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Wednesday, January 17, 2007

Indice della Libertà Economica. Italia in caduta libera

I paesi in blu scuro sono quelli dall'economia più liberaUn'economia di mercato ha bisogno di due cose per funzionare: concorrenza e una giustizia civile efficiente. Servono regole diverse, non più denaro pubblico

E' un classico. E' il "fattore politico" in sé, il peso dello Stato, a frenare l'economia e la società italiana in realtà ricca di potenzialità inespresse, e frustrate da un grado di libertà estremamente inferiore agli altri paesi sviluppati. Si direbbe che per quanto a Palazzo Chigi possano investire nel migliore dei modi i 40 miliardi della Finanziaria, il solo mettere le mani danneggia il sistema più di quanto lo possa favorire.

L'Indice 2007 della libertà economica, elaborato dalla Heritage Foundation e dal Wall Street Journal, in collaborazione con l'Istituto Bruno Leoni, pone l'Italia al 60° posto nel mondo, dopo Namibia, Belize, Slovenia e Kuwait, e al 28° sui 41 paesi della nostra area geografica. L'economia italiana è libera al 63,4%, stesso ranking dell'Uganda. Nella classifica dell'anno scorso eravamo al 42° posto. Mentre noi rimaniamo fermi, incapaci di riformare le nostre istituzioni e il nostro sistema economico e sociale, altri paesi più dinamici ci sorpassano, e così di anno in anno scivoliamo sempre più in basso.

L'Italia ha «un buon punteggio per quanto riguarda la libertà d'impresa, di scambio, di investimento e in campo monetario», mentre «la libertà dall'intervento dello Stato, i diritti di proprietà e la libertà dalla corruzione sono relativamente deboli». Come nella maggior parte delle social-democrazie europee, «la spesa pubblica e le aliquote fiscali raggiungono livelli straordinariamente elevati al fine di finanziare un pervasivo stato assistenziale».

Drammatico lo stato della giustizia civile, che non tutela a sufficienza i diritti di proprietà e i vincoli contrattuali, scoraggiando gli investimenti. Non a causa di una mancanza normativa, ma perché le vertenze giudiziarie sono «lente e numerose aziende preferiscono giungere ad un accomodamento extra-giudiziario». Il rispetto delle normative e delle sentenze viene «ulteriormente ostacolato da un'amministrazione pubblica inefficiente». Molti giudici, si osserva inoltre nel rapporto, sono «politicamente orientati». Rispetto ad altri paesi la corruzione «non è particolarmente grave, ma è elevata per un'economia avanzata».

Il livello di dazi e tariffe doganali «è basso, sebbene l'inefficienza della burocrazia» imponga «barriere di altro tipo». Inoltre, «svariate barriere non tariffarie» vengono poste dalle autorità italiane ed europee: i sussidi al settore agricolo e a quello manifatturiero, vincoli normativi e nella concessione di licenze e altre limitazioni all'accesso al mercato. Normative molto «restrittive» comprimono il campo farmaceutico e bio-tecnologico. «Debole» la tutela della libertà intellettuale.

Tasse e spesa pubblica sono «eccessive». L'aliquota dell'imposta sul reddito, registra l'Indice, può raggiungere il 43%, mentre il gettito fiscale complessivo ha raggiunto il livello del 42,2% del PIL. Anche la spesa pubblica, comprendendo i consumi e le attività di redistribuzione del reddito (pensioni, sovvenzioni, ecc.) viene giudicata «estremamente elevata». Negli ultimi anni ha raggiunto la spropositata quota del 47,8% del PIL, mentre lo Stato ricava solo lo 0,9% delle proprie entrate dalle imprese statali o da altre proprietà.

Alcuni beni e servizi sono ancora soggetti a tariffe imposte a livello nazionale dallo Stato: acqua potabile, elettricità, gas, pedaggi autostradali, farmaci prescrivibili, telecomunicazioni, trasporti interni. L'Italia è sì «aperta» agli investimenti dall'estero, ma il governo può ancora «porre il veto all'acquisizione di imprese italiane che coinvolgano investitori stranieri». Inoltre, l'inefficienza della burocrazia, l'inadeguatezza delle infrastrutture e la rigidità del mercato del lavoro scoraggiano ulteriormente gli investitori.

Le normative relative al lavoro dipendente sono «fortemente restrittive», secondo il rapporto, addirittura «tali da ostacolare l'occupazione e la crescita della produttività». «Decisamente elevati» i costi «non salariali» dei lavoratori dipendenti e «onerosi» i licenziamenti. Troppo «rigide», infine, le norme che regolano l'aumento o la riduzione delle ore lavorative.

«La cosa grave è che non c'è nulla di nuovo da segnalare: l'Index of Economic Freedom ci vede sostanzialmente "galleggiare" da anni, senza capacità di trasformare le necessarie riforme da slogan elettorale in politica di governo», commenta Alberto Mingardi, direttore dell'IBL: «La posizione dell'Italia continua a scivolare in classifica, sostanzialmente perché il resto del mondo invece non resta al palo, e sa migliorare il proprio grado di libertà economica e sa dunque mettersi in condizione di far crescere la propria prosperità».

«Un'economia di mercato – ci avvertono gli economisti Francesco Giavazzi e Alberto Alesina sul loro ultimo libro, "Goodbye Europa" – ha bisogno di due cose per funzionare: una giustizia civile efficiente, che faciliti l'applicazione dei contratti e protegga le parti interessate, e regole che garantiscano al tempo stesso la sicurezza e la tutela dei consumatori, ma senza creare inutili costi per avviare e svolgere un'attività economica». Dunque, concludono, «per ricominciare a crescere occorrono regole diverse, non più denaro pubblico. Ma le regole si cambiano solo se si ha il coraggio di abbandonare il mito della concertazione: non c'è nulla da concertare con chi gode di privilegi a danno della maggioranza dei cittadini». Il libero mercato è il nostro unico ossigeno, va amato, non mal sopportato.

5 comments:

remember said...

Jim, tutto condivisibilissimo.
Ma il tavolo dei volenterosi mi pare ben poca cosa.
Somo più volenteroso io che tiro avanti nonostante tutto e tutti. E come me tanti altri oramai quarantenni outsiders (non ci sono solo i trentenni come te fregati dal sistema chiuso, ci sono anche quelli come me).
D'altronde, resto purtroppo convinto che l'immobilismo fino alla sclerosi del sistema sia desiderato dalla maggioranza dei nostri concittadini.
Non ci sono innovatori in Italia, perchè tutti li temono.
Il nostro è per tanti versi un Paese conservatore. E non sono nè il primo nè l'unico a dirlo.
L'innovazione la desidera, perchè ne ha compreso davvero i vantaggi per tutti, solo uno striminzito 10% della popolazione e forse neppure.
Il lento declino ed arretramento del nostro Paese è causato proprio da questo e non c'è via d'uscita. Oramai è molto chiaro.
Di riformare qualcosa se ne parla da così tanto tempo che fa ridere amaro sperarlo ancora.
Ci teniamo addosso la scopiazzatura ipertrofica dello Stato napoleonico e della burocrazia bismarckiana potenziate dalle culture totalitarie del secolo scorso.
E' un fardello enorme. Soprattutto per un Paese disunito come il nostro e culturalmente regredito negli ultimi trenta-trentacinque anni.
Mi pare di ripetere soltanto cose già scritte altrove, comprese da pochissimi, respinte con sufficienza anche in ambiente a te vicino.

P.S.: ti invito ad un briciolo di cautela nel diventare portavoce capezzoniano.

Ciao
remember

JimMomo said...

Scusa, ma qui non si parla di volenterosi o di Capezzone.

Dell'Index ho parlato anche l'anno scorso.

remember said...

Dai, non mettere paletti.
I ragionamenti sono collegabili, se non collegati.

Credimi, non c'è alcuna intenzione dietrologica da parte mia.

Ciao

JimMomo said...

Se la metti così circa 1/3 dei miei articoli e post riguardano temi economici e ci sono scritte sempre le stesse cose.

Ma quelle cose non nascono mica dai "volenterosi" o da Capezzone!

Qui si avevano delle idee in merito anche prima.

monarchico said...

Non è un caso che la libertà economica dell'italia sia in caduta libera.
Come la repubblica nacque da un asse dc-pci, anche la struttura economica e sociale dell'Italia è stata forgiata dall'asse dc-pci, e perciò la colpa della bassa posizione economica è del sistema repubblicano!

Ill mio ultimo post è pertinente al tuo.
Se vuoi visitalo!
saluti