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Wednesday, January 24, 2007

Kissinger più realista dei kissingeriani

L'ex segretario di Stato Usa definisce «coraggiosa» la decisione del presidente Bush di inviare in Iraq altri 20 mila soldati: «Non sarà possibile un altro ripensamento». E condivide la sua strategia.

E' spietato nell'indicare gli errori di gestione della guerra e del dopo-guerra:
«La comprensibile - ma a posteriori prematura - strategia di sostituire i soldati americani con personale locale ha distolto le forze armate Usa da una missione militare, impedendo loro di occuparsi del principale problema dell'esercito iracheno, cioè la definizione di che cosa l'esercito avrebbe dovuto combattere e sotto quale bandiera».
E' tra i pochi ad avere ben presente il carattere regionale, più che civile, del conflitto:
«La guerra in Iraq è parte di un altro conflitto che interseca il confronto tra sciiti e sunniti: l'assalto all'ordine internazionale compiuto dai gruppi radicali di entrambe le sette islamiche. Stati dentro allo Stato, avvantaggiati dall'incapacità dei governi eletti di proteggere la popolazione, Hezbollah in Libano, l'esercito del Mahdi in Iraq e i gruppi di Al Qaeda in tutto il Medio Oriente, cercano, dal loro punto di vista, di riaffermare un'identità islamica sommersa dalle istituzioni e dai valori secolarizzati dell'Occidente».
Al contrario dei sedicenti kissingeriani mostra vero realismo, si rende conto che «nelle attuali condizioni un ritiro unilaterale non è un'opzione», né «un ritiro graduale diminuirebbe i pericoli».

E' tra i pochi a riconoscere l'importanza strategica della presenza americana in Iraq e a porre l'accento su quel che davvero conta del nuovo piano di Bush: è nell'«interesse nazionale americano impedire alla combinazione iraniana di ideologia fondamentalista e imperialista di dominare una regione dalle cui forniture di energia dipendono le democrazie industriali».

Al contrario di alcuni nostri "realisti" alle vongole, poco tempo fa impegnati a spiegarci, prodighi di colte citazioni, che con l'Iran bisogna trattare o che addirittura «è un nostro alleato naturale», il realista Kissinger ritiene che l'Iran vada contrastato con la forza, a partire dalle sue ingerenze destabilizzanti in Iraq.

Per questo appoggia la decisione del presidente Bush di inviare altri soldati a Baghdad e un'altra portaerei nel Golfo: il suo piano dovrebbe essere visto come «il primo passo verso una nuova grande strategia che colleghi nell'intera regione forza e diplomazia, idealmente senza preferire alcuna fazione». Lo scopo della strategia? «Dimostrare che gli Usa sono determinati a rimanere rilevanti negli sviluppi regionali...» per sconfiggere due delle attuali minacce alla sicurezza in Iraq: l'ingerenza di paesi stranieri e i combattenti di Al Qaeda.

Lamenta che il «pubblico americano» abbia dovuto «portare da solo il fardello di questa guerra per quasi quattro anni». L'America, avverte però, «non può portare da sola il peso degli sviluppi militari e della struttura politica. L'Iraq dovrà tornare nel consesso internazionale. Altri paesi devono prepararsi a condividere la responsabilità della pace regionale».

Bush è convinto che la democrazia in Iraq, e nel medio-lungo termine in Medio Oriente, sia il miglior antidoto contro il radicalismo islamico, ma la novità è la consapevolezza che ciò coincide con l'interesse nazionale alla sicurezza. E Kissinger, a differenza di alcuni suoi stessi epigoni, ha capito che l'apparente stabilità del Medio Oriente prima della caduta di Saddam non era più sostenibile e che ora gli Usa devono impegnarsi per trovare un nuovo assetto. Ma soprattutto far capire che non sono disposti a lasciare campo libero al radicalismo islamico, sia nella versione iraniana che in quella di Al Qaeda.

13 comments:

Anonymous said...

Caro Federico, ti scopro distratto. E, come sempre, spassosamente fazioso.

Al contrario di quanto scrivi da tempo, Kissinger da sempre sostiene il parallelismo tra Vietnam e Iraq. E, proprio come in Vietnam, ritiene che in Iraq non si debba fare neanche un passo indietro sino al completamento della vittoria.

Ma il concetto di vittoria di Kissinger - e in generale di quella corrente sui generis della Realpolitik contemporanea che si chiama, impropriamente, kissingerismo, e alla quale mi rifaccio - è opposto a quello neoconservatore. Kissinger concepisce la missione Usa in Iraq esclusivamente in termini geopolitici, non etici.

I neoconservatori partono dal presupposto che si stia in Iraq per "bonificarlo", radicare la democrazia e espanderla a tutta la regione. Kissinger - e una buona fetta dei realisti - sostiene l'opposto: si sta in Iraq per garantire l'egemonia Usa nella regione, controllare le rotte di approvigionamento energetico, contenere l'Iran e in tal maniera spingerla a negoziare a condizioni più vantaggiose per gli Usa.

Tu, i radicali, i "libberali", i neocon Usa (quelli originali, diciamo) e quelli italiani (quelli per i quali studiare non determina la competenza a parlarne), la pensate così? Non credo.

In amicizia, ovviamente. :)

ds

ps: questo su Epistemes lo abbiamo spiegato nientemeno che il 30 ottobre del 2006. Quasi tre mesi fa...

http://epistemes.org/2006/10/06/30-anni-dopo-la-rivincita-di-dr-henry/#more-55

Ismael said...

Ottimo Daniele. Si può essere pro-victory anche da kissingeriani, e il motivo consiste nell'«interesse nazionale americano [di] impedire alla combinazione iraniana di ideologia fondamentalista e imperialista di dominare una regione dalle cui forniture di energia dipendono le democrazie industriali», non per forza nell'idealismo interventista di cui si sono fatti portavoce certi NEOfiti del CONservatorismo.

JimMomo said...

Mi vorresti spiegare, Daniele, che Kissinger e i neocon non la pensano allo stesso modo? Grazie, qualcosa avevo intuito.

Il distratto sei tu, se non ti sei accorto che nel dibattito sull'Iraq, non importa se a ragione o a torto, molti analisti e politici di scuola "realista" passano per quelli del "disimpegno" dall'Iraq. Ultimi in ordine di tempo Baker-Hamilton.

Mi sembrava utile sottolineare che un realista "doc" come Kissinger non lo è.

Così come non mi pare che il suo approccio sull'Iran sia simile a quello suggerito dai nostri gemelli del gol.

saluti

adriano said...

A quando la revoca dell'ignobile Nobel per la pace al criminale Kissinger, e l'instaurazione di un tribunale penale per crimini contro l'umanità di cui il signore in questione sia il primo imputato?
Forse mai, purtroppo. Soprattutto fino a quando ci sarà gente, come qui sopra, che prende per 'importanti' le sue parole e addirittura ci fa un dibattito sopra. Sconcertante.

Anonymous said...

Scusate dimenticavo. Un vero Tribunale Penale. Non come quello farsa caldeggiato a suo tempo dai Radicali, bontà loro.

Ma a proposito che fine ha fatto?

Adriano

Anonymous said...

Federico ha scritto: "Il distratto sei tu, se non ti sei accorto che nel dibattito sull'Iraq, non importa se a ragione o a torto, molti analisti e politici di scuola "realista" passano per quelli del "disimpegno" dall'Iraq. Ultimi in ordine di tempo Baker-Hamilton".

I realisti sulla questione irachena attualmente si dividono in 3 correnti, non in una come sostieni distrattamente.
La prima, quella che ha avuto visibilità mediatica (e viene allegramente strumentalizzata dai neocon d'Italia) è quella Baker-Hamilton: ritiro graduale.
La seconda è quella di Kissinger: si sta in Iraq, si rafforza la presenza Usa, perché occorre vincere il tentativo di ex baathisti, alqaedisti e filo-iraniani di espellere gli Usa dalla regione. Ma la democrazia è un tema accessorio. Se si riesce ad implementarla, bene (perché gli Usa ne otterranno consenso etico). Ma se non riesce, non è un problema fondamentale. Il problema fondamentale è l'equilibrio regionale ad egemonia Usa.
La terza è dei cosiddetti "realisti etici" (Lieven e altri): ritiro immediato e totale. Questa posizione serpeggia tra i realisti Dems (non a caso si definiscono "etici" e sono Dems). Ed è influenzata da una certa cultura neoisolazionista.

Federico ha scritto: "Mi sembrava utile sottolineare che un realista "doc" come Kissinger non lo è".

Altro errore. Il realismo kissingeriano è tutto tranne che doc. La Realpolitik di scuola kissingeriana è molto sui generis, perché non persegue l'equilibrio delle forze solo in termini geopolitici, ma anche etici. Il tema del consenso etico, di un condiviso valore di giustizia e solidarietà internazionale tra gli Stati, è decisivo nel pensiero di Kissinger. Ed è molto lontano dal realismo tradizionale. Do you remember the détente's goal?

Federico ha scritto: "Così come non mi pare che il suo approccio sull'Iran sia simile a quello suggerito dai nostri gemelli del gol".

Kissinger ritiene che si debba negoziare con l'Iran, ma in una condizione di netta superiorità geopolitica. Ecco perché vuole che gli Usa non mollino la presa in Iraq. Per evitare l'effetto "salted peanuts". Ci sono altri realisti che, pur caldeggiando un deal con Teheran, partono da presupposti differenti.

Come a dire: se tu, caro Federico, sei un radicale, ciò non toglie che hai un approccio diverso da quello di Pannella. Non per questo non sei un radicale vero, no? :)

ds

JimMomo said...

Nonostante la tua caparbietà nel farmi passare per scemo, vedi che non diciamo cose così diverse.

Innanzitutto, non sostengo affatto che i realisti la pensano tutti allo stesso modo. Ho specificato "molti" (non tutti, quindi), "a ragione o a torto" e "passano" (proprio volendo intendere una presunta strumentalizzazione delle loro posizioni).

E sulle tre correnti siamo d'accordo: Kissinger; ritiro immediato; ritiro graduale. Be', scusa se io scelgo Kissinger, è il realismo che preferisco fra i tre. Tra l'altro, non a caso, da come tu stesso descrivi la sua posizione sull'Iraq il più vicino (o meno lontano) sulla questione democrazia.

Accolgo la precisazione sul "doc", ne sai senz'altro più di me.

Riguardo ai gemelli, tenero il tuo tentativo, ma gli articoli sono lì a disposizione di tutti. E non dico certo che non sono "realisti".
;-))

saluti

Anonymous said...

"Scusa se io scelgo Kissinger, è il realismo che preferisco fra i tre".

Sempre detto che tu, in fondo in fondo,... ;))

Ciao! :)

ds

Anonymous said...

Fa piacere leggere che anche ds usa il termine, inventato da qualche strano personaggio della rete, "libberale". Termine con cui, in genere, vengono indicati i liberali veri. Ma forse ds è liberale come i "cattolici liberali" (!) o come gli ateo devoti. Sì, come quei liberali che sono contro i pacs, contro l'eutanasia, contro la sperimentazione sugli embrioni ecc. I "liberali col cazzo".

Mauro Gilli said...

Ciao Federico,
innanzitutto non sapevo di essere così importante. Grazie, mi fa piacere scoprirlo.

Detto questo, mi permetto alcuni commenti a margine, oltre a quanto già scritto da DS.

Il fatto che Kissinger sostenga la necessità di continuare l'impegno militare, scusami, non è una grande notizia. E, se proprio ti può interessare, è significatamente irrilevante rispetto a quanto da me scritto. Sono abituato a ragionare in termini di proposizioni, non in termini di persone. Kissinger non è "bello" perchè è Kissinger. E' "bello" perchè fa analisi serie e ben argomentate.

Noi realisti alle vongole ci limitiamo a considerare i fatti, e sviluppare delle analisi basate su questi ultimi e sulle teorie - condite con un po' di prezzemolo. Nulla di più.

Cosa contestiamo sono le analisi basate sull'ideologia. Quelle per cui il mondo è diviso in bianco e in nero. Quelle che come presupposto hanno il primato della ragione.

Ognuno è libero di pensarla come vuole, fino a quando è in grado di sostenere in modo logico la sua posizione.

JimMomo said...

Magari essere citati sul mio blog rendesse "importanti"...

Per il resto, non fa una piega. Sottoscrivo.

Anonymous said...

Ad uso del simpatico anonimo che dà sfoggio di eleganza ed educazione, intendo precisare cosa intendo per "libberali".
I "libberali" sono coloro i quali ritengono "liberale" tutto ciò che approvano e "illiberale" tutto ciò che disapprovano, nella più coerente versione intellettual-assolutistica di quel vecchio adagio francese che suona così: "tout ce que je ne connais pas, n'existe pas".
Ad ogni modo, si tranquillizzi l'anonimo "libberale": pacs, eutanasia, etc. li condividiamo.

Cari saluti. :)

ds

Anonymous said...

diventiamo importanti?

jim...avevo letto di te come di un "caparbio, giovane dirigente radicale" ma saperti addirittura...talent-scout...

allora, pure io, che ho sempre detto di non contare 1 cazzo...ho qualche speranza!!!

15 minuti di notorietà? allora le profezie si avverano...

comunque, al di là della disquisizione dialettica su kissinger, neocon e derivati vari...in america tutti - o quasi - sono concordi su 3-4 cose...

1) sono gli irakeni che si devono occupare dell'irak, nel senso che scontato ogni bene agli irakeni tutti...bisogna riconoscere a loro stessi la responsabilità "gestionale" dell'irak.

e questo non lo dico io - che non conto 1 cazzo - ma proprio quel gran satanasso di bbbush, sul times ( di londra ) << bush agli irakeni: assumete il controllo del paese >>. gli irakeni, dunque, devono assumersi con la dovuta urgenza, la responsabilità di quel che resta della mesopotamia.

2) allo stesso modo, perché sempre di "sovranità" si parla, sono gli irakeni che devono emanciparsi da quella violenza interna che è sempre + una guerra civile.

sotto questo punto di vista così intimo agli irakeni stessi, l'occidente può aiutarli, gli irakeni dico...ma + che sul piano di un intervento armato...piuttosto dal punto di vista della tragedia umanitaria.

3) smetterla col giochetto del bastone e della carota, nel senso che fare petting con la leadership di baghdad, purtroppo inetta, corrotta e nemmeno tanto velatamente contraria alla deriva islamista, discrediterebbe non solo l'amministrazione bbbush ma pure quella di chiunque altro presidente americano, kissingeriano o neoconservatore che sia, hillary compresa.

'sto giochetto...inoltre, è pericolosissimo anche per il governo che sopravvive a stento tra i due fiumi...perché tutti gli "aiutini" ricevuti da washington, gli hanno conferito un'aria così fosca che dai minareti...come dire...non se ne parla molto bene!!!

4) ridurre le ambizioni "occidentali" riguardo all'irak e per l'effetto, abbassare un poco la cresta quanto all'inculcamento ottriato della democrazia.

anche se non si deve aver paura di mostrare i muscoli con l'invio di altri soldati, bisogna lasciar perdere l'obiettivo di un irak democratico e libero, almeno subito ed alla stregua di un paese occidentale. bisogna accettare, viceversa, ricorrendo ad una reale...realpolitik...piuttosto l'idea di un irak che sia...solo "stabile". ed è già grasso che cola...

ciò detto, sempre a me che non conto 1 cazzo, sembra che stiate facendo della mera accademia...mi sembra che vi stiate accapigliando per nulla o meglio...ricorrendo ad una elaborazione dottrinale ed accademica ( appunto ) di un'idea nota, trita e ritrita poiché risalente indietro nel tempo, molto prima delle guerre in irak...fino all'epoca della seconda guerra mondiale...e che consiste nell'asserire che se gli usa, invadendo un paese...tutelano solo i "propri" interessi...allora sussiste un obbligo morale - per gli americani medesimi - di ricostruire quel paese.

ma questo concetto...è il cosidetto "topo che ruggisce" ovvero...la "regola pottery barn", quella che recita << se rompi qualcosa diventa tuo" >>

solo che siccome l'iraq è un paese endemicamente violento...non lo vuole nessuno in quanto tale...

oddio, in verità... anche - e proprio - a quelli che ci sputano sopra...basterebbe ciò che della mezza luna fertile...rimane nel sottosuolo.

ma questo è tutto un altro discorso.

ma questo è tutto un altro discorso?

sono famoso?


ciao.


io ero tzunami...