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Saturday, January 06, 2007

Chi rimpiange quel potere sulle menti ormai decaduto

Il Papa durante il meeting di VeronaC'è il «rischio» di perdere di vista «i termini della sfida della globalizzazione», per un «nuovo ordine mondiale politico ed economico» ma «soprattutto» per un «rinnovato umanesimo». Un rischio «fortemente rafforzato dall'immensa espansione dei mass media» che «se da una parte moltiplicano definitivamente le informazioni, dall'altra sembrano indebolire le nostre capacità di una sintesi critica». Papa Benedetto XVI ha voluto condividere questa sua preoccupazione con i fedeli nell'omelia per la Messa dell'Epifania, celebrata oggi a San Pietro.

Queste parole rivelano lo stesso approccio, e stato d'animo, di quelle di Bernard-Henry Lévy (Corriere della Sera, 30 dicembre): «La vera disinformazione non è più nella mancanza, o nella scarsa informazione, e nemmeno nella censura ma, al contrario, nell'inondazione, nel flusso ininterrotto di notizie e commenti». La "vera", o la "sana" informazione, sembra perdersi «nello tsunami di reti televisive, di schermi, di nuovi supporti, di blog». E ancora, pare con rammarico: «E' stato l'anno in cui si è capito che i giornali potevano sparire perché tutti erano giornalisti, ciascuno aveva il suo punto di vista, e tutti i punti di vista avevano egual valore».

Simili punti di vista sono facili da comprendere. Il progresso tecnologico, l'enorme quantità di dati e la facilità del loro accesso, hanno indebolito la presa sul pubblico delle tradizionali agenzie fornitrici di "senso", quelle preposte a fornire al popolino le «sintesi critiche» della realtà: tra queste fonti di "senso" c'è senz'altro - da secoli - la Chiesa, ma anche il mondo intellettuale a cui appartiene Lévy, che avvertono di esercitare un'influenza minore. Il Papa rimpiange il tempo in cui le «sintesi critiche» della Chiesa venivano adottate acriticamente dal pubblico.

Bisogna fare attenzione, perché quando il Papa parla di «nostre capacità di una sintesi critica» ha in mente in realtà la «capacità» della Chiesa. Vuole persuadere, o insinuare il dubbio, che a causa del moltiplicarsi delle informazioni nessuno di noi sia più in grado di «sintesi critiche». In realtà, non è che mancano «sintesi critiche», ma - come detto - con il progresso tecnologico e il moltiplicarsi delle informazioni facilmente accessibili, ciascuno è in grado (teoricamente, ma il più delle volte anche praticamente) di applicare la propria «sintesi critica» a ciò che accade, senza dipendere da quelle offerte da altre agenzie, ideologiche, politiche, religiose, o intellettuali. Ciascuno ha il suo punto di vista, e tutti i punti di vista hanno (o meglio: hanno in partenza) egual valore, per usare le parole di Lévy. Ciò è un bene, che chiaramente presenta nuove sfide e problematiche.

Comprendiamo però lo smarrimento del Papa e di qualche intellettuale, che sentono di esercitare una minore presa, rispetto al passato, su come la gente comune percepisce la realtà che la circonda. Diciamo che c'è più "concorrenza": le loro analisi, al loro lettura del mondo, devono vedersela con quelle di ciascuno di noi.

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Lévy in realtà fa sua la teoria del Data Smog, di David Shenk (1997), secondo cui l'enorme massa di dati, che grazie alle nuove tecnologie e alla facilità di accesso raggiunge il pubblico come un fiume in piena o un diluvio, ci rende incapaci di selezionare i dati utili dagli inutili, non generando quindi vera informazione ma solo smog, inquinamento, rumore di fondo. La moltiplicazione dei dati provoca l'atomizzazione e la perdita di senso del materiale informativo e, quindi la frammentazione della realtà, impossibile da ricomporre «dal basso».

Una teoria che interpretata in senso apocalittico contrasta, e nega, l'ipotesi, di approccio liberista, della «democrazia comunicativa», secondo cui proprio la moderna società dell'informatizzazione, grazie al progresso tecnologico, al libero mercato, alla larga disponibilità di dati, alla moltiplicazione delle fonti e all'agevole accesso, permette a chiunque di soddisfare le proprie esigenze di informazione attingendo direttamente i dati e ricomponendo «dal basso», liberamente e autonomamente, secondo le singole soggettività, la propria immagine della realtà.

A ben vedere le teorie, se non assolutizzate, non sono affatto incompatibili, ma descrivono fenomeni probabilmente veri entrambi.

Da una parte, un dato più elaborato e ricco è più facile da utilizzare, favorisce la ricomposizione della realtà, ma risulta anche più cogente, offre una precisa opzione di senso del reale che limita la possibilità di un punto di vista raggiunto autonomamente e liberamente; dall'altra, il dato grezzo non è che un frammento in mezzo all'enorme flusso, sembra offrire una libertà di ricomposizione assai più ampia, ma richiede una capacità di elaborazione notevolmente alta, abilità e bagaglio culturali non comuni.

La teoria del Data Smog ci avverte che se l'accesso ai dati e alle fonti non è più un problema, né di risorse economiche, né umane, né di tempo, tanto da indurre a parlare di «democrazia comunicativa», per le grandi opportunità che per ciascuno si aprono di informarsi e farsi un proprio punto di vista autonomamente e liberamente, di renderlo pubblico e farlo valere, tuttavia nuove sfide e nuove problematiche si affacciano. Oggi la possibilità di informarci e di elaborare un'immagine autonoma della realtà che ci circonda dipende dalla nostra capacità nel ricercare e selezionare, ordinando i dati per rilevanza e operando la ricomposizione del quadro.

Vivendo in una realtà sociale altamente complessa e indeterminata, è inevitabile che attraverso aggiustamenti successivi continuamente si ricomponga l'equilibrio fra complessità, che permette la ricchezza, l'apertura, la libertà del sistema, e riduzione di complessità, che permette la sua consistenza. Ma per quanto questa complessità possa atterrirci e darci la sensazione di essere perduti nel mare dei dati disponbili, bisogna resistere alla tentazione di tirare dalla parte della riduzione della complessità.

Non c'è dubbio infatti che la complessità dell'odierno sistema dell'informazione, eliminando qualsiasi significato complessivo e stabile della vita sociale, rispecchi in modo più fedele la precarietà, la provvisorietà e la complessità della vita umana. Così l'ipotesi della «democrazia comunicativa» minaccia le identità e le visioni tradizionali dell'uomo e della società offerte dalle varie agenzie di senso - come la Chiesa, il ceto politico e intellettuale - negando la possibilità stessa di qualsiasi semplificazione ideologica della realtà. Per questo si può concludere che la moderna società dell'informatizzazione contiene in sé un connotato liberale, in quanto proprio la sua complessità, l'inondazione e l'atomizzazione dei dati, sfugge a qualsiasi pretesa di interpetazione sistematica, etica, ideologica, totalitaria.

Umanamente comprensibile che qualcuno assuma uno stato d'animo pessimistico rispetto a tale complessità. Siamo sempre stati attratti da sistemi politici che tramite vincoli autoritari promettevano di eliminare l'insicurezza relativistica, di reagire al presunto livellamento di tutti i valori, di soddisfare il bisogno di ridurre la complessità del mondo moderno, e persino di eliminare del tutto l'irriducibile incertezza connaturata nell'esistenza umana, rivelandosi però esperimenti utopistici quando non catastrofici.

Prendendo in prestito le parole dello storico Karl D. Bracher, ciò che ci viene richiesta è «la convinzione profonda della relatività dell'esistenza umana e dei suoi ordinamenti, della loro natura aperta e contraddittoria, cui soltanto la forma della democrazia riesce in una certa misura a corrispondere».

2 comments:

remember said...

Splendido post. Condivido al 99,99%. Il 100% non lo riservo neppure a me.

adriano said...

Pensa, sono quasi quasi d'accordo con te (a Bernard Henry Levi io aggiungerei la Rossanda e Valentino Parlato, questi 'indimenticabili' maitre a penser della sinistra borghese).
Speriamo non lo siano pure Nicola e Tsunami sennò mi preoccupo.

p.s. Caro Nicola, rispondo qui alla tua invettiva dell'ultimo post. IO NON SONO COMUNISTA. Non so se ti è chiaro. Nessuno mi darà mai alcuna etichetta, come speri di fare tu e tutti quelli che dividono il mondo in bianco e nero. Se attacco Bush, lo faccio dal mio punto di vista, che non è certo quello di Liberazione, o di Caruso. Dio ce ne scampi.