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Thursday, November 13, 2008

Una nuova via per il GOP

A pochi giorni dalla disfatta le migliori menti nei principali circoli conservatori si stanno già interrogando sulle cause e le possibili nuove vie. «Cosa ci è accaduto?»; «Cosa comporta la vittoria di Obama per il Paese e per il movimento conservatore?» Ne discuteranno, in un incontro organizzato dal 13 al 16 novembre a Palm Beach dal David Horowitz Freedom Center, personalità del calibro di Karl Rove, i governatori Haley Barbour e Tim Pawlenty, il senatore Jeff Sessions e i deputati Mike Pence e Ed Royce; e ancora, autorevoli intellettuali come David Horowitz, Victor Davis Hanson, Robert Spencer, Daniel Pipes.

David Frum, del neoconservatore American Enterprise Institute, suggerisce ai Repubblicani una «nuova via». Hanno di fronte una scelta «dolorosa e lacerante» tra due possibilità. La prima è tornare allo «zoccolo duro». La base, quasi interamente bianca, residente nel centro del Paese, benestante, di età media o più vecchia, più uomini che donne, con istruzione superiore ma pochi laureati. Pensate a Joe "l'idraulico" e vedrete l'anima del GOP. «Joe non è cambiato molto negli ultimi decenni, ma il Paese sì». Dal 1990 gli ispanici sono quasi raddoppiati e i bianchi laureati sono aumentati dal 22 al 28,5%. Molti leader repubblicani esorteranno il partito ad aggrapparsi alla via «testata e provata» (tasse, armi, diritto alla vita, patriottismo), ma il voto di Joe "l'idraulico" non basta più.

Bush ha sperato di conquistare il voto degli ispanici: regolarizzando gli immigrati illegali; espandendo i programmi federali di assistenza; spingendo le banche ad abbassare i requisiti per la concessione dei mutui per aiutare i lavoratori a basso reddito a comprarsi una casa. Ma non ha potuto ottenere il punto 1 dal Congresso (che in ogni caso allontana Joe, di cui i Repubblicani hanno ancora bisogno); ha realizzato il punto 2, ma i Democratici offrono di più; e riguardo al punto 3, tutti sappiamo come è finita. «Non ci sarà un futuro ispanico per il GOP per anni e anni», prevede Frum, che quindi propone una via «così antica e polverosa da sembrare quasi nuova e inesplorata».

Una generazione fa i Repubblicani dominavano tra i laureati al college. Nel 1984 e nel 1988, Reagan e George Bush padre vinsero stati come California, Pennsylvania e Connecticut, stati "blue" da generazioni. Dal 1988, i Democratici sono diventati più conservatori in economia, e i Repubblicani più conservatori sui temi sociali. Gli americani istruiti nei college sono arrivati a credere che i loro soldi sono al sicuro con i Democratici, ma i loro valori sono minacciati dai Repubblicani. Conquistarli comporterà «cambiamenti dolorosi», su temi che vanno dall'ambiente all'aborto, nello stile e nei toni. Un approccio «meno apertamente religioso, meno polarizzato sui temi sociali, meno superficiale riguardo le policy, che lascerebbe poco spazio alle Sarah Palin».

Secondo Michael D. Tanner, del libertario Cato Institute, il messaggio degli elettori è chiaro. Dopo 8 anni in cui Bush ha accresciuto la spesa federale «più di qualsiasi altro presidente dai tempi di Lyndon Johnson», i Repubblicani «hanno perso la capacità di distinguersi dai Democratici». Da partito della crescita economica, della disciplina fiscale e del governo limitato, il GOP è divenuto proprio come i fautori della spesa che intendeva combattere. «Siamo andati al governo per cambiare lo Stato, e lo Stato ci ha cambiati», per usare una felice espressione di McCain. Prima lezione dalla sconfitta: il big government conservatore «non è solo una politica sbagliata, ma anche cattiva politica». Secondo Tanner, i Repubblicani devono ritornare ai principi di governo limitato, libero mercato e libertà individuali. Seconda lezione: devono espandere la loro base al di là della Destra religiosa.

Durante la campagna i "social conservative" hanno continuamente minacciato di starsene a casa. Invece, sono stati gli elettori delle periferie urbane, gli indipendenti, stufi non solo della guerra e della corruzione, ma anche della deriva verso il big government, a cambiare voto. Nel 2004 Bush vinse nelle periferie 52 a 47. Nel 2008, gli elettori delle periferie urbane, benestanti, professionisti con istruzione superiore, moderati sui temi sociali e conservatori in economia, hanno votato Obama con un margine di 50 a 48. Lo spostamento del voto nelle periferie di Columbus, Charlotte e Indianapolis ha determinato il passaggio dell'Ohio, della North Carolina e dell'Indiana ai Democratici.

Che fine farà il "fusionismo", quella coalizione politica tra conservatori e libertari che da Reagan in poi ha garantito al Partito repubblicano una lunga serie di vittorie? Se lo chiede Ilya Shapiro. Molto dipenderà da cosa decideranno di fare i Repubblicani. Se scelgono l'approccio del governo limitato sostenuto dal deputato Jeff Flake, che ha denunciato «l'inadeguato e impraticabile statalismo conservatore dell'amministrazione Bush», e da qualche altro giovane deputato, ci sarà ampio margine di collaborazione con i libertari. Ma se adottassero la combinazione tra populismo economico e conservatorismo sociale, rappresentata da Mike Huckabee e Sarah Palin, il «fusionismo» sarà morto e sepolto.

Wednesday, February 13, 2008

Sorpasso Obama, McCain a un passo dal traguardo

Barack Obama ha letteralmente stracciato ieri notte Hillary Clinton nelle "Potomac Primaries", nei tre stati in cui scorre il fiume Potomac: 64% contro 35% in Virginia; 76% contro 24% in Dist. of Columbia; 62% contro 34% in Maryland. Con i delegati assegnati da questi stati ha sorpassato Hillary: 1202 delegati contro 1185, compresi i superdelegates, ma ha conquistato ben 100 delegati in più della Clinton tra quelli attribuiti dalle primarie o dai caucus.

Negli stessi stati hanno votato anche i Repubblicani e McCain se li è largamente aggiudicati tutti e tre: 50% contro 41% in Virginia; 67% contro 17% in Dist. of Columbia; 54% contro 30% in Maryland. Il senatore dell'Arizona è ormai praticamente a un passo dall'ottenere la nomination: ha conquistato 812 delegati (ne occorrono in tutto 1.191) contro i 217 di Huckabee.

Particolarmente ispirati i discorsi dei due vincitori ai loro sostenitori, con Obama che è sembrato aver già iniziato la campagna di novembre, chiamando in causa il probabile avversario repubblicano, McCain, che ha comunque definito un «eroe americano». E' una great political experience ascoltare un discorso di Obama: emana calore e ti trasporta con il suo ritmo soul. Anche se molto di quanto ha detto ieri notte non mi ha convinto, emotivamente è capace di portarti dalla sua parte.
Now when I start talking like this, some folks tell me that I've got my head in the clouds. That I need a reality check. That we're still offering false hope. But my own story tells me that in the United States of America, there has never been anything false about hope.

I should not be here today. I was not born into money or status. I was born to a teenage mom in Hawaii, and my dad left us when I was two. But my family gave me love, they gave me education, and most of all they gave me hope – hope that in America, no dream is beyond our grasp if we reach for it, and fight for it, and work for it.

Because hope is not blind optimism. I know how hard it will be to make these changes... The politics of hope does not mean hoping things come easy. Because nothing worthwhile in this country has ever happened unless somebody, somewhere stood up when it was hard; stood up when they were told – no you can't, and said yes we can.
Anche l'oratoria di McCain è "calda", «I am fired up and ready to go», trasmette la sensazione di una forza tranquilla.
I do not seek the presidency on the presumption that I am blessed with such personal greatness that history has anointed me to save my country in its hour of need. I seek the presidency with the humility of a man who cannot forget that my country saved me. I am running to serve America, and to champion the ideas I believe will help us do what every American generation has managed to do: to make in our time, and from our challenges, a stronger country and a better world.

Sunday, February 10, 2008

Obama mette il turbo, Huckabee tiene duro

Altro giro di primarie negli Stati Uniti e Hillary Clinton continua a perdere il vantaggio già esiguo nei confronti di Obama, che sembra aver messo il turbo, anche se a livello di delegati gli stati vinti oggi non sembrano determinanti per un sorpasso (ma lo scarto si è ridotto a un numero di delegati tra 60 e 25). Obama ha vinto doppiando la Clinton in Louisiana, Nebraska e Washington State (e Isole Vergini). Hillary è ancora in vantaggio grazie ai superdelegati, i notabili del partito la cui preferenza prescinde dal voto popolare e dai caucus. Ma il fatto che Obama sia in vantaggio nei delegati assegnati sulla base delle primarie è un dato politico assai rilevante.

Nel campo repubblicano Huckabee è molto indietro numericamente ma aggressivo politicamente. Le sue vittorie nel profondo sud (oggi in Kansas e Luoisiana) e la vittoria di McCain nel più popoloso e "liberal" Washington State mettono in luce le difficoltà del front-runner repubblicano con la destra religiosa del partito. Il tema dell'immigrazione, su cui il senatore dell'Arizona è su posizioni piuttosto aperte e moderate, come d'altra parte il presidente Bush, mi sembra più dirimente dei valori etici. Ma proprio una posizione non intransigente e tollerante sull'immigrazione sembra l'unica in grado di assicurare ai repubblicani quella quota di elettorato ispanico senza cui la Casa Bianca resterebbe un miraggio.

Le vittorie di Huckabee sollevano comunque un caso politico: la sfiducia della base tradizionalista ed evangelica del partito nei confronti di McCain, che potrebbe portarlo almeno alla vicepresidenza, in un ticket per riunire il diviso movimento conservatore. Possibilità che diminuiscono dopo che il vertice del partito repubblicano, seppur a malincuore, sembra essersi arreso a sostenere McCain, e probabilmente gli fornirà un insider per la vicepresidenza come bollino di garanzia.

Sembra non essere bastato, per ora, l'endorsement implicito che parlando alla conferenza dei movimenti conservatori, Conservative Political Action Conference (Cpac) il presidente Bush ha espresso in favore di McCain, suo ex avversario nelle primarie del 2000: «Abbiamo avuto un buon dibattito e presto avremo un nominato che porterà alta la bandiera conservatrice in queste elezioni e oltre». McCain è un «vero conservatore», ha voluto dire Bush alla base. E d'altra parte già nel suo ultimo discorso sullo stato dell'Unione, Bush aveva toccato tutti i temi dell'agenza di McCain: vittoria in Iraq e guerra ad Al Qaeda; immigrazione; tasse basse, freno alla spesa clientelare.

Interventismo idealista in politica estera e conservatorismo compassionevole in politica interna fanno oggi di McCain il candidato della continuità rispetto alla presidenza Bush.

Wednesday, February 06, 2008

Hillary-Obama, è pareggio. Il dilemma di MacCain

Poco dopo le 5 del mattino me ne andavo a letto con McCain e la Clinton in netto vantaggio in California, primi dati che sarebbero stati confermati poche ore più tardi.

Dal Super-Tuesday esce un McCain front-runner, ormai nettamente favorito rispetto ai suoi avversari, anche se non è riuscito ad assestare colpi del KO. Sorprendente il risultato di Huckabee, che ha prevalso in alcuni stati del Sud (Arkansas, Alabama, Tennesse, Georgia e West Virginia) e ora contende la seconda piazza a Romney, che si è tenuto i "suoi", Massacchussets e Idaho, non andando oltre gli stati del Nord (Montana e North Dakota). Lo scontro tra i due è molto acceso e la sensazione è che la rivalità e la diffidenza tra le due confessioni religiose cui appartengono giochi un ruolo rilevante: gli evangelici del Sud non votano per Romney, membro della setta concorrente dei mormoni.

McCain ha vinto nella sua Arizona, nei popolosi stati dell'Est (NY e New Jersey) e del centro (Illinois e Missouri), e in California. E' quindi in netto vantaggio per numero di delegati, ma anche lui ha i suoi problemi: non decolla dal punto di vista politico. Stravince negli stati tradizionalmente blu (democratici), mentre nelle roccaforti repubblicane soffre, incontra forti resistenze. E' il segno evidente che McCain non ha ancora conquistato la base più tradizionale del partito e non è ancora riuscito a superare le diffidenze della destra religiosa, a causa della sua fama di spirito indipendente, di "maverick" capace di tener fede ad alcune sue idee "liberal" e, quando necessario, di travalicare gli schieramenti assumendo posizioni bipartisan.

La base del partito si sta ancora interrogando sul suo tasso di identità repubblicana. Grazie alla recenti vittorie è riuscito a spostare dalla sua parte pezzi importanti di partito, ma la diffidenza nei suoi confronti permane. C'è addirittura chi preferirebbe perdere la Casa Bianca, ma perderla con un purosangue repubblicano, piuttosto che rischiare di vincere con un McCain la cui figura potrebbe minacciare la "purezza" identitaria del GOP e sfaldare la fragile coalizione che tiene insieme le varie anime del conservatorismo Usa.

Da una parte, la forza di McCain negli stati blu è la conferma del fatto che il senatore dell'Arizona ha il profilo più idoneo a contendere ai Democratici il centro dell'elettorato (anche se per ora a votarlo sono stati elettori repubblicani, è lecito ritenere che in quegli stati possa esercitare un buon appeal anche sugli elettori moderati e indipendenti); dall'altra parte, se non si guadagna la piena fiducia della base del partito, le roccaforti repubblicane potrebbero rivelarsi il suo punto debole nella corsa alla Casa Bianca. Per questi motivi ci sembra improbabile che annunci un ticket con il "liberal" Giuliani, che aggraverebbe i suoi problemi; molto probabile, invece, che possa dargli una mano offrire la vicepresidenza all'evangelico Huckabee.

Nel campo democratico Hillary può per ora tirare un sospiro di sollievo. Se Obama avesse sfondato in uno dei "big state" dell'Est, o in California, avrebbe ricevuto una spinta forse decisiva politicamente anche se non dal punto di vista numerico. Hillary invece ha tenuto bene, vincendo nello stato di New York, in California, New Jersey, Massacchussetts e negli stati del marito (Arkansas e Oklahoma). Obama però non demorde: vince nel suo Illinois e dei tre stati chiave ne strappa uno, il Missouri, imponendosi in altri 11 stati (Connecticut e Delaware ad Est; Alabama e Georgia a Sud; Idaho, Utah e Colorado, Kansas ad Ovest; North Dakota e Minnesota a Nord). Il conto dei delegati tra lui e Hillary è praticamente pari con un leggero vantaggio per la senatrice: 582 a 562 nel Super-Tuesday (540 a 539 per la Cnn); 845 a 765 in totale. Ma si deve ancora votare in ben 24 stati (2835 delegati) e la partita è ancora apertissima.

Friday, January 04, 2008

Primarie Usa. Esordio amaro per Hillary

Se sono esatte le sue parole riportate oggi sul Corriere da Ennio Caretto, spesso impreciso, Bill Kristol ha centrato in pieno il pronostico delle primarie democratiche in Iowa. «Hillary ha ammonito gli elettori dell'Iowa che il mondo li guarda. Ebbene, forse oggi il mondo la vedrà sconfitta. Potrebbe finire terza non soltanto dietro Obama, ma anche dietro Edwards. Ha perso slancio... Hillary non è neppure la seconda scelta degli elettori democratici: alla fine, si schiereranno o per Obama o per Edwards». Ebbene, così è andata. Nel campo repubblicano ha trionfato Huckabee.

Per un bilancio di questo primo round vi segnalo un commento di Daniele Capezzone per Il Velino; Christian Rocca si sofferma sulla strategia controcorrente di Rudy Giuliani (il nostro favorito); chi rimane incollato alle ultimissime da oltreoceano, sempre pronto a riportare i sondaggi appena sfornati, è naturalmente The Right Nation, ideale per chi volesse seguire passo passo. Martedì si replica, sarà la volta del New Hempshire.