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Friday, September 28, 2012

Il caso Sallusti, il prezzo della libertà di stampa e l'anomalia italiana

Anche su L'Opinione

La diffamazione è una brutta bestia. Ma lo è anche il carcere. Come la mettiamo? Il tema è di quelli centrali per le società aperte e democratiche, per uno stato di diritto. La bilancia delle reazioni al "caso Sallusti" pende per la libertà di stampa. Ma sull'altro piatto non c'è un valore trascurabile in un ordinamento che vorremmo poter definire liberale: l'integrità della reputazione, della propria onorabilità, è sacra quanto l'integrità fisica. E' per questo che in talune gravi circostanze il nostro codice considera la diffamazione alla stregua di un delitto. Si esercita violenza nei confronti di una persona anche attentando alla sua reputazione, diffamandola, distorcendone l'immagine, manipolandone storia e idee personali. La nostra reputazione, il nostro "record" personale, fanno parte della nostra identità. Che la "damnatio memoriae", o la "character assassination", siano tra le prime armi dei regimi contro i loro nemici interni dovrebbe suonarci come campanello d’allarme. Si parla di "quarto potere" non a caso. La libertà di stampa è un potere capace di schiacciare l'individuo almeno quanto gli altri tre poteri. E quanto più ci addentriamo nell'epoca dei new media, tanto più si può affermare che una calunnia è per sempre. Nel senso che mentre una diffamazione a mezzo stampa, o via etere, un tempo si perdeva nel flusso continuo delle rotative, delle onde radio o delle immagini, tendeva a sbiadire nella memoria collettiva e poteva sì essere recuperata, ma non in modo così semplice, oggi nell’era digitale è sempre disponibile, accessibile a chiunque con un paio di click, in eterno, come un indelebile marchio d'infamia.

Se la diffamazione è un attacco al cuore delle libertà individuali, il carcere lo è per la libertà di stampa, architrave della democrazia. Quest'ultima ha però una rilevanza pubblica, riguarda tutti gli individui, nel senso che libertà e pluralismo nell'informazione permettono ai cittadini di "conoscere per deliberare". Insomma, non c'è democrazia senza libertà di stampa. Per questo nelle democrazie liberali la sua tutela è prevalente rispetto alla tutela del singolo dalla diffamazione. Il "quarto potere" è così essenziale per difenderci dagli altri tre che preferiamo rischiare di esserne schiacciati come singoli piuttosto che imbavagliarlo. La possibilità di essere diffamati, di vedere distorte o manipolate la nostra storia e le nostre idee nel pubblico dibattito, è il prezzo da pagare per vivere in una società aperta, libera, democratica. Un prezzo che può, e deve essere attenutato, "calmierato", con il diritto alla rettifica e pene pecuniarie anche severe, ma non "azzerato" con il carcere.

Purtroppo, come spesso capita in Italia, siamo riusciti nel paradosso di non tutelare né il diritto alla reputazione né la libertà di stampa. Il caso dal quale abbiamo preso spunto dimostra infatti il nostro fallimento sotto ogni punto di vista - giornalistico, legislativo, e infine giudiziario. Un giornale che senza abiurare alle proprie opinioni avrebbe potuto riconoscere l’errore, ma non l'ha fatto, in questo modo prefigurando quell’«incauto disprezzo» della verità che rende la diffamazione un reato anche negli Stati Uniti; un codice che prevede ancora il carcere, in contrasto con le legislazioni delle altre democrazie occidentali e con la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, ma al tempo stesso inefficace nell'imporre vere rettifiche, adeguate nella visibilità e nella durata, pene pecuniarie e professionali rapportate davvero alla recidiva e alla gravità, cioè le uniche sanzioni in grado di riparare il danno. E infine, una condanna che considerando i pochi precedenti è apparsa a molti "politica": se il querelante non fosse stato un magistrato, e il giornalista di destra, forse non staremmo parlando di carcere.

Thursday, October 07, 2010

La solita inchiesta del Woodcock

Oltre 200 innocenti accusati senza fondamento in 14 anni di carriera, tra cui gli arrestati e poi prosciolti Corona e Vittorio Emanuele e l'accusato e poi prosciolto Sottile. Veri e propri casi da licenziamento, ma ovviamente la "cricca" dei magistrati l'ha sempre difeso. E' questo l'imbarazzante "record" del pm Woodcock, definito nel 2006 da Gianfranco Fini un pm «fantasioso», «un signore che in un Paese normale avrebbe già cambiato mestiere», e che invece ora ci riprova e si lancia in una spedizione punitiva contro il Giornale. Perquizioni, sequestri e iscrizione nel registro degli indagati di Sallusti e Porro.

E viene il sospetto che piuttosto che la Marcegaglia, Woodcock stia in realtà "tutelando" se stesso. Guarda caso proprio due settimane fa, dopo l'ennesimo proscioglimento eccellente dalle sue accuse, quello di Vittorio Emanuele di Savoia, il Giornale pubblicava questo documentato articolo sui fallimenti del pm Woodcock . La rappresaglia, a quanto pare, non si è fatta attendere.

Vediamo ora quanti e quali paladini della libertà di stampa grideranno la loro indignazione per questo vile attacco, per quella che a tutti gli effetti, grazie alla solita interpretazione cavillosa del codice e al solito uso "a strascico" delle intercettazioni, assume tutte le sembianze di una censura preventiva, di una intimidazione. Il Giornale stesso l'aveva anticipato alcuni giorni fa ("Ci intercettano") ed è davvero intollerabile in una democrazia che la stampa venga "spiata". Le conversazioni e gli sms dei due giornalisti, infatti, sono finiti all'attenzione degli inquirenti nell'ambito di intercettazioni disposte dall'autorità giudiziaria per tutt'altra inchiesta. Ma ormai si sa, è fin troppo evidente, che le inchieste vengono aperte sulla base di quali personaggi influenti puoi arrivare ad intercettare (e intanto il ddl intercettazioni è stato annacquato e poi affossato, tante grazie presidente della Camera!).

Le inchieste scomode - ammesso che fosse effettivamente in corso un'inchiesta sulla Marcegaglia da parte della redazione del Giornale - su personaggi anche solo un pizzico critici con il governo, diventano "dossieraggio". Berlusconi è l'unico "toccabile" dalla stampa, chi si schiera contro di lui o lo critica diventa immediatamente "intoccabile", gode di coperture mediatiche e giudiziarie altrimenti inimmaginabili (come dimostra il caso Montecarlo) e se qualcuno si dovesse azzardare, ecco che lo si fa diventare un martire del "dossieraggio".

Thursday, May 06, 2010

Fallo di frustrazione

In fondo, l'"antipatico" Alessandro Sallusti, martedì sera a Ballarò, voleva solo ricordare a "baffino" D'Alema che sulla casa non aveva titoli per dare lezioni. Vero che nel caso Scajola, almeno secondo le indiscrezioni giornalistiche che lo hanno indotto a rassegnare le dimissioni, gran parte del valore effettivo dell'abitazione sarebbe stata pagata con assegni della "cricca" degli appalti per il G8, ma è anche vero che per le fortune accumulate dai politici, quasi tutti di sinistra, coinvolti in "affittopoli" prima e in "svendopoli" poi, c'è sempre qualcuno cui dover "ringraziare", anche se si tratta di enti previdenziali pubblici.

Bisogna inoltre dire, scrive Franco Bechis, oggi su Libero, che secondo la stima del sistema Sevia-Cerved, che raccoglie i valori minimi e massimi ponderati di mercato e le relative variazioni dal 2001 in poi, la casa di Scajola - che il diretto interessato sostiene di aver pagato poco più di 600mila euro, e che secondo le testimonianze raccolte dai pm perugini sarebbe costata invece oltre 1,7 milioni di euro - il prezzo giusto nel 2004 per un ammezzato di 9,5 vani a quell'indirizzo sarebbe stato di 930mila euro. E se alla fine il ministro fosse solo stato aiutato a fare un buon affare, come i politici di "svendopoli", solo che su una casa di privati e non pubblica?

La reazione scomposta di D'Alema comunque la registriamo, a futura memoria: «Lei è un bugiardo e mascalzone, vada a farsi fottere»... «La pagano per venire qui... le manderanno qualche signorina» (al che Sallusti ricorda prontamente all'ex ministro che «le signorine le usavano i suoi uomini in Puglia»)... «Io non la faccio più parlare». Insulti e minacce che se fossero uscite dalla bocca di Berlusconi...