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Friday, September 14, 2012

Non chiamateli terroristi: i nuovi "compagni che sbagliano"

Anche su L'Opinione

Se qualcuno vi dicesse che il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, l’assassinio di D’Antona e di Biagi, per citare crimini più recenti, non furono atti di terrorismo, ma solo "sovversivi", probabilmente gli dareste del pazzo delirante. Eppure, è ciò che in pratica hanno sancito la Corte di Cassazione e la Corte d’assise d’appello di Milano nelle sentenze di condanna che riconoscono gli imputati, appartenenti alle «nuove Brigate rosse-Partito comunista politico militare» (Pcpm), colpevoli sì di associazione sovversiva (articolo 270 del codice penale), ma non di terrorismo (articolo 270-bis). Non si tratta di una questione solo nominalistica, tra le due fattispecie di reato ballano parecchi anni di pena. Ma l’organizzazione neobrigatista non può essere considerata terroristica, sostengono i giudici, perché non si ravvisano in essa «il proposito di intimidire indiscriminatamente la popolazione, l’intenzione di esercitare costrizione sui pubblici poteri», né «la volontà di destabilizzare» o «distruggere gli assetti istituzionali del Paese». I "sovversivi" si sono limitati ad incendiare le sedi di Forza Italia a Milano e di Forza Nuova a Padova, e a progettare attentati contro la sede del quotidiano Libero, un manager della Breda e il giuslavorista e senatore Pietro Ichino.

Gli imputati avevano sì in testa un «disegno eversivo», «sovversivo», e stavano progettando una serie di azioni, ma la loro – scrivono i giudici d’appello nelle motivazioni – era una «violenza generica e non terroristica». Portatori di una «aberrante visione ideologica», non disdegnano «affatto la violenza della guerra», che anzi rappresenta per loro «il momento finale dello scontro di classe». Volevano fare «proseliti» attraverso la «propaganda armata», per questo stavano preparando «plurimi attentati» e Ichino era uno dei loro «obiettivi politici». Tuttavia, non hanno agito con «modalità terroristiche» – e qui l’argomentazione si rende ridicola – perché i loro bersagli erano mirati, scelti e individuati con precisione, e si ponevano «il problema di evitare gli "effetti collaterali" della loro azione eversiva e violenta», poiché non era loro intenzione «generare panico o terrore». Ammesso e non concesso che l’assassinio dell’ennesimo giuslavorista non intimidisca la popolazione, ma progettare un attentato ad un senatore della Repubblica non esprime forse «la volontà di destabilizzare gli assetti istituzionali»?

In questo modo i giudici rischiano di legittimare implicitamente la logica e i criteri dei brigatisti nell’individuare le loro vittime. La sentenza di fatto attribuisce, unicamente sulla base dei loro disegni criminali, il carattere di "non indiscriminate" ad aggressioni che in effetti appaiono proprio indiscriminate, dal momento che solo nella mente dei brigatisti – speriamo non anche dei giudici – la vittima viene assunta con motivo e non indiscriminatamente a simbolo e rappresentante del "sistema" da abbattere. E il discrimine può essere semplicemente di ordine pratico: tra i potenziali bersagli colpire il meno protetto.

L’aggravante delle finalità terroristiche, osserva Ichino, è stata introdotta nel codice proprio per combattere la lotta politica armata, ma da oggi è di fatto inservibile. A ben vedere, infatti, storicamente il terrorismo rosso non ha mai agito così indiscriminatamente come pretendono i giudici oggi perché si configuri la matrice terroristica. Negli anni ‘70 iniziarono individuando i loro bersagli prima nelle fabbriche, tra gli industriali e tra i sindacalisti, poi tra i magistrati che li perseguivano, per arrivare ai giornalisti, ai politici e agli statisti come Moro. Questa sentenza assolve dall’accusa di terrorismo anche le vecchie brigate rosse.

Il bersaglio in realtà è indiscriminato perché non è la persona Ichino che si vuole colpire, ma lui in quanto simbolo della categoria a cui appartiene o delle idee che esprime. Tutti coloro che fanno parte della categoria di Ichino, gli studiosi di diritto del lavoro impegnati in politica, o di altre, come manager di aziende, giornalisti, politici, uomini delle istituzioni, e tutti coloro bollati per le loro idee come nemici di classe, sono potenziali bersagli. E’ evidente per ciò come l’obiettivo non sia colpire una singola persona, ma terrorizzare un’intera categoria e corrente di pensiero politico. Certo, il "sovversivo" dirà che chi non è nemico di classe, chi non sostiene il "sistema", non ha nulla da temere. Lo stesso leader delle nuove Br, Alfredo Davanzo, ha fornito la prova del carattere indiscriminato delle loro intenzioni, quindi terroristiche, quando rispondendo a Ichino ha detto: «Questo signore rappresenta il capitalismo, lui è l’esecutore di questo sistema e noi eseguiremo il dovere di sbarazzarci di questo sistema». In queste parole, pronunciate in udienza, davanti ai giudici, c’è sia l’ammissione di voler colpire gli «esecutori di questo sistema», un bersaglio direi sufficientemente indiscriminato, sia di voler destabilizzare» o «distruggere gli assetti istituzionali» (il sistema).

Sembra che agli occhi dei giudici per «intimidire indiscriminatamente la popolazione» ci voglia un attentato che possa coinvolgere potenzialmente chiunque tra 60 milioni di persone. Non basta forse, per essere "indiscriminato" e per "intimidire", che possa colpire nel mucchio un’ampia categoria di persone, addirittura tutti gli «esecutori di questo sistema», quindi in teoria non solo i milioni di persone (tra cui magistrati e uomini delle forze dell’ordine) che servono lo stato?

Queste sentenze rischiano di rappresentare molto più che un semplice "abbassare la guardia" rispetto al fenomeno neobrigatista e anarchico-insurrezionalista. Rischia di passare il messaggio che entrare nella lotta armata, concepire la guerra contro il "sistema" e i suoi uomini come uno strumento di lotta politica, non è terrorismo, a patto di selezionare con cura i propri bersagli, preoccupandosi di evitare vittime "collaterali". Basta essere accurati, insomma, per sfuggire all’accusa di terrorismo e farsi molti meno anni di carcere?

Tuesday, February 13, 2007

La sinistra apra gli occhi sul continuum ideologico

Il prof. Pietro IchinoPerché in Italia fare il giuslavorista «è così pericoloso»? Se lo chiede Pietro Ichino, indicato dai 15 appartenenti alle Brigate Rosse arrestati ieri come obiettivo da colpire, nell'articolo di oggi sul Corriere.

«Il lavoro è materia che scotta; e lo studioso che fa bene il suo mestiere, in questo campo, è costretto troppo sovente a dire cose che urtano contro dei tabù, contro un modo fazioso e non pragmatico di affrontare le questioni, tipico del dibattito italiano su questi temi. Chi non si rassegna a omologarsi con il "pensiero corazzato" dell'un campo politico o dell'altro rischia di trovarsi isolato e schiacciato tra le opposte faziosità. Viene temuto come il demonio dalle vestali di quel "pensiero corazzato", perché il suo discorso problematico squalifica i loro slogan facili, le loro scorciatoie concettuali; quindi finiscono col demonizzarlo, nel tentativo di chiudere il dibattito prima ancora che esso si apra».

In questa risposta c'è qualcosa che stona, vediamo di capire perché. Indubbiamente siamo immersi in un contesto politico in cui le due coalizioni tendono a delegittimarsi a vicenda e, così facendo, a sorreggersi a vicenda, obbligando i propri sostenitori a digerire inadeguatezze, arretratezze culturali, e incapacità politiche dell'uno e dell'altro campo, perché ogni critica al loro interno e ogni proposta di evoluzione e riforma, presentando com'è ovvio dei rischi elettorali, è vissuta come destabilizzante se la priorità è che non vincano "i destri" o "i sinistri". Ecco, dunque, che il sistema è bloccato.

Tuttavia, il «volenteroso» Ichino, pur di conservare il suo approccio bipartisan, sembra scordare che questo quadro, seppure reale, poco ha a che fare con ciò che è accaduto in questi anni ai giuslavoristi, che non si sono affatto trovati «isolati e schiacciati tra le opposte faziosità». Il centrodestra e la parte sedicente riformista del centrosinistra li hanno stimati e si sono avvalsi del loro lavoro.

Ciò che è accaduto, invece, è che le riforme da loro elaborate e offerte al mondo della politica sono state criminalizzate dai sindacati, in modo veemente dalla Cgil, e dalla sinistra comunista e antagonista, che hanno portato in piazza milioni di persone su falsi slogan. Intimiditi, i riformisti non li hanno difesi, ma il fronte con il quale i giuslavoristi hanno a che fare è uno solo.

Ichino sembra mettere sullo stesso piano come posizioni ideologiche chi come il governo di centrodestra presentava la riforma Biagi come liberalizzazione del nostro mercato del lavoro, per renderlo «il più fluido d'Europa», e chi come l'opposizione di sinistra gridava alla «liberalizzazione selvaggia», al precariato, anzi, allo sfruttamento. Ebbene, chi se non Ichino dovrebbe essere in grado - dati alla mano - di riconoscere che era vera la prima affermazione e volutamente falsa la seconda?

Il metodo, sia della Cgil, sia della sinistra comunista, è quello della mistificazione nel merito e della demonizzazione della persona. In una parola: stalinista. Di tema in tema, di avversario in avversario, l'iter è sempre lo stesso e a forza di battere il tasto la gran cassa mediatica fa diventare quel tema un tabù e chi ne parla un nemico. La legge Biagi è stato solo l'ultimo caso. A indicare in Biagi il "traditore" - cosa che in questi giorni non si sente ricordare molto spesso - furono per primi l'ex segretario della Cgil Cofferati e, a cascata, tutti i dirigenti del Sindacato, cosicché senza aver minimamente letto una riga delle sue proposte, complice il conformismo che vige a sinistra sui temi del lavoro, la legge Biagi è divenuta «un simbolo da abbattere» e neanche gli esponenti sedicenti riformisti del centrosinistra hanno più trovato il coraggio politico di chiamarla legge Biagi, neutralizzandola in "legge 30".

E ci siamo dimenticati forse della mistificazione di cui la Cgil di Cofferati fu responsabile, complici la stampa e i partiti di sinistra, sull'articolo 18, sostenendo nella campagna referendaria che la sua abolizione rappresentava una violazione dei «diritti umani»?

Con questo non s'intende individuare «mandanti morali». E' una categoria che non esiste. Primo, perché ciascuno fa i conti con la propria coscienza. Secondo, perché dal punto di vista penale la responsabilità è solo individuale.

Tuttavia, sarebbe stupido non vedere che c'è un problema politico di cui la sinistra per prima si dovrebbe far carico. Basta leggersi i volantini di rivendicazione degli omicidi Biagi e D'Antona da parte delle Br, ma anche altri documenti, per trovarvi analisi politiche ed economiche, classiste e anti-imperialiste, del tutto affini alle posizioni di quella sinistra comunista e antagonista, parlamentare ed extra, e anche di parte dei Ds, che sostengono l'attuale Governo.

Del reato di banda armata e organizzazione eversiva, delle cosiddette «zone grigie», si occupino forze dell'ordine e magistratura, ma se l'uso della violenza è il discrimine penale, dal punto di vista politico non si può ignorare il continuum ideologico tra la Cgil, le sinistre comuniste e le Br o le altre organizzazioni insurrezionaliste. Ed è quella ideologia, ancora diffusa, che va politicamente e apertamente combattuta all'interno del dibattito pubblico - quindi senza censure e limiti alla libertà di espressione di alcuno - sia se si vuole emancipare una sinistra democratica, liberale, "di governo", dagli estremisti, sia per sconfiggere i residui del terrorismo.

Insomma, per dirla breve, non mi risulta che vi sia in attività alcuna "brigata liberista" e forse non è un caso.

Ma perché, poi, il Sindacato si oppone a qualsiasi liberalizzazione del mercato del lavoro? E' davvero convinto che ne derivi un male per i lavoratori? Oppure c'è, forse, la percezione che si tratti di una perdita netta di potere da parte del Sindacato stesso? Il Sindacato in Italia opera facendosi forte anche di fronte al governo e ai rappresentati eletti della posizione di potere e di privilegio di un monopolista. E', infatti, a dispetto del principio della libertà contrattuale, prestatore in assoluto monopolio della manodopera. Per liberalizzare sul serio il mercato del lavoro occorre quindi abolire i contratti collettivi nazionali.