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Thursday, March 21, 2013

La distrazione di massa dai veri costi della politica

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Ben vengano i tagli alle retribuzioni dei presidenti delle Camere e dei parlamentari, naturalmente, e con essi il taglio agli sprechi, sperando che questa volta non si tratti solo di parole ma si passi ai fatti. Non possono che destare preoccupazione, tuttavia, i segni di una certa deriva "impiegatizia" del lavoro dei parlamentari che ci sembra di cogliere nelle parole dei neo presidenti Boldrini e Grasso, che in alcune loro uscite mostrano anche di non aver ben inquadrato la natura della loro carica istituzionale. Fin dai loro discorsi di insediamento hanno mostrato intenti "programmatici" più appropriati a un ministro che non al presidente di un'assemblea elettiva. Propositi confermati in un'intervista al settimanale L'Espresso dal presidente del Senato Grasso: «Giustizia e cambiamento sono le linee guida del mio lavoro. Corruzione, falso in bilancio, voto di scambio e nuove forme di riciclaggio: sono queste le priorità, per tutti». Anche l'intenzione proclamata dalla presidente Boldrini di «stare il più possibile fuori dal Palazzo e farmi carico dei problemi dei cittadini» non lascia presagire nulla di buono: Camera e Senato hanno bisogno non di presidenti in gita (o campagna?) permanente, non di promoter di se stessi, ma di manager il più possibile presenti, e capaci di farle funzionare.

Il solo parlare di "stipendio" è scorretto, fuorviante. Gli emolumenti di deputati e senatori, così come dei loro presidenti, sono costituiti infatti di più voci: indennità parlamentare, ma anche diaria e rimborso delle spese per l'esercizio del mandato. A cui si aggiungono varie indennità di carica e di funzione a seconda che ricoprano anche i ruoli di presidente, vicepresidente, questore, segretario d'aula, capogruppo, presidente e vicepresidente di commissioni. Dunque, quando l'altra sera, a Ballarò, Boldrini e Grasso hanno annunciato di essersi «tagliati lo stipendio» del 30%, hanno in qualche modo disinformato, se non ingannato i telespettatori. Il taglio finora deciso, infatti, riguarda le loro indennità d'ufficio, cioè una parte "accessoria" del loro "stipendio". Il taglio del 30% della sola indennità da presidenti delle Camere corrisponde infatti a circa il 7% del totale delle loro entrate mensili.

Se gli emolumenti dei parlamentari non si chiamano «stipendio» un motivo c'è. Perché il loro, piaccia o meno, non è un lavoro, com'è invece quello di un impiegato o di un operaio. La loro è una funzione. E si parla di «indennità» proprio perché si presuppone che l'esercizio di tale funzione sottragga loro del tempo per l'attività lavorativa e, quindi, dei guadagni. La loro funzione è quella di rappresentare i cittadini in Parlamento e non può essere misurata con il numero di ore lavorate, a cui corrisponde uno "stipendio". Viene valutata politicamente dagli elettori.

Un altro segno della deriva "impiegatizia" sta in un'altra uscita piuttosto demagogica dei due neo presidenti delle Camere, che hanno più volte dichiarato di voler far lavorare deputati e senatori per 5 giorni su 7. «Una più alta produttività, le ore di lavoro settimanali devono passare da 48 a 96, lavorando dal lunedì al venerdì, e si potrebbe fare anche di più», è l'impegno assunto dalla presidente Boldrini. Ma è assurdo misurare la produttività del Parlamento con il monte ore lavorate, come si farebbe per un impiegato o un operaio. Innanzitutto, Boldrini e Grasso sembrano ignorare che se il Parlamento lavora per più ore, i costi di struttura non diminuiscono, ma aumentano, anche considerevolmente. Basti pensare alle utenze e alle spese per il personale che assiste i parlamentari nel loro lavoro, dai consulenti legislativi ai commessi. Ore e ore di straordinari.

Altro che 5 giorni su 7. Il Parlamento dovrebbe lavorare/legiferare meno e meglio, laddove meglio significa innanzitutto in tempi più rapidi, che presupporrebbero modifiche costituzionali e dei regolamenti parlamentari a cui da sempre si oppongono i custodi di una concezione parlamentarista e assemblearista della democrazia rappresentativa.

Alla base di certe uscite demagogiche, purtroppo, c'è una malintesa idea, di tipo appunto "impiegatizio", dei costi della politica. E' senz'altro doveroso ridurre, riallineandoli agli standard degli altri maggiori paesi europei, gli emolumenti dei parlamentari, dimezzare il numero di deputati e senatori, così come dei membri di tutte le assemblee legislative, e magari anche sostituire il Senato con una Camera delle Regioni.

Ma i veri costi della politica, quelli rilevanti come dimensioni rispetto all'intera spesa pubblica, quelli che tarpano le ali all'economia del nostro paese, sono quelli che mantengono una casta improduttiva e parassitaria molto più ampia dei mille parlamentari, rendendo la vita quasi impossibile, ormai, ai ceti produttivi. I veri costi della politica stanno nell'incapacità delle istituzioni di prendere decisioni in tempi utili. Stanno nella sovraproduzione normativa, e in una macchina statale ipertrofica - che necessita di sempre maggiori risorse non già per funzionare, ma solo per la propria sopravvivenza - che aggravano l'oppressione burocratica e fiscale. Stanno nelle società partecipate che gestiscono i servizi pubblici locali (acqua compresa!), imbottite di politici, loro parenti, amici degli amici eccetera. Stanno nella malagestione della sanità pubblica, per cui la stessa siringa può costare in una regione dieci volte tanto che in un'altra. Stanno in tutti i fondi e sussidi elargiti dai politici alle loro clientele nelle forme più disparate, e sempre con la scusa di favorire lo sviluppo.

Ed è qui la contraddizione di fondo di movimenti come quello di Grillo: sono contro i partiti, vogliono estirpare la corruzione, la malapolitica, ma allo stesso tempo chiedono più Stato, più "pubblico", in tutti gli ambiti (acqua pubblica!), il che inevitabilmente significa più potere ai politici, ai partiti, come in una sorta di sindrome di Stoccolma.

Wednesday, May 11, 2011

Il solito schema

Come prevedibile il meccanismo si è innescato di nuovo. Si scandalizzano e tuonano ad ogni dichiarazione, anche la più banale, trita e ritrita di Berlusconi, e poi si lagnano che il premier invade le aperture dei tg e le prime pagine dei giornali, oscurando candidati e avversari a quattro giorni dal voto. Berlusconi che "politicizza" le amministrative per rafforzare il governo, riproponendo una sorta di referendum sulla sua leadership, e il Pd che accetta la sfida nell'illusione della "spallata". Ed ecco, dunque, che nelle ultime parole del premier sui poteri del Colle e quelli della presidenza del Consiglio si denuncia un attacco a Napolitano, alle istituzioni di garanzia di cui Berlusconi si vorrebbe disfare per instaurare una dittatura. Il che, però, non torna molto con un'altra lettura che va per la maggiore tra i nemici del Cavaliere: se fosse interessato alla presidenza della Repubblica, perché indebolirla?

A ben vedere, non si tratta che dei soliti ragionamenti, che il centrodestra ha già tentato di trasformare in riforma costituzionale nel 2005 (premierato forte, riduzione del numero dei parlamentari, Senato federale). Una riforma lasciata affondare nel referendum confermativo. E d'altronde, non va dimenticato che il rafforzamento dei poteri del premier e del governo, con il conseguente restringimento di quelli del presidente della Repubblica, era preso in considerazione anche nella Bozza di riforma Violante, la quale prevedeva che il presidente del Consiglio fosse investito direttamente dai risultati elettorali e non incaricato dal capo dello Stato, che potesse revocare e nominare ministri e sottosegretari senza passare per il Colle, e che il governo potesse usufruire di una corsia preferenziale in Parlamento per i disegni di legge di suo interesse.

Nessuno scandalo, dunque. Se non che nel reagire a queste prese di posizione la sinistra e la stampa mainstream calzano sempre i panni che fanno comodo al Cavaliere. Al di là del merito delle questioni e delle promesse effettivamente mantenute, infatti, ne escono rafforzati i tratti di decisionismo di Berlusconi e rimessa a lucido la sua immagine di riformatore, mentre i suoi avversari, rintanati sulla difensiva, appaiono come il ritratto stesso della conservazione. Un richiamo irresistibile per gli elettori del Pdl, anche se sfiduciati.

La teoria berlusconiana delle "mani legate" (da istituzioni antiquate e inefficienti e alleati infedeli) è molto spesso un alibi per giustificare le riforme non realizzate, ma che ci sia in Italia un problema di ingovernabilità (troppi galli a cantare e procedure parlamentari lente e farraginose) è innegabile. E c'è del vero anche nel fatto che quando Berlusconi si trova a Palazzo Chigi, chiunque si trovi al Quirinale - sia Scalfaro, Ciampi, o Napolitano - si sente in diritto di esercitare un ruolo di supplenza delle opposizioni, che oltre a sconfinare dalle prerogative costituzionali della presidenza della Repubblica danneggia in primis proprio le opposizioni, che vengono automaticamente bollate come deboli e incapaci finendo quasi per scomparire dal dibattito politico. Quando invece al governo c'è il centrosinistra, il Colle sembra uno studio notarile.

In questa legislatura il presidente della Repubblica e il presidente della Camera sono apparsi troppo spesso come gli unici, impropri argini, al governo Berlusconi. Soprattutto con Napolitano siamo ormai di fatto in un semipresidenzialismo dove il presidente però non viene eletto direttamente dai cittadini. Interviene su tutto, dalla politica estera alle spiagge in concessione, dando l'impressione di reclamare un ruolo di indirizzo politico che la Costituzione espressamente gli nega. Non c'è decreto ormai che non venga sottoposto ai suoi uffici prima di arrivare in Consiglio dei ministri, e spesso persino i testi di legge prima di uscire dalle commissioni parlamentari. Esternazioni una al dì, convocazioni di singoli ministri e capigruppo, lettere e spifferatine ai giornali. Di tutto di più, oscillando tra arbitro ineccepibile e giocatore molesto, tanto da far pensare che la sua età lo esponga a qualche condizionamento di troppo da parte dei suoi consiglieri, l'opaca "Presidenza della Repubblica".

Sacrosante in una democrazia liberale le istituzioni di controllo e di garanzia e il potere neutro del Quirinale, ma quando non sono più tali e invece di arbitrare giocano? Berlusconi vuole (dice di voler) cambiare una Costituzione che a suo avviso - e non ha tutti i torti - gli impedisce di governare in modo efficace. Napolitano (così come i suoi predecessori) le regole le ha già cambiate forzandole. Tra le due, meglio la via costituzionale del centrodestra, se mai deciderà di intraprenderla.

Thursday, September 09, 2010

Fini liberale? Wishful thinking

Per chi sa guardare oltre i tatticismi, oltre le dissimulazioni, dal discorso di Fini a Mirabello avrà percepito non solo l'astio antiberlusconiano che ormai spinge il presidente della Camera, ma anche la vera natura di Fli dal punto di vista dei contenuti politici. Somiglia molto alla vecchia An per quanto riguarda le concezioni economiche (i riflessi, direi) e gli interessi cui intende rivolgersi, conserva lo stesso retropensiero anti-federalista, mentre riguardo la Costituzione e l'assetto istituzionale ha abbandonato l'approccio riformatore che ha sempre contraddistinto il centrodestra - e in particolare Fini (da sempre presidenzialista) - per assumere una posizione conservatrice molto simile a quella espressa da Violante nel Pd: prima parte della Carta «intangibile», mentre per il sistema di governo non si va più in là di un semplice rafforzamento contestuale (in concreto ancora da definire) sia dell'esecutivo che del Parlamento. Questo spostamento, secondo Panebianco, è «ciò che più ha accreditato Fini presso la sinistra e, più in generale, presso tutti coloro che nella Costituzione così come è vedono un argine contro il "cesarismo" in generale, e quello berlusconiano in particolare». Sull'immigrazione Fini ha sfumato molto, da quando accusava il governo di violare i diritti umani, mentre di bioetica non c'è più traccia nei suoi discorsi.

Il discorso a Mirabello, da molti definito un "manifesto", non ha convinto, alcuni osservatori. Tra questi, appunto Angelo Panebianco, che alcuni giorni fa sul Corriere della Sera, oltre ad appuntare «qualche tatticismo» e le «molte cose» apparse fra loro «piuttosto eterogenee», perché rivolte a spezzoni diversi di elettorato, in particolare segnalava l'ambiguità del presidente della Camera sulle riforme istituzionali e della giustizia e sul federalismo fiscale, chiedendo di chiarire se avesse abbandonato le storiche istanze riformatrici del centrodestra (presidenzialismo o premierato, e separazione delle carriere e del Csm) e osservando come nel suo discorso avesse «annacquato» il federalismo fiscale evocando un «federalismo solidale».

Oggi Fini risponde a Panebianco, il quale ringrazia, ma non si dice convinto: «I miei dubbi permangono». Dopo aver proclamato «l'intangibilità» dei principi sanciti nella prima parte della Costituzione, riguardo la necessaria riforma della seconda Fini osserva che «la salvaguardia della possibilità di scelta, da parte degli elettori, della coalizione di governo e la necessità di conferire maggiore incisività e stabilità all'esecutivo non devono necessariamente comportare il ridimensionamento o, peggio ancora, l'abbandono del modello di democrazia parlamentare»; e spiega, dunque, che occorre «aumentare contestualmente la capacità deliberativa e di controllo del Parlamento e quella decisionale del Governo e di farlo in un quadro di rispettiva ed armoniosa crescita dei ruoli, per garantire una più efficiente funzionalità del sistema che non può esaurirsi, come sempre più spesso si sostiene, nel momento elettorale». Da sempre personalmente a favore del presidenzialismo, Fini ora sembra optare per il parlamentarismo. Volendo restare in questo ambito, il politologo osserva che però «rafforzare contemporaneamente la capacità deliberativa del Parlamento e quella decisionale del governo è molto difficile nell'ambito delle democrazie parlamentari (il caso dei presidenzialismi è ovviamente diverso). Le democrazie parlamentari oscillano, in genere, fra sistemi con parlamenti forti (la 'centralità') e governi deboli e sistemi con governi forti e parlamenti deboli o subordinati. È difficile trovare una terza via».

Riguardo il secondo appunto, sul federalismo fiscale, Fini conferma il suo approccio di fondo di un «federalismo solidale», sottolineando la necessità di «meccanismi di perequazione, in grado, se gestiti a livello centrale e in modo imparziale, di ridurre il divario esistente, e non più tollerabile, tra le aree del Paese maggiormente sviluppate e quelle affette da ritardi storici». Chiarimento che non supera la diffidenza di Panebianco, che nella sua replica ribadisce: «Se si segue la strada degli interventi perequativi (per il Mezzogiorno), occorre anche indicare come impedire che tali interventi servano più a conservare gli antichi vizi che a stimolare le nuove virtù».

Anche a Il Foglio, giornale che in questi mesi non ha mostrato antipatia nei confronti di Fini e, anzi, si è fatto promotore di una linea della ricomposizione e della coesistenza, non è piaciuto il discorso pronunciato dal presidente della Camera a Mirabello, «troppo lungo, una lingua di legno ricca di frasi fatte». Certo, un discorso «tecnicamente a posto, politicamente anche abile, con il solito passaggio del cerino agli interlocutori», ma «poco per dare un senso e una visione». «Fini - si osserva in uno degli editoriali a pagina tre - era diventato interessante quando aveva reagito individualisticamente e con le idee all'isolamento politico... Un dissenso controllato, un'altra versione normalizzante della destra italiana: erano cose che valeva la pena di sperimentare nel dorato mondo del berlusconismo plebiscitario. Un discorso da leader di una piccola formazione che cerca spazio nella maggioranza o altrove segna un ritorno al passato».

Oltre a Panebianco e al Foglio, arriva un giudizio ancora più severo, quello del sociologo Luca Ricolfi, non certo tenero con il governo Berlusconi. Intervistato da il Giornale, sottolinea la natura illiberale e assistenzialista del movimento finiano. I «temi discriminanti» per un partito che si proclama liberale («quelli dell'economia, meno tasse e meno spesa pubblica improduttiva») non sono del tutto assenti, osserva riferendosi alle posizioni di Baldassarri, ma «hanno un peso minore, sono come sommersi dall'impostazione antifederalista». Fli, spiega Ricolfi, è forse più liberale del Pdl sul dissenso interno, i diritti civili e la concezione delle istituzioni e dello stato di diritto, ma «se si va alla sostanza, ossia alla politica economica, è il partito di Fini che soccombe nettamente, perché la visione di Berlusconi - per quanto lontana dal liberalismo - è comunque più liberale di quella di Fini». Dunque, Fli è «l'ennesimo partito della spesa pubblica» e «non potrebbe essere diversamente per un partito che prende i voti soprattutto dal Lazio in giù».

In merito all'idea di Fini di un «federalismo solidale», Ricolfi sottolinea che «l'unica questione è di trovare il modo di far funzionare il federalismo, non certo di annacquarlo ulteriormente» e conclude che i leghisti che vedono nel movimento di Fini un partito «sudista-assistenzialista» «non hanno qualche ragione, hanno tutte le ragioni». Se intorno al presidente della Camera si stanno coagulando molte aspettative, è perché «molte persone di destra istruite sognano un partito conservatore classico, europeo, possibilmente liberale e di massa. E appena qualcuno glielo promette - osserva Ricolfi - ci credono con fanciullesca fiducia», ma si tratta di un «wishful thinking», sono «pie illusioni». Pesante il paragone usato per definire la natura delle mosse dell'ex leader di An: «Fini, come D'Alema, è un tattico, molto abile a gestire il breve periodo ma poco incline a pensare nel registro della lunga durata». Il sociologo stima un eventuale partito di Fini non oltre il 5 per cento e tra un futuro da nuovo leader del centrodestra italiano o da leader di «un partitino in una coalizione "marmellata" con Rutelli, Casini e gli altri», vede più probabile la seconda ipotesi.

Saturday, March 24, 2007

Perché nel nostro sistema i 158 servono

Non è uno dei comunicati più oscuri quello che Pannella ieri sera ha messo sul sito Radicali.it (Leggi). Basta sapere che l'«illustre Impaziente» di cui si parla è Capezzone. Ricorda a noi impazienti che se il Governo vedrà approvato dal Senato il suo decreto di rifinanziamento delle missioni, pur senza tutti i 158 voti dai banchi della maggioranza, non è giuridicamente e costituzionalmente tenuto a dimettersi. Grazie, un ripasso di diritto costituzionale fa sempre bene.

Rimane la questione politica. Perché val la pena di ricordare che stando alle dichiarazioni del presidente Napolitano, di Prodi, di Fassino e dei vertici di tutti i partiti di maggioranza, il Governo Prodi è stato rinviato alle Camere così com'era, dopo la sua prima crisi, proprio sulla promessa fatta a Napolitano, proclamata ai quattro venti, che potesse contare su una maggioranza autosufficiente (158 voti) al Senato. Se lo stesso presidente ha chiesto che una maggioranza certa - a prescindere dalle auspicabili convergenze bipartisan - ci fosse, è evidente che, al contrario di quanto sostiene Pannella, il problema dei 158 esiste.

Ed è proprio alla pervicace ricerca di questa autosufficienza che è stata immolata la posizione della Rosa nel Pugno durante la crisi, che invece auspicava un più corposo allargamento a non meglio precisate forze liberali e socialiste. Non era "ineludibile" dimettersi neanche in occasione dell'ultima crisi. Eppure...

Eppure il problema c'è, eccome. Improvvisamente si sono tutti innamorati del voto bipartisan, scordandosi però che è un comportamento di maggioranze e opposizioni tipico di sistemi istituzionali diversi dal nostro, e che per di più qui godono del quasi totale rigetto da parte delle forze politiche. Si addicono ai presidenzialismi o ai premierati, non alla partitocrazia.

Si vorrebbe ampliare la maggioranza verso il centro senza modificare gli equilibri politici, cioè senza scatenare le proteste della sinistra neocomunista. Così «Si resta a metà del guado. Si tenta di fare lo stesso l'operazione senza pagarne il prezzo politico», riassumeva perfettamente Stefano Folli.

Nelle democrazie in cui le votazioni sono spesso «bipartisan» - Stati Uniti e Gran Bretagna - non esiste commistione tra potere esecutivo e legislativo. Entrambi ricevono il mandato direttamente dagli elettori e rimangono in carica fino alla sua scadenza naturale. Ecco perché, se arriva alle Camere una legge gradita all'opposizione, capita spesso che alcuni suoi deputati la votino, non essendo in gioco la permanenza al governo degli avversari; e, viceversa, se arriva una legge sgradita a parte della maggioranza, capita che alcuni suoi deputati non la votino, sapendo di non far cadere il premier o il presidente. Il fatto che siano tutti più indotti a valutare nel merito e non per appartenenza toglie potere di ricatto alle ali estreme. Così, prima di tutto sulla politica estera a volte si sfiora persino l'unanimità.

Ancor più della legge elettorale è quindi l'aberrazione della "fiducia" che il Governo deve ricevere dalle Camere per essere legittimato a governare la fonte dell'instabilità italiana. Il Governo dipende (deve la sua stessa legittimità) dalla maggioranza che gli concede la fiducia, cioè da un patto politico tra partiti che nasce in Parlamento. I partiti di opposizione possono aggiungere il loro voto, se lo ritengono, ma la maggioranza dev'essere autosufficiente. Se troppo spesso, o in passaggi fondamentali, non lo è, viene a mancare il patto, c'è una nuova maggioranza che dovrebbe palesarsi e dar vita a un nuovo governo. Dicesi parlamentarismo: ecco quindi perché senza l'autosufficienza dei 158 il nostro sistema va in sofferenza.

Uno di questi passaggi fondamentali è senz'altro il voto sul rifinanziamento delle missioni all'estero. Se il centrodestra dovesse decidere di non votare il decreto del Governo, coprendosi presentando una sua mozione per il rafforzamento del contingente e delle regole d'ingaggio, solo l'Udc - come sembra - potrebbe consentirne l'approvazione, rendendo ininfluente, come dice Pannella, il fatto che dalla maggioranza potrebbero arrivare meno di 158 voti. Eppure, lo stesso Casini, preannunciando di voler votare a favore, ha chiarito che se anche il decreto passasse ma mancassero i 158 voti dalla maggioranza, il Governo dovrebbe dimettersi. Ti aiuto, ma esigo le tue dimissioni? E' logico: nuova maggioranza, nuovo governo, o quanto meno nuova verifica politica di quello vecchio.

In un sistema in cui la legittimità dei governi dipende dalle maggioranze che si formano in Parlamento c'è un limite al loro variare. Perché, per esempio, il Governo non pone la fiducia sul decreto delle missioni? Saprebbe di perdere i voti dell'Udc e di non avere una maggioranza. A questo punto dovrebbe essere il Capo dello Stato a esigere che venga posta la fiducia per garantire il corretto funzionamento del parlamentarismo. Insomma, si deve sapere se l'Udc fa parte o meno della maggioranza. Soprattutto, in una materia come la politica estera si deve sapere su quale maggioranza si regge il Governo.

Nel merito, Prodi è riuscito a peggiorare la politica estera di Berlusconi, anche agli occhi di chi non avesse amato i buoni rapporti di quest'ultimo con l'amministrazione Bush. Angelo Panebianco individua, tra i vari disastri, la circostanza imprevista e peggiorativa: «Il governo Berlusconi aveva rapporti freddi e quasi ostili con i principali governi dell'Europa continentale ma coltivava almeno un saldo legame con gli Stati Uniti. Con il governo Prodi, le tensioni con gli Stati Uniti sono giunte al loro massimo storico senza la compensazione di un solido e aperto sostegno degli altri europeo-continentali».