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Monday, May 03, 2010

Cameron tenta l'impresa (quasi) impossible

David Cameron e Nick Clegg non hanno ancora compiuto i loro rispettivi "miracoli" - attesi come fossero in qualche modo palingenetici - che già in Italia c'è chi li assume a proprio modello. Se la 'finiana' Generazione Italia guarda a Cameron, Rutelli guarda a Clegg, soprattutto per le sue chance di scardinare il secolare bipartitismo britannico. A maggior ragione - s'illude l'ex sindaco di Roma - riuscirò a scomporre il fragilissimo bipolarismo italiano. Al di là di tutte le enormi differenze politiche e culturali, balza agli occhi come gli "stagionati" Fini e Rutelli non reggano sul piano personale il confronto con i due candidati premier britannici: mentre i primi, se non del tutto "cotti", sembrano ormai aver superato l'apice della loro trentennale carriera politica e avviarsi tristemente (e rancorosamente) verso un inarrestabile declino, i secondi sono davvero delle novità - non una minestra riscaldata - nella scena politica britannica.

La mia impressone è che i britannici vogliano a tutti i costi liberarsi di Brown, ma non sappiano come fare. Clegg offre a molti elettori di sinistra delusi un'alternativa prima di cedere all'astensione o di buttarsi a destra. Se, quindi, Cameron non riesce a mobilitare l'elettorato conservatore, e a fermare la dispersione di voti a favore dello "UK Independent", ecco che la prospettiva di un Hung Parliament diventa molto concreta. Nel primo dibattito ha brillato Clegg, entusiasmando (forse anche troppo) sondaggisti e stampa, e ha deluso Cameron, infilzato un paio di volte persino dal "bollito" Brown; nel secondo Cameron si è ritirato su, Clegg si è confermato, Brown malissimo; nell'ultimo dibattito - guarda caso quello in cui è andato meglio - finalmente Cameron ha interpretato il Tory classico, meno naif, aiutato dalla crisi greca, mentre Clegg è andato maluccio e Brown di nuovo malissimo.

Certo è che se dai dibattiti ci si aspettava che Cameron si imponesse definitivamente come astro nascente della politica britannica e che prendesse il via la sua incontrastata volata verso Downing Street, allora dobbiamo concludere che sta fallendo. A Clegg potrebbe riuscire ciò in cui sperano Casini e Rutelli in Italia, scardinare un sistema maggoritario per altro molto più consolidato del nostro, blindato da una legge elettorale uninominale a un turno, entrando di diritto negli studi politologici dei prossimi dieci-vent'anni. Non rimane che sperare nella innata saggezza dei sudditi di Sua Maestà, perché se i Lib-dem, per entrare al governo, dovessero ottenere la riforma elettorale, sarebbe una catastrofe per il Regno Unito. Andrebbe probabilmente verso un'estrema frammentazione partitica, considerando i partiti regionali in Scozia, Galles e Irlanda del Nord, il Green Party, il British National Party e l'antieuropeo UK Independence Party. Rissosi governi di coalizione diventeranno attori permanenti della politica britannica, con sviluppi imprevedibili, nel lungo periodo, sull'unità stessa del Paese.

Preoccupante che sulla disponibilità eventuale dei Tories a discutere di riforma elettorale in cambio dell'appoggio dei Lib-dem, Cameron sia stato ambiguo, sollevando un certo malumore nel suo partito. Ma negli ultimi giorni lo è stato meno, ha spinto sui tasti giusti - no ad un governo di coalizione con i Lib-dem, no ad una riforma del sistema elettorale in senso proporzionale - e si è mostrato convinto di potercela fare a ottenere la maggioranza assoluta dei seggi, dicendosi comunque pronto alla sfida di un governo di minoranza. Una iniezione di fiducia che ci voleva e, al di là dei punti percentuali, tutti i sondaggi registrano un'ascesa di Cameron, mentre Clegg sembra sgonfiarsi e Brown ormai avviato ad una debàcle. Se continua così, da Tory più classico, può ancora farcela.
In generale, il problema di Cameron - per cui non è ancora riuscito a convincere la maggioranza dei britannici nonostante i 13 anni di Labour, la crisi economica e l'antipatia di Brown - è squisitamente politico (e strutturale). Banalizzando forse oltre il lecito, è troppo "di sinistra" per impersonare un'alternativa per cui mobilitarsi. Non puoi fare l'Obama di destra in Gran Bretagna, soprattutto in un momento di crisi. E' vero che contro Brown che vuole mantenere gli attuali livelli di spesa, se non aumentarli, promette un taglio di 6 miliardi di sterline al bilancio e meno sprechi (riduzione dei costi della politica del 10%), per avere (ma in futuro) anche meno tasse. Ma allo stesso tempo mostra un'assai elevata - e inconsueta per i Tories - fiducia nei servizi pubblici, un'idea ingenua e un po' naif di società civile, una sorta di "cittadinanzattiva" per cui laddove c'è un servizio inefficiente dello Stato, intervengono i singoli cittadini, o in gruppo, a dare una mano. Una sorta di ecumenismo buonista.

Un progetto dove più società civile non fa rima con meno Stato è l'idea trainante dello slogan "Big Society". Al posto di "meno Stato", c'è l'invito a join governement, per cui ciascuno dovrebbe impegnarsi in prima persona, nel proprio tempo libero evidentemente (!), a far funzionare meglio servizi pubblici come scuole e ospedali. Una collettiva assunzione di responsabilità che sfiora la filantropia, ma che è anche concettualmente difficile da afferrare per la concretezza al limite del cinismo dei conservatori britannici. Un esempio: se sono un genitore che lavora - operaio o analista della City importa poco - non posso essere contemporaneamente anche una sorta di insegnante o manager scolastico. Mi limito a pagare e a pretendere un'istruzione di livello per mio figlio. La divisione dei compiti è la base delle società moderne. Non è che se voglio comprare del pane, vado dal fornaio e lo aiuto ad impastare.

La Big Society cameroniana è certamente preferibile al Big Governement laburista, ma se "società" suona senz'altro meglio di "governo", è l'aggettivo "Big" nell'uno e nell'altro slogan ad inquietare. E a non scaldare soprattutto l'elettorato Tory. Con il volto un po' snob da studentello idealista Cameron si affida alla parolina change invece che a freedom supportata dal polveroso liberalismo classico. Ma nell'ultimo dibattito - l'unico da cui è uscito nettamente vincitore - ha abbandonato un po' delle sue suggestioni a favore di un'impostazione più concreta e classica. Forse è troppo tardi, forse no. La mia previsione? E' che può ancora farcela. La butto là: 37-27(lib-dem)-26 e maggioranza dei seggi sul filo.

1 comment:

Anonymous said...

"dovessero ottenere la riforma elettorale, sarebbe una catastrofe per il Regno Unito. Andrebbe probabilmente verso un'estrema frammentazione partitica, considerando i partiti regionali in Scozia, Galles e Irlanda del Nord, il Green Party, il British National Party e l'antieuropeo UK Independence Party."

eh si, sarebbe veramente un disastro se anche il regno unito arrivasse, finalmente, nel secolo XXI , alla piena democrazia. che disastro!

JL