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Wednesday, December 24, 2008

La storia riserverà a Bush un trattamento migliore

E' tempo di bilanci per l'amministrazione Bush e David Frum elenca 8 fatti per i quali Bush a suo avviso verrà giudicato dalla storia in modo meno severo di quanto stanno facendo oggi i suoi contemporanei, sotto i colpi della crisi economica e con in mano gli indici di popolarità al minimo.
1) Una crescente partnership per la sicurezza tra Stati Uniti e India, uno dei maggiori successi di politica estera di Bush. La sua intesa strategica con l'India potrebbe rivelarsi «il più importante fatto geopolitico del 21esimo secolo»;
2) La guerra in Iraq si sta concludendo con una riconciliazione politica all'interno dell'Iraq e una durevole alleanza tra Iraq e Stati Uniti. Bush lascia la Casa Bianca con un Iraq «pronto a diventare per lo meno un paese normale, in pace con se stesso e i suoi vicini»;
3) Le speranze di Bush per un Medio Oriente democratico non sono divenute realtà. Ma la Libia ha abbandonato il programma nucleare, l'Arabia Saudita è meno ambigua con al Qaeda, Hamas è isolata e la seconda Intifada palestinese è stata sconfitta;
4) Non ci sono stati più attacchi terroristici su territorio americano dopo l'11 settembre;
5) In Sud America il "piano Colombia" ha funzionato, il Messico ha completato la sua seconda elezione presidenziale democratica e il regime di Chávez va verso il collasso a causa della sua incompetenza economica;
6) Il programma nazionale di prescrizione dei farmaci voluto da Bush solleva gli ultra-sessantacinquenni dalla paura di non potersi permettere le medicine di cui hanno bisogno;
7) Bush ha incoraggiato l'industria del nucleare;
8) Dopo l'11 settembre Bush è stato un appassionato difensore della vasta maggioranza di musulmani rispettosi della legge e forse anche per questo la temuta ondata di odio razziale non si è verificata.

«Questa eredità candida Bush per un posto sul Monte Rushmore?» si chiede Frum. «Probabilmente no. Ma forse gli garantirà un trattamento migliore dalla storia di quello ricevuto dai suoi contemporanei».

Thursday, November 13, 2008

Una nuova via per il GOP

A pochi giorni dalla disfatta le migliori menti nei principali circoli conservatori si stanno già interrogando sulle cause e le possibili nuove vie. «Cosa ci è accaduto?»; «Cosa comporta la vittoria di Obama per il Paese e per il movimento conservatore?» Ne discuteranno, in un incontro organizzato dal 13 al 16 novembre a Palm Beach dal David Horowitz Freedom Center, personalità del calibro di Karl Rove, i governatori Haley Barbour e Tim Pawlenty, il senatore Jeff Sessions e i deputati Mike Pence e Ed Royce; e ancora, autorevoli intellettuali come David Horowitz, Victor Davis Hanson, Robert Spencer, Daniel Pipes.

David Frum, del neoconservatore American Enterprise Institute, suggerisce ai Repubblicani una «nuova via». Hanno di fronte una scelta «dolorosa e lacerante» tra due possibilità. La prima è tornare allo «zoccolo duro». La base, quasi interamente bianca, residente nel centro del Paese, benestante, di età media o più vecchia, più uomini che donne, con istruzione superiore ma pochi laureati. Pensate a Joe "l'idraulico" e vedrete l'anima del GOP. «Joe non è cambiato molto negli ultimi decenni, ma il Paese sì». Dal 1990 gli ispanici sono quasi raddoppiati e i bianchi laureati sono aumentati dal 22 al 28,5%. Molti leader repubblicani esorteranno il partito ad aggrapparsi alla via «testata e provata» (tasse, armi, diritto alla vita, patriottismo), ma il voto di Joe "l'idraulico" non basta più.

Bush ha sperato di conquistare il voto degli ispanici: regolarizzando gli immigrati illegali; espandendo i programmi federali di assistenza; spingendo le banche ad abbassare i requisiti per la concessione dei mutui per aiutare i lavoratori a basso reddito a comprarsi una casa. Ma non ha potuto ottenere il punto 1 dal Congresso (che in ogni caso allontana Joe, di cui i Repubblicani hanno ancora bisogno); ha realizzato il punto 2, ma i Democratici offrono di più; e riguardo al punto 3, tutti sappiamo come è finita. «Non ci sarà un futuro ispanico per il GOP per anni e anni», prevede Frum, che quindi propone una via «così antica e polverosa da sembrare quasi nuova e inesplorata».

Una generazione fa i Repubblicani dominavano tra i laureati al college. Nel 1984 e nel 1988, Reagan e George Bush padre vinsero stati come California, Pennsylvania e Connecticut, stati "blue" da generazioni. Dal 1988, i Democratici sono diventati più conservatori in economia, e i Repubblicani più conservatori sui temi sociali. Gli americani istruiti nei college sono arrivati a credere che i loro soldi sono al sicuro con i Democratici, ma i loro valori sono minacciati dai Repubblicani. Conquistarli comporterà «cambiamenti dolorosi», su temi che vanno dall'ambiente all'aborto, nello stile e nei toni. Un approccio «meno apertamente religioso, meno polarizzato sui temi sociali, meno superficiale riguardo le policy, che lascerebbe poco spazio alle Sarah Palin».

Secondo Michael D. Tanner, del libertario Cato Institute, il messaggio degli elettori è chiaro. Dopo 8 anni in cui Bush ha accresciuto la spesa federale «più di qualsiasi altro presidente dai tempi di Lyndon Johnson», i Repubblicani «hanno perso la capacità di distinguersi dai Democratici». Da partito della crescita economica, della disciplina fiscale e del governo limitato, il GOP è divenuto proprio come i fautori della spesa che intendeva combattere. «Siamo andati al governo per cambiare lo Stato, e lo Stato ci ha cambiati», per usare una felice espressione di McCain. Prima lezione dalla sconfitta: il big government conservatore «non è solo una politica sbagliata, ma anche cattiva politica». Secondo Tanner, i Repubblicani devono ritornare ai principi di governo limitato, libero mercato e libertà individuali. Seconda lezione: devono espandere la loro base al di là della Destra religiosa.

Durante la campagna i "social conservative" hanno continuamente minacciato di starsene a casa. Invece, sono stati gli elettori delle periferie urbane, gli indipendenti, stufi non solo della guerra e della corruzione, ma anche della deriva verso il big government, a cambiare voto. Nel 2004 Bush vinse nelle periferie 52 a 47. Nel 2008, gli elettori delle periferie urbane, benestanti, professionisti con istruzione superiore, moderati sui temi sociali e conservatori in economia, hanno votato Obama con un margine di 50 a 48. Lo spostamento del voto nelle periferie di Columbus, Charlotte e Indianapolis ha determinato il passaggio dell'Ohio, della North Carolina e dell'Indiana ai Democratici.

Che fine farà il "fusionismo", quella coalizione politica tra conservatori e libertari che da Reagan in poi ha garantito al Partito repubblicano una lunga serie di vittorie? Se lo chiede Ilya Shapiro. Molto dipenderà da cosa decideranno di fare i Repubblicani. Se scelgono l'approccio del governo limitato sostenuto dal deputato Jeff Flake, che ha denunciato «l'inadeguato e impraticabile statalismo conservatore dell'amministrazione Bush», e da qualche altro giovane deputato, ci sarà ampio margine di collaborazione con i libertari. Ma se adottassero la combinazione tra populismo economico e conservatorismo sociale, rappresentata da Mike Huckabee e Sarah Palin, il «fusionismo» sarà morto e sepolto.

Monday, September 08, 2008

Il fenomeno Sarah Palin. Mossa astuta ma non saggia?

Nella puntata di oggi di Think Global (qui in mp3), la mia rubrica su Velino Radio, mi sono occupato del fenomeno Palin. Una personalità forte che fa già discutere, radicalmente conservatrice ma in modo anticonformista, lontana da Washington non solo geograficamente. E' lei il personaggio di questi giorni. Dalla quantità di attacchi che riceve - spesso basati su delle vere e proprie balle - si direbbe che McCain abbia visto giusto a volerla come sua vice. I democratici sono in allarme e i sondaggi per la prima volta attribuiscono a McCain un vantaggio così consistente su Obama. Secondo Usa Today/Gallup di 4 punti percentuali (50% a 46%). Ma come leggerete qui di seguito anche tra i conservatori c'è chi non è affatto entusiasta della scelta Palin.

Sulle parole esperienza e cambiamento si gioca la campagna dei due candidati. Obama ha scelto come vice l'esperto Joe Biden per rispondere alle accuse di inesperienza; McCain ha voluto al suo fianco il volto nuovo della Palin, per mostrare di saper interpretare il cambiamento quanto Obama. La governatrice è famosa per essersi battuta con successo contro l'establishment corrotto del suo partito in Alaska e contro le compagnie petrolifere. Il dibattito sull'effetto Palin è più che mai aperto e nei commenti ho ritrovato gli stessi dubbi che avevo manifestato nel post di venerdì scorso.

Da sinistra rimproverano alla Palin le sue posizioni pro-life. Jacob Weisberg, su Slate, parla di «assolutismo anti-abortista», che «politicamente non ha mai avuto molto senso». Settori significativi del GOP – libertari, liberisti, pragmatici – non auspicano la revisione della sentenza Roe v. Wade. E a dispetto di quanto scrive oggi Giuliano Ferrara, su Il Foglio, sempre meno americani dichiarano di scegliere il proprio candidato in base a come la pensa sull'aborto. I repubblicani pragmatici stanno provando a rendere il loro partito una «grande tenda» che possa ospitare posizioni sia pro-life che pro-choice.

A quanto pare è difficile, anche per i commentatori Usa, stabilire quali potranno essere gli effetti della sua candidatura sull'elettorato, cioè se si limiterà ad eccitare gli animi della base repubblicana o se invece sarà in grado anche di allargare la base dei consensi. Perché è difficile capire se agli occhi del pubblico Sarah Palin rappresenti più le posizioni pro-life e vicine alla destra cristiana o se non sia divenuta piuttosto l'icona della lotta alla corruzione dell'establishment repubblicano, di richiamo per una sorta di anti-politica in versione Usa.

In due articoli il Wall Street Journal ha cercato di raccontare proprio questo aspetto: «Se avete letto qualcosa di Sarah Palin, è probabile che abbiate letto parecchio sulle sue convinzioni religiose e i suoi problemi famigliari. Ma se volete sapere cosa guida la politica della Palin, e cosa ha intrigato l'America, allora dovete sapere come ha battuto» il malaffare tra l'establishment repubblicano e le compagnie petrolifere in Alaska. «Sebbene molti nei media sostengano che sia stata scelta per fare appello alla destra cristiana del partito, la Palin non ha ancora sollevato il tema dell'aborto». Se non altro perché non ha bisogno di farlo esplicitamente, visto che l'aver deciso di tenere il suo ultimo figlio, affetto da sindrome di Down, è una «prova sufficiente delle sue convinzioni pro-life». In un partito colpito negli ultimi tempi da molti casi di corruzione, sono le lotte contro il potere in Alaska che hanno reso la Palin famosa e popolare. Per questo è stata scelta, secondo il WSJ.

Bill Kristol, il direttore della rivista neocon Weekly Standard, approva la scelta di McCain, che scegliendo Sarah Palin ha dimostrato «fegato» e un «acuto senso strategico». Ha capito che correre solo con la sua esperienza l'avrebbe portato al più ad una «rispettabile sconfitta». Ha compreso le implicazioni della vittoria di Obama su Hillary... «e che il conservatorismo anti-establishment della Palin, il suo femminismo pro-family e il suo determinato riformismo aggiungono qualcosa di importante alla sua campagna».

Eppure, la scelta della Palin non convince tutti i commentatori conservatori. Charles Krauthammer si chiede se il «Palin Power» funzionerà. «Ci sono domande che non dovremo mai porci con McCain: chi è quest'uomo e se possiamo fidarci di lui per la presidenza». Parole di Fred Thompson, citate da Krauthammer per spiegare il motivo più efficace dell'intera convention repubblicana: una risonante affermazione dell'autenticità di McCain e la denuncia dell'inconsistenza di Obama. «Cosa rimane di questa linea – si chiede Krauthammer – dopo che McCain ha scelto Sarah Palin come sua vice presidente?»

Certo, è una donna «stimabile e formidabile», «ha galvanizzato la base repubblicana e unito il partito dietro McCain». Ma la strategia di McCain era di fare delle elezioni un «referendum su Obama, certamente il meno esperto, il meno qualificato candidato alla Casa Bianca che si ricordi a memoria d'uomo». La Palin «mina questa strategia di attacco». La costituzione prevede che il vicepresidente subentri al presidente in certi casi. «Come Obama, la Palin non è pronta. Con la Palin l'accusa di inesperienza nei confronti di Obama evapora». Inoltre, tentare di rubare l'immagine del cambiamento a Obama è «una manovra azzardata, temeraria e difficile». Il problema è nell'«intrinseca contraddizione di un partito in carica che corre per il cambiamento. Chi ha governato nell'ultimo decennio?»

Ancora più critico un altro esponente dei neoconservatori - e columnist del Foglio - che sul National Post arriva a definire la scelta Palin «irresponsabile». David Frum spiega che McCain ha due problemi. 1) La base degli elettori repubblicani, cioè quanti nel corpo elettorale si definiscono «repubblicani», si riduce. La percentuale è la più bassa negli ultimi 28 anni. «Il solo modo in cui McCain può vincere è fare appello agli indipendenti e al centro». Il maverick – l'anti-conformista – McCain poteva sembrare il «candidato perfetto per questo compito». Si è distinto dall'ortodossia repubblicana su temi come le tasse e il cambiamento climatico, e i suoi rapporti con Bush sono stati spesso difficili.

Ma qui sorge il secondo problema: McCain non ha il sostegno di tutto il partito. Serviva quindi «un vice gradito alla destra». Secondo Frum, Tom Ridge sarebbe stato l'ideale, soprattutto guardando al fatto che la Pennsylvania sarà uno stato chiave. Attribuisce 21 dei 270 collegi elettorali necessari per la vittoria finale, è uno stato che di solito vota democratico, ma molto inospitale per un candidato come Obama. Ridge, esperto, cattolico e di origini europee, è molto popolare in Pennsylvania, di cui è stato due volte governatore. Ma Ridge è pro-choice, osserva Frum, quindi la scelta è caduta su Sarah Palin. «Ma in politica, come nella vita, non si può avere tutto. L'inesperienza della Palin rende Obama in confronto un George Marshall. Ha zero esperienza in politica estera e di sicurezza nazionale».

Comunque vada a finire a novembre, Sarah Palin si troverà in pole position per la corsa del 2012. «Così questo è il futuro del partito repubblicano che vi aspetta», conclude Frum con rammarico e preoccupazione: «Un futuro nel quale la sicurezza nazionale sarà retrocessa nella lista delle priorità dietro temi come l'aborto, le differenze di genere e le politiche energetiche. Sarah Palin è una scelta forte, e forse astuta. Non è detto che sia stata una scelta responsabile, o saggia».

Più ottimista sul futuro del partito repubblicano è David Brooks. «Di solito i partiti – ha scritto sul New York Times – si riformano nel deserto. Patiscono qualche bruciante sconfitta, la vecchia guardia ne esce screditata» e si dà il via al turnover e al cambiamento. McCain «sta tentando di riformare il Partito repubblicano prima di una sconfitta presidenziale, con la vecchia guardia ancora intorno, e con una base che non ha ancora accettato la necessità della trasformazione». Secondo alcuni suoi consiglieri avrebbe dovuto «rompere con il passato con un colpo netto»: nominando l'ex democratico Joe Lieberman come vice, promettendo di non ricandidarsi per un secondo mandato e di adottare uno stile bipartisan alla Casa Bianca. «Un passo forse troppo lungo».

Sarah Palin come vice, secondo Brooks, è la scelta «di freschezza e di rottura di cui aveva bisogno, ma le forze del passato hanno tirato McCain indietro». Il risalto dato dai media alle scelte famigliari della Palin ha fatto riemergere le «vecchie guerre culturali» sull'aborto e la procreazione e ognuno ha rivestito i panni tradizionali. Tutto è rientrato nel clichè dei «rossi contro i blu», del «presunto conflitto tra le donne delle grandi città con un figlio e favorevoli all'aborto e le donne con 5 figli e anti-abortiste delle zone rurali». La Palin nei 40 minuti del suo discorso di accettazione, ha osservato Brooks, si è «lasciata alle spalle la maggior parte della retorica repubblicana e ha glissato sull'aborto e i temi sociali, il suo linguaggio è stato più da supermarket che da pulpito di una chiesa. Almeno per una volta le forze riformatrici hanno preso il controllo del partito».

Dunque, secondo l'editorialista conservatore del NYT, McCain ha scelto come vice la Palin più per il suo volto nuovo e fresco, in una campagna in cui il senso del cambiamento giocherà un ruolo determinante, che per mettere al centro della sua agenda i temi cari alla destra religiosa.

La vede in modo opposto il settimanale britannico The Economist, che ha bocciato la scelta di McCain. «Il principale problema di McCain non è galvanizzare la sua base: gode di maggior supporto tra i repubblicani di quanto Obama ne goda tra i democratici. Il suo problema è ottenere voti dagli indecisi e dagli indipendenti in un momento in cui il numero di quanti si dichiarano repubblicani è di dieci punti inferiore del numero di quanti si definiscono democratici. McCain ha bisogno di attrarre circa il 55% degli indipendenti e il 15% di democratici per vincere. Ma è difficile che possa aiutarlo una donna che sostiene l'insegnamento del creazionismo piuttosto che la contraccezione». Per la verità, a noi risulta che la Palin si sia dichiarata favorevole alla contraccezione: «I'm pro-contraception, and I think kids who may not hear about it at home should hear about it in other avenues».

Secondo un sondaggio Rasmussen, la Palin «ha reso meno propensi a votare McCain il 31% degli indecisi e più propensi solo il 6%». Per non parlare della sua mancanza di esperienza. Non solo «vanifica il più convincente argomento di McCain contro Obama, ma fa sorgere serie domande circa il modo in cui prende decisioni», osserva l'Economist. La sua scelta è «ancora una volta la dimostrazione di come il tema dell'aborto distorca la politica americana, a destra come a sinistra». Ma i repubblicani sembrano essere «andati oltre nel subordinare considerazioni di competenza e merito alla purezza pro-life». Uno dei più grandi problemi dell'amministrazione Bush è stato proprio la nomina di incompetenti sulla base della loro posizione riguardo la sentenza Roe v. Wade. La scelta della Palin suggerisce che invece di rompere col passato, McCain «sta ripetendo i suoi errori».

Ancora una volta vengono sottolineate le posizioni pro-life e vicine alla destra cristiana di Sarah Palin, ma è probabile che agli occhi dell'opinione pubblica americana prevalga piuttosto l'immagine da eroina della lotta alla corruzione dell'establishment.