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Friday, April 30, 2010

Pannella se ne faccia una ragione

Christian Rocca torna a smontare la tesi assurda pannelliana secondo cui sarebbero stati Bush e Blair ad impedire l'esilio di Saddam Hussein perché volevano a tutti i costi la guerra e segnala un articolo del New York Times in cui si riporta che nella sua autobiografia Laura Bush si chiede che cosa sarebbe successo se il francese Chirac e il tedesco Schroeder si fossero davvero impegnati a convincere Saddam ad accettare l'esilio («if one of them could have persuaded Saddam to go into exile, if they could have conveyed that the United States was not bluffing»). A conferma, ancora una volta, che gli americani l'esilio lo volevano, anzi l'avevano ideata loro la proposta, e che era Saddam a non volerlo perché francesi, tedeschi (e russi) ebbero un ruolo determinante nel far credere al dittatore che sarebbero stati capaci di fermare gli americani.

Sono anni che lo scriviamo. Tesi confermata da diplomatici, dal numero due del regime iracheno (Tarek Aziz), ma evidente a tutti anche tra quel febbraio e quel marzo del 2003. Così André Glucksmann, in un'intervista a La Stampa: «Avrei preferito che il Consiglio di sicurezza all'unanimità esigesse l'esilio di Saddam Hussein, come avevano suggerito un certo numero di Stati arabi. E forse sarebbe stato possibile ottenerlo con una forte minaccia militare. Purtroppo la Francia, la Germania e le manifestazioni pacifiste hanno incoraggiato Saddam Hussein a credersi protetto». Non ci voleva la Cia per accorgersene. Lo ripetiamo per l'ennesima volta. Non è che Francia, Germania e Russia non volevano la guerra. Volevano che Saddam restasse dov'era e hanno agito di conseguenza. Punto.

Monday, June 16, 2008

Il no degli irlandesi a questa Europa moloch burocratico

da Ideazione.com

Un solo Stato membro, per di più di piccole dimensioni, non può bloccare un processo politico che riguarda i 27 Stati dell'Unione Europea. E' il commento di gran lunga più abusato sulla vittoria dei "no" nel referendum sul Trattato di Lisbona che si è svolto in Irlanda lo scorso 12 giugno. Ma anche il più ingannevole. Anche i grandi quotidiani hanno titolato, più o meno: "L'Irlanda decide per tutti". «Non si può immaginare che la decisione di metà degli elettori di un Paese che rappresenta meno dell'1 per cento della popolazione dell'Ue possa arrestare il processo di riforma». Parole del presidente della Repubblica, Napolitano, ampiamente condivise dal ministro degli Esteri Frattini e dai due principali partiti, Pdl e Pd.

Tuttavia, una dichiarazione di una tale arroganza e superficialità da parte del capo dello Stato ci costringe a formulare un'obiezione. Si sarebbe potuta accusare l'Irlanda di bloccare tutti gli altri Stati membri, solo nel caso in cui a tutti i cittadini dell'Ue fosse stata offerta la possibilità di esprimersi e se, tra di essi, solo gli irlandesi avessero espresso un parere negativo. Non sappiamo, infatti, quale sarebbe potuto essere l'esito di un referendum negli altri 26, ma è lecito presumere che il Trattato di Lisbona sarebbe uscito sconfitto in più d'uno, se non nella maggioranza, dei Paesi europei. L'unica cosa che non si può fare è dare per scontato che nel voto popolare i "sì" avrebbero vinto ovunque.

Questo Trattato ha una storia. Concepito per rafforzare l'azione delle istituzioni europee, nasce come ripiego della ben più ambiziosa, a partire dal nome, Costituzione europea, affondata nel giugno del 2005 dai "no" referendari francesi e olandesi. Quello dei francesi fu certamente un "no" anti-global e anti-liberale ad un'Europa che liberale non era, ma che veniva accusata di non essere abbastanza statalista e protezionista. Un "no" sia gollista, che "lepenista" e di estrema sinistra. In Olanda, invece, l'affermazione dei "no" appariva immune dai pregiudizi francesi, e dovuta per lo più alla percezione che le tradizionali politiche orientate al libero mercato fossero minacciate dalla burocrazia di Bruxelles. «La maggioranza del no è proteiforme, contraddittoria. Coagula angosce differenti, amalgama le insoddisfazioni e senza alcun imbarazzo intercetta i pregiudizi dell'estrema destra come dell'ultrasinistra». Il giudizio che esprimeva allora André Glucksmann è valido anche oggi per il "no" degli irlandesi.

Hanno certamente pesato le spinte nazionaliste e le paure della globalizzazione, ma sarebbe riduttivo esaurire con esse l'analisi del voto. Ci sarebbe da chiedersi, infatti, come mai quasi in tutti i Paesi europei i partiti che rappresentano questi stati d'animo escono minoritari dalle elezioni politiche. Così come appare riduttivo parlare di un semplice "problema di comunicazione". Compatto il sistema politico e sociale irlandese (quasi tutti i partiti e i maggiori sindacati) si sono attivamente schierati per il "sì". Ma autonomamente, quasi istintivamente, gli irlandesi hanno deciso il contrario. Ci dev'essere dell'altro, se ormai, ogni qual volta i popoli europei hanno modo di esprimersi sui trattati partoriti a Bruxelles, li bocciano sonoramente. C'è in quei "no" – francesi, olandesi, irlandesi e altri – una componente decisiva di europeisti delusi da questa Europa, da questo Trattato, da questi leader.

«Dublino dà lezioni di democrazia all'Europa», è il titolo di un acuto commento uscito sul Wall Street Journal sabato 14 giugno: «Gli irlandesi hanno battuto un colpo per la democrazia in Europa questa settimana, bloccando un gioco di potere delle elite politiche del continente», prendendo il Trattato di Lisbona per ciò che realmente è: un tentativo di riesumare sotto mentite spoglie la costituzione bocciata da francesi e olandesi esattamente tre anni fa. Una costituzione che, secondo le pretese dei suoi estensori, avrebbe dovuto garantire all'Europa una presenza nel mondo simile, per peso e dimensioni, a quella degli Stati Uniti. Ciò sarebbe dovuto avvenire con un presidente del Consiglio non eletto e senza una politica estera e di difesa comune. Solo considerando questi aspetti, appare chiaro come siano stati saggi alcuni popoli europei a rispedire il progetto ai mittenti. «La costituzione europea ha 448 articoli. 441 in più di quella degli Stati Uniti. Solo per questo andrebbe bocciata», commentava George F. Will, sul Washington Post.

L'Europa è stata sorda alla sconfitta del progetto costituzionale nei precedenti referendum. I burocrati e i professionisti dell'europeismo politicamente corretto si sono limitati ad aggirare l'ostacolo dei referendum nazionali, anziché impegnarsi a comprendere lo scetticismo dei cittadini europei e convincerli a superarlo. La "Costituzione" si è chiamata "Trattato"; sono stati introdotti cambiamenti solo "cosmetici"; e si è chiesto ai governi nazionali di non sottoporre il Trattato a referendum popolare. Ventisei Paesi stavano quindi procedendo alla ratifica per via parlamentare, quando dall'Irlanda, la cui Costituzione impone di sottoporre a referendum anche i trattati, come forma di garanzia del mantenimento della neutralità del Paese, puntuale è giunta la nuova bocciatura. «I burocrati di Bruxelles non sanno reagire ai cambiamenti», ha osservato Vaclav Klaus, presidente della Repubblica Ceca.

Certo è che, come quello dei francesi e degli olandesi, il voto di dissenso degli irlandesi non ha riguardato l'articolato in sé, che ovviamente neanche conoscono (così farraginoso e difficile da leggere). Per gli elettori non si tratta di strappare un migliore accordo a Bruxelles, qualche concessione in più che solo gli addetti ai lavori potrebbero scorgere tra le mille pieghe di un trattato. E' una bocciatura dell'Europa com'è oggi, di cui il Trattato di Lisbona è la suprema espressione: una burocrazia, sulla quale i cittadini europei avvertono di non avere il minimo controllo, che produce nuova burocrazia appesantendo quelle nazionali.

E' falsa un'altra accusa che in queste ore viene lanciata all'indirizzo dell'Irlanda, cioè che sia uscita dal sottosviluppo grazie ai soldi dell'Ue. Certo, i fondi comunitari hanno fatto molto, ma molto di più hanno potuto le politiche economiche liberali adottate negli anni scorsi dai governi irlandesi che si sono succeduti con il consenso dei propri cittadini. Proprio gli irlandesi hanno mostrato all'Europa come risolvere alcuni problemi economici che gravano sull'intero continente. Hanno usato la stabilità e le prestazioni dell'euro, la leva fiscale, per attrarre capitale, raggiungendo un livello di benessere inedito per il loro Paese. Con il loro "no" hanno detto chiaro e tondo all'Ue che non sono disposti a farsi legare le mani dai burocrati di Bruxelles.

«Andare avanti» fu anche la parola d'ordine di tre anni fa, nel tentativo dell'establishment europeo di annacquare, di far finta di niente, di neutralizzare il dibattito che sarebbe potuto scaturire su quale modello di Europa, di imporre una sorta di pensiero unico sull'Ue, che pare possa e debba essere solo inter-governativa. Anche oggi sembra che si preferisca nascondere la testa sotto la sabbia. La realtà è che siamo giunti ad un punto che richiede o un ulteriore grande slancio verso un'unione politica, democratica, federalista, che però dovrebbe essere guidato da leader adeguati e lungimiranti, oppure di accontentarci di quanto già abbiamo. Il modello inter-governativo si è rivelato forse il più pragmatico, ma bisognerebbe ammettere che oggi è anche quello più limitante. Non si può estendere a dismisura senza veder comparire slabbrature dal punto di vista del controllo democratico.

La lezione da trarre dal "no" degli irlandesi è che i politici europei devono esporre i loro grandi progetti alla luce del sole, non di nascosto, soprattutto se essi diluiscono la sovranità nazionale. Scelte più difficili attendono l'Europa, ma non erano nelle urne di Dublino. Secondo il WSJ, «l'Ue non ha bisogno di un nuovo trattato per giocare un importante ruolo nel mondo, ma di volontà politica, sulla guerra al terrorismo così come sul libero commercio». Invece, è l'Europa dei piccoli grandi sussidi che preservano lo status quo; l'Europa dei vincoli burocratici cui strappare tutele e privilegi nazionali. Non è l'Europa dei grandi progetti in politica estera, o sull'energia. La ex costituzione, il nuovo Trattato e le stesse istituzioni europee, smarriscono i diritti fondamentali nell'ipertrofia burocratica dei "nuovi diritti" e in una selva intricata di tecnicismi per bilanciare i diversi pesi dei governi nazionali. Istintivamente i cittadini europei – abbiamo motivo di ritenere non solo gli irlandesi – vedono nell'Europa di oggi, e nel Trattato di Lisbona, un "moloch", un nuovo assolutismo, soft, burocratico e imperscrutabile.

Thursday, December 20, 2007

La falsa stabilità putiniana

Siamo d'accordo che "il personaggio dell'anno" di Time non debba per forza avere un connotato positivo, ma che soprattutto venga scelto per la propria capacità di incidere sul corso degli eventi e di influenzare la vita di milioni di persone. Eppure, il settimanale Usa avrebbe potuto presentare molto diversamente da come ha fatto la decisione di proclamare il presidente russo Vladimir Putin "Person of the Year".

André Glucksmann, in un intervento sul Corriere della Sera, critica duramente la scelta e ne contesta in particolare le motivazioni, negando che Putin sia artefice di stabilità nel suo paese e promotore di sicurezza a livello internazionale. Sono questi i due concetti chiave, la cui reale nozione a suo avviso viene travisata, su cui si sviluppa la sua critica.

L'intellettuale francese rammenta la popolazione cecena «massacrata», la libertà dei mezzi d'informazione «ridotta all'osso»; l'uccisione dei «giornalisti più coraggiosi per rimettere in riga gli altri». A fronte di tutto questo e molto altro, «invece i giornalisti del Time si sforzano di definire qual è il "bene" che Putin ha portato al suo popolo e al mondo: una "stabilità" che la Russia non conosceva da un secolo. "Prima l'ordine, poi la libertà". E questo equivale a dire che la scelta di Time Magazine è al tempo stesso ingenua, irrazionale e immorale. In realtà, non esiste stabilità quando le diverse mafie al potere si demoliscono e si eliminano reciprocamente all'ombra del Cremlino... occorre ignorare di proposito i regolamenti di conti, gli omicidi su commissione, le detenzioni, le cure speciali negli ospedali psichiatrici e le deportazioni arbitrarie, per chiamare "stabilità" il clima di intimidazione permanente che organizza la spartizione delle ricchezze tra oligarchi e gallonati dell'Fsb... Che non sia la stabilità dei cimiteri?».

Venuta a conoscenza dell'omicidio di Paul Klebnikov, redattore capo dell'edizione russa della rivista Forbes, ricorda Glucksmann, Anna Politkovskaya scriveva: «È innegabile, la stabilità è tornata in Russia. Una stabilità mostruosa, in cui nessuno invoca giustizia... in cui solo un matto oserebbe ancora pretendere la protezione delle forze dell'ordine incancrenite dalla corruzione. La legge del taglione ha sostituito ormai il diritto, sia negli animi che nelle azioni. Ce ne da l'esempio il presidente stesso». Quella Anna che «non ha potuto apprezzare l'articolo di Time», morta assassinata a sua volta il 7 novembre 2006.

E ancora: «Occorre rinunciare a cuore e cervello e mettere a tacere la propria anima per incoronare Putin come garante della sicurezza mondiale».

Insomma, Glucksmann contesta alla radice i meriti attribuiti da Time a Putin: non c'è "stabilità" in Russia, ma un fragile equilibrio tra bande e oligarchi di una nomenklatura che occupa palazzi del potere, servizi segreti e Gazprom, in un contesto di illegalità, corruzione e violenza.

Né si può sostenere che Putin abbia reso la Russia un attore che promuove "sicurezza" sulla scena internazionale. Ne abbiamo avuta conferma proprio ieri, al Consiglio di Sicurezza dell'Onu sullo status del Kosovo, ma è Paul Berman, intervistato dal Corriere, a puntare il dito su due dei tavoli ai quali la Russia gioca una partita spregiudicata e fonte di instabilità: «Putin mi sembra troppo pronto a collaborare con il regime degli ayatollah in Iran, che mira ad avere l'atomica e reprime l'opposizione. Per ciò che concerne l'Europa, Putin attua una strategia energetica ricattatoria, si serve del gas e del petrolio per condizionarla».

La Russia, è la constatazione di Berman, «non appartiene ancora al mondo delle democrazie». E sembra che «il futuro democratico della grande nazione non sia nelle mani del suo presidente, che ha controllato dall'inizio alla fine la campagna elettorale e il processo politico, ma in quelle dei dissidenti, che vanno aiutati». Preso atto che la condizione della Russia «è mista», occorre da parte dell'Occidente una «risposta mista», ossia di «pressioni e dialogo assieme». Bisogna «tornare ad appoggiare i dissidenti», a «conferire più prestigio ai loro leader». Anche se è «molto triste dover chiamare di nuovo l'opposizione "dissidenza", è un segno che la battaglia per la democrazia rimane aperta».

Non si può certo «far scomparire chi è al potere al Cremlino, ma non dobbiamo nemmeno fingere di avere di fronte dei democratici. Occorre continuare a trattare senza venire meno ai nostri principi: da un lato, cercare accordi dove possibile, dall'altro denunciare le violazioni dei diritti umani».

Nessun isolamento, è dunque la ricetta di Berman, che sarebbe oltretutto velleitario, ma il perseguimento degli interessi comuni con Mosca va «accompagnato dal dialogo con gli uomini d'affari russi, con i leader della società civile, da un impegno complessivo e soprattutto da una vigorosa difesa dei diritti umani».

Monday, October 29, 2007

Khodorkovsky e le vere "colpe" degli oligarchi

Per André Glucksmann, Mikhail Khodorkovsky, l'ex magnate russo dell'energia, proprietario di Yukos, espropriato della sua azienda e incarcerato in Siberia, è il nuovo Sakharov, un dissidente vittima di una persecuzione politica. Con un lucido articolo Glucksmann smonta la propaganda putiniana contro gli oligarchi.

E' vero che alcune persone «astute» si sono arricchite grazie alle liberalizzazioni dell'era Eltsin muovendosi in modo spregiudicato, ma «non a spese di proletari esangui per colpa della dittatura del proletariato», bensì di «dirigenti comunisti troppo fiacchi per difendere la loro torta». Non è vera, invece, la «favola» che racconta Putin, cioè la sua presunta lotta contro gli «oligarchi corrotti» per ridistribuire al popolo la ricchezza.

«Per parlare chiaramente, le autorità russe non desiderano sopprimere gli oligarchi, ma selezionano i "buoni", quelli che obbediscono e sopprimono i "cattivi", quelli che disobbediscono. Questi ultimi vengono puniti, il loro gruzzolo sequestrato e ridistribuito agli amici dell'ex Kgb (oggi Fsb)».

Ed ecco, dunque, i tre motivi per cui l'imprenditore Khodorkovsky dava fastidio: popolarità personale; sostegno ai partiti liberali; ostacolo alla concentrazione statale dell'energia e, quindi, alla politica estera del Cremlino, che vede nel ricatto energetico la sua principale arma nei confronti dell'Occidente.
«Khodorkovsky non è certamente un uomo del tutto candido. Neppure Sakharov lo era... Ma, presa coscienza dell'oppressione e della sopraffazione che lo circondavano, protesse i dissidenti e si oppose alla dittatura. Khodorkovsky... fu disgustato dal ritorno dell'autocrazia. Molti russi mi hanno detto e Anna Politkovskaya in particolare: era ricco e per questo il popolino diffidava di lui. "Ma se vai al bagno penale e non ti pieghi, agli occhi dell'opinione pubblica appari come purificato". La resistenza di Mikhail Khodorkovsky, nella sua solitudine mondiale, lo consacra grande figura di oppositore al fianco di Garry Kasparov e Vladimir Bukovsky».
Dietro la balla della lotta agli oligarchi l'anima nera del regime putiniano.

Sunday, April 15, 2007

Putin reprime. Da noi «subalternpolitik» bipartisan

Un manifestante caricato su una camionetta della poliziaNon un periodo fortunato quello di Emma Bonino come ministro da cui ci si aspettano atti concreti a sostegno della democrazia e dei diritti umani. La sua missione cinese coincise con l'uscita del presidente del Consiglio Prodi a favore della revoca dell'embargo europeo sulle armi alla Cina, su cui non ebbe nulla da obiettare. E qualche settimana più tardi il dissidente cinese Wei Jingsheng, militante storico del Partito Radicale, si presentava a Bruxelles per letteralmente scongiurare i compagni radicali di fare tutto il possibile perché l'embargo non venisse revocato.

Di pochi giorni fa la sua missione in Russia, praticamente coincisa con la repressione di manifestazioni anti-putiniane e l'arresto intimidatorio di Kasparov, l'ex campione di scacchi oggi leader di "Altra Russia", il maggior cartello delle opposizioni a Putin. Anche in questa occasione non ha trovato modo di esprimere, per esempio dal podio del Congresso dello Sdi da cui ha parlato ieri, alcun cenno di condanna.

Certo, ha incontrato delle organizzazioni per i diritti umani - senza pubblicizzarne le sigle, basilare gesto di legittimazione di fronte al potere - ma si è unita al silenzio di governo e opposizione, che Capezzone ha efficacemente ribattezzato «subalternpolitik».

In questi stessi giorni Berlusconi è andato a trovare l'amico Putin e non osiamo immaginare gli oscuri motivi che lo hanno indotto, oggi, a dichiarare che la Russia è «un paese che crede nella democrazia», che le strade non erano state concesse ai manifestanti «per questioni di traffico» e che la repressione della polizia sarebbe stata «gonfiata» dalla stampa.

Oltre quella dei radicali (Capezzone, Mellano, Manfredi, Mecacci), rimane la voce di André Glucksmann, preciso compilatore dei crimini putiniani, che denuncia il silenzio complice dell'Europa: «Ventun anni dopo, le cancellerie e gli stati maggiori dell'Occidente scoprivano stupefatti che Solzenicyn, Sakharov, Bukovski e i nove dell'agosto 1968 avevano sconfitto l'impero comunista... Oggi, davanti alla nuova dissidenza che manifesta a Mosca, le autorità morali e politiche non battono ciglio. Parigi, Roma, Londra e Berlino guardano da un’altra parte e fanno i loro calcoli: Putin, il suo petrolio, il suo gas, le sue armi di distruzione di massa e quelle che vende in giro per il mondo, pesano di più di qualche migliaio di manifestanti malmenati, dispersi e arrestati da forze di repressione dieci volte superiori».

«Quante teste dovranno cadere, quante vocazioni dovranno essere spezzate, prima di vedere una reazione da parte degli europei, gli amici dei diritti umani?» Ma attenzione! Glucksmann non ci sta ad essere rubricato sotto le etichette "idealismo, morale, valori": «Non contrapponete ingenuità e realismo, etica della convinzione ed etica della responsabilità. Da quando risulta "realistico" e "responsabile" lasciar rinascere, alle porte dell'Unione Europea, su un sesto delle terre emerse, una potenza autocratica che sfugge a qualsiasi controllo, tranne quello del padrone del Cremlino, dei suoi servizi speciali, del suo esercito e della sua polizia? Ci siamo forse dimenticati che la Russia dispone del secondo arsenale nucleare al mondo e di una fantastica leva di ricatto (gas, petrolio)?»

«Non avete imparato niente, Grandi d'Europa?», conclude Glucksmann, con quel "Grandi" che suona così beffardo e sarcastico...

Tuesday, March 13, 2007

Una Russia democratica è il nostro primo interesse

Vladimir PutinLuci e ombre della leadership di Putin nell'articolo di oggi di Franco Venturini, sul Corriere, anche se le seconde annullano di gran lunga qualsiasi effetto benefico delle prime sulla società russa. L'importante è capire la linea di tendenza, la strada verso cui si sta avviando la Russia guidata da Putin. E' il verso giusto, quello che porta alla democrazia, seppure con tutte le difficoltà e i ritardi fisiologici di un paese che non l'ha mai conosciuta? O piuttosto si intravede un'involuzione autoritaria?

Venturini commette a mio avviso un errore nel contrapporre «valori» a «interessi». Dice: non si può fare a meno di avere buoni rapporti con la Russia, per quella «reciprocità di convenienze» che ci accomuna, ma d'altra parte in politica valgono anche le questioni di principio, cioè il rispetto dei diritti umani. E' un approccio che ha fatto il suo tempo e che finisce per rendere marginale la questione della democrazia e dei diritti fondamentali, ma anche per trarci in inganno nella valutazione dei nostri fondamentali interessi.

E l'evoluzione democratica della Russia è tra i primi di questi interessi. Innanzitutto, per motivi di sicurezza, essendo una potenza confinante con l'Unione europea; poi, perché nessun accordo commerciale o equilibrio tra potenze può essere alla lunga ritenuto affidabile con un paese autoritario.

A criticare la politica e l'intellettualità europea è ancora una volta André Glucksmann, che oggi ricorda come Prodi abbia «sempre praticato l'assenza totale di critica nei confronti di Putin», in questo non rappresentando alcuna «discontinuità» rispetto alla politica di Berlusconi. Alla vigilia di questa visita, Prodi ha rilasciato all'agenzia Ria Novosti un'intervista nella quale parla di «comune visione e modo di sentire» con Putin. Ma se «la cultura russa è la gloria dell'Europa, Putin è il Kgb».

La capitale cecena, Grozny, «è stata due volte distrutta, rasa al suolo... uno scempio compiuto alla luce del sole, sotto gli occhi del mondo intero». Eppure, silenzio, tranne pochi. Chirac ha persino insignito Putin della legion d'onore, appena una settimana dopo l'assassinio di Anna Politkovskaja. In Europa, osserva Glucksmann, «solo due personalità si smarcano dal silenzio complice, Angela Merkel e Nicolas Sarkozy».

La «distrazione» riguarda tutti: politici, intellettuali, pacifisti. Alla base, «la simpatia quasi inconscia per un regime palesemente non democratico, non liberale, non sociale...» Ma anche una paura che Glucksmann definisce «stupida», per la minaccia di Putin di chiudere i rubinetti di gas e petrolio. In realtà, «più ci inchiniamo, più incoraggiamo il lato pericoloso... Stiamo accettando che ai confini dell'Unione nasca una potenza senza controllo. Assistiamo all'edificazione di un impero dotato di fonti energetiche e della seconda forza nucleare del mondo».

Gli europei, conclude Glucksmann, «rischiano di macchiarsi di nuovo del "crimine di indifferenza" di cui parlava lo scrittore austriaco Hermann Broch a proposito dell'ascesa del nazismo. Il "crimine di indifferenza" oggi è dimenticare il vanto di una parte della sinistra, l'anticolonialismo. Il massacro dei ceceni è una guerra coloniale che dura da tre secoli. Dove sono oggi gli anticolonialisti?». Dove sono i capitalisti, che confidano nel libero mercato, quando si tratta di difendere Kodorkovski, l'ex capo della Yukos espropriato e rinchiuso in Siberia. Glucksmann ricorda che la civiltà occidentale è nata dalla lotta per la libertà: «Quando l'Europa se ne dimentica, le conseguenze sono sempre catastrofiche».

Sunday, March 04, 2007

Due sinistre cugine, malattia comune

L'unica sinistra in Europa che mostra gli stessi problemi della sinistra italiana è quella francese, e infatti entrambi i paesi si avviano verso il declino. E' quanto emerge da un impietoso ritratto di André Glucksmann, oggi sul Corriere, per il quale tutte le contraddizioni della sinistra dopo la caduta del Muro «si sono date appuntamento» nel Partito socialista, in cui militano «quelli che hanno detto "Sì" al referendum sulla costituzione europea e quelli che hanno fatto trionfare il "No", quelli indicati come "social liberali" e quelli che invocano "un'altra società" generata da uno sconvolgimento radicale; c'è chi è favorevole al nucleare e chi è contro, chi è pro palestinese e chi è amico d'Israele, ci sono i laici e gli islamofili, quelli che reclamano più polizia nelle banlieues e quelli che la rifiutano, quelli che approvano le 35 ore di lavoro settimanale e chi le deplora».

Ma a un certo punto, dopo i monologhi, ognuno preso a «fissare l'orizzonte invalicabile delle proprie convinzioni narcisistiche», dopo «idee senza dibattito» e «dibattiti senza idee», è scattata «l'ora dell'unione sacra ed ecco dimenticati anatemi e denunce reciproche, tutti come un sol uomo "contro la destra!"», osserva Glucksmann.

«Forza egemonica della sinistra francese, il Partito socialista riesce trionfalmente a monopolizzare tutte le contraddizioni che lo dividono, senza patire le conseguenze di non risolverne alcuna. Blairista o gauchista, statalista o populista, europeista o sovranista, poco importa, bisogna che la candidata vinca». Chi riconoscete in questa descrizione?

Con la «bacchetta magica» abolisce il principio di non contraddizione. «Il socialismo francese, nel corso di un secolo d'ipocrisia, ha combinato principi eterni e opportunismo giorno per giorno: colonialista e amico dei diritti dell'uomo, marxista duro e puro e tranquillo amministratore, il suo dupolice linguaggio aveva una risposta a tutto». Oggi, invece, «sono le alternative, le scelte, a cadere nel dimenticatoio» e un «complesso di desideri» fa da programma, scavalcando «i rischi, le difficoltà, le decisioni urgenti e dolorose».

Ma che importa, se si può «continuare a non dire nulla e a non spiegare nulla»? Mentre la realtà è che «maggioranze di destra e di sinistra condividono le responsabilità dell'irresponsabilità generale». «Cari amici socialisti, imparate a contare, il bilancio si estende a 30 anni, e non su 5 anni solamente», conclude Glucksmann. La disoccupazione (che si è impennata dal 1981, dall'inizio dell'epoca Mitterand) e le ribellioni «non provocano alcun esame di coscienza in un Partito socialista surreale».

Wednesday, January 31, 2007

Con Sarkozy

Nicolas SarkozyDopo che i miei "intellettuali" di riferimento di cose francesi si sono espressi, il mio endorsement per le presidenziali va decisamente a Nicolas Sarkozy. André Glucksmann, sul Corriere di ieri, ci ha offerto una preziosa radiografia della politica francese e dei francesi.

Sarkozy ha il merito di «rompere chiaramente con la destra abituata a nascondere il proprio vuoto dietro grandi concetti pontificanti». Cosa che non sta accadendo nella sinistra francese. Per esempio, «esaltando la discriminazione positiva, che elude l'Uguaglianza virtuale per sradicare le ineguaglianze reali», di pelle, domicilio, o cognome; e «teorizzando gli aiuti pubblici per la costruzione delle moschee», per non lasciare che le facciano gli integralisti, «a costo di urtare una concezione rigida della laicità».

Insomma, Glucksmann vede in Sarkozy il candidato che al trasformarsi della società azzarda il trasformarsi dei principi, il loro adeguarsi ad essa. Questa «rottura a destra» riguarda anche la politica internazionale. Glucksmann denuncia una «curiosa metamorfosi del gollismo, un feticismo conservatore che coltiva il primato degli Stati, qualunque cosa facciano». Questa "realpolitik", che ha portato a Vladimir Putin la Gran Croce della Legion d'onore, è una «curiosa evoluzione che ha fatto della patria dei diritti dell'uomo l'apostolo degli ordini costituiti».

Eppure, ricorda Glucksmann, «esisteva una Francia generosa che non dimenticava gli oppressi: i boat-people vietnamiti che fuggono dal comunismo, i sindacalisti incarcerati di Solidarnosc, le "Madri di Maggio" sotto il fascismo argentino, le algerine esposte al terrorismo, i cileni torturati, i dissidenti russi, bosniaci, kosovari, ceceni... In nessun altro Paese sì è parlato tanto di queste mostruosità e di queste resistenze. La possibilità di aprirsi fraternamente al mondo è nel nostro patrimonio culturale: vedi Montaigne, vedi Hugo, vedi i "French doctors" e i loro emuli. Nessuna fatalità condanna i nostri compatrioti ad essere scontenti di tutto, a vituperare gli "idraulici polacchi", a tagliarsi fuori dal mondo».

Ebbene, ci dice Glucksmann, Sarkozy è «l'unico candidato, oggi, ad essersi impegnato a seguire le orme di questa Francia del cuore».
«Non credo a quella che viene chiamata "realpolitik", che fa rinunciare ai propri valori senza ottenere un solo contratto. Non accetto quello che accade in Cecenia, perché 250.000 ceceni morti o perseguitati non sono un dettaglio della storia del mondo. Il generale de Gaulle ha voluto la libertà per tutti i popoli e la libertà vale anche per loro... Il silenzio è complice e io non voglio essere complice di alcuna dittatura».
(Sarkozy, 14 gennaio 2007)
A tutto questo «cosa risponde la sinistra? Purtroppo ben poco». Ha una candidata, Ségolène Royal, che «ha elevato la giustizia cinese a modello di celerità». Una candidata, però, bisogna riconoscerlo, «alle prese con un vuoto più grande di lei». Quello di una sinistra «ufficiale» francese che «si crede moralmente infallibile e mentalmente intoccabile», che «macerandosi nel proprio narcisismo, si trova ad essere assai impreparata quando Sarkozy prende in contropiede le tradizioni della destra e invoca i ribelli e gli oppressi, il giovane resistente comunista Guy Mòquet, le donne musulmane martirizzate, Simone Veil che abolisce la sofferenza degli aborti clandestini, il frate Christian assassinato in Algeria... e i repubblicani spagnoli...»

«Quando nel discorso del candidato di destra ritrovo Hugo, Jaurès, Mandel, Chaban, Camus, mi sento un po' a casa mia», conclude Glucksmann. La sinistra è «la mia famiglia d'origine. È per la sinistra che, da quarant'anni, mi batto contro le sue fossilizzazioni ideologiche (sostegno a Solzenicyn, ai dissidenti antitotalitari dell'Est, critica dei paraocchi marxisti)». Ed è per coerenza con questa storia, non perché ne condivide tutte le opzioni, che questa volta Glucksmann voterà Sarkozy.

Altrettanto prezioso l'articolo di Enrico Rufi, su Il Foglio di ieri, anche lui per il candidato che «smaschera la gauche che non sente più la voce di Camus».

Ma «perché la sinistra non sente più la voce di Albert Camus?». Se l'è chiesto lo stesso Sarkozy, nel suo discorso di investitura a Parigi. «Sicuramente... perché la sinistra francese è una sinistra immobile, conservatrice. Ma anche perché la gauche continua a non sapere proprio che farsene di uno come Camus...». «E se Sarkozy, come lui stesso ha rivendicato, intende arricchire il patrimonio della destra repubblicana di quelle idee che la sinistra ha abbandonato, non si può che prendere atto di questo enorme spostamento dei confini tra destra e sinistra».

Dall'anticolonialismo «senza sensi di colpa» a una scuola che «non sacrifichi il merito all'egualitarismo...», prendendo le distanze dalla realpolitik, per «non voler essere complice di nessuna dittatura», Sarkozy «si fa così eco di quegli intellettuali che nell'umanesimo di Camus trovano forza e nutrimento», da Alain Finkielkraut a Pascal Bruckner, da Max Gallo a, appunto, Glucksmann.