sia con Storace che con Marrazzo. L'elettore di sinistra, magari sindacalizzato, magari dipendente pubblico, o magari radical-chic, non teme la Polverini, nonostante sia del centrodestra, anche perché la associa molto più a Fini che a Berlusconi.
Specularmente, l'incognita della Bonino è molto più la mobilitazione dei voti del Pd e dei partiti di sinistra che non dei cattolici. Incendiare la campagna su temi quali l'aborto, la laicità, la Chiesa, rischia di facilitare questo compito alla Bonino. La maggior parte dei voti cattolici, come dimostra anche un'esemplare inchiesta su Il Foglio di oggi, si spostano molto più su concetti come solidarietà e lavoro che sull'aborto. Il voto dei cattolici, della grandissima parte di essi, non si polarizza sui temi etici (men che meno l'aborto, questione chiusa con la legge 194), ma come il resto dell'elettorato su quelli economico-sociali. Non bisogna farsi ingannare dai politici, "cattolici" e non, cui interessa accreditarsi agli occhi delle gerarchie ecclesiastiche. Al contrario, l'elettore di sinistra o di estrema sinistra sfiduciato, che per i motivi citati prima non teme la Polverini tanto da precipitarsi a votare la "liberale" Bonino, e che forse dalla caduta di Prodi non va neanche più a votare, potrebbe trovare nuove motivazioni per tornare alle urne da un acceso scontro sulla laicità da cui sulla figura della Polverini si stagliasse il profilo del Vaticano.
Con questo non voglio dire che alla Bonino convenga buttarla sui diritti civili e la laicità. Lei non ha bisogno di parlarne, perché è il suo "brand" d'origine. Se lo facesse, invece, verrebbe fuori quella "diversità radicale" che le alienerebbe sia i voti moderati che quelli di sinistra. Ma non credo che commetterà questo errore. Per raccogliere tutti i voti del Pd dovrà innanzitutto lavorare molto sotto traccia, sulla "pancia" di un partito deluso e confuso. Il no al nucleare può essere un buon tema su cui mettere in difficoltà la sua avversaria e mobilitare energie da sinistra. Ma per vincere dovrà anche presentarsi come una manager ben informata, pragmatica e competente, darsi un tono istituzionale e "bipartisan", evitare faziosità antiberlusconiane alla Franceschini o alla Bersani, per convincere indecisi e liberali del Pdl. E sperare che la Polverini - per il momento ancora meno nota di lei e non inquadrata partiticamente - riveli qualche fragilità e commetta l'errore di spostarsi troppo a destra.
Insomma, ci vuole un miracolo, proprio perché a meno di regali inaspettati, il popolo della sinistra, già sfiduciato, non ha motivi per temere la Polverini. E perché i settori più liberali del centrodestra, che come me mugugnano per la Polverini e l'alleanza con l'Udc, nel Lazio sono una minoranza non significativa e hanno smesso di credere alla favola della Bonino e dei radicali come "liberali".
Emma Bonino è una zelig. La sua metamorfosi ha seguito di pari passo - e, anzi, trainato - quella dei radicali, gli ultimi giapponesi di Romano Prodi. Da una vittoria della Bonino non ci sarebbe dunque da aspettarsi alcuna "rivoluzione liberale". Sarebbe ingenuo pensare che la Bonino sia la stessa del '99, quando alle Europee prese l'8,5%. Alla Polverini fa gioco, per cercare di alienarle i voti più di sinistra, ricordare le sue battaglie antisindacali, contro l'art. 18, il "liberismo", ma la Bonino e i radicali non sono più quelli di allora. Sono bastati due anni al governo con Prodi per trasformarli e ormai sono più a sinistra del Pd.
Monday, September 08, 2008
Il fenomeno Sarah Palin. Mossa astuta ma non saggia?
Nella puntata di oggi di Think Global (qui in mp3), la mia rubrica su Velino Radio, mi sono occupato del fenomeno Palin. Una personalità forte che fa già discutere, radicalmente conservatrice ma in modo anticonformista, lontana da Washington non solo geograficamente. E' lei il personaggio di questi giorni. Dalla quantità di attacchi che riceve - spesso basati su delle vere e proprie balle - si direbbe che McCain abbia visto giusto a volerla come sua vice. I democratici sono in allarme e i sondaggi per la prima volta attribuiscono a McCain un vantaggio così consistente su Obama. Secondo Usa Today/Gallup di 4 punti percentuali (50% a 46%). Ma come leggerete qui di seguito anche tra i conservatori c'è chi non è affatto entusiasta della scelta Palin.Sulle parole esperienza e cambiamento si gioca la campagna dei due candidati. Obama ha scelto come vice l'esperto Joe Biden per rispondere alle accuse di inesperienza; McCain ha voluto al suo fianco il volto nuovo della Palin, per mostrare di saper interpretare il cambiamento quanto Obama. La governatrice è famosa per essersi battuta con successo contro l'establishment corrotto del suo partito in Alaska e contro le compagnie petrolifere. Il dibattito sull'effetto Palin è più che mai aperto e nei commenti ho ritrovato gli stessi dubbi che avevo manifestato nel post di venerdì scorso.
Da sinistra rimproverano alla Palin le sue posizioni pro-life. Jacob Weisberg, su Slate, parla di «assolutismo anti-abortista», che «politicamente non ha mai avuto molto senso». Settori significativi del GOP – libertari, liberisti, pragmatici – non auspicano la revisione della sentenza Roe v. Wade. E a dispetto di quanto scrive oggi Giuliano Ferrara, su Il Foglio, sempre meno americani dichiarano di scegliere il proprio candidato in base a come la pensa sull'aborto. I repubblicani pragmatici stanno provando a rendere il loro partito una «grande tenda» che possa ospitare posizioni sia pro-life che pro-choice.
A quanto pare è difficile, anche per i commentatori Usa, stabilire quali potranno essere gli effetti della sua candidatura sull'elettorato, cioè se si limiterà ad eccitare gli animi della base repubblicana o se invece sarà in grado anche di allargare la base dei consensi. Perché è difficile capire se agli occhi del pubblico Sarah Palin rappresenti più le posizioni pro-life e vicine alla destra cristiana o se non sia divenuta piuttosto l'icona della lotta alla corruzione dell'establishment repubblicano, di richiamo per una sorta di anti-politica in versione Usa.
In due articoli il Wall Street Journal ha cercato di raccontare proprio questo aspetto: «Se avete letto qualcosa di Sarah Palin, è probabile che abbiate letto parecchio sulle sue convinzioni religiose e i suoi problemi famigliari. Ma se volete sapere cosa guida la politica della Palin, e cosa ha intrigato l'America, allora dovete sapere come ha battuto» il malaffare tra l'establishment repubblicano e le compagnie petrolifere in Alaska. «Sebbene molti nei media sostengano che sia stata scelta per fare appello alla destra cristiana del partito, la Palin non ha ancora sollevato il tema dell'aborto». Se non altro perché non ha bisogno di farlo esplicitamente, visto che l'aver deciso di tenere il suo ultimo figlio, affetto da sindrome di Down, è una «prova sufficiente delle sue convinzioni pro-life». In un partito colpito negli ultimi tempi da molti casi di corruzione, sono le lotte contro il potere in Alaska che hanno reso la Palin famosa e popolare. Per questo è stata scelta, secondo il WSJ.
Bill Kristol, il direttore della rivista neocon Weekly Standard, approva la scelta di McCain, che scegliendo Sarah Palin ha dimostrato «fegato» e un «acuto senso strategico». Ha capito che correre solo con la sua esperienza l'avrebbe portato al più ad una «rispettabile sconfitta». Ha compreso le implicazioni della vittoria di Obama su Hillary... «e che il conservatorismo anti-establishment della Palin, il suo femminismo pro-family e il suo determinato riformismo aggiungono qualcosa di importante alla sua campagna».
Eppure, la scelta della Palin non convince tutti i commentatori conservatori. Charles Krauthammer si chiede se il «Palin Power» funzionerà. «Ci sono domande che non dovremo mai porci con McCain: chi è quest'uomo e se possiamo fidarci di lui per la presidenza». Parole di Fred Thompson, citate da Krauthammer per spiegare il motivo più efficace dell'intera convention repubblicana: una risonante affermazione dell'autenticità di McCain e la denuncia dell'inconsistenza di Obama. «Cosa rimane di questa linea – si chiede Krauthammer – dopo che McCain ha scelto Sarah Palin come sua vice presidente?»
Certo, è una donna «stimabile e formidabile», «ha galvanizzato la base repubblicana e unito il partito dietro McCain». Ma la strategia di McCain era di fare delle elezioni un «referendum su Obama, certamente il meno esperto, il meno qualificato candidato alla Casa Bianca che si ricordi a memoria d'uomo». La Palin «mina questa strategia di attacco». La costituzione prevede che il vicepresidente subentri al presidente in certi casi. «Come Obama, la Palin non è pronta. Con la Palin l'accusa di inesperienza nei confronti di Obama evapora». Inoltre, tentare di rubare l'immagine del cambiamento a Obama è «una manovra azzardata, temeraria e difficile». Il problema è nell'«intrinseca contraddizione di un partito in carica che corre per il cambiamento. Chi ha governato nell'ultimo decennio?»
Ancora più critico un altro esponente dei neoconservatori - e columnist del Foglio - che sul National Post arriva a definire la scelta Palin «irresponsabile». David Frum spiega che McCain ha due problemi. 1) La base degli elettori repubblicani, cioè quanti nel corpo elettorale si definiscono «repubblicani», si riduce. La percentuale è la più bassa negli ultimi 28 anni. «Il solo modo in cui McCain può vincere è fare appello agli indipendenti e al centro». Il maverick – l'anti-conformista – McCain poteva sembrare il «candidato perfetto per questo compito». Si è distinto dall'ortodossia repubblicana su temi come le tasse e il cambiamento climatico, e i suoi rapporti con Bush sono stati spesso difficili.
Ma qui sorge il secondo problema: McCain non ha il sostegno di tutto il partito. Serviva quindi «un vice gradito alla destra». Secondo Frum, Tom Ridge sarebbe stato l'ideale, soprattutto guardando al fatto che la Pennsylvania sarà uno stato chiave. Attribuisce 21 dei 270 collegi elettorali necessari per la vittoria finale, è uno stato che di solito vota democratico, ma molto inospitale per un candidato come Obama. Ridge, esperto, cattolico e di origini europee, è molto popolare in Pennsylvania, di cui è stato due volte governatore. Ma Ridge è pro-choice, osserva Frum, quindi la scelta è caduta su Sarah Palin. «Ma in politica, come nella vita, non si può avere tutto. L'inesperienza della Palin rende Obama in confronto un George Marshall. Ha zero esperienza in politica estera e di sicurezza nazionale».
Comunque vada a finire a novembre, Sarah Palin si troverà in pole position per la corsa del 2012. «Così questo è il futuro del partito repubblicano che vi aspetta», conclude Frum con rammarico e preoccupazione: «Un futuro nel quale la sicurezza nazionale sarà retrocessa nella lista delle priorità dietro temi come l'aborto, le differenze di genere e le politiche energetiche. Sarah Palin è una scelta forte, e forse astuta. Non è detto che sia stata una scelta responsabile, o saggia».
Più ottimista sul futuro del partito repubblicano è David Brooks. «Di solito i partiti – ha scritto sul New York Times – si riformano nel deserto. Patiscono qualche bruciante sconfitta, la vecchia guardia ne esce screditata» e si dà il via al turnover e al cambiamento. McCain «sta tentando di riformare il Partito repubblicano prima di una sconfitta presidenziale, con la vecchia guardia ancora intorno, e con una base che non ha ancora accettato la necessità della trasformazione». Secondo alcuni suoi consiglieri avrebbe dovuto «rompere con il passato con un colpo netto»: nominando l'ex democratico Joe Lieberman come vice, promettendo di non ricandidarsi per un secondo mandato e di adottare uno stile bipartisan alla Casa Bianca. «Un passo forse troppo lungo».
Sarah Palin come vice, secondo Brooks, è la scelta «di freschezza e di rottura di cui aveva bisogno, ma le forze del passato hanno tirato McCain indietro». Il risalto dato dai media alle scelte famigliari della Palin ha fatto riemergere le «vecchie guerre culturali» sull'aborto e la procreazione e ognuno ha rivestito i panni tradizionali. Tutto è rientrato nel clichè dei «rossi contro i blu», del «presunto conflitto tra le donne delle grandi città con un figlio e favorevoli all'aborto e le donne con 5 figli e anti-abortiste delle zone rurali». La Palin nei 40 minuti del suo discorso di accettazione, ha osservato Brooks, si è «lasciata alle spalle la maggior parte della retorica repubblicana e ha glissato sull'aborto e i temi sociali, il suo linguaggio è stato più da supermarket che da pulpito di una chiesa. Almeno per una volta le forze riformatrici hanno preso il controllo del partito».
Dunque, secondo l'editorialista conservatore del NYT, McCain ha scelto come vice la Palin più per il suo volto nuovo e fresco, in una campagna in cui il senso del cambiamento giocherà un ruolo determinante, che per mettere al centro della sua agenda i temi cari alla destra religiosa.
La vede in modo opposto il settimanale britannico The Economist, che ha bocciato la scelta di McCain. «Il principale problema di McCain non è galvanizzare la sua base: gode di maggior supporto tra i repubblicani di quanto Obama ne goda tra i democratici. Il suo problema è ottenere voti dagli indecisi e dagli indipendenti in un momento in cui il numero di quanti si dichiarano repubblicani è di dieci punti inferiore del numero di quanti si definiscono democratici. McCain ha bisogno di attrarre circa il 55% degli indipendenti e il 15% di democratici per vincere. Ma è difficile che possa aiutarlo una donna che sostiene l'insegnamento del creazionismo piuttosto che la contraccezione». Per la verità, a noi risulta che la Palin si sia dichiarata favorevole alla contraccezione: «I'm pro-contraception, and I think kids who may not hear about it at home should hear about it in other avenues».
Secondo un sondaggio Rasmussen, la Palin «ha reso meno propensi a votare McCain il 31% degli indecisi e più propensi solo il 6%». Per non parlare della sua mancanza di esperienza. Non solo «vanifica il più convincente argomento di McCain contro Obama, ma fa sorgere serie domande circa il modo in cui prende decisioni», osserva l'Economist. La sua scelta è «ancora una volta la dimostrazione di come il tema dell'aborto distorca la politica americana, a destra come a sinistra». Ma i repubblicani sembrano essere «andati oltre nel subordinare considerazioni di competenza e merito alla purezza pro-life». Uno dei più grandi problemi dell'amministrazione Bush è stato proprio la nomina di incompetenti sulla base della loro posizione riguardo la sentenza Roe v. Wade. La scelta della Palin suggerisce che invece di rompere col passato, McCain «sta ripetendo i suoi errori».
Ancora una volta vengono sottolineate le posizioni pro-life e vicine alla destra cristiana di Sarah Palin, ma è probabile che agli occhi dell'opinione pubblica americana prevalga piuttosto l'immagine da eroina della lotta alla corruzione dell'establishment.
Tuesday, March 04, 2008
Temi, liste e "rose" di cui non frega niente a nessuno
A mio modesto avviso un bravo politico non dovrebbe né farsi trascinare dai sondaggi dicendo alla gente ciò che la gente vorrebbe sentirsi dire, né intestardirsi nel voler imporre una propria agenda che non trova alcuna corrispondenza nelle preoccupazioni dei cittadini.
Mi pare uno di quei casi in cui la virtù sta nel mezzo. Un bravo politico dovrebbe innanzitutto saper indicare delle priorità che rispondano alle esigenze più sentite da coloro che si candida a rappresentare; dovrebbe saper intercettare le tendenze che agitano l'opinione pubblica, non subendone gli umori ma dando forma e sostanza politicamente definita a istinti e istanze espressi in modo disordinato. Assumendosi anche i rischi di apparire impopolare per non essere anti-popolare. Se, per esempio, i cittadini avvertono mancanza di merito e mobilità sociale, dovrebbe saper indicare, e motivare, azioni di governo coerenti con l'obiettivo di introdurre più merito e più mobilità sociale nella vita economica e sociale della società, anche se quando si viene al dunque le riforme spaventano sempre grosse fette di popolazione, che godano o meno di una rendita di posizione.
Individuare le priorità, dunque, e su di esse attrarre consensi. Per questo dico che i temi della bioetica, come l'aborto, l'eutanasia o la fecondazione assistita, e i nuovi istituti giuridici come i pacs, seppure importanti, certamente da non accantonare, mi sembrano ad oggi percepiti come secondari dalla generalità dei cittadini rispetto ad altri temi avvertiti invece come prioritari e urgenti, come reddito, lavoro, tasse, spesa pubblica.
Tuttavia, nei salotti televisivi e nelle redazioni dei giornali spesso trovano uno spazio eccessivo discussioni oziose che pretendono di imporsi all'attenzione del pubblico come grandi dibattiti culturali. Seppure non del tutto privi di interesse, trovano poco o nessun riscontro nelle priorità dei cittadini e a volte sembrano anche poco attinenti con quella che dovrebbe essere una prassi di governo liberale.
Il direttore di Europa, Stefano Menechini, mi pare che abbia colto nel segno con un suo editoriale di qualche giorno fa: «Devono essere ciechi. I nostri giornali, i nostri partiti, e anche i portavoce dei nostri vescovi. Il 95% del dibattito pubblico, delle polemiche giornalistiche, degli interventi ecclesiali, delle dichiarazioni politiche riguarda temi che – stabilmente, da anni – sono in fondo a ogni interesse della Nazione. Neanche il 3% di tutti gli italiani considera l'aborto un tema rilevante per sé, soprattutto ai fini della decisione elettorale. E lo è per appena il 7% degli italiani cattolici: fonte, Famiglia cristiana, cioè uno dei giornali che si è lanciato sulla pista dello scandalo di Veronesi e dei radicali nel Pd. Viviamo e lavoriamo in un circuito politico-mediatico che s'era eccitato per la laicissima Rosa nel Pugno facendo prevedere chissà quali risultati: 2,6%. L'80% disertarono le urne sulla fecondazione assistita, e ben pochi di loro perché l'avesse chiesto Ruini. Oggi, anche grazie all'amico Corriere, la lista di Giuliano Ferrara è considerata un evento: nei sondaggi va dallo 0,1 allo 0,5%. Insomma, per essere brutali: non gliene frega niente a nessuno. Biopolitica, bioetica, difesa della famiglia tradizionale, aborto».
Dunque, i partiti che a questi temi dedicano la maggior parte delle loro risorse, umane e materiali, e che non riescono ad elaborare una proposta generale, sono condannati (soprattutto in un sistema che tende sempre più verso il bipartitismo) ad una funzione di mera testimonianza, e a rappresentare settori molto minoritari di opinione pubblica, per lo più quelli che si sentono al sicuro dalle intemperie economiche.
Un'analisi corretta, quella di Menichini, che descrive lo scollamento non solo della politica dai cittadini, ma anche del mondo dell'informazione e dell'"alta opinione" dalla realtà.
Qui siamo pronti a "inchiodare" Ferrara al suo 0,2%, o anche al suo miracoloso 2%, come lui nel 2005 inchiodò i referendari al loro 25%. La sua iniziativa si rivelerà un autogol, esattamente come si rivelò tale quel referendum. Per questo anche la Chiesa guarda con scetticismo, se non con fastidio, la lista di Ferrara. Quella insignificante percentuale fungerà da recinto per i revisionisti della legge 194, una sorta di autocertificazione del loro essere ultra-minoritari nel Paese. L'aborto, per gli italiani, rimane una questione delicata e anche sofferta, ma già affrontata dal punto di vista legislativo in modo equilibrato e pragmatico anni fa, ed oggi è in fondo alle loro preoccupazioni politico-elettorali.
Mi pare uno di quei casi in cui la virtù sta nel mezzo. Un bravo politico dovrebbe innanzitutto saper indicare delle priorità che rispondano alle esigenze più sentite da coloro che si candida a rappresentare; dovrebbe saper intercettare le tendenze che agitano l'opinione pubblica, non subendone gli umori ma dando forma e sostanza politicamente definita a istinti e istanze espressi in modo disordinato. Assumendosi anche i rischi di apparire impopolare per non essere anti-popolare. Se, per esempio, i cittadini avvertono mancanza di merito e mobilità sociale, dovrebbe saper indicare, e motivare, azioni di governo coerenti con l'obiettivo di introdurre più merito e più mobilità sociale nella vita economica e sociale della società, anche se quando si viene al dunque le riforme spaventano sempre grosse fette di popolazione, che godano o meno di una rendita di posizione.
Individuare le priorità, dunque, e su di esse attrarre consensi. Per questo dico che i temi della bioetica, come l'aborto, l'eutanasia o la fecondazione assistita, e i nuovi istituti giuridici come i pacs, seppure importanti, certamente da non accantonare, mi sembrano ad oggi percepiti come secondari dalla generalità dei cittadini rispetto ad altri temi avvertiti invece come prioritari e urgenti, come reddito, lavoro, tasse, spesa pubblica.
Tuttavia, nei salotti televisivi e nelle redazioni dei giornali spesso trovano uno spazio eccessivo discussioni oziose che pretendono di imporsi all'attenzione del pubblico come grandi dibattiti culturali. Seppure non del tutto privi di interesse, trovano poco o nessun riscontro nelle priorità dei cittadini e a volte sembrano anche poco attinenti con quella che dovrebbe essere una prassi di governo liberale.
Il direttore di Europa, Stefano Menechini, mi pare che abbia colto nel segno con un suo editoriale di qualche giorno fa: «Devono essere ciechi. I nostri giornali, i nostri partiti, e anche i portavoce dei nostri vescovi. Il 95% del dibattito pubblico, delle polemiche giornalistiche, degli interventi ecclesiali, delle dichiarazioni politiche riguarda temi che – stabilmente, da anni – sono in fondo a ogni interesse della Nazione. Neanche il 3% di tutti gli italiani considera l'aborto un tema rilevante per sé, soprattutto ai fini della decisione elettorale. E lo è per appena il 7% degli italiani cattolici: fonte, Famiglia cristiana, cioè uno dei giornali che si è lanciato sulla pista dello scandalo di Veronesi e dei radicali nel Pd. Viviamo e lavoriamo in un circuito politico-mediatico che s'era eccitato per la laicissima Rosa nel Pugno facendo prevedere chissà quali risultati: 2,6%. L'80% disertarono le urne sulla fecondazione assistita, e ben pochi di loro perché l'avesse chiesto Ruini. Oggi, anche grazie all'amico Corriere, la lista di Giuliano Ferrara è considerata un evento: nei sondaggi va dallo 0,1 allo 0,5%. Insomma, per essere brutali: non gliene frega niente a nessuno. Biopolitica, bioetica, difesa della famiglia tradizionale, aborto».
Dunque, i partiti che a questi temi dedicano la maggior parte delle loro risorse, umane e materiali, e che non riescono ad elaborare una proposta generale, sono condannati (soprattutto in un sistema che tende sempre più verso il bipartitismo) ad una funzione di mera testimonianza, e a rappresentare settori molto minoritari di opinione pubblica, per lo più quelli che si sentono al sicuro dalle intemperie economiche.
Un'analisi corretta, quella di Menichini, che descrive lo scollamento non solo della politica dai cittadini, ma anche del mondo dell'informazione e dell'"alta opinione" dalla realtà.
Qui siamo pronti a "inchiodare" Ferrara al suo 0,2%, o anche al suo miracoloso 2%, come lui nel 2005 inchiodò i referendari al loro 25%. La sua iniziativa si rivelerà un autogol, esattamente come si rivelò tale quel referendum. Per questo anche la Chiesa guarda con scetticismo, se non con fastidio, la lista di Ferrara. Quella insignificante percentuale fungerà da recinto per i revisionisti della legge 194, una sorta di autocertificazione del loro essere ultra-minoritari nel Paese. L'aborto, per gli italiani, rimane una questione delicata e anche sofferta, ma già affrontata dal punto di vista legislativo in modo equilibrato e pragmatico anni fa, ed oggi è in fondo alle loro preoccupazioni politico-elettorali.
Tuesday, February 19, 2008
La campagna anti-abortista mina vagante per il PdL
Quanto sia dannoso per il PdL inciampare sul tema dell'aborto lo dimostra l'insistenza con la quale quotidianamente il Corriere della Sera si sta sforzando di renderlo centrale nella campagna elettorale, apparendo persino come il più autorevole sponsor della lista di Ferrara. Berlusconi e Fini sembrano essere consapevoli dei rischi che corrono e infatti oggi sembrano voler negare a Ferrara l'apparentamento con il PdL, e di conseguenza anche la sua candidatura al Campidoglio.
Non solo la posizione anti-abortista in sé, ma anche i toni punitivi e laceranti di Giuliano Ferrara sono in grado di bruciare elettoralmente chiunque vi si avvicini, se è vero - com'è vero - che la metà di quel 30% di elettori ancora indecisi è composto da donne. Mieli lo ha capito e anche oggi, dopo quello di Battista qualche giorno fa, c'è un editoriale sul tema dell'aborto firmato da Claudio Magris, che cita il "laico" Norberto Bobbio. Né si capirebbe altrimenti l'interesse del Corriere per una lista, quella di Ferrara, che si candida a entrare in Parlamento, l'assemblea legislativa, senza proporre sul tema specifico né una nuova legge né una modifica di quella esistente. «Visto che nessuno vuol toccare la legge 194, non ha senso presentare una lista elettorale che si proponga di andare al Parlamento solo per non fare leggi», come osserva lo stesso Magris.
E' come se Maurizio Costanzo presentasse una "Lista per il Ponte sullo Stretto" ma solo per sensibilizzare l'opinione pubblica, senza proporre un progetto per realizzarlo concretamente e, magari, più velocemente e a costi ridotti. Tra le tante urgenze del Paese, permetterete, ci sono fatti e dibattiti ben più rilevanti.
L'economia - tasse, spesa pubblica, lavoro, salari, riforme - è il tema destinato a rimanere saldamente al centro della campagna elettorale. Poi ci sono due temi, importanti ma marginali, uno dei quali in grado di mettere in difficoltà il PdL - l'aborto, appunto - e l'altro il Pd. Si tratta della politica estera, che rimane un tema ostico per il Pd, mentre esalta l'unità del PdL.
Certo, correndo da soli i Democratici si sono liberati della sinistra massimalista e anti-americana. Nel Pd nessun leader, dirigente o militante oserebbe dirsi pregiudizialmente contrario alle missioni internazionali o all'uso della forza. Ma anche se sulla politica estera il Pd sembra ormai aver acquisito una certa compattezza al proprio interno, il tema rimane spinoso a livello elettorale. Dovendo infatti allargare il proprio bacino di voti al centro senza perderne a sinistra, una linea troppo interventista potrebbe infastidire gli elettori più "pacifisti"; viceversa, una linea troppo ambigua e molle, potrebbe non bastare per convincere gli elettori di centro.
Anche i radicali Pannella & Bonino sembrano essersi convinti che pur rimanendo temi importanti quelli dell'aborto e della laicità, tuttavia in questo momento la priorità è l'emergenza economica.
Come pensano i radicali di convincere Veltroni a fare coalizione con loro?
«Diremo: mettiamo al centro del programma due temi. La giustizia e le riforme economiche e strutturali richieste da Bankitalia, dalla Ue, dal Fondo monetario internazionale e dall'Osce, riforme come quelle sollecitate dagli economisti Ichino e Boeri».
Quindi, nessuna pregiudiziale laicista?
«Non chiediamo giuramenti laicisti. Non possiamo pretendere che Veltroni e Rutelli si mettano a fare i laici...»
(Marco Pannella, Corriere della Sera, 13 febbraio)
«Non è vero che i temi eticamente sensibili debbano essere espunti dalla campagna elettorale... pur essendo inteso che anch'io condivido che l'urgenza del nostro Paese è soprattutto, in questo momento, quella delle riforme economiche, oltre che di quelle del "sistema Paese", o partitico in generale».
(Emma Bonino, Radio Radicale, 18 febbraio)
Tornando all'aborto, nel merito, l'editoriale di Magris è a tratti imbarazzante. Innanzitutto, non si capisce perché dirsi atei sia in sé dimostrazione di «tracotanza». Poi, è inesatto dire che la donna «dispone di una vita altrui». Dispone di una nascita. C'è un diritto alla vita, ma c'è anche un diritto alla nascita? No, non può esserci, perché può piacere o meno, ma è la donna che accettando di far crescere un altro essere vivente all'interno del suo corpo detiene il "potere di nascita". Capisco che chi crede che la vita sia un dono che viene direttamente da Dio, di cui la donna è solo un mezzo, possa obiettare.
Ma la realtà è che per garantire davvero un «diritto alla nascita» lo Stato dovrebbe commettere un sopruso, un atto di violenza totalitaria sul corpo della donna, fatto ancora più aberrante. Da questo vicolo cieco non si esce. Al centro delle preoccupazioni del legislatore in uno Stato laico ci sono gli individui, non Dio.
Si tratta, è vero, di una «scelta sempre dolorosa», perché non troverete una sola donna che decida per capriccio se divenire o meno veicolo di una nuova vita. Si può parlare di doveri rispetto alla vita nascente, ma non si può parlare di due «diritti incompatibili» tra di loro. Fino al momento della nascita il corpo è uno, quello della donna, l'unico cittadino della situazione a godere di diritti. L'altro organismo è in simbiosi con esso, ma i due formano un tutt'uno sul quale ha più senso che decida la donna piuttosto che lo Stato.
Un'altra affermazione che da laici e liberali proprio non ci convince, tra quelle di Bobbio riportate da Magris, è che per un laico possa essere «valido in senso assoluto, come un imperativo categorico, il "non uccidere"». Se il "non uccidere" fosse davvero inteso «in senso assoluto, come un imperativo categorico», non solo nessuna guerra - neanche quella che ha liberato l'Europa dal nazifascismo - sarebbe giustificata, ma non lo sarebbe alcuna legittima difesa di fronte a un'aggressione. Nel nome di una pretesa, astratta in quanto assoluta, "sacralità della vita" si giustificherebbero l'assassinio e la violenza, l'oppressione dello Stato sull'individuo.
Non solo la posizione anti-abortista in sé, ma anche i toni punitivi e laceranti di Giuliano Ferrara sono in grado di bruciare elettoralmente chiunque vi si avvicini, se è vero - com'è vero - che la metà di quel 30% di elettori ancora indecisi è composto da donne. Mieli lo ha capito e anche oggi, dopo quello di Battista qualche giorno fa, c'è un editoriale sul tema dell'aborto firmato da Claudio Magris, che cita il "laico" Norberto Bobbio. Né si capirebbe altrimenti l'interesse del Corriere per una lista, quella di Ferrara, che si candida a entrare in Parlamento, l'assemblea legislativa, senza proporre sul tema specifico né una nuova legge né una modifica di quella esistente. «Visto che nessuno vuol toccare la legge 194, non ha senso presentare una lista elettorale che si proponga di andare al Parlamento solo per non fare leggi», come osserva lo stesso Magris.
E' come se Maurizio Costanzo presentasse una "Lista per il Ponte sullo Stretto" ma solo per sensibilizzare l'opinione pubblica, senza proporre un progetto per realizzarlo concretamente e, magari, più velocemente e a costi ridotti. Tra le tante urgenze del Paese, permetterete, ci sono fatti e dibattiti ben più rilevanti.
L'economia - tasse, spesa pubblica, lavoro, salari, riforme - è il tema destinato a rimanere saldamente al centro della campagna elettorale. Poi ci sono due temi, importanti ma marginali, uno dei quali in grado di mettere in difficoltà il PdL - l'aborto, appunto - e l'altro il Pd. Si tratta della politica estera, che rimane un tema ostico per il Pd, mentre esalta l'unità del PdL.
Certo, correndo da soli i Democratici si sono liberati della sinistra massimalista e anti-americana. Nel Pd nessun leader, dirigente o militante oserebbe dirsi pregiudizialmente contrario alle missioni internazionali o all'uso della forza. Ma anche se sulla politica estera il Pd sembra ormai aver acquisito una certa compattezza al proprio interno, il tema rimane spinoso a livello elettorale. Dovendo infatti allargare il proprio bacino di voti al centro senza perderne a sinistra, una linea troppo interventista potrebbe infastidire gli elettori più "pacifisti"; viceversa, una linea troppo ambigua e molle, potrebbe non bastare per convincere gli elettori di centro.
Anche i radicali Pannella & Bonino sembrano essersi convinti che pur rimanendo temi importanti quelli dell'aborto e della laicità, tuttavia in questo momento la priorità è l'emergenza economica.
Come pensano i radicali di convincere Veltroni a fare coalizione con loro?
«Diremo: mettiamo al centro del programma due temi. La giustizia e le riforme economiche e strutturali richieste da Bankitalia, dalla Ue, dal Fondo monetario internazionale e dall'Osce, riforme come quelle sollecitate dagli economisti Ichino e Boeri».
Quindi, nessuna pregiudiziale laicista?
«Non chiediamo giuramenti laicisti. Non possiamo pretendere che Veltroni e Rutelli si mettano a fare i laici...»
(Marco Pannella, Corriere della Sera, 13 febbraio)
«Non è vero che i temi eticamente sensibili debbano essere espunti dalla campagna elettorale... pur essendo inteso che anch'io condivido che l'urgenza del nostro Paese è soprattutto, in questo momento, quella delle riforme economiche, oltre che di quelle del "sistema Paese", o partitico in generale».
(Emma Bonino, Radio Radicale, 18 febbraio)
Tornando all'aborto, nel merito, l'editoriale di Magris è a tratti imbarazzante. Innanzitutto, non si capisce perché dirsi atei sia in sé dimostrazione di «tracotanza». Poi, è inesatto dire che la donna «dispone di una vita altrui». Dispone di una nascita. C'è un diritto alla vita, ma c'è anche un diritto alla nascita? No, non può esserci, perché può piacere o meno, ma è la donna che accettando di far crescere un altro essere vivente all'interno del suo corpo detiene il "potere di nascita". Capisco che chi crede che la vita sia un dono che viene direttamente da Dio, di cui la donna è solo un mezzo, possa obiettare.
Ma la realtà è che per garantire davvero un «diritto alla nascita» lo Stato dovrebbe commettere un sopruso, un atto di violenza totalitaria sul corpo della donna, fatto ancora più aberrante. Da questo vicolo cieco non si esce. Al centro delle preoccupazioni del legislatore in uno Stato laico ci sono gli individui, non Dio.
Si tratta, è vero, di una «scelta sempre dolorosa», perché non troverete una sola donna che decida per capriccio se divenire o meno veicolo di una nuova vita. Si può parlare di doveri rispetto alla vita nascente, ma non si può parlare di due «diritti incompatibili» tra di loro. Fino al momento della nascita il corpo è uno, quello della donna, l'unico cittadino della situazione a godere di diritti. L'altro organismo è in simbiosi con esso, ma i due formano un tutt'uno sul quale ha più senso che decida la donna piuttosto che lo Stato.
Un'altra affermazione che da laici e liberali proprio non ci convince, tra quelle di Bobbio riportate da Magris, è che per un laico possa essere «valido in senso assoluto, come un imperativo categorico, il "non uccidere"». Se il "non uccidere" fosse davvero inteso «in senso assoluto, come un imperativo categorico», non solo nessuna guerra - neanche quella che ha liberato l'Europa dal nazifascismo - sarebbe giustificata, ma non lo sarebbe alcuna legittima difesa di fronte a un'aggressione. Nel nome di una pretesa, astratta in quanto assoluta, "sacralità della vita" si giustificherebbero l'assassinio e la violenza, l'oppressione dello Stato sull'individuo.
Monday, February 18, 2008
Ferrara 2008 come Visco 2006?
Ferrara sta alla possibile rimonta di Veltroni su Berlusconi oggi, come Visco a quella di Berlusconi su Prodi nel 2006.
Semplicemente accostare la "battaglia culturale" di Ferrara - che non è solo «contro l'aborto», ma al di là delle intenzioni furbescamente proclamate è anche punitiva e criminalizzante nei confronti delle donne - semplicemente accostarla, dicevo, al PdL, potrebbe risultare letale per Berlusconi; esattamente come furono letali per Prodi le uscite "terroristiche" di Visco sulle tasse nel 2006, accompagnate dagli autogol di Bertinotti sulla tassa di successione e sulle rendite finanziarie. Di quel 20-30% di elettori ancora incerti la metà sono donne.
Paolo Mieli lo ha già capito e sta dando una mano a Giuliano Ferrara, in versione ormai del tutto "pannellizzata".
Semplicemente accostare la "battaglia culturale" di Ferrara - che non è solo «contro l'aborto», ma al di là delle intenzioni furbescamente proclamate è anche punitiva e criminalizzante nei confronti delle donne - semplicemente accostarla, dicevo, al PdL, potrebbe risultare letale per Berlusconi; esattamente come furono letali per Prodi le uscite "terroristiche" di Visco sulle tasse nel 2006, accompagnate dagli autogol di Bertinotti sulla tassa di successione e sulle rendite finanziarie. Di quel 20-30% di elettori ancora incerti la metà sono donne.
Paolo Mieli lo ha già capito e sta dando una mano a Giuliano Ferrara, in versione ormai del tutto "pannellizzata".
Friday, February 15, 2008
La politica ha il dovere di individuare le priorità
Quello dell'aborto è un tema importante, come quello della laicità. Ma questo Paese ha problemi ben più urgenti da affrontare e non può concedersi di rimanere impigliato nella rissa tra Ferrara e Pannella, maestri nell'attirare attenzione ma ormai incapaci di guardare di poco oltre il loro smisurato ego.
Le questioni che dovrebbero essere centrali in questa campagna elettorale sono invece quelle ricordate da Giavazzi, oggi sul Corriere della Sera, e di cui abbiamo parlato anche qui: la riduzione delle tasse e della spesa pubblica; il potere di acquisto dei salari («abbiamo stipendi greci e prezzi tedeschi») e una spesa sociale «che non aiuta chi ne ha davvero bisogno».
La differenza tra i salari italiani e quelli europei «è più ampia per i giovani e si restringe via via che passano gli anni: a 55 anni scompare perché i nostri salari crescono con l'età più rapidamente che nel resto d'Europa. In altre parole, in Italia l'anzianità è più importante del merito nel determinare la progressione di carriere e stipendi». Dunque, sarebbe utile sapere chi dei candidati premier «proporrà l'eliminazione degli scatti di anzianità — a cominciare dai contratti dei dipendenti pubblici, in primis dei docenti universitari — per destinare più risorse al merito».
Perché in Italia i salari sono, in media, del 30% inferiori rispetto a Francia, Germania e Gran Bretagna? Perché i nostri lavoratori pagano in busta paga la certezza di non poter essere licenziati. E' una rigidità che comporta costi per le aziende e questi si riflettono sui salari. Una sorta di «premio di assicurazione»: «Un lavoratore con un contratto a tempo indeterminato è di fatto illicenziabile e il mancato salario è un prezzo che egli paga per "assicurarsi" contro il rischio di licenziamento. Non si possono chiedere al tempo stesso salari più elevati e garanzie contro i licenziamenti». Chi tra Pd e PdL proporrà una maggiore flessibilità in uscita per tutti, anche per i lavoratori a tempo indeterminato e anche per i dipendenti pubblici, così da non far gravare tutti i rischi della flessibilità solo sui giovani co.co.pro.?
Sulla produttività influisce anche lo stato penoso dell'istruzione, della nostra scuola secondaria e della nostra università. Dai test Pisa i nostri studenti risultano al 35mo posto sui 40 Paesi studiati nel 2006. «Ciò che più colpisce è la loro scarsa dimestichezza con il metodo scientifico», osserva Giavazzi. Che fare? Non l'ennesima burocratica riforma, «bisogna introdurre più concorrenza fra le scuole. Per farlo occorre dare alle famiglie la possibilità di scegliere: le scuole cattive rimarranno senza studenti e ci sarà la coda per iscrivere i figli alle migliori». Le prime andranno chiuse e i docenti licenziati, le seconde premiate con maggiori risorse e stipendi più alti ai docenti. Ma le famiglie dovranno essere informate per poter scegliere: «Le scuole dovrebbero pubblicare dati sui loro allievi: quanto tempo hanno impiegato a trovare un lavoro? Quanto guadagnano? In quanto tempo si sono laureati? Dove, con che voti?».
Le questioni che dovrebbero essere centrali in questa campagna elettorale sono invece quelle ricordate da Giavazzi, oggi sul Corriere della Sera, e di cui abbiamo parlato anche qui: la riduzione delle tasse e della spesa pubblica; il potere di acquisto dei salari («abbiamo stipendi greci e prezzi tedeschi») e una spesa sociale «che non aiuta chi ne ha davvero bisogno».
La differenza tra i salari italiani e quelli europei «è più ampia per i giovani e si restringe via via che passano gli anni: a 55 anni scompare perché i nostri salari crescono con l'età più rapidamente che nel resto d'Europa. In altre parole, in Italia l'anzianità è più importante del merito nel determinare la progressione di carriere e stipendi». Dunque, sarebbe utile sapere chi dei candidati premier «proporrà l'eliminazione degli scatti di anzianità — a cominciare dai contratti dei dipendenti pubblici, in primis dei docenti universitari — per destinare più risorse al merito».
Perché in Italia i salari sono, in media, del 30% inferiori rispetto a Francia, Germania e Gran Bretagna? Perché i nostri lavoratori pagano in busta paga la certezza di non poter essere licenziati. E' una rigidità che comporta costi per le aziende e questi si riflettono sui salari. Una sorta di «premio di assicurazione»: «Un lavoratore con un contratto a tempo indeterminato è di fatto illicenziabile e il mancato salario è un prezzo che egli paga per "assicurarsi" contro il rischio di licenziamento. Non si possono chiedere al tempo stesso salari più elevati e garanzie contro i licenziamenti». Chi tra Pd e PdL proporrà una maggiore flessibilità in uscita per tutti, anche per i lavoratori a tempo indeterminato e anche per i dipendenti pubblici, così da non far gravare tutti i rischi della flessibilità solo sui giovani co.co.pro.?
Sulla produttività influisce anche lo stato penoso dell'istruzione, della nostra scuola secondaria e della nostra università. Dai test Pisa i nostri studenti risultano al 35mo posto sui 40 Paesi studiati nel 2006. «Ciò che più colpisce è la loro scarsa dimestichezza con il metodo scientifico», osserva Giavazzi. Che fare? Non l'ennesima burocratica riforma, «bisogna introdurre più concorrenza fra le scuole. Per farlo occorre dare alle famiglie la possibilità di scegliere: le scuole cattive rimarranno senza studenti e ci sarà la coda per iscrivere i figli alle migliori». Le prime andranno chiuse e i docenti licenziati, le seconde premiate con maggiori risorse e stipendi più alti ai docenti. Ma le famiglie dovranno essere informate per poter scegliere: «Le scuole dovrebbero pubblicare dati sui loro allievi: quanto tempo hanno impiegato a trovare un lavoro? Quanto guadagnano? In quanto tempo si sono laureati? Dove, con che voti?».
Wednesday, February 13, 2008
Da soli, "ma anche" con Di Pietro
«Con questa o con un'altra legge elettorale, il Partito democratico correrà da solo», annunciava Veltroni tempo fa. Ma da oggi sarà il caso di precisare: Da solo, "ma anche" con Di Pietro... (guarda) e chissà con quanti altri. Non è da escludere infatti che alla fine i radicali accettino di candidare tre donne nelle liste del Pd (Bonino, Bernardini e Coscioni), ché in fondo Pannella è altruista.
L'accordo tra Pd e Di Pietro è stato appena concluso. «In senso tecnico», precisa l'ex pm, ma non si capisce cosa intenda dire, visto che precisa subito: «Con Veltroni abbiamo fatto un accordo non solo elettorale, ma programmatico, politico e progettuale. Programmatico perché alcuni punti salienti del nostro programma, come la non candidabilità dei condannati, saranno patrimonio comune di queste liste...»
L'Italia dei Valori parteciperà alle prossime elezioni politiche con il proprio simbolo in coalizione con il Partito democratico. Dopo il voto, gli eletti confluiranno nello stesso gruppo parlamentare del Pd, iniziando «un percorso che porterà in futuro alla possibilità di una nostra confluenza in un unico partito».
E così Veltroni ha ceduto. Ma non è solo un problema di coerenza, come spiega bene il senatore Polito: «Sono tre volte contrario alla scelta del Pd di apparentarsi sulla scheda elettorale con il partito di Di Pietro. Primo: perché così facendo si afferma che la cultura politica del nuovo partito si sente più vicina al giustizialismo dell'ex pm che al liberalismo dei radicali e dei socialisti. Secondo: perché il partito di Di Pietro è un partito personale che già alle passate elezioni non andò tanto per il sottile nella scelta dei candidati e creò al Senato non poche turbolenze nella maggioranza, soprattutto sui temi della giustizia. Terzo: perché se anche il Pd vincesse le elezioni, per governare avrebbe bisogno dei parlamentari eletti con Di Pietro, con buona pace della vocazione maggioritaria».
Adesso il timore è che anche Berlusconi possa cedere nei confronti dell'Udc, pressato da quel 3/4% in più che Di Pietro ha sommato ai voti del Pd.
Intanto prosegue, anzi si accentua, lo strano atteggiamento dei grandi giornali - su tutti il Corriere - che fino a ieri invocavano coraggio, cambiamento, semplificazione del quadro politico, e ora sembrano indulgere nel difendere le ragioni dei "piccoli" contro la furia dei "cattivoni", Pd e PdL, che vorrebbero farli fuori. Tra i due litiganti, Berlusconi e Casini, si mette addirittura in mezzo l'unica mamma rimasta, quella del leader dell'Udc: "Era così bello vederli giocare insieme..."
E ci si mette anche Pierluigi Battista, che invita PdL e Pd a «prestare una parte dei loro formidabili apparati per aiutare, su fronti opposti, Giuliano Ferrara e Marco Pannella a raccogliere le firme necessarie alla presentazione delle loro liste solitarie».
Non si capisce perché Ferrara e Pannella dovrebbero costituire «una cosa ben diversa dai micropartitini che proliferano dietro un capo, un territorio da controllare, una clientela da soddisfare, una marginale rendita di posizione». Sono forse anche peggio, perché accreditandosi come indiscussi e solitari condottieri di un'unica battaglia aspirano a guadagnare visibilità per loro stessi. E sanno bene che solo visibilità otterranno.
E se ciascuno dovesse presentare una lista per ogni «tema culturale» che sente importante, cosa accadrebbe?
Ieri a Porta a Porta Berlusconi è apparso insolitamente infastidito dall'iniziativa di Ferrara, e l'ha stroncata. "Ma come, mi sto facendo il c... per mettere 18 partitini d'accordo nel PdL e questo qui me ne aggiunge un altro?" Ma anche sul tema dell'aborto Berlusconi sembra avere pochi dubbi: non dovrebbe entrare nella campagna elettorale.
«Ferrara in questi ultimi tempi è stato rapito da questa sua missione e intende, contro il mio consiglio, presentare una lista che si chiamerà "Lista per la vita" o "Cultura della vita". Io non credo che questo sia un problema da inserire dentro delle elezioni politiche, penso che sia un problema che attenga alle coscienze e che quindi debba restare fuori dall'agone politico. Ho cercato di dissuaderlo, vedremo con quali risultati». E poi, rispondendo a una domanda di Battista: «Io sto dedicando i giorni e purtroppo anche le notti e concentrare 18 sigle politiche in una e adesso l'amico Giuliano Ferrara ne propone una in più lui? Credo che veramente questo vada contro quella che è la nostra strategia, che corrisponde al volere degli italiani. Non credo che questa missione che Giuliano si è dato trovi in politica il palcoscenico giusto per essere portata avanti. Ho indicato la strada delle Nazioni Unite e credo che quella sia la strada che si deve perseguire».
Un modo diplomatico e amichevole per dirgli: "Fuori dalle palle!"
L'accordo tra Pd e Di Pietro è stato appena concluso. «In senso tecnico», precisa l'ex pm, ma non si capisce cosa intenda dire, visto che precisa subito: «Con Veltroni abbiamo fatto un accordo non solo elettorale, ma programmatico, politico e progettuale. Programmatico perché alcuni punti salienti del nostro programma, come la non candidabilità dei condannati, saranno patrimonio comune di queste liste...»
L'Italia dei Valori parteciperà alle prossime elezioni politiche con il proprio simbolo in coalizione con il Partito democratico. Dopo il voto, gli eletti confluiranno nello stesso gruppo parlamentare del Pd, iniziando «un percorso che porterà in futuro alla possibilità di una nostra confluenza in un unico partito».
E così Veltroni ha ceduto. Ma non è solo un problema di coerenza, come spiega bene il senatore Polito: «Sono tre volte contrario alla scelta del Pd di apparentarsi sulla scheda elettorale con il partito di Di Pietro. Primo: perché così facendo si afferma che la cultura politica del nuovo partito si sente più vicina al giustizialismo dell'ex pm che al liberalismo dei radicali e dei socialisti. Secondo: perché il partito di Di Pietro è un partito personale che già alle passate elezioni non andò tanto per il sottile nella scelta dei candidati e creò al Senato non poche turbolenze nella maggioranza, soprattutto sui temi della giustizia. Terzo: perché se anche il Pd vincesse le elezioni, per governare avrebbe bisogno dei parlamentari eletti con Di Pietro, con buona pace della vocazione maggioritaria».
Adesso il timore è che anche Berlusconi possa cedere nei confronti dell'Udc, pressato da quel 3/4% in più che Di Pietro ha sommato ai voti del Pd.
Intanto prosegue, anzi si accentua, lo strano atteggiamento dei grandi giornali - su tutti il Corriere - che fino a ieri invocavano coraggio, cambiamento, semplificazione del quadro politico, e ora sembrano indulgere nel difendere le ragioni dei "piccoli" contro la furia dei "cattivoni", Pd e PdL, che vorrebbero farli fuori. Tra i due litiganti, Berlusconi e Casini, si mette addirittura in mezzo l'unica mamma rimasta, quella del leader dell'Udc: "Era così bello vederli giocare insieme..."
E ci si mette anche Pierluigi Battista, che invita PdL e Pd a «prestare una parte dei loro formidabili apparati per aiutare, su fronti opposti, Giuliano Ferrara e Marco Pannella a raccogliere le firme necessarie alla presentazione delle loro liste solitarie».
Non si capisce perché Ferrara e Pannella dovrebbero costituire «una cosa ben diversa dai micropartitini che proliferano dietro un capo, un territorio da controllare, una clientela da soddisfare, una marginale rendita di posizione». Sono forse anche peggio, perché accreditandosi come indiscussi e solitari condottieri di un'unica battaglia aspirano a guadagnare visibilità per loro stessi. E sanno bene che solo visibilità otterranno.
E se ciascuno dovesse presentare una lista per ogni «tema culturale» che sente importante, cosa accadrebbe?
Ieri a Porta a Porta Berlusconi è apparso insolitamente infastidito dall'iniziativa di Ferrara, e l'ha stroncata. "Ma come, mi sto facendo il c... per mettere 18 partitini d'accordo nel PdL e questo qui me ne aggiunge un altro?" Ma anche sul tema dell'aborto Berlusconi sembra avere pochi dubbi: non dovrebbe entrare nella campagna elettorale.
«Ferrara in questi ultimi tempi è stato rapito da questa sua missione e intende, contro il mio consiglio, presentare una lista che si chiamerà "Lista per la vita" o "Cultura della vita". Io non credo che questo sia un problema da inserire dentro delle elezioni politiche, penso che sia un problema che attenga alle coscienze e che quindi debba restare fuori dall'agone politico. Ho cercato di dissuaderlo, vedremo con quali risultati». E poi, rispondendo a una domanda di Battista: «Io sto dedicando i giorni e purtroppo anche le notti e concentrare 18 sigle politiche in una e adesso l'amico Giuliano Ferrara ne propone una in più lui? Credo che veramente questo vada contro quella che è la nostra strategia, che corrisponde al volere degli italiani. Non credo che questa missione che Giuliano si è dato trovi in politica il palcoscenico giusto per essere portata avanti. Ho indicato la strada delle Nazioni Unite e credo che quella sia la strada che si deve perseguire».
Un modo diplomatico e amichevole per dirgli: "Fuori dalle palle!"
Thursday, January 10, 2008
Aborto. Vedremo Benedetto Della Vedova a 8 e mezzo?
Altro che Bandinelli, altro che Pannella, altro che Bonino, la quale non ha saputo far altro che insultare. A sistemare Ferrara e la sua campagna per una moratoria sull'aborto, a denunciarne le furbizie retoriche e i sotterfugi anti-legge 194, ci ha pensato Benedetto Della Vedova, nella lettera che oggi Il Foglio gli pubblica nell'inserto IV. A mio modo di vedere un ko tecnico-dialettico.
Radicali e laici nel loro arroccarsi sdegnato sulla difensiva palesano una sorta di complesso di inferiorità. E' come se non si fossero ripresi dalla "sveglia" del referendum sulla fecondazione assistita. Non fanno che abbaiare, ma non riescono a mordere, perché non perdono occasione per lanciare anatemi o iniziative dalle quali emerge che essi stessi si sentono minoranza, pur essendo la società italiana largamente secolarizzata.
Tutt'altro smalto e capacità di incrociare le lame ha dimostrato Benedetto Della Vedova, pur non appartenendo a coloro che hanno preferito difendere la laicità nei recinti appositamente predisposti nel centrosinistra, sentendosi un po' gli ultimi e unici mohicani.
In quella ferrariana «difesa incondizionata di ogni forma di vita nascente, anche quella biologicamente più lontana dalla "figura" della persona umana», senza ricorrere «alla criminalizzazione giuridica e alla colpevolizzazione morale», in questo inedito «anti-abortismo compassionevole», Della Vedova sente «puzza, non di incenso o di zolfo, ma – in termini puramente logici – di bruciato». Difficile identificare l'aborto, qualsiasi aborto, come un omicidio, e pretendere di farlo senza al tempo stesso, almeno implicitamente, criminalizzare. E' una «mera iperbole retorica» per muovere comunque le acque dello stagno politico italiano, oppure no?, si chiede Della Vedova.
Ecco un lungo estratto della lettera, che merita di essere letta integralmente. E chissà se Giuliano Ferrara vorrà discuterne proprio con Della Vedova a 8 e mezzo.
«Non sta in piedi, caro direttore, l'immagine di un olocausto che si origina dalla macchinazione burocratica degli stati, ma che non comporta la criminalizzazione dei carnefici che liberamente e consapevolmente vi partecipano (i medici, gli infermieri, i primari, gli amministratori locali, i politici, e innanzitutto le donne che provvedono a emettere la condanna a morte del nascituro e a disporne l'esecuzione). Non persuade l'idea di un genocidio quotidiano che ha vittime "personali", ma colpevoli sempre "impersonali" (la cultura, le leggi, le politiche, il costume sociale). A proposito dell'aborto non si può proprio dire, se non ostentando una benevolenza un po' furbetta: "... non uccidere. Puoi farlo, e nessuno tranne la tua coscienza ti può giudicare, ma la cosa sarà nominata con il suo nome". Ma ancor meno mi convince l'idea che questo radicalismo ideologico non solo non fondi una politica coerente con i suoi presupposti (se l'aborto è tout court un omicidio, si richieda che in questo modo sia trattato!), ma dia anche voce a una passione etica che si sente tanto più forte e "giusta" quanto più manichea e indifferente a ogni differenza reale o apparente. Lei, che (giustamente) si fa vanto di non poterne più della Donna – con la maiuscola: come ipostasi ideologica della modernità – non dovrebbe parlare dell'"Aborto", ma degli aborti: ed è tutto un altro parlare.
Caro direttore, a rendermi assai poco partecipe della sua campagna è questo spaventoso indifferentismo etico, per cui l'aborto è identico all'omicidio e ogni aborto è un identico uccidere: quello dei sicari di Pechino, che sventrano le donne nelle campagne cinesi e quello delle donne di Torino o New York che non hanno la fortuna o la forza di ripudiare una possibilità che la legge offre loro, e continuano a ricorrervi, considerandola non un bene, ma certo un "meglio" rispetto alle conseguenze di gravidanze indesiderate o disgraziate. E' lo stesso indifferentismo, a proposito dell'altra moratoria (quella sulle esecuzioni capitali), che ha portato per anni numerose organizzazioni umanitarie a confondere la pena di morte con l'omicidio politico e il boia notoriamente previsto al termine di un equo processo con il serial killer legale addetto alle pratiche di uno stato assassino.
Potrà sembrare curioso e paradossale che a un "relativista" come me tocchi muovere a lei un'accusa – di indifferentismo etico, appunto – da cui, secondo la logica comune (e forse anche secondo la sua, direttore), dovrebbe più difendersi. Ma io preferisco distinguere, non chiamare tutte le cose con lo stesso nome: neppure per un'onesta urgenza morale, neppure quando le "cose cattive" suscitano un moto di ribellione, che si vorrebbe, per semplicità, indistinto e comune. L'esecuzione di Saddam e l'omicidio di Anna Politkovskaya non sono un identico uccidere. Il dottor Mengele e il dottor Viale non fanno lo stesso mestiere. Una donna che angosciosamente chiede la diagnosi pre-impianto o attende i risultati dell'amniocentesi, per poi magari risolversi all'aborto, è sicuramente mossa da un complesso di complicatissime ragioni, a volte anche censurabili quando non disprezzabili: ma nessuna di esse rimanda alle teorie di Alfred Rosenberg. Capisco e rispetto il rigore astratto e intransigente della chiesa di monsignor Cafarra che mette su un identico piano di condanna etico-religiosa l'omicidio, l'infanticidio, l'aborto e l'uso del preservativo chiedendo l'obiezione di coscienza ai farmacisti.
Ma, direttore, quella stessa chiesa, in nome della sacralità della vita, con coerenza condanna indifferentemente l'aborto e la guerra; qualunque guerra. Anche quella del Golfo, quella in Iraq e in Afghanistan, che lei e io abbiamo sostenuto caricandoci sulle spalle gli inevitabili "omicidi" di civili innocenti. Perché, appunto, sappiamo di poter e dover chiamare con nomi diversi e politicamente trattare in modo diverso cose diverse. La morte in guerra è la morte in guerra. L'omicidio è l'omicidio. L'aborto è l'aborto. Le scorciatoie sono efficaci, potenti sul piano dialettico e meno faticose della distinzione, ma sono politicamente sterili quando non pericolose».
Radicali e laici nel loro arroccarsi sdegnato sulla difensiva palesano una sorta di complesso di inferiorità. E' come se non si fossero ripresi dalla "sveglia" del referendum sulla fecondazione assistita. Non fanno che abbaiare, ma non riescono a mordere, perché non perdono occasione per lanciare anatemi o iniziative dalle quali emerge che essi stessi si sentono minoranza, pur essendo la società italiana largamente secolarizzata.
Tutt'altro smalto e capacità di incrociare le lame ha dimostrato Benedetto Della Vedova, pur non appartenendo a coloro che hanno preferito difendere la laicità nei recinti appositamente predisposti nel centrosinistra, sentendosi un po' gli ultimi e unici mohicani.
In quella ferrariana «difesa incondizionata di ogni forma di vita nascente, anche quella biologicamente più lontana dalla "figura" della persona umana», senza ricorrere «alla criminalizzazione giuridica e alla colpevolizzazione morale», in questo inedito «anti-abortismo compassionevole», Della Vedova sente «puzza, non di incenso o di zolfo, ma – in termini puramente logici – di bruciato». Difficile identificare l'aborto, qualsiasi aborto, come un omicidio, e pretendere di farlo senza al tempo stesso, almeno implicitamente, criminalizzare. E' una «mera iperbole retorica» per muovere comunque le acque dello stagno politico italiano, oppure no?, si chiede Della Vedova.
Ecco un lungo estratto della lettera, che merita di essere letta integralmente. E chissà se Giuliano Ferrara vorrà discuterne proprio con Della Vedova a 8 e mezzo.
«Non sta in piedi, caro direttore, l'immagine di un olocausto che si origina dalla macchinazione burocratica degli stati, ma che non comporta la criminalizzazione dei carnefici che liberamente e consapevolmente vi partecipano (i medici, gli infermieri, i primari, gli amministratori locali, i politici, e innanzitutto le donne che provvedono a emettere la condanna a morte del nascituro e a disporne l'esecuzione). Non persuade l'idea di un genocidio quotidiano che ha vittime "personali", ma colpevoli sempre "impersonali" (la cultura, le leggi, le politiche, il costume sociale). A proposito dell'aborto non si può proprio dire, se non ostentando una benevolenza un po' furbetta: "... non uccidere. Puoi farlo, e nessuno tranne la tua coscienza ti può giudicare, ma la cosa sarà nominata con il suo nome". Ma ancor meno mi convince l'idea che questo radicalismo ideologico non solo non fondi una politica coerente con i suoi presupposti (se l'aborto è tout court un omicidio, si richieda che in questo modo sia trattato!), ma dia anche voce a una passione etica che si sente tanto più forte e "giusta" quanto più manichea e indifferente a ogni differenza reale o apparente. Lei, che (giustamente) si fa vanto di non poterne più della Donna – con la maiuscola: come ipostasi ideologica della modernità – non dovrebbe parlare dell'"Aborto", ma degli aborti: ed è tutto un altro parlare.
Caro direttore, a rendermi assai poco partecipe della sua campagna è questo spaventoso indifferentismo etico, per cui l'aborto è identico all'omicidio e ogni aborto è un identico uccidere: quello dei sicari di Pechino, che sventrano le donne nelle campagne cinesi e quello delle donne di Torino o New York che non hanno la fortuna o la forza di ripudiare una possibilità che la legge offre loro, e continuano a ricorrervi, considerandola non un bene, ma certo un "meglio" rispetto alle conseguenze di gravidanze indesiderate o disgraziate. E' lo stesso indifferentismo, a proposito dell'altra moratoria (quella sulle esecuzioni capitali), che ha portato per anni numerose organizzazioni umanitarie a confondere la pena di morte con l'omicidio politico e il boia notoriamente previsto al termine di un equo processo con il serial killer legale addetto alle pratiche di uno stato assassino.
Potrà sembrare curioso e paradossale che a un "relativista" come me tocchi muovere a lei un'accusa – di indifferentismo etico, appunto – da cui, secondo la logica comune (e forse anche secondo la sua, direttore), dovrebbe più difendersi. Ma io preferisco distinguere, non chiamare tutte le cose con lo stesso nome: neppure per un'onesta urgenza morale, neppure quando le "cose cattive" suscitano un moto di ribellione, che si vorrebbe, per semplicità, indistinto e comune. L'esecuzione di Saddam e l'omicidio di Anna Politkovskaya non sono un identico uccidere. Il dottor Mengele e il dottor Viale non fanno lo stesso mestiere. Una donna che angosciosamente chiede la diagnosi pre-impianto o attende i risultati dell'amniocentesi, per poi magari risolversi all'aborto, è sicuramente mossa da un complesso di complicatissime ragioni, a volte anche censurabili quando non disprezzabili: ma nessuna di esse rimanda alle teorie di Alfred Rosenberg. Capisco e rispetto il rigore astratto e intransigente della chiesa di monsignor Cafarra che mette su un identico piano di condanna etico-religiosa l'omicidio, l'infanticidio, l'aborto e l'uso del preservativo chiedendo l'obiezione di coscienza ai farmacisti.
Ma, direttore, quella stessa chiesa, in nome della sacralità della vita, con coerenza condanna indifferentemente l'aborto e la guerra; qualunque guerra. Anche quella del Golfo, quella in Iraq e in Afghanistan, che lei e io abbiamo sostenuto caricandoci sulle spalle gli inevitabili "omicidi" di civili innocenti. Perché, appunto, sappiamo di poter e dover chiamare con nomi diversi e politicamente trattare in modo diverso cose diverse. La morte in guerra è la morte in guerra. L'omicidio è l'omicidio. L'aborto è l'aborto. Le scorciatoie sono efficaci, potenti sul piano dialettico e meno faticose della distinzione, ma sono politicamente sterili quando non pericolose».
Thursday, January 03, 2008
La "moratoria" che non è chiaro dove vada a parare
Per il momento la moratoria sugli aborti proposta da Giuliano Ferrara ha prodotto uno stucchevole e scontatissimo dibattito sulla legge 194. Nonostante su Il Foglio non manchino attacchi alla 194, Ferrara ha precisato in più sedi e occasioni che non è sua «intenzione cambiare la legge 194», che «non c'entra niente con la moratoria sull'aborto», che «non è una questione solo italiana». Insomma, «non è un attacco alla 194».
Ok, allora confessiamo che ci sfugge a cosa miri questa sua iniziativa: cioè, quale sia la proposta concreta, cosa significhi esattamente «incentivare politiche contrarie al fatto dell'aborto».
L'iniziativa di Ferrara rischia di risultare ancor più vaporosa ed eterea di quella per la moratoria Onu sulla pena di morte, a cui anche esplicitamente si richiama. In quel caso l'obiettivo, seppure il mezzo fosse palesemente inadeguato, era la sospensione delle esecuzioni in tutto il mondo. Quale possa essere l'obiettivo di una «moratoria sugli aborti», se non la sospensione disposta dai governi della pratica dell'aborto, stentiamo a comprenderlo. Oppure, dalla moratoria stiamo forse sconfinando nella semplice opera di sensibilizzazione sul dramma dell'aborto? Si accontenterebbe, Ferrara, di qualche commossa dichiarazione in questo senso?
Va chiarito il campo di interesse. Perché se fosse l'Italia, allora i dati dimostrano che poche leggi hanno funzionato come la 194, che nonostante le sue ipocrisie fa parte di quelle «politiche contrarie al fatto dell'aborto». Si potrebbe quasi sostenere che lo spirito della «moratoria» lanciata oggi sia stato raccolto già trent'anni fa: non l'utopistica e irresponsabile abolizione per divieto, ma tramite regolamentazione una progressiva limitazione del fenomeno tendente alla sospensione. E allora sì, potremmo obiettare che le priorità del Paese sono altre, rispetto a una questione certamente delicata che però una legge sta tutto sommato affrontando con effetti positivi.
Se invece si sta parlando dell'«aborto di massa, che ha raggiunto e superato la cifra del miliardo» in tutto il mondo, «via via caratterizzato come aborto selettivo, come pianificazione familiare a sfondo eugenetico, razzista e sessista», e dei «milioni di bambine, solo in Asia», mai nate, allora si sta parlando di una questione che non riguarda una scelta libera, consapevole e responsabile, che in una democrazia liberale viene assicurata agli individui, ma di politiche totalitarie che esulano dalla questione dell'aborto e riguardano lo sviluppo e la diffusione della democrazia in altri paesi, anche immensi come la Cina.
Come abbiamo incluso la pena di morte essenzialmente nel più vasto problema della dittatura, così la «pianificazione familiare» non lasciata alla libertà degli individui, ma imposta dagli stati (sia nella variante del controllo demografico che in quella delle campagne nataliste), fa parte anch'essa di quel dossier.
Quella di Ferrara è solo «la proposta di un grande e libero consulto su questi temi»? «Soprattutto, la moratoria chiede di prendere in considerazione la grande questione di fondo, che pertiene al diritto (civile) alla vita contro il diritto statualizzato di dare la morte, senza la riduzione ipocrita che ciò possa valere solo per la pena capitale». Ma c'è una differenza tra l'aborto cui si è costretti a ricorrere per non infrangere leggi imposte da un regime e l'aborto cui una donna decide drammaticamente, ma consapevolmente e responsabilmente, di ricorrere, entro certi limiti, per tutelare se stessa, il proprio corpo, la propria salute, la propria vita.
Per esempio, in questo secondo caso non si potrebbe mai pronunciare il termine «eugenetica», che non solo presuppone un fortissimo elemento coercitivo dello Stato, ma anche la conoscenza dell'intera mappatura genetica umana, l'individuazione precisa del gene che si vuole estirpare e l'eliminazione fisica anche dei portatori sani.
Sentire parlare dell'aborto come di un «diritto umano» fa parte di una certa deteriore cultura progressista ed estensiva dei diritti umani che nuoce al senso stesso dei diritti umani nella concezione liberale. La facoltà regolamentata di ricorrere all'aborto rientra nel diritto che ciascuno di noi ha di disporre di sé, del proprio corpo, della propria salute, della propria morale. Secondo una concezione liberale del diritto, precondizione per esercitare diritti (e doveri) è esistere come individui. Mai la libertà di un cittadino può essere compressa fino a procurargli danno nel nome di una sacralità astratta (sia pure della "vita"), che non corrisponda alla libertà di un altro individuo. Ed è il carattere di individualità che manca al nascituro finché dipende dall'utero materno.
Proprio in quest'ottica si può discutere se abbassare da 24 a 22 settimane il limite temporale entro cui l'aborto terapeutico può essere effettuato, recependo i progressi della medicina neonatale, ormai in grado di far nascere un feto di sei mesi. «C'è in effetti più di un rischio nel praticare l'aborto dopo la ventiduesima settimana di gestazione. Il bimbo può sopravvivere e c'è l'obbligo medico di rianimarlo nonostante ci sia la probabilità di malformazioni permanenti». Parole di Umberto Veronesi. Bisognerebbe però tenere anche presente che molte delle patologie del feto che possono autorizzare un aborto terapeutico sono ancora rivelabili solo attraverso esami clinici a gravidanza molto inoltrata; e che il problema degli aborti tardivi riguarda una ridottissima minoranza. A utilizzare l'aborto terapeutico in Italia è il 2,7% delle donne che ricorrono all'interruzione volontaria della gravidanza, che nella stragrande maggioranza (97,3%) è effettuata entro i primi 90 giorni di gestazione (12/13 settimane).
Quando si vuole affrontare un problema politicamente, e non moralmente, le cifre contano, eccome. Dal punto di vista morale anche un solo aborto è un dramma. Dal punto di vista politico, una legge che ha ridotto drasticamente la frequenza di questo dramma è una legge che funziona. Che potrebbe funzionare meglio, certo. Che potrebbe sicuramente recepire i passi avanti della medicina e considerare nuovi fenomeni sociali. Ma che nel suo principio base, quello della legalizzazione e della responsabilizzazione della donna, funziona.
Tra le donne italiane il ricorso all'aborto è crollato del 60% rispetto al 1982. I dati del 2006, con un totale di 130.033 aborti, mostrano un ulteriore calo del 2,1% rispetto al 2005 (132.790 casi). A indicare un nuovo fenomeno, invece, la crescita della percentuale di donne straniere (29,6% del totale), dovuta probabilmente a ignoranza e disagi socio-economici. Un bilancio confermato da un'esperta dell'Istituto Superiore di Sanità, Angela Spinelli: dai 235.000 aborti l'anno nel 1982 ai 130.000 del 2006. Per quanto riguarda gli aborti clandestini, dai 350.000 casi l'anno prima della legge ai 100.000 del 1983 fino ai 20.000 del 2006. «Grazie a questa legge siamo riusciti ad evitare, in circa un trentennio, 3.300.000 aborti, di cui 1.000.000 clandestini», a seguito dei quali prima della legge morivano circa 10 donne l'anno. Quindi, «potenzialmente sono state salvate oltre 300 donne».
Se bandire moralmente e culturalmente l'aborto, come sembra chiedere Ferrara, servisse a porre i presupposti per metterlo anche fuorilegge, sarebbe un'iniziativa sbagliata, da respingere perché controproducente; se fosse solo un'istanza di principio, sarebbe anche "nobile", ma velleitaria almeno quanto la moratoria sulla pena di morte approvata di recente all'Assemblea generale dell'Onu.
Ok, allora confessiamo che ci sfugge a cosa miri questa sua iniziativa: cioè, quale sia la proposta concreta, cosa significhi esattamente «incentivare politiche contrarie al fatto dell'aborto».
L'iniziativa di Ferrara rischia di risultare ancor più vaporosa ed eterea di quella per la moratoria Onu sulla pena di morte, a cui anche esplicitamente si richiama. In quel caso l'obiettivo, seppure il mezzo fosse palesemente inadeguato, era la sospensione delle esecuzioni in tutto il mondo. Quale possa essere l'obiettivo di una «moratoria sugli aborti», se non la sospensione disposta dai governi della pratica dell'aborto, stentiamo a comprenderlo. Oppure, dalla moratoria stiamo forse sconfinando nella semplice opera di sensibilizzazione sul dramma dell'aborto? Si accontenterebbe, Ferrara, di qualche commossa dichiarazione in questo senso?
Va chiarito il campo di interesse. Perché se fosse l'Italia, allora i dati dimostrano che poche leggi hanno funzionato come la 194, che nonostante le sue ipocrisie fa parte di quelle «politiche contrarie al fatto dell'aborto». Si potrebbe quasi sostenere che lo spirito della «moratoria» lanciata oggi sia stato raccolto già trent'anni fa: non l'utopistica e irresponsabile abolizione per divieto, ma tramite regolamentazione una progressiva limitazione del fenomeno tendente alla sospensione. E allora sì, potremmo obiettare che le priorità del Paese sono altre, rispetto a una questione certamente delicata che però una legge sta tutto sommato affrontando con effetti positivi.
Se invece si sta parlando dell'«aborto di massa, che ha raggiunto e superato la cifra del miliardo» in tutto il mondo, «via via caratterizzato come aborto selettivo, come pianificazione familiare a sfondo eugenetico, razzista e sessista», e dei «milioni di bambine, solo in Asia», mai nate, allora si sta parlando di una questione che non riguarda una scelta libera, consapevole e responsabile, che in una democrazia liberale viene assicurata agli individui, ma di politiche totalitarie che esulano dalla questione dell'aborto e riguardano lo sviluppo e la diffusione della democrazia in altri paesi, anche immensi come la Cina.
Come abbiamo incluso la pena di morte essenzialmente nel più vasto problema della dittatura, così la «pianificazione familiare» non lasciata alla libertà degli individui, ma imposta dagli stati (sia nella variante del controllo demografico che in quella delle campagne nataliste), fa parte anch'essa di quel dossier.
Quella di Ferrara è solo «la proposta di un grande e libero consulto su questi temi»? «Soprattutto, la moratoria chiede di prendere in considerazione la grande questione di fondo, che pertiene al diritto (civile) alla vita contro il diritto statualizzato di dare la morte, senza la riduzione ipocrita che ciò possa valere solo per la pena capitale». Ma c'è una differenza tra l'aborto cui si è costretti a ricorrere per non infrangere leggi imposte da un regime e l'aborto cui una donna decide drammaticamente, ma consapevolmente e responsabilmente, di ricorrere, entro certi limiti, per tutelare se stessa, il proprio corpo, la propria salute, la propria vita.
Per esempio, in questo secondo caso non si potrebbe mai pronunciare il termine «eugenetica», che non solo presuppone un fortissimo elemento coercitivo dello Stato, ma anche la conoscenza dell'intera mappatura genetica umana, l'individuazione precisa del gene che si vuole estirpare e l'eliminazione fisica anche dei portatori sani.
Sentire parlare dell'aborto come di un «diritto umano» fa parte di una certa deteriore cultura progressista ed estensiva dei diritti umani che nuoce al senso stesso dei diritti umani nella concezione liberale. La facoltà regolamentata di ricorrere all'aborto rientra nel diritto che ciascuno di noi ha di disporre di sé, del proprio corpo, della propria salute, della propria morale. Secondo una concezione liberale del diritto, precondizione per esercitare diritti (e doveri) è esistere come individui. Mai la libertà di un cittadino può essere compressa fino a procurargli danno nel nome di una sacralità astratta (sia pure della "vita"), che non corrisponda alla libertà di un altro individuo. Ed è il carattere di individualità che manca al nascituro finché dipende dall'utero materno.
Proprio in quest'ottica si può discutere se abbassare da 24 a 22 settimane il limite temporale entro cui l'aborto terapeutico può essere effettuato, recependo i progressi della medicina neonatale, ormai in grado di far nascere un feto di sei mesi. «C'è in effetti più di un rischio nel praticare l'aborto dopo la ventiduesima settimana di gestazione. Il bimbo può sopravvivere e c'è l'obbligo medico di rianimarlo nonostante ci sia la probabilità di malformazioni permanenti». Parole di Umberto Veronesi. Bisognerebbe però tenere anche presente che molte delle patologie del feto che possono autorizzare un aborto terapeutico sono ancora rivelabili solo attraverso esami clinici a gravidanza molto inoltrata; e che il problema degli aborti tardivi riguarda una ridottissima minoranza. A utilizzare l'aborto terapeutico in Italia è il 2,7% delle donne che ricorrono all'interruzione volontaria della gravidanza, che nella stragrande maggioranza (97,3%) è effettuata entro i primi 90 giorni di gestazione (12/13 settimane).
Quando si vuole affrontare un problema politicamente, e non moralmente, le cifre contano, eccome. Dal punto di vista morale anche un solo aborto è un dramma. Dal punto di vista politico, una legge che ha ridotto drasticamente la frequenza di questo dramma è una legge che funziona. Che potrebbe funzionare meglio, certo. Che potrebbe sicuramente recepire i passi avanti della medicina e considerare nuovi fenomeni sociali. Ma che nel suo principio base, quello della legalizzazione e della responsabilizzazione della donna, funziona.
Tra le donne italiane il ricorso all'aborto è crollato del 60% rispetto al 1982. I dati del 2006, con un totale di 130.033 aborti, mostrano un ulteriore calo del 2,1% rispetto al 2005 (132.790 casi). A indicare un nuovo fenomeno, invece, la crescita della percentuale di donne straniere (29,6% del totale), dovuta probabilmente a ignoranza e disagi socio-economici. Un bilancio confermato da un'esperta dell'Istituto Superiore di Sanità, Angela Spinelli: dai 235.000 aborti l'anno nel 1982 ai 130.000 del 2006. Per quanto riguarda gli aborti clandestini, dai 350.000 casi l'anno prima della legge ai 100.000 del 1983 fino ai 20.000 del 2006. «Grazie a questa legge siamo riusciti ad evitare, in circa un trentennio, 3.300.000 aborti, di cui 1.000.000 clandestini», a seguito dei quali prima della legge morivano circa 10 donne l'anno. Quindi, «potenzialmente sono state salvate oltre 300 donne».
Se bandire moralmente e culturalmente l'aborto, come sembra chiedere Ferrara, servisse a porre i presupposti per metterlo anche fuorilegge, sarebbe un'iniziativa sbagliata, da respingere perché controproducente; se fosse solo un'istanza di principio, sarebbe anche "nobile", ma velleitaria almeno quanto la moratoria sulla pena di morte approvata di recente all'Assemblea generale dell'Onu.
Wednesday, September 05, 2007
La Chiesa cattolica, «un gruppo politico ben connotato»
Spergiuravano di no, i politici cattolici o reazionari, che la mobilitazione politica della Cei contro il referendum sulla fecondazione assistita non preludesse ad alcun passo ulteriore, come l'attacco alla legge 194 che regola l'aborto, e che per nessuno di essi il tema fosse all'ordine del giorno. Ma quando si risponde a un'autorità superiore gli ordini possono variare da un giorno all'altro.
Eppure, ad alcuni di noi qualche dubbio era venuto già allora, sentendo il Cardinale Ruini affermare che non era in agenda la legge 194, ma solo perché non ce n'erano le condizioni... politiche nel paese. E' evidente che se nel caso vi fossero state... E infatti...
Oggi l'ex presidente della Cei torna a farsi vivo, dalla Summer School di Magna Carta. Deve aver valutato che qualche condizione in più oggi ci sia. Così dichiara che «non solo è lecito, ma doveroso» modificare la legge 194. Per migliorarla, penserete voi. D'altronde ce lo impongono i progressi della scienza, che è riuscita ad abbassare di due o tre settimane la soglia media di gestazione oltre la quale un feto ha possibilità di sopravvivere.
E però Ruini aggiunge la solita precisazione: «Per un credente sarebbe meglio che questa legge non ci fosse, ma c'è... e non c'è una situazione culturale e politica per la sua abrogazione».
Senti chi parla, verrebbe da rispondere al Cardinale Bertone che denuncia contro la Chiesa polemiche «meschine» da parte di «qualche gruppo politico ben connotato». Anche la Chiesa che pontifica su quali leggi sia «doveroso» modificare o abrogare, che difende con i denti i suoi privilegi fiscali, è ormai «un gruppo politico ben connotato» e in quanto tale non può sottrarsi alle polemiche e alla lotta politica.
Nel frattempo, sui privilegi fiscali della Chiesa, la linea suicida della CdL va a sbattere contro un muro a Bruxelles. La commissaria alla Concorrenza Neelie Kroes - violentemente attaccata da qualche rozzo deputato di An, Forza Italia, Udc e Lega solo per aver chiesto di acquisire informazioni dal governo sulle esenzioni fiscali di cui gode la Chiesa cattolica in Italia - è stata difesa da tutti i gruppi del Parlamento europeo, Popolari compresi. Il capogruppo Joseph Daul ha placidamente osservato che bisogna «bisogna lasciar fare il suo lavoro alla Commissione e vedere quale ne sarà l'esito».
Eppure, ad alcuni di noi qualche dubbio era venuto già allora, sentendo il Cardinale Ruini affermare che non era in agenda la legge 194, ma solo perché non ce n'erano le condizioni... politiche nel paese. E' evidente che se nel caso vi fossero state... E infatti...
Oggi l'ex presidente della Cei torna a farsi vivo, dalla Summer School di Magna Carta. Deve aver valutato che qualche condizione in più oggi ci sia. Così dichiara che «non solo è lecito, ma doveroso» modificare la legge 194. Per migliorarla, penserete voi. D'altronde ce lo impongono i progressi della scienza, che è riuscita ad abbassare di due o tre settimane la soglia media di gestazione oltre la quale un feto ha possibilità di sopravvivere.
E però Ruini aggiunge la solita precisazione: «Per un credente sarebbe meglio che questa legge non ci fosse, ma c'è... e non c'è una situazione culturale e politica per la sua abrogazione».
Senti chi parla, verrebbe da rispondere al Cardinale Bertone che denuncia contro la Chiesa polemiche «meschine» da parte di «qualche gruppo politico ben connotato». Anche la Chiesa che pontifica su quali leggi sia «doveroso» modificare o abrogare, che difende con i denti i suoi privilegi fiscali, è ormai «un gruppo politico ben connotato» e in quanto tale non può sottrarsi alle polemiche e alla lotta politica.
Nel frattempo, sui privilegi fiscali della Chiesa, la linea suicida della CdL va a sbattere contro un muro a Bruxelles. La commissaria alla Concorrenza Neelie Kroes - violentemente attaccata da qualche rozzo deputato di An, Forza Italia, Udc e Lega solo per aver chiesto di acquisire informazioni dal governo sulle esenzioni fiscali di cui gode la Chiesa cattolica in Italia - è stata difesa da tutti i gruppi del Parlamento europeo, Popolari compresi. Il capogruppo Joseph Daul ha placidamente osservato che bisogna «bisogna lasciar fare il suo lavoro alla Commissione e vedere quale ne sarà l'esito».
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