Se il voto del 28 e 29 marzo si caratterizza, come si sta sforzando di caratterizzarlo Berlusconi, non solo come voto per scegliere i governi regionali ma anche per dare «nuova forza e supporto al mio governo per operare nella direzione delle riforme» (il premier, ormai non sappiamo con quale credibilità, è tornato a parlare di «rivoluzione liberale», dal presidenzialismo alla riforma della giustizia e del fisco), allora c'è qualche possibilità che i candidati di centrodestra riescano a strappare la vittoria al foto-finish in Piemonte e Lazio. Ma se si caratterizza come voto "religioso" contro i candidati "laicisti" le possibilità a mio avviso diminuiscono.
Il tentativo di mobilitazione in cui si sta spendendo in quest'ultima settimana Berlusconi contro il pericolo dell'astensionismo, toccando i tasti giusti (voto utile, scelta di campo, promessa di riforme, carattere nazionale del voto), può riuscire, ma rischia di essere indebolito, e non rafforzato dalla mobilitazione del voto cattolico tentata dal cardinale Bagnasco con l'intervento a gamba tesa dell'altro giorno. Se la Polverini appare voler resistere alla tentazione, giornali e politici di centrodestra sembrano voler ricorrere nuovamente, come all'inizio della campagna, all'arma religiosa, non avvedendosi che il bacino elettorale cui possono rivolgersi i candidati di centrodestra è ben più ampio di quello delimitato da quegli elettori disposti a rispondere presente fin dentro le urne ad un richiamo integralista alla dottrina etica e sociale della Chiesa. Sono ben pochi, e a mio avviso comunque meno di quanti sarebbero allontanati da quella vera e propria intimazione.
L'intervista del Mons. Fisichella a il Giornale rischia di peggiorare le cose: non solo si chiede ormai esplicitamente ai cattolici di non votare la Bonino nel Lazio e la Bresso in Piemonte («il richiamo alla libertà di coscienza è sacrosanto, ma... il cattolico non può con il proprio voto favorire leggi o programmi che non sono conformi ai principi non negoziabili»), ma si intima anche a quei politici di non chiederlo neanche, il voto ai cattolici («i candidati i quali hanno impegnato tutta la loro attività politica nel perseguire programmi che contrastano apertamente con alcuni fondamentali valori a noi cari, sarebbe opportuno che per coerenza essi stessi chiedessero ai cattolici di non essere votati»).
Un intervento, quello di Bagnasco, che Il Secolo XIX definisce «uno scivolone di prim'ordine» per lo stesso segretario della Cei («aver affidato a un pugno di voti le sorti della Chiesa italiana, è apparso, nei sacri palazzi, come un passo a dir poco improvvido. Anche perché il colpo assestato da Bagnasco è arrivato troppo tardi, a pochi giorni dal voto»). E perché potrebbe mobilitare l'elettorato di sinistra a sostegno della Bonino più di quanto sia in grado di mobilitare contro di lei quello moderato e gli indecisi.
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Thursday, March 25, 2010
Tuesday, March 23, 2010
L'effetto "B" sulla campagna nel Lazio
Mi pare che ormai in dieci delle 13 regioni in cui si vota i rapporti di forza tra i candidati si siano abbastanza consolidati: al centrosinistra dovrebbero andarne sei (Emilia, Toscana, Marche, Umbria, Puglia e Basilicata) e al centrodestra quattro (Lombardia, Veneto, Campania, Calabria). Ciò significa che a decretare la vittoria dell'uno o dell'altro schieramento sarà il responso delle urne nelle tre regioni rimanenti. Oltre che in Liguria (dov'è leggermente in vantaggio il centrosinistra), soprattutto nelle due più pesanti e in bilico, Lazio e Piemonte. Considerando che il centrodestra, pur perdendo in tutte e tre queste regioni, passerebbe comunque da due a quattro regioni governate, ma che il centrosinistra parte da una base di consensi fortemente ridotta rispetto alle ultime regionali nel 2005 (e che pochi mesi fa la prospettiva del sorpasso - 7 a 6 o addirittura 8 a 5 - sembrava alla portata del centrodestra), bisognerebbe parlare di pareggio nel caso in cui il Lazio andasse agli uni e il Piemonte agli altri, o viceversa, mentre se in entrambe le regioni si affermasse una sola coalizione, allora avremmo una vittoria piena.
Di elementi anomali in questa campagna elettorale ce ne sono stati tali e tanti che prevedere l'impatto che avranno sulle intenzioni di voto dei cittadini in una regione come il Lazio, dov'è testa-a-testa tra Polverini e Bonino, è impossibile. Ieri si è aggiunta anche la variabile vaticana, con l'intervento a gamba tesa del segretario della Cei Bagnasco, che ha voluto richiamare i cattolici disorientati a «inquadrare» il proprio voto, in qualsiasi competizione elettorale, anche locale e regionale, nell'ottica di quei «valori non negoziabili» che sono in gioco su temi quali l'aborto e la famiglia. Tradotto: non votate per la Bonino o per la Bresso.
Un richiamo così esplicito e a così pochi giorni dal voto significa che le gerarchie ecclesiastiche ritengono realistica - e temibile - la vittoria di Emma Bonino nel Lazio e ciò che più temono non è certo la sorte dei «valori non negoziabili», su cui i governatori possono ben poco, ma quella di ben altri "valori", le «strutture sanitarie di ispirazione cristiana», che però non hanno altrettanto presa sugli elettori.
La reazione delle due candidate è stata composta e saggia dal punto di vista di entrambe. Né la Polverini ha strumentalizzato le parole di Bagnasco (al contrario di quanto stanno tentando di fare le forze politiche che la sostengono, Pdl e Udc), né la Bonino è caduta nella trappola di una reazione anticlericale come in passato. Non ha certo bisogno di ispessire il suo profilo "laicista", correndo il pericolo di alienarsi davvero qualche voto cattolico, mentre la Polverini è consapevole che il bacino elettorale del centrodestra, quello a cui può rivolgersi, è ben più ampio di quello delimitato dalle posizioni del Vaticano.
Difficile valutare l'effetto di questo intervento. Apparentemente, e nelle intenzioni della Cei, dovrebbe avvantaggiare la Polverini, ma non mi stupirei se avesse l'effetto opposto, anche considerando la crisi di credibilità morale della Chiesa in questo periodo di scandali sulla pedofilia. Come ho già avuto modo di scrivere, non credo che il problema della Bonino sia mai stato il cosiddetto "voto cattolico". Piuttosto, è in generale la mobilitazione di tutto l'elettorato Pd e a sinistra del Pd. E per i cattolici che solitamente votano centrosinistra, esattamente come per gli altri, è l'esame di antiberlusconismo quello che conta per capire se possono fidarsi di un candidato e mobilitarsi per esso. La Bonino questo esame mi pare averlo superato brillantemente. Il resto, viene dopo. Piuttosto, la forte personalizzazione della campagna ancora una volta su Berlusconi rischia di dividere gli elettori nei soliti blocchi, impedendo alla Bonino di attrarre voti da destra e alla Polverini di attrarne da sinistra, come i loro profili autorizzavano a ritenere possibile.
Di elementi anomali in questa campagna elettorale ce ne sono stati tali e tanti che prevedere l'impatto che avranno sulle intenzioni di voto dei cittadini in una regione come il Lazio, dov'è testa-a-testa tra Polverini e Bonino, è impossibile. Ieri si è aggiunta anche la variabile vaticana, con l'intervento a gamba tesa del segretario della Cei Bagnasco, che ha voluto richiamare i cattolici disorientati a «inquadrare» il proprio voto, in qualsiasi competizione elettorale, anche locale e regionale, nell'ottica di quei «valori non negoziabili» che sono in gioco su temi quali l'aborto e la famiglia. Tradotto: non votate per la Bonino o per la Bresso.
Un richiamo così esplicito e a così pochi giorni dal voto significa che le gerarchie ecclesiastiche ritengono realistica - e temibile - la vittoria di Emma Bonino nel Lazio e ciò che più temono non è certo la sorte dei «valori non negoziabili», su cui i governatori possono ben poco, ma quella di ben altri "valori", le «strutture sanitarie di ispirazione cristiana», che però non hanno altrettanto presa sugli elettori.
La reazione delle due candidate è stata composta e saggia dal punto di vista di entrambe. Né la Polverini ha strumentalizzato le parole di Bagnasco (al contrario di quanto stanno tentando di fare le forze politiche che la sostengono, Pdl e Udc), né la Bonino è caduta nella trappola di una reazione anticlericale come in passato. Non ha certo bisogno di ispessire il suo profilo "laicista", correndo il pericolo di alienarsi davvero qualche voto cattolico, mentre la Polverini è consapevole che il bacino elettorale del centrodestra, quello a cui può rivolgersi, è ben più ampio di quello delimitato dalle posizioni del Vaticano.
Difficile valutare l'effetto di questo intervento. Apparentemente, e nelle intenzioni della Cei, dovrebbe avvantaggiare la Polverini, ma non mi stupirei se avesse l'effetto opposto, anche considerando la crisi di credibilità morale della Chiesa in questo periodo di scandali sulla pedofilia. Come ho già avuto modo di scrivere, non credo che il problema della Bonino sia mai stato il cosiddetto "voto cattolico". Piuttosto, è in generale la mobilitazione di tutto l'elettorato Pd e a sinistra del Pd. E per i cattolici che solitamente votano centrosinistra, esattamente come per gli altri, è l'esame di antiberlusconismo quello che conta per capire se possono fidarsi di un candidato e mobilitarsi per esso. La Bonino questo esame mi pare averlo superato brillantemente. Il resto, viene dopo. Piuttosto, la forte personalizzazione della campagna ancora una volta su Berlusconi rischia di dividere gli elettori nei soliti blocchi, impedendo alla Bonino di attrarre voti da destra e alla Polverini di attrarne da sinistra, come i loro profili autorizzavano a ritenere possibile.
Monday, August 31, 2009
La lezione del caso Boffo
Chi di moralismo ferisce, di moralismo perisce. Così sembra che Dino Boffo lascerà la direzione di Avvenire, impallinato a dovere da Vittorio Feltri. La "patacca" non è affatto tale, soprattutto per chi sulle "patacche" ha costruito campagne moralistiche, ai cui animatori, si sa, si richiede una condotta irreprensibile e un armadio privo di scheletri. Non era il caso di Boffo, che nonostante tutto in questi mesi ha alzato il ditino rimproverando a Berlusconi i suoi "festini", condannando la politica del governo sull'immigrazione con paragoni - come quello tra il naufragio degli eritrei e la Shoah - impropri quanto mistificanti e offensivi nei confronti delle vittime del nazismo.
Non sorprende più di tanto la faccia tosta di certi esponenti del Pd e di certi giornali, come la Repubblica, ma anche altri, che dopo aver alimentato e cavalcato la campagna scandalistica su Berlusconi, solo adesso si scandalizzano per l'"imbarbarimento" dell'informazione, la "vendetta mediatica", per il "killeraggio" nei confronti di Boffo, che tuttavia - questo bisogna ammetterlo - oggi fa un po' da capro espiatorio per tutti quelli che fanno i moralisti ma che non potrebbero permetterselo. E sono in tanti, la maggior parte. Feltri, che è un garantista vero, ne ha colpito uno per educarne cento, per lanciare un messaggio preciso: guardate che se la mettiamo su questo piano, in pochi hanno le carte perfettamente in regola e nulla da nascondere o far dimenticare. Era ora che qualcuno li ripagasse con la loro stessa moneta. Chi meglio di Feltri?
Ma questa vicenda ci ricorda anche altro: che quando la Chiesa, o settori di essa, scendono nell'agone politico conducendo campagne contro questo o quel governo, questo o quel leader, non sono immuni a loro volta da attacchi politici, anche da parti inaspettate. E, come ha mirabilmente spiegato due secoli fa Alexis de Tocqueville, quando la Chiesa fa politica non solo rischia di venire identificata come un nemico politico, perdendo la sua autorevolezza nel campo religioso, ma inevitabilmente finisce per dividersi essa stessa in correnti politicizzate al suo interno, come dimostra oggi l'intervista al Corriere del direttore dell'Osservatore romano, Gian Maria Vian, che in esplicita polemica con Avvenire rivendica di non aver scritto neanche «una riga» sulle vicende private del premier, definisce «imprudente» il paragone tra il naufragio degli eritrei e la Shoah, riconoscendo anzi al governo italiano di essere «quello che ha soccorso più immigrati», e assicura che i rapporti tra Palazzo Chigi e Santa Sede rimangono «eccellenti». Il direttore Boffo ha voluto trasformare Avvenire in una sorta di "la Repubblica dei vescovi" e così oggi, dietro il suo editore «disgustato», il presidente della Cei Bagnasco, non trova certo la Chiesa compatta in sua difesa. Tutt'altro.
Che dire, infine, dei sedicenti "laici", quelli a corrente alternata, che gridano all'ingerenza quando la Chiesa interviene sui temi della bioetica, ma poi invocano il suo intervento quando si tratta di condannare moralmente la condotta privata degli avversari politici, plaudendo quando sia pure velatamente arriva? Povera laicità.
Non sorprende più di tanto la faccia tosta di certi esponenti del Pd e di certi giornali, come la Repubblica, ma anche altri, che dopo aver alimentato e cavalcato la campagna scandalistica su Berlusconi, solo adesso si scandalizzano per l'"imbarbarimento" dell'informazione, la "vendetta mediatica", per il "killeraggio" nei confronti di Boffo, che tuttavia - questo bisogna ammetterlo - oggi fa un po' da capro espiatorio per tutti quelli che fanno i moralisti ma che non potrebbero permetterselo. E sono in tanti, la maggior parte. Feltri, che è un garantista vero, ne ha colpito uno per educarne cento, per lanciare un messaggio preciso: guardate che se la mettiamo su questo piano, in pochi hanno le carte perfettamente in regola e nulla da nascondere o far dimenticare. Era ora che qualcuno li ripagasse con la loro stessa moneta. Chi meglio di Feltri?
Ma questa vicenda ci ricorda anche altro: che quando la Chiesa, o settori di essa, scendono nell'agone politico conducendo campagne contro questo o quel governo, questo o quel leader, non sono immuni a loro volta da attacchi politici, anche da parti inaspettate. E, come ha mirabilmente spiegato due secoli fa Alexis de Tocqueville, quando la Chiesa fa politica non solo rischia di venire identificata come un nemico politico, perdendo la sua autorevolezza nel campo religioso, ma inevitabilmente finisce per dividersi essa stessa in correnti politicizzate al suo interno, come dimostra oggi l'intervista al Corriere del direttore dell'Osservatore romano, Gian Maria Vian, che in esplicita polemica con Avvenire rivendica di non aver scritto neanche «una riga» sulle vicende private del premier, definisce «imprudente» il paragone tra il naufragio degli eritrei e la Shoah, riconoscendo anzi al governo italiano di essere «quello che ha soccorso più immigrati», e assicura che i rapporti tra Palazzo Chigi e Santa Sede rimangono «eccellenti». Il direttore Boffo ha voluto trasformare Avvenire in una sorta di "la Repubblica dei vescovi" e così oggi, dietro il suo editore «disgustato», il presidente della Cei Bagnasco, non trova certo la Chiesa compatta in sua difesa. Tutt'altro.
Che dire, infine, dei sedicenti "laici", quelli a corrente alternata, che gridano all'ingerenza quando la Chiesa interviene sui temi della bioetica, ma poi invocano il suo intervento quando si tratta di condannare moralmente la condotta privata degli avversari politici, plaudendo quando sia pure velatamente arriva? Povera laicità.
Tuesday, May 26, 2009
Giornata in breve/1
1) Continuo a notare che per alcune forze politiche e per alcuni giornali l'ingerenza della Chiesa preoccupa a intermittenza, a seconda del merito delle posizioni che esprime. E, soprattutto, a seconda che possano o meno essere interpretate come critiche all'operato del governo Berlusconi. Se la Chiesa si esprime per un'accoglienza indiscriminata degli immigrati clandestini, allora va bene; se è accanto ai lavoratori e ai disoccupati, esprimendosi in modi tali da far sembrare che il governo non stia facendo nulla per loro, va benissimo. Nessuna ingerenza, anzi, si dà ampia risonanza ai moniti dei vescovi. Addirittura, oggi l'Unità pare delusa dal presidente della Cei Bagnasco, reo di essere stato «Tiepido sulla morale» parlando ai suoi vescovi. L'Unità avrebbe desiderato una tirata moralista contro quelle presunte "libertà sessuali" che ogni tanto mettono nei guai il premier. Si vuole che la Chiesa usi la sua autorità morale e religiosa per attaccare l'avversario politico. Poi, però, si pretende che taccia sull'embrione.
2) Sempre più socialdemocratico Tremonti. Oggi ha dichiarato che «il sistema delle pensioni italiano è ottimo e sta in piedi bene». Come dire che le tasse sono «bellissime». «Eventuali modifiche - ha aggiunto - vanno fatte non per fare soldi ma in una logica di pensioni su pensioni, di generazioni padri-figli» (!?). Un discorso da fare, eventualmente, con i sindacati. Un modo per dire "a babbo morto". «Le pensioni non sono come l'Rc auto, sono una cosa seria, non si fanno le finanziarie sulle pensioni, vale a dire sulla pelle della gente». Applausi scroscianti dalla Cgil. Tremonti «conferma quello che il sindacato ha sempre detto e che i Soloni continuano a contestare», ha esultato Epifani. Qualche sirena dovrebbe cominciare a suonare nel PdL. O no?
3) Vittorio Feltri non ha resistito a mettere nero su bianco quello che a molti di noi è passato nella mente negli ultimi giorni e oggi ha dedicato un editoriale al presunto bigottismo di Emma Bonino sul "caso Noemi". Il direttore si è confermato comunque un gentiluomo, non attaccando sul personale l'ex commissaria europea. Va precisato però che la Bonino non ha mai proposto una commissione d'inchiesta. Alla trasmissione In Mezz'ora, a precisa domanda di Lucia Annunziata - «Lei proporrebbe, oggi, una Commissione d'inchiesta?» - la Bonino risponde: «No». Vero è che poco prima, la stessa Bonino, aveva ricordato che negli Stati Uniti una commissione aveva indagato sulle menzogne di Bill Clinton. La commissione era quella per l'impeachment e l'oggetto dell'indagine era un presunto abuso di potere del presidente per aver tentato di ostacolare un'inchiesta federale. Non proprio la stessa cosa. Già domenica pomeriggio le agenzie di stampa titolavano: "Noemi: Bonino, Berlusconi in Parlamento o commissione d'indagine". Ma la Bonino ha smentito solo oggi, dopo aver letto l'editoriale di Feltri. Incontestabile, comunque, dalle sue ultime dichiarazioni e partecipazioni televisive (su tutte, quella ad Annozero di qualche puntata fa), la deriva bigotta, moralista e snob della Bonino su veline e "caso Noemi".
4) Profetico davvero John Bolton, che pochi giorni fa aveva messo in guardia dall'imminente secondo test nucleare nordcoreano.
2) Sempre più socialdemocratico Tremonti. Oggi ha dichiarato che «il sistema delle pensioni italiano è ottimo e sta in piedi bene». Come dire che le tasse sono «bellissime». «Eventuali modifiche - ha aggiunto - vanno fatte non per fare soldi ma in una logica di pensioni su pensioni, di generazioni padri-figli» (!?). Un discorso da fare, eventualmente, con i sindacati. Un modo per dire "a babbo morto". «Le pensioni non sono come l'Rc auto, sono una cosa seria, non si fanno le finanziarie sulle pensioni, vale a dire sulla pelle della gente». Applausi scroscianti dalla Cgil. Tremonti «conferma quello che il sindacato ha sempre detto e che i Soloni continuano a contestare», ha esultato Epifani. Qualche sirena dovrebbe cominciare a suonare nel PdL. O no?
3) Vittorio Feltri non ha resistito a mettere nero su bianco quello che a molti di noi è passato nella mente negli ultimi giorni e oggi ha dedicato un editoriale al presunto bigottismo di Emma Bonino sul "caso Noemi". Il direttore si è confermato comunque un gentiluomo, non attaccando sul personale l'ex commissaria europea. Va precisato però che la Bonino non ha mai proposto una commissione d'inchiesta. Alla trasmissione In Mezz'ora, a precisa domanda di Lucia Annunziata - «Lei proporrebbe, oggi, una Commissione d'inchiesta?» - la Bonino risponde: «No». Vero è che poco prima, la stessa Bonino, aveva ricordato che negli Stati Uniti una commissione aveva indagato sulle menzogne di Bill Clinton. La commissione era quella per l'impeachment e l'oggetto dell'indagine era un presunto abuso di potere del presidente per aver tentato di ostacolare un'inchiesta federale. Non proprio la stessa cosa. Già domenica pomeriggio le agenzie di stampa titolavano: "Noemi: Bonino, Berlusconi in Parlamento o commissione d'indagine". Ma la Bonino ha smentito solo oggi, dopo aver letto l'editoriale di Feltri. Incontestabile, comunque, dalle sue ultime dichiarazioni e partecipazioni televisive (su tutte, quella ad Annozero di qualche puntata fa), la deriva bigotta, moralista e snob della Bonino su veline e "caso Noemi".
4) Profetico davvero John Bolton, che pochi giorni fa aveva messo in guardia dall'imminente secondo test nucleare nordcoreano.
Thursday, September 25, 2008
Ruini richiude ciò che non è mai stato aperto
Altro che «apertura». E infatti, su Avvenire interviene addirittura Ruini per sgombrare ogni dubbio: è del tutto «fuorviante» interpretare le parole di Bagnasco, presidente della Cei, «come se potessero rappresentare un cambiamento» sul tema del testamento biologico. «È vero esattamente il contrario: l'apertura a una legge ha il solo scopo di evitare un tale cambiamento». Ruini conferma totalmente la nostra lettura sul perché improvvisamente, dopo anni di ostruzionismo, la Cei chiama il Parlamento a legiferare in materia: «L'opportunità di un intervento legislativo riguardo alla fine della vita nasce unicamente dal pronunciamento della Corte di Cassazione sulla vicenda di Eluana Englaro. In concreto, infatti, soltanto attraverso una norma di legge è possibile impedire che quel pronunciamento apra a una deriva davvero eutanistica, fino a consentire l'interruzione della nutrizione e dell'idratazione».
Il gioco cambia, dentro i terzini. Almeno fino all'8 ottobre. Guarda caso proprio all'8 ottobre è stata rinviata l'udienza in cui i giudici della Corte d'Appello di Milano dovranno decidere se sospendere o meno l'esecuzione della sentenza che autorizza la sospensione dell'alimentazione e dell'idratazione artificiale a Eluana Englaro. Il rinvio si sarebbe reso necessario per l'indisponibilità di uno dei giudici, ma è probabile che si voglia aspettare la decisione - prevista sempre per l'8 ottobre - della Corte costituzionale sull'ammissibilità del conflitto d'attribuzione sollevato da Camera e Senato nei confronti della Corte di Cassazione e della stessa Corte d'Appello di Milano sulla vicenda Englaro.
In Italia il diritto viene piegato al servizio delle ideologie, ma non dovrebbero esserci dubbi. Sul caso Englaro le corti non hanno affatto legiferato riempiendo un supposto vuoto legislativo, ma applicato principi già esistenti nell'ordinamento, per altro ponendo proprio dei paletti per garantire il rispetto oltre ogni ragionevole dubbio della volontà del paziente. Per esempio, se un amico intimo, il marito, o uno dei genitori o dei parenti stretti di Eluana avessero espresso dei dubbi sulla sua volontà, la sospensione dei trattamenti non sarebbe stata autorizzata alla luce dei criteri stabiliti dalla Cassazione. Il caso Terry Schiavo, per esempio, si sarebbe risolto con il mantenimento dello stato vegetativo.
Una legge che non riconoscesse al paziente, cosciente o incosciente, tale diritto, rischierebbe di essere incostituzionale. Vedo solo un pertugio attraverso il quale approvando una nuova legge si riuscirebbe a limitare fortemente la libertà di scelta dei pazienti: stabilendo che nutrizione e idratazione artificiali non sono trattamenti medici. E' ciò a cui punta la Cei, che ha giocato d'anticipo sperando di rimettere in moto un percorso legislativo prima delle sentenze dell'8 ottobre.
Il gioco cambia, dentro i terzini. Almeno fino all'8 ottobre. Guarda caso proprio all'8 ottobre è stata rinviata l'udienza in cui i giudici della Corte d'Appello di Milano dovranno decidere se sospendere o meno l'esecuzione della sentenza che autorizza la sospensione dell'alimentazione e dell'idratazione artificiale a Eluana Englaro. Il rinvio si sarebbe reso necessario per l'indisponibilità di uno dei giudici, ma è probabile che si voglia aspettare la decisione - prevista sempre per l'8 ottobre - della Corte costituzionale sull'ammissibilità del conflitto d'attribuzione sollevato da Camera e Senato nei confronti della Corte di Cassazione e della stessa Corte d'Appello di Milano sulla vicenda Englaro.
In Italia il diritto viene piegato al servizio delle ideologie, ma non dovrebbero esserci dubbi. Sul caso Englaro le corti non hanno affatto legiferato riempiendo un supposto vuoto legislativo, ma applicato principi già esistenti nell'ordinamento, per altro ponendo proprio dei paletti per garantire il rispetto oltre ogni ragionevole dubbio della volontà del paziente. Per esempio, se un amico intimo, il marito, o uno dei genitori o dei parenti stretti di Eluana avessero espresso dei dubbi sulla sua volontà, la sospensione dei trattamenti non sarebbe stata autorizzata alla luce dei criteri stabiliti dalla Cassazione. Il caso Terry Schiavo, per esempio, si sarebbe risolto con il mantenimento dello stato vegetativo.
Una legge che non riconoscesse al paziente, cosciente o incosciente, tale diritto, rischierebbe di essere incostituzionale. Vedo solo un pertugio attraverso il quale approvando una nuova legge si riuscirebbe a limitare fortemente la libertà di scelta dei pazienti: stabilendo che nutrizione e idratazione artificiali non sono trattamenti medici. E' ciò a cui punta la Cei, che ha giocato d'anticipo sperando di rimettere in moto un percorso legislativo prima delle sentenze dell'8 ottobre.
Tuesday, September 23, 2008
Per ora siamo 2 a 0. Perché esporsi al contropiede della Cei?
Altro che «apertura», come scrivono i giornali; «buona apertura», azzardano addirittura i radicali. Attenzione ai Franco Garelli, che vedono «del movimento nelle posizioni della Chiesa», un Bagnasco che «apre» al testamento biologico. E' esattamente il contrario, è un tentativo di inculata con destrezza fin troppo evidente, ma sufficientemente mimetizzato dietro toni concilianti da trarre in inganno alcuni giornalisti e quei politici che dovrebbero difendere i nostri diritti, troppo stupidi e/o ignoranti per poter tenere testa alla Cei, che - dobbiamo riconoscerlo - ha una classe politica di tutto rispetto.
E' singolare come non si siano accorti che il gioco è cambiato. La Cei e i politici cattolici hanno ostacolato per anni l'approvazione di una legge sul testamento biologico. Che ad un tratto siano proprio loro a chiederla a gran voce dovrebbe sollevare qualche sospetto. E' che nel frattempo ci sono stati i casi Welby ed Englaro. Qualcosa è cambiato, ma i difensori delle nostre libertà individuali, ahimé, non se ne sono accorti - forse perché i meriti non sono i loro. E' lo stesso Bagnasco, d'altra parte, a parlare di alcuni recenti «pronunciamenti giurisprudenziali». Quelle sentenze hanno confermato ciò che da tempo sospettavamo, e cioè che il diritto del malato a rifiutare o a sospendere i trattamenti medici è costituzionalmente garantito e non può mancare un giudice davanti al quale farlo valere, anche in assenza di leggi specifiche.
La volontà del malato può essere fatta valere in qualsiasi momento, sia se il malato è cosciente (come Welby) sia se incosciente (sulla base di una volontà differita accertata oltre ogni ragionevole dubbio). Quindi, ciascuno di noi può redigere e stampare un modulo, magari con l'aiuto di un medico di fiducia, firmarlo davanti a un notaio e lì depositarlo. Varrà come testamento biologico, senza bisogno di alcuna legge.
E' falso, quindi, che c'è «un vuoto legislativo», come sostengono Ignazio Marino e i radicali. C'è piuttosto un "pieno" legislativo. E che pieno! La costituzione stessa. Dunque, vi chiedo per pietà, mettete da parte il vostro smisurato e ben poco laico ego di legislatori. Aprite gli occhi: è del tutto evidente che Bagnasco ha la convinzione che in Parlamento esistano i numeri e la volontà trasversale per arrivare al risultato da lui sperato, cioè a una legge che interpreti in modo restrittivo la costituzione per far sì che i tribunali non possano più adottare quelle sentenze che hanno «inopinatamente aperto la strada all'interruzione legalizzata del nutrimento vitale». Insomma, lo scrissi già a Cappato tramite il Riformista, una legge potrebbe addirittura limitare quegli spazi di libertà che in sede giudiziaria si sono dimostrati essere da sempre aperti.
Il neurologo che ha in cura Eluana Englaro spiega bene il pericolo cui si va incontro assecondando l'«apertura» di Bagnasco: «Una legge sul testamento biologico che escludesse la nutrizione sarebbe vuota, addirittura un passo indietro rispetto ad oggi. Del resto la Cassazione esprimendosi sul caso Englaro ha definito l'alimentazione un intervento sanitario».
E' vero, il nostro sistema giudiziario è quanto di più incerto. Ma come si fa a non vedere che siamo già 2 a 0? Perché non difendere ordinatamente il risultato? Perché, invece, esporsi al contropiede della Cei? Almeno aspettassero la sentenza della Corte costituzionale, che con ogni probabilità intorno al 7-8 ottobre rigetterà il conflitto d'attribuzione sollevato dalle Camere per iniziativa del PdL. Forse Bagnasco ha giocato d'anticipo, cercando di rimettere in moto il Parlamento prima che arrivi la mazzata della Corte.
E' singolare come non si siano accorti che il gioco è cambiato. La Cei e i politici cattolici hanno ostacolato per anni l'approvazione di una legge sul testamento biologico. Che ad un tratto siano proprio loro a chiederla a gran voce dovrebbe sollevare qualche sospetto. E' che nel frattempo ci sono stati i casi Welby ed Englaro. Qualcosa è cambiato, ma i difensori delle nostre libertà individuali, ahimé, non se ne sono accorti - forse perché i meriti non sono i loro. E' lo stesso Bagnasco, d'altra parte, a parlare di alcuni recenti «pronunciamenti giurisprudenziali». Quelle sentenze hanno confermato ciò che da tempo sospettavamo, e cioè che il diritto del malato a rifiutare o a sospendere i trattamenti medici è costituzionalmente garantito e non può mancare un giudice davanti al quale farlo valere, anche in assenza di leggi specifiche.
La volontà del malato può essere fatta valere in qualsiasi momento, sia se il malato è cosciente (come Welby) sia se incosciente (sulla base di una volontà differita accertata oltre ogni ragionevole dubbio). Quindi, ciascuno di noi può redigere e stampare un modulo, magari con l'aiuto di un medico di fiducia, firmarlo davanti a un notaio e lì depositarlo. Varrà come testamento biologico, senza bisogno di alcuna legge.
E' falso, quindi, che c'è «un vuoto legislativo», come sostengono Ignazio Marino e i radicali. C'è piuttosto un "pieno" legislativo. E che pieno! La costituzione stessa. Dunque, vi chiedo per pietà, mettete da parte il vostro smisurato e ben poco laico ego di legislatori. Aprite gli occhi: è del tutto evidente che Bagnasco ha la convinzione che in Parlamento esistano i numeri e la volontà trasversale per arrivare al risultato da lui sperato, cioè a una legge che interpreti in modo restrittivo la costituzione per far sì che i tribunali non possano più adottare quelle sentenze che hanno «inopinatamente aperto la strada all'interruzione legalizzata del nutrimento vitale». Insomma, lo scrissi già a Cappato tramite il Riformista, una legge potrebbe addirittura limitare quegli spazi di libertà che in sede giudiziaria si sono dimostrati essere da sempre aperti.
Il neurologo che ha in cura Eluana Englaro spiega bene il pericolo cui si va incontro assecondando l'«apertura» di Bagnasco: «Una legge sul testamento biologico che escludesse la nutrizione sarebbe vuota, addirittura un passo indietro rispetto ad oggi. Del resto la Cassazione esprimendosi sul caso Englaro ha definito l'alimentazione un intervento sanitario».
E' vero, il nostro sistema giudiziario è quanto di più incerto. Ma come si fa a non vedere che siamo già 2 a 0? Perché non difendere ordinatamente il risultato? Perché, invece, esporsi al contropiede della Cei? Almeno aspettassero la sentenza della Corte costituzionale, che con ogni probabilità intorno al 7-8 ottobre rigetterà il conflitto d'attribuzione sollevato dalle Camere per iniziativa del PdL. Forse Bagnasco ha giocato d'anticipo, cercando di rimettere in moto il Parlamento prima che arrivi la mazzata della Corte.
Tuesday, January 22, 2008
Stato e Chiesa, qualcuno mente
Passerà in secondo piano rispetto alla crisi di governo aperta da Mastella, ma sembra che il "caso Sapienza" non sia ancora chiuso. Ieri la Cei ha rilanciato provocando le autorità italiane. Non sappiamo dire se Bagnasco sia tornato sulla vicenda sentendosi escluso, trascurato dalle telecamere e dalle prime pagine dei giornali, o se l'intera gestione del caso da parte della Santa Sede abbia a che fare con la disputa tutta interna alle gerarchie tra il segretario di Stato Bertone e l'ex capo della Cei Ruini. Ma Bagnasco, affermando che il Papa, rinunciando ad andare all'università La Sapienza, «si è fatto necessariamente carico dei suggerimenti dell'autorità italiana», ha apertamente messo in dubbio la ricostruzione dell'accaduto fornita dal governo italiano.
Palazzo Chigi ha smentito seccamente, ribadendo che «sia il Presidente del Consiglio dei Ministri che il Ministro dell'Interno, dopo la riunione del Comitato provinciale per la sicurezza e l'ordine pubblico alla quale erano presenti anche i responsabili della gendarmeria vaticana, hanno infatti comunicato alle autorità vaticane che lo Stato italiano garantiva assolutamente la sicurezza e l'ordinato svolgimento della visita del Santo Padre».
Qualcuno mente, e lo fa spudoratamente e ripetutamente. Non sapremo mai chi, forse, ma sappiamo con certezza che qualcuno mente. E purtroppo, non possiamo mettere la mano sul fuoco per nessuna delle due voci. D'altra parte, se è vero, come risulta da un'indagine dell'Eurispes, che sempre meno italiani hanno fiducia nelle istituzioni, non la ripongono più neanche nella Chiesa, della quale si fidano dieci italiani in meno su cento (il 49,7%) rispetto al 2007 (60,7%).
Palazzo Chigi ha smentito seccamente, ribadendo che «sia il Presidente del Consiglio dei Ministri che il Ministro dell'Interno, dopo la riunione del Comitato provinciale per la sicurezza e l'ordine pubblico alla quale erano presenti anche i responsabili della gendarmeria vaticana, hanno infatti comunicato alle autorità vaticane che lo Stato italiano garantiva assolutamente la sicurezza e l'ordinato svolgimento della visita del Santo Padre».
Qualcuno mente, e lo fa spudoratamente e ripetutamente. Non sapremo mai chi, forse, ma sappiamo con certezza che qualcuno mente. E purtroppo, non possiamo mettere la mano sul fuoco per nessuna delle due voci. D'altra parte, se è vero, come risulta da un'indagine dell'Eurispes, che sempre meno italiani hanno fiducia nelle istituzioni, non la ripongono più neanche nella Chiesa, della quale si fidano dieci italiani in meno su cento (il 49,7%) rispetto al 2007 (60,7%).
Thursday, October 18, 2007
La Chiesa scambia la pluralità di valori con l'assenza di moralità
Preceduti dall'affondo dell'Osservatore Romano contro la sentenza della Cassazione - che ha disposto un nuovo processo, «in una diversa sezione della Corte d'Appello di Milano», sul caso di Eluana Englaro, la giovane da 15 anni in stato vegetativo permanente, fissando inoltre le circostanze in cui sarebbe lecito fermare le macchine che le permettono di vegetare - oggi sono tornati all'attacco sia Papa Ratzinger sia il presidente della Cei, Bagnasco.
Sconcertato dal «silenzio e l'imbarazzo» dei politici, Gian Enrico Rusconi, che, su La Stampa di oggi, denuncia una gerarchia cattolica che pretende di avere «il monopolio dell’etica», fin tanto da accusare la magistratura di «orientare il legislatore verso l'eutanasia» e di promuovere «il relativismo dei valori», ormai l'anatema del nuovo millennio. «Dove sono i vocalissimi leader del neonato Partito democratico? Perché lasciano diffamare il pluralismo dei valori - fondamento della laicità - come "zona vuota dai confini non più tracciabili"?», si chiede Rusconi.
Nel caso di Eluana il «difficile e complesso problema della contemperanza dei vari criteri di giudizio etico» viene strumentalmente bollato come «mancanza di moralità», in ossequio a una concezione della vita umana che in realtà si rivela «sostanzialmente biologicistico-vegetativa», corporea e materialistica.
Nel nostro paese, sottolinea Rusconi, «non esiste un vuoto di valori - come ripetono i clericali - ma una paradossale ricchezza di valori che sono spesso in contrasto tra loro».
Sconcertato dal «silenzio e l'imbarazzo» dei politici, Gian Enrico Rusconi, che, su La Stampa di oggi, denuncia una gerarchia cattolica che pretende di avere «il monopolio dell’etica», fin tanto da accusare la magistratura di «orientare il legislatore verso l'eutanasia» e di promuovere «il relativismo dei valori», ormai l'anatema del nuovo millennio. «Dove sono i vocalissimi leader del neonato Partito democratico? Perché lasciano diffamare il pluralismo dei valori - fondamento della laicità - come "zona vuota dai confini non più tracciabili"?», si chiede Rusconi.
Nel caso di Eluana il «difficile e complesso problema della contemperanza dei vari criteri di giudizio etico» viene strumentalmente bollato come «mancanza di moralità», in ossequio a una concezione della vita umana che in realtà si rivela «sostanzialmente biologicistico-vegetativa», corporea e materialistica.
Nel nostro paese, sottolinea Rusconi, «non esiste un vuoto di valori - come ripetono i clericali - ma una paradossale ricchezza di valori che sono spesso in contrasto tra loro».
«Ciò che manca nel nostro Paese è una cultura e una politica laica, degna di questo nome. Una politica che governi davvero il pluralismo dei valori, di cui tutti i politici si riempiono la bocca. Che prenda decisioni legislative difficili, che tracci «confini» nel senso di tenere presenti tutti i criteri morali che entrano in gioco nelle scelte che contano. Anche a costo di scontrarsi con la Chiesa. Di tutto questo non vedo tracce attendibili nei fiumi di parole sentite in queste settimane, dentro e fuori il Partito democratico».
Sunday, April 01, 2007
Il volto rozzo e ignorante della Cei
Un crescendo di dichiarazioni volte ad avvelenare il clima politico e rendere impossibile ogni sereno dibattito sui temi che per la Chiesa investono valori «non negoziabili».Dopo la nota impegnativa rivolta ai parlamentari cattolici, l'interpretazione autentica di monsignor Anfossi («il legislatore che si sente parte della Chiesa non può votarli [i "Dico", n.d.r.]», che hanno indotto persino il cauto e "sottile" Amato a intervenire (qui non è l'islam), arriva il nuovo affondo, stavolta farneticante.
«Nel momento in cui si perde la concezione corretta autotrascendente [?] della persona umana, non vi è più un criterio di giudizio per valutare il bene e l'unico criterio o il criterio dominante è il criterio dell'opinione generale, o dell'opinione pubblica, o delle maggioranze vestite di democrazia. Che possono diventare ampiamente e gravemente antidemocratiche, o meglio violente. Perché dire di no a varie forme di convivenza stabile giuridicamente, di diritto pubblico, riconosciute e quindi creare figure alternative alla famiglia? Perché dire di no? Perché dire di no all'incesto come in Inghilterra [era in Germania, n.d.r.] dove un fratello e sorella hanno figli, vivono insieme e si vogliono bene? Perché dire di no al partito dei pedofili in Olanda se ci sono due libertà che si incontrano? Perché poi bisogna avere in mente queste aberrazioni secondo il senso comune e che sono già presenti almeno come germogli iniziali», ha messo in guardia il capo della Cei, monsignor Bagnasco.
Quale dovrebbe essere, dunque, il «criterio dominante per valutare il bene e il male», secondo Bagnasco? A chi dovrebbe essere affidata l'interpretazione di questo criterio? Ma dove ha studiato, il monsignore? Che idea ha della democrazia? Nei paesi democratici i rappresentanti eletti non giudicano il bene e il male. Le maggioranze in democrazia non incarnano il bene, né per il loro numero hanno sempre ragione. Se così fosse non ci sarebbe bisogno di democrazia. E' per questo che sono previste elezioni periodiche da cui le maggioranze possono uscire minoranze. Ed è per questo che il legislatore dovrebbe astenersi dall'imporre per legge una visione morale.
A difendere i diritti delle minoranze da maggioranze «antidemocratiche o violente» c'è la Costituzione e, comunque, nessun controllo preventivo, nessuna tutela al di sopra della rappresentanza democratica può preservarci da esse. Bagnasco ci sta in sostanza dicendo che per difenderci da ipotetiche maggioranze «antidemocratiche o violente» dovremmo abolire la democrazia e affidarci a non meglio precisati criteri oggettivi, interpretati da qualche genere di Guardiani. In questa idea fasulla c'è tutta la rozzezza e l'ignoranza di gerarchie ecclesiastiche che nel migliore dei casi non hanno capito nulla della democrazia, nel peggiore usano una retorica pericolosa per sabotarla, imputandole l'incapacità di giudicare ciò che non le compete.
Di nuovo viene posto l'accento sul dato di natura: «Oggi ci scandalizziamo, ma se viene a cadere il criterio antropologico dell'etica che riguarda la natura umana è difficile dire "no". Se il criterio sommo del bene e del male è la libertà di ciascuno, allora se uno, due o più sono consenzienti, fanno quello che vogliono, perché non esiste più un criterio oggettivo sul piano morale».
Esattamente così, monsignor Bagnasco. Il nostro patto politico si fonda sulla libertà di ciascuno, come autodeterminazione, come scelta. Uno, due o più consenzienti fanno quello che vogliono, finché non ledono la libertà e non danneggiano i legittimi interessi altrui. Per la legge è questo, o questo dovrebbe essere, in un paese laico, l'unico «criterio oggettivo».
E' naturale, nel senso letterale del termine, ciò che esiste in natura, ma viene spesso usato questo concetto come sinonimo di normale. Una normalità derivata da un tipo specifico di cultura umana fondata su una rivelazione divina. Dunque, ciò che si spaccia per natura, è in realtà ciò che la cultura umana di un determinato periodo storico ritiene normale, buono, giusto, non in contraddizione con Dio. Che siano gli uomini, in definitiva, a stabilire cosa sia naturale e cosa no è la migliore dimostrazione del fatto che spesso ciò che viene definito come naturale è in realtà culturale. Le concezioni della famiglia, o dell'omosessualità, per esempio, nelle diverse epoche sono frutto della cultura, non della natura.
Agitare i fantasmi dell'incesto e della pedofilia come inevitabili forme di decadimento verso cui scivoleremmo riconoscendo le unioni di fatto è un modo disonesto di intervenire nel dibattito pubblico, ma certo non arretriamo. Sull'incesto tra persone adulte e consenzienti nessun tabù morale. Anche la pedofilia è questione ben più complessa di come viene presentata dalla cultura cattolica e nel senso comune. Non è in sé l'amore tra un adulto e un ragazzo il problema, ma la violenza, la costrizione, la sottomissione psicologica.
"Born to be Abramo", Elio e le Storie Tese (1997)
Thursday, March 29, 2007
Credere-obbedire...
Non si capisce se questo monsignor Anfossi ci fa o ci è. Assicura a Radio Vaticana che i vescovi «non vogliono fare pressioni indebite» sui legislatori. Un secondo dopo spiega che «il legislatore che si sente parte della Chiesa non può» votare i "Dico". Parla di «lobby vere e proprie, a cominciare da quella che è legata al mondo dell'omosessualità», come si parlava (e si parla) di lobby ebraica o di complotto demo-pluto-giudaico. Attribuisce alla Cei l'intento di difendere «una parte di popolazione da ingerenze che sono altrettanto violente e non democratiche». Così ammettendo implicitamente, con quell'«altrettanto», che le ingerenze della Chiesa sono le prime ad essere «violente e non democratiche». Le altre, vediamo. Si potrà condividere o meno, ma di «violento e anti-democratico» non c'è stato e non c'è proprio nulla in chi propone e sostiene una legge che riconosca le unioni di fatto, anche omosessuali.Ad aver colto le implicazioni della nota «impegnativa» della Cei è Gian Enrico Rusconi, su La Stampa. Ciò che emerge sempre meglio delineato è il nuovo «ruolo del laicato cattolico» impegnato in politica: irreggimentato.
Il passaggio «centrale» della nota, forse il più denso di significato, suona come «la campana a morto del cattolicesimo liberale o progressista in Italia». Si legge che il cattolico «non può appellarsi al principio del pluralismo e dell'autonomia dei laici in politica, favorendo soluzioni che compromettano o che attenuino la salvaguardia delle esigenze etiche fondamentali per il bene comune della società».
Nel caso specifico delle unioni di fatto, ma anche in tutti gli altri casi, sono ovviamente i vescovi a definire questo "bene comune" e a dettare il comportamento conseguente: «Al laico cattolico impegnato nella società e nella politica non resta che aderire senza riserve alla linea dettata dall'episcopato», osserva Rusconi. Ogni altra posizione è bollata come «incoerente». Incoerenza» può apparire un'espressione «morbida», in un contesto dove non si minacciano sanzioni ai disobbedienti. Ma «il testo è netto nell'escludere ogni opinione deviante».
«Pluralismo e autonomia», prima di tutto di giudizio, sono incompatibili con il nuovo ruolo che la Chiesa ha pensato (da qualche tempo ormai) per il laicato cattolico impegnato in politica, al fine di presentare il cattolicesimo italiano «come un corpo compatto di convinzioni e di tattiche politiche vincenti». La militarizzazione del gregge, come abbiamo già avuto modo di osservare.
La nota sembra in fondo affermare che un cattolico impegnato in politica non può essere - se non vuole passare per "incoerente" - anche liberale, o democratico, o socialista, ma neanche liberista o conservatore. Dev'essere semplicemente e solamente cattolico. Cioè obbedire ai dettami del magistero della Chiesa. Trasformarli in leggi, quando possibile, o quanto meno opporsi a tutte le leggi che li contraddicono.
Siamo al credere-obbedire... a quando anche il combattere?
Giustamente Azioneparallela si chiede (e chiedendoselo chiarisce cosa comporti il non potersi appellare a pluralismo e autonomia): «Un politico cattolico si può prendere almeno la libertà di condurre una ricerca empirica in argomento? Poiché nella Nota i vescovi italiani affermano che "la legalizzazione delle unioni di fatto [è] inaccettabile sul piano di principio, pericolosa sul piano sociale ed educativo", un politico cattolico si può prendere la libertà, dal momento che nella nota si trovano solo le impeccabili considerazioni di principio, può prendersi la libertà di condurre qualche verifica in punta di fatto della pericolosità sul piano sociale ed educativo di una legge simile? Può prendersi la libertà di verificare se, nei paesi in cui è stata introdotto qualcosa di analogo ai Dico, e persino, a Dio piacendo, di più avanzato, la situazione sociale ed educativa s'è fatta o si sta facendo veramente intollerabile e pericolosa? Oppure l'inaccettabilità di principio esclude a priori che in quei paesi l'introduzione di norme che legalizzano le unioni di fatto possa non avere messo in pericolo la società e l'educazione delle future generazioni? Per capire: se conduco uno studio sull'argomento, in Francia, cosa trovo, a conferma o eventualmente (se l'eventualità è contemplabile) a smentita della Nota dei vescovi?»
La destra sembra compatta sulle posizioni della Cei. Fa eccezione Benedetto Della Vedova, che non lo ammetterà ma è costretto a "sembrare" sempre più anticlericale per far fronte all'offensiva vaticana. Chiede al centrodestra, rimanendo inascoltato, di non appiattirsi sulle posizioni dei vescovi.
«In tutto l'occidente liberale e cristiano, e anche in Italia, le coppie di fatto, comprese quelle gay, sono una realtà socialmente accettata, che si è affermata senza che nessuna legge l'abbia "promossa" o "inventata". Sarebbe singolare che in un paese in cui si legifera per dare rilevanza pubblica a qualsiasi realtà sociale, si ritenesse tabù intervenire sulle coppie di fatto, in particolare quelle omosessuali che oggi non hanno accesso ad alcun istituto giuridico in grado di sancire e tutelare anche nei confronti di terzi la reciproca assunzione di obblighi e diritti.
Nella stragrande maggioranza dei paesi europei convivono felicemente legislazioni molto più avanzate di quella italiana sul sostegno alla famiglia e alla maternità e il riconoscimento giuridico delle coppie di fatto anche gay. Se il centro destra facesse proprio il "non possumus" rispetto a qualsiasi ipotesi di riconoscimento giuridico delle coppie di fatto, rischierebbe di isolarsi tanto dal resto dei centrodestra europei, quanto da una parte consistente dei propri elettori».
Wednesday, March 28, 2007
Niente scuse: il Papa vuole divisioni, non pecorelle
Non c'è più mission
Diffusa l'annunciata nota «impegnativa» della Cei sulle unioni di fatto rivolta ai parlamentari cattolici. Nulla di nuovo, se nelle parti salienti si ricorre a citazioni che risalgono al 2002 e al 2003, ma viene tolto ogni alibi: la Cei ricorda che i cattolici se vogliono essere tali sono tenuti ad obbedire al magistero della Chiesa. In questo caso - guarda un po' - nessuna obiezione di coscienza è ammessa.
Si ribadisce che la legalizzazione delle unioni di fatto è «inaccettabile sul piano di principio, pericolosa sul piano sociale ed educativo». Si ricordano le affermazioni «precise» della Congregazione per la Dottrina della Fede, secondo cui, nel caso di «un progetto di legge favorevole al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, il parlamentare cattolico ha il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro il progetto di legge» (2003). E pertanto non «può appellarsi al principio del pluralismo e dell'autonomia dei laici in politica, favorendo soluzioni che compromettano o che attenuino la salvaguardia delle esigenze etiche fondamentali per il bene comune della società».
Parlamentari cattolici sempre più eterodiretti dai vertici di uno Stato estero. Non si tratta più di prestare ascolto a richiami di principio, ma di eseguire gli ordini dettati da oltretevere. La militarizzazione del «gregge».
Non c'è più mission.
Diffusa l'annunciata nota «impegnativa» della Cei sulle unioni di fatto rivolta ai parlamentari cattolici. Nulla di nuovo, se nelle parti salienti si ricorre a citazioni che risalgono al 2002 e al 2003, ma viene tolto ogni alibi: la Cei ricorda che i cattolici se vogliono essere tali sono tenuti ad obbedire al magistero della Chiesa. In questo caso - guarda un po' - nessuna obiezione di coscienza è ammessa.
Si ribadisce che la legalizzazione delle unioni di fatto è «inaccettabile sul piano di principio, pericolosa sul piano sociale ed educativo». Si ricordano le affermazioni «precise» della Congregazione per la Dottrina della Fede, secondo cui, nel caso di «un progetto di legge favorevole al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, il parlamentare cattolico ha il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro il progetto di legge» (2003). E pertanto non «può appellarsi al principio del pluralismo e dell'autonomia dei laici in politica, favorendo soluzioni che compromettano o che attenuino la salvaguardia delle esigenze etiche fondamentali per il bene comune della società».
Parlamentari cattolici sempre più eterodiretti dai vertici di uno Stato estero. Non si tratta più di prestare ascolto a richiami di principio, ma di eseguire gli ordini dettati da oltretevere. La militarizzazione del «gregge».
Non c'è più mission.
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