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Tuesday, March 05, 2013

Siamo i grillini e proponiamo cose un sacco belle

Il grillismo? Subculture sinistroidi 2.0

Anche su Notapolitica e L'Opinione

La presentazione - innanzitutto tra di loro, dal momento che in pochi si conoscevano - degli eletti del Movimento 5 Stelle alla Camera e al Senato, ieri in un hotel romano (qui il video), è stata l'occasione per capire non tanto come sia stato possibile che 8,7 milioni di italiani li abbiano votati, ma la natura, l'identità politica del movimento, poiché forse mai come in questo caso tra eletti e militanti da una parte, ed elettori dall'altra, esiste una distanza abissale, a livello quasi antropologico. Dei candidati, infatti, prima di oggi non si sapeva nulla, totalmente oscurati dalle performance di Beppe Grillo. Presentazioni individuali brevi, va detto, poche parole per descrivere se stessi, la propria attività e i propri interessi, il settore di cui ci si vorrebbe occupare in Parlamento, il tutto in perfetto stile alcolisti anonimi ("Ciao, sono tizio, mi occupo di... potrei contribuire a...").

Premettiamo subito che il problema non è quanto siano apparsi ingenui ed inesperti i neo-parlamentari grillini. Probabilmente tutti i loro predecessori lo erano, la prima volta. A sorprendere in negativo è il modo in cui non sanno descrivere loro stessi, usando definizioni standardizzate da curricula scritti male. Per non parlare della quantità di banalità, di rimasticature ideologiche, presentate con le capacità espositive, le perifrasi e la mimica tipiche delle assemblee liceali, l'astrattezza di chi tanto non deve rendere conto a nessuno delle sue sparate, ma anche con la sicumera di chi è convinto di saperne più di tutti per il solo fatto di avere un pezzo di carta in tasca e di "occuparsi" - non si sa bene a che titolo, se per hobby o poco più - di quella tal materia.

"Parlo tre lingue, studio la quarta e quindi mi candido automaticamente alla commissione esteri"; "Vorrei portare la mia passione per il web e anche per la musica"; "Sono sommelier, quindi mi occuperò di agricoltura"; "Mi vorrei occupare di trasporti pubblici e come concetto la manutenzione attuarla per l'acqua pubblica"; "Oltre a lavorare sul lavoro mi piace molto il settore dei servizi sociali e se c'è bisogno anche la sanità"; "Mi piacerebbe occuparmi sia di sociale sia di giustizia"; "Vado in bici e vorrei che si potesse andare dall'aeroporto a Montecitorio in bicicletta"; "Sono vegano, 'disiscritto' dalla Chiesa cattolica". Sono solo alcune delle perle che ci è capitato di ascoltare.

"Mi occupo di" è la frase standard utilizzata per presentarsi. Sintomatica di una certa faciloneria: questi eletti grillini non lavorano, non fanno, non sono, ma si "occupano di...". Si "occupano" tutti di un sacco di cose buone e belle, ma in pochi dicono che lavoro fanno, di cosa campano, citando un impiego, una mansione, una posizione o un profilo professionale. Della serie, "vogliamo fare cose un sacco buone e un sacco genuine". Già, sembrava di assistere alla famosa scena del film di Verdone "Un sacco bello", in cui il giovane neo-hippy Ruggero, al cospetto del papà Mario (Mario Brega) e di padre Alfio, prova a spiegare l'attività della sua comune:
«Cioè, siamo un gruppo di ragazzi no, che stanno fondando una comunità agricola no, cioè come alternativa all'inquinamento urbano, cioè inteso non soltanto come scorie eccetera, no, cioè inteso anche come inquinamento morale capito in che senso? (...) Cioè allora, mentre le ragazze provvedono alla raccolta dei frutti naturali della terra no, tipo carciofi, ravanelli, insalata, piselli no, tutta robbba vegetale un sacco bbuona no, noi ragazzi invece provvediamo così alla dimensione artigggianale no, cioè tutti lavoretti così in ceramica, in cuoio no, così eccetera no, per sentirci in noi stessi in quanto entità fisico psichica a contatto con gli altri no, cioè in questo mondo cosmico pantistico naturalistico no, cioè un mondo in cui è l'amore che vince e il male che perde no, cioè un modo in cui veramente domina la fratellanza no».
Ovviamente un paragone spiritoso, da non prendere alla lettera, ma il miscuglio di subculture politiche, proposte e teorie strampalate tra l'ingenuo e il complottistico, espresso dall'assemblea grillina rimanda all'idea di un mondo pre-industriale e fortemente comunitario, in piena armonia con la natura, proprio come veniva descritto dal mitico personaggio di Verdone nei lontani anni '80.

L'ambientalismo ideologico (niente discariche né inceneritori, no alle centrali a biomassa), l'antimilitarismo, l'animalismo, le energie alternative, il "Nimby", ma anche i concetti-chiave della sinistra statalista e politicamente corretta: scuola pubblica, sanità pubblica, acqua pubblica, lotta alla precarietà, reddito di cittadinanza, "il sociale" e il "bene comune", la giustizia. E' proprio questa una delle più grandi contraddizioni di fondo del movimento di Grillo: voler spezzare le catene dell'ingiustizia, estirpare la corruzione, la mala politica, con più Stato, più "pubblico", quindi inevitabilmente più politica, come in una sorta di sindrome di Stoccolma.

C'è il problema dei rifiuti? Semplice, si risolve non producendoli, non consumando. C'è il problema del debito? Si può non ripagarlo, o rinegoziarlo, e al limite uscire dall'euro, perché no? C'è il problema di come far ripartire l'economia? Ecco che viene in soccorso la teoria della "decrescita felice". Non vorremmo ricorrere a paragoni sotto molti aspetti inappropriati e certamente esagerati - ce ne rendiamo conto - ma come nei movimenti totalitari della prima metà del '900, anche nel M5S convivono da una parte il rifiuto del progresso, economico e tecnologico, il mito di uno stile di vita pre-industriale, anti-consumistico e anti-materialista, persino l'eco di valori contadini, e dall'altra un approccio fideistico alle tecnologie di ultima generazione - legate al web, alle energie alternative e alla tutela dell'ambiente - con le quali l'umanità sarebbe in grado di auto-rigenerarsi.

Diversamente dai comizi in campagna elettorale, in cui Grillo ha astutamente toccato il tema dell'oppressione fiscale e della burocrazia statale, ieri nelle autopresentazioni dei grllini non abbiamo mai udito pronunciare le parole "tasse" e "spesa pubblica", e molto pochi sono stati persino gli accenni ai vizi della casta, per esempio all'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti.

In generale il M5S - guardando agli eletti, non agli elettori - sembra il frutto della cultura anti-capitalista, antagonista, altermondista e assemblearista, no global, che la sinistra italiana, politica e intellettuale, ha coltivato e diffuso per decenni, vezzeggiandone leader e movimenti. Vi si ritrovano tutte le subculture impugnate – in sostituzione dell'ideologia comunista, ormai uscita sconfitta dalla storia – per combattere il capitalismo e qualsiasi sua "sovrastruttura", democrazia rappresentativa compresa.

Negli eletti grillini (quasi tutti laureati) vediamo probabilmente arrivare a maturazione i decenni di sfascio e fallimento del sistema educativo-universitario italiano così come la sinistra l'ha voluto e difeso. Molti, infatti, i laureati in materie tecnico-scientifiche – ingegneri ambientali, informatici, fisici, biologi – ma anche umanistiche, come lettere antiche, scienze dell'educazione e della comunicazione, psicologia. Ma colpisce di questo esercito di laureati la loro incapacità ad esprimersi, quasi al livello di disadattati, il loro totale analfabetismo economico e costituzionale, la frustrazione, probabilmente insopportabile, nel riscontrare come il loro campo di studi sia poco spendibile nel mercato del lavoro.

Ascoltandoli, ieri, veniva quasi da chiedergli, come lo strepitoso Mario Brega di "Un sacco bello": «Vabbè ma che sete... 'na setta, 'na tribbù, i carbonari, i masoni, ma che sete aho!?». Ci vuole qualcuno che abbia il coraggio di sfidare il politicamente corretto e dire "no, grazie, ci teniamo i politici che abbiamo, Scilipoti compresi".

Friday, February 01, 2013

Università, i signori della truffa

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Quasi 60 mila iscritti in meno alle nostre università tra l'anno accademico 2003/2004 e quello 2011/2012, un calo del 17%, come se fosse scomparso un grande ateneo come la Statale di Milano. Un dato che ha provocato grande sconcerto e allarme tra i benpensanti, secondo cui l'accesso all'istruzione universitaria dovrebbe essere un diritto garantito a tutti e una vocazione universale. Che quel diritto produca in concreto un esercito di disillusi e frustrati, e che sempre meno giovani aspirino a laurearsi, per costoro è inconcepibile, è un'ipotesi che non prendono nemmeno in considerazione.

Il calo degli iscritti è invece un'ottima notizia. Secondo i soliti sostenitori della spesa pubblica è colpa dei tagli, soprattutto al "diritto allo studio", che costringerebbero le famiglie meno abbienti a rinunciare ad iscrivere i loro figli all'università e che priverebbero questi ultimi della speranza nel futuro.

Ma forse la verità è un'altra: gli italiani hanno smesso di credere ai miti di vecchie ideologie, stanno cominciando ad aprire gli occhi sulla grande truffa dell'università italiana. I giovani laureati, insieme alle loro famiglie, vivono sempre più sulla loro pelle il fallimento dell'offerta formativa universitaria: solo quando finalmente cercano di entrare nel mondo del lavoro se ne rendono conto, si accorgono che la preparazione fornita nei cinque-sei anni di studi semplicemente non vale l'esperienza e il reddito che nello stesso arco di tempo avrebbero potuto accumulare iniziando subito a lavorare. Si consuma una vera e propria truffa: il "sistema" fa credere che l'università sia alla portata di tutti, che sia il percorso naturale per ciascuno, al quale anzi ciascuno ha diritto, e attraverso il quale potrà garantirsi lo sbocco professionale desiderato, un'occupazione stabile e ben remunerata. Quando questa promessa si scontra con una realtà ben diversa, che mette a nudo come anni e anni di studio siano stati quasi inutili rispetto alle competenze richieste dal mercato, la frustrazione è massima. Quando un fenomeno è così diffuso nella società, il passa-parola tra generazioni e tra famiglie è inevitabile.

Certo, le ridotte possibilità economiche delle famiglie italiane in questi anni possono aver influito sul calo degli iscritti, ma ignorare la crisi di credibilità dell'istituzione significa nascondere la testa sotto la sabbia. L'università italiana è un luogo di malcostume e nepotismo, profondamente ingiusto e improduttivo, che favorisce privilegiati e raccomandati a danno dei meritevoli, che sforna pochi laureati e per di più impreparati. E' un'organizzazione inefficiente, perché incentivi e meccanismi di sanzione sono completamente distorti: chi ci lavora o studia non è incoraggiato a migliorarsi e nessuno paga per i propri fallimenti. Per una analitica confutazione dei miti sull'università italiana accreditati dall'establishment accademico vi rimando al libro di Roberto Perotti "L'università truccata".

Gli italiani se ne sono accorti e, sulla base di una semplice valutazione costi-benefici, in misura sempre maggiore stanno prendendo altre strade per costruirsi il loro futuro. Sono sempre meno – ed è una fortuna, non una sciagura – coloro che credono al mito dell'università gratuita e per tutti. Un sistema finanziato e strutturato in modo da poter accogliere chiunque ha prodotto risultati esattamente opposti a quelli sperati. Non è gratuita né equa, perché la fiscalità generale, quindi anche con le tasse delle fasce più povere della popolazione, finanzia di fatto gli studi ai ragazzi dei ceti più abbienti che prevalentemente la frequentano. Né è per tutti, perché se è vero che l'accessibilità è pressoché illimitata, e genera un esercito di iscritti che pagano rette relativamente basse, la percentuale dei laureati in Italia è tra le più basse dei paesi Ocse: solo il 15% della popolazione adulta (25-64 anni) è laureato, meglio solo della Turchia e come il Portogallo, contro una media Ocse del 31 e Ue del 28%, il 29% in Francia e il 27 in Germania. Nella fascia di età 25-34 anni i laureati sono il 21%, contro il 38% della media Ocse e il 35 della media Ue. Un terzo degli iscritti, poi, è fuori corso, il 17,3% è addirittura fermo, non fa esami, praticamente parcheggiato. I figli delle famiglie ricche possono permetterselo, una volta fuori avranno comunque le porte aperte dal patrimonio e dal bagaglio di relazioni di mamma e papà, i meno abbienti no. Avranno la sensazione di aver perso tempo, soldi e opportunità.

Thursday, November 15, 2012

In piazza l'ideologia non il disagio

Le buone ragioni di chi - famiglie e imprese - è massacrato di tasse da uno Stato che non vuole dimagrire, da un governo che interpreta l'austerità come dieta da infliggere ai cittadini (mentre il risanamento dev'essere centrato su riduzioni della spesa e non su aumenti delle tasse, ripete Draghi), non si difendono confondendole con gli slogan dei manifestanti di ieri, scesi in piazza per preservare un modello sociale insostenibile e rivendicarne uno ancor più insostenibile, da finanziare ovviamente con più patrimoniali, e le cui proteste - per altro violente - hanno a che fare più con vecchie ideologie, rigurgiti dalla pattumiera della storia, che con un reale disagio sociale, come l'esperienza degli anni passati dovrebbe insegnarci. Passato solo un anno, già ci siamo scordati la lezione del 15 ottobre scorso a Roma e vengono poste sullo stesso piano le «due violenze», quella dei manifestanti e quella delle forze dell'ordine.

Ancora una volta si torna a distinguere, come fa Giannini su la Repubblica, tra «le intemperanze di una minoranza facinorosa, anarco-insurrezionalista», e le «ragioni di una maggioranza rumorosa», in una sorta di riedizione dei "compagni che sbagliano". Ovviamente i violenti - minoritari ma non così pochi - meritano solo manganellate, mentre il diritto a manifestare pacificamente è sacrosanto. Ma l'ideologia, molto più che il disagio sociale, che muove gli uni e gli altri, è la stessa: è l'ideologia statalista e assistenzialista, dunque conservatrice e regressiva. Diciamolo forte e chiaro: non è che quelli che distruggono banche e assaltano le forze dell'ordine, o inneggiano a Saddam Hussein, hanno torto solo perché sono violenti, mentre gli altri hanno ragione. Hanno torto entrambi, perché entrambi la pensano allo stesso modo, si differenziano solo nell'"azione", nelle modalità della loro lotta al "sistema". Una generazione, ma forse più d'una, è stata «derubata del futuro», non c'è dubbio, ma non a causa delle politiche di austerità, bensì del debito pubblico e della scarsa crescita economica causati proprio dal modello sociale che con forme di protesta come l'Eurostrike di ieri si vuole difendere.

Ciò per cui lottano i manifestanti scesi in piazza ieri è esattamente ciò che ci ha portati in questa crisi, è parte, almeno una gran parte del problema, non della soluzione. Non chiedono meno Stato e meno tasse, chiedono istruzione e sanità gratuite, posto fisso e ben retribuito (perché il lavoro è un diritto, non una merce), di andare in pensione prima possibile, insomma un percorso di vita, dalla culla alla tomba, in cui tutto è dovuto, garantito, a prescindere da meriti e responsabilità individuali, e naturalmente a spese di qualcun altro (e se i soldi non bastano, che si stampi moneta fasulla).

Gli studenti veri - quelli che studiano davvero, o vorrebbero studiare, e non i fancazzisti, baby professionisti della protesta permanente - sono «umiliati» non da «anni di tagli alla scuola pubblica» (ma de' che?), ma da un'istruzione che costa tanto (anche alla famiglia che non manderà mai i suoi figli all'università!) e produce poco, di qualità scadente, e non perché manchino le risorse ma perché vengono gestite male, in modo improduttivo e anti-meritocratico da una casta di irresponsabili.

La cosa più avvilente, però, è vedere come pur di prendersela con Monti e con le istituzioni europee anche giornali e commentatori di destra, sedicenti liberali o dell'establishment arrivino ad attribuire dignità di «disagio», di «scontro sociale», a scioperi e manifestazioni che da sempre prendono a pretesto qualsiasi cosa per sfogare una rabbia ideologica, strumentalizzando un'ignoranza di massa abissale. Naturalmente Monti e le istituzioni europee sono criticabilissimi - e su questo blog non ho certo risparmiato critiche - ma per motivi esattamente opposti a quelli sbandierati in piazza ieri.

Wednesday, October 24, 2012

Fornero nuovo nemico di classe

Come si spiega il livore che suscita, quasi ad ogni sua uscita pubblica, il ministro del lavoro Elsa Fornero? Forse ad irritare è il suo distacco accademico; forse non le si perdona il pragmatismo con cui osserva una realtà del mercato del lavoro così diversa, lontana ormai anni luce, da quella fantasticata dai reduci dell'ideologia del "posto fisso" e della cultura assistenzialista; e forse incide una certa misoginia. Fatto sta che il ministro Fornero è oggetto di una demonizzazione mediatica e ideologica "a prescindere", sembra ormai la vittima preferita di leader sindacali ed editorialisti alla ricerca di facili applausi e degli odiatori di professione che si aggirano sul web. Anche quando nel merito ciò che dice è difficilmente contestabile, piuttosto che ammetterlo, o quanto meno discuterne, aprire un dibattito, viene messa alla gogna per il suo modo di esprimersi, per le sue scelte lessicali, la frase o la parola molesta, e prontamente i media bollano l'episodio come "l'ennesima gaffe".

Ha suscitato più clamore quel termine, "choosy" (schizzinosi, esigenti), del clima intimidatorio che l'ha costretta a rinunciare ad intervenire ad un dibattito a Nichelino, nei pressi di Torino. Eppure, questa volta, più che un'analisi il ministro ha elargito il buon consiglio che usava dare ai suoi studenti: ragazzi, apppena usciti dal mondo della scuola o dall'università, non siate troppo "choosy" nella scelta del primo impiego, non aspettate il posto ideale, entrate prima possibile nel mondo del lavoro e cercate di migliorare da dentro la vostra posizione, adeguandola alle vostre aspettative. Sembra un'ovvietà, eppure quella parolina - choosy - ha scatenato un putiferio.

Ma il problema del ministro Fornero si può davvero ridurre ad una questione di mera tecnica comunicativa? Si tratta forse di usare un giro di parole più attento alle sensibilissime orecchie del politicamente corretto? Pensiamo di no. Temiamo che in quanto principale artefice delle due riforme che hanno, se non abbattuto, per lo meno messo seriamente in discussione tabù come pensioni d'anzianità e articolo 18, il ministro Fornero venga ormai identificata dalla sinistra statalista e antagonista come nemico ideologico da delegittimare con ogni mezzo, ad ogni occasione, strumentalizzando qualsiasi parola.E questo nonostante la sua riforma abbia persino ecceduto nel contrastare gli abusi della flessibilità in entrata, a tal punto da reintrodurre nel mercato del lavoro un livello di rigidità incompatibile con l'attuale situazione economica. In un momento come questo, poi, è fin troppo facile, con la scintilla di una strumentalizzazione ideologica, scatenare gli istinti più demagogici del web.

Non bisogna generalizzare ovviamente, e non ci pare che il ministro lo abbia fatto. Non tutti i giovani italiani di questi tempi sono "choosy", ma di certo, soprattutto tra i laureati, il fenomeno della cosiddetta "disoccupazione d'attesa" - di coloro che aspettano piuttosto che accettare lavori che non corrrispondono alle proprie aspettative o formazione scolastica - esiste (anche perché evidentemente le famiglie sono in grado di mantenerli).
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Wednesday, September 12, 2012

Istruzione: il guaio è che spendiamo male

Anche quest'anno il rapporto Ocse Education at Glance (su dati 2009) suggerisce che il problema del sistema educativo italiano non è legato tanto alla quantità della spesa, quanto alla sua qualità ed efficienza, smentendo così i soliti luoghi comuni statalisti. La nostra spesa è troppo squilibrata, da un lato a favore di scuole primarie e secondarie inferiori, mentre soffrono licei e università, dall'altro sulla spesa corrente (salari) a danno degli investimenti (edilizia e strumenti). In Italia gli insegnanti vengono pagati molto meno dei loro colleghi ma sono uno ogni 11,3 alunni nella scuola primaria (media Ocse 15,8, Francia 18,7 e Germania 16,7) e uno ogni 12 nelle secondarie (media Ocse 13,8, Francia 12,3 e Germania 14,4). Le famiglie fanno la loro parte, semmai è quasi trascurabile il contributo di enti privati, che non sono incentivati ad investire nell'istruzione né da vantaggi fiscali né da una governance aperta e trasparente. E a fronte di una spesa che rispetto al Pil pro-capite è in linea con le medie Ocse e Ue, e con quella dei paesi europei più simili al nostro, sforniamo pochi laureati e i nostri studenti sono mediamente meno preparati. Ma scendiamo nel dettaglio.
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Tuesday, January 24, 2012

Sfigati e truffati

Anche su Notapolitica

Può essere stata una battuta infelice, ma non fingiamo di non capire cosa volesse dire il viceministro Michel Martone solo per amor di polemica o di battuta, non giochiamo a equivocare su temi così importanti. E facciamo attenzione a non cadere vittime della cattiva informazione di agenzie e siti internet che estrapolano singole frasi ad effetto guardandosi bene dal riportare i ragionamenti in cui sono inserite.

Il tema posto da Martone è quello dei tempi di laurea, dei troppi studenti indolenti "parcheggiati" negli atenei e della truffa dell'università per tutti. «Se a 28 anni non sei ancora laureato sei uno sfigato. Bisogna dare messaggi chiari ai giovani». Ecco, forse il giovane professore – uno dei pochi figli di papà bene introdotti che è anche competente – ha sbagliato a non mandare un messaggio chiaro anche al mondo accademico e alla politica. L'età media dei laureati italiani è drammaticamente più alta rispetto a quella dei giovani europei e americani, un clamoroso svantaggio competitivo, e ciò deriva in parte dalla pigrizia di molti studenti, ma principalmente da un'idea totalmente sbagliata che abbiamo in Italia dell'istruzione universitaria.

Gli studenti che per un motivo o per l'altro finiscono per vivere l'università come un parcheggio sono molti, è innegabile, forse addirittura la maggioranza degli iscritti. C'è il figlio di papà che non ha alcuna fretta di laurearsi perché gode di un'ampia disponibilità economica e sa di poter contare su un futuro certo, o nel settore pubblico grazie alle conoscenze dei genitori, o seguendo la loro strada nell'impresa o nella professione di famiglia. Può dunque attardarsi e godersi la bella vita da universitario. Più preoccupante è il caso dei milioni di giovani che senza avere tali opportunità vengono letteralmente ingannati dall'ideologia dominante. Il mito dell'università per tutti, gratis o quasi, porta il figlio dell'operaio o dell'impiegato, e soprattutto la sua famiglia, a ritenere la laurea uno sbocco quasi obbligato, e il pezzo di carta, non importa se conseguito a 25 o 30 anni, ciò che serve per garantirsi uno status sociale più elevato di quello di partenza.

Così dovrebbe essere, in effetti, ma non è. Proprio per come è concepita e quindi organizzata l'università italiana, quel pezzo di carta vale quasi zero nel mercato del lavoro, quello aperto e competitivo dove si ritroverà chi non ha la strada spianata dalle conoscenze e/o imprese di famiglia. Il giovane o meno giovane laureato scopre che il suo primo impiego non corrisponde – né per reddito né per qualifica – al livello dell'istruzione ricevuta, o che presume di aver ricevuto, o addirittura fatica a trovarlo, mentre suoi coetanei non laureati, o laureati in altri Paesi, hanno nel frattempo accumulato esperienze e reddito. Ed ecco che comincia ad avvertire la sensazione di aver perso tempo e che cominciano a emergere i costi nascosti: a fronte di rette molto contenute (ma di costi enormi scaricati sulla fiscalità generale), un titolo di scarso valore e anni e anni di mancato reddito.

Laurearsi ha senso se ci si riesce in tempi relativamente brevi e se il titolo apre la strada ad un percorso lavorativo altamente qualificato e remunerato. Ma proprio perché ci si illude che l'università sia un diritto da garantire a tutti (in entrata), non è organizzata a tale scopo: né nella didattica, né nelle strutture, né dal punto di vista dello status giuridico e dei sistemi di finanziamento, che, anzi, generano inefficienze, sprechi e illusioni. E inseguendo questo mito abbiamo colpevolmente trascurato (anzitutto culturalmente) l'istruzione tecnica e professionale. Un sistema universitario onesto è quello che o ti fa laureare in tempi brevi, offrendo una preparazione di qualità e spendibile, o ti costringe a percorrere altre strade, che non sono affatto un disonore.

Può sembrare brutale, ma certo le rette di oggi non trasmettono il senso dell'urgenza agli studenti e alle loro famiglie e forniscono agli atenei un alibi implicito per la scarsa qualità dell'offerta formativa. Il modo di aiutare lo studente non abbiente e meritevole c'è, ma quello che ci siamo illusi di aver trovato in Italia è solo una truffa. E' un sistema che non può essere riformato, va smantellato.

Wednesday, November 30, 2011

Bisogna farsene una ragione

Tutti - ad iniziare dai nostri politici e sindacalisti - dovrebbero fare lo sforzo di leggersi il rapporto sull'Italia del commissario Rehn. Oltre ad essere obiettivo ed esaustivo, non è affatto punitivo (anzi, riconosce punti di forza e sforzi compiuti) e quelle che suggerisce sono misure precise, concrete, ma nient'affatto proibitive. Non ci chiede la luna, insomma, piuttosto correttivi minimi alle distorsioni più clamorose del nostro sistema, che invece a mio modesto avviso andrebbe rottamato. E' la naturale evoluzione del confronto programmatico con le autorità europee iniziato con la famosa lettera della Bce e proseguito con la lettera di intenti del governo Berlusconi al Consiglio europeo.

Ebbene, tanto per cominciare in nessuna parte viene citata una tassa patrimoniale, bisogna farsene una ragione, cari Bersani e Bindi. Si parla di tassare i consumi (Iva) e la proprietà immobiliare (Ici), con esplicito riferimento all'esenzione sulla prima casa, ma al solo scopo - si specifica - di alleggerire il carico fiscale sul lavoro e sulle imprese, non per coprire i buchi di bilancio. Per quelli la priorità assoluta sono i tagli alla spesa.

Bisogna farsene una ragione, cari sindacati: è necessario accelerare l'equiparazione uomini-donne nell'età di pensionamento; aumentare i requisiti, penalizzare o abolire del tutto le pensioni di anzianità; rivedere i regimi previdenziali speciali; sospendere l'indicizzazione delle pensioni all'inflazione in caso di recessione. E per quanto riguarda il mercato del lavoro, via l'articolo 18, a fronte di una riduzione del numero dei contratti atipici e dell'introduzione di ammortizzatori universali in sostituzione della cassa integrazione.

Bisogna farsene una ragione anche sulle riforme dei due ministri del governo Berlusconi in assoluto più odiati dalla sinistra. Nel rapporto si chiede di «fully applying the "Brunetta reform"» e di proseguire sulla strada delle riforme Gelmini. In particolare, di «accrescere la competizione e la accountability del sistema educativo», rafforzando il ruolo dell'Invalsi; di promouovere la «competizione» (questa sconosciuta...) tra le università per ottenere fondi e iscrizioni, sottoponendo le loro «performance» all'esame all'Anvur e collegando carriera e remunerazione degli insegnanti alle valutazioni dei loro risultati.

Bisogna farsene una ragione, cari enti locali: le municipalizzate devono essere privatizzate e i settori dei vari servizi pubblici locali liberalizzati, sorvegliati da forti autorità indipendenti.

Bisogna farsene una ragione, cari ordini professionali: dev'essere «pienamente attuata la direttiva sui servizi», e quindi devono essere «pienamente liberalizzati i servizi professionali». In particolare, il ruolo delle associazioni (associazioni, non ordini) professionali «dev'essere limitato a monitorare la qualità dei servizi forniti dai propri iscritti e non creare o perpetuare nascoste barriere all'ingresso».

Ci aspettiamo che questa sia l'agenda Monti, e che l'introduzione di nuove imposte sulla proprietà immobiliare e i consumi non serva a fare cassa ma ad alleggerire il carico fiscale su lavoro e impresa perché è ciò che ci chiedono l'Ue e i mercati, e perché altrimenti aggaverebbero soltanto la nostra crisi.

Friday, November 18, 2011

Tasse certe, riforme forse

Anche su Notapolitica

Tutto molto bello e molto liberale, tutto molto ben argomentato e documentato, come nelle relazioni di Bankitalia. Come si fa a dire no a Monti? Bisogna dirgli sì, ma il diavolo si nasconde nei dettagli. Il metodo e la tempistica sono ininfluenti forse per l'incedere lineare di una lezione accademica, ma non in politica. E sono questi i punti deboli del bel discorso di Monti: nuove tasse si possono imporre da domani, mentre di riforme strutturali se ne parla «nel tempo» e solo «con il consenso delle parti sociali». Insomma, la tosatura può partire immediatamente e senza lungaggini concertative, mentre per le riforme che servono davvero per la crescita si va dai tacchini a chiedergli di anticipare il Natale, quando servirebbe un piglio thatcheriano invece che un certo gusto per la concertazione. Evidentemente Monti crede di avere molto tempo a sua disposizione e di poter convincere i tacchini facendo "piangere i ricchi", o i presunti tali.

Auguri, ma temo non sia così facile. E' ragionevole che il nuovo premier guardi all'orizzonte della fine della legislatura, ma come ogni altro governo, se vuole davvero realizzare le riforme impopolari, farebbe bene a giocarsi tutte le sue carte migliori e a spendere tutta la sua autorevolezza durante la cosiddetta "luna di miele", in questo caso nei primi due/tre mesi, non oltre febbraio-marzo. Fino ad allora le forze politiche e sociali dovrebbero pagare un prezzo politico troppo elevato per staccare la spina e saranno più inclini a digerire misure sgradite. Oltre questo termine temporale, Monti rischia di farsi impantanare. La sua prosa al Senato è stata molto meno tagliente e icastica di quella dei suoi editoriali. La prudenza con la quale ha evitato di affondare la lama e di scendere nel dettaglio può essere dovuta al fatto che sta ancora elaborando le soluzioni più adeguate, oppure al timore di suscitare forti opposizioni fin da subito. In questo secondo caso, le sue buone intenzioni rischiano di evaporare in Parlamento o perdersi nei riti della concertazione.

Monti è stato abbastanza chiaro su fisco e mercato del lavoro, mentre è stato molto vago su pensioni, liberalizzazioni (delle professioni e dei servizi pubblici locali) e sulle dismissioni. Reintroduzione dell'Ici sulla prima casa; patrimoniale ordinaria, ma solo per ridurre il carico fiscale su lavoro e imprese; tassazione preferenziale per le donne; linea Marchionne per lo «spostamento del baricentro della contrattazione collettiva verso i luoghi di lavoro»; linea Ichino su licenziamenti e welfare.
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Wednesday, September 14, 2011

Basta piagnistei

Come ogni anno il rapporto dell'Ocse fa piazza pulita dei soliti luoghi comuni sulla scuola. Qualcuno è disposto ad aprire gli occhi?

Anche su notapolitica.it e taccuinopolitico.it

Come ogni anno, nel riportare i risultati del rapporto Ocse Education at Glance i mainstream media danno sfogo ai soliti luoghi comuni di origine statalista: investiamo poco, gli insegnanti sono pagati male, anzi sempre peggio, e così via. Solo Il Messaggero, nella sua versione on line, sembra distinguersi, puntando l'indice sull'inefficienza di un sistema che produce sempre meno diplomati, spesso con una preparazione mediocre, e pochi laureati; il tutto nella quasi totale assenza di ispezioni e valutazioni. In realtà, ogni anno i dati di quel rapporto s'incaricano di smentire proprio i piagnistei, le grida di dolore e le recriminazioni dei sindacati della scuola e dei manifestanti in servizio permanente effettivo.

Il problema non è la nostra spesa collettiva in istruzione. O meglio, è sì la spesa, ma non la quantità, bensì la sua qualità ed efficienza. Non è vero che spendiamo poco rispetto ai Paesi europei più simili al nostro. Piuttosto, la nostra spesa è troppo squilibrata: da un lato a favore di scuole primarie e secondarie inferiori, mentre soffrono licei e università, dall'altro sulla spesa corrente (monte salari) a danno degli investimenti (edilizia e strumenti). Le differenze con le medie Ocse e Ue, e con gli altri Paesi europei, si assottigliano quando si considera non la spesa complessiva ma la spesa pubblica. Sono le fonti private di spesa, infatti, che partecipano troppo poco al nostro sistema educativo. Le famiglie fanno la loro parte, ma è quasi trascurabile il contributo degli enti privati, che non sono incentivati ad investire nell'istruzione né da vantaggi fiscali, né da una governance aperta e trasparente delle istituzioni.

Ma scendiamo nel dettaglio. Gli insegnanti italiani, lamentano i sindacati, sono tra i peggio pagati d'Europa e dell'area Ocse. Vero, i dati lo confermano. Ma verrebbe la tentazione di rispondere con un motto pseudo-solidaristico che si sente spesso ripetere: "Lavorare meno per lavorare tutti". In Italia è proprio così: risulta essere impiegato un insegnante ogni 10,7 alunni nella scuola primaria (media Ocse uno ogni 16) e uno ogni 11 alunni nelle secondarie (media Ocse uno ogni 13,5). Il numero di giorni di scuola (172) è inferiore alla media Ocse (185), così come il tempo netto d'insegnamento per ciascun insegnante a tempo pieno: alle elementari 757 ore contro 779 della media Ocse; alle medie 619 ore contro 701; al liceo 619 contro 656. Più imbarazzante ancora il divario con le ore d'insegnamento in Francia e Germania. Sembra quasi che il sistema sia studiato più come una forma di welfare per gli insegnanti che per l'istruzione degli studenti.

Quanto alla spesa destinata all'istruzione, si lamenta che nel 2008 in Italia sia stata pari al 4,8% del Pil, 1,1 punti percentuali sotto la media Ocse (5,9%) e la media Ue (5,5%), e che tra il 2000 e il 2008 la spesa sia cresciuta "solo" del 7,6% contro una media Ocse del 32,3%. Ma se la Francia investe il 6% del suo Pil, la Germania spende il 4,8, cioè esattamente come noi. E va osservato che in entrambi i Paesi l'aumento della spesa in istruzione tra il 2000 e il 2008 è stato inferiore all'aumento del Pil (rispettivamente 7,3 contro 13,9% e 8,3 contro 10,4%), mentre da noi in Italia la spesa cresceva più di quanto crescesse il Pil (7,6 contro 6,8%), ossia più di quanto ci saremmo potuti permettere. E infatti la spesa in percentuale al Pil in Italia passa dal 4,5% del 2000 al 4,82% del 2008, mentre in Francia dal 6,4 scende al 5,98% e in Germania dal 4,9 al 4,8% del Pil. Insomma, siamo lì.

Tutti questi dati si riferiscono non alla spesa pubblica, ma alla spesa complessiva, cioè a quanto l'intera collettività - Stato e privati - ha speso per l'istruzione. E gran parte della differenza tra la nostra spesa e quella degli altri è dovuta non alla spesa dello Stato, ma al diverso peso che ha sul totale la spesa privata, da noi molto inferiore alla media Ocse, alla media Ue e ai valori di Francia e Germania. Se scorporiamo gli investimenti privati, infatti, si vede che la spesa pubblica per l'istruzione in Italia è pari al 4,5% del Pil (-0,3 del totale). Tolti i privati, la media Ocse scende dal 5,9 al 5%, la media Ue dal 5,5 al 4,8%, la spesa francese dal 6 al 5,5% e quella tedesca al 4,1%, addirittura inferiore a quella italiana.

Da noi solo l'8,6% della spesa totale in istruzione è stata fornita da fonti private, la metà rispetto alla media Ocse (16,5%), molto meno anche rispetto alla media Ue (10,9%), e a Francia (10%) e Germania (14,6%). Un contributo, quello privato, che scende al 2,9% se si considera la scuola secondaria. E per fonti private in Italia si devono intendere per lo più le famiglie. Famiglie ed enti privati insieme contribuiscono alla spesa scolastica (scuole primarie e secondarie) per il 7,7% in Francia e per il 12,9% in Germania, mentre da noi le famiglie per il 2,9%, zero gli enti privati. In Italia i fondi privati contano molto più nell'istruzione terziaria: rappresentano il 29,3% della spesa, contro il 31,1 della media Ocse, il 21,8 della media Ue, il 18,3% della spesa in Francia e il 14,6% in Germania. Tuttavia, anche qui si tratta di fondi che provengono per lo più dalle famiglie (21,5%), le quali in Francia, per esempio, contribuiscono solo per il 9,6% all'istruzione terziaria.

Ma l'indicatore più adeguato è la spesa per studente, a cui anche l'Ocse dà precedenza nel suo rapporto. Ciascuno studente nel suo percorso formativo dalla prima elementare alla maturità costa in Italia 117.807 dollari, contro una media Ocse di 101 mila e Ue di 103 mila. Nella media, dunque, la spesa di Francia (circa 103 mila dollari) e Germania (100 mila). I rapporti cambiano quando si osserva la spesa per l'istruzione terziaria. In Italia spendiamo 43.194 dollari a studente, in Francia se ne spendono circa 71 mila e in Germania più di 88 mila. Uno squilibrio che si riflette anche nella spesa annuale per studente attraverso l'intero ciclo di studi. In Italia è superiore alla media Ocse e dell'Ue, e persino alla spesa che sostengono Francia e Germania, per le scuole primarie e secondarie inferiori, mentre drammaticamente inferiore alle medie e a quella francese e tedesca è la spesa per l'istruzione secondaria superiore e terziaria. Elementari: Italia 8.671, Francia 6.267, Germania 5.929, media Ocse 7.153, media Ue 7.257; Medie: Italia 9.616, Francia 8.816, Germania 7.509, media Ocse 8.498, media Ue 8.950; Superiori: Italia 9.121, Francia 12.087, Germania 10.597, media Ocse 9.396, media Ue 9.283; Università: Italia 9.553, Francia 14.079, Germania 15.390, media Ocse 13.717, media Ue 12.958. La spesa sostenuta in Italia ogni anno per ciascuno studente considerando tutti i livelli di istruzione supera i 9 mila dollari, cifra di poco superiore alle medie Ocse e Ue, praticamente uguale a quella tedesca e leggermente inferiore a quella francese, anche se come abbiamo visto è troppo concentrata su elementari e medie a danno di licei e università.

Ma per un Paese dal Pil pro-capite decisamente inferiore a quello di francesi e tedeschi, spendere per studente più o meno quanto spendono loro significa in realtà un maggiore sforzo per l'istruzione. In Italia, infatti, sempre secondo il rapporto, la spesa annuale per studente in rapporto al Pil pro-capite è identica alla media Ocse, di un punto percentuale sopra la media Ue, di due sopra la Germania e di uno sotto la Francia. Anche qui la spesa risulta squilibrata in favore delle scuole primarie e secondarie, mentre è di oltre 10 punti sotto Francia e Germania se si prende in esame l'istruzione terziaria. A fronte di livelli di spesa nella media, o comunque paragonabili ai Paesi europei più simili al nostro, otteniamo risultati ampiamente peggiori. I laureati sono solo il 14% della popolazione adulta (25-64 anni), meglio solo della Turchia, contro una media Ocse del 21 e Ue e del 19%. Nella fascia di età 25-34 anni sono il 20%, contro il 37% della media Ocse e il 34 della media Ue. Nel 2009 si è diplomato l'81% dei giovani, contro l'84% nel 2008, mentre la media Ocse è dell'82% e Ue dell'86. E i test PISA indicano che la preparazione dei nostri 15enni è sotto la media Ocse.

Friday, April 15, 2011

A scuola di statalismo. In che senso il nostro sistema scolastico è “comunista”

Anche su rightnation.it e taccuinopolitico.it

Al di là dell’ultima polemica sui libri di testo – girano per le classi libri di storia indegni, lo sappiamo tutti, inutile prendersi in giro, l’hanno sottolineato anche intellettuali come Paolo Mieli ed Ernesto Galli Della Loggia – il problema va ben oltre qualche manuale un po’ troppo partigiano. Subito si sono levati gli scudi in nome della «libertà d’insegnamento», principio che viene spesso citato a sproposito e che così formulato non trova in realtà alcuna ragione per meritare una tutela particolare. Innanzitutto, già il riferimento all’«insegnamento», e non all’«educazione», indica che l’accento viene posto su chi insegna, che dovrebbe essere “libero”, e non sugli alunni e i loro genitori, cui evidentemente non si riconosce una eguale libertà educativa. Ma in concreto, con quell’espressione si intende davvero la libertà del singolo insegnante di insegnare ciò che vuole e come vuole? Se è così, già oggi quella libertà è negata principalmente dallo Stato, che impone programmi e metodi e che monopolizza il 95 per cento del sistema dell’istruzione. Ma a ben vedere proprio per questo è una libertà che non ha alcun senso rivendicare. La libertà di cui si dovrebbe parlare non è quella del singolo insegnante, ma da un lato quella di ciascuno di poter istituire una scuola riconosciuta come tale dalla comunità, rispettando alcuni semplici e ragionevoli criteri, quindi la libertà dei diversi progetti educativi di poter competere tra di loro nella formazione dei giovani; dall’altro, la libertà di ciascuno di scegliere per i propri figli il progetto educativo, quindi la scuola, che ritiene migliore.

Oggi in Italia questa libertà non c’è. Non solo per il monopolio pressoché totale della scuola pubblica, quindi di un solo progetto educativo – o meglio, di diversi progetti educativi che però promanano da un unico attore sociale. Un attore che – è bene ricordarlo per sottrarsi ai retaggi e ai riflessi dell’hegelismo imperante nella nostra cultura politica – non è un ente astratto, obiettivo ed imparziale, dotato di moralità propria, ma si incarna in un preciso gruppo di persone, con braccia, gambe, occhi e a volte persino testa. Ma addirittura oggi non è possibile scegliere tra le diverse scuole pubbliche, se non ricorrendo a sotterfugi e conoscenze. Le iscrizioni seguono di norma un criterio territoriale (il domicilio), all’oscuro dei risultati e quindi della qualità della scuola cui si sta iscrivendo il proprio figlio, della sezione e degli insegnanti che gli capiteranno in sorte. Per prima cosa, dunque, la “libertà di insegnamento” dovrebbe sottomettersi al giudizio dei risultati; poi, la libertà di offrire il proprio progetto educativo dovrebbe conciliarsi con il diritto dei genitori a scegliere quello che credono migliore per i propri figli. Di questa libertà negata nessuno sembra preoccuparsi.

Se di frequente la questione dei libri di testo viene sollevata, è proprio perché il mito della “libertà di insegnamento” non si realizza nella scuola pubblica. Gli insegnanti sono culturalmente, prima che politicamente, omologati e i libri adottati sono quasi sempre gli stessi. E ciò permette ad una vera e propria lobby dell’editoria scolastica di imporre la propria visione in pressoché tutte le classi. A causa dell’altissimo tasso di uniformità culturale, il docente che volesse distinguersi, esercitando dunque la propria mitica “libertà di insegnamento”, andrebbe incontro alle stigmate della “devianza”, sarebbe individuato come “eccentrico”, susciterebbe perplessità, sia da parte dei colleghi che dei genitori dei ragazzi, sulla propria competenza e persino sul proprio equilibrio personale, rischierebbe fino alla marginalizzazione sul posto di lavoro.

Si dirà che l’accesso alla carriera scolastica è aperto a tutti, a prescindere dal proprio orientamento politico-culturale, ma se il risultato che si determina nella scuola pubblica – e quindi nella scuola tout court – è comunque di un orientamento culturale nettamente predominante rispetto agli altri, ciò non può non condizionare i progetti educativi verso l’omologazione e quindi non può non essere riconosciuto come un problema. Un problema che dovrebbe essere percepito come grave proprio da chi straparla di libertà. Perché limita, direi nega, la libertà di educazione. Non si tratta di una banale questione politica destra-sinistra, ma di indirizzo culturale. Di destra o di sinistra, la cultura predominante nella scuola è quella statalista. E non potrebbe essere altrimenti – in questo bisogna riconoscere una coerenza e persino una efficienza nel nostro sistema scolastico – considerando l’attore sociale da cui promanano tutti i progetti educativi e a cui spetta la selezione del corpo insegnanti: lo Stato.

La scuola in Italia è “comunista” non nel senso che gli insegnanti sono “comunisti”, politicamente di sinistra. Sarebbe il meno. Lo è innanzitutto in quanto sistema collettivista, statalizzato quindi statalista, quasi “sovietico” nell’inseguire il mito dell’eguaglianza, al ribasso rispetto alla qualità e al pluralismo culturale. Uniforme nella cultura ma non nella qualità, questa scuola produce da decenni un progressivo appiattimento degli standard educativi verso il basso e, pur in una certa dicotomia destra-sinistra, un conformismo statalista. Nonostante la sfiducia nelle istituzioni e lo scarso senso civico degli italiani, continua a crescere cittadini nel mito dello Stato, disillusi proprio perché allo Stato attribuiscono una presunta moralità superiore che non gli appartiene e compiti che è strutturalmente incapace di assolvere.

E se volessi che mio figlio non si abbeveri alle culture stataliste dominanti nella scuola? Mi si riconosce questa libertà? Anche qui l’ipocrita risponde: “Va bene le scuole private, ma fatevele da soli”. Ok, ma ridammi indietro le tasse che pago, almeno la quota corrispondente ai costi che lo Stato non dovrebbe più sostenere per i miei figli se li iscrivessi ad una scuola non statale. Ad oggi invece lo Stato garantisce sì l’istruzione, ma solo a chi sceglie il suo progetto formativo – bella libertà! – e le poche scuole private che ci sono, sono accessibili solo alle famiglie più ricche. E a ben vedere sia le pubbliche che le private non abitano un contesto di reale competizione necessario a migliorare la qualità delle une e delle altre. La soluzione più ragionevole ed efficiente sarebbe la via “blairiana” di mettere scuole pubbliche e private sullo stesso piano, anzi, eliminare proprio la distinzione, con scuole pubbliche in competizione tra loro ma che si reggono su fondi (e gestione) sia pubblici che privati.

Friday, January 28, 2011

Scomode verità

Del malessere dei giovani in Italia, un Paese che «non cresce da due decenni e in cui tutto sembra fermo», bisognerebbe parlare senza nascondere verità scomode, come fa oggi Alberto Alesina in prima pagina sul Sole 24 Ore.

Prima verità scomoda:
«Il problema del precariato dei figli è l'altra faccia della medaglia del posto fisso dei padri... Questo reddito da posto fisso prima, e pensione poi, genera l'assicurazione sociale per i figli, nel periodo in cui come precari attendono di entrare nel mondo del lavoro... Le imprese e lo stato possono quindi contare su un esercito di precari in attesa del posto fisso e mantenuti da chi il posto fisso l'ha».
Seconda verità scomoda:
«Non tutti i giovani, e soprattutto quelli dei ceti medio alti, sono un modello di industriosità... L'università la pagano in larga parte i contribuenti, quindi agli utenti costa ben poco. Ritardare la laurea prolunga un periodo di vita assai piacevole, ed è a costo pressoché zero per l'utente».
Terza verità scomoda:
«La meritocrazia non significa solo premiare i migliori. Significa anche punire (in senso economico, ovviamente) i peggiori... significa che un trentenne produttivo debba essere pagato di più di un cinquantenne che non produce nulla, in tutti i campi, dall'università all'impresa al settore pubblico».
Conclusione:
«Se non si esce dalla retorica secondo cui tutti i giovani indistintamente sono vittime, e che posto fisso, università sotto casa gratuita per tutti gli studenti, meritocrazia sì, ma senza che nessuno ci rimetta siano diritti acquisti, allora non si farà molta strada per migliorare la vita dei giovani italiani».

Wednesday, January 12, 2011

Quando il silenzio è d'oro

Berlusconi si schiera per l'accordo di Mirafiori e subito parte l'attacco congiunto Camusso-Bersani. Ha ricordato una cosa ovvia, che solo un cieco non vedrebbe: cioè che senza quell'accordo non ci sarebbero per la Fiat i presupposti per l'investimento nella fabbrica, e quindi neanche i posti di lavoro. Mentre su altri fronti è stato - ed è - deprecabile l'immobilismo del governo, al contrario di molti giudico positivamente che la più importante riforma nelle relazioni industriali da decenni stia avendo luogo tramite un accordo tra le parti, e il coinvolgimento dei lavoratori, mentre il governo, e più in generale la politica, restano sullo sfondo, relegati al ruolo di spettatori. E' uno di quegli ambiti della vita economica di un Paese dove un passo indietro della politica - non importa se consapevole e meditato o per debolezza - non può che far del bene, facilitando le cose sia alla Fiat (e alle altre aziende) che ai sindacati.

E' ovvio infatti che il governo non può non essere a favore dell'accordo, vitale per la competitività della nostra economia, ma essersi tenuto fuori dalle trattative, aver evitato i logori riti della "concertazione", ha permesso alle parti - o alla maggior parte di esse - di assumere un atteggiamento più costruttivo, di concentrarsi sugli aspetti concreti del problema, che altrimenti avrebbe corso il rischio, come in passato, di essere risucchiato in un vortice di logiche politiche più o meno incomprensibili che avrebbero portato molto lontano dalla soluzione. In queste ore, dopo che il premier ha rotto il silenzio, abbiamo avuto un assaggio di ciò che sarebbe potuto accadere se il governo avesse giocato un ruolo da protagonista nella vicenda.

Meglio così, dunque, meglio che sia rimasto in disparte, quasi mostrando disinteresse e pur suscitando critiche per la sua assenza. Tanto non avrebbe potuto fare di meglio di quanto stanno già facendo le parti interessate, almeno le più responsabili. Anzi, un suo intervento avrebbe potuto solo incancrenire la situazione.

La riforma Gelmini e gli accordi che Fiat sta perseguendo nelle sue fabbriche come condizioni sine qua non per investire in Italia sono due ottime cartine di tornasole della cifra riformista del Pd. E come volevasi dimostrare il Pd non ha superato il test. La forte opposizione alla Gelmini e la confusione, l'imbarazzo, quando non un mal celato fastidio nei confronti di Marchionne e un appiattimento sulle posizioni della Cgil, gettano la maschera di un partito profondamente conservatore, ancorato ad un'idea vecchia del lavoro e trincerato in difesa dell'indifendibile in campo economico-sociale. Un'arretratezza rispetto alla quale resta ancora preferibile l'immobilismo tremontiano.

Monday, December 20, 2010

Attenuante di gruppo

Dopo la bufala dell'"infiltrato", ecco la bufala del ragazzo pestato - pestato sì, ma da un "compagno" incaricato di picchiare chi avesse contravvenuto agli "ordini" decisi in un'assemblea «tecnica» tenutasi a La Sapienza (video). E' comprensibile il senso di frustrazione per la scarcerazione dei ragazzi fermati nei disordini di piazza del 14, ma dobbiamo ricordarci - e il sindaco Alemanno dovrebbe saperlo - che la responsabilità penale è sempre personale e le posizioni degli arrestati vanno valutate singolarmente. Tutti abbiamo negli occhi le immagini delle violenze, ma se il reato contestato è resistenza a pubblico ufficiale, se si tratta di incensurati, e per lo più di minorenni, quella che è stata a tutti gli effetti una guerriglia e una tentata insurrezione, finisce per essere derubricata a marachella giovanile.

Ora si parla di Daspo per le manifestazioni politiche e di fermi preventivi, misure dal sapore autoritario e dalla dubbia efficacia. Si cominci, piuttosto, con il togliere ai "Collettivi" gli spazi più o meno abusivamente occupati nelle Facoltà; con il consentire agli Atenei di espellere gli studenti protagonisti di violenze dentro o fuori i propri spazi; con il limitare l'accesso alle strutture universitarie ai soli iscritti; e, infine, con il fissare pesanti cauzioni pecuniarie per la scarcerazione prima del processo (a carico delle famiglie se minorenni).

Ma soprattutto, abbiamo un serissimo problema di sproporzione di giudizio: come già accade negli stadi, anche nelle manifestazioni politiche la violenza di gruppo è quasi depenalizzata rispetto a quella commessa individualmente. Se io, da solo, spacco una vetrina, o aggredisco un pubblico ufficiale, passo guai seri, soprattutto vengo subito inquadrato come criminale. Se tiro pugni o sassate durante una partita posso prendermi una diffida ad andare allo stadio, il cosiddetto Daspo, e se durante una manifestazione un rimbrotto dal giudice, ma avrò trasmissioni televisive a iosa in cui sarò difeso pubblicamente come "giovane cui hanno rubato futuro" e quindi in diritto di sfogare in modo violento la propria rabbia "sociale".

Rispetto all'attenuante vigente de facto oggi, bisognerebbe introdurre nel codice un'aggravante di gruppo. Lo stesso identico reato è più grave, non meno grave, se commesso allo stadio o durante manifestazioni politiche, o in qualsiasi altra situazione in cui si agisce in gruppo. Introdurre una sorta di aggravante associativa, anche perché agendo in gruppo, magari nel caos di una folla, si corrono minori rischi di essere beccati o individuati, ma è innegabile che in quei momenti la folla o il gruppo agiscono con una comunanza di obiettivi criminali. In particolare lo scorso 14 dicembre (ma anche nel tentato assalto al Senato di alcuni giorni prima), è apparso evidente il tentativo di dare l'assalto alle istituzioni democratiche, o almeno di turbarne il funzionamento. Quindi non sarebbe esagerato da parte della Procura ipotizzare anche il reato di attentato agli organi costituzionali (art. 289 del C.p.), ma ovviamente questo aspetto - il più grave dell'intera vicenda - nessuno osa sollevarlo.

Infine c'è la questione, anche questa per lo più taciuta, dell'arretratezza e inadeguatezza del materiale in dotazione alle forze dell'ordine negli stadi o durante le manifestazioni politiche. C'è davvero bisogno che tutti gli agenti portino con sé armi da fuoco? Non mi preoccupo per l'incolumità del Carlo Giuliani di turno, ma degli agenti stessi, che possono venire aggrediti e privati dell'arma, come stava per accadere lo scorso 14 dicembre a quel finanziere che ha dimostrato non poco sangue freddo. Perché, invece, non dotare le forze dell'ordine di pallottole di gomma, taser, idranti (anche coloranti)? Sarebbe possibile in questo modo immobilizzare un gran numero di persone con danni lievi, evitando brutte scene di pestaggi.

Tuesday, December 14, 2010

Assalto alle istituzioni

In una giornata come quella di oggi c'è da ringraziare le forze dell'ordine che hanno consentito a Camera e Senato di esercitare le proprie funzioni democratiche. Il centro di Roma, intorno al Senato e a Montecitorio, è stato messo letteralmente a ferro e fuoco. In fiamme auto, mezzi della polizia, cassonetti; devastate vetrine e bancomat. Non studenti, ma gruppi di estremisti esigui e ben organizzati che hanno tentato - è bene non tacerlo e non sottovalutarlo - di dare l'assalto alle Camere dove si stava votando la fiducia al governo. Mi chiedo in quale altro Paese si possa impunemente tentare di assaltare le istituzioni democratiche; in quale altro Paese neanche in circostanze simili - in cui persino la sicurezza delle sedi istituzionali, quindi la democrazia stessa, è messa a repentaglio da una violenza squadrista - si ricorre all'uso legittimo della forza.

Friday, December 03, 2010

Tony, ci manchi/10 - Come si fanno le vere riforme

Una delle lezioni più limpide che si ricava dalla lettura delle memorie di Tony Blair ("A Journey") risulta particolarmente preziosa per i governi che vogliano introdurre delle profonde riforme. Un aiuto molto concreto dall'esperienza maturata da chi delle riforme ha saputo fare il suo tratto politico distintivo. Innanzitutto, il metodo: bisogna essere consapevoli del fatto che senza toccare le strutture non si riusciranno mai ad elevare gli standard qualitativi di un servizio pubblico, quale che sia il settore:
«All'inizio abbiamo governato con un chiaro istinto radicale ma, essendo inesperti, non sapevamo bene dove avrebbe dovuto portarci quell'istinto in termini di specifiche decisioni politiche. In particolare, ritenevamo possibile separare le strutture dagli standard, ovvero, di poter mantenere i parametri del servizio pubblico e al contempo poter trasformare profondamente gli esiti generati da quel sistema. Col tempo, ci siamo resi conto di esserci sbagliati: senza cambiare le strutture, non si possono elevare gli standard, se non di pochissimo. All'inizio del secondo mandato, abbiamo ideato un nuovo modello per le riforme: volevamo trasformare la natura monolitica del servizio pubblico; introdurre la competizione; sfumare le distinzioni tra il settore pubblico e quello privato; contrastare le tradizionali demarcazioni professionali e sindacali riguardo al lavoro e agli interessi acquisiti; e, in generale, cercare di liberare il sistema, di lasciare che si rinnovasse, si differenziasse al suo interno, respirasse e divenisse più elastico... Ecco una lezione pratica sull'incedere delle riforme: la proposta è giudicata disastrosa; avanza fra tagli radicali e forti opposizioni; è impopolare; entra in vigore; e di lì a poco è come se fosse sempre esistita...»
Ecco, il guaio è che in Italia di solito non riusciamo ad arrivare alla quarta fase.
«Dunque, se pensi che una riforma sia giusta, non arrenderti. L'opposizione è inevitabile, ma raramente è imbattibile. A fronte di molti detrattori vociferanti vi saranno parecchi sostenitori silenziosi. La leadership s'impernia sulle decisioni che portano a un cambiamento: se non sai gestirle, è meglio che non diventi un leader. Ma questa lezione ha una portata ancora più ampia: insegna a emergere dalla mischia, a parlare soverchiando il brusio e il chiasso, e a restare sempre, sempre concentrati sul disegno generale».
E una lezione particolarmente importante riguarda il sistema universitario, considerando che proprio in questi giorni in Italia ci accapigliamo sulla riforma Gelmini. Ecco l'esperienza di Blair in proposito:
«Giunsi alla conclusione che il futuro delle nazioni sviluppate come la nostra, che fanno molto affidamento sul capitale umano, dipendeva da un sistema di istruzione superiore palpitante, dinamico e di livello mondiale... Diedi un'occhiata alle prime cinquanta università del mondo e vidi che solo alcune erano nel Regno Unito e che quasi nessuna si trovava nell'Europa continentale. L'America stava vincendo la gara, seguita a breve distanza dalla Cina e dall'India. La situazione degli Stati Uniti era particolarmente significativa. Il loro predominio nei primi cinquanta posti - e anche nei primi cento - non era frutto del caso o delle dimensioni geografiche; era evidentemente e innegabilmente dovuto alle tasse. Le università avevano uno spirito più imprenditoriale; corteggiavano gli ex studenti e ricevevano enormi lasciti; il sistema delle borse di studio permetteva di aiutare gli studenti più poveri; la flessibilità finanziaria consentiva di attrarre i docenti migliori. Gli istituti disposti a pagare di più avevano lo staff più prestigioso. Punto e basta. Il nostro insaziabile desiderio di egualitarismo aveva penalizzato anche gli atenei nelle posizioni inferiori...».
Cosa ha fatto, in concreto, Tony Blair? Importanti per l'istruzione in generale sono anche le specialist school, le academy e le trust schoool, oltre al sistema di valutazione degli insegnanti, ma uno degli interventi più controversi è quello sulle rette universitarie, un modo intelligente per aumentare i fondi a disposizione delle università legandoli però alle prospettive concrete di lavoro che sono capaci di offrire ai loro studenti:
«In sintesi, noi volevamo che invece di pagare anticipatamente 1.150 sterline l'anno durante la frequenza dei corsi, gli studenti versassero una tassa variabile fino a 3.000 sterline l'anno, da stabilirsi a discrezione dell'istituto e da rimborsare dopo la laurea in base alle condizioni economiche».
«Le riforme attuate avevano dimostrato inequivocabilmente che maggiore era l'autonomia di scuole e ospedali, maggiore era anche l'innovazione; e che più crescevano la concorrenza e la facoltà di scelta, più alta era la qualità dei risultati. Soprattutto nel caso del sistema sanitario nazionale, l'apertura agli investimenti del settore privato aveva ridotto i tempi di attesa e il denaro era usato sempre più spesso a favore del paziente».
Tony Blair ("A Journey")

Wednesday, December 01, 2010

L'importanza di sanzioni implacabili

Dopo Giavazzi ieri, anche l'articolo di Roberto Perotti, oggi sul Sole 24 Ore, individua con precisione pregi e possibili falle della riforma Gelmini. Da un lato attribuisce più poteri ai consigli di amministrazione e li apre agli esterni, con lo scopo «ovvio, e condivisibile», di «rompere le cricche accademiche, e sottoporle al vaglio di esterni», e introduce il «principio sacrosanto» per cui un docente deve passare per un periodo di prova prima di venire assunto a tempo indeterminato.

Tuttavia, da un altro punto di vista la falla sta nel meccanismo sanzionatorio delle scelte sbagliate, che come spesso accade o è inefficace o per motivi politici non viene fatto scattare. Piuttosto che nell'iper-regolamentazione centralizzata, bisognerebbe affidarsi ad un efficace e implacabile meccanismo sanzionatorio, come scrive Perotti:
«Invece di regolare ciò che non può essere regolato, lasciate fare a ogni ateneo quello che vuole, ma ogni tre anni valutate (magari con una commissione internazionale) la ricerca prodotta: gli atenei che hanno operato bene, ricevono più finanziamenti, a chi ha operato male vengono tagliati i fondi. In Italia la riforma delega il governo ad assegnare "fino al 10%" dei fondi in questo modo. È qui, in questo oscuro comma 5 dell'art. 5, che si giocherà il destino di questa riforma. Solo se il governo avrà il coraggio di utilizzare il tetto massimo, e di imporre criteri impietosi che escludano da questa quota gran parte dei dipartimenti che non fanno ricerca di qualità, la riforma potrà avere un qualche effetto. Purtroppo un sano pessimismo è scusabile: la maggioranza degli atenei non accetterà mai tagli a favore dei pochi atenei eccellenti e magari già più floridi, e troverà il sostegno dei tanti che vogliono dare più soldi ai peggiori per "portarli al livello dei migliori". Non sarà facile combattere questa mentalità, ma finché non si avrà il coraggio di premiare in modo tangibile chi opera bene e punire in modo non simbolico chi opera male, tutto il resto è irrilevante».

Tuesday, November 30, 2010

La migliore (o la meno peggio) riforma possibile

I punti forti e quelli deboli della riforma Gelmini sono indicati con precisione, oggi sul Corriere della Sera, da Francesco Giavazzi, che coglie anche il nodo politico della situazione: «La realtà è che la legge Gelmini è il meglio che oggi si possa ottenere data la cultura della nostra classe politica». Perché? Perché tutte le critiche e le opposizioni alla riforma, sia nel Palazzo che nella piazza, sono nel senso della conservazione dell'esistente e non di un'ulteriore e più radicale spinta riformatrice. Nessuno, limitandoci ai tre appunti mossi da Giavazzi, si lamenta perché la riforma non abolisce il valore legale dei titoli di studio, o non fa cadere il vincolo che impedisce alle università di determinare liberamente le proprie rette, o perché non separa medicina dalle altre facoltà. E sbaglia Giavazzi a ritenere che il Partito radicale di oggi sosterrebbe queste tre proposte, quando alla fine dei conti i 6 deputati radicali voteranno esattamente come hanno già votato i 3 senatori, cioè contro la migliore (o la meno peggio) riforma possibile. «Il risultato, nonostante tutto, non è poca cosa», riconosce infatti Giavazzi:
«La legge abolisce i concorsi, prima fonte di corruzione delle nostre università. Crea una nuova figura di giovani docenti "in prova per sei anni", e confermati professori solo se in quegli anni raggiungano risultati positivi nell'insegnamento e nella ricerca. Chi grida allo scandalo sostenendo che questo significa accentuare la "precarizzazione" dell'università dimostra di non conoscere come funzionano le università nel resto del mondo. Peggio: pone una pietra tombale sul futuro di molti giovani, il cui posto potrebbe essere occupato per quarant'anni da una persona che si è dimostrata inadatta alla ricerca... innova la governance delle università: limita l'autoreferenzialità dei professori prevedendo la presenza di non accademici nei consigli di amministrazione... per la prima volta prevede che i fondi pubblici alle università siano modulati in funzione dei risultati».
E infine, neanche le rimostranze sui tagli hanno più senso ormai: «I fondi sono 7,2 miliardi nel 2010, 6,9 nel 2011, gli stessi di tre anni fa». Un dibattito comunque fuorviante, quello sulle risorse, perché possono essere troppe o troppo poche, ma si tratta di una riforma per lo più ordinamentale e di governance, quindi utile a spendere meglio quello che c'è.

Oltre ai tre appunti condivisibili di Giavazzi, da un punto di vista liberale la riforma è criticabile perché troppo timida. Va tenuto presente, però, come fa Giavazzi, che né nella nostra classe politica, e tanto meno nelle piazze, c'è chi assuma questo punto di vista. Altro che privatizzazione e smantellamento dell'università pubblica... Pur cercando di introdurre elementi di merito e di valutazione dei risultati nell'assegnazione dei fondi, e di responsabilità nella gestione dei bilanci (prevedendo pesanti sanzioni in caso di disavanzo), essenzialmente la riforma non tocca le "strutture", non riconosce il mercato come unico vero giudice di meriti e demeriti individuali e collettivi: non vengono spostate risorse rilevanti dal fondo ordinario verso la disponibilità degli utenti; non vengono alzati i tetti delle rette universitarie; non viene modificato lo status delle università come enti 100% statali (seppure si apre alla sperimentazione di «modelli organizzativi diversi», come le fondazioni), né quello del personale docente e non docente come dipendente pubblico.

Sarebbe urgente, invece, attrarre cospicui investimenti privati - gli unici che nel mondo di oggi possono davvero fare la differenza - ma per far questo andrebbe introdotto un sistema di incentivi serio per le donazioni, andrebbero "aperti" i consigli di amministrazione, ma i privati che investono o donano dovrebbero essere messi nella condizione di intervenire sull'offerta sia didattica che scientifica, e di controllare davvero come vengono spese le risorse. Ecco perché, allo stato attuale, pur essendoci la possibilità teorica, nessun privato butta soldi nel calderone pubblico. In poche parole, la riforma Gelmini è un valido tentativo di far funzionare meglio il baraccone statale, mentre andrebbe smantellato almeno nelle strutture che conosciamo oggi.

Friday, November 26, 2010

Una morte onorevole

Invece di dar vita ad una pretestuosa e stucchevole guerriglia quotidiana sulla pelle di provvedimenti importanti per il Paese, che nulla ha a che fare per altro con il loro merito (l'emendamento approvato ieri è di natura solo lessicale), sarebbe più onesto e dignitoso da parte dei finiani aspettare serenamente il 14 dicembre e votare compatti la sfiducia. Tuttavia, sembra che l'ultima tentazione di Fli, Udc e Pd - dal momento che hanno capito di non farcela a fare il ribaltone al Senato - sia fare in modo che il governo ottenga una striminzita fiducia anche alla Camera. In questo modo, sarebbe più complicato per il capo dello Stato accogliere la richiesta di scioglimento delle Camere che quasi sicuramente, non avendo comunque numeri sufficienti a garantire la piena governabilità, avanzerebbero Pdl e Lega; Berlusconi, dopo essersi dimesso, riceverebbe un nuovo mandato e i finiani (insieme all'Udc?) potrebbero continuare a logorarlo per qualche altro mese, cercando così di evitare le temute elezioni nel 2011. Tanto ormai si è capito che della governabilità e delle riforme non gl'importa nulla, ciò che conta, al solito, è far fuori Berlusconi.

Così stando le cose, mi chiedo se al governo non convenga giocarsi il tutto per tutto sulla riforma universitaria, ponendo la fiducia su un testo che rigetti in blocco tutti gli emendamenti di Fli. Se dovesse cadere, sarebbe una morte onorevole e costringerebbe ad uscire allo scoperto quanti sono disposti a sacrificare una buona riforma pur di abbattere Berlusconi. Insomma, la strategia dovrebbe essere, su qualsiasi provvedimento, considerare gli emendamenti di Fli emendamenti di opposizione, e quindi non trattare ma respingerli e porre la fiducia sul testo originario, costringendo ogni volta i finiani ad un aut aut. La legge di stabilità è un falso problema: si può approvare anche in ordinaria amministrazione, è già impostata e nessun gruppo si azzarderebbe a metterne in discussione i saldi.

Thursday, November 25, 2010

Tutti sul tetto

Non solo Bersani, che divulgando i suoi 30 e lode dimostra plasticamente quanto l'università italiana abbia bisogno di una profonda riforma. Anche i deputati di Fli Della Vedova, Granata, Moroni e Perina sono saliti sul tetto della Facoltà di Architettura a La Sapienza, accogliendo un invito del cantautore Antonello Venditti (quello di «Valle Giulia ancoraaaaa... quiiiii, architetturaaaaa, albe cinesi di seta indiana...»). E pensare che qualcuno si è sforzato di venderci Fli come la nuova terra promessa del liberalismo...

Dopo i quotidiani dispettucci finiani alla Camera, solo per il gusto di veder andare sotto la maggioranza (l'emendamento passato all'articolo 16, comma 3, lettera f, non fa che riportare il testo a quello uscito dal Senato sostituendo le parole «nuovi o maggiori oneri» con le parole «oneri aggiuntivi»), il voto finale sulla riforma Gelmini è slittato ancora (al 30 novembre). Tempo che Fli sfrutterà per blandire la piazza rivendicando chissà quali meriti sul testo finale, mentre magazine e fondazioni d'area strizzano l'occhio alla protesta di un'«intera generazione», perché non è un Paese civile quello che «mena» i suoi studenti. Evidentemente lo è quello in cui si bloccano strade e treni, si occupano università e si tenta persino di dare l'assalto al Senato, in una scena che in altri Paesi caratterizza i momenti culminanti di un golpe.

Emblematico che tra i libri-scudo dei reazionari che manifestano contro la riforma dell'università spunti il "Che fare" di Lenin. Giocano a fare i rivoluzionari di professione ma nemmeno si rendono conto che è come sfilare con il "Mein Kampf" sottobraccio. Tra i pochi a dire le cose come stanno, Antonio Martino: «La sinistra difende l'università degli asini... L'università insegna cose che non servono a nessuno e, in più, inculca nelle loro menti l'idea bizzarra che lo Stato debba dar loro un'occupazione degna del titolo di studio».

Wednesday, November 24, 2010

Assalto al Senato, Montezemolo esce dal recinto

Mentre va in scena un assalto squadrista al Senato, con il contorno di un giochetto disgustoso dei finiani alla Camera sulla riforma Gelmini, una delle poche cose appena decenti fatte da questo governo, e mentre Berlusconi, Bossi e l'Udc riempiono con i loro tatticismi i giorni che ci separano dalla verifica del 14, per la prima volta Montezemolo non risponde con un "no" secco a chi gli chiede se ha intenzione di entrare in politica e le sue parole suonano come la tanto attesa discesa in campo. Che si sia deciso? Che sia finalmente l'alba di questo Terzo polo? «Ho il dovere di fare qualcosa per il mio Paese», dichiara Luchino chiudendo un convegno di ItaliaFutura sui giovani, è ora di «uscire dal proprio particolare recinto per contribuire al bene comune», ma «il periodo dell'one man show è finito», avverte. E precisa di non riferirsi a Berlusconi o a qualcuno in particolare, ma anche a se stesso: «Anche quando chiedono a me di entrare in politica... entrare in politica da soli non vuol dire assolutamente niente, ci vuole una squadra».

E lui è fortunato, perché una squadra che lo aspetta già ce l'ha: Fini, Casini, Rutelli... Sai che squadra... Spero solo che non sia chiedere troppo che si presentino agli elettori e non cerchino improbabili ribaltoni. Vedremo, poi, come si comporteranno i media con il conflitto di interessi di Montezemolo, presidente di Ntv, il nuovo operatore che dal prossimo anno farà concorrenza a Trenitalia nel trasporto viaggiatori ad alta velocità.

Mentre Fini minimizza l'assalto squadrista al Senato («solo provocatori isolati» che non c'entrano con la «legittima protesta»), i suoi ragazzi alla Camera questo pomeriggio sono stati tentati di affossare la riforma dell'università, che avevano ripetuto di apprezzare e assicurato di sostenere. L'impressione è che per qualche ora siano stati sfiorati dall'idea di blandire i manifestanti (studenti e ricercatori) ed impedire al governo di portare a casa un prezioso risultato. Avevano chiesto che la riforma tornasse in Commissione perché, parole di Granata (Fli), priva delle risorse per «gli scatti meritocratici di anzianità» (?) di ricercatori e associati. Un miliardo evidentamente non basta, quando semmai la riforma andava fatta a costo zero, e possibilmente risparmiando qualcosa. Sono dell'idea che non un cent in più andrebbe versato all'università se prima non si riesce a dare una raddrizzata strutturale al sistema. L'ostacolo sembra superato, almeno per ora.

Nel frattempo, il premier chiede l'appoggio esterno dell'Udc, persino con il via libera di Bossi («sarebbe positivo»), ma Casini rifiuta senza pensarci due volte (ogni ipotesi è rimandata a dopo la caduta del Cav., passaggio inevitabile, agli occhi dei centristi, per aprire una nuova fase). Prospettiva inquietante sia per l'oggi che per il domani (in vista di elezioni anticipate) quella di sostituire i finiani con l'Udc, perché da un Berlusconi con logoramento di Fini, si passerebbe a un Berlusconi con logoramento di Casini. Ma probabilmente si tratta solo di tatticismi da una parte e dall'altra per riempire la scena nei giorni che ci separano dalla verifica del 14.

Eventuali piccoli spostamenti di voti alla Camera a favore del governo (a questi, e a blindare il Senato, probabilmente mirava Berlusconi con il suo appello all'Udc) non impediranno il ritorno alle urne. Anche se l'aggravarsi della crisi dell'eurodebito rischia di trasformarsi in un nuovo argomento per quanti sarebbero disposti a fare carte false pur di far fuori Berlusconi senza sottoporsi subito dopo al giudizio degli elettori. Già si leggono e si sentono gli appelli alla responsabilità di quanti, dopo aver contribuito irresponsabilmente a destabilizzare l'unico governo democraticamente legittimato, sosterrebbero un bel governo "tecnico" per non lasciare l'Italia senza guida in mesi cruciali per le sorti dell'euro e del patto di stabilità. Di fatto un commissariamento del nostro Paese.