Anche su Notapolitica e L'Opinione
Quasi 60 mila iscritti in meno alle nostre università tra l'anno accademico 2003/2004 e quello 2011/2012, un calo del 17%, come se fosse scomparso un grande ateneo come la Statale di Milano. Un dato che ha provocato grande sconcerto e allarme tra i benpensanti, secondo cui l'accesso all'istruzione universitaria dovrebbe essere un diritto garantito a tutti e una vocazione universale. Che quel diritto produca in concreto un esercito di disillusi e frustrati, e che sempre meno giovani aspirino a laurearsi, per costoro è inconcepibile, è un'ipotesi che non prendono nemmeno in considerazione.
Il calo degli iscritti è invece un'ottima notizia. Secondo i soliti sostenitori della spesa pubblica è colpa dei tagli, soprattutto al "diritto allo studio", che costringerebbero le famiglie meno abbienti a rinunciare ad iscrivere i loro figli all'università e che priverebbero questi ultimi della speranza nel futuro.
Ma forse la verità è un'altra: gli italiani hanno smesso di credere ai miti di vecchie ideologie, stanno cominciando ad aprire gli occhi sulla grande truffa dell'università italiana. I giovani laureati, insieme alle loro famiglie, vivono sempre più sulla loro pelle il fallimento dell'offerta formativa universitaria: solo quando finalmente cercano di entrare nel mondo del lavoro se ne rendono conto, si accorgono che la preparazione fornita nei cinque-sei anni di studi semplicemente non vale l'esperienza e il reddito che nello stesso arco di tempo avrebbero potuto accumulare iniziando subito a lavorare. Si consuma una vera e propria truffa: il "sistema" fa credere che l'università sia alla portata di tutti, che sia il percorso naturale per ciascuno, al quale anzi ciascuno ha diritto, e attraverso il quale potrà garantirsi lo sbocco professionale desiderato, un'occupazione stabile e ben remunerata. Quando questa promessa si scontra con una realtà ben diversa, che mette a nudo come anni e anni di studio siano stati quasi inutili rispetto alle competenze richieste dal mercato, la frustrazione è massima. Quando un fenomeno è così diffuso nella società, il passa-parola tra generazioni e tra famiglie è inevitabile.
Certo, le ridotte possibilità economiche delle famiglie italiane in questi anni possono aver influito sul calo degli iscritti, ma ignorare la crisi di credibilità dell'istituzione significa nascondere la testa sotto la sabbia. L'università italiana è un luogo di malcostume e nepotismo, profondamente ingiusto e improduttivo, che favorisce privilegiati e raccomandati a danno dei meritevoli, che sforna pochi laureati e per di più impreparati. E' un'organizzazione inefficiente, perché incentivi e meccanismi di sanzione sono completamente distorti: chi ci lavora o studia non è incoraggiato a migliorarsi e nessuno paga per i propri fallimenti. Per una analitica confutazione dei miti sull'università italiana accreditati dall'establishment accademico vi rimando al libro di Roberto Perotti "L'università truccata".
Gli italiani se ne sono accorti e, sulla base di una semplice valutazione costi-benefici, in misura sempre maggiore stanno prendendo altre strade per costruirsi il loro futuro. Sono sempre meno – ed è una fortuna, non una sciagura – coloro che credono al mito dell'università gratuita e per tutti. Un sistema finanziato e strutturato in modo da poter accogliere chiunque ha prodotto risultati esattamente opposti a quelli sperati. Non è gratuita né equa, perché la fiscalità generale, quindi anche con le tasse delle fasce più povere della popolazione, finanzia di fatto gli studi ai ragazzi dei ceti più abbienti che prevalentemente la frequentano. Né è per tutti, perché se è vero che l'accessibilità è pressoché illimitata, e genera un esercito di iscritti che pagano rette relativamente basse, la percentuale dei laureati in Italia è tra le più basse dei paesi Ocse: solo il 15% della popolazione adulta (25-64 anni) è laureato, meglio solo della Turchia e come il Portogallo, contro una media Ocse del 31 e Ue del 28%, il 29% in Francia e il 27 in Germania. Nella fascia di età 25-34 anni i laureati sono il 21%, contro il 38% della media Ocse e il 35 della media Ue. Un terzo degli iscritti, poi, è fuori corso, il 17,3% è addirittura fermo, non fa esami, praticamente parcheggiato. I figli delle famiglie ricche possono permetterselo, una volta fuori avranno comunque le porte aperte dal patrimonio e dal bagaglio di relazioni di mamma e papà, i meno abbienti no. Avranno la sensazione di aver perso tempo, soldi e opportunità.
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Friday, February 01, 2013
Wednesday, July 13, 2011
Abbassa la cresta, caro Giulio
Hai ragione, «sono stati persi tre anni». Da voi.
Pur dimesso nel tono della voce, il ministro Tremonti ha proferito all'assemblea dell'Abi la sua lezione sulla crisi. Se l'è presa con gli strumenti finanziari, con il deficit di governance nell'Ue («è in discussione l'idea stessa di Europa»), con il debito degli Stati, appesantito perché con i salvataggi si è accollato i debiti privati, con il balzo degli spread che è un problema «non del singolo Stato, ma della struttura complessiva». Tutto vero, verissimo, ma abbassa la cresta, caro Giulio, un po' d'autocritica, please, perché la tua manovra ha fallito, va riscritta e rischia di farci perdere molti soldi.
«Sono stati persi tre anni» e «nulla è stato fatto di quello che andava fatto», recrimina Tremonti. Ma se questo è vero a livello europeo e globale, è ancor più vero per quanto riguarda l'Italia, caro Giulio! Chi è che teorizzava che durante la crisi non si potevano fare le riforme? Il nostro debito alto non deriva dai salvataggi delle banche, ma da tre decenni di spesa incontrollata, e la crescita anemica dura da almeno un decennio. Malattie del nostro Paese che precedevano la crisi, con cui la crisi non c'entra nulla, che andavano curate indipendentemente dalla crisi e che stanno sopravvivendo alla crisi per l'immobilismo del governo e del suo ministro del Tesoro.
E l'ennesima manovra, quella che doveva evitare all'Italia di entrare a far parte del gruppo dei Paesi dell'euro a rischio default, ha fallito. Oltre a essere illiberale, si è rivelata insufficiente, perché indugia in una serie di misure ragionieristiche e di balzelli da Prima Repubblica, rinviando all'«anno del mai» i risparmi e le riforme strutturali, nonché la questione della crescita. In pratica, rinvia le scelte, non "governa". I mercati se ne sono accorti benissimo, e infatti hanno aspettato la pubblicazione del decreto prima di includere anche l'Italia nel moto di sfiducia che sta colpendo il ventre molle dell'area euro.
Di questo fallimento sono responsabili in primo luogo Tremonti, artefice dell'impianto e della "filosofia" della manovra, dominus della politica economica del governo, che fino ad ora aveva avuto per lo meno il merito di aver resistito alle sirene pro spesa interne ed esterne all'Esecutivo, ma che oggi palesa tutti i suoi limiti di visione politica e culturale; e in secondo luogo, Berlusconi e gli altri ministri, che hanno lasciato carta bianca a Tremonti e, anzi, avrebbero voluto una manovra ancor più annacquata. Errori grossolani, per mancanza totale di consapevolezza della gravità del momento ma soprattutto - ancor più grave - per mancanza di ambizione politica.
L'azzeramento del deficit, infatti, dovrebbe rappresentare - ancor di più agli occhi di un governo di centrodestra - un risultato epocale per l'Italia, da rivendicare con fierezza dinanzi all'opinione pubblica, e non da far passare come imposizione che viene dall'esterno, da rinviare il più possibile e di cui scusarsi con il cappello in mano di fronte ai cittadini. Certo è che se ci si muove con la destrezza di ladri che si aggirano notte tempo nelle tasche degli italiani, allora è ovvio che venga vissuta in questo modo. E' questo deficit direi culturale, l'incapacità di individuare e far propri nell'azione di governo obiettivi di cambiamento ambiziosi, il fallimento più grande.
E se il centrodestra, il Pdl in particolare, in futuro vorrà rinascere dalle ceneri di oggi, dovrà fare piazza pulita della cultura politica del duo Tremonti-Sacconi, che durante la crisi ripetevano che nulla si dovesse toccare, e che ancora oggi solo la sveglia dei mercati induce a muovere alcuni timidi passi. Pare infatti che il governo sarà costretto a far rientrare dalla finestra ciò che aveva inopinatamente fatto uscire dal proprio orizzonte politico di questi anni e, di conseguenza, anche dalla manovra: Tremonti ha confermato, intervenendo all'assemblea Abi, che privatizzazioni (vendita di aziende di Stato e municipalizzate) e liberalizzazioni entrano nella manovra. Un suicidio politico, un esercizio di tafazzismo, farsi imporre dall'Ue e dai mercati qualcosa che tra l'altro faceva parte dei propri programmi elettorali del 2008 e delle elezioni precedenti.
Privatizzare, privatizzare, privatizzare, dunque. Se si vuole davvero aggredire il debito, lo sanno tutti, è condizione necessaria (ma non sufficiente), come indicano anche Perotti e Zingales, oggi sul Sole 24 Ore, nel loro "programma" per il pareggio di bilancio. Una vera e propria dichiarazione di guerra ai "poteri forti" e parassitari del Paese: aziende di Stato, fondazioni bancarie (il presidente dell'Abi ha già replicato stizzito), municipalizzate, politici, burocrazia. Se entro sei mesi dal confronto tra il governo e le associazioni non usciranno regole ed eccezioni, scatteranno per tutti i settori automaticamente le liberalizzazioni.
Pare, inoltre, che Tremonti si sia deciso a presentare in Cdm un disegno di legge, promesso da mesi, per inserire nella Costituzione i vincoli Ue sul debito. Benissimo, ma allo stesso tempo bisogna inserire anche un tetto alla pressione fiscale, altrimenti il solo vincolo di bilancio rischia di tradursi in una spremuta di tasse senza fine. Ma la vera rivoluzione sarebbe quella (invocata da sempre dal solo Giannino, a quanto mi risulta) di passare dalle manovre fatte sugli aumenti tendenziali della spesa, per cui in termini reali la spesa corrente cresce sempre, e con essa le entrate, al cosiddetto "zero-based budgeting", in cui è l'intero budget di ciascun ente di spesa ad essere rivisto. «Se non si incide anche su altre voci di spesa - ha avvertito Draghi oggi all'assemblea Abi - il ricorso alla delega fiscale e assistenziale per completare la manovra nel 2013-2014 non potrà evitare un aumento delle imposte». Cioè, quella delega concepita originariamente per mantenere la promessa di ridurre le tasse, rischia di trasformarsi nell'occasione per un salasso.
E' deprimente, infatti, che i soli soldi veri che entreranno di sicuro nella manovra siano i 15 miliardi della cosiddetta "clausola di salvaguardia", il taglio del 15% su tutte le agevolazioni fiscali che scatterà in automatico dal 2013 nel caso non si desse corso alla delega fiscale che prevede il riordino delle prestazioni assistenziali per lo stesso importo (in pratica, aumenti Irpef tramite eliminazione di deduzioni e detrazioni), e che l'innalzamento dell'età pensionabile delle donne nel privato subirà, pare, un ritocco solo cosmetico, rimanendo previsto a regime entro una data semplicemente ridicola (il 2029). In tutto questo, il contributo alla manovra da parte delle opposizioni (preoccupate delle indicizzazioni delle pensioni, della progressività del bollo sui depositi titoli e della norma sull'ammortamento per le società concessionarie) conferma l'assenza di alternative credibili in termini di austerità e crescita.
Pur dimesso nel tono della voce, il ministro Tremonti ha proferito all'assemblea dell'Abi la sua lezione sulla crisi. Se l'è presa con gli strumenti finanziari, con il deficit di governance nell'Ue («è in discussione l'idea stessa di Europa»), con il debito degli Stati, appesantito perché con i salvataggi si è accollato i debiti privati, con il balzo degli spread che è un problema «non del singolo Stato, ma della struttura complessiva». Tutto vero, verissimo, ma abbassa la cresta, caro Giulio, un po' d'autocritica, please, perché la tua manovra ha fallito, va riscritta e rischia di farci perdere molti soldi.
«Sono stati persi tre anni» e «nulla è stato fatto di quello che andava fatto», recrimina Tremonti. Ma se questo è vero a livello europeo e globale, è ancor più vero per quanto riguarda l'Italia, caro Giulio! Chi è che teorizzava che durante la crisi non si potevano fare le riforme? Il nostro debito alto non deriva dai salvataggi delle banche, ma da tre decenni di spesa incontrollata, e la crescita anemica dura da almeno un decennio. Malattie del nostro Paese che precedevano la crisi, con cui la crisi non c'entra nulla, che andavano curate indipendentemente dalla crisi e che stanno sopravvivendo alla crisi per l'immobilismo del governo e del suo ministro del Tesoro.
E l'ennesima manovra, quella che doveva evitare all'Italia di entrare a far parte del gruppo dei Paesi dell'euro a rischio default, ha fallito. Oltre a essere illiberale, si è rivelata insufficiente, perché indugia in una serie di misure ragionieristiche e di balzelli da Prima Repubblica, rinviando all'«anno del mai» i risparmi e le riforme strutturali, nonché la questione della crescita. In pratica, rinvia le scelte, non "governa". I mercati se ne sono accorti benissimo, e infatti hanno aspettato la pubblicazione del decreto prima di includere anche l'Italia nel moto di sfiducia che sta colpendo il ventre molle dell'area euro.
Di questo fallimento sono responsabili in primo luogo Tremonti, artefice dell'impianto e della "filosofia" della manovra, dominus della politica economica del governo, che fino ad ora aveva avuto per lo meno il merito di aver resistito alle sirene pro spesa interne ed esterne all'Esecutivo, ma che oggi palesa tutti i suoi limiti di visione politica e culturale; e in secondo luogo, Berlusconi e gli altri ministri, che hanno lasciato carta bianca a Tremonti e, anzi, avrebbero voluto una manovra ancor più annacquata. Errori grossolani, per mancanza totale di consapevolezza della gravità del momento ma soprattutto - ancor più grave - per mancanza di ambizione politica.
L'azzeramento del deficit, infatti, dovrebbe rappresentare - ancor di più agli occhi di un governo di centrodestra - un risultato epocale per l'Italia, da rivendicare con fierezza dinanzi all'opinione pubblica, e non da far passare come imposizione che viene dall'esterno, da rinviare il più possibile e di cui scusarsi con il cappello in mano di fronte ai cittadini. Certo è che se ci si muove con la destrezza di ladri che si aggirano notte tempo nelle tasche degli italiani, allora è ovvio che venga vissuta in questo modo. E' questo deficit direi culturale, l'incapacità di individuare e far propri nell'azione di governo obiettivi di cambiamento ambiziosi, il fallimento più grande.
E se il centrodestra, il Pdl in particolare, in futuro vorrà rinascere dalle ceneri di oggi, dovrà fare piazza pulita della cultura politica del duo Tremonti-Sacconi, che durante la crisi ripetevano che nulla si dovesse toccare, e che ancora oggi solo la sveglia dei mercati induce a muovere alcuni timidi passi. Pare infatti che il governo sarà costretto a far rientrare dalla finestra ciò che aveva inopinatamente fatto uscire dal proprio orizzonte politico di questi anni e, di conseguenza, anche dalla manovra: Tremonti ha confermato, intervenendo all'assemblea Abi, che privatizzazioni (vendita di aziende di Stato e municipalizzate) e liberalizzazioni entrano nella manovra. Un suicidio politico, un esercizio di tafazzismo, farsi imporre dall'Ue e dai mercati qualcosa che tra l'altro faceva parte dei propri programmi elettorali del 2008 e delle elezioni precedenti.
Privatizzare, privatizzare, privatizzare, dunque. Se si vuole davvero aggredire il debito, lo sanno tutti, è condizione necessaria (ma non sufficiente), come indicano anche Perotti e Zingales, oggi sul Sole 24 Ore, nel loro "programma" per il pareggio di bilancio. Una vera e propria dichiarazione di guerra ai "poteri forti" e parassitari del Paese: aziende di Stato, fondazioni bancarie (il presidente dell'Abi ha già replicato stizzito), municipalizzate, politici, burocrazia. Se entro sei mesi dal confronto tra il governo e le associazioni non usciranno regole ed eccezioni, scatteranno per tutti i settori automaticamente le liberalizzazioni.
Pare, inoltre, che Tremonti si sia deciso a presentare in Cdm un disegno di legge, promesso da mesi, per inserire nella Costituzione i vincoli Ue sul debito. Benissimo, ma allo stesso tempo bisogna inserire anche un tetto alla pressione fiscale, altrimenti il solo vincolo di bilancio rischia di tradursi in una spremuta di tasse senza fine. Ma la vera rivoluzione sarebbe quella (invocata da sempre dal solo Giannino, a quanto mi risulta) di passare dalle manovre fatte sugli aumenti tendenziali della spesa, per cui in termini reali la spesa corrente cresce sempre, e con essa le entrate, al cosiddetto "zero-based budgeting", in cui è l'intero budget di ciascun ente di spesa ad essere rivisto. «Se non si incide anche su altre voci di spesa - ha avvertito Draghi oggi all'assemblea Abi - il ricorso alla delega fiscale e assistenziale per completare la manovra nel 2013-2014 non potrà evitare un aumento delle imposte». Cioè, quella delega concepita originariamente per mantenere la promessa di ridurre le tasse, rischia di trasformarsi nell'occasione per un salasso.
E' deprimente, infatti, che i soli soldi veri che entreranno di sicuro nella manovra siano i 15 miliardi della cosiddetta "clausola di salvaguardia", il taglio del 15% su tutte le agevolazioni fiscali che scatterà in automatico dal 2013 nel caso non si desse corso alla delega fiscale che prevede il riordino delle prestazioni assistenziali per lo stesso importo (in pratica, aumenti Irpef tramite eliminazione di deduzioni e detrazioni), e che l'innalzamento dell'età pensionabile delle donne nel privato subirà, pare, un ritocco solo cosmetico, rimanendo previsto a regime entro una data semplicemente ridicola (il 2029). In tutto questo, il contributo alla manovra da parte delle opposizioni (preoccupate delle indicizzazioni delle pensioni, della progressività del bollo sui depositi titoli e della norma sull'ammortamento per le società concessionarie) conferma l'assenza di alternative credibili in termini di austerità e crescita.
Wednesday, December 01, 2010
L'importanza di sanzioni implacabili
Dopo Giavazzi ieri, anche l'articolo di Roberto Perotti, oggi sul Sole 24 Ore, individua con precisione pregi e possibili falle della riforma Gelmini. Da un lato attribuisce più poteri ai consigli di amministrazione e li apre agli esterni, con lo scopo «ovvio, e condivisibile», di «rompere le cricche accademiche, e sottoporle al vaglio di esterni», e introduce il «principio sacrosanto» per cui un docente deve passare per un periodo di prova prima di venire assunto a tempo indeterminato.
Tuttavia, da un altro punto di vista la falla sta nel meccanismo sanzionatorio delle scelte sbagliate, che come spesso accade o è inefficace o per motivi politici non viene fatto scattare. Piuttosto che nell'iper-regolamentazione centralizzata, bisognerebbe affidarsi ad un efficace e implacabile meccanismo sanzionatorio, come scrive Perotti:
Tuttavia, da un altro punto di vista la falla sta nel meccanismo sanzionatorio delle scelte sbagliate, che come spesso accade o è inefficace o per motivi politici non viene fatto scattare. Piuttosto che nell'iper-regolamentazione centralizzata, bisognerebbe affidarsi ad un efficace e implacabile meccanismo sanzionatorio, come scrive Perotti:
«Invece di regolare ciò che non può essere regolato, lasciate fare a ogni ateneo quello che vuole, ma ogni tre anni valutate (magari con una commissione internazionale) la ricerca prodotta: gli atenei che hanno operato bene, ricevono più finanziamenti, a chi ha operato male vengono tagliati i fondi. In Italia la riforma delega il governo ad assegnare "fino al 10%" dei fondi in questo modo. È qui, in questo oscuro comma 5 dell'art. 5, che si giocherà il destino di questa riforma. Solo se il governo avrà il coraggio di utilizzare il tetto massimo, e di imporre criteri impietosi che escludano da questa quota gran parte dei dipartimenti che non fanno ricerca di qualità, la riforma potrà avere un qualche effetto. Purtroppo un sano pessimismo è scusabile: la maggioranza degli atenei non accetterà mai tagli a favore dei pochi atenei eccellenti e magari già più floridi, e troverà il sostegno dei tanti che vogliono dare più soldi ai peggiori per "portarli al livello dei migliori". Non sarà facile combattere questa mentalità, ma finché non si avrà il coraggio di premiare in modo tangibile chi opera bene e punire in modo non simbolico chi opera male, tutto il resto è irrilevante».
Friday, April 30, 2010
Ma cosa ci sta a fare l'Unione europea?
Non essendo un tecnico, vi rimando agli editoriali di Roberto Perotti sul Sole e di Oscar Giannino su Il Messaggero. Certo, le agenzie di rating hanno fallito e solo all'ultimo - quando le magagne erano ormai evidenti ai mercati - hanno reagito, ma ciò non dovrebbe distoglierci dal vero problema: i governi greci che hanno truffato i propri cittadini e tutti gli europei; e le istituzioni europee preposte (e per ciò lautamente pagate) ad evitare tali disastri che invece hanno miseramente fallito. Il problema è che la Grecia non può neanche essere messa sotto amministrazione controllata. Saranno sempre gli stessi governanti che hanno truffato sul debito a gestire il prestito.
Nell'istintivo "egoismo" dei tedeschi contrari al piano per la Grecia (l'86%) c'è più sale in zucca, e più intuitiva conoscenza di come funziona l'economia di mercato, di quanto i professionisti dell'euroretorica siano disposti ad ammettere: i salvataggi non funzionano, non evitano i fallimenti e provocano guai peggiori. Credevamo ingenuamente che l'Europa, tutta la sua pletorica burocrazia, i parametri di Maastricht, quei 'rompiballe' della Commissione europea, servissero almeno ad evitarci una situazione simile. E invece, neanche questo.
Le critiche rivolte all'Europa, e alla Germania, per aver ritardato a concedere il piano alla Grecia sono demagogiche, come scrive Perotti:
Nell'istintivo "egoismo" dei tedeschi contrari al piano per la Grecia (l'86%) c'è più sale in zucca, e più intuitiva conoscenza di come funziona l'economia di mercato, di quanto i professionisti dell'euroretorica siano disposti ad ammettere: i salvataggi non funzionano, non evitano i fallimenti e provocano guai peggiori. Credevamo ingenuamente che l'Europa, tutta la sua pletorica burocrazia, i parametri di Maastricht, quei 'rompiballe' della Commissione europea, servissero almeno ad evitarci una situazione simile. E invece, neanche questo.
Le critiche rivolte all'Europa, e alla Germania, per aver ritardato a concedere il piano alla Grecia sono demagogiche, come scrive Perotti:
«Queste critiche sono anche dettate dalla retorica europeista ed eurista che prevale in Italia, per cui l'Unione Europea e l'euro sono diventati dei feticci dello status quo politically correct, invece che degli strumenti per migliorare la governance e la politica economica. Questa retorica ci impedisce di vedere che l'euro può funzionare benissimo, e magari meglio, anche senza la Grecia: non c'è alcun motivo tecnico perché non sia così».Per Giannino, l'Europa ha contribuito in tre modi al disastro greco:
«L'insuccesso clamoroso degli aiuti strutturali. Un tasso d'interesse troppo basso rispetto a quello "naturale", per l'economia greca. Infine, la clamorosa cecità di fronte alle truffe contabili (truffe maccheroniche nell'ordine di 10 punti di Pil di deficit nascosto)».E' la conferma che il problema, ciò che dovrebbe essere al centro delle critiche, non sta nella lentezza con cui l'Europa è andata in soccorso della Grecia, ma nelle sue stesse politiche, che hanno portato a questa situazione invece di evitarla, e nella totale mancanza di controllo. L'Unione europea, con il suo mercato unico, non è stata pensata e realizzata per salvare gli stati membri irresponsabili ogni volta che combinano magagne, ma per "costringerli" a migliorare la loro governance e la loro politica economica. Se fallisce in questo, cosa ci sta a fare?
Tuesday, January 12, 2010
Un problema di cultura giuridica
Condivisibile al 100% l'editoriale di Roberto Perotti, oggi sul Sole 24 Ore, sia laddove ricorda che rispetto agli altri Paesi europei la giustizia italiana «non è sottofinanziata», sia laddove porta un attacco al cuore della cultura giuridica italiana, individuando in essa le «due cause profonde e nascoste della lentezza della giustizia»: la visione distorta dell'appellabilità delle sentenze come migliore garanzia contro la condanna di innocenti e l'impunibilità dei colpevoli; e la formazione delle prove nel processo penale - e non prima, come avviene invece nei Paesi di "common law" - coerente con la funzione idealistica di "accertamento della verità" che si attribuisce al processo qui da noi.
Tuttavia, sull'obbligatorietà dell'azione penale una considerazione in più andrebbe fatta, sulla quale invece Perotti sorvola. Se è vero infatti che abolire l'obbligatorietà dell'azione penale probabilmente non avrebbe alcun effetto di per sé sulla durata dei processi, il fatto che l'azione penale, come giustamente osserva Perotti, «è già di fatto discrezionale», pone un problema di altra natura, ma che andrebbe affrontato e risolto. Se l'azione penale già non è più obbligatoria, ma è di fatto discrezionale, vuol dire che ogni giorno nelle procure si persegue una qualche politica giudiziaria. Chi sono i soggetti di questa politica giudiziaria? I singoli magistrati? Il procuratore capo? O tutti i procuratori collegialmente? E in base a quale legittimità agiscono? Non è un problema di poco conto. Per questo occorre a mio avviso abolire l'ipocrisia dell'obbligatorietà dell'azione penale e individuare nuovi limiti e responsabilità nell'esercizio dell'azione penale.
Tuttavia, sull'obbligatorietà dell'azione penale una considerazione in più andrebbe fatta, sulla quale invece Perotti sorvola. Se è vero infatti che abolire l'obbligatorietà dell'azione penale probabilmente non avrebbe alcun effetto di per sé sulla durata dei processi, il fatto che l'azione penale, come giustamente osserva Perotti, «è già di fatto discrezionale», pone un problema di altra natura, ma che andrebbe affrontato e risolto. Se l'azione penale già non è più obbligatoria, ma è di fatto discrezionale, vuol dire che ogni giorno nelle procure si persegue una qualche politica giudiziaria. Chi sono i soggetti di questa politica giudiziaria? I singoli magistrati? Il procuratore capo? O tutti i procuratori collegialmente? E in base a quale legittimità agiscono? Non è un problema di poco conto. Per questo occorre a mio avviso abolire l'ipocrisia dell'obbligatorietà dell'azione penale e individuare nuovi limiti e responsabilità nell'esercizio dell'azione penale.
Thursday, October 29, 2009
In quale Italia vogliamo vivere
Due interessanti analisi sul Sole 24 Ore di oggi, purtroppo non on line. Roberto Perotti è scettico sui tagli fiscali, perché non si parla di tagli alla spesa, e in queste condizioni potrebbe aver ragione Tremonti a resistere:
«Che ci piaccia o no, finché non si affronta l'argomento di una spesa pubblica vicina al 50% del Pil, qualsiasi taglio alle tasse che si riuscisse realisticamente ad attuare sarà sempre una goccia nel mare».E' quanto temeva giorni fa il Wall Street Journal, in un editoriale dedicato al nostro Paese: un taglio fiscale non sufficiente a stimolare una crescita più sostenuta, ma abbastanza grande da mettere a rischio i conti. Alberto Alesina e Pietro Ichino contestano il modello social-conservative tremontiano, che riconoscono essere fondato, coerente e attraente, ma la sua vera forza è che non ci accorgiamo di quanto sia costoso e inefficiente.
«La gente vuole sicurezza e, aggiungiamo noi, vota chi promette sicurezza senza evidenziarne i costi, un particolare che sicuramente non sfugge al ministro Tremonti. Facendo un paragone con gli Stati Uniti, è qualcosa di simile a quella visione della destra repubblicana vicina alla religious right del Sud e della Bible belt del Centro, che si contende la direzione di quel partito con la destra liberista e pro-mercato dei repubblicani del Nord-Est. L'analogo di questi ultimi in Italia, se esiste nel centro-destra, non riesce a farsi valere e preferisce vivere della luce riflessa del ministro dell'Economia.
(...)
Il piccolo mondo antico tremontiano offre certamente anche benefici economici non trascurabili... ma costi molto alti. La coesione familiare riduce la fiducia verso il mondo esterno alla famiglia, diminuendo anche l'attenzione verso il bene pubblico e quindi il "capitale sociale". La mancanza di mobilità geografica e sociale ostacola la meritocrazia e la concorrenza fra persone e imprese. La conseguenza è una minore produttività che si traduce in salari e profitti più bassi.
(...)
Non è solo un problema di competitività ed efficienza, è anche un problema di equità. Il posto fisso è tale per una minoranza a esclusione di molti altri, donne, giovani, precari. I pochi che lavorano nel mercato sostengono, con le loro imposte, i tanti che non lavorano. Quindi il posto è sì fisso, ma il salario al netto delle imposte è basso. Non solo, ma, se pochi lavorano, poco si produce e poco rimane da dividere, quindi il reddito pro capite è scarso.
(...)
Questo assetto sociale, che produce tanto attraverso le famiglie ma protegge pochi a scapito di molti e spreca talenti scoraggiando la propensione al rischio e alla competizione, ha quindi dei vantaggi ma costa caro, molto caro. Siamo disposti a pagarne il prezzo? Se la risposta è si, allora smettiamo di lamentarci se il reddito degli italiani scende relativamente a quello di altri paesi e accontentiamoci della tranquillità, un po' mediocre ma rassicurante, del ritorno al passato».
Thursday, June 11, 2009
Mi vergogno anche della politica estera degli anni '80
Fortunatamente, in extremis, è stata risparmiata al nostro Senato una pesante umiliazione. E Schifani almeno ha auspicato il «pieno rispetto dei diritti umani riconosciuti dalla Comunità internazionale». Ma abbiamo comunque offerto a Gheddafi una tribuna per la sua retorica anti-americana, cosa di cui a Washington non saranno contenti.
Torno sulla visita di Gheddafi anche per segnalare un commento, quello di Roberto Perotti, sul Sole 24 Ore di oggi, che mi pare condivisibilissimo per quanti, come me, non ritengono scandalosi il trattato di amicizia e gli accordi con la Libia ma hanno trovato francamente eccessivi e stomachevoli gli onori tributati in queste ore al leader libico. Aggiungo però che uno scandalo ancora maggiore avrebbero dovuto suscitarlo, e dovrebbero suscitarlo tuttora, le politiche andreottiane e craxiane nei confronti della Libia negli anni '80 - quando addirittura abbassavamo la testa di fronte a un Gheddafi aggressivo e minaccioso - e nei confronti del mondo arabo in generale e persino delle organizzazioni terroristiche. Della politica estera italiana di allora nessuno si vergogna?
Perotti osserva che a non parlare con i dittatori, «alla fine, a rimetterci sono i paesi più piccoli, contro i quali si fa una bella figura a ergersi a paladini dei diritti umani, senza però subire troppe conseguenze sul piano economico... così come sarebbe ipocrita rifiutarsi di fare affari con il colonnello». Se da una parte c'è questa ipocrisia, è anche vero che «quanto avviene in questi giorni va però ben al di là del necessario», che sono il trattato, gli accordi, i rapporti commerciali.
Perotti ben individua i motivi di questa calorosa accoglienza: nel suo piccolo, il fondo sovrano libico ci torna utile per ricapitalizzare banche e aziende (è ovvio che l'etica di impresa di cui straparlando ministri e industriali va a farsi fottere); il secondo motivo è che «vorremmo rifilargli un po' d'immigrati illegali». Vanno bene i respingimenti, meno bene disinteressarci di come a pochi chilometri dalle nostre coste vengono trattati gli immigrati ma anche gli stessi cittadini libici. Poi Perotti spiega perfettamente le cause della debolezza e dell'irrilevanza della nostra politica estera:
Torno sulla visita di Gheddafi anche per segnalare un commento, quello di Roberto Perotti, sul Sole 24 Ore di oggi, che mi pare condivisibilissimo per quanti, come me, non ritengono scandalosi il trattato di amicizia e gli accordi con la Libia ma hanno trovato francamente eccessivi e stomachevoli gli onori tributati in queste ore al leader libico. Aggiungo però che uno scandalo ancora maggiore avrebbero dovuto suscitarlo, e dovrebbero suscitarlo tuttora, le politiche andreottiane e craxiane nei confronti della Libia negli anni '80 - quando addirittura abbassavamo la testa di fronte a un Gheddafi aggressivo e minaccioso - e nei confronti del mondo arabo in generale e persino delle organizzazioni terroristiche. Della politica estera italiana di allora nessuno si vergogna?
Perotti osserva che a non parlare con i dittatori, «alla fine, a rimetterci sono i paesi più piccoli, contro i quali si fa una bella figura a ergersi a paladini dei diritti umani, senza però subire troppe conseguenze sul piano economico... così come sarebbe ipocrita rifiutarsi di fare affari con il colonnello». Se da una parte c'è questa ipocrisia, è anche vero che «quanto avviene in questi giorni va però ben al di là del necessario», che sono il trattato, gli accordi, i rapporti commerciali.
Perotti ben individua i motivi di questa calorosa accoglienza: nel suo piccolo, il fondo sovrano libico ci torna utile per ricapitalizzare banche e aziende (è ovvio che l'etica di impresa di cui straparlando ministri e industriali va a farsi fottere); il secondo motivo è che «vorremmo rifilargli un po' d'immigrati illegali». Vanno bene i respingimenti, meno bene disinteressarci di come a pochi chilometri dalle nostre coste vengono trattati gli immigrati ma anche gli stessi cittadini libici. Poi Perotti spiega perfettamente le cause della debolezza e dell'irrilevanza della nostra politica estera:
«Una conseguenza inevitabile del susseguirsi incessante di governi improvvisati, e di tante piccole furberie che a noi sembravano sottili equilibrismi di statisti consumati ma che all'estero apparivano solo come frutto di politici inesperti e inaffidabili. Per rifarsi una patina di rispettabilità internazionale, il punto di partenza più naturale è il teatro dietro casa, il Mediterraneo. Purtroppo per noi, a tutti gli altri una tale politica appare terribilmente provinciale. Queste aspirazioni si saldano con il terzomondismo dormiente in molti ambienti italiani, secondo cui Gheddafi, con tutti i suoi problemi, è un interlocuotre accettabile perché proviene pur sempre dalla parte "politicamente corretta" del mondo. E' questa una motivazione che ha svolto un ruolo fondamentale negli anni '80 e '90, quando diversi governi di centro-sinistra hanno corteggiato Gheddafi per fare uno sgarbo all'alleato americano e mettersi a posto la vecchia coscienza militante, e che forse spiega il coinvolgimento anche di certi ambienti della sinistra (come la Fondazione Italianieuropei) nello spettacolo di questi giorni».Si riferisce al nostro al-Dalemah. Infine, il «degrado» dell'università italiana. Perotti osserva come l'intervento del dittatore libico a La Sapienza e la laurea honoris causa a Sassari non abbiano sollevato indignazione e proteste paragonabili a quelle contro la visita di Papa Benedetto XVI.
Friday, October 31, 2008
L'indice dei libri occultati
Vi racconto come l'acquisto di un libro può diventare una micro analisi socio-politica. L'altro ieri ho acquistato il libro di Roberto Perotti, "L'università truccata".
Mi sono recato in una delle tante librerie Feltrinelli, quella in Via Vittorio Emanuele Orlando, a Roma.
Entro, e come sempre le "novità" sono esposte sui banchi e gli scaffali nei pressi dell'ingresso. E' qui che dovrei riuscire a trovare il libro che sto cercando, così comincio a scrutare in giro. Storia, Presidenziali Usa, eccetera... Mi volto a destra e scorgo "La fabbrica degli ignoranti", altro libro sulla scuola e l'università di Giovanni Floris, il conduttore di Ballarò.
"Oh, bene, l'argomento è questo, Perotti dovrebbe essere qui vicino", penso. Guardo e riguardo, ma niente.
Così mi arrendo e mi rivolgo al (barbuto e occhialuto) commesso: "Mi scusi, stavo cercando L'università truccata, di Roberto Perotti".
"Aspetti, guardo sul computer".
Dopo un attimo: "Sì, ce l'abbiamo. Deve scendere al piano inferiore".
Recentissima uscita, tema di estrema attualità, autore qualificato... piano inferiore?! Vabbe'...
Scendo le scale. Di fronte vedo subito un altro settore "Novità". Cerco bene ma tra un libro di Krugman e uno di Tremonti non c'è nemmeno l'ombra di quello di Perotti. Così mi aggiro per tutto il piano inferiore in cerca di un'intuizione: "Economia"? "Scienze"? No, neanche lì. In che settore l'avranno messo?
Sono restìo a rivolgermi ai commessi nelle librerie o nei negozi di cd/dvd. Primo perché cercando da soli qualche altra cosa interessante può "trovarvi". Secondo perché penso sempre che abbiano cose più importanti da fare.
Sia pure controvoglia (e già contrariato), decido di recarmi dal secondo (barbuto e occhialuto) commesso, quello del piano inferiore, che questa volta senza bisogno del pc mi fa: "Sì, ce l'abbiamo, mi segua". Lo seguo fiducioso e mi porta in una nicchia quasi sotto le scale, dove finalmente prende il mio libro e me lo porge.
In che settore siamo? "Concorsi". Sì, avete capito bene. In mezzo a tutti quegli anonimi libri colorati che aiutano a prepararsi ai più svariati concorsi. Avete presente? Era "nascosto" lì il libro denuncia/proposta di Perotti sull'università. Spero davvero che lo abbiano voluto nascondere laggiù, perché se fosse stata una scelta spontanea ci sarebbe di che preoccuparsi per il livello di dogmatismo e conformismo ideologico con il quale vengono gestite queste librerie.
Mi sono recato in una delle tante librerie Feltrinelli, quella in Via Vittorio Emanuele Orlando, a Roma.
Entro, e come sempre le "novità" sono esposte sui banchi e gli scaffali nei pressi dell'ingresso. E' qui che dovrei riuscire a trovare il libro che sto cercando, così comincio a scrutare in giro. Storia, Presidenziali Usa, eccetera... Mi volto a destra e scorgo "La fabbrica degli ignoranti", altro libro sulla scuola e l'università di Giovanni Floris, il conduttore di Ballarò.
"Oh, bene, l'argomento è questo, Perotti dovrebbe essere qui vicino", penso. Guardo e riguardo, ma niente.
Così mi arrendo e mi rivolgo al (barbuto e occhialuto) commesso: "Mi scusi, stavo cercando L'università truccata, di Roberto Perotti".
"Aspetti, guardo sul computer".
Dopo un attimo: "Sì, ce l'abbiamo. Deve scendere al piano inferiore".
Recentissima uscita, tema di estrema attualità, autore qualificato... piano inferiore?! Vabbe'...
Scendo le scale. Di fronte vedo subito un altro settore "Novità". Cerco bene ma tra un libro di Krugman e uno di Tremonti non c'è nemmeno l'ombra di quello di Perotti. Così mi aggiro per tutto il piano inferiore in cerca di un'intuizione: "Economia"? "Scienze"? No, neanche lì. In che settore l'avranno messo?
Sono restìo a rivolgermi ai commessi nelle librerie o nei negozi di cd/dvd. Primo perché cercando da soli qualche altra cosa interessante può "trovarvi". Secondo perché penso sempre che abbiano cose più importanti da fare.
Sia pure controvoglia (e già contrariato), decido di recarmi dal secondo (barbuto e occhialuto) commesso, quello del piano inferiore, che questa volta senza bisogno del pc mi fa: "Sì, ce l'abbiamo, mi segua". Lo seguo fiducioso e mi porta in una nicchia quasi sotto le scale, dove finalmente prende il mio libro e me lo porge.
In che settore siamo? "Concorsi". Sì, avete capito bene. In mezzo a tutti quegli anonimi libri colorati che aiutano a prepararsi ai più svariati concorsi. Avete presente? Era "nascosto" lì il libro denuncia/proposta di Perotti sull'università. Spero davvero che lo abbiano voluto nascondere laggiù, perché se fosse stata una scelta spontanea ci sarebbe di che preoccuparsi per il livello di dogmatismo e conformismo ideologico con il quale vengono gestite queste librerie.
Thursday, September 13, 2007
La cultura trasversale della spesa pubblica
La Germania ha ridotto la spesa pubblica dal 48,5% al 44,7% del Pil in quattro anni. Angela Merkel ha fissato l'obiettivo di un ulteriore taglio al 42,5% nel 2009. «Il confronto con il nostro Libro Verde sulla spesa pubblica è stridente». Ne parla Roberto Perotti oggi sul Sole 24 Ore. Si occupa di sanità, giustizia, università, enti locali e impiego pubblico, ma «senza alcun esame specifico dei complicatissimi meccanismi di spesa di alcun settore».
Allora, propone Perotti, sarebbe più utile un «Libro Rosso», che tenti «la difficile analisi dell'incidenza per classi di reddito e tipologie famigliari dei vari tipi di spesa pubblica, e dimostri analiticamente che quando i Policlinici vanno a rotoli chi ci va di mezzo sono le classi meno difese».
«... il Libro Verde si guarda bene dall'affrontare come sia possibile che i Policlinici si riducano nelle condizioni recentemente messe in evidenza dalle inchieste giornalistiche, senza che nessuno paghi e nessuno intervenga. Un altro libro di 500 pagine dovrebbe poi spiegarci come sia possibile che nell'università italiana, nonostante i finanziamenti siano pari a quelli britannici e gli stipendi spesso superiori, la maggior parte dei professori ordinari non abbia mai pubblicato un lavoro scientifico rilevante, e certe facoltà siano colonizzate da poche dinastie famigliari, senza che nessuno paghi e nessuno intervenga. Altre 500 pagine servirebbero per spiegarci come sia possibile che in media una causa di inadempimento contrattuale richieda sei volte più che in Svezia, nonostante i fondi disponibili e il personale della giustizia italiana siano pari o superiori a quelli di molti altri Paesi, senza che nessuno paghi e nessuno intervenga. E così via».Il Libro Verde inoltre non suggerisce nessun correttivo al problema «fondamentale: l'asimmetria tra autonomia di spesa e finanziamenti statali» certi. Ma ce n'è uno «più profondo», culturale: «... grazie all'influenza congiunta delle tre culture dominanti nel nostro Paese - quella cattolica, quella marxista e quella semplicemente clientelare (dove le prime due spesso funzionano da alibi per la terza) - anche per molte persone perfettamente bene intenzionate qualsiasi taglio di spesa è un'operazione di "macelleria sociale". Ma è un problema culturale trasversale: anche il precedente governo, eccetto per la riforma Maroni, non ha fatto niente per tagliare la spesa pubblica, anzi è stato molto prodigo in più occasioni».
Allora, propone Perotti, sarebbe più utile un «Libro Rosso», che tenti «la difficile analisi dell'incidenza per classi di reddito e tipologie famigliari dei vari tipi di spesa pubblica, e dimostri analiticamente che quando i Policlinici vanno a rotoli chi ci va di mezzo sono le classi meno difese».
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