Ciò che nutre ancora la speranza di Prodi di potercela fare ad ottenere la fiducia anche al Senato è il fatto che gli incerti, come Fisichella, i diniani e gli Ud Bordon e Manzione, e persino l'Udeur, che ha provocato la crisi, non vogliono quella fine traumatica della legislatura, quelle "elezioni subito", che uno scontro all'ultimo sangue in Senato provocherebbe, ma un governo di "tregua", istituzionale, innanzitutto per approvare una nuova legge elettorale, ciascuno con le idee diverse nel merito. Insomma, quelli da cui dipende la sua caduta, allo stesso tempo non vorrebbero tornare subito alle urne.
Così Prodi li sfida: se mi fate cadere avrete ciò che non volete. Poi ci sono le 600 nomine pubbliche con le quali può sempre "comprare" qualche assenza nel campo avversario, o qualche voto tra gli "incerti": i vertici di Eni, Enel, Finmeccanica, Poste, Terna, Tirrenia non sono poca cosa.
Proprio per favorire uno scenario meno conflittuale, che rendesse possibile il proseguimento della legislatura con un governo di "tregua", istituzionale, soprattutto Napolitano e D'Alema si sono adoperati nelle ultime ore per convincere il professore a dare le dimissioni: "Se ti bocciano in Senato ti precludi la possibilità di un altro incarico". Un reincarico, un Prodi-bis di breve durata, a tempo, è stata l'esca con la quale hanno cercato di tentare Prodi, che però non si è fidato. Innanzitutto, crede possibile un reincarico anche venendo bocciato dal Senato mentre teme, a ragione, che da dimissionario verrebbe messo da parte in fretta. Inoltre, ciò che vuole evitare a tutti i costi è che la legislatura prosegua senza di lui. Dunque, non ha alcun interesse a svelenire il clima per permettere accordi sopra la sua testa. Prodi accarezza l'idea di essere di nuovo lui il candidato premier del centrosinistra se si andasse a elezioni anticipate, o comunque di mettere i bastoni tra le ruote di Veltroni presentando una sua lista salva-nanetti.
L'idea di D'Alema sarebbe stata quella di riagganciare Udeur e Udc promettendogli un governo di "tregua", di breve durata, per varare una nuova legge elettorale sul modello tedesco, con Veltroni emarginato nel ruolo dello spettatore. «L'operazione - ha spiegato ieri il sottosegretario Naccarato - è denominata "due piccioni con una fava". Cioè un modo per far fuori insieme Prodi e Berlusconi. Io ci aggiungerei anche un terzo piccione, Veltroni. L'idea è quella di portare in Parlamento un governo con un unico punto programmatico: una legge elettorale sul modello tedesco. Gli ideatori? Napolitano e D'Alema». Che l'operazione sia stata in campo è quasi certo. Che potesse riuscire, improbabile.
Casini chiedeva che Prodi rinunciasse ad andare in Senato e comunque avrebbe avuto molto da perdere in termini di immagine e voti, senza avere la certezza che il modello tedesco avesse potuto trovare i numeri in Parlamento. Era uno scenario ovviamente guardato con sospetto da Veltroni, cui non dispiacerebbe arrivare alle elezioni senza Prodi, ma non con il modello tedesco. Allora meglio l'offerta di Berlusconi, che il forzista Crosetto ha spiegato così: «Riforme tutti insieme dopo le elezioni. E intanto Walter va alle urne con questa legge che gli consente di scegliere lui chi mettere in lista e chi fare fuori».
Sull'altro lato, Berlusconi sembra consapevole infatti che tornare al governo con l'attuale legge elettorale, pur vincendo in modo schiacciante le elezioni, non lo metterebbe nelle migliori condizioni per governare. Fini e Casini tornerebbero da subito a perseguire l'obiettivo di logorarlo e l'Udc ha già preannunciato che all'indomani del voto lavorerebbe a un governo di "larghe intese".
«Io sono stanco, la macchina non c'è e soprattutto non ho la bacchetta magica. E invece ora tocca correre davvero e chissà come faremo...», riporta sul Corriere di oggi Marco Galluzzo, che spiega: Berlusconi «ha la consapevolezza che se tornasse al governo sarebbe comunque una via crucis». Al Senato avrebbe sì 30 o 40 senatori in più della sinistra, un'ampia maggioranza, eppure Berlusconi confida: «Sono preoccupato». Il margine al Senato potrebbe anche essere molto più largo di quello risibile di cui ha goduto Prodi, ma la pluralità di apparati da soddisfare renderebbe Berlusconi di nuovo ricattabile da An e Udc.
A questo punto le soluzioni a disposizione del Cavaliere sarebbero due. Una volta caduto Prodi, potrebbe rilanciare l'accordo con Veltroni per una nuova legge elettorale maggioritaria e tendenzialmente bipartitica - che però troverebbe difficoltà a trovare i voti in Parlamento, dove nel Pd sono più forti le correnti dalemiana, mariniana e rutelliana, favorevoli al modello tedesco - oppure per andare al referendum. E potrebbe, dopo la probabile vittoria, allargare comunque la sfera del consenso, coinvolgere in qualche modo il Pd o come minimo promuovere una "pacificazione nazionale" su alcune tematiche, con una formula ancora tutta da trovare: si va dalla "Grossa Coalizione" per la quale spinge l'Udc al "modello Sarkozy", su cui sarebbe d'accordo An, prendendo il meglio della sinistra, da Amato a Ranieri.
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Thursday, January 24, 2008
Tuesday, January 22, 2008
Prodi kamikaze, ma Berlusconi non abbia fretta
Corretta dal punto di vista istituzionale la decisione di Prodi di parlamentarizzare la crisi. Il Parlamento dà e toglie la fiducia ai governi ed è giusto che le motivazioni politiche della nascita, o della caduta, di un governo vengano espresse in quella sede e che le forze politiche si assumano davanti al Paese le proprie responsabilità in modo trasparente.Dubitiamo tuttavia che quella di Prodi sia fino in fondo una scelta di trasparenza e non, piuttosto, dietro la retorica dell'"istituzionalmente corretto", il tentativo di prendere tempo (da lunedì a giovedì) per delle disperate quanto opache manovre.
Visti i numeri in Senato, le ultime spericolate carte che rimangono in mano a Prodi sarebbero le 600 nomine negli enti pubblici previste nelle prossime settimane, con le quali potrebbe ancora tentare gli incerti, a suon di denaro pubblico, come ha già fatto per far approvare la Legge Finanziaria. In teoria, disporrebbe di monete di scambio per "comprarsi" due Senati, la forza d'urto di un Mastella moltiplicato per 600. In pratica, è tutto molto più complicato per il professore.
In questo momento, alla luce delle dichiarazioni di oggi, la situazione numerica al Senato è sfavorevole a Prodi.
Considerando che Marini, in quanto presidente del Senato, non voterà e che uno dei senatori a vita, Pininfarina, sarà assente per motivi di salute, i votanti saranno presumibilmente 320 e il quorum per la fiducia di 161 voti.
Ai 156 senatori dei partiti della CdL si aggiungono quelli del dissidente di estrema sinistra Turigliatto e dei tre senatori dell'Udeur (compreso Mastella), che saranno regolarmente in aula, come hanno ribadito oggi, ad esprimere il loro no. Totale: 160. Numero che potrebbe bastare, perché in caso di parità Prodi non otterrebbe la fiducia.
I tre senatori diniani e i due dell'Unione democratica, Bordon e Manzione, non hanno ancora sciolto la riserva ma hanno chiesto a Prodi di recarsi immediatamente al Quirinale per rassegnare le dimissioni, qualora domani l'Udeur, come pare praticamente certo, votasse contro la fiducia alla Camera. Tra gli "incerti" anche Fisichella, che però aveva assicurato che quello per la Finanziaria era l'ultimo voto di fiducia che concedeva a Prodi.
A meno di eclatanti, quanto devastanti per la credibilità di Berlusconi, defezioni nel centrodestra, per salvarsi Prodi dovrebbe convincere tutti questi sei incerti attualmente orientati per il "no" e ottenere il voto compatto di tutti i 7 senatori a vita (compresi Pininfarina e Ciampi, spesso assenti, e Cossiga, orientato verso il "no").
E in ogni caso, Prodi si salverebbe solo con l'aiuto dei senatori a vita. Anche se dal punto di vista costituzionale il loro voto vale esattamente come quello dei senatori eletti, il presidente Napolitano, rinviando Prodi alle Camere al termine della precedente crisi, aveva esplicitamente chiesto che ottenesse una «maggioranza politica», cioè la maggioranza dei senatori eletti. Si rimangerà queste parole?
In queste ore Berlusconi e Fini ricordano quelle parole del Capo dello Stato, proprio perché i conti sui quali Prodi basa il suo ottimismo comprendono anche i voti dei senatori a vita.
Ma una volta caduto Prodi, cosa accadrà? Berlusconi chiede elezioni subito e definisce quella attuale una buona legge elettorale, che darebbe al centrodestra una maggioranza solida. Veltroni risponde che votare ora sarebbe la «cosa peggiore» per il Paese.
Dunque, dobbiamo concludere che la crisi di governo abbia infranto le premesse e le basi di massima dell'accordo tra i due leader? E' presto per dirlo. Probabilmente dovremo aspettare l'avvio delle consultazioni al Quirinale, quando esporranno al presidente della Repubblica i loro reali punti di vista, oggi inevitabilmente condizionati dal gioco delle parti che la situazione richiede nei due campi finché Prodi rimarrà in sella.
Certamente, come ho già osservato più volte, a Veltroni conviene che tra l'esperienza disastrosa del Governo Prodi e le elezioni si frappongano un governo cuscinetto di circa un anno e una legge elettorale che favorisca la scelta del Pd di correre da solo. Berlusconi non ha queste necessità, ma non dovrebbe sottovalutare le profonde divisioni che ormai si sono aperte anche nel centrodestra fin dagli ultimi mesi della scorsa legislatura.
La richiesta di Berlusconi di andare a votare subito, anche con l'attuale legge elettorale, potrebbe rivelarsi un tentativo di alzare la posta, di esercitare una pressione in vista di una trattativa sui tempi di un governo di transizione che abbia come unico obiettivo l'approvazione di una nuova legge elettorale o lo svolgimento del referendum. Tra elezioni subito, come reclama Berlusconi, e nella primavera del 2009, come forse vorrebbe Veltroni, i due potrebbero raggiungere un compromesso per un governo di transizione dalla durata certa, e breve. Berlusconi invoca elezioni subito, ma in realtà non chiuderebbe le porte a un accordo per una nuova legge elettorale in senso maggioritario, purché comprenda l'indicazione di un termine temporale preciso, e molto breve, entro cui tornare alle urne.
Ci auguriamo davvero che Berlusconi non s'illuda che possa essere genuina la ritrovata unità del centrodestra nella prospettiva di un voto imminente con l'attuale legge elettorale. Una simile illusione sarebbe disastrosa. Fini, Casini e Berlusconi si ritroverebbero insieme per convenienza ma non per convinzione, mentre i dissapori personali e le divergenze programmatiche in questi anni e mesi sono andate approfondendosi. Ultimo esempio, proprio sul "caso Mastella", sulla giustizia: mai come questa volta, su questo tema, An aveva così nettamente contraddistinto la sua posizione da quella di Forza Italia.
Anche a Berlusconi è assolutamente necessaria una legge elettorale che gli consenta di correre da solo e farebbe bene a mettere da parte la sua fretta. Potrebbe non importare infatti la portata della vittoria sul Pd, se comunque in una delle Camere dipendesse da An e Udc, che proseguirebbero l'opera di logoramento del leader già avviata negli ultimi mesi della scorsa legislatura e ancora in atto.
Festival di ipocriti e strane manovre
Pare che Prodi non sia intenzionato a dimettersi e voglia invece chiedere un voto alla Camera. E al Senato, come pensa di ottenere la fiducia? Davvero non comprendiamo, ma ancora di più temiamo le manovre di questa notte, delle prossime ore. A quali ricatti e promesse a suon di denaro pubblico il premier pensa di ricorrere per ricomprarsi i senatori che ha già "pagato" a suon di milioni di euro per far approvare l'ultima Legge Finanziaria?
Destano preoccupazione, inoltre, le reazioni di alcuni giornali e giornalisti, che pur scrivendo peste e corna di questo governo, nell'ora della crisi che sembra decisiva sembrano temere che non sia però il momento "giusto". Chissà perché...
E ieri sera, a Porta a Porta, di fronte a Mastella, persino uno come Folli fingeva di non capire il filo - tutto politico - che lega la vicenda giudiziaria in cui è stata coinvolta la famiglia dell'ex ministro all'apertura della crisi.
I giornalisti, esattamente come aveva fatto Prodi in aula alla Camera, fingevano di non ricordare che Mastella si è dimesso non ritirandosi nel privato, ma sollevando una gravissima questione politica e istituzionale. E in queste ore si è deciso a far cadere il governo perché la maggioranza ha dimostrato di non voler neppure prendere in considerazione quella questione. Non potevano pensare di liberarsi di Mastella senza occuparsi della deriva eversiva di certa magistratura e facendo ricadere sull'Udeur l'intera vergogna per il diffuso malcostume della politica.
Non si può, soprattutto da giornalisti, derubricare a faccenda privata il caso Mastella, cadendo dalle nuvole se poi finisce per provocare una crisi di governo. Non possono permettersi di fare i finti babbei. Con l'arresto "ad orologeria" della moglie di Mastella, del tutto immotivato, si è voluto tentare di influenzare il giudizio del Csm su De Magistris; colpire il ministro artefice della riforma dell'ordinamento giudiziario, che pone un ragionevole limite di otto anni al mandato dei procuratori capo; il ministro che voleva porre un limite allo scempio delle intercettazioni, con le quali i magistrati tengono sotto ricatto la politica, a volte per favorire alcune fazioni, altre volte per protagonismo o per accrescere il potere della propria corporazione; si è voluta cavalcare l'ondata di anti-politica dando in pasto all'opinione pubblica un capro espiatorio mentre si tenevano al riparo i pezzi più pregiati della "casta".
In Italia sono intercettati ogni anno dai 70 mila ai 100 mila cittadini, per una spesa che in cinque anni ha toccato quota un miliardo e 150 milioni di euro. Gli italiani sono i più intercettati al mondo. Pensate che negli Stati Uniti di Bush, della guerra al terrorismo, del Patriot Act, non si superano ogni anno le 10 mila autorizzazioni dei magistrati ad intercettare. E da noi c'è anche qualcuno che ha il coraggio di parlare di "Grande Fratello" e di diritti civili...
Se un ministro della Giustizia dimettendosi denuncia alla maggioranza che lo sostiene un'«emergenza democratica», questa non dovrebbe per lo meno interrogarsi sulla questione? Il fatto che invece la ignori costituisce o no un problema politico?
Innanzitutto, va detto che sul piano giudiziario l'arresto della moglie di Mastella è un fatto aberrante e gravissimo, senza alcun fondamento giuridico, che ha portato alla crisi di governo perché ha fatto esplodere in modo non ricomponibile nella maggioranza le due incompatibili visioni della giustizia: quella giustizialista e giacobina di Di Pietro, dei comunisti e di frange del Pd e quella di Mastella.
Poi, certo, ma su tutt'altro piano, si può aprire la discussione sulla mala-politica italiana, di cui l'Udeur e i Mastella sono soci all'1,4%, o forse anche di più, considerando il loro peso politico effettivo, ma sempre con una quota minoritaria rispetto a partiti, reti di clientele, assetti di potere ben più solidi che operano in altre realtà del Paese.
E allora, mi spiace, ma per fare prediche contro la pratica della lottizzazione, contro l'invadenza della politica nelle nomine pubbliche, bisogna mostrare valida patente di liberisti. Laddove ci sia una Asl o un'azienda municipalizzata, la Rai o l'Eni, bisognerebbe indicare quali poteri, e in che modo, dovrebbero effettuare le nomine di quei vertici e di quei CdA. E non ci si venga a raccontare che basterebbe una legge che imponesse criteri stringenti, o il solito "passo indietro" da parte della politica. Sarebbe come gettare fumo negli occhi dei cittadini.
Finché un'azienda resta di proprietà pubblica - statale, regionale, o comunale - (e persino se vive e prospera di finanziamenti pubblici) l'affiliazione politica conterà sempre più dei curricula e del merito. Pretendere che così non sia, parlare di meritocrazia senza affidarsi completamente al mercato, vuol dire ingannare la gente. Anzi, laddove c'è la mano statale, regionale, o degli enti locali, dev'essere trasparente la responsabilità politica e partitica delle nomine, in modo che almeno i cittadini ne siano messi al corrente e possano sanzionare politicamente chi è causa di inefficienze.
Se davvero si ritiene questa invadenza, questa penetrazione, un'aberrazione della politica - e sono tra coloro che la ritengono tale - bisognerebbe avere il coraggio di dire che lo Stato, gli enti locali, i poteri pubblici in generale, devono restare fuori dall'economia e gestire il minimo indispensabile dei servizi.
Destano preoccupazione, inoltre, le reazioni di alcuni giornali e giornalisti, che pur scrivendo peste e corna di questo governo, nell'ora della crisi che sembra decisiva sembrano temere che non sia però il momento "giusto". Chissà perché...
E ieri sera, a Porta a Porta, di fronte a Mastella, persino uno come Folli fingeva di non capire il filo - tutto politico - che lega la vicenda giudiziaria in cui è stata coinvolta la famiglia dell'ex ministro all'apertura della crisi.
I giornalisti, esattamente come aveva fatto Prodi in aula alla Camera, fingevano di non ricordare che Mastella si è dimesso non ritirandosi nel privato, ma sollevando una gravissima questione politica e istituzionale. E in queste ore si è deciso a far cadere il governo perché la maggioranza ha dimostrato di non voler neppure prendere in considerazione quella questione. Non potevano pensare di liberarsi di Mastella senza occuparsi della deriva eversiva di certa magistratura e facendo ricadere sull'Udeur l'intera vergogna per il diffuso malcostume della politica.
Non si può, soprattutto da giornalisti, derubricare a faccenda privata il caso Mastella, cadendo dalle nuvole se poi finisce per provocare una crisi di governo. Non possono permettersi di fare i finti babbei. Con l'arresto "ad orologeria" della moglie di Mastella, del tutto immotivato, si è voluto tentare di influenzare il giudizio del Csm su De Magistris; colpire il ministro artefice della riforma dell'ordinamento giudiziario, che pone un ragionevole limite di otto anni al mandato dei procuratori capo; il ministro che voleva porre un limite allo scempio delle intercettazioni, con le quali i magistrati tengono sotto ricatto la politica, a volte per favorire alcune fazioni, altre volte per protagonismo o per accrescere il potere della propria corporazione; si è voluta cavalcare l'ondata di anti-politica dando in pasto all'opinione pubblica un capro espiatorio mentre si tenevano al riparo i pezzi più pregiati della "casta".
In Italia sono intercettati ogni anno dai 70 mila ai 100 mila cittadini, per una spesa che in cinque anni ha toccato quota un miliardo e 150 milioni di euro. Gli italiani sono i più intercettati al mondo. Pensate che negli Stati Uniti di Bush, della guerra al terrorismo, del Patriot Act, non si superano ogni anno le 10 mila autorizzazioni dei magistrati ad intercettare. E da noi c'è anche qualcuno che ha il coraggio di parlare di "Grande Fratello" e di diritti civili...
Se un ministro della Giustizia dimettendosi denuncia alla maggioranza che lo sostiene un'«emergenza democratica», questa non dovrebbe per lo meno interrogarsi sulla questione? Il fatto che invece la ignori costituisce o no un problema politico?
Innanzitutto, va detto che sul piano giudiziario l'arresto della moglie di Mastella è un fatto aberrante e gravissimo, senza alcun fondamento giuridico, che ha portato alla crisi di governo perché ha fatto esplodere in modo non ricomponibile nella maggioranza le due incompatibili visioni della giustizia: quella giustizialista e giacobina di Di Pietro, dei comunisti e di frange del Pd e quella di Mastella.
Poi, certo, ma su tutt'altro piano, si può aprire la discussione sulla mala-politica italiana, di cui l'Udeur e i Mastella sono soci all'1,4%, o forse anche di più, considerando il loro peso politico effettivo, ma sempre con una quota minoritaria rispetto a partiti, reti di clientele, assetti di potere ben più solidi che operano in altre realtà del Paese.
E allora, mi spiace, ma per fare prediche contro la pratica della lottizzazione, contro l'invadenza della politica nelle nomine pubbliche, bisogna mostrare valida patente di liberisti. Laddove ci sia una Asl o un'azienda municipalizzata, la Rai o l'Eni, bisognerebbe indicare quali poteri, e in che modo, dovrebbero effettuare le nomine di quei vertici e di quei CdA. E non ci si venga a raccontare che basterebbe una legge che imponesse criteri stringenti, o il solito "passo indietro" da parte della politica. Sarebbe come gettare fumo negli occhi dei cittadini.
Finché un'azienda resta di proprietà pubblica - statale, regionale, o comunale - (e persino se vive e prospera di finanziamenti pubblici) l'affiliazione politica conterà sempre più dei curricula e del merito. Pretendere che così non sia, parlare di meritocrazia senza affidarsi completamente al mercato, vuol dire ingannare la gente. Anzi, laddove c'è la mano statale, regionale, o degli enti locali, dev'essere trasparente la responsabilità politica e partitica delle nomine, in modo che almeno i cittadini ne siano messi al corrente e possano sanzionare politicamente chi è causa di inefficienze.
Se davvero si ritiene questa invadenza, questa penetrazione, un'aberrazione della politica - e sono tra coloro che la ritengono tale - bisognerebbe avere il coraggio di dire che lo Stato, gli enti locali, i poteri pubblici in generale, devono restare fuori dall'economia e gestire il minimo indispensabile dei servizi.
Thursday, January 17, 2008
La pistola carica è passata di mano
Mastella ha così deciso di confermare le sue dimissioni e di garantire un appoggio esterno al Governo Prodi. Anche qualora il caso sollevato dalla procura di Santa Maria Capua Vetere dovesse sgonfiarsi, com'è probabile, non vediamo come Mastella possa rientrare nel governo dopo il duro atto di accusa nei confronti della magistratura lanciato ieri e oggi. E' ovvio che Di Pietro e Mastella non potrebbero in ogni caso riunirsi nella stessa stanza. Dunque, il piano esposto da Prodi oggi in Parlamento, secondo cui il suo interim alla Giustizia sarebbe provvisorio, in attesa del ritorno di Mastella quando la sua vicenda sarà chiarita, è più che altro fumo negli occhi, forse l'unico modo per prendere tempo.Ma quello annunciato da Mastella è qualcosa di più e anche di meno di un appoggio esterno. Somiglia più alle "mani libere". «Daremo l'appoggio esterno ma saremo esigenti. Non daremo l'apporto come prima, dove il compromesso era la condizione per tenere insieme la coalizione, ma ci staremo nelle condizioni date. Rispettosi della logica del programma, della discussione sulla legge elettorale, ma con i nostri valori sulla Chiesa, sui dico, sulla politica estera». E, manco a dirlo, sulla giustizia.
In via di dissolvimento il partito, l'unica carta che riteniamo rimanga in mano a Mastella e all'Udeur, è quella di far cadere il governo e portare la "testa" di Prodi in dote a Berlusconi, magari attraverso una "coabitazione" con l'Udc. Non subito, ma di certo alle prossime elezioni non vedremo l'Udeur, o ciò che ne sarà rimasto, nel centrosinistra, quale che sia.
Ormai è del tutto inutile far cadere il governo come mossa disperata per tentare di evitare il referendum, perché in nessun caso Napolitano a questo punto scioglierebbe le camere solo per evitarlo, e perché Veltroni, Berlusconi e Fini si opporrebbero.
Alla luce della decisione della Corte di ammettere tutti i quesiti, a questo punto la pistola carica sul tavolo delle trattative per la riforma elettorale dovrebbero averla Berlusconi e Veltroni, che potrebbero esercitare pressioni sulle altre forze politiche riottose: o vassallum, o referendum. Anche il vassallum in effetti è tendenzialmente maggioritario e bipartitico, ma la legge che uscirebbe dal referendum sarebbe molto più brutale.
E' ciò che ha fatto capire Berlusconi oggi rilanciando il dialogo con Veltroni: gli ha rivolto un «appello» affinché «intervenga per tornare» al vassallum. Altrimenti, «si vada verso il referendum». In ogni caso, Berlusconi non è disposto a votare la bozza Bianco, che non conviene nemmeno al Pd per l'idea che ne hanno i veltroniani, e Veltroni ha sempre affermato che senza il consenso di Berlusconi non si sarebbe potuta approvare una nuova legge. Tra l'altro, nelle ultime ore, appare mutata anche la posizione della Lega Nord, più possibilista sul referendum, mentre Fini è referendario da sempre. Tra Veltroni e Berlusconi ormai l'accordo dovrebbe essere siglato: vassallum o referendum.
A questo punto, prima o poco dopo il referendum, il Governo Prodi è destinato a cadere. E' ovvio che Berlusconi preferisca prima e Veltroni dopo, anche perché in primavera ci sono in ballo centinaia di nomine, ma la strada sembra finalmente tracciata: referendum (o legge elettorale maggioritaria) e poi elezioni.
La mala-politica e la mala-giustizia
C'è da rimanere sconcertati dalle immagini della conferenza stampa del procuratore capo di Santa Maria Capua Vetere. Moderando i termini e ricorrendo agli eufemismi, un personaggio che non è apparso esattamente la quintessenza dell'equilibrio, della serenità e della competenza. E c'è da rimanere sbigottiti dagli atti dei verbali della procura riportati questa mattina dai giornali (qui la Repubblica).
Non so dire degli altri esponenti dell'Udeur coinvolti, ma già l'idea che Bassolino sia stato vittima di una tentata concussione "psicologica" da parte di Mastella risulta ridicola. Nella frase contestata alla moglie di Mastella a stento si ravvisa un'ipotesi di reato, figuriamoci le motivazioni per un arresto, seppure ai domiciliari.
Chiarisco subito, perché il mio post di ieri non possa prestarsi ad equivoci, che non intendo mettere mani sul fuoco sull'innocenza dei Mastella, o assolvere le tremende responsabilità politiche dell'Udeur e della "casta", ma criticare un uso della carcerazione preventiva - nello specifico l'arresto della moglie di Mastella, soprattutto quello, del tutto ingiustificato - attraverso il quale si vuole condizionare un ministro e l'esistenza stessa di un governo eletto dai cittadini.
Per quanto Mastella e l'Udeur siano partecipi e responsabili, per quanto in minima parte, di un sistema di malapolitica, non è accettabile che a liberarci dalla "casta" siano i magistrati, così come non potrebbero esserlo - e in altri paesi lo sono - i generali o i colonnelli. Sarebbe vera liberazione, se un potere non eletto, che molte volte è coinvolto nelle faide politiche a livello nazionale e locale, condizionasse un governo e un parlamento comunque eletti, per quanto inefficienti e persino "corrotti"?
E' un problema di democrazia. Possiamo salvarci se ci dotiamo di regole e meccanismi istituzionali che innanzitutto tolgano ai partiti e restituiscano ai cittadini il controllo sugli eletti e sui governi. E dovremmo anche comprendere che, al di là dei moralismi, è l'eccessiva disponibilità di risorse pubbliche gestite dalla politica, l'espansione abnorme dei compiti dello Stato e degli enti locali, il controllo totale e pervasivo, statale e regionale, sui servizi pubblici, che generano gli appetiti e alimentano il sistema della lottizzazione e delle clientele, gestite attraverso appalti, consulenze, municipalizzate e quant'altro. Un sistema che non si sconfigge per via giudiziaria, perché migliaia di persone dovrebbero finire in galera. E non è credibile che sia colpito un piccolo partito come l'Udeur e non reti di potere come quella di Bassolino, delle Coop e in altre parti d'Italia, anche amministrate dal centrodestra.
Dai rifiuti alla sanità, dalle università ad altri servizi pubblici, soprattutto nelle regioni economicamente depresse, è ovvio che dove la legge attribuisce alla politica, ai partiti, il potere di nominare i vertici delle aziende, essi finiscono per spartirsi tutti i posti, fino ai portantini, agli spazzini e ai bidelli, ricevendone in cambio voti, se non denaro, edificando sistemi di potere difficilmente scalfibili.
Realisticamente chiediamoci sa la magistratura, qualsiasi magistratura, sia in grado di scardinare questo sistema. Perché è difficile sostenere che non appartenga alla discrezionalità di un politico far dipendere il proprio appoggio a una maggioranza, a un governo, anche dalla nomina di una personalità che si ritiene "qualificata". Il sistema di regole dovrebbe, semmai, mettere in condizione i cittadini di sanzionare politicamente il governo, centrale o locale, che abbia nominato persone non qualificate.
Qual è il modo per capire se dietro una raccomandazione, dietro certe "pressioni politiche", c'è l'intento di indicare una persona di valore, o di sistemare "amici" per riceverne favori? Non c'è altro modo che responsabilizzare chi decide, chi nomina e chi assume: responsabilizzarlo politicamente, se è un politico; dal punto di vista amministrativo, se è un funzionario. Ognuno sia chiamato a pagare in prima persona, anche perdendo il posto o il conto in banca, se la struttura di cui è responsabile produce risultati scadenti.
In altri paesi si fa addirittura a meno del concorso pubblico, perché gli amministratori pagano in prima persona i danni che derivano dall'accogliere raccomandazioni poco qualificate, che in questo modo risultano ridotte ai minimi termini, tali da non condannare le strutture all'inefficienza. Una questione di regole, non (o non solo) di morale.
Lucidissimo, nel far emergere tali aspetti, l'articolo di Marco Imarisio oggi sul Corriere della Sera, che a differenza di Carlo Bonini, riportando stralci dai verbali, coglie il punto debole dell'inchiesta di Santa Maria Capua Vetere.
«Il metodo, in buona sostanza, è quello di far pesare i propri voti per ottenere vantaggi. L'ordinanza del tribunale... è un elenco di queste pratiche. È la descrizione del governo capillare del territorio operato da persone che fanno riferimento ad un piccolo partito, l'Udeur. Clemente Mastella viene palesemente considerato il dominus di ogni minima operazione compiuta in Campania. Evocato, citato, secondo i giudici ognuno dei reati contestati viene compiuto in nome e per conto suo. Ma questo legame diretto, se esiste, sta nelle intercettazioni del Guardasigilli, non allegate all'ordinanza», ma che la procura chiederà al Parlamento di poter utilizzare.
«Dall'ordinanza, risulta chiara la ragnatela di interessi targati Udeur in Campania. In alcuni casi risulta difficile la distinzione tra episodi penalmente rilevanti e basse pratiche politiche. Appartengono sicuramente alla prima categoria le falsificazioni delle graduatorie per i concorsi pubblici e le manovre sugli appalti. Altri, come l'episodio nel quale Camilleri si fa stracciare una multa per eccesso di velocità dal sindaco del Comune di Alvignano, con la complicità di un vigile, sono soprattutto indicativi di una mentalità clientelare, sintomi di malcostume politico. L'esempio illuminante è la tentata concussione ai danni di Antonio Bassolino», smentita tra l'altro dallo stesso governatore.
Il reato individuato sembra essere quello, inesistente nei codici, di "pressioni politiche". Che forze e uomini politici esercitino reciprocamente, in funzione del loro potere di ricatto in un dato momento e situazione, pressioni politiche per avere poltrone, è politica. Brutta politica, in molti casi, da cui non possiamo però difenderci con una cattiva idea, moralistica e anti-liberale, di giustizia.
Non so dire degli altri esponenti dell'Udeur coinvolti, ma già l'idea che Bassolino sia stato vittima di una tentata concussione "psicologica" da parte di Mastella risulta ridicola. Nella frase contestata alla moglie di Mastella a stento si ravvisa un'ipotesi di reato, figuriamoci le motivazioni per un arresto, seppure ai domiciliari.
Chiarisco subito, perché il mio post di ieri non possa prestarsi ad equivoci, che non intendo mettere mani sul fuoco sull'innocenza dei Mastella, o assolvere le tremende responsabilità politiche dell'Udeur e della "casta", ma criticare un uso della carcerazione preventiva - nello specifico l'arresto della moglie di Mastella, soprattutto quello, del tutto ingiustificato - attraverso il quale si vuole condizionare un ministro e l'esistenza stessa di un governo eletto dai cittadini.
Per quanto Mastella e l'Udeur siano partecipi e responsabili, per quanto in minima parte, di un sistema di malapolitica, non è accettabile che a liberarci dalla "casta" siano i magistrati, così come non potrebbero esserlo - e in altri paesi lo sono - i generali o i colonnelli. Sarebbe vera liberazione, se un potere non eletto, che molte volte è coinvolto nelle faide politiche a livello nazionale e locale, condizionasse un governo e un parlamento comunque eletti, per quanto inefficienti e persino "corrotti"?
E' un problema di democrazia. Possiamo salvarci se ci dotiamo di regole e meccanismi istituzionali che innanzitutto tolgano ai partiti e restituiscano ai cittadini il controllo sugli eletti e sui governi. E dovremmo anche comprendere che, al di là dei moralismi, è l'eccessiva disponibilità di risorse pubbliche gestite dalla politica, l'espansione abnorme dei compiti dello Stato e degli enti locali, il controllo totale e pervasivo, statale e regionale, sui servizi pubblici, che generano gli appetiti e alimentano il sistema della lottizzazione e delle clientele, gestite attraverso appalti, consulenze, municipalizzate e quant'altro. Un sistema che non si sconfigge per via giudiziaria, perché migliaia di persone dovrebbero finire in galera. E non è credibile che sia colpito un piccolo partito come l'Udeur e non reti di potere come quella di Bassolino, delle Coop e in altre parti d'Italia, anche amministrate dal centrodestra.
Dai rifiuti alla sanità, dalle università ad altri servizi pubblici, soprattutto nelle regioni economicamente depresse, è ovvio che dove la legge attribuisce alla politica, ai partiti, il potere di nominare i vertici delle aziende, essi finiscono per spartirsi tutti i posti, fino ai portantini, agli spazzini e ai bidelli, ricevendone in cambio voti, se non denaro, edificando sistemi di potere difficilmente scalfibili.
Realisticamente chiediamoci sa la magistratura, qualsiasi magistratura, sia in grado di scardinare questo sistema. Perché è difficile sostenere che non appartenga alla discrezionalità di un politico far dipendere il proprio appoggio a una maggioranza, a un governo, anche dalla nomina di una personalità che si ritiene "qualificata". Il sistema di regole dovrebbe, semmai, mettere in condizione i cittadini di sanzionare politicamente il governo, centrale o locale, che abbia nominato persone non qualificate.
Qual è il modo per capire se dietro una raccomandazione, dietro certe "pressioni politiche", c'è l'intento di indicare una persona di valore, o di sistemare "amici" per riceverne favori? Non c'è altro modo che responsabilizzare chi decide, chi nomina e chi assume: responsabilizzarlo politicamente, se è un politico; dal punto di vista amministrativo, se è un funzionario. Ognuno sia chiamato a pagare in prima persona, anche perdendo il posto o il conto in banca, se la struttura di cui è responsabile produce risultati scadenti.
In altri paesi si fa addirittura a meno del concorso pubblico, perché gli amministratori pagano in prima persona i danni che derivano dall'accogliere raccomandazioni poco qualificate, che in questo modo risultano ridotte ai minimi termini, tali da non condannare le strutture all'inefficienza. Una questione di regole, non (o non solo) di morale.
Lucidissimo, nel far emergere tali aspetti, l'articolo di Marco Imarisio oggi sul Corriere della Sera, che a differenza di Carlo Bonini, riportando stralci dai verbali, coglie il punto debole dell'inchiesta di Santa Maria Capua Vetere.
«Il metodo, in buona sostanza, è quello di far pesare i propri voti per ottenere vantaggi. L'ordinanza del tribunale... è un elenco di queste pratiche. È la descrizione del governo capillare del territorio operato da persone che fanno riferimento ad un piccolo partito, l'Udeur. Clemente Mastella viene palesemente considerato il dominus di ogni minima operazione compiuta in Campania. Evocato, citato, secondo i giudici ognuno dei reati contestati viene compiuto in nome e per conto suo. Ma questo legame diretto, se esiste, sta nelle intercettazioni del Guardasigilli, non allegate all'ordinanza», ma che la procura chiederà al Parlamento di poter utilizzare.
«Dall'ordinanza, risulta chiara la ragnatela di interessi targati Udeur in Campania. In alcuni casi risulta difficile la distinzione tra episodi penalmente rilevanti e basse pratiche politiche. Appartengono sicuramente alla prima categoria le falsificazioni delle graduatorie per i concorsi pubblici e le manovre sugli appalti. Altri, come l'episodio nel quale Camilleri si fa stracciare una multa per eccesso di velocità dal sindaco del Comune di Alvignano, con la complicità di un vigile, sono soprattutto indicativi di una mentalità clientelare, sintomi di malcostume politico. L'esempio illuminante è la tentata concussione ai danni di Antonio Bassolino», smentita tra l'altro dallo stesso governatore.
Il reato individuato sembra essere quello, inesistente nei codici, di "pressioni politiche". Che forze e uomini politici esercitino reciprocamente, in funzione del loro potere di ricatto in un dato momento e situazione, pressioni politiche per avere poltrone, è politica. Brutta politica, in molti casi, da cui non possiamo però difenderci con una cattiva idea, moralistica e anti-liberale, di giustizia.
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