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Friday, May 06, 2011

Un altro astro terzista che tramonta

In attesa di conoscere i primi dati ufficiali sul referendum elettorale che si è svolto ieri in Gran Bretagna (questo pomeriggio inizia lo scrutinio), l'impressione è che i britannici si terranno stretto l'uninominale secco (e il bipartitismo). Tutti i sondaggi infatti danno una schiacciante maggioranza di "no" all'Alternative Vote, sistema di cui subito qualcuno si è invaghito anche qui in Italia sull'onda delle ambizioni terziste dei promotori, i lib-dem di Nick Clegg.

Un anno fa, pur non riuscendo nell'impresa Clegg era stato il grande protagonista delle elezioni. Nonostante la conquista di quasi 100 seggi rispetto alla legislatura precedente, Cameron non riusciva ad ottenere la maggioranza assoluta in Parlamento ed era costretto ad un insidioso governo di coalizione con gli outsider lib-dem. In quanto vincitore delle elezioni, non poteva certo sottrarsi alla sfida del governo, ma su quanto sarebbe durato l'esperimento e chi ci avrebbe rimesso in termini politici il dibattito era aperto. «Quanto durerà e chi ci rimetterà», ci chiedevamo un anno fa. Ebbene, alla luce del risultato referendario e di quello delle amministrative (Tories e Labour sembrano tenere, questi ultimi con qualche difficoltà di troppo in Scozia, mentre per i lib-dem si profila una disfatta), il premier conservatore sembra aver azzeccato i suoi conti.

Ma in gioco c'era (e c'è) molto di più che il colore politico di un governo: se un monocolore conservatore o un bicolore liberal-conservatore. C'era l'essenza stessa del sistema politico britannico: il bipartitismo. Per ottenere l'appoggio dei lib-dem, infatti, oltre al vicepremierato a Clegg e ad alcuni ministeri, Cameron aveva dovuto concedere un referendum che avrebbe potuto scardinare il bipartitismo britannico con l'introduzione dell'Alternative Vote. Quasi certamente i britannici respingeranno il tentativo terzista.

Insomma, temevamo molto per l'azzardo di Cameron, ma i fatti sembrano dargli ragione: la coabitazione ha logorato i lib-dem e i britannici preferiscono la chiarezza dell'uninominale secco. Un altro astro terzista che tramonta (Clegg) - e qualcuno anche in Italia dovrebbe rifletterci su. Un governo di coalizione che potrebbe avere le settimane-mesi contati e i Tories che sembrano pronti all'incasso, anche se i lib-dem potrebbero voler evitare il giudizio delle urne proprio ora e Cameron voler portare a termine il risanamento del bilancio.

Friday, August 27, 2010

La lunga estate calda che ha sconvolto il Colle

Altro intervento improvvido - sia pure indiretto, tramite Corriere della Sera - del presidente della Repubblica. Al Quirinale quest'estate deve aver fatto molto più caldo che nel resto della città. Napolitano avverte di essere intenzionato, in caso di crisi di governo, a verificare non solo se in Parlamento esista ancora la maggioranza, ma se esistano altre maggioranze - anche diverse da quella uscita dalle urne nel 2008, pare quindi di capire, sempre leggendo il Corriere. Nell'articolo si riferisce inoltre dell'insofferenza del Colle nei confronti del dibattito agostano sui suoi poteri di scioglimento, su costituzione formale e "materiale", attribuendo al capo dello Stato espressioni molto poco "istituzionali", come «improvvisati costituzionalisti», «florilegio di sciocchezze», interpretazioni «fantasmagoriche», all'indirizzo di quanti hanno sostenuto semplicemente la tesi di un ritorno immediato al voto in caso venga meno la maggioranza uscita dalle urne. Una posizione comunque non meno legittima delle altre, anche considerando che spesso è stata espressa da chi verrebbe comunque consultato al Quirinale in caso di crisi. Il presidente, fa sapere il Corriere, rifiuta il ruolo di semplice «notaio» e «passacarte», pronto a sciogliere «quando gli viene detto».

Va bene, ma a prescindere dal merito delle prerogative del capo dello Stato, e a prescindere da cosa sia legittimo e politicamente opportuno fare in caso di di crisi, anticipando le sue intenzioni Napolitano interferisce indebitamente nelle dinamiche politiche, rischia di destabilizzare il governo, perché contribuisce di fatto ad alimentare speculazioni, speranze e disegni politici coltivati nelle ultime settimane dai partiti di opposizione, svestendo i suoi panni di arbitro. Facendo intendere infatti che sarebbe disposto ad avallare certe soluzioni, nel momento in cui si creassero le condizioni, incoraggia di fatto chi lavora a queste soluzioni e al verificarsi di quelle condizioni. Si comporta in modo scorretto nei confronti di una istituzione, il governo in carica, gioca un ruolo politico che senz'altro non gli compete. Se non vuole essere, comprensibilmente dal suo punto di vista, il «passacarte» di chi vorrebbe tornare alle urne in caso di crisi, non deve però trasformarsi neanche nel «passacarte» de facto di chi cerca il "ribaltone". Ma è esattamente il gioco di questi ultimi che sta facendo con le sue uscite, prima a l'Unità e oggi al Corriere.

E a Cicchitto e Calderisi, autori di un intervento sulle pagine del Corriere per sostenere la tesi del voto anticipato per rispettare la sovranità popolare, Napolitano avrebbe inviato un testo «a suo giudizio illuminante», il «Bill Cameron-Clegg», su come anche «nel Paese della democrazia liberale per eccellenza» la sovranità popolare possa essere rispettata introducendo «variazioni in grado di disciplinarla». Si tratta di un accordo politico stipulato nel Regno Unito tra il leader conservatore e quello liberaldemocratico (trasformato in un disegno di legge ma non ancora approvato in via definitiva), per stabilire la durata della legislatura e le modalità per chiuderla in anticipo, ove ciò si rendesse inevitabile.

L'accordo fissa già al primo giovedì di maggio del 2015 la data delle prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento, garantendo così al Paese un impegno di stabilità. Se prima di quella data però il governo dovesse subire una mozione di sfiducia, ciò non porterebbe all'automatico scioglimento delle Camere. Ci sarebbero ancora 14 giorni di tempo per formare un'altra maggioranza e soltanto se fallisse quest'ultimo tentativo si andrebbe ad elezioni anticipate.

Non so da chi sia consigliato Napolitano, ma mi sembra un esempio davvero poco azzeccato. Va ricordato infatti che a differenza che in Italia nel 2008, dove dalle urne la coalizione formata da Pdl, Lega ed Mpa, con candidato premier Berlusconi, è uscita con una maggioranza assoluta, grazie ai premi, sia alla Camera che al Senato, quest'anno nel Regno Unito nessuno dei tre partiti dei candidati premier ha raggiunto la maggioranza assoluta. Ciò ha reso necessario un governo di coalizione tra il partito di maggioranza relativa, i Tories, e il terzo partito, i Lib-dem, e sarebbe comunque difficilmente immaginabile al suo posto un governo "degli sconfitti", che vedesse cioè entrare a Downing Street i Laburisti al posto dei Tories senza prima ripassare per le urne. E' esattamente questo, invece, ciò che si sta ipotizzando in Italia, un governo "tecnico" o "di transizione" che escluda Pdl e Lega e che, tra l'altro, riformi la legge elettorale. Se Cameron avesse ottenuto, come Berlusconi, la maggioranza assoluta, il problema non si sarebbe neanche posto e il potere di scioglimento sarebbe rimasto al premier.

Ripeto inoltre che la "costituzione materiale" non c'entra nulla. A prescindere dall'evoluzione in senso bipolare e maggioritario del nostro sistema politico, se in caso di crisi Pdl e Lega sono per andare alle urne, si dovrebbe andare alle urne, sono la costituzione scritta e la prassi di oltre 60 anni di vita repubblicana, oltre che il banale rispetto della sovranità popolare, a suggerirlo. Il presidente non se la prenda, ma nella Prima Repubblica - quando le coalizioni di governo nascevano solo dopo e a seguito del voto, e non si presentavano dinanzi agli elettori prima - i suoi predecessori erano «notai» e «passacarte» della volontà dei partiti di maggioranza. In caso di crisi di governo, se la Dc e gli alleati volevano e ed erano in grado, si formava un altro governo, ma in caso contrario si andava ad elezioni anticipate. Nessun presidente ha mai pensato di poter proseguire la legislatura con un'altra maggioranza in Parlamento, composta da comunisti e alcuni democristiani fuoriusciti dal loro partito.

Non è mai accaduto che dopo una crisi i partiti di maggioranza si siano ritrovati marginalizzati all'opposizione e quelli dell'opposizione al governo. L'unica eccezione è forse quella del governo Dini, per la quale infatti è stato coniato il termine "ribaltone". Ma persino in quella occasione si tentò quanto meno di salvare la forma, rispetto alle ipotesi che si sentono circolare in questi giorni: l'iniziale via libera di Berlusconi (dietro garanzia di Scalfaro che si sarebbe presto tornati alle urne), il voto di fiducia della Lega Nord, e il fatto non secondario che il presidente del Consiglio incaricato era una figura di primo piano del governo Berlusconi I (l'allora ministro del Tesoro Dini). Insomma, è semplice: in caso di crisi, nuovi governi sono legittimi, ma non ribaltoni.

Wednesday, May 12, 2010

Quanto durerà? E chi ci rimetterà?

David Cameron è il primo conservatore a rientrare a Downing Street dopo 13 anni di Labour. Obiettivo raggiunto, dunque? Quasi. Non si può certo dire che si sia aperto un nuovo ciclo, almeno per i Tories. Eppure, l'aspettativa alimentata da Cameron era proprio quella: sarebbe stato per i Tories ciò che Blair è stato per il Labour. Diciamo che ha ancora buone carte da giocare, ma che per il momento l'inizio del nuovo ciclo è rimandato da un incidente di percorso. Sono sempre stato convinto che Cameron, in quanto vincitore delle elezioni, non poteva sottrarsi alla sfida del governo, sia pure in coalizione, e quindi ben venga l'accordo con i lib-dem, ma a che prezzo... (qui i punti-chiave)

Adesso le domande sono: quanto durerà? E chi ci rimetterà? Innanzitutto, c'è da chiedersi come mai ieri, dopo le dimissioni di Brown, sembrava essersi riaperta la prospettiva di un accordo Lib-Lab? E come mai si è così velocemente richiusa? Non è da escludere neanche un intervento indiretto della Regina, che potrebbe aver fatto trapelare la propria impazienza e la propria contrarietà rispetto ad una coalizione degli sconfitti. Ma forse è una speculazione troppo italian-style. Più probabile che da una parte Clegg non abbia potuto fare a meno di mostrare ai suoi di averci provato anche con i laburisti, anche solo per strappare qualche strapuntino in più ai Tories; e che dall'altra, tolto di mezzo Brown, nessun leader emergente tra i laburisti avrebbe avuto interesse a "bruciarsi" in una impopolare e numericamente fragile coalizione di sconfitti.

Quanto durerà, dunque, e chi ci rimetterà? Ovvio che Cameron e Clegg mostrino ottimismo, garantendo addirittura cinque anni di governo «forte e stabile», mosso dai principi di «libertà, equità e responsabilità». C'è stata una breve esperienza di governo di coalizione dopo il secondo Dopoguerra in Gran Bretagna. Un accordo Lib-Lab che ha retto solo un anno, dal 1977 al 1978, ricorda Philip Johnston sul Telegraph, che si è concluso con una profonda spaccatura all'interno dei Liberal. Da una parte, i lib-dem se vogliono dimostrare di essere un partito credibile, maturo, "di governo", e quindi se vogliono "vendere" ai cittadini una riforma elettorale proporzionale, devono dimostrare nei fatti che un governo di coalizione non produce instabilità. Almeno per questo dovrebbero essere motivati.

Con un sistema proporzionale, osserva Johnston, il «mercato delle vacche che abbiamo visto (o non visto perché nascosto) nei giorni scorsi diventerà la regola dopo ogni elezione. Invece di un chiaro risultato, seguito da un governo che realizza il programma per il quale è stato eletto, gli accordi saranno fatti dietro le quinte; politiche amate verranno accantonate e quelle denunciate durante la campagna elettorale adottate». E il governo «potrebbe divenire meno dominante perché le decisioni chiave tenderebbero ad essere prese in incontri ristretti tra i leader di partito».

Convincere gli elettori che i governi di coalizione non portino a tutto questo sarà dura, ma molto dipenderà da questa esperienza di governo. Se fallisce, i Tories portanno comunque presentarsi agli elettori chiedendo la maggioranza assoluta e scaricando sui lib-dem la responsabilità di scelte sbagliate o impopolari, e delle promesse non mantenute; i lib-dem (nonostante in questa fase Clegg si sia dimostrato forse più abile di Cameron, strappando il massimo delle concessioni) si saranno sporcati le mani, scontentando parecchi loro elettori "di sinistra", non riuscendo nemmeno a dimostrare la fattibilità e la stabilità dei governi di coalizione.

Se, quindi, per i Tories l'esperienza dovesse farsi troppo costosa, ecco che potrebbero chiamare nuove elezioni. Forse nel frattempo il Labour sarà resuscitato, guidato da un nuovo leader giovane e fresco, e potrà sfruttare a proprio vantaggio i fallimenti del governo Lib-Con, ma di certo sarebbero i lib-dem a pagare il prezzo più alto, come prevede Simon Heffer, anche lui sul Telegraph, che ricorda come i liberali si siano già spaccati nel 1886 sull'Irlanda, nel 1918 e anche sul finire degli anni '80, quando diventarono liberal-democratici. «Ora sono per lo più di sinistra» e quando si tornerà al voto verranno «sanzionati» duramente dal loro elettorato, a vantaggio di laburisti e verdi, secondo Heffer: «E la riforma elettorale? Ci crederemo quando la vedremo». D'altra parte, non è certo avvertita come priorità nell'opinione pubblica, soprattutto in tempi di crisi, e sarebbe costoso per i lib-dem rompere su di essa.

Oltre al referendum sulla riforma elettorale in senso proporzionale, un'altra minaccia alla tenuta del premierato britannico contenuta nel programma di governo Lib-Con è la durata fissa della legislatura, per cui il premier non potrebbe più chiedere alla Regina di sciogliere il Parlamento e convocare elezioni generali, ma l'eventuale scioglimento anticipato dovrebbe essere votato dal 55% dei deputati. «Se avessimo già approvato» una riforma del genere, osserva Heffer, «cosa accadrebbe se nessuno avesse la fiducia dei Comuni e non si potessero convocare nuove elezioni per risolvere il problema?».

Tuesday, May 11, 2010

Cameron caduto nel doppiogioco di Clegg

18:19 - Cameron verso Downing Street. L'accordo con Nick Clegg sarebbe praticamente cosa fatta e in serata dalle riunioni dei gruppi parlamentari dei due partiti dovrebbe arrivare la definitiva "luce verde". Ma a che prezzo... I Tories infatti avrebbero offerto ai lib-dem un referendum sul sistema di voto. E i lib-dem si sarebbero convinti che con i laburisti non avrebbero avuto i numeri in Parlamento e la forza politica nel Paese per far passare il progetto di riforma elettorale proporzionale, mentre una coalizione con i Tories garantirebbe quanto meno di arrivare effettivamente al referendum sull'Alternative Vote neozelandese. Cameron rischia di passare alla storia come il conservatore che per diventare premier ha affossato il sistema politico-istituzionale più antico (ed efficiente) d'Europa...

12:32 - Cresce il sospetto che l'apertura di Clegg a Cameron poco dopo l'esito del voto fosse strumentale a "svegliare" il Labour. Dopo aver ottenuto la testa di Brown, e aver astutamente temporeggiato con Cameron, infatti, il leader dei lib-dem è pronto a rivolgersi ai reggenti del Labour. Aumentano quindi le quotazioni di un accordo "lib-lab" e, purtroppo, di una riforma elettorale in senso proporzionale che decreterebbe la fine del bipartitismo britannico.

Cameron si è dimostrato ingenuo, ha sbagliato ad aspettare troppo, ad intavolare un dialogo alla pari con il perdente Clegg, a farsi intrappolare nei negoziati fino al ritiro di Brown, che ha rimesso in gioco gli avversari sconfitti, mentre avrebbe dovuto porre il leader lib-dem di fronte ad un aut-aut: prendere o lasciare. Va però ricordato che la Regina già prima delle elezioni aveva fatto capire che non avrebbe avallato un governo di minoranza, che avrebbe conferito l'incarico a chi le avesse assicurato di poter contare su una maggioranza ai Comuni. Dunque, probabilmente Cameron aveva pochi spazi di manovra per tentare (o minacciare) un atto di forza.

Adesso tenta di correre ai ripari (è «l'ora delle decisioni» per i lib-dem, ha intimato stamattina), nel frattempo aprendo ad un referendum sul sistema di voto alternativo (quello neozelandese), che sembra una mossa della disperazione, di sicuro un'ammissione di impotenza. Cameron deve capire in fretta gli errori commessi in campagna elettorale e in questa fase post-elettorale - in due parole, è stato naif e debole - e cambiare registro.

Oggi rischia di non entrare a Downing Street, ma poco male. Non è detto che una "coalizione degli sconfitti" al governo - comunque numericamente fragile in Parlamento e certo non "ratificata" dagli elettori nelle urne - premi laburisti e lib-dem e non aiuti piuttosto a ingrossare i consensi dei Tories. La mia impressione è che a quel punto solo il proporzionale potrebbe salvarli dalla disfatta quando, più prima che poi, si ritornerà alle urne. Anche perché in questi giorni, senza ancora alcuna modifica al sistema elettorale, i cittadini del Regno Unito hanno avuto un assaggio di cosa significano "proporzionale" e "governi di coalizione": al popolo viene di fatto revocato il diritto di scegliere chi li governa, diritto che passa nelle mani dei leader dei partiti, anche se politicamente sconfitti alle elezioni. Ma Cameron rischia anche di non entrarci più, se non muta al più presto atteggiamento, di passare per quello che ha fallito il calcio di rigore decisivo, per un impotente e non per uno "scippato".

Saturday, May 08, 2010

In buona compagnia

Era lecito aspettarsi che dopo l'esito delle elezioni generali britanniche, che hanno dato luogo ad un Hung Parliament e ad una situazione di instabilità politica, si scatenassero sulla stampa e nel mondo politico gli avversari dell'uninominale e del bipartitismo per suonare le campane a morto. Ciascuno desideroso di piegare gli eventi in casa d'altri a sostegno del disegno politico coltivato a casa nostra. In particolare, chi nella maggioranza prende la palla al balzo per convincerci che l'attuale nostro sistema elettorale è il migliore possibile e chi - il commento di Polito oggi ne è un fulgido esempio - suggerisce ai britannici il sistema tedesco, che è nei piani del propri referenti politici: cioè, Massimo D'Alema e Pier Casini.

Su questo blog avete letto un'analisi diversa: il bipartitismo britannico è - almeno per ora - salvo, e vivo e vegeto nei comportamenti dell'elettorato. Il punto infatti non è l'eventuale formazione di un insolito governo di coalizione, esperienza che potrebbe comunque concludersi in breve tempo, né un periodo di instabilità politica, possibile con qualsiasi sistema. Il punto è capire se i lib-dem hanno una forza politica tale da ottenere una riforma della legge elettorale in senso proporzionale. Secondo me, al momento no.

I laburisti, gli unici disponibili a ragionare su una tale ipotesi, sono usciti troppo sconfitti da queste elezioni. E i lib-dem hanno deluso. Neanche una "coalizione degli sconfitti" (258 seggi più 57, 52% del voto popolare), infatti, raggiungerebbe la maggioranza assoluta dei seggi (326). Decisivo, rispetto alle possibilità di riforma in senso proporzionale, è il flop-Clegg: se infatti avessimo avuto, per esempio, i laburisti al 28% e i lib-dem al 27, quindi anche senza sorpasso, probabilmente ci sarebbero stati i numeri per un governo di coalizione tra i due, legittimato dalla cospicua avanzata dei "gialli". Ma così non è stato. Tra l'altro, come fa notare oggi il ministro della Difesa ombra Liam Fox, sarebbe «strano» se un accordo fosse fatto naufragare sul sistema di voto, che non è certo al centro dell'interesse degli elettori. Sarebbe quindi politicamente costoso per i lib-dem rifiutare l'offerta di Cameron impuntandosi sul proporzionale.

Tornando a noi, fa piacere, andando controcorrente, almeno trovarsi in buona compagnia. Identica, infatti, è l'analisi di Angelo Panebianco, oggi sul Corriere della Sera:
«L'aspettativa di un Parlamento in cui nessun partito avrebbe conquistato la maggioranza assoluta dei seggi si era fatta forte a causa del successo mediatico (che però non si è tradotto in successo elettorale) del "terzo partito", i Lib Dem di Nick Clegg. Diversi politici italiani, e anche qualche commentatore, avevano creduto di trarne la "lezione" secondo cui il bipartitismo britannico sarebbe agonizzante. E' l'abitudine italiana di usare le vicende altrui per sostenere le proprie tesi preferite sulla politica di casa nostra. Adesso che l'aspettativa si è realizzata, che, effettivamente, nessun partito detiene la maggioranza assoluta, è probabile che molti continueranno a sostenere quella tesi. Si sbagliano. È già accaduto altre volte. L'ultima fu nel 1974, quando si formò un gabinetto laburista di minoranza. Pochi mesi dopo la Gran Bretagna tornò alle elezioni, i laburisti conquistarono la maggioranza assoluta dei seggi e si ricostituì la normale dialettica bipartitica. Nulla lascia pensare che le cose non andranno così anche questa volta. Un forte successo di Clegg, forse, avrebbe innescato cambiamenti ma il successo non c'è stato... ha contato soprattutto una ragione tecnica: il sistema elettorale maggioritario rende la vita difficile ai "terzi partiti" che non dispongano di un consenso territorialmente concentrato. Gli elettori sono chiamati a dare un "voto strategico", a orientare il proprio voto al fine di impedire che si assicuri il seggio il candidato del partito da essi più avversato. Il non brillante risultato liberale, a sua volta, salvo sorprese, rende poco credibile la possibilità di una riforma del sistema elettorale in senso proporzionale (una riforma, quella sì, che decreterebbe la fine del bipartitismo)... Presto o tardi, con nuove elezioni, anche l'attuale incidente di percorso verrà riassorbito...».
Nessun sistema mette al 100% al riparo da crisi e momenti di instabilità, perché essi fanno parte della vita umana, individuale e collettiva, e non sono eliminabili. Ma se l'uninominale e il bipartitismo li riducono al minimo, il proporzionale e il multipartitismo rischiano di produrre due esiti che sono la regola, non l'eccezione: o il consociativismo, o l'ingovernabilità patologica. E stiamo sperimentando in Italia come l'aver adottato un sistema proporzionale con correzione maggioritaria ci abbia solo illusi di aver rafforzato il bipolarismo. Nei due partiti maggiori infatti si agitano ancora spezzoni che ambiscono a recuperare una rendita di posizione.

Così come i lib-dem nel Regno Unito si illudono che passando al proporzionale verrebbe formalizzato un sistema tri-partitico che li vedrebbe sempre al governo, o con i Tories o con il Labour, e unici arbitri del quadro post-voto. In realtà, la stessa complessa entità statuale del Regno Unito dovrebbe suggerire che senza una semplificazione del sistema partitico, passando al proporzionale si andrebbe non verso il sistema tedesco, ma verso una frammentazione estrema, con probabilmente oltre 10 partiti. Gli stessi lib-dem finirebbero ben presto per perdere il loro ruolo di ago della bilancia, funzione che si scomporrebbe a favore di tante altre entità che cercano di far valere la loro rendita di posizione anche minima.

E' falso, inoltre, che l'uninominale «sovrarappresenti» i partiti di maggioranza relativa, come se ciò fosse il prodotto di un intervento artificiale rispetto alla volontà degli elettori. Si può parlare in questo senso di «sovrarappresentazione» in un sistema proporzionale corretto da un premio di maggioranza, com'è il nostro, per cui una quota di rappresentanti viene praticamente eletta dal nulla. L'uninominale è semplicemente la messa in pratica di un'idea diversa della rappresentanza rispetto a quella sottesa al proporzionale.

L'idea alla base di quest'ultimo è che ad eleggere i propri rappresentanti sia il popolo nella sua totalità, inteso come entità monolitica e omogenea (non dal punto di vista delle opinioni politiche, ma come soggetto legittimato ad essere rappresentato), quindi in un certo senso astratta. Viceversa, il collegio uninominale presuppone l'idea che non esiste tale entità umana, ma che esistono in concreto, su un dato territorio nazionale in un preciso momento storico, diverse comunità di persone, di diverse o simili dimensioni, ciascuna delle quali ha diritto ad esprimere un suo rappresentante. Parlare di «sovrarappresentazione» con l'uninominale non ha senso, perché in realtà ha poco senso, in quel sistema, guardare al dato percentuale sul voto popolare, che diventa un'astrazione.

Friday, May 07, 2010

Cameron con il cerino acceso in mano

Lib-dem sul filo del rasoio

Non poteva sottrarsi David Cameron al dovere di tentare di formare un governo di coalizione. Saggiamente Clegg si è sottratto all'abbraccio degli sconfitti, e si è proposto ai vincitori, come aveva promesso in campagna elettorale. Reale disponbilità? Oppure, mossa tattica, tanto per logorare Cameron, per poi finire in braccio al Labour e ottenere il sospirato proporzionale? Difficile dirlo. E' certo però che Cameron non poteva non accettare la sfida, doveva rivendicare una vittoria netta, un recupero di seggi straordinario (+97), e non dare il senso di aver mancato il "change" al governo.

Non si può però nascondere un pizzico di delusione per un Cameron che in poche settimane ha gettato al vento il solido vantaggio (circa 10 punti) del gennaio scorso, che nonostante i 13 anni di Labour, la crisi economica e l'antipatia di Brown, non è riuscito a sfondare. Sorge il sospetto che il suo apporto ai Tories, in quanto personalità nuova, sia stato modesto, se non nullo, se non (diranno i maligni) dannoso... Ne avevamo segnalato il problema squisitamente politico (e strutturale). Vedremo se saprà guadagnarsi maggior fiducia alla prova del suo primo governo.

Anticipando di voler proporre ai lib-dem «una grande, aperta e complessiva offerta» (comprendente, pare, alcuni ministeri), ha posto i suoi paletti in modo sorprendentemente esplicito: nessuna concessione ai lib-dem su Europa, immigrazione, politica estera, ma soprattutto la cosa più importante. Fa capire, infatti, che i lib-dem non otterranno mai dai conservatori ciò che desiderano più di ogni altra cosa, e cioè una riforma del sistema elettorale in senso proporzionale. Al massimo, si può trattare di ridisegnare i collegi, che serve più che altro ai conservatori. Clegg si accontenterà? Il cerino in mano a Cameron comincia a consumarsi. Ma lo ripeto, tentare è d'obbligo. I Tories hanno vinto, gli inglesi hanno indicato chiaramente loro e si aspettano che provino a governare.

Può sembrare strano, ma nonostante l'Hung Parliament, a mio avviso il bipartitismo britannico per ora è salvo, è vivo e vegeto. Il punto infatti non è la necessità di un insolito governo di coalizione, esperienza che potrebbe comunque concludersi in breve tempo, né un periodo di instabilità politica, possibile con qualsiasi sistema. Il punto è capire se i lib-dem hanno una forza politica tale da ottenere la riforma della legge elettorale in senso proporzionale. Secondo me, al momento no. Nonostante 'pompato' dai media, nonostante la visibilità dei primi dibattiti tv a tre nella storia delle elezioni britanniche, nonostante condizioni politiche ottimali per un outsider (crisi economica e debolezza degli avversari), Clegg è rimasto al palo nei voti popolari e ha perso seggi. Gli elettori nei seggi "contendibili" si sono espressi in senso bipartitico: o Tories, o Labour. Ai loro occhi le politiche lib-dem non sono apparse ancora sufficientemente credibili. Gli stessi elettori laburisti delusi hanno preferito rivotare Labour per le posizioni più "realiste", concrete, "di governo", rispetto ai lib-dem su Europa, immigrazione e politica estera.

Certo, i lib-dem possono sempre tentare una coalizione con il Labour e ottenere un referendum sulla riforma elettorale in senso proporzionale? Ma avrebbero la forza di vincerlo? E se dovessero prima passare di nuovo per le urne? Insomma, per ora l'ipotesi peggiore, di un successo lib-dem tale da porre le basi per il superamento del bipartitismo è scongiurata.

Per conservatori e i lib-dem si apre ora un periodo delicatissimo: dovranno far digerire ai propri elettori un accordo di governo, o sopportare i costi politici di un fallimento e del ritorno alle urne, o entrambe le cose nell'arco di pochi mesi. Ma sono i lib-dem a rischiare di più. Qualsiasi scelta compiono da una posizione evidentemente non di grande consenso popolare - accordarsi con Cameron, allearsi con il Labour, o rimanere da soli - rischiano nei primi due casi di scontentare ampi settori del loro elettorato, nel secondo di risultare irrilevanti, e quindi di rimanere stritolati alle prossime elezioni, se non riescono ad ottenere la riforma elettorale che inseguono. Per questo, il loro gioco potrebbe essere quello di accordarsi con Cameron, così da far riprendere fiato al Labour mentre il governo Tory si logora con la crisi, e tra un anno tornare al voto sperando di convolare a nozze con il Labour e ottenere finalmente il sospirato proporzionale.

Un gioco sul filo del rasoio. Insomma, leggerete di un Clegg sconfitto ma ago della bilancia decisivo. Sì, ma la sua è una posizione fragilissima, qualsiasi mossa rischia di pagarla a caro prezzo. I "terzisti" di casa nostra, che guardano a lui sperando di cogliere un segnale incoraggiante per i loro propositi di smontare il bipolarismo italiano, avranno di che riflettere. La sfida di Cameron sarà invece di non farsi logorare.

Flop-Clegg, Tories avanti ma delusione Cameron

Hung Parliament, ma il bipartitismo è salvo: "terzisti" bastonati. Brown bocciato, prove di dialogo tra Clegg e Cameron, probabile nuovo premier

17:51 - Arrivano i risultati definitivi: i Tories conquistano 307 seggi (+97), i Laburisti 258 (-91) e i Lib-dem 57 (-5). In percentuale sul voto popolare, i Tories salgono al 36,1% (+3,8), i Laburisti scendono al 29% (-6,2) e i Lib-dem rimangono praticamente stabili al 23% (+1). Nessuno dei tre partiti ha la maggioranza assoluta in Parlamento (326 seggi), quindi sono importanti anche i risultati dei partiti minori: 8 seggi ai democratici unionisti nordirlandesi (-1), 6 seggi lo Scottish National Party, 5 lo Sinn Fein, 3 il Plaid Cymru (+1), 3 i socialdemocratici, 1 i Verdi (+1) e 1 l'Alliance Party (+1). Nessun seggio ai partiti di estrema destra, che però complessivamente ottengono il 5% del voto popolare, UK Independence Party 3,1% (+0,9) e British National Party 1,9% (+1,2). Non solo nessun partito ottiene la maggioranza assoluta, ma sarà difficile anche costituire eventuali coalizioni di governo. Ci proveranno conservatori e lib-dem per primi, ma bisognerà vedere se Clegg accetterà i paletti posti da Cameron in modo sorprendentemente esplicito, soprattutto sul no ad una riforma elettorale in senso proporzionale. In caso di fallimento, Cameron proverà la fattibilità di un governo di minoranza con l'appoggio dei partiti minori. Ma sommando i 307 seggi dei Tories, gli 8 degli unionisti, i 6 dello Scottish National Party e i 3 dei gallesi del Plaid Cymru, si arriverebbe al massimo a 324 (sotto di 2). Ai laburisti non basterebbe un'alleanza con i lib-dem, quindi dovrebbero anch'essi tentare di coinvolgere i partiti minori in una coalizione raffazzonata, politicamente fragilissima e senza il sostegno popolare. L'ipotesi di nuove elezioni entro l'anno, o nella prossima primavera, rimane quindi probabile.

15:48 - Cameron apre al governo con i lib-dem anticipando di voler proporre loro «una grande, aperta e complessiva offerta», per affrontare insieme i problemi del Paese e assicurare un governo «forte e stabile»; ammette le differenze, ma sottolinea anche le aree di possibile intesa. Ma fa capire che i lib-dem non otterranno mai dai conservatori ciò che desiderano più di ogni altra cosa, e cioè una riforma del sistema elettorale in senso proporzionale: «Abbiamo idee diverse - ha ammesso Cameron - ma un punto d'accordo potrebbe essere raggiunto assegnando ad ogni collegio lo stesso numero di elettori nell'ambito dell'attuale sistema first past the post». Ma messa così è una riforma che serve più che altro ai conservatori, per non trovarsi più in futuro in una situazione del genere, mentre i lib-dem sono interessati al proporzionale. Clegg si accontenterà? Il cerino comincia a consumarsi.

15:00 - Brown concede a Cameron e a Clegg una chance per accordarsi, ma in caso di insuccesso è pronto a subentrare e a cercare un'intesa con i lib-dem, offrendo subito in dote un referendum sul sistema elettorale. Più che aprire a Cameron mi sa che Clegg gli ha voluto passare un pericoloso cerino acceso.

11:51 - Saggiamente Clegg si sottrae all'abbraccio degli sconfitti e responsabilmente osserva che deve essere il partito che ha preso più voti e seggi - cioè i Tories - ad avere il diritto di provare a formare un governo, da solo o con altri partiti. Downing Street è più vicina per Cameron, che a questo punto dovrebbe ricevere l'incarico dalla Regina, nonostante i laburisti avessero tentato di richiamare la prassi (che in caso di Parlamento "hung" vorrebbe il premier uscente almeno tentare di proseguire) e coinvolgere subito i lib-dem in un'alleanza. I lib-dem, invece, astutamente si propongono a Cameron. Ma nel campo Tories non mancano resistenze. In ogni caso, difficilmente con il risultato deludente che hanno ottenuto i lib-dem riusciranno a imporre un cambiamento del sistema elettorale in senso proporzionale, escluso dai conservatori.

10:32 - Attualmente, stando agli exit poll (che al momento sembrano avvalorati dall'andamento dell'assegnazione dei seggi), non solo nessuno dei tre partiti ha la maggioranza assoluta in Parlamento (326 seggi), ma non vedo coalizioni possibili. Ai laburisti non basterebbe un'alleanza con i lib-dem, tenteranno quindi una raffazzonata e politicamente fragilissima coalizione, in stile prodiano, cercando l'appoggio della minutaglia di eletti dei partiti minori. Ai conservatori basterebbero i lib-dem, ma è un'alleanza complicata, improbabile, e se si fermano davvero a 306-307 seggi non gli basterebbe l'appoggio degli unionisti nordirlandesi. Non rimane che sperare che con i seggi ancora da assegnare i Tories riescano a superare in modo consistente la quota che gli attribuiscono gli exit poll: 315 seggi per sperare. It's complicated.

Clegg non nasconde la sua «delusione», Cameron, che in poche settimane ha gettato al vento il solido vantaggio (circa 10 punti) del gennaio scorso, si limita a dire che «il governo laburista ha perso il suo mandato a governare». E Brown? Esce sconfitto, ma grazie alla tenuta in Scozia, scongiura gli scenari da incubo della vigilia e non si sbilancia sul futuro governo, anche se lui personalmente sa di essere fuori dai giochi e già si dice «orgoglioso» per le cose fatte in questi 13 anni. Nonostante la sconfitta, i lib-dem cercheranno di fare da ago della bilancia, ma senza troppe pretese.

Uno dei dati sicuramente più sorprendenti di queste elezioni è proprio il flop di Clegg e dei lib-dem. Se grande era e rimane l'incertezza sulle prospettive di Hung Parliament, di una cosa tutti eravamo certi: dell'affermazione lib-dem. Forse non sarebbero riusciti a superare i laburisti, ma comunque si sarebbero avvicinati, raggiungendo il 26-27% e conquistando decine di seggi. Sono invece fermi al 23%, come alle scorse elezioni, e perdono una decina di seggi. Completo fallimento di sondaggisti e media britannici, che ci hanno inculcato il fenomeno Clegg dopo i dibattiti tv. Anch'io ci sono cascato nelle mie previsioni. Ho puntato sul sorpasso 27 a 26, ma almeno, al contrario di altri, avevo capito che insieme i due partiti di sinistra non avrebbero superato di molto il 50% (dovrebbero ottenere insieme il 52% del voto popolare). Ci sono andato molto vicino, invece, per quanto riguarda i conservatori, che dovrebbero attestarsi al 36%, non lontano dal mio 37, ma lontano per la maggioranza assoluta.

Probabilmente, nel creare dal nulla il fenomeno Clegg ha pesato un pregiudizio negativo di sondaggisti e media sia nei confronti dei Tories che del New Labour. Il flop Clegg dimostra ancora una volta che gli elettori non si fanno influenzare in modo banale e superficiale da ciò che sentono in tv o leggono sui giornali. Clegg ha pagato le sue posizioni euro-entusiaste, proprio nel momento del crollo della Grecia, e sull'immigrazione. Adesso sentiremo forse dire che i laburisti hanno tenuto rispetto ai lib-dem grazie all'intervento negli ultimi giorni di Tony Blair, che ha invitato a votare laburista sempre e comunque, al contrario dei molti appelli al voto tattico per i lib-dem in funzione anti-tories.

Sicuramente non ha avuto effetti negativi, ma a mio avviso la sconfitta di Clegg - a prescindere dal ruolo da ago della bilancia che giocheranno i "gialli" - rappresenta una tenuta del bipartitismo e una bocciatura dei lib-dem come possibile forza di governo: agli occhi degli inglesi non sono ancora sufficientemente credibili. Gli stessi elettori laburisti delusi preferiscono votare Labour per le posizioni più "realiste" e concrete rispetto ai lib-dem su Europa, immigrazione e politica estera. E' vero che il Parlamento che uscirà da queste elezioni sarà probabilmente "appeso", ma a vedersela sono sempre i due principali partiti, i lib-dem non avanzano nel voto popolare e arretrano nei seggi, segno che al dunque, nei seggi contendibili, i britannici si sono espressi in senso bipartitico: o Tories, o Labour. Non conosco nel dettaglio le serie storiche del voto, ma la mia impressione è che l'ascesa dei lib-dem nel voto popolare dagli anni '80-'90 si sia arrestata proprio nel momento in cui c'erano tutte le condizioni per una loro affermazione che avrebbe letteralmente smontato il sistema bipartitico britannico.

Monday, May 03, 2010

Cameron tenta l'impresa (quasi) impossible

David Cameron e Nick Clegg non hanno ancora compiuto i loro rispettivi "miracoli" - attesi come fossero in qualche modo palingenetici - che già in Italia c'è chi li assume a proprio modello. Se la 'finiana' Generazione Italia guarda a Cameron, Rutelli guarda a Clegg, soprattutto per le sue chance di scardinare il secolare bipartitismo britannico. A maggior ragione - s'illude l'ex sindaco di Roma - riuscirò a scomporre il fragilissimo bipolarismo italiano. Al di là di tutte le enormi differenze politiche e culturali, balza agli occhi come gli "stagionati" Fini e Rutelli non reggano sul piano personale il confronto con i due candidati premier britannici: mentre i primi, se non del tutto "cotti", sembrano ormai aver superato l'apice della loro trentennale carriera politica e avviarsi tristemente (e rancorosamente) verso un inarrestabile declino, i secondi sono davvero delle novità - non una minestra riscaldata - nella scena politica britannica.

La mia impressone è che i britannici vogliano a tutti i costi liberarsi di Brown, ma non sappiano come fare. Clegg offre a molti elettori di sinistra delusi un'alternativa prima di cedere all'astensione o di buttarsi a destra. Se, quindi, Cameron non riesce a mobilitare l'elettorato conservatore, e a fermare la dispersione di voti a favore dello "UK Independent", ecco che la prospettiva di un Hung Parliament diventa molto concreta. Nel primo dibattito ha brillato Clegg, entusiasmando (forse anche troppo) sondaggisti e stampa, e ha deluso Cameron, infilzato un paio di volte persino dal "bollito" Brown; nel secondo Cameron si è ritirato su, Clegg si è confermato, Brown malissimo; nell'ultimo dibattito - guarda caso quello in cui è andato meglio - finalmente Cameron ha interpretato il Tory classico, meno naif, aiutato dalla crisi greca, mentre Clegg è andato maluccio e Brown di nuovo malissimo.

Certo è che se dai dibattiti ci si aspettava che Cameron si imponesse definitivamente come astro nascente della politica britannica e che prendesse il via la sua incontrastata volata verso Downing Street, allora dobbiamo concludere che sta fallendo. A Clegg potrebbe riuscire ciò in cui sperano Casini e Rutelli in Italia, scardinare un sistema maggoritario per altro molto più consolidato del nostro, blindato da una legge elettorale uninominale a un turno, entrando di diritto negli studi politologici dei prossimi dieci-vent'anni. Non rimane che sperare nella innata saggezza dei sudditi di Sua Maestà, perché se i Lib-dem, per entrare al governo, dovessero ottenere la riforma elettorale, sarebbe una catastrofe per il Regno Unito. Andrebbe probabilmente verso un'estrema frammentazione partitica, considerando i partiti regionali in Scozia, Galles e Irlanda del Nord, il Green Party, il British National Party e l'antieuropeo UK Independence Party. Rissosi governi di coalizione diventeranno attori permanenti della politica britannica, con sviluppi imprevedibili, nel lungo periodo, sull'unità stessa del Paese.

Preoccupante che sulla disponibilità eventuale dei Tories a discutere di riforma elettorale in cambio dell'appoggio dei Lib-dem, Cameron sia stato ambiguo, sollevando un certo malumore nel suo partito. Ma negli ultimi giorni lo è stato meno, ha spinto sui tasti giusti - no ad un governo di coalizione con i Lib-dem, no ad una riforma del sistema elettorale in senso proporzionale - e si è mostrato convinto di potercela fare a ottenere la maggioranza assoluta dei seggi, dicendosi comunque pronto alla sfida di un governo di minoranza. Una iniezione di fiducia che ci voleva e, al di là dei punti percentuali, tutti i sondaggi registrano un'ascesa di Cameron, mentre Clegg sembra sgonfiarsi e Brown ormai avviato ad una debàcle. Se continua così, da Tory più classico, può ancora farcela.
In generale, il problema di Cameron - per cui non è ancora riuscito a convincere la maggioranza dei britannici nonostante i 13 anni di Labour, la crisi economica e l'antipatia di Brown - è squisitamente politico (e strutturale). Banalizzando forse oltre il lecito, è troppo "di sinistra" per impersonare un'alternativa per cui mobilitarsi. Non puoi fare l'Obama di destra in Gran Bretagna, soprattutto in un momento di crisi. E' vero che contro Brown che vuole mantenere gli attuali livelli di spesa, se non aumentarli, promette un taglio di 6 miliardi di sterline al bilancio e meno sprechi (riduzione dei costi della politica del 10%), per avere (ma in futuro) anche meno tasse. Ma allo stesso tempo mostra un'assai elevata - e inconsueta per i Tories - fiducia nei servizi pubblici, un'idea ingenua e un po' naif di società civile, una sorta di "cittadinanzattiva" per cui laddove c'è un servizio inefficiente dello Stato, intervengono i singoli cittadini, o in gruppo, a dare una mano. Una sorta di ecumenismo buonista.

Un progetto dove più società civile non fa rima con meno Stato è l'idea trainante dello slogan "Big Society". Al posto di "meno Stato", c'è l'invito a join governement, per cui ciascuno dovrebbe impegnarsi in prima persona, nel proprio tempo libero evidentemente (!), a far funzionare meglio servizi pubblici come scuole e ospedali. Una collettiva assunzione di responsabilità che sfiora la filantropia, ma che è anche concettualmente difficile da afferrare per la concretezza al limite del cinismo dei conservatori britannici. Un esempio: se sono un genitore che lavora - operaio o analista della City importa poco - non posso essere contemporaneamente anche una sorta di insegnante o manager scolastico. Mi limito a pagare e a pretendere un'istruzione di livello per mio figlio. La divisione dei compiti è la base delle società moderne. Non è che se voglio comprare del pane, vado dal fornaio e lo aiuto ad impastare.

La Big Society cameroniana è certamente preferibile al Big Governement laburista, ma se "società" suona senz'altro meglio di "governo", è l'aggettivo "Big" nell'uno e nell'altro slogan ad inquietare. E a non scaldare soprattutto l'elettorato Tory. Con il volto un po' snob da studentello idealista Cameron si affida alla parolina change invece che a freedom supportata dal polveroso liberalismo classico. Ma nell'ultimo dibattito - l'unico da cui è uscito nettamente vincitore - ha abbandonato un po' delle sue suggestioni a favore di un'impostazione più concreta e classica. Forse è troppo tardi, forse no. La mia previsione? E' che può ancora farcela. La butto là: 37-27(lib-dem)-26 e maggioranza dei seggi sul filo.

Friday, April 23, 2010

Appunti da oltremanica

Dal secondo dibattito tra i candidati premier in Gran Bretagna che si è tenuto ieri sera i nostri politici dovrebbero solo che prendere appunti. E riflettere silenziosamente. Interessante, infatti, l'approccio, condiviso e pragmatico, sulla base del quale si è svolta la discussione in particolare su due temi. Sull'immigrazione (caro Fini...) l'impianto da cui le posizioni dei tre non si discostano di molto sembra una variante spinta del leghismo nostrano. Il premier uscente laburista Gordon Brown si vanta di aver ridotto il numero degli ingressi e boccia senz'appello la proposta del liberal-democratico Nick Clegg di regolarizzare i clandestini: «Avviare un'amnistia per gli immigrati irregolari sarebbe un errore perché incoraggerebbe la gente a venire in questo Paese pensando che a un certo punto ne legalizzeremmo la presenza. Non costituirebbe un deterrente e farebbe sì che sempre più gente venga illegalmente nel nostro Paese».

Ma non è tutto qui. Il premier ha rivendicato il successo del «sistema a punti» avviato dal suo governo, che secondo le statistiche ha invertito il trend relativo all'ingresso degli immigrati: «La nostra politica mira a controllare e gestire l'immigrazione. Per farlo abbiamo istituito un sistema a punti. **Nessun lavoratore non specializzato proveniente da fuori l'Unione europea può entrare nel nostro Paese. E stiamo gradualmente riducendo il numero di specializzazioni per le quali abbiamo bisogno di persone che vengono da fuori, così che cuochi o operatori sociali in futuro non verranno dall'estero ma saranno addestrati in Gran Bretagna**».

Qui da noi il governo «a trazione» dei cattivi leghisti si limita a chiedere che chi entra nel nostro Paese abbia un lavoro. In Gran Bretagna fanno entrare solo chi ha le specifiche professionalità indicate dal governo. E comunque, ci sarà un giro di vite, in modo da tornare ad avere cittadini di Sua Maestà come operatori sociali e cuochi (da quest'ultimi God Save Us!). Naturalmente anche il leader tory David Cameron è contro la sanatoria e per di più rispetto a Brown, pur premettendo che i lavoratori stranieri «sono una risorsa, per cui vanno accolti e assistiti», lui addirittura chiede di porre un «tetto» prefissato al numero di immigrati da accogliere, a prescindere dalla loro specializzazione. Oltre alla sanatoria Clegg propone di "trasferire" gli immigrati verso le aree del Paese che hanno più bisogno di forza lavoro.

E riguardo un recente emendamento presentato dalla leghista Silvana Comaroli al dl incentivi all'esame del Parlamento («Le regioni, nell'esercizio della potestà normativa in materia di disciplina delle attività economiche, possono stabilire che l'autorizzazione dell'esercizio dell'attività di commercio al dettaglio sia soggetta alla presentazione da parte del richiedente, qualora sia un cittadino extracomunitario, di un certificato attestante il superamento dell'esame di base della lingua italiana rilasciato da appositi enti accreditati»), un'analoga proposta è contenuta nel programma elettorale dei laburisti inglesi, secondo cui a dover sostenere l'esame d'inglese sarebbero non solo coloro che intendono aprire un'attività commerciale, ma anche badanti, insegnanti, operatori sociali, personale dei call center e chiunque svolga una professione che lo metta in contatto diretto con il pubblico.

Sui temi etici i tre (compreso il conservatore Cameron) sono unanimi: sì aborto, sì ricerca scientifica, sì unioni omosessuali. E sì anche alla visita di Papa Benedetto XVI - nonostante lo scandalo degli abusi sessuali sui minori, su cui però tutti e tre chiedono con forza alla Chiesa di fare chiarezza - perché nella tollerante Inghilterra c'è sempre posto per la fede e per il contributo delle diverse religioni.

Tornando sull'immigrazione, facciamo un salto in Germania. Lakeside Capital ci offre questo contributo, tratto da qui:
Despite illegal immigrants’ rights to health care, these services are infrequently used. The problem lies in two clauses of the German immigration law which makes it mandatory for public institutions such as hospitals to pass on information about illegal immigrants to social affairs offices and in turn to the Ministry of the Interior (i.e. § 87 AufenthG, chapter 3.2.2; Article 76 of the AuslG). Therefore, doctors who help undocumented people access basic health services may be penalized for not reporting them.
Qualcuno ieri intervenendo alla direzione del Pdl ha detto che queste cose sono «incompatibili con il Ppe».