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Wednesday, November 16, 2011

Dopo la casta, il mito statalista

Anche su Notapolitica e taccuinopolitico

Si apre nel 2007, con la pubblicazione del best seller di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, la meritoria campagna del Corriere della Sera contro "la casta". E nel corso degli anni, in un crescendo fino alla crisi di leadership di Berlusconi, diventa martellante, facendo da cornice perfetta a inchieste giudiziarie e scandaletti sessuofobici. Non era il primo successo editoriale sui costi della politica. Prima di loro arrivarono l'ex ministro Raffaele Costa, con "L'Italia degli sprechi" (1999) e "L'Italia dei privilegi" (2002), e il duo Salvi-Villone con "Il costo della democrazia" (2005). Ma Stella e Rizzo avevano dalla loro le bocche di fuoco di Via Solferino e dell'establishment culturale, economico e finanziario di cui il quotidiano è solo una delle voci.

Da quando poi la Confindustria ha perso ogni fiducia nella capacità del governo, e della politica in generale, di affrontare la crisi con efficaci misure di rilancio dell'economia, alla campagna contro la casta si sono associati i media degli industriali. Il Sole24Ore e, in modo veemente, quotidiano, Radio24, con le sue trasmissioni di punta del mattino e "La Zanzara". Alla fine la campagna ha successo: l'opinione pubblica è disgustata ed esasperata, i politici sono costretti a umilianti atti di contrizione, ad ogni livello di governo si dimenano in diversivi per salvare il salvabile dei loro privilegi, ma la bufera finanziaria che si abbatte sui titoli di Stato italiani è la classica goccia che fa traboccare il vaso, o in questo caso l'ondata, e li manda ko. Insieme a Berlusconi tutti i partiti fanno volentieri un passo indietro, lasciando in piena curva il volante a un governo di soli tecnici guidato da Mario Monti, esito che probabilmente il Corriere – e i poteri più o meno deboli di cui è espressione – si auguravano/prefiggevano fin dall'inizio del loro attacco alla casta. Bene, bravi, bis.

I nostri politici se la sono cercata e si sono rivelati miopi e inetti. Tuttavia, ora che abbiamo vivisezionato e denunciato tutti i privilegi della casta, e ora che la politica si è dovuta accomodare sul sedile posteriore, sarebbe il momento di lanciare una campagna altrettanto spietata sui tanti privilegi della gente comune, altrimenti non ci salviamo. Gli italiani s'illudono infatti che la casta sia solo quella dei politici, che un bel taglio alle loro parcelle basti a salvare il Paese. Un'illusione pericolosa, perché quando il mondo ti avverte che non ti farà più credito a buon mercato, e ti intima di cambiare comportamenti, nessuno è disposto non dico a fare sacrifici, ma a mollare un'unghia delle proprie costose abitudini: è colpa dei nostri politici, paghino loro, o al massimo "piangano anche i ricchi". Ora che siamo sull'orlo del baratro, e che non c'è più l'alibi di Berlusconi, è forse il momento di un'operazione verità: le caste, a cominciare dai giornalisti e dal mondo dell'editoria, abbondano nel nostro Paese e tutte – nessuna esclusa – hanno contribuito al dissesto finanziario, produttivo e culturale. La cultura statalista e corporativa dominante, a partire dalle scuole fino ai mass media, ha semplicemente inculcato nella testa degli italiani l'idea che ad ogni cosa ci debba pensare lo Stato, sottintendendo la gratuità dei suoi servizi e delle sue opere.

Ebbene, oggi che l'evidenza empirica dimostra l'insostenibilità non solo del socialismo reale, ma anche dello stato sociale europeo del '900, sarebbe ora che i grandi giornali italiani si occupassero di rimediare a questo grande inganno culturale con la stessa intensità con la quale hanno combattuto la casta dei politici. Perché se gli italiani non si risvegliano dal profondo sonno statalista in cui sono precipitati, il governo dei tecnici potrebbe non avere il sostegno necessario a riparare le falle della nostra barca.

Sotto esame, dunque, insieme al nuovo esecutivo Monti, c'è tutto quel mondo editoriale, accademico, intellettuale, che da anni sui giornali bacchetta la politica – a ragione – per la sua improduttività e i suoi privilegi. Ora alcuni dei più illustri rappresentanti di quel mondo avranno la possibilità di dimostrare le loro capacità di governo (e se governare non fosse poi così facile come scrivere editoriali?), ma ancor più decisiva e urgente è l'operazione culturale contro il mito statalista. Non ci sono alternative. State certi che tutti i privilegi che la gente comune ha (e non si rende neanche conto di averli), e che non esistono in altri Paesi, verranno spazzati via uno ad uno. Da uno statista (improbabile), o da un branco di famelici creditori (ad oggi più probabile).

Monday, May 17, 2010

Oltre i privilegi, oltre gli sprechi

La crisi del debito è allo stesso tempo crisi di non-crescita e crisi dello Stato sociale europeo

Stupisce chi si stupisce per la continua discesa dell'Euro: la crisi del debito ha messo in luce (poiché ne è la conseguenza) le difficoltà di crescita dei Paesi che fanno parte della moneta unica (e non solo quelli del Sud) e con un piano da 1 trilione non si può, al di là degli escamotage formali, far finta di non aver generato inflazione. Più moneta in circolo, è ovvio che valga di meno. Se non altro, al di là delle battute demagogiche contro gli speculatori, che servono ai politici per nascondere le proprie gravi responsabilità nella gestione finanziaria degli Stati, sembra che i governi europei abbiano compreso la causa e la natura della crisi e siano decisi a intervenire con cospicui piani di tagli alla spesa pubblica. Tuttavia, c'è modo e modo di tagliare. E da come si apprestano a farlo non sembra affatto che venga messo in discussione ciò che da anni, da ben prima della crisi economica, si sta rivelando sia la causa diretta del debito crescente, sia un ostacolo indiretto alla crescita: il modello di welfare europeo, il più costoso del pianeta, che non è più sostenibile così come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi.

Bisogna tagliare, e anche l'Italia comincia a pensarci sul serio. Si parla di 25 miliardi in due anni. Sono tanti, forse ne servirebbero di più. Se è vero - come è vero - che un taglio del 5% degli stipendi dei parlamentari e degli alti dirigenti pubblici (gli «alti papaveri») sarebbe una «briciola», allora Rizzo e Stella, sarcastici su Calderoli il «tagliatore», dovranno riconoscere che altrettanto demagogica è la loro inchiesta sui costi della casta. «Briciole» sarebbero i risparmi derivanti dalla proposta Calderoli, così come «briciole» sono i costi della casta da loro denunciati nel "mare magnum" della spesa pubblica. Come scrissi già all'epoca dell'uscita del loro libro, infatti, per quanto quei costi siano emblematici di una vasta realtà di spreco e di privilegi certamente da abbattere, restano poco rilevanti se inseriti negli ordini di grandezza della spesa pubblica.

Occorre dunque distinguere le due questioni: da una parte gli eccessivi privilegi della politica, dall'altra il tema dell'eccessiva spesa pubblica. Non è tagliando i costi della casta che si risolve il problema della spesa, ma ha comunque un significato simbolico che la classe politica faccia per prima uno sforzo (aggiungerei un taglio del 5% ai "rimborsi" elettorali ai partiti). In questo senso va intesa la proposta di Calderoli, identica a quella di Cameron in Gran Bretagna: nessuno dei due si illude che basti questo a risolvere il problema del deficit. «Il costo globale del ceto politico, anche inteso nella sua accezione più ampia (incluse le consulenze) - ricorda Luca Ricolfi su La Stampa - non supera i 4 miliardi di euro all'anno, il che significa che un taglio del 5% frutterebbe 200 milioni di euro... in 2 anni circa 0,5 miliardi di euro, ossia il 2%» dei 25 miliardi che servirebbero. La proposta Calderoli, come osserva giustamente Ricolfi, «dovrebbe essere sostenuta e semmai rafforzata, ma non per il suo impatto sui conti pubblici», bensì «per il suo significato simbolico, come un (minimo) segnale di serietà che la classe politica lancia al Paese».

«I veri costi della politica non sono quelli diretti, ossia l'ammontare degli stipendi della casta, ma i suoi costi indiretti, ossia lo spreco di risorse pubbliche che corruzione e malgoverno infliggono ogni anno al Paese», quella «incapacità di spendere oculatamente il denaro pubblico» che Ricolfi calcola in «80 miliardi». Abbiamo dunque i privilegi da tagliare; abbiamo gli sprechi da tagliare. Ma tutto questo non basta, e a ben vedere non è neanche fattibile, se prima non si mette in discussione qualcos'altro, che sta alla base ed è il presupposto sia dei privilegi che degli sprechi. La crisi del debito è allo stesso tempo crisi di non-crescita e crisi dello Stato sociale.

L'unico a sollevare il tema è Piero Ostellino, sul Corriere della Sera:
«Da tempo, le poche voci liberali che ancora compaiono sui giornali dicevano ciò che adesso scrive il Washington Post: "L'eccezione europea, il modello sociale più generoso del pianeta, ha i giorni contati". Ma nessuno ha dato loro retta e capito i prodromi della crisi dell'Euro. Eppure, essa è l'epifenomeno della crisi dello Stato sociale moderno. Se ciò che dà (col welfare) è più di quanto potrebbe, c'è squilibrio di bilancio che porta alla crisi finanziaria; se ciò che toglie (con le tasse) è più di quanto dovrebbe, la crescita del Paese si arresta. Lo Stato sociale moderno è oggetto di statolatria... L'alibi "sociale" ha giustificato l'ipertrofia e l'autoreferenzialità burocratiche dello Stato moderno, il quale produce "plusvalore politico" per chi ne detiene il potere con l'eccesso di spesa pubblica e di tassazione».
Nonostante l'esplosione della crisi del debito, anziché mettere in discussione lo Stato sociale, riducendo quindi le sue dimensioni, i governi preferiscono «divorare i loro cittadini per sopravvivere». Ed ecco, dunque, che lo Stato sociale mostra il suo vero volto tirannico, in nome di un malinteso senso di giustizia minaccia libertà e democrazia:
«I rappresentanti del popolo non esercitano il potere in nome, e al servizio, del popolo, ma è il popolo a essere al loro servizio al solo scopo di far funzionare la macchina pubblica dalla quale essi, quale ne sia il colore, hanno una "rendita politica"... In una società corporativa, il potere politico fa da mediatore fra le corporazioni in conflitto e, in una condizione di recessione economica, distribuisce le scarse risorse disponibili non secondo criteri di giustizia, ma in funzione della propria perpetuazione. A uscirne massacrati sono il singolo individuo, non protetto da una qualche corporazione, e le aziende che operano sul mercato. Le riforme si allontanano. I media, invece di guardare dentro la macchina dello Stato moderno e denunciarne costi e pericoli - in definitiva, invece di fare il loro mestiere hanno taciuto e ancora tacciono; vuoi per conformismo, vuoi per riflesso degli interessi extra editoriali dei loro editori, finendo col farsi dettare l'agenda dagli stessi responsabili della crisi».

Friday, January 18, 2008

Lo Stato al massimo della sua espansione

"Cercasi radiologo targato Ds". "AAA. Cercasi pediatra vicino An". "AAA. Cercasi neurochirurgo convintamente Udc". «Dovrebbero avere l'onestà di pubblicare annunci così, i partiti: sarebbero più trasparenti. Perché questo emerge dalle intercettazioni della "Mastella Dynasty": la conferma che la politica ha allungato le mani sulla sanità. Padiglione per padiglione, reparto per reparto, corsia per corsia... è in corso da anni, ma diventa sempre più combattuto e feroce, un vero e proprio assalto dei segretari, dei padroni delle tessere, dei capicorrente al mondo della sanità. Visto come un territorio dove distribuire piaceri per raccogliere consensi».

Scopre l'acqua calda Gian Antonio Stella. E davvero serviva un caso Mastella per far rimanere sbigottito Francesco Merlo. La mala-politica delle clientele e delle raccomandazioni portata alla luce in queste ore non è forse già da tempo, molto tempo, una realtà sotto gli occhi dei cittadini, che semmai i grandi giornalisti hanno avuto qualche "pudore" di troppo nel raccontare?

«Ad ogni intercettazione, ad ogni retroscena, ad ogni rivelazione non viene fuori il reato della politica, ma la mancanza di dignità della politica. E la dignità, almeno per noi, vale più del Diritto», ma la mancanza di dignità non è penalmente perseguibile.

Dunque, Merlo si pone finalmente la domanda giusta su tutta questa vicenda: «Può un giudice dar corpo giudiziario all'umore popolare - e qualunquista - contro lo strapotere della politica?» Si risponde che «da quel che sinora è venuto fuori, quest'inchiesta sembra appartenere alla famiglia delle inchieste di Potenza, a quelle indagini italiane, sempre più frequenti, che non al codice penale rimandano ma al moralismo ideologico e alla giustizia spettacolo, alla ruota del pavone. Perciò, come dicevamo, in questa vicenda giudice e imputato finiscono con il somigliarsi».

Purtroppo, ecco come conclude il suo articolo, mancando l'ultimo miglio, Francesco Merlo: «Oggi contro il familismo di Stato, contro i cugini delle mogli, contro gli oncologi di partito, sembra che il qualunquismo abbia scelto le procure. Alle fine tutti pensano di essere lo Stato. Dobbiamo rassegnarci che non ci sia lo Stato, ma un affollamento di surrogati di Stato?»

Non si tratta di «surrogati di Stato», non è che «non ci sia lo Stato», è proprio questo che abbiamo davanti lo Stato all'ennesima potenza. Ma sarebbe più corretto dire, per non confondere potenza con efficienza, lo Stato al massimo della sua espansione.

Ciò che davvero ci acceca, ci impedisce di cogliere le radici del problema, è l'idealizzazione dello Stato, come se davvero fosse un ente dotato di moralità e imparzialità proprie. A gestirlo sono pur sempre, e saranno sempre, gruppi di privati. Abolirlo, dunque? Certamente no, perché certe sue funzioni sono insostituibili. Ma cominciare ad avere consapevolezza di ciò che realmente lo Stato è: un male necessario, sopportabile a piccole dosi, purché i gruppi di privati chiamato a gestirlo siano eletti democraticamente e sostituibili; purché le risorse della collettività e gli ambiti di intervento a loro affidati siano ridotti allo strettamente necessario.

A chiarire alla perfezione il concetto è Stefano Magni:

«Dove è tutto lo scandalo per Mastella? E' vero che la sua famiglia usava la burocrazia statale come casa propria? E' vero che nominava i suoi amici e i suoi fidi a capo di enti pubblici e ospedali? Non è detto che queste cose su cui si sta indagando siano vere. Ma se lo fossero? Sarebbe ordinaria amministrazione: si chiama Stato. Lo Stato è l'insieme dei politici, ciascuno con i propri interessi privati, più o meno pericolosi per gli altri. Se affidi un'attività importante come la sanità allo Stato, non puoi aspettarti di meglio: saranno i politici a scegliere i dirigenti e anche i medici, in base a criteri che decidono loro (magari il merito, magari l'amicizia o la parentela). Se affidi la scelta delle aziende che devono fornire un servizio allo Stato e non ai consumatori, avrai per forza le tangenti sugli appalti. E vince l'azienda che paga di più il politico che deve scegliere».
Così i politici tutelano i propri interessi: «Posti di lavoro, anche importanti, in cambio di voti. Voti che gli servono per avere più potere, distribuire posti di lavoro e benefici a un maggior numero di persone che, in cambio, gli daranno ancora più voti». E il circolo si chiude.

Ed è comprensibile che la gente sia indignata, ma gli esiti possibili di questa indignazione diffusa e dello scollamento tra politica e cittadini sono due, «uno estremamente negativo, l'altro estremamente positivo». Quello negativo sarebbe «la pretesa di moralizzare la politica». Ma «chi opta per questa soluzione invoca a gran voce la dittatura militare o un maggior potere epuratore dei giudici». In entrambi i casi, meno democrazia e un regime, che gli stessi moralizzatori avranno contribuito a creare, «molto più facilmente corrompibile, proprio perché ha la facoltà di controllare gli altri, ma non si autocontrolla».

L'esito «estremamente positivo, invece, è la richiesta di liberarci dallo Stato e dalle sue pratiche. Perché lo Stato ci succhia risorse e ci restituisce inefficienza, quindi meglio fare da soli. Una tendenza di questo tipo potrebbe concretizzarsi con una forte richiesta di autonomia locale, di meno tasse e di molte meno regole, in modo da limitare i danni che i politici possono farci».

Bisogna intraprendere presto questa via, «prima che monti l'ondata di antipolitica autoritaria».

Thursday, May 24, 2007

Politica spazzatura

Montagne di immondizia in CampaniaNon tanto che Visco abbia fatto quel che più d'un generale della Guardia di Finanzia lo accusa di aver fatto - cioè di aver imposto con la minaccia la rimozione dei comandanti della GdF in Lombardia che avevano osato indagare sulla scalata a Bnl di una società, Unipol, legata al suo partito - ma che una volta beccato sia ancora lì, tranquillo al suo posto, con governo e coalizione al completo a fargli da scudo; l'emergenza rifiuti, il degrado e la criminalità a Napoli, che non hanno impedito a Rosa Russo Iervolino e ad Antonio Bassolino - che da sindaco prima, da governatore poi, ha avuto nelle mani un potere pressoché assoluto per vent'anni - di entrare a far parte del Comitato dei 45 per il Partito democratico; e gli allarmanti dati Istat sull'aumento della povertà in Italia. Sono tutti segni dell'inarrestabile decadimento del nostro ceto politico.

Puzza di politica l'immondizia partenopea, come ha ben detto Gian Antonio Stella, come puzza di partitocrazia l'arroganza del viceministro Visco, che abusa della carica pubblica che ricopre per punire chi nello svolgimento del suo dovere si trova a "intralciare" i disegni finanziari del suo partito.

«Visco mi ha impartito l'ordine di avvicendare gli ufficiali (...) senza indicarne le motivazioni (...). Visco mi disse che se non avessi ottemperato a queste direttive erano chiare le conseguenze cui sarei andato incontro. Alla mia obiezione che sarebbe stato opportuno informare l'autorità giudiziaria di Milano, Visco mi ha risposto categoricamente che non avrebbe costituito alcun problema il non avvertirla o farlo successivamente... Poi incontrai il procuratore Minale che mi disse di essere quanto mai sorpreso e allarmato... e mi annunciò l'invio di una sua missiva per chiedere delucidazioni. Il 17 luglio il viceministro mi disse di non aver rispettato alcuna regola deontologica per non aver dato esecuzione istantanea a quanto mi era stato da lui ordinato».

Parole del Generale Roberto Speciale, che risultano da un atto giudiziario. Non è possibile prendersela con un quotidiano di opposizione che ha fatto il suo mestiere. Dunque, o Visco è in grado di smentire le dichiarazioni del generale, o dovrebbe dimettersi. In ogni caso, il Giornale ha portato alla luce comportamenti scorretti da parte di almeno uno tra due alti rappresentanti delle istituzioni.

Il fatto che non siano emersi elementi di reato a carico di Visco - e d'altra parte, come ha ricordato il Procuratore Blandini, l'indagine preliminare serviva a stabilire se avviare un procedimento disciplinare, che poi non fu mai avviato, nei confronti dei finanzieri rimossi, e non del viceministro - non significa che il suo comportamento dal punto di vista politico e istituzionale non sia tale da chiederne le dimissioni. Le dichiarazioni rese dal Generale Speciale non vengono smentite dal procuratore, il quale si limita a chiarire che non contengono elementi penalmente rilevanti. Politicamente sì, invece.

Mentre Rutelli riflette sul fatto che la liquidazione di un banchiere valga come gli stipendi del Senato - se non che la prima la pagano gli azionisti, cioè dei privati, e non i contribuenti - le conclusioni che i più traggono dalle inchieste sugli sprechi e i privilegi della «casta» politica appaiono pericolosamente ovvie e riduttive: «Dove ci sono privilegi assurdi, vanno rimossi. Dove c'è corruzione, va spazzata via». Semplice, no?

Fanno orecchie da mercanti i politicanti, se Mario Monti oggi è dovuto reintervenire per chiarire ciò che a una lettura attenta o non interessata del suo articolo del 22 maggio, appariva già chiaro: proponeva «l'esatto contrario» del governi dei "tecnici", spiegando come ciò che il nostro ceto politico pretende di definire "politica" non lo sia affatto, ma sia solo tecnicismo politicante.

Non solo quella politica, ne esistono tante di «caste» nella società italiana. Per liberarcene occorrono soluzioni strutturali, «il disarmo reciproco dei privilegi corporativi e delle chiusure verso gli esclusi», e altri principi su cui fondare la nostra organizzazione politica, economica e sociale, come il merito e la concorrenza.

Insomma, lo sforzo è quello di evitare che tutte le periodiche denunce della «casta» politica, e delle molte altre «caste» che per mantenere i propri privilegi impongono ai cittadini costi iniqui, si riducano a un'effimera campagna di moralizzazione e di trovare soluzioni "di sistema". Come quelle indicate da Monti, e quel «nuovo contratto sociale tra le generazioni» di cui parla Giuliano Amato, che però, essendo al governo, è chiamato a darsi una mossa in Consiglio dei ministri, piuttosto che a pubblicare saggi su riviste prestigiose.

Né è valido il giochetto smascherato da Piero Ignazi, sul Sole 24 Ore, per cui i nostri politici si difendono confondendo la sfiducia dell'opinione pubblica nel sistema dei partiti con pericolosi atteggiamenti anti-politici o, addirittura, di rigetto della democrazia. E' la partitocrazia anti-politica e anti-democratica, e per ciò va abbattuta.

Saturday, May 19, 2007

Lotta dura agli sprechi e alle cause degli sprechi

La Camera dei DeputatiIl libro di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, "La casta. Così i politici italiani sono diventati intoccabili", appartiene senz'altro alla categoria dei libri utili. Raccoglie le loro inchieste per il Corriere della Sera sull'espansione incontrollabile dei costi delle istituzioni. Quirinale, Camera e Senato, Corte costituzionale, regioni, province, comuni e municipi, e migliaia di enti inutili eppure costosissimi. Finanziamenti pubblici ai partiti quadruplicati rispetto a quando furono aboliti dal referendum e "rimborsi" elettorali 180 volte più alti delle spese sostenute. Organici che si moltiplicano, spese di rappresentanza, indennità, autoblu. Una «oligarchia insaziabile» e «intoccabile». Un dossier ricchissimo di dati e impressionante sui costi della politica o, meglio, della non-democrazia.

Tuttavia, queste inchieste, queste denunce, lasciano spesso perplessi per l'incapacità che gli autori dimostrano a compiere il passettino in più, quello di una consapevolezza più politica. Se si vogliono davvero eliminare gli sprechi, i clientelismi, la "casta" dei politici che spremono il paese, allora non bisogna limitarsi a inseguire i furbi - praticamente tutti - a sperare che rinsaviscano, o che arrivi il salvatore della patria a porre limiti, argini o tetti, ma occorre avere il coraggio di individuare il nodo del problema. La soluzione non è mai moralistica, ma di sistema.

Non c'è il politico "buono" e quello "cattivo", c'è un sistema che genera certe pratiche di malaffare. Se il politico ha in mano molti soldi è fisiologico che li spenda per consolidare il proprio potere, per servire le clientele grazie alle quali è stato eletto, per circondarsi di comodità e privilegi. Se manca la trasparenza, se la responsabilità dei singoli non è individuabile, se la competizione elettorale è priva di rischi per gli insider, allora diventa difficile per gli elettori sanzionare i comportamenti più scorretti.

Ci si lamenta che la Rai è lottizzata dai partiti? E' persino ragionevole che lo sia, se la proprietà continua ad essere dello Stato. Ci si lamenta che i consigli di amministrazione di enti e aziende di Stato sono occupati da funzionari di partito riciclati? Ci si lamenta che i politici trombati ricompaiono nei posti di sottogoverno? Invece di aspettare i "moralizzatori", i politici migliori e più "buoni" che metteranno le cose a posto, cominciamo a chiederci se è il sistema che produce gli sprechi.

Privatizziamo la Rai; lo Stato si ritiri dall'economia; i Comuni privatizzino le municipalizzate; adottiamo una legge elettorale uninominale, in cui chi perde non ha modo di essere ripescato o riciclato; fissiamo l'incompatibilità tra Esecutivo e Legislativo, in modo che chi si candida alle elezioni politiche, e perde, non lo vedremo entrare al governo da sottosegretario.

L'errore di Stella è anche il limite di Ichino. Non ci si può limitare a individuare e scartare le mele marce. Se è l'albero che le produce bisogna sradicare il vecchio e piantarne uno nuovo. I "fannulloni" nel pubblico impiego sono tali perché il sistema glielo permette, sanno che non vanno incontro ad alcuna sanzione. Invece di perdere tempo a dargli la caccia, basterebbe che la gestione del personale fosse più elastica, ammettendo licenziamenti a seconda delle necessità delle strutture e delle valutazioni dei responsabili (a loro volta passibili di licenziamento se non garantissero adeguati standard di efficienza e produttività), per vedere da un giorno all'altro dimezzato il numero dei furbi.

In generale, se riscontriamo sprechi e privilegi abnormi nell'amministrazione pubblica e nelle istituzioni, negli enti locali, dalle regioni ai municipi, nelle università, smettiamola di prendere sul serio chi piange per i tagli in Finanziaria.

Bisogna cambiare mentalità. Smettere di credere che lo Stato sappia spendere più oculatamente dei cittadini i soldi dei cittadini stessi. Mano a mano lo Stato tende ad espandere le sue competenze, aumentano gli sprechi e diminuisce l'efficienza. Perché lo Stato non è un ente animato da una moralità superiore, è gestito da gruppi di persone con i loro interessi, primo fra tutti quello di sopravvivere al potere. E' fisiologico, quindi, che pretendano di gestire sempre maggiori somme di denaro per consolidare la propria influenza. Finisce che per voler occuparsi di tutto, lo Stato vampirizza la società e si occupa poco e male delle cose di cui solo lui può occuparsi: la sicurezza, la giustizia, la difesa, l'amministrazione, al limite la sanità, l'istruzione e il welfare.

Persino negli Stati Uniti, dove c'è la massima attenzione su come il denaro dei contribuenti viene speso, studi autorevoli hanno dimostrato che dopo otto anni consecutivi in cui il Congresso è nelle mani della stessa maggioranza la spesa pubblica tende a impennarsi, chi è al potere prende confidenza con l'interventismo governativo ed emergono espisodi di corruzione.

Per quanto siano dati emblematici di una vasta realtà di spreco e privilegi, quelli relativi all'abuso di autoblu, agli stipendi d'oro e alle indennità, o il numero dei dipendenti del Quirinale, doppio rispetto a quello dell'Eliseo o di Buckingham Palace, eccetera, sono poco rilevanti se inseriti negli ordini di grandezza della spesa pubblica. Sono le pensioni dei cinquantenni a pesare, la spesa sanitaria, i milioni di dipendenti pubblici, le velleità redistributive, i mille rivoli dei programmi assistenzialisti, le regalie alle corporazioni sindacali e confindustriali. Ma per ridurre la spesa pubblica non si può partire dai tagli sulle varie voci di spesa, perché quando ci si siede a tavolino tutto sembra indispensabile ai governi che non vogliono scontentare nessuno per non perdere quote di consenso. Si deve partire "affamando la bestia". Tagliando radicalmente le aliquote fiscali.

Dunque, se da queste inchieste non si trae la semplice conclusione di ridurre il peso dello Stato riducendo la quantità di ricchezza prodotta dalla nazione in mano ai politici, allora si scade nel moralistico indicare questo o quello come capro espiatorio di un sistema che alimenta se stesso indipendentemente o quasi dalla moralità dei singoli.