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Thursday, July 10, 2008

Finalmente liberata Eluana!

La politica stia alla larga

Come per un errore giudiziario, dopo sedici anni una detenzione viene riconosciuta ingiusta. Sedici lunghi anni ha dovuto combattere il padre di Eluana per mandare in pace la figlia, in stato vegetativo permanente e irreversibile. Fatta vegetare tramite sondino. Avrebbe potuto intraprendere delle scorciatoie. Ha voluto invece sentirsi legittimato dalla società, sentirsi a posto con la legge. Ed è stata una lunga, drammatica, battaglia legale.

Per ignoranza o per malafede, o come semplificazione giornalistica, si sente ora a parlare della «Terry Schiavo italiana». Un errore che purtroppo commettono anche giornali e commentatori che considerano la sentenza una liberazione e non un assassinio. La differenza tra i due casi è enorme e - ripeto - solo per ignoranza o malafede si possono confondere. Nel caso di Terry Schiavo non c'era accordo sulle sue volontà tra il marito, riconosciuto come tutore legale, e i genitori e la sua condizione era più indefinibile. Un dubbio lacerante. Nel caso di Eluana, tra genitori e amiche nessuno ha mai messo in dubbio la sua volontà. Non hanno deciso i giudici, ha deciso il papà di Eluana, al quale i giudici hanno solo riconosciuto di agire secondo legge. E nel caso ci succeda una cosa del genere, in una situazione in cui non siamo in grado di esprimerci in prima persona, a chi affideremmo ciò che rimane della nostra vita? Al medico? Al giudice? Al legislatore? Al cardinale? Oppure, a mamma e papà, al nostro compagno o compagna, all'amico più intimo?

Mons. Fisichella si chiedeva ieri «come sia possibile che il giudice si sostituisca in una decisione come questa alla persona coinvolta». Ecco, innanzitutto bisogna premettere che non solo la sospensione del trattamento, ma anche la sua continuazione per sedici anni, è una decisione, altrettanto invasiva, di qualcuno. Non di Eluana, né della sua famiglia.

Poi, non è il giudice ad essersi «sostituito» alla persona coinvolta, semmai è il padre di Eluana (il padre!) a sostituirsi a lei riportandone e interpretandone le volontà. Non si capisce perché un medico, il legislatore, o un cardinale potrebbero invece sostituirsi alla persona coinvolta imponendo a loro volta quella che è a tutti gli effetti una decisione della medesima invasività: la continuazione del trattamento che fa vegetare. Non si capisce, quindi, chi potrebbe, sulle basi di quale suo diritto o interesse legittimo, impugnare la sentenza.

Più volte mi è capitato di scrivere del materialismo, del biologismo, dello scientismo di coloro che riducono la vita umana alle sue mere funzioni biologiche (pur assicurate da macchine) e avrebbero voluto, da comuni aguzzini, condannare a vegetare persino Welby e Nuvoli, i quali la loro volontà erano in grado di esprimerla in prima persona. Ad esprimere questa concezione sono per lo più vescovi e cardinali della Chiesa cattolica, intellettuali cattolici, comunque uomini e donne di religione, che dovrebbero invece avere della vita umana una concezione ben più alta del semplice vegetare.

Su il Riformista di oggi, è Mario Ricciardi a soffermarsi in modo chiaro su questo paradosso: «Se è vero che le sostanze nutritive che vengono somministrate a Eluana non sono in senso stretto "terapie", c'è da chiedersi se questa sia una ragione sufficiente per ritenere che sospenderle equivalga a uccidere un essere umano. Si ha l'impressione che chi ragiona in questo modo assuma una concezione della vita che finisce per farla coincidere con lo svolgimento di certe funzioni di parti del corpo umano. Posta questa premessa, impedire che tali funzioni proseguano sarebbe indubbiamente un omicidio. Si tratta di una posizione sorprendente soprattutto quando viene proposta da persone che non dovrebbero essere inclini a ridurre la vita alla materia. Appare inaccettabile l'idea che vivere sia semplicemente continuare a respirare. Oppure a digerire. Sorprende che questo modo di pensare sia difeso dai cattolici, perché la tradizione filosofica cui la chiesa si richiama intende la vita umana in modo più sofisticato, distinguendola dal semplice vegetare. C'è qualcosa di irragionevole, verrebbe quasi da dire di blasfemo, nel modo in cui certi ambienti hanno accreditato una sorta di idolatria delle funzioni vitali per opporsi agli atti di disposizione della propria vita, o all'eutanasia. Concentrarsi sugli indici biologici della vita ha fatto perdere di vista la questione della sua dignità, che non può essere assicurata da un'alimentazione artificiale protratta in modo indefinito. Almeno non quando si può escludere la speranza ragionevole di ritorno alla coscienza».

Perché, dunque, questo apparente materialismo da parte cattolica. Forse perché, ipotizza Gian Enrico Rusconi, considerano «il bios vegetativo come tale segno dell'impronta divina nell'uomo». Sull'uomo, un'impronta che altri uomini si sentono investiti della missione di rendere indelebile.

Così, per Mons. Fisichella è del tutto secondario che nel caso di Eluana sia stato il padre a decidere per la figlia, perché comunque non è la volontà dell'individuo a meritare tutela, ma il principio della sacralità divina della vita. E' sconcertato, confida a la Repubblica, perché «questa sentenza si sostituisce al legislatore e ai medici». La «persona coinvolta» scompare dalle preoccupazioni del monsignore. «Si è creato un precedente per obbligare il legislatore a intervenire». Qualsiasi autorità, dunque, persino il legislatore, con il quale la Chiesa può sempre trovare dei "compromessi". Purché non l'individuo, come dimostrano anche i casi Welby e Nuvoli, perché ciò che conta non è la vita concreta del singolo, ma il principio astratto.

Ci sono personalità e forze politiche che si battono con le migliori intenzioni per il cosiddetto testamento biologico. Ma con il passare degli anni e dei mesi - e delle sentenze - sono divenuto sempre più scettico sulla necessità di un intervento del legislatore, convincendomi da una parte che nel nostro ordinamento esistono già principi e leggi applicabili che garantiscono il diritto individuale a decidere della propria vita e della propria malattia e morte; dall'altra, proprio per questo, perché temo che il legislatore intervenendo possa addirittura limitare gli spazi di libertà che oggi più di una sentenza (da quella Welby a quelle sul caso Englaro) ha riconosciuto nell'ordinamento.

I giudici della prima sezione civile della Corte d'Appello di Milano, infatti, si sono limitati ad accertare l'esistenza nel caso Englaro delle due condizioni individuate dalla sentenza della Cassazione del 16 ottobre del 2007 come necessarie per riconoscere la legittimità della richiesta di sospensione dei trattamenti: che (1) lo stato vegetativo del paziente sia irreversibile e che (2) si accerti, sulla base di elementi di fatto ritenuti attendibili dai giudici, che il paziente, quando era cosciente, non avrebbe prestato il suo consenso alla continuazione del trattamento. Altre sentenze, inoltre, hanno già riconosciuto l'ammissibilità di testamenti biologici spontanei come prove della volontà del paziente.

L'impressione, anche qui, è che la politica più ne sta alla larga meglio è.

18 comments:

Anonymous said...

beh...liberata è una parola grossa.

inoltre...rischi di dare spago a coloro che ritengono si sia liberato anche un'altra cosa...

un posto letto.

con la vita e la morte non si scherza.

certo che 16 anni...

non ho una opinione precisa...però oggi ho detto a mia moglie che 16 anni così...no...al massimo 16 giorni e poi...

game over.

ciao.

io ero tzunami

gabbianourlante said...

trovo triste e penoso DOVER ASPETTARE 16 ANNI per poter disporre del mio corpo... per rispettare le volontà di Eluana, che non sono mai state messe in discussione. falsi tutti coloro che usano il termine eutanasia. molti purtroppo nel cdx.
Ma di chi è la ns vita? nostra o di altri?

Anonymous said...

Mi sembra più liberale la posizione di Bellasio (oggi sul Foglio online).

Roger-Marin

Anonymous said...

Eluana Englaro: un granello di sabbia di 1000 tonnellate.

La sconfitta dei radicali che volevano abolire la pena di morte.
Eluana abbandona la "casa" per la libertà del padre,
testimone di un paradosso emotivo scambiato per testamento biologico.
Mi vergogno per i giudici della corte di appello.
Mi vergogno per come abbiamo iniziato il terzo millennio.
Mi vergogno per la scienza medica che ancora brancola nel buio cercando
di conoscere il chimismo della mente ignorandone l'essenza vitale.
Quasi quasi mi vergogno del mio sciocco orgoglio di uomo che spera
ancora di considerarsi tale pur non riuscendo a confrontarsi con gli altri.
***
Oggi l'orologio della mente non batte più le ore, ché i secondi già son troppi ed i minuti son contati per la nostra comprensione ed il capire diventa un miraggio.
***
Due mie riflessioni di facile ricerca su google.
luana Englaro: “il mio funerale”,
Eluana Englaro: “processata in contumacia”
michelangelo

Anonymous said...

Naturalmente altrove (lei Punzi sa bene dove) ci si fa beffe della posizione di Bellasio.

Senza capire che esiste una profonda differenza tra un testamento scritto, di cui si conoscano le conseguenze, ed un'opinione espressa a parenti ed amici.

Ma i mondi ed i nuovi mondi non capiscono (o non vogliono capire, accecati dall'odio). E la cosa è tanto più grottesca quanto più la posizione di Bellasio è lontana da quella della chiesa cattolica.

Col la stima di sempre,
Roger-Marin

JimMomo said...

Non ho capito a quale "altrove" si riferisce. La posizione di Bellasio è lontanissima da quella della Chiesa.
Esprime senz'altro l'unica preoccupazione legittima in casi come questi. Cioè per la volontà dell'individuo.

Tuttavia, il caso di Eluana si presta davvero a pochi dubbi. E' chiaro che se ci fossero state testimonianze "difformi", il tribunale non avrebbe potuto emettere quella sentenza. Lo dice chiaramente la Cassazione.

Diciamo pure che il testamento biologico dev'essere scritto, ma allora non si può sostenere che serva un'altra legge. Se già posso disporre dei miei beni, ci vuole una legge per dirmi che posso disporre del mio corpo?

Giorgio said...

Mi pare che l'articolo di Bellasio sul Foglio di oggi faccia riflettere a prescindere di come la si pensi sull'argomento.
Personalmente io non vorrei che fossero mio padre e mia madre a decidere per me né tantomeno un giudice (italiano poi!).
Per inciso, nemmeno i cani si fanno morire di fame e di sete, non vedo perchè dovrebbe morire così un essere umano anche se in condizioni così disperate.

JimMomo said...

Giorgio, come ho scritto nel post, tenerti in quelle condizioni a tempo indefinito rappresenta già di per sé una *decisione*. Di chi? Tua forse? Ok, non vuoi affidare la decisione di "staccare la spina" a tua madre e tuo padre, ma ti sei chiesto chi e cosa decide di fare rimanere attaccato te (e i tuoi cari) a una macchina in uno stato di coma irreversibile?

Per quel che vale se ti capita qualcosa (e ovviamente non te lo auguro) testimonierò cosa hai lasciato nei commenti al mio blog.

P.S. Sappi comunque che ci sono trattamenti che impediscono al moribondo di soffrire come un cane.

Anonymous said...

Il punto, per rimanere nel parallelo con il testamento vero, è che non conta ciò che si dice ad amici e parenti (quante zie vi hanno detto che avrebbero lasciato tutto a voi?).
Conta ciò che è scritto o, nel caso in cui nulla sia stato disposto, la legge.

Se non c'è un testamento la legge prevede che i beni del defunto siano divisi in una determinata maniera tra gli eredi.
Allo stesso modo dovrebbe essere nel caso della Englaro: come scrive Bellasio, in dubio pro vita.

Quando si scrive un documento come un testamento (o un testamento biologico) si sa quali sono le conseguenze del proprio atto: si decide cioè per il futuro, ci si vincola.
Nessuno obbliga un cittadino a scrivere un testamento e questo fa di esso un vincolo volontario.

Nel caso della Englaro questo documento non c'è. Perché ella non l'ha scritto e perché la legge non lo prevedeva.

La sentenza del tribunale risolve forse bene, se veramente la volontà della Englaro era questa, un caso personale con un grave errore giuridico.

A prescindere da come la si pensi è una vicenda che dovrebbe spingere il legislatore a ridare ai cittadini la parola riguardo alla propria morte, togliendola a terze persone.

Roger-Marin
P.S. per "l'altrove" si veda il gregge che pascola attorno ad un ex dirigente radicale.

Anonymous said...

Non vedo perchè le mie volontà debbano essere scritte e non dimostrabili tramite altre fonti, ad esempio dichiarazioni testimoniali. Se poi qualcuno deve decidere per me meglio che mi abbia conosciuto personalmente piuttosto che un medico, un politico o un prete annebbiati dalla ideologia o dalla religione

Anonymous said...

Se l'anonimo lasciasse stare i preti che nella discussione nulla c'entrano sarebbe meglio. Il Vaticano avrà la sua opinione ma di essa non mi importa punto.

Quello che mi interessa è invece chiarire come mai sia importante la dichiarazione scritta: essa vincola in modo diverso da un'affermazione.

Se negli ultimi anni avessi detto ad amici e parenti che voglio lasciare tutti i miei beni ad un museo, queste dichiarazioni da un punto di vista legale non avrebbero alcun valore (e lo saprei).
Potrei poi lasciare tutto ad un terzo (salvo le parti legittime) e nessuno potrebbe dire: "ma aveva detto...".
Per i testamenti, e non è una cosa casuale, la volontà va espressa per iscritto.

Nel caso della Englaro, dispiace dirlo, questa volontà è stata espressa solo oralmente. E nessuno sa se essa corrispondesse veramente ai suoi convincimenti.
Mai, poi, ella avrebbe pensato che questa espressione di volontà potesse essere vincolante (non vi era ed è nessuna legge).

Ha quindi ragione Bellasio, che nel dubbio propende per la vita. Ed ha sempre ragione quando sostiene che si debba istituire un testamento biologico.
Non è solo una questione etica, è anche un punto giuridico.

Roger-Marin

Anonymous said...

Ciao Jim
non buttiamola in politica, cerchiamo soltanto di capire, con l’esercizio della ragione, se per questa sentenza ci sia da gioire o no. Sono giunta alla conclusione che non gioisco per niente, e ti dirò perché.
I motivi di solito addotti per l’eutanasia (e anche quello di Eluana mi sembra rientri nella categoria, dal omento che né l’idratazione né l’alimentazione mi sembrano “cure inutili e dolorose”, ma piuttosto qualcosa senza cui né io né te viviamo)sono quelli della sofferenza (verificabile? E come?)e di un’esistenza certamente non felice. Ma noi che cosa sappiamo della vita che conducono persone in coma o in stato vegetativo? Quale certezza abbiamo della sofferenza che così spesso viene menzionata?
Vero è che queste persone non riescono ad avere una vita al pieno delle sue funzioni, ma questo non è sufficiente a renderla una “non-vita”. Se così fosse, non potremmo chiamare esseri umani tante persone gravemente handicappate fin dalla nascita. I giornalisti che tu citi sembrano non essersi resi conto di questa vistosa contraddizione. Per quanto riguarda la tradizione cattolica, non crederai che secondo la Chiesa un essere umano è solo chi ha le capacità logiche di San Tommaso, vero? Chi è completamente sano ha il dovere di vivere pienamente. Chi non può, semplicemente non può, non si può condannarlo per la sua malattia.
Non so se sia vero quello che dici dei farmaci che renderebbero inavvertibile la sofferenza una volta che si stacca il sondino, ma non eliminano il problema: sempre di morte inflitta da terzi si parla.
Inoltre, non mi sembra che il testamento biologico non offre molte garanzie. E’ facile, una volta che si è perfettamente sani e ignari, dire “io attaccata a una macchina senza coscienza, mai! Che vita è?” A tragedia avvenuta, è invece possibilissimo che la stessa persona desideri attaccarsi a quella poca vita che c’è. Ma non potendo comunicare, potrebbe essere uccisa da chi, magari in buona fede, è convinto di aiutarla.
Non capisco inoltre l’espediente dialettico di ritenere una decisione come un’altra quella di continuare per anni il trattamento delle persone in stato vegetativo. L’obiettivo della medicina non è quello di cercare di salvare la vita? E soprattutto, non è un istinto? Se vedi uno che si butta da ponte Sisto non cerchi di fermarlo? Perché possediamo l’istinto di conservazione? Perché, essendo esseri viventi, vivendo realizziamo la nostra natura. Non tutto è uguale a tutto, e non puoi dirmi che il non essere e l’essere si equivalgono come valore.

un saluto,
Daisy

Anonymous said...

Negli Usa esiste il testamento biologico e naturalmente, trattandosi di un paese liberale la forma scritta non è prevista come obbligatoria. Per quanto riguarda i preti esistono, sono una bella e potente lobby, hanno una grande influenza nel nostro paese (con questa maggioranza ancora di più) dato che critico i sindacati un giorno sì e l'altro pure non vedo perchè dovrei tacere sui preti. Ripeto, se capitasse a me preferirei che decidesse una persona che mi ha conosciuto e voluto bene piuttosto che qualcuno accecato dalla ideologia, politico o prete che sia, che di me "persona" se ne strafotte. I vostri mi sembrano un po' quei discorsi alla Ferrara quando dice che la 194 non si tocca però alla fine si capisce che farsi una sega è un grave peccato perchè si sprecano spermatozoi. Sì al testamento biologico ma che sia costosissimo e complicaticassimo.... Aggiungo che se la persona prova sofferenza quando le viene staccato il sondino che l'alimenta allora non possiamo escludere che provi pure sofferenza durante la giornata sottoposta al altre "senzazioni", avrebbe quindi un cervello in grado di percepire il dolore, praticamente state dicendo che quella ragazza magari sta soffrendo come una bestia da 16anni e che questo non sarebbe un problema.

Anonymous said...

L'anonimo finge di non capire. Ho detto: "Sì al testamento biologico purché in forma scritta". Mi disgusta che si cerchi di dare alla mia opinione una veste strumentale. Io sono favorevole all'eutanasia (e sarei favorevole anche al suicidio assistito di una persona sana).

Ma, come ha detto Giorgio, personalmente non credo che i miei genitori abbiano il diritto di decidere per me in una situazione simile.

La legge non può quindi autorizzare qualcuno (mio padre ad esempio) a togliermi la vita senza la mia volontà.

Roger-Marin

P.S. non c'entrano né i preti, né Ferrara. Conta capire che sono libero di suicidarmi (e vorrei essere libero di farmi uccidere), ma non posso essere libero di uccidere qualcuno senza un consenso esplicito.
P.P.S. cerchi di spiegare l'anonimo perché nelle successioni (a differenza di quasi tutti i contratti) la parola non valga.
P.P.P.S. ultima postilla per dire che se mi trovassi in una situazione simile non vorrei essere ucciso per mancanza d'acqua, ma con un'iniezione di morfina.

JimMomo said...

Roger-Marin, se Eluana avesse lasciato scritto un documento in cui avesse dichiarato di non voler essere mantenuta in vita in queste condizioni, ci vorrebbe una legge per farlo valere?

Nessuno - a quanto pare - si pone il problema dell'espianto degli organi, per i quali mi pare siano i famigliari a decidere nella maggior parte dei casi. Eppure, la velocità con la quale vengono prelevati dovrebbe indurre qualche dubbio in più sui 16 anni di stato vegetativo irreversibile della Englaro.

In linea di principio, sono d'accordo con te, Roger-Marin, ma sostengo tre cose:

a) non c'è bisogno di una legge per far valere un mio documento scritto che contenga le mie volontà;

b) vista la materia molto complessa, in molti casi ci vorrebbe comunque qualcuno che interpreti quel documento a seconda delle circostanze che si verificano. Non è cosa di poco conto. Torniamo quindi alla presenza e alla responsabilità di terzi.

c) la posizione "in dubio pro vita" ha in sé una debolezza. Considera tenere qualcuno attaccato a sondini e macchinari per 16 anni una "non decisione". Invece quella cosa qualcuno l'ha decisa. All'inizio è comprensibile, come pronto soccorso o nella speranza che dal coma ci sia una via d'uscita. Ma anche mantenere quella condizione per 16 anni è una decisione. A chi spetta prenderla se il paziente è incosciente? Rivoltiamo la domanda. Chi decide di farmi rimanere attaccato così - nell'evidenza, ovvio, di una non terapia, nel senso di nessuna prospettiva del pur minimo miglioramento?

JimMomo said...

Si potrebbe aggiungere un d)

Se durante una battaglia un medico militare si trovasse da solo a dover assistere tre feriti che potrebbero morire in poco tempo, non si dedicherebbe per primo a quello che ha maggiori possibilità di farcela?

Si potrebbe obiettare: non siamo in guerra. Ma è come se lo fossimo.

Anche se non ce ne accorgiamo, ogni sistema sanitario opera ovviamente in una situazione di scarsità di risorse. Vorrei sapere quante risorse sono state usate per tenere in vita Eluana e quante altre vite si sarebbero potute salvare e/o migliorare. Anche questo, credo, debba essere un quesito "morale" di una qualche rilevanza, soprattutto considerando la volontà di Eluana e dei genitori.

Anonymous said...

Interessantissima intervista sul Corriere del sottosegretario al welfare Roccella che rimarca con forza la distanza del centrodestra dalla cultura liberal/liberista di 10 anni fa e che promette battaglia sulla sentenza per evitare una morte burocratica. Sotto tiro la sentenza della Corte di Cassazione che permette di risalire alla volontà della persona anche grazie a dichiarazioni testimoniali ... che strano, dopo anni in cui non si poteva neppure parlare di testamento biologico pena scomunica divina, adesso che si stabilisce che non è necessario, chiedono tutti che carta canti. Che strana coincidenza.

Anonymous said...

Gentile Punzi,
ti rispondo in maniera sintetica, per punti (stile che più si addice ad un blog di un lungo e noioso discorso).

a) Se la Englaro avesse lasciato scritte le proprie volontà non servirebbe la legge.
La legge serve solo ad evitare che ci siano interpretazioni inesatte da parte dei giudici.
Qualcuno si ostinerebbe a non voler dare alla Englaro ciò che chiede neanche se ella lo avesse scritto, per questo serve la legge.

Postilla: per quanto riguarda l'espianto degli organi c'è il consenso informato ed una specifica legislazione.

b) Se le leggi sono scritte bene i problemi interpretativi si riducono. Certo che in Italia...

c) E' vero che anche quella di alimentare una persona che non abbia deciso prima è una scelta. Ma, così come esiste il silenzio-assenso nel caso della donazione, così lo stato potrebbe stabilire una delle due eventualità in caso di mancata dichiarazione della propria volontà (io opterei per un silenzio-vita, ma non mi scandalizzerei del contrario).

d) Il nostro sistema sanitario non è per fortuna a questo punto: la sopravvivenza della Englaro non ha privato nessuno delle cure essenziali. Nell'esempio del medico è ovvio che ci siano dei casi in cui si sacrifica la vita di qualcuno per salvare quella di qualcun altro. Non mi sembra che in Lombardia ci sia questo problema...

Cordiali saluti,
Roger-Marin

P.S. è sempre piacevole conversare con persone tolleranti, JimMomo. Grazie.