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Wednesday, August 25, 2010

Cattolici "spaccati" da sempre

A certe tesi, come quella di Famiglia Cristiana su Berlusconi che sarebbe colpevole di aver «spaccato» il mondo cattolico, bisognerebbe rispondere con una sonora risata, anziché attribuirgli il valore di chissà quale analisi politologica. E' evidente infatti che si tratta semplicemente di una stupidaggine, una totale scemenza che rivela l'ignoranza di chi l'ha scritta. Il mondo cattolico è «spaccato» da sempre, altrimenti non si spiega come mai la Dc non avesse il 60 o l'80%. La realtà è che i cattolici sono da sempre divisi politicamente, e non sono pochi quelli che hanno votato e votano comunista. E anche se fosse, non mi pare un'accusa grave quella di aver «spaccato» i cattolici. E' un bene che siano politicamente divisi e la pensino diversamente, non facendosi tra l'altro condizionare più di tanto - comunque molto meno di quanto credano i nostri politici - da ciò che dicono le gerarchie ecclesiastiche.

Com'è altrettanto evidente, l'ha sottolineato oggi monsignor Rino Fisichella a beneficio anche di qualche strumentalizzatore di sinistra, che «un'editoriale di Famiglia Cristiana o anche su un'analisi formulata da una sottocommissione preparatoria della Settimana Sociale» non interpretano il pensiero del mondo cattolico né la Chiesa. E tra l'altro, Fisichella definisce quello di don Sciortino su Berlusconi un giudizio «del tutto tendenzioso», ricordando anch'egli come «in altri momenti storici - ad esempio quando Moro e Fanfani fecero il centrosinistra - ci fu una divisione dei cattolici».

Thursday, March 25, 2010

Un boomerang le intimazioni vaticane

Se il voto del 28 e 29 marzo si caratterizza, come si sta sforzando di caratterizzarlo Berlusconi, non solo come voto per scegliere i governi regionali ma anche per dare «nuova forza e supporto al mio governo per operare nella direzione delle riforme» (il premier, ormai non sappiamo con quale credibilità, è tornato a parlare di «rivoluzione liberale», dal presidenzialismo alla riforma della giustizia e del fisco), allora c'è qualche possibilità che i candidati di centrodestra riescano a strappare la vittoria al foto-finish in Piemonte e Lazio. Ma se si caratterizza come voto "religioso" contro i candidati "laicisti" le possibilità a mio avviso diminuiscono.

Il tentativo di mobilitazione in cui si sta spendendo in quest'ultima settimana Berlusconi contro il pericolo dell'astensionismo, toccando i tasti giusti (voto utile, scelta di campo, promessa di riforme, carattere nazionale del voto), può riuscire, ma rischia di essere indebolito, e non rafforzato dalla mobilitazione del voto cattolico tentata dal cardinale Bagnasco con l'intervento a gamba tesa dell'altro giorno. Se la Polverini appare voler resistere alla tentazione, giornali e politici di centrodestra sembrano voler ricorrere nuovamente, come all'inizio della campagna, all'arma religiosa, non avvedendosi che il bacino elettorale cui possono rivolgersi i candidati di centrodestra è ben più ampio di quello delimitato da quegli elettori disposti a rispondere presente fin dentro le urne ad un richiamo integralista alla dottrina etica e sociale della Chiesa. Sono ben pochi, e a mio avviso comunque meno di quanti sarebbero allontanati da quella vera e propria intimazione.

L'intervista del Mons. Fisichella a il Giornale rischia di peggiorare le cose: non solo si chiede ormai esplicitamente ai cattolici di non votare la Bonino nel Lazio e la Bresso in Piemonte («il richiamo alla libertà di coscienza è sacrosanto, ma... il cattolico non può con il proprio voto favorire leggi o programmi che non sono conformi ai principi non negoziabili»), ma si intima anche a quei politici di non chiederlo neanche, il voto ai cattolici («i candidati i quali hanno impegnato tutta la loro attività politica nel perseguire programmi che contrastano apertamente con alcuni fondamentali valori a noi cari, sarebbe opportuno che per coerenza essi stessi chiedessero ai cattolici di non essere votati»).

Un intervento, quello di Bagnasco, che Il Secolo XIX definisce «uno scivolone di prim'ordine» per lo stesso segretario della Cei («aver affidato a un pugno di voti le sorti della Chiesa italiana, è apparso, nei sacri palazzi, come un passo a dir poco improvvido. Anche perché il colpo assestato da Bagnasco è arrivato troppo tardi, a pochi giorni dal voto»). E perché potrebbe mobilitare l'elettorato di sinistra a sostegno della Bonino più di quanto sia in grado di mobilitare contro di lei quello moderato e gli indecisi.

Wednesday, July 16, 2008

Serve proprio una legge, che rischia di non essere "buona"?

Su il Riformista di oggi:

Caro direttore, secondo Cappato il legislatore deve intervenire. Un politico come lui non dovrebbe ignorare le ultime sentenze che non solo hanno riconosciuto il diritto dei pazienti consapevoli, com'era Welby, ma hanno anche indicato le condizioni alle quali una volontà espressa nel passato da pazienti in stato di incoscienza debba ritenersi accertata oltre ogni ragionevole dubbio. Non "innovando" il diritto, ma richiamandosi a principi già esistenti nell'ordinamento. Ci sono voluti anni, ma la giustizia sembra arrivata prima della politica, ammettendo de facto testamenti biologici scritti e verbali. Chiedo a Cappato: e se Welby o il papà di Eluana avessero già ottenuto, certo con enormi sacrifici, risultati oltre i quali il Parlamento non saprebbe spingersi? E se addirittura limitasse gli spazi di libertà che si sono aperti in sede giudiziaria? Non dovrebbe far riflettere il fatto che improvvisamente ad invocare il legislatore è Mons. Fisichella? Una legge, per essere buona oltre che nuova, non potrebbe che limitarsi a tutelare la volontà del paziente, qualunque essa sia. Il mio dubbio è che invece, come spesso capita in Italia, la politica abbia la presunzione di imprigionare in uno o più schemi fissi una casistica dalla irriducibile varietà, perdendo di vista i principi generali. Un esempio: la politica si ostina a voler definire se la nutrizione artificiale sia un intervento ordinario o straordinario. Con un "compromesso" legislativo secondo cui fosse da ritenersi ordinario, tutte le Eluane sarebbero condannate a prescindere dalle loro volontà. Certo, il nostro sistema giudiziario è quanto di più incerto. Ma è lecito aspettarsi che le recenti sentenze costituiscano dei precedenti. E' probabile che un nuovo Welby non dovrà aspettare mesi, e una nuova Eluana anni, e che da oggi sempre più medici si farebbero avanti. L'impressione è che il vissuto quotidiano, le singole scelte degli italiani, possano arrivare prima e meglio della politica, risparmiandoci la "toppa" del legislatore, quasi sempre peggiore del "buco".

Thursday, July 10, 2008

Finalmente liberata Eluana!

La politica stia alla larga

Come per un errore giudiziario, dopo sedici anni una detenzione viene riconosciuta ingiusta. Sedici lunghi anni ha dovuto combattere il padre di Eluana per mandare in pace la figlia, in stato vegetativo permanente e irreversibile. Fatta vegetare tramite sondino. Avrebbe potuto intraprendere delle scorciatoie. Ha voluto invece sentirsi legittimato dalla società, sentirsi a posto con la legge. Ed è stata una lunga, drammatica, battaglia legale.

Per ignoranza o per malafede, o come semplificazione giornalistica, si sente ora a parlare della «Terry Schiavo italiana». Un errore che purtroppo commettono anche giornali e commentatori che considerano la sentenza una liberazione e non un assassinio. La differenza tra i due casi è enorme e - ripeto - solo per ignoranza o malafede si possono confondere. Nel caso di Terry Schiavo non c'era accordo sulle sue volontà tra il marito, riconosciuto come tutore legale, e i genitori e la sua condizione era più indefinibile. Un dubbio lacerante. Nel caso di Eluana, tra genitori e amiche nessuno ha mai messo in dubbio la sua volontà. Non hanno deciso i giudici, ha deciso il papà di Eluana, al quale i giudici hanno solo riconosciuto di agire secondo legge. E nel caso ci succeda una cosa del genere, in una situazione in cui non siamo in grado di esprimerci in prima persona, a chi affideremmo ciò che rimane della nostra vita? Al medico? Al giudice? Al legislatore? Al cardinale? Oppure, a mamma e papà, al nostro compagno o compagna, all'amico più intimo?

Mons. Fisichella si chiedeva ieri «come sia possibile che il giudice si sostituisca in una decisione come questa alla persona coinvolta». Ecco, innanzitutto bisogna premettere che non solo la sospensione del trattamento, ma anche la sua continuazione per sedici anni, è una decisione, altrettanto invasiva, di qualcuno. Non di Eluana, né della sua famiglia.

Poi, non è il giudice ad essersi «sostituito» alla persona coinvolta, semmai è il padre di Eluana (il padre!) a sostituirsi a lei riportandone e interpretandone le volontà. Non si capisce perché un medico, il legislatore, o un cardinale potrebbero invece sostituirsi alla persona coinvolta imponendo a loro volta quella che è a tutti gli effetti una decisione della medesima invasività: la continuazione del trattamento che fa vegetare. Non si capisce, quindi, chi potrebbe, sulle basi di quale suo diritto o interesse legittimo, impugnare la sentenza.

Più volte mi è capitato di scrivere del materialismo, del biologismo, dello scientismo di coloro che riducono la vita umana alle sue mere funzioni biologiche (pur assicurate da macchine) e avrebbero voluto, da comuni aguzzini, condannare a vegetare persino Welby e Nuvoli, i quali la loro volontà erano in grado di esprimerla in prima persona. Ad esprimere questa concezione sono per lo più vescovi e cardinali della Chiesa cattolica, intellettuali cattolici, comunque uomini e donne di religione, che dovrebbero invece avere della vita umana una concezione ben più alta del semplice vegetare.

Su il Riformista di oggi, è Mario Ricciardi a soffermarsi in modo chiaro su questo paradosso: «Se è vero che le sostanze nutritive che vengono somministrate a Eluana non sono in senso stretto "terapie", c'è da chiedersi se questa sia una ragione sufficiente per ritenere che sospenderle equivalga a uccidere un essere umano. Si ha l'impressione che chi ragiona in questo modo assuma una concezione della vita che finisce per farla coincidere con lo svolgimento di certe funzioni di parti del corpo umano. Posta questa premessa, impedire che tali funzioni proseguano sarebbe indubbiamente un omicidio. Si tratta di una posizione sorprendente soprattutto quando viene proposta da persone che non dovrebbero essere inclini a ridurre la vita alla materia. Appare inaccettabile l'idea che vivere sia semplicemente continuare a respirare. Oppure a digerire. Sorprende che questo modo di pensare sia difeso dai cattolici, perché la tradizione filosofica cui la chiesa si richiama intende la vita umana in modo più sofisticato, distinguendola dal semplice vegetare. C'è qualcosa di irragionevole, verrebbe quasi da dire di blasfemo, nel modo in cui certi ambienti hanno accreditato una sorta di idolatria delle funzioni vitali per opporsi agli atti di disposizione della propria vita, o all'eutanasia. Concentrarsi sugli indici biologici della vita ha fatto perdere di vista la questione della sua dignità, che non può essere assicurata da un'alimentazione artificiale protratta in modo indefinito. Almeno non quando si può escludere la speranza ragionevole di ritorno alla coscienza».

Perché, dunque, questo apparente materialismo da parte cattolica. Forse perché, ipotizza Gian Enrico Rusconi, considerano «il bios vegetativo come tale segno dell'impronta divina nell'uomo». Sull'uomo, un'impronta che altri uomini si sentono investiti della missione di rendere indelebile.

Così, per Mons. Fisichella è del tutto secondario che nel caso di Eluana sia stato il padre a decidere per la figlia, perché comunque non è la volontà dell'individuo a meritare tutela, ma il principio della sacralità divina della vita. E' sconcertato, confida a la Repubblica, perché «questa sentenza si sostituisce al legislatore e ai medici». La «persona coinvolta» scompare dalle preoccupazioni del monsignore. «Si è creato un precedente per obbligare il legislatore a intervenire». Qualsiasi autorità, dunque, persino il legislatore, con il quale la Chiesa può sempre trovare dei "compromessi". Purché non l'individuo, come dimostrano anche i casi Welby e Nuvoli, perché ciò che conta non è la vita concreta del singolo, ma il principio astratto.

Ci sono personalità e forze politiche che si battono con le migliori intenzioni per il cosiddetto testamento biologico. Ma con il passare degli anni e dei mesi - e delle sentenze - sono divenuto sempre più scettico sulla necessità di un intervento del legislatore, convincendomi da una parte che nel nostro ordinamento esistono già principi e leggi applicabili che garantiscono il diritto individuale a decidere della propria vita e della propria malattia e morte; dall'altra, proprio per questo, perché temo che il legislatore intervenendo possa addirittura limitare gli spazi di libertà che oggi più di una sentenza (da quella Welby a quelle sul caso Englaro) ha riconosciuto nell'ordinamento.

I giudici della prima sezione civile della Corte d'Appello di Milano, infatti, si sono limitati ad accertare l'esistenza nel caso Englaro delle due condizioni individuate dalla sentenza della Cassazione del 16 ottobre del 2007 come necessarie per riconoscere la legittimità della richiesta di sospensione dei trattamenti: che (1) lo stato vegetativo del paziente sia irreversibile e che (2) si accerti, sulla base di elementi di fatto ritenuti attendibili dai giudici, che il paziente, quando era cosciente, non avrebbe prestato il suo consenso alla continuazione del trattamento. Altre sentenze, inoltre, hanno già riconosciuto l'ammissibilità di testamenti biologici spontanei come prove della volontà del paziente.

L'impressione, anche qui, è che la politica più ne sta alla larga meglio è.