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Friday, January 12, 2007

L'Iraq non è negoziabile

George W. Bush mentre presenta la nuova strategia per l'IraqBush rilancia: annientare le milizie, ripulire i quartieri di Baghdad, muso duro con Teheran

Non solo altri 21.500 soldati. Quel che più importa della nuova strategia per l'Iraq annunciata da Bush nel discorso dell'altra sera è che cambieranno il loro impiego e gli obiettivi operativi. In breve, si torna a combattere, per ripulire e riprendere il controllo dei quartieri di Baghdad e della zona di al Anbar, infestati da Al Qaeda e dalle milizie sunnite e sciite filoiraniane. La differenza con il passato è che si resterà nelle zone dove sono state appena scacciate le milizie. Il ministro degli Esteri iracheno Zebari ha accolto con molto entusiasmo il nuovo piano di Bush: «Possiamo farcela», è «la carta che potrebbe salvare la democrazia e la stabilità dell'Iraq».

La strategia fin qui seguita è fallita per due motivi, ha spiegato Bush assumendosene la responsabilità: «non c'erano abbastanza truppe irachene e americane a garantire la sicurezza dei quartieri che sono stati ripuliti dai terroristi e dai guerriglieri»; «c'erano troppe restrizioni per le truppe che erano là». Una strategia di successo, comunque, «va oltre le operazioni militari». Queste devono essere accompagnate da «miglioramenti visibili» delle condizioni di vita nei singoli quartieri.

Tuttavia, ha avvertito Bush, in Iraq «non esiste una formula magica per il successo», ma «un messaggio è arrivato forte e chiaro: una sconfitta sarebbe un disastro per gli Stati Uniti». Non sarà una vittoria «come quella conseguita dai nostri padri o nonni. Non vi sarà alcuna cerimonia di resa sul ponte di una corazzata». Ma la vittoria in Iraq «porterà un elemento nuovo nel mondo arabo: una democrazia funzionante, che ha il controllo del proprio territorio, rispetta lo stato di diritto, le libertà fondamentali ed è responsabile nei confronti del popolo», anche se non ci si può aspettare che l'Iraq democratico sia «perfetto».

Nella sostanza il presidente Bush ha adottato il piano "Choosing Victory: A Plan for Success in Iraq", elaborato Frederick W. Kagan e dall'ex Capo di Stato Maggiore Jack Keane, che di recente erano arrivati a suggerire l'invio di altri 50 mila uomini. E' rimasto nel cassetto, o forse è già finito nel cestino, lo studio Baker-Hamilton, che molti giornali avevano annunciato come la fine dell'idea di democratizzare l'Iraq e il Medio Oriente e il definitivo tramonto dei neocon e di Bush. Di quello studio, che avrebbe dovuto riportare in auge gli aspetti forse più superati dell'approccio "realista", il presidente ha seguito la raccomandazione di rafforzare e velocizzare l'opera di addestramento delle forze irachene, e di porre il Governo iracheno di fronte alle proprie responsabilità, ricordandogli che l'impegno americano non durerà all'infinito, ma ha fatto esattamente il contrario di quanto suggerito circa la diminuzione delle truppe e l'apertura incondizionata di negoziati con Iran e Siria.

Viceversa, un altro aspetto del cambio di strategia forse più importante dell'aumento di truppe è la decisione di affrontare duramente Iran e Siria e di non permettergli di destabilizzare l'Iraq come sempre di più hanno fatto negli ultimi mesi. Washington ha accettato di riconoscere a livello geopolitico la guerra per quello che è: un conflitto regionale da cui non si può uscire vincitori se non si combattono le milizie e se non si affrontano l'Iran, prima di tutto, ma anche la Siria.

La denuncia del presidente è inequivocabile:
«Il successo in Iraq esige anche la difesa della sua integrità territoriale e la stabilizzazione della regione contro la sfida estremista. Tutto ciò inizia con la necessità di affrontare l'Iran e la Siria. Questi due regimi permettono ai terroristi e ai ribelli di utilizzare il proprio territorio per entrare e uscire dall'Iraq. L'Iran fornisce il sostegno materiale per gli attacchi contro i soldati americani. Noi ostacoleremo gli attacchi contro le nostre forze. Interromperemo il flusso di aiuti dall'Iran e dalla Siria. Andremo a stanare e distruggere le reti che forniscono armi avanzate e addestramento ai nostri nemici in Iraq».
Le parole del segretario di Stato Condoleezza Rice chiariscono le intenzioni della Casa Bianca: «Colpiremo chi destabilizza». Rifiutandosi di escludere l'opzione militare, la Rice ha avvertito Teheran che le interferenze in Iraq «non saranno tollerate». Washington ha già inviato nel Golfo una seconda portaerei, per far capire che non scherza, e promette di arrestare tutti gli agenti iraniani in Iraq. Il primo effetto pratico non si è fatto attendere, con l'operazione delle truppe americane che l'altro ieri a Erbil hanno arrestato sei agenti iraniani, sospettati di organizzare attività «contro gli iracheni e le forze della coalizione». L'Iraq non è negoziabile, come invece volevano Baker ed Hamilton.

Bush è consapevole che «la sfida in atto nel grande Medio Oriente è ben più di un semplice conflitto armato. E' una battaglia ideologica d'importanza epocale. Da un lato, sono schierati coloro che credono nella libertà e nella moderazione. Dall'altro, sono schierati gli estremisti che uccidono gli innocenti e hanno dichiarato la loro intenzione di distruggere il nostro stile di vita. Nel lungo termine, il modo più realistico di proteggere il popolo americano sarà fornire un'alternativa di speranza all'ideologia carica di odio del nemico: promuovere la libertà in una regione difficile. E' nell'interesse degli Stati Uniti appoggiare gli uomini e le donne coraggiosi che rischiano la propria vita per rivendicare la libertà...
... Dall'Afghanistan al Libano ai Territori palestinesi, milioni di persone sono stanche della violenza e vogliono un futuro di pace e opportunità per i propri figli. Tutti costoro hanno gli occhi puntati sull'Iraq. Vogliono sapere: l'America si ritirerà e lascerà il futuro di quel paese nelle mani degli estremisti, oppure rimarrà al fianco degli iracheni che hanno scelto la libertà?»
Per questo il presidente avverte la necessità di studiare «come mobilitare e impiegare all'estero i cittadini americani di talento, che possono contribuire a costruire istituzioni democratiche in aree e paesi che si stanno riprendendo da conflitti o tirannie».

Quella seguita da Bush resta «l'unica strada giusta», ha spiegato Nathan Sharansky, intervistato da il Giornale:
«Ogni uomo è fatto per una vita fuori della paura, e quindi nella libertà. Magari non ama l'Occidente, ma ama la vita normale. Le forme in cui realizza questi scopi possono essere variegate, ma l'unica strada giusta resta quella intrapresa da Bush. Non si deve discendere dal cielo con la democrazia, ma costruirla dal basso con l'aiuto e la pazienza, e intanto combattere senza tregua il terrore».

4 comments:

Anonymous said...

E i nostri compagni di coalizione che inneggiano all'asse Chavez-Ahmadinejad, ai quali accorato si appella Marco per averne consenso ed un riconoscimento, da loro, di affidabilità?

remember said...

Già li sento...

le peggiori dittature del petrolio si coalizzano contro le democrazie che lo usano per la nostra vita quotidiana, ma loro gireranno la frittata affermando che si deve stare con chi lotta contro l'oppressione e gli interessi economici e petroliferi dell'impero e dei suoi alleati...

almeno lo dicano e lo scrivano usando tecnologie nate e sviluppate in paesi diversi da quelli "vittime" del "chiaro disegno liberista ed imperialista".

Anonymous said...

Viva Teheran!
Viva la resistenza irachena!
A morte i rettiliani angloamericani

adriano

Loska said...

Aprirei il totoguerra:

"Quale paese sarà finalmente raggiunto dalla democrazia esportabile versione usa 2007?"

a) La Somalia

b) L'Iran

c) ancora non è stato tirato a sorte