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Sunday, January 28, 2007

Giustizia italiana senza legittimità

Ne abbiamo già scritto, ma l'editoriale di Ostellino, sabato sul Corriere, non può non indurci a tornare sulla incredibile sentenza della Corte costituzionale che ha decretato l'incostituzionalità della legge Pecorella sulla inappellabilità delle assoluzioni da parte della pubblica accusa.

Ostellino ricorda che nello stato di diritto l'imputato e la pubblica accusa «sono posti su un piano di parità formale nel corso del dibattimento processuale», ma che «in linea di principio e punto di diritto non c'è uguaglianza fra i diritti del cittadino e quelli dell'accusa. Il cittadino è maggiormente tutelato perché sono in gioco le sue stesse libertà». Prevale così il principio della «presunzione di innocenza dell'imputato. E ciò spiega perché non si possa essere processati due volte per lo stesso reato una volta assolti in giudizio».

L'editorialista ha il merito di soffermarsi sulle due diverse, alternative culture giuridiche che scaturiscono dallo Stato di diritto e dallo Stato etico. A voi valutare a quale idea di Giustizia somigli di più quella italiana.

«Lo Stato di diritto ha fiducia nella propria Giustizia, anche quando permanga qualche ragionevole dubbio sull'innocenza dell'imputato, perché non confonde la legge con la morale e si limita ad applicare la prima non pretendendo di far trionfare la seconda. I processi sono relativamente rapidi, perché la sentenza di un tribunale - quale essa sia - non è mai la Verità, ma è sempre il frutto di quanto gli uomini sono riusciti ad accertare, scetticamente consapevoli della propria limitatezza e della propria fallacia».

Viceversa:
«Lo Stato etico non ha fiducia neppure nella propria Giustizia perché confonde la morale con la legge e insegue il trionfo della prima a dispetto della seconda. I processi sono incredibilmente lunghi, perché la sentenza di condanna di un tribunale è sempre la verità e l'assoluzione dell'imputato è sempre la sconfitta dello Stato».

L'Italia, conclude Ostellino, è una Repubblica fondata sull'«accanimento giudiziario». Con la sua sentenza la Corte costituzionale «perpetua la condizione di illegalità e illegittimità in cui versa il nostro sistema giudiziario». I milioni di processi aperti, la lentezza di questi processi, in parte non marginale dovuta alla possibilità dei p.m. di replicare le loro accuse anche di fronte a una sentenza di assoluzione, hanno finito col trasformare il processo stesso in «un'arbitraria e devastante forma di pena, anticipatrice della sentenza e spesso in contraddizione con tardive sentenze di assoluzione».

3 comments:

galileo said...

Tutto giustissimo; il problema però è sempre il dettato Costituzionale in base al quale la Corte giudica o dovrebbe giudicare.

Enrico

P.S.
Che poi dietro la scelta della Consulta ci siano anche motivazioni politiche ed ideologiche mi pare comunque evidente.

Anonymous said...

viviamo in un'epoca post-accusatoria.

a quando le ordalie?


ciao.


io ero tzunami...

Anonymous said...

è sconcertante che sulla giustizia...proprio in questo angolo di web...ci sia una così scarso dibattito.

non frega???

peccato.


ciao.


io ero tzunami...