Anche su Notapolitica
Oggi governo e parti sociali tornano ad incontrarsi, per la quarta volta ufficialmente, sulla riforma del lavoro. Il tempo stringe, la fine di marzo è la deadline per il varo della riforma su cui il governo si è impegnato, anche in sede europea. Il «massimo consenso» delle parti sociali è auspicato, ma la riforma s'ha da fare, con o senza accordo (o solo parziale), e «nel volgere di poche settimane». Il nodo resta quello dell'articolo 18, con Cisl e Uil più aperte ad ipotesi di «manutenzione» e Cgil nettamente contraria, anche se non fino al punto di interrompere la trattativa sugli altri temi. Mentre il «dialogo» prosegue, il mondo intorno a noi, che già non conosceva l'anomalia tutta italiana dell'articolo 18, è già cambiato o sta velocemente cambiando. Abbiamo scelto gli esempi di Germania e Spagna. I tedeschi perché sono i nostri principali competitor nell'export e rappresentano la best practice di riferimento in termini di produttività, gli spagnoli perché condividono con noi cultura e vocazione mediterranea, ma anche la prima linea nell'attuale crisi del debito.
SPAGNA – In soli due mesi il governo spagnolo di Mariano Rajoy ha varato la sua riforma del lavoro (e forse di questo Monti parlerà con il collega di Madrid quando giovedì verrà a Roma) per combattere una disoccupazione che sfiora il 23% e aumentare la mobilità in un mercato che pur non conoscendo l'obbligo di reintegro soffre di un dualismo comunque eccessivo tra lavoratori "iper protetti" e "iper precari".
La flessibilità in uscita quindi è stata ulteriormente accentuata, abbassando il costo dei licenziamenti. Le indennità di licenziamento senza giusta causa per i contratti ordinari a tempo indeterminato sono state tagliate da 45 a 33 giorni per ogni anno d'impiego, fino a un massimo di 24 mesi anziché di 42. Più facili i licenziamenti per causa oggettiva, cosiddetti "low cost", cioè per problemi economici. Le aziende potranno farvi ricorso qualora registrino perdite, «cadute delle entrate o vendite», durante tre trimestri consecutivi e dovranno corrispondere al lavoratore un'indennità di 20 giorni per anno lavorato fino a un massimo di 12 mensilità. L'obiettivo, in un momento di crisi, è agevolare i processi di ristrutturazione delle imprese, secondo la logica che un ridimensionamento e una riorganizzazione sono preferibili alla chiusura di un'attività. Per questo la riforma favorisce anche la contrattazione aziendale a scapito di quella nazionale o regionale. Le imprese in crisi, infatti, potranno letteralmente sganciarsi dai contratti collettivi di settore, ricontrattando con i propri dipendenti tempi di lavoro, funzioni e retribuzioni.
La riforma non ha risparmiato il pubblico impiego. Enti, organizzazioni o entità della pubblica amministrazione, infatti, qualora per nove mesi si trovino in deficit di bilancio potranno licenziare i dipendenti privi della qualifica di «funzionario» senza filtro giudiziale, ma corrispondendo loro un'indennità uguale a quella che spetta ai dipendenti del settore privato. Una norma che interessa 685 mila lavoratori sul totale dei dipendenti pubblici spagnoli, che sono 3,1 milioni. Di fatto, in realtà, di questi 685 mila solo una minima parte, circa 100 mila, ha un contratto a tempo indeterminato, mentre gli altri avendo un contratto a termine o precario erano già licenziabili. Dunque, la norma ha più che altro un valore simbolico, infrange il tabù dell'intangibilità del posto di lavoro pubblico, ora a rischio non solo per motivi disciplinari ma anche per motivi economici e organizzativi delle amministrazioni pubbliche.
GERMANIA – Se in Spagna la legislazione del lavoro sta rapidamente cambiando, in Germania le riforme Hartz (ex capo del personale Volkswagen) hanno ristrutturato mercato del lavoro e welfare nel 2002-2003 e, insieme ad un abbattimento di spesa pubblica e tasse di oltre 6 punti di Pil, hanno già prodotto i loro frutti. Da una disoccupazione record del 10% (con punte del 18% nella ex Germania Est) si è passati al 5,5% del gennaio di quest'anno. In Germania di fronte ai licenziamenti senza giusta causa, laddove il lavoratore ricorra alla tutela giudiziale, il reintegro è solo un'opzione, non un obbligo per i giudici, che infatti optano per l'indennizzo. Il lavoratore che rinuncia subito al ricorso riceve un risarcimento pari alla metà dello stipendio mensile per ogni anno di lavoro svolto. In Italia a spaventare le imprese non c'è solo la mancanza di un'alternativa al reintegro, ma soprattutto l'assenza di un tetto all'eventuale risarcimento del danno, per cui il datore non può prevedere il rischio massimo in caso di sconfitta in giudizio, data la durata incerta delle cause.
Tornando alle riforme Hartz, il sussidio di disoccupazione, a carico per lo più delle imprese, è stato ridotto da 32 mesi ad un range da un minimo di 12 ad un massimo di 18 mesi, in base all'anzianità lavorativa, per un importo pari al 60% del salario (67% con figli a carico). Il diritto al sussidio decade se il lavoratore rifiuta una nuova occupazione e non è più cumulabile, come in precedenza, con l'assegno sociale di indigenza, a carico della fiscalità generale. Per ridurre la precarietà i tedeschi non hanno abolito i contratti atipici istituendo un contratto unico a tutele crescenti, come alcuni vorrebbero in Italia, né hanno elevato il loro costo fiscale e contributivo per renderli svantaggiosi, perché ciò avrebbe semplicemente fatto perdere quei posti di lavoro, o li avrebbe costretti a sopravvivere in nero. E' stata invece innalzata fino a 400 euro la quota di salario completamente defiscalizzata, mentre fino a 800 euro l'aliquota fiscale e contribuitiva è del 10%.
ITALIA – Per l'Italia, che si accinge ora a riformare il mercato del lavoro e il welfare, seguire questi esempi non è una questione di principio – siccome lo fanno gli altri è giusto che ci adeguiamo anche noi – ma di necessità economica: se il nostro sistema rimarrà anche solo di poco più rigido rispetto a quello dei nostri competitor più vicini a noi, culturalmente (gli spagnoli) o per capacità di export (i tedeschi), gli investimenti tenderanno a confluire da loro. Persino le imprese italiane potrebbero ritenere più conveniente spostare le loro produzioni in Spagna.
L'impressione è che ormai l'articolo 18 – la cui modifica è una delle richieste avanzate esplicitamente dalla comunità finanziaria americana a Monti – subirà una qualche forma di «manutenzione». Ma il rischio è che l'esigenza politica del governo di riuscirci se non con l'accordo, almeno senza umiliare i sindacati e il Pd, produca un compromesso al ribasso. Per esempio, la mera sospensione in via sperimentale, e limitata alle nuove assunzioni, dell'obbligo di reintegro nei casi di licenziamento per motivi economici; l'introduzione, in cambio, di un contratto unico a tempo indeterminato, invece di limitarsi a semplificare la selva di contratti atipici; un sussidio di disoccupazione troppo generoso per costo e durata.
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Monday, February 20, 2012
Wednesday, December 21, 2011
I mercati bocciano le tasse di Monti e credono alle promesse di Rajoy
Anche su Notapolitica
C'è un dato di finanza pubblica che ha fatto poco rumore in questi giorni di commenti e deliri sulla prima manovra del governo Monti. Mentre il premier ammetteva candidamente dinanzi alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato che i suoi primi sforzi si sono concentrati nell'«identificare strutturalmente nuova materia imponibile», anziché spesa da tagliare, nelle stesse aule parlamentari il presidente della Corte dei Conti spiegava come, a causa del forte sbilanciamento sul lato delle entrate delle ultime tre manovre (tremontiane e montiane), «il percorso di riequilibrio dei conti pubblici dal 2010 al 2014 si realizzerebbe, in Italia, in una prospettiva di ulteriore aumento del livello di intermediazione del bilancio pubblico. In altri termini, la riduzione del disavanzo programmata nel periodo (circa 75 miliardi) sarebbe conseguita solo per l'aumento imponente delle entrate (circa 120 miliardi) e nonostante un ulteriore aumento del livello della spesa pubblica (più di 45 miliardi)».
Tradotto, vuol dire che il trend della spesa pubblica continua ad essere crescente. Insomma, mesi e mesi di allarmi default, di “fatepresto”, di demagogia e piagnistei contro i «tagli», più o meno lineari, e scopriamo che in effetti non è stata ridotta la spesa, ma solo rallentata la sua crescita. In Italia, e solo in Italia, il concetto di austerity si traduce solo con nuove tasse e non anche con tagli alla spesa. E' questo il grande illusionismo che i nostri governi, tecnici o politici, fiancheggiati dai mainstream media, stanno tentando: salvare l'Italia non nell'unico modo in cui può essere salvata, cioè imponendo allo Stato di dimagrire, ma salvando lo Stato – e quindi le quote di potere degli “incumbent” politici, economici e sociali – così com'è, con tutte, e di più, le sue spese e le sue entrate. E' un illusionismo molto rischioso, tuttavia, perché salvare uno Stato ipertrofico potrebbe non coincidere con il salvare l'Italia e gli italiani. E questo rischio i mercati l'hanno ben presente e continuano a “prezzarlo”.
Quanto tempo dovremo attendere prima di leggere sul Corriere della Sera o sul Sole24Ore che la manovra Monti è stata sostanzialmente bocciata dai mercati (lo spread btp-bund oscilla ancora tra i 470 e i 500 punti), mentre i soli annunci del nuovo premier spagnolo Rajoy sembrano aver calmierato i rendimenti sui titoli emessi da Madrid? Lo spread bonos-bund è a 311 (-155 rispetto al differenziale sui nostri titoli), ma soprattutto all'asta di ieri i rendimenti dei “bonos” a tre mesi sono crollati dal 5,11% dello scorso 22 novembre all'1,73%, quelli a sei mesi dal 5,22 al 2,43%. Ne sono stati collocati in tutto per 5,64 miliardi, con una richiesta che ha superato di ben quattro volte l'offerta. Forse gli analisti individueranno qualche causa “tecnica”, ma è un fatto che Rajoy nel suo discorso programmatico alla Camera dei deputati spagnola ha annunciato tagli strutturali per 16,5 miliardi di euro al bilancio delle amministrazioni pubbliche, a tutti i livelli e su tutte le voci di spesa, senza «nemmeno un euro in più di tasse»; tra le altre cose, la soppressione dei prepensionamenti e della «pratica abusiva» dei pensionamenti anticipati usati come sussidi di disoccupazione.
Da noi, invece, oltre ad una manovra per quasi il 90% di tasse nel 2012, si susseguono segnali inquietanti: il ministro Passera che esclude ulteriori manovre (quindi niente tagli alla spesa derivanti della spending review in corso?); il ministro dell'istruzione Profumo che annuncia concorsi per 12.500 nuovi insegnanti; e infine il dibattito sulla riforma del mercato del lavoro, che sta prendendo una piega assai pericolosa per le casse dello Stato. L'improcrastinabile esigenza di superare un'eccessiva rigidità in uscita, per favorire la crescita dimensionale delle imprese e quindi l'occupazione, sta lasciando la scena al cosiddetto “reddito minimo garantito”. Come spiega Oscar Giannino su Panorama, già il progetto Ichino ha i suoi difetti, se poi la base di partenza, come lasciano intendere alcune dichiarazioni governative, diventa il progetto Boeri-Nerozzi, allora rischiamo un esito paradossale: articolo 18 esteso di fatto a tutti; assenza di contratti a tempo; cassa integrazione universale, ossia salario garantito. Il che vorrebbe dire: Grecia, stiamo arrivando! In Italia l'assegno di disoccupazione non può essere generoso, soprattutto nella sua durata, come nei Paesi nordici, perché lavoro nero e truffe ci farebbero piangere per i prossimi 50 anni.
Se la speculazione finanziaria, come la fortuna, è cieca, i mercati nel loro insieme mostrano invece di vederci benissimo. Non guardano più solo ai saldi di bilancio, ma anche a come i governi li perseguono; non solo alla quantità ma alla qualità di una manovra. Certe misure vengono giustificate con la presunta impazienza dei mercati, che non sarebbero inclini ad aspettare i benefici di lungo termine di una riforma strutturale. Eppure, negli ultimi tempi gli investitori mostrano di non accontentarsi di una tenuta dei conti pubblici nel breve periodo. Al contrario, nella valutazione del rischio di un'obbligazione statale della durata di 5 o 10 anni è probabile che le loro analisi guardino quasi esclusivamente alla presenza o meno di riforme strutturali in grado di produrre effetti duraturi e di lungo termine. Delle manovre italiane hanno capito che non sarà così: se l'agognato azzeramento del deficit si realizzerà, come prevede la Corte dei Conti, solo per l'aumento delle tasse, allora con una spesa pubblica che continua a crescere e un Pil fermo (nella migliore delle ipotesi), il mantenimento del pareggio di bilancio potrà essere garantito solo al prezzo di un ulteriore aumento delle tasse, il che ci condannerebbe ad una spirale recessiva. Senza tagli alla spesa e senza crescita non c'è rientro dal debito sostenibile.
Ogni economista ed editorialista che si rispetti ha una sua ricetta anti-crisi. Va per la maggiore quella di trasformare la Bce in una Fed europea, con il ruolo cioè di prestatore di ultima istanza e stampatore di moneta facile (che per inciso ha portato la Fed americana a contribuire in modo decisivo all'esplosione della crisi dei subprime); c'è chi invoca un maxi-prestito del Fmi per rifinanziare a tassi accettabili parte del debito in scadenza nel 2012; c'è chi propone un deprezzamento dell'euro per aumentare l'export dei Paesi in deficit commerciale, in modo da concedere loro del tempo per realizzare quelle riforme necessarie per ridurre il gap di produttività nei confronti della Germania. Nessuno (o quasi) però nega che l'unica soluzione strutturale della crisi sia meno spesa pubblica e più produttività dei singoli Paesi. Non è che alla spasmodica ricerca di soluzioni “parafulmine” per guadagnare tempo, in realtà abbiamo solo perso del tempo prezioso (due anni ormai dall'esplosione della crisi greca) per fare quelle riforme che tutti ritengono ineluttabili? I tedeschi sembrano gli unici a rifiutare soluzioni tampone – le quali contemplano il rischio che l'euro, nato per dare all'Europa una moneta forte come il marco, possa fare la fine della liretta – e con sangue freddo sotto i colpi dei mercati a insistere per le riforme nei singoli Paesi.
C'è un dato di finanza pubblica che ha fatto poco rumore in questi giorni di commenti e deliri sulla prima manovra del governo Monti. Mentre il premier ammetteva candidamente dinanzi alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato che i suoi primi sforzi si sono concentrati nell'«identificare strutturalmente nuova materia imponibile», anziché spesa da tagliare, nelle stesse aule parlamentari il presidente della Corte dei Conti spiegava come, a causa del forte sbilanciamento sul lato delle entrate delle ultime tre manovre (tremontiane e montiane), «il percorso di riequilibrio dei conti pubblici dal 2010 al 2014 si realizzerebbe, in Italia, in una prospettiva di ulteriore aumento del livello di intermediazione del bilancio pubblico. In altri termini, la riduzione del disavanzo programmata nel periodo (circa 75 miliardi) sarebbe conseguita solo per l'aumento imponente delle entrate (circa 120 miliardi) e nonostante un ulteriore aumento del livello della spesa pubblica (più di 45 miliardi)».
Tradotto, vuol dire che il trend della spesa pubblica continua ad essere crescente. Insomma, mesi e mesi di allarmi default, di “fatepresto”, di demagogia e piagnistei contro i «tagli», più o meno lineari, e scopriamo che in effetti non è stata ridotta la spesa, ma solo rallentata la sua crescita. In Italia, e solo in Italia, il concetto di austerity si traduce solo con nuove tasse e non anche con tagli alla spesa. E' questo il grande illusionismo che i nostri governi, tecnici o politici, fiancheggiati dai mainstream media, stanno tentando: salvare l'Italia non nell'unico modo in cui può essere salvata, cioè imponendo allo Stato di dimagrire, ma salvando lo Stato – e quindi le quote di potere degli “incumbent” politici, economici e sociali – così com'è, con tutte, e di più, le sue spese e le sue entrate. E' un illusionismo molto rischioso, tuttavia, perché salvare uno Stato ipertrofico potrebbe non coincidere con il salvare l'Italia e gli italiani. E questo rischio i mercati l'hanno ben presente e continuano a “prezzarlo”.
Quanto tempo dovremo attendere prima di leggere sul Corriere della Sera o sul Sole24Ore che la manovra Monti è stata sostanzialmente bocciata dai mercati (lo spread btp-bund oscilla ancora tra i 470 e i 500 punti), mentre i soli annunci del nuovo premier spagnolo Rajoy sembrano aver calmierato i rendimenti sui titoli emessi da Madrid? Lo spread bonos-bund è a 311 (-155 rispetto al differenziale sui nostri titoli), ma soprattutto all'asta di ieri i rendimenti dei “bonos” a tre mesi sono crollati dal 5,11% dello scorso 22 novembre all'1,73%, quelli a sei mesi dal 5,22 al 2,43%. Ne sono stati collocati in tutto per 5,64 miliardi, con una richiesta che ha superato di ben quattro volte l'offerta. Forse gli analisti individueranno qualche causa “tecnica”, ma è un fatto che Rajoy nel suo discorso programmatico alla Camera dei deputati spagnola ha annunciato tagli strutturali per 16,5 miliardi di euro al bilancio delle amministrazioni pubbliche, a tutti i livelli e su tutte le voci di spesa, senza «nemmeno un euro in più di tasse»; tra le altre cose, la soppressione dei prepensionamenti e della «pratica abusiva» dei pensionamenti anticipati usati come sussidi di disoccupazione.
Da noi, invece, oltre ad una manovra per quasi il 90% di tasse nel 2012, si susseguono segnali inquietanti: il ministro Passera che esclude ulteriori manovre (quindi niente tagli alla spesa derivanti della spending review in corso?); il ministro dell'istruzione Profumo che annuncia concorsi per 12.500 nuovi insegnanti; e infine il dibattito sulla riforma del mercato del lavoro, che sta prendendo una piega assai pericolosa per le casse dello Stato. L'improcrastinabile esigenza di superare un'eccessiva rigidità in uscita, per favorire la crescita dimensionale delle imprese e quindi l'occupazione, sta lasciando la scena al cosiddetto “reddito minimo garantito”. Come spiega Oscar Giannino su Panorama, già il progetto Ichino ha i suoi difetti, se poi la base di partenza, come lasciano intendere alcune dichiarazioni governative, diventa il progetto Boeri-Nerozzi, allora rischiamo un esito paradossale: articolo 18 esteso di fatto a tutti; assenza di contratti a tempo; cassa integrazione universale, ossia salario garantito. Il che vorrebbe dire: Grecia, stiamo arrivando! In Italia l'assegno di disoccupazione non può essere generoso, soprattutto nella sua durata, come nei Paesi nordici, perché lavoro nero e truffe ci farebbero piangere per i prossimi 50 anni.
Se la speculazione finanziaria, come la fortuna, è cieca, i mercati nel loro insieme mostrano invece di vederci benissimo. Non guardano più solo ai saldi di bilancio, ma anche a come i governi li perseguono; non solo alla quantità ma alla qualità di una manovra. Certe misure vengono giustificate con la presunta impazienza dei mercati, che non sarebbero inclini ad aspettare i benefici di lungo termine di una riforma strutturale. Eppure, negli ultimi tempi gli investitori mostrano di non accontentarsi di una tenuta dei conti pubblici nel breve periodo. Al contrario, nella valutazione del rischio di un'obbligazione statale della durata di 5 o 10 anni è probabile che le loro analisi guardino quasi esclusivamente alla presenza o meno di riforme strutturali in grado di produrre effetti duraturi e di lungo termine. Delle manovre italiane hanno capito che non sarà così: se l'agognato azzeramento del deficit si realizzerà, come prevede la Corte dei Conti, solo per l'aumento delle tasse, allora con una spesa pubblica che continua a crescere e un Pil fermo (nella migliore delle ipotesi), il mantenimento del pareggio di bilancio potrà essere garantito solo al prezzo di un ulteriore aumento delle tasse, il che ci condannerebbe ad una spirale recessiva. Senza tagli alla spesa e senza crescita non c'è rientro dal debito sostenibile.
Ogni economista ed editorialista che si rispetti ha una sua ricetta anti-crisi. Va per la maggiore quella di trasformare la Bce in una Fed europea, con il ruolo cioè di prestatore di ultima istanza e stampatore di moneta facile (che per inciso ha portato la Fed americana a contribuire in modo decisivo all'esplosione della crisi dei subprime); c'è chi invoca un maxi-prestito del Fmi per rifinanziare a tassi accettabili parte del debito in scadenza nel 2012; c'è chi propone un deprezzamento dell'euro per aumentare l'export dei Paesi in deficit commerciale, in modo da concedere loro del tempo per realizzare quelle riforme necessarie per ridurre il gap di produttività nei confronti della Germania. Nessuno (o quasi) però nega che l'unica soluzione strutturale della crisi sia meno spesa pubblica e più produttività dei singoli Paesi. Non è che alla spasmodica ricerca di soluzioni “parafulmine” per guadagnare tempo, in realtà abbiamo solo perso del tempo prezioso (due anni ormai dall'esplosione della crisi greca) per fare quelle riforme che tutti ritengono ineluttabili? I tedeschi sembrano gli unici a rifiutare soluzioni tampone – le quali contemplano il rischio che l'euro, nato per dare all'Europa una moneta forte come il marco, possa fare la fine della liretta – e con sangue freddo sotto i colpi dei mercati a insistere per le riforme nei singoli Paesi.
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