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Wednesday, February 29, 2012

Un nuovo pasticcio che mortifica la libera iniziativa

Anche su Notapolitica

Siamo proprio sicuri che gli interventi governativi volti a chiarire l'area di esenzione dall'Imu per le attività cosiddette "non commerciali" sciolgano una volta per tutte le ambiguità? Il rischio, purtroppo, è che le opacità di cui soprattutto la Chiesa è accusata di approfittarsi siano soltanto trasferite da una terminologia ad un'altra, e che le polemiche siano soltanto rinviate ad una fase di più conflittuale dialettica politica rispetto alla melassa che oggi circonda il governo Monti. Sbaglia chi riduce tutto ad una questione meramente fiscale. La soluzione individuata ha a che fare con la concezione che abbiamo di servizio pubblico, con il ruolo dell'iniziativa privata e del profitto nel nostro Paese.

Ci si è accorti che l'Imu metterebbe letteralmente in ginocchio un pilastro essenziale del nostro sistema educativo e di welfare, costituito da scuole e strutture sanitarie private, principalmente cattoliche, e più in generale il terzo settore, il cosiddetto no profit, la cui rilevanza sociale è riconosciuta dalla legge. Basti pensare che le strutture sanitarie e di assistenza appartenenti a enti ecclesiastici sono 4.712, di cui 1.853 ospedali e case di cura, 136 ambulatori, 121 medi o grandi ospedali; le scuole paritarie cattoliche sono 9.371, a cui sono iscritti 740 mila alunni (dati 2010/2011). Di queste, 6.228 materne, cui vanno aggiunti 399 nidi d'infanzia. Tutti abbiamo ben presente quale sia l'offerta pubblica gestita da enti statali (i cui immobili adibiti alle medesime funzioni sono ovviamente esenti dall'imposta), e dunque comprendiamo l'importanza che sia affiancata da realtà private. L'Imu minerebbe la loro stessa esistenza, o comunque ne limiterebbe di molto l'accessibilità da parte delle famiglie, ad ulteriore danno di un fattore di sviluppo cruciale come l'occupazione femminile, ma anche di libertà costituzionali come quella educativa e di cura.

Che fare? Il principio esposto ieri dal premier Mario Monti in Commissione Industria del Senato sembra abbastanza chiaro: chi fa profitto, paga l'Imu; chi non fa profitto, non lo paga. Magari fosse così semplice. L'imbarazzo è evidente: come giustificare agli occhi dell'opinione pubblica il fatto che l'Imu sia dovuta per la prima casa, quella nella quale si abita, da cui non si ricava alcun profitto e la cui funzione sociale è eclatante, indiscutibile, mentre vengono esentati enti che richiedono rette e conti da migliaia, e in alcuni casi decine di migliaia di euro, che ricevono finanziamenti regionali, investono soldi, danno lavoro, sono governati da consigli di amministrazione e dirigenti ben retribuiti, in poche parole che funzionano come un'impresa? L'idea è che per rendere socialmente accettabile l'esenzione dall'Imu di tali meritevoli attività basti etichettarle come «concretamente non commerciali», in poche parole no profit. Il criterio base ovviamente è il riconoscimento di rilevanza sociale e che eventuali avanzi di bilancio non rappresentino in alcun modo profitto, ma ulteriore sostegno all'attività, didattica o di assistenza.

Ma questa definizione può reggere, o al contrario apre la strada a ulteriori equivoci, fraintendimenti, e quindi contenziosi giuridici? Si può, nell'ambito di una stessa imposta, tassare alcuni soggetti sulla base del mero possesso di un bene, ed esentare altri sulla base della sua non redditività (all'atto pratico solo presunta)? E siamo sicuri che la rinuncia a qualsiasi forma di profitto non si riveli, alla lunga, un danno per gli stessi privati impegnati nel "sociale"?

Molte comunissime attività economiche possono rivendicare la loro valenza "sociale". Il nostro ordinamento riconosce il beneficio, in termini di reddito, ricchezza e progresso sociale, derivante da qualsiasi attività, purché non sia contraria alla legge e alla pubblica sanità e sicurezza. E tali attività possono trovarsi in pareggio o, peggio, in perdita, quindi in no profit, per semplice incapacità imprenditoriale a stare sul mercato. Non sono forse "servizio pubblico" e non hanno rilevanza sociale una farmacia, lo studio di un avvocato, o una ditta di trasporti? E se concludessero il loro anno in pareggio, o in perdita, non dovrebbero anch'essi venire esentati dall'Imu? Giustificando con l'assenza di profitto l'esenzione da un'imposta di natura patrimoniale, cioè sul possesso di un bene, si apre una evidente contraddizione.

L'impressione è che imporre l'etichetta no profit, non commerciale, per concedere a un privato che fa servizio pubblico un'esenzione fiscale, nasconda il perpetuarsi nella nostra società, e nella nostra classe di tecnici e di politici, di un pregiudizio sfavorevole alla libera iniziativa economica e al profitto. Continuiamo a pensare che un servizio è pubblico solo se direttamente gestito dallo Stato; un privato può farlo, a patto che si organizzi come un ente statale e rinunci al profitto. La legge 62 del 2000 sulla parità scolastica fissa standard non solo formativi e qualitativi, ma anche organizzativi, col rischio di riprodurre nel privato sprechi e inefficienze statali; ora alle scuole paritarie si chiede di rinunciare al profitto se non vogliono pagare l'Imu. Se poi qualche euro di profitto ci scappa, com'è fisiologico in una gestione efficiente, lo Stato è pronto a chiudere un occhio, purché non si dica, e l'ipocrisia no profit non sia smascherata. La cultura cattolica condivide lo stesso pregiudizio negativo nei confronti del "lucro" e ciò spiega almeno in parte perché in Italia siano prevalentemente enti ecclesiastici – più inclini al compromesso e più solidi economicamente – a operare nel settore educativo e nella sanità privati.

Nel futuro prossimo, se non altro per motivi demografici, lo Stato non avrà le risorse per provvedere ad una sempre più forte domanda di eccellenza educativa, di formazione permanente, e di assistenza alla popolazione anziana. I privati devono entrare nel settore educativo e del welfare. E costringerli a scegliere tra rinuncia al profitto e più tasse non è il miglior incentivo. Il profitto deve entrarci, perché il servizio pubblico, la funzione sociale espletati traggono ancora più forza da un'organizzazione economica che prevedendo il profitto tende alla propria sostenibilità finanziaria e imprenditoriale.

Riguardo gli immobili in cui si svolgono attività promiscue, sia commerciali che non commerciali, l'emendamento del governo rischia di non mettere fine alle opacità, laddove prevede che l'esenzione sia limitata alla sola «frazione» di unità nella quale si svolga l'attività di natura non commerciale, e cioè che si pagherà l'Imu solo sulla porzione utilizzata a fini commerciali. Ma come calcolare, e soprattutto chi dovrà calcolare le frazioni? Basterà un'auto-dichiarazione del proprietario, vincolata ad un meccanismo ministeriale di individuazione del rapporto proporzionale tra attività commerciali e non esercitate all'interno di uno stesso immobile. Il cui rispetto però dipenderà da controlli ex post. Le polemiche non finiranno qui.

Thursday, February 16, 2012

Esenzioni Imu, ambiguità rientrano dalla finestra?

Il governo ha annunciato un emendamento per chiarire, si spera una volta per tutte, l'area di esenzione dall'Imu riservata a tutti gli enti non commerciali, una questione che si tende a ridurre alle attività e ai privilegi della Chiesa ma che in realtà riguarda anche sindacati, partiti e in generale il settore no-profit. E' senz'altro un passo nella direzione giusta, che si deve anche alla disponibilità della Chiesa in un contesto economico che ha richiesto sacrifici da parte di tutti gli italiani, ma che forse dimostra anche come negli anni scorsi siano mancati interventi chiarificatori più per la sudditanza dei politici, ansiosi di accreditarsi oltretevere, che per l'intransigenza delle gerarchie ecclesiastiche nel rifiutare di affrontare il problema.

Detto questo, siccome pare che a Monti le cose basti annunciarle e tutti le danno per fatte, mi sono chiesto: i criteri indicati consentono davvero di risolvere in modo definitivo la questione? Sarò prevenuto, ma l'ambiguità rischia solo di spostarsi dall'infelice dizione di «attività non esclusivamente commerciale» al «rapporto proporzionale» che dovrà essere individuato tra attività commerciali e non all'interno di uno stesso immobile. Il comunicato del governo specifica che «l'esenzione fa riferimento agli immobili nei quali si svolge in modo esclusivo un'attività non commerciale», dunque stabilisce «l'abrogazione di norme che prevedono l'esenzione per immobili dove l'attività non commerciale non sia esclusiva, ma solo prevalente». E fin qui sarebbe perfetto: l'attività non commerciale dev'essere esclusiva per godere dell'esenzione sull'immobile. Se non fosse che si introducono altri due criteri che rischiano di contraddire i primi e di far rientrare dalla finestra la suddetta ambiguità. E cioè che se nello stesso immobile si svolgono attività sia commerciali che non, l'esenzione è «limitata alla sola frazione di unità nella quale si svolga l'attività di natura non commerciale». Dunque, si rende necessario un meccanismo di «individuazione del rapporto proporzionale tra attività commerciali e non commerciali esercitate all'interno di uno stesso immobile».

Poniamo il caso di un immobile di 100 mq dove si svolgano sia attività commerciali che non. Ebbene, si pagherà l'Imu solo sulla porzione utilizzata a fini commerciali. Ma come verrà calcolata, e soprattutto chi dovrà calcolarla? Mi pare che nel comunicato si parli di una «dichiarazione» del proprietario «vincolata a direttive rigorose stabilite dal Ministero dell'economia e delle finanze». Aspettiamo quindi di leggere il testo dell'emendamento.

Friday, December 09, 2011

Troppi furbetti su Ici e Irpef

Sul fronte fiscale della manovra è il caso di insistere nel provare a sfatare alcuni falsi miti. E' falso che il governo Monti non abbia toccato le tasse sui redditi personali: da gennaio infatti aumenta, per tutti gli scaglioni, l'addizionale regionale Irpef, il che significa buste paga più leggere in media di 62-132 euro annui. E ci vuole una fervida immaginazione per considerare l'Ici non una pesante patrimoniale ma una tassa sui servizi, come si sforza di spiegare Monti. Se fosse davvero una tassa sui servizi che i comuni erogano, si dovrebbe applicare a tutti i residenti, a prescindere dalla proprietà o meno della loro abitazione.

Riguardo il tema delle esenzioni c'è poco da scaldarsi, è inutile addentrarsi in interminabili e dotte disquisizioni normative. Senza voler colpevolizzare la Chiesa o il settore no-profit, è evidente - perché altrimenti la materia non sarebbe così ripetutamente all'attenzione delle autorità europee e delle alte corti italiane - che l'attuale normativa ha generato, e sta alimentando, una zona grigia nella quale è difficile distinguere tra esenzioni lecite e illecite. In ogni caso, a mio avviso, la reintroduzione dell'Ici sulla prima casa (inaccettabile se non compensata da un alleggerimento almeno equivalente sui redditi) taglia la testa al toro. Sarebbe incomprensibile infatti aggrapparsi alla «funzione sociale» o «no-profit» quando di tutta evidenza non c'è nulla di più "sociale" e "no-profit" della casa in cui si abita, su cui anzi spesso c'è il gravoso onere del mutuo. Se i cittadini pagano l'Ici anche sulla prima casa, nemmeno il padreterno in persona reclamerebbe il diritto all'esenzione. Questo vale per gli enti ecclesiastici, ma ancor di più - non bisogna mai scordarselo - per partiti, sindacati e camere di commercio.

Wednesday, December 07, 2011

Su 30 miliardi quasi 25 sono nuove tasse

Anche su Notapolitica

Dalla lettura della relazione tecnica che accompagna il decreto varato domenica sera dal governo si può comprendere con maggiore precisione la reale portata della manovra. In particolare, il rapporto tra nuove tasse e tagli alla spesa sembra molto diverso da quello annunciato dal viceministro Grilli (17-18 miliardi di nuove entrate e 12-13 di tagli). In realtà, sui 30 miliardi complessivi le nuove tasse pesano per 21,6 miliardi, e sfiorano i 25 con la clausola di salvaguardia sull'Iva.

Ma entriamo nel dettaglio. L'anticipazione, che nel decreto viene definita «sperimentale», dell'Imposta municipale propria, la nuova Ici, dovrebbe assicurare un gettito di 11 miliardi di euro l'anno. E' poi prevista una maggiorazione della tassa sui rifiuti di 1 miliardo. L'aumento delle accise sui carburanti porterà nelle casse dell'erario 4,827 miliardi nel 2012. Nello stesso anno l'imposta di bollo sui prodotti finanziari e la tassa sui capitali scudati porteranno rispettivamente 1,043 e 1,095 miliardi. Solo 453 milioni valgono invece le imposte sui beni di lusso (auto, barche e aerei). Siamo già a 19,418 miliardi. Ma la riduzione della compartecipazione Iva destinata al finanziamento del fabbisogno sanitario delle regioni (2,085 miliardi + 130 milioni) non può essere contabilizzata nei tagli alla spesa perché compensata da un aumento dallo 0,9 all'1,23% delle addizionali regionali Irpef. Si tratta di 2,2 miliardi di nuove tasse sui redditi personali, che si applicano a tutti gli scaglioni. Siamo così arrivati alla cifra di 21,633 miliardi nel solo 2012. Sempre che dal primo ottobre non scatti l'aumento dell'Iva previsto dalla clausola di salvaguardia per ulteriori 3,280 miliardi. In questo caso le nuove tasse sfiorerebbero i 25 miliardi.

Tra i tagli alle spese restano i 2,767 miliardi delle disposizioni sulle pensioni (che arrivano tutti dalla deindicizzazione perché la riforma vera e propria comincerà a produrre i suoi benefici nel medio-lungo termine) e 2,785 miliardi di concorso alla manovra da parte degli enti territoriali. Trascurabile il contributo dalla soppressione di enti e organismi, solo 22 milioni nel 2012.

Tuesday, December 06, 2011

Perseverare è diabolico

I mercati hanno indubbiamente promosso la manovra del governo Monti. La Borsa ieri ha guadagnato tre punti circa e lo spread è calato di 100 punti in due giorni - anche se bisogna annotare che i bonos spagnoli hanno seguito la stessa dinamica dei btp italiani rispetto ai bund tedeschi, sottolineando ancora una volta la forte influenza del contesto europeo sull'andamento dei nostri titoli. Anche le istituzioni e gli osservatori europei hanno espresso apprezzamento. Questo perché bene o male la manovra questa volta è stata concepita puntando su due riforme chiare, comprensibili, e di grande impatto sui conti presenti e futuri: pensioni e Ici. Due grossi arrosti invece dei mille coriandoli di Tremonti.

Per di più - da non trascurare - proprio il regime privilegiato di noi italiani nella tassazione sugli immobili e nell'età di pensionamento era motivo di invidia e irritazione in Europa, e soprattutto in Germania. Non credo sia stato un caso che l'azione del governo sia stata così incisiva proprio su questi due fronti. Il risultato che si voleva ottenere in termini politici è probabilmente una maggiore leva diplomatica proprio nei confronti di Berlino.

Monti ha rifiutato la concertazione con i sindacati sulla previdenza, considerandola giustamente materia di competenza esclusiva del governo, ma vi ha fatto esplicito riferimento a proposito della riforma del mercato del lavoro; di liberalizzazioni (professioni e municipalizzate) non se ne vedono; di corpose dismissioni di patrimonio pubblico nemmeno; di riduzione ordinamentale (non solo attraverso forme di deducibilità) delle tasse su lavoro e imprese neanche a parlarne, nonostante le autorità Ue avessero suggerito esplicitamente uno spostamento del carico fiscale piuttosto che un appesantimento.

Dal punto di vista fiscale quindi la manovra è un'immensa patrimoniale, sulla casa e sulle attività finanziarie, che avrà quasi certamente effetti recessivi che potrebbero rendere necessaria un'ulteriore correzione dei conti. Tagli alle spese pochissimi, tra l'altro in parte compensati dall'aumento delle addizionali regionali Irpef, quindi con nuove tasse. Troppo poco è stato fatto per la crescita e nulla per abbattere lo stock di debito. Si dirà che anche i precedenti governi negli ultimi dieci anni non hanno fatto altro che aumentare le tasse, ma questo non è un buon motivo per perseverare nell'errore, che tutti sanno essere pratica «diabolica».

Se il Financial Times promuove con riserva la manovra, il Wall Street Journal si mostra invece critico. In uno dei suoi editoriali osserva che «le nuove misure di bilancio annunciate in Italia suggeriscono che il vecchio gioco è lungi dall'essere finito». La manovra è troppo sbilanciata sugli aumenti di tasse e di corto respiro sulle riforme. Il nuovo premier, prosegue il WSJ, «sembra intenzionato a seguire la Grecia sulla via, tracciata da Ue-Fmi, di rincorrere entrate fiscali a danno della crescita economica». Bene la riforma delle pensioni, ma la manovra - sottolinea il quotidiano finanziario Usa - «non fa niente per affrontare il problema principale del mercato del lavoro italiano: l'impossibilità di licenziare per le aziende con 10 o più dipendenti. Il presunto diritto ad un posto di lavoro per la vita, iscritto nell'italiano articolo 18, è il singolo più grande ostacolo alla razionalizzazione dell'economia italiana». «Le riforme di Monti - conclude il WSJ - riflettono soltanto una mentalità comune a Bruxelles, che antepone le entrate fiscali ad una prosperità di lungo termine».

Critico anche Alberto Mingardi, direttore del Bruno Leoni: «Si chiede alle famiglie di stringere la cinghia ma non dimagrisce lo Stato: chiedere ulteriori sacrifici a cittadini già tartassatissimi, senza contemplare una privatizzazione una, sembra quasi una beffa». «Se lo Stato italiano funziona male - osserva - non è che dandogli più risorse funzionerà meglio». Nessuno continuerebbe a mettere benzina in un «serbatoio rotto». In definitiva, conclude, «la questione è molto semplice: senza libertà economica, non ci sarà crescita. E più libertà economica vuol dire meno prelievo fiscale, non di più».

Critiche anche da Lavoce.info, che mette in guardia dalla «sindrome greca», la possibilità non troppo paradossale che la manovra presentata con l'obiettivo di azzerare il deficit entro il 2013 finisca in realtà «per generare una recessione tale da far calare il Pil più di quanto faccia calare il deficit». E agire aaumentando le tasse o tagliando la spesa non è scelta neutra per la crescita:
«Nei Paesi nei quali si è scelto di tagliare il deficit aumentando le tasse la spesa pubblica è ritornata a crescere rapidamente. Nei Paesi in cui si è ridotta la spesa, le cose sono andate diversamente: le riduzioni di spesa e la parallela riduzione del deficit sono state più durature e hanno consentito l'attuazione di riduzioni di imposta nel corso del tempo».
«Per questo - conclude Lavoce - per tenere lontano la sindrome greca, Monti deve includere e dare rapida attuazione da subito all'unica svalutazione oggi alla portata di mano dell'Italia: la riduzione del costo del lavoro».

Monday, December 05, 2011

Patrimoniale, patrimoniale, patrimoniale

Ci sarà tempo per studiare tabelle e saldi, ma dopo una conferenza stampa di una lunghezza, una vaghezza e anche una reticenza francamente irritante sui numeri, ciò che emerge della manovra è un'immensa patrimoniale che colpisce i cittadini, sia sulla casa sia sulle attività finanziarie, mentre il patrimonio dello Stato resta intatto. Chi sta pagando, o dovrà iniziare a pagare, un mutuo sulla prima casa si prepari a versare una 13ma rata allo Stato. A proposito, una domanda chiave: pagheranno l'Ici anche sindacati e Vaticano?

Nulla, ma proprio nulla, invece, sulle dismissioni del patrimonio pubblico. Dunque, nessun abbattimento dello stock di debito, che non scenderà certo con la crescita, azzerata almeno per i prossimi due anni, e che resterà il target preferito dei mercati per testare la solidità dell'euro. Le liberalizzazioni riguardano alcuni farmaci e l'orario degli esercizi commerciali, robe già parzialmente liberalizzate, mentre ancora nulla sugli ordini professionali, né risultano norme di enforcement per la privatizzazione delle municipalizzate (sono lì i veri costi della politica). E' vero che la patrimoniale sulla casa, anche sulla prima, e l'aumento dell'Iva erano misure contenute nelle indicazioni dell'Ue, ma si esplicitava che dovessero servire per una riduzione del carico fiscale su lavoro e imprese, che invece nella manovra non c'è.
Inoltre, pare di capire che una parte cospicua dei 12-13 miliardi contabilizzati come tagli alla spesa, cioè i minori trasferimenti alle regioni per la spesa sanitaria, vengono compensati da un aumento delle addizionali Irpef, e quindi di fatto vengono alzate anche le tasse sui redditi personali. Insomma, il governo dei professori vara l'ennesima manovra per i 2/3, se non i 3/4, di nuove tasse, esattamente la proporzione del precedente governo, mentre mancano ancora la crescita e l'abbattimento del debito.

Il primo colpo del governo Monti purtroppo è un flop. Solo l'autorevolezza del premier, il saldo complessivo e il tanto atteso intervento sulle pensioni ci mettono nelle condizioni di poterci presentare in Europa, di fronte alla Merkel, con i "compiti a casa" fatti, e quindi di chiedere politiche più incisive a difesa del rifinanziamento del nostro debito pubblico. E' ciò che sta determinando gli effetti positivi sui mercati e sullo spread, stamattina tornato sulla soglia dei 400. Ma siamo già in recessione e questa ennesima stretta fiscale avrà effetti ancor più recessivi. La manovra, per centrare l'obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013, è calcolata sulla base di una contrazione del Pil dello 0,5% nel 2012, ma è probabile che il peggioramento ulteriore della stima richieda un nuovo intervento, e quindi è alto il rischio di avvitarci in una spirale di recessione più accentuata e ulteriori strette fiscali, come la Grecia.

Si dirà che il tempo stringeva e non c'erano alternative, che siamo arrivati a questo punto per responsabilità del precedente governo che non ha voluto/saputo realizzare le riforme necessarie. E ciò è sicuramente vero, senza dimenticare le formidabili opposizioni a quelle riforme. Ma fino a quando la colpa sarà di Berlusconi? Certo non potevamo aspettarci che con un colpo di bacchetta magica venissero realizzate le riforme che mancano da oltre un decennio, ma siamo sicuri che non si potesse (e quindi dovesse) fare di più, e che questa manovra rappresenti almeno un'inversione di tendenza? Oppure che non sia, piuttosto, solo l'ennesimo conto salato presentato agli italiani (come Amato nel 1992) pur di evitare di affondare il bisturi sul vero malato, che è lo Stato? Siamo sicuri che nuove tasse sia il viatico migliore per ridurre il perimetro dello Stato? Se è vero, come scriveva Di Vico qualche giorno fa, che Monti e i suoi hanno «un solo colpo in canna», a me pare che questo colpo oggi sia andato a vuoto. Speriamo ne abbiano altri.

Wednesday, November 30, 2011

Errori che Monti non può commettere

Anche su Notapolitica

Non servono politiche "eque", ma politiche che funzionino

Se ci è arrivato anche il "politicamente corretto" Corriere della Sera si vede che non siamo gli unici ad avvertire il pericolo. «Meglio decidere che concertare», è il titolo dell'editoriale di ieri a firma Dario Di Vico. Lo ripetiamo da giorni, da quando abbiamo ascoltato Mario Monti neo premier esibire al Senato un compiaciuto gusto per la concertazione. Che sia con i partiti o con le forze sociali, concertare in Italia significa non decidere un bel niente. E anche Di Vico è consapevole che il governo «ha un solo colpo in canna»: anche se può arrivare al 2013 ha in realtà poco tempo, due/tre mesi, per spingere sulle riforme strutturali necessarie a far ripartire l'economia italiana. Trascorso questo periodo, rischia di restare impantanato da veti e contro-veti.

Dunque, il primo errore in cui Monti non può assolutamente permettersi di incappare è lo stesso in cui hanno invece perseverato Tremonti e i suoi predecessori, ossia dividere in due fasi temporalmente distinte rigore e crescita. Con la scusa che per scrivere le riforme ci vuole tempo (mentre tassare è come prelevare da un bancomat), e di voler cercare «il consenso delle parti sociali», si conviene come prima cosa di aggiustare i conti pubblici a colpi di strette fiscali, rimandando il momento delle riforme alle settimane e ai mesi successivi, quindi di fatto indefinitivamente.

Secondo errore che Monti deve evitare in tutti i modi di commettere: reiterare le solite manovre basate per i 2/3 o i 3/4 su nuove entrate, cioè nuove tasse. E' esattamente ciò che tutti gli osservatori, innanzitutto i mercati ma anche quelli istituzionali come la Banca d'Italia e la Corte dei Conti, hanno rimproverato alle due manovre estive sfornate dal precedente governo con farina del sacco Tremonti, cioè di essere sbilanciate sul versante delle entrate rispetto a quello dei tagli alla spesa. Sarebbe davvero il colmo, e probabilmente un colpo letale per la nostra economia, se il governo d'emergenza chiamato a correggere i vizi del passato li riproponesse tali e quali.

Tutti si riempiono la bocca con la parola «crescita», ma al dunque, a leggere i giornali e ascoltando anche i più insospettabili programmi televisivi e radiofonici, sembra che non ci rimanga altro che scegliere a quale tassa impiccarci: patrimoniale o Ici? Iva o Imu? Oppure, ancora meglio, di tutte un po'? Con l'ipotesi ormai certa di una contrazione del Pil dello 0,5% nel 2012, si calcola che servono circa 15-20 miliardi di euro per centrare il pareggio di bilancio nel 2013. Senza tenere conto però che ulteriori strette fiscali in questo momento avrebbero l'effetto di deprimere ancora di più l'economia, e proprio incidendo negativamente sul denominatore del rapporto deficit/Pil allontanerebbero anziché avvicinare l'obiettivo del pareggio di bilancio, rendendo inevitabili altre manovre, con il rischio di un avvitamento simile a quello che sta soffrendo la Grecia: deficit, che richiede una stretta fiscale, che aggrava la recessione, che apre nuovi buchi di bilancio, i quali richiedono nuove strette fiscali e così via.

Impostare il problema in termini di "sacrifici", di "lacrime e sangue", non è solo fuorviante, è pericoloso. Il sacrificio utile è lavorare di più e meglio; pagare più tasse sarebbe un sacrificio dannoso oltre che inutile. Ai mercati in questa fase non interessa se a causa della recessione ormai certa nel prossimo anno non centreremo il pareggio di bilancio ma ci avvicineremo soltanto alla meta. Vogliono vedere prima di qualsiasi altra cosa se siamo in grado di realizzare riforme strutturali impopolari che in prospettiva ci facciano tornare a crescere a ritmi almeno del 2%; gradirebbero un abbattimento dello stock del debito, possibile con dismissioni di patrimonio pubblico non di 1 un punto di Pil in tre anni ma di 5 punti l'anno. Non servono quindi politiche di «equità», se per «equità» si intendono misure demagogiche per far vedere che "anche i ricchi piangono". Servono politiche che funzionino.

Purtroppo un governo non di tecnici, ma per lo più di burocrati da anni ai vertici della malagestione della cosa pubblica, sembra sprovvisto di ciò che serve sopra ogni cosa: una mentalità sburocratizzante. Bisogna "destatalizzare" il Paese e inventare nuove tasse significa fare esattamente il contrario: statalizzare quote ulteriori di ricchezza. Diverso sarebbe spostare il carico fiscale, aumentarlo sui patrimoni (Ici) e sui consumi (Iva), per ridurre contestualmente e significativamente il peso delle imposte sul lavoro e sull'impresa, cioè sulle attività produttive, a patto quindi che il saldo per lo Stato in termini di pressione fiscale complessiva risulti negativo.

Friday, November 18, 2011

Tasse certe, riforme forse

Anche su Notapolitica

Tutto molto bello e molto liberale, tutto molto ben argomentato e documentato, come nelle relazioni di Bankitalia. Come si fa a dire no a Monti? Bisogna dirgli sì, ma il diavolo si nasconde nei dettagli. Il metodo e la tempistica sono ininfluenti forse per l'incedere lineare di una lezione accademica, ma non in politica. E sono questi i punti deboli del bel discorso di Monti: nuove tasse si possono imporre da domani, mentre di riforme strutturali se ne parla «nel tempo» e solo «con il consenso delle parti sociali». Insomma, la tosatura può partire immediatamente e senza lungaggini concertative, mentre per le riforme che servono davvero per la crescita si va dai tacchini a chiedergli di anticipare il Natale, quando servirebbe un piglio thatcheriano invece che un certo gusto per la concertazione. Evidentemente Monti crede di avere molto tempo a sua disposizione e di poter convincere i tacchini facendo "piangere i ricchi", o i presunti tali.

Auguri, ma temo non sia così facile. E' ragionevole che il nuovo premier guardi all'orizzonte della fine della legislatura, ma come ogni altro governo, se vuole davvero realizzare le riforme impopolari, farebbe bene a giocarsi tutte le sue carte migliori e a spendere tutta la sua autorevolezza durante la cosiddetta "luna di miele", in questo caso nei primi due/tre mesi, non oltre febbraio-marzo. Fino ad allora le forze politiche e sociali dovrebbero pagare un prezzo politico troppo elevato per staccare la spina e saranno più inclini a digerire misure sgradite. Oltre questo termine temporale, Monti rischia di farsi impantanare. La sua prosa al Senato è stata molto meno tagliente e icastica di quella dei suoi editoriali. La prudenza con la quale ha evitato di affondare la lama e di scendere nel dettaglio può essere dovuta al fatto che sta ancora elaborando le soluzioni più adeguate, oppure al timore di suscitare forti opposizioni fin da subito. In questo secondo caso, le sue buone intenzioni rischiano di evaporare in Parlamento o perdersi nei riti della concertazione.

Monti è stato abbastanza chiaro su fisco e mercato del lavoro, mentre è stato molto vago su pensioni, liberalizzazioni (delle professioni e dei servizi pubblici locali) e sulle dismissioni. Reintroduzione dell'Ici sulla prima casa; patrimoniale ordinaria, ma solo per ridurre il carico fiscale su lavoro e imprese; tassazione preferenziale per le donne; linea Marchionne per lo «spostamento del baricentro della contrattazione collettiva verso i luoghi di lavoro»; linea Ichino su licenziamenti e welfare.
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Tuesday, June 03, 2008

I petrolieri la faranno pagare a noi la «supertassa»

Nel suo editoriale di oggi, sul Corriere, Giavazzi promuove i primi passi del sottosegretario per il Commercio estero Adolfo Urso, che «crede nell'apertura dei mercati» e chiede solo «reciprocità» ai paesi emergenti, e la determinazione con la quale il ministro Brunetta ha avviato il dibattito sulla riforma in senso meritocratico della pubblica amministrazione. Ma il primo vero test per la politica economica del governo sarà a fine giugno, quando insieme a un decreto per anticipare la Finanziaria 2009 verrà adottato «un piano triennale per la stabilizzazione della finanza pubblica e lo sviluppo economico». Dal governo ci aspettiamo ulteriori passi avanti nella liberalizzazione delle professioni e dei servizi pubblici locali.

Giavazzi rimanda a quel momento il giudizio su Tremonti, ma indica alcuni motivi di dissenso dalle prime mosse del ministro dell'Economia. In effetti, è discutibile l'idea di una Banca del Sud, già sperimentata per ben due volte in passato con esiti fallimentari. Non si capisce quali vantaggi abbiano portato ma si sa benissimo quanto siano costate ai contribuenti. La scelta di Intesa-Sanpaolo come consulente del governo per l'ennesimo tentativo di privatizzare Alitalia è davvero bizzarra, nasconde probabilmente il fallimento del tentativo di Ermolli (e il primo della terza era berlusconiana): non c'è nessuna cordata italiana e all'orizzonte non si vedono partner industriali esteri. Ma sul capitolo Alitalia avremo modo di tornare in seguito.

Giavazzi contesta anche la decisione di ridurre le tasse partendo dall'eliminazione dell'Ici, ma qui dissentiamo. Sarà anche stata una tassa «federalista», ma rigiriamo l'argomentazione: proprio con l'Ici dovrebbe partire la fiscalità federalista? Mai tassa fu più iniqua dell'Ici sulla prima casa. Si troveranno altri modi, magari spostando quote dell'Irpef sulle addizionali, per dar vita al federalismo fiscale e alla concorrenza fiscale tra regioni.

Per il momento, ci dobbiamo accontentare di un Tremonti versione Robin Hood, che demagogicamente si inventa una nuova tassa, addirittura una «supertassa» (ma non avevano promesso di non aggiungere tasse?) sui petrolieri. «L'idea è di ragionare sui profitti e non di applicazione dell'Iva alla pompa»: tassazione «straordinaria» su profitti «straordinari». Così Tremonti s'illude di colpire la speculazione, ma chi credete che ci rimetterà? A chi faranno pagare la nuova tassa i petrolieri? A noi. Non sarà una tassa alla pompa ma a loro basterà aumentare i profitti alzando i prezzi per ammortizzare il nuovo prelievo. Tremonti mette le mani nelle tasche degli italiani passando per quelle dei petrolieri, usandoli come esattori.

Wednesday, May 21, 2008

I primi passi su rifiuti, tasse e sicurezza: 6+

E' impossibile prevedere cosa può capitare a Napoli sulla questione rifiuti, dopo che ogni giorno ci tocca assistere a qualcosa cui il giorno prima mai avremmo pensato di assistere, ma le misure adottate dal primo CdM mi sembrano adeguate alla gravità della situazione, in particolare non tanto l'idea di "secretare" i siti delle nuove discariche, che comunque compariranno sulla Gazzetta ufficiale, ma l'idea di rendere questi siti «aree di interesse strategico-militare», con ciò che ne consegue dal punto di vista del presidio e dei reati cui incorrono gli eventuali sabotatori. Mi aspetto però un atteggiamento più duro nei confronti degli enti locali responsabili, ricorrendo se necessario al loro scioglimento. Un 6 d'incoraggiamento.

Tasse. L'abolizione dell'Ici sulla prima casa rimane un'ottima iniziativa. Qui non sono affatto d'accordo con Giavazzi, cui l'Ici piaceva come imposta "federalista". Pazienza, quando si abolisce una tassa - per di più palesemente iniqua come quella sulla prima casa, per il 99% degli italiani frutto di anni di sacrifici e stipendi già altamente tassati - c'è sempre da gioire.

Quanto alla detassazione di straordinari e premi produttività c'è da essere molto delusi, perché la logica con cui si è mosso questo governo è quella dei precedenti. Quando si tratta di detassare, si alzano asticelle a destra e manca fino a che ti accorgi che ad usufruire dello sconto rimangono in pochi. Innanzitutto (prima asticella), non si tratta di una detassazione totale, ma di un abbassamento dell'aliquota al 10%. A beneficiarne (seconda asticella) saranno solo quei lavoratori con un reddito lordo (!) inferiore a 30 mila euro: soglia "secca", e non graduale (!). Inoltre (terza asticella), la retribuzione straordinaria detassabile non potrà superare il tetto di 3 mila euro totali. Insomma, chi ci rientra mi faccia un fischio.

Continuo a ritenere che per rivitalizzare i cittadini di questo Paese si debba partire da uno shock fiscale, tagliando direttamente le aliquote irpef, ma se non altro questo governo promette di voler tagliare la spesa pubblica ricorrendo anche - parole di Tremonti - a un «piano di liberalizzazioni, semplificazioni e privatizzazioni». Saremo più in grado di esprimere un primo giudizio sulla politica economica del governo dopo la presentazione del Dpef. Senza voto

La possibilità di rinegoziare i mutui prima casa a tasso variabile accesi prima del 2007 potrebbe significare un ampio sospiro di sollievo per circa 1.250.000 famiglie. L'accordo, secondo alcune stime diffuse dall'Abi, considerando un mutuo ventennale di 80 mila euro, garantirebbe un minor esborso di circa 850 euro su base annua.

Sicurezza. Non sono ancora ufficiali i provvedimenti varati oggi dal CdM. Da quanto trapela, però, non ci sarebbe nulla di così scandaloso, neanche l'eventuale introduzione del reato di immigrazione clandestina, che comunque passerebbe non per decreto ma per disegno di legge. Almeno tre le misure più che convincenti: il recepimento pieno della direttiva Ue sull'espulsione anche dei comunitari che dopo i tre mesi non hanno di che vivere; i maggiori poteri ai sindaci; la banca dati del Dna. Azzardiamo un 7.

In generale, personalmente rimango scettico riguardo all'efficacia dell'introduzione di nuovi reati, aumenti di pena, maggiori risorse o assunzioni. Secondo me, la via maestra per assicurare ai cittadini maggiore sicurezza sta nel far rispettare con maggiore rigore le leggi che già ci sono e nel controllo del territorio. Spetta a coloro che amministrano la giustizia e che comandano le forze dell'ordine, su spinta della politica, cambiare il paradigma della gestione delle loro risorse, umane e finanziarie. Lavorare, lavorare, lavorare, per quanto riguarda i magistrati, mentre le forze dell'ordine dovrebbero tornare alla logica dello scontro fisico, sul terreno, con la criminalità. Impedire che si compiano i reati, non perseguirli successivamente. Detto esplicitamente: pattugliare e sparare.

Tuesday, February 12, 2008

Primi vagiti dei programmi: poco coraggio

Tirando le somme dal primo confronto tra i due programmi economici di Pd e PdL, nelle interviste a Rossi e a Brunetta ieri su la Repubblica, c'è di che rimanere preoccupati.

Renato Brunetta scommette su un tesoretto la cui esistenza è sempre più incerta. L'altro giorno Il Sole 24 Ore ha addirittura dedicato un'intera pagina a un probabile buco di 7 miliardi di euro e la Corte dei Conti giorni fa denunciava una spesa corrente «fuori controllo».

L'obiettivo di ridurre dell'1% sia la spesa pubblica che la pressione fiscale nel 2008 va nella direzione giusta, ma non mi sembra poi così coraggioso e adeguato alle urgenze che sta soffrendo il nostro Paese. E inoltre appaiono obiettivi alla portata anche di Veltroni.

Ancor meno coraggiosi gli impegni sulla riduzione fiscale. Non si parla, per ora, di veri e propri tagli delle aliquote, ma di interventi sulla cosiddetta «contrattazione di secondo livello»: detassazione degli aumenti salariali legati ai risultati e degli staordinari. Una mancia che, se non proprio impercettibile rischia comunque di non modificare in modo apprezzabile le buste paga. Forse capace di provocare un breve sussulto alla produttività, ma certo non di produrre effetti rilevabili sul potere d'acquisto.

Escluso, per ora, un intervento sulle pensioni. Ciò significa che i giovani, precari e non, continueranno a pagare di tasca propria pensionati neanche sessantenni, a non vedere uno straccio di riforma per rendere universali gli ammortizzatori sociali né all'orizzonte la loro futura pensione.

Gli unici impegni forti anticipati da Brunetta sono l'abolizione dell'Ici e il pareggio di bilancio già nel 2009, che darebbe fiato alla nostra economia. Riguardo le liberalizzazioni, Brunetta sostiene che «il clima è cambiato anche nel centrodestra: decideremo favorendo i consumatori, senza riguardi». Promette che non verrà adottato il metodo Bersani, che «concertava con gli amici e decretava sui nemici». Sarà, ma intanto sembra contraddirsi nella stessa intervista, invocando «spazio al mercato nelle utilities locali» e tacendo, guarda un po', sulle professioni, avvocati e notai.

Anche Nicola Rossi, economista di sinistra liberale chiamato da Veltroni a elaborare il suo programma economico, cita come area di un primo intervento la «contrattazione di secondo livello»: detassazioni «strutturali» legate alla produttività.

E la sorpresa è che, pur senza impegno, almeno Rossi a differenza di Brunetta cita le aliquote, «una diversa struttura» da finanziare con gli extragettiti o con tagli alla spesa. E aggiunge liberalizzazioni a palate, ma pare nessun taglio dell'Ici.

Insomma, da queste due interviste si scorgono impostazioni molto, troppo simili. Entrambe poco coraggiose, rivelano che i loro autori sembrano non aver ancora preso le misure alla crisi italiana. Un approccio timidamente riformista del PdL, invece che nettamente liberale, in campagna elettorale potrebbe favorire il Pd. Che sia stato Rossi, e non Brunetta, a parlare di aliquote dovrebbe allarmare i liberisti del PdL. Se a ciò aggiungiamo il solito Tremonti, che con i venti di recessione economica vorrà proteggere l'Italia dai mercati e non nei mercati, per ora appare ben poco - troppo poco - di liberale e liberista nell'offerta del PdL.

Tuesday, August 28, 2007

La Chiesa cattolica paga meno degli altri?

La Commissione Ue chiederà al governo italiano «informazioni supplementari» su «certi vantaggi fiscali della Chiesa italiana». Sulla base di tali informazioni deciderà se aprire un'indagine per aiuti di Stato illegali.

Sotto la lente norme contenute nella Finanziaria 2006, l'ultima del governo Berlusconi, che prevedono l'esenzione dall'Ici per gli immobili di proprietà della Chiesa cattolica anche con finalità commerciali e le riduzioni di imposta (al 50%) per le imprese commerciali della Chiesa.

«Il "privilegio" che non c'è», titola Avvenire, pubblicando la memoria difensiva di Monsignor Betori. Dal punto di vista normativo se la vedrà la Commissione, ma è chiaro che non si tratta di pregiudizio anticristiano, bensì di presunto privilegio di cui accertare o meno l'esistenza.

D'altra parte non dovrebbe essere difficile verificare: esistono attività commerciali della Chiesa in immobili esenti da Ici? Come la Chiesa spenda i suoi guadagni, o se pratica prezzi vantaggiosi ai parrocchiani meno abbienti, credo interessi poco ai commercianti concorrenti chiamati a pagare fino all'ultimo centesimo.

Saturday, May 26, 2007

Meno tasse, più equità

Dall'Ocse giorni fa è venuta la conferma di qualcosa che qui in Italia è vissuta come una "scorrettezza politica", cioè che abbassando le aliquote fiscali cresce il gettito. Da un recente rapporto, "Making the Most of Globalization", ripreso oggi su il Riformista nella rubrica di Giannino, "Oscar", risulta che la media del prelievo sul reddito d'impresa nei Paesi Ocse è passata dal 36% del 1996 al 29% del 2006. Eppure, il gettito fiscale è cresciuto: dal 2,7% del Pil complessivo al 3,4%.

In Germania, l'aliquota media è passata dal 57% al 39%, e il gettito in un decennio dall'1% del Pil all'1,8%; in Svizzera, il peso fiscale è sceso dal 40% al 21%, e il gettito è passato dall'1,8% del Pil al 2,5%. In Australia, l'aliquota è scesa dal 36% al 30%, e l'incasso è salito dal 4,2% del Pil al 5,7%. Nel Regno Unito, abbassando le tasse dal 33 al 30%, il gettito è cresciuto dal 2,8% al 3,4% del Pil. L'aliquota media italiana resta al 39%, la più alta d'Europa.

Parlando di assurdità fiscali, tra le tasse più assurde e odiose c'è l'Ici sulla prima casa. La prende ad esempio Piero Ostellino, avanzando una proposta che in un sol colpo riduce la pressione fiscale, aiuta i giovani e le famiglia: «Detrarre integralmente dall'Irpef il pagamento del mutuo per pagare la prima casa (il 50% delle giovani coppie non ce la fa e le banche si ingrassano)».

Non poterlo fare «determina che un debito possa essere paradossalmente considerato dalla Corte costituzionale "manifestazione di capacità contributiva"».