Non c'è «l'ideona» per la crescita, ma la fantasia sul fronte fiscale è fervida, non passa giorno senza un nuovo balzello (scongiurata in extremis l'ultima beffa, l'Irpef sulle borse di studio). Ma svanita la luna di miele con la stampa e gli investitori, in molti ormai concordano sul peccato capitale del governo Monti: poco o nulla per la crescita, solo tasse. Nel presentare il Salva-Italia il premier aveva giustificato il ricorso quasi esclusivo all'aumento della tassazione con la necessità di agire in tempi ristretti, ma assicurato che sarebbero stati i tagli alla spesa in futuro a garantire il risanamento dei conti e una sensibile riduzione del cuneo fiscale. Lo sgravio, pur minimo, dell'Irap e l'introduzione dell'“Ace” furono inseriti nel decreto espressamente come primi segnali della direzione verso cui intendeva muoversi il governo. Così come l'aggravio delle imposte indirette e patrimoniali sarebbe stato compensato da un alleggerimento di quelle dirette. Ebbene, la delega fiscale che il Cdm ha varato ieri sera e di cui mentre scriviamo sono note alcune anticipazioni delude nuovamente tali aspettative.
L'unico contentino ai contribuenti, più una promessa che una realtà, è il fondo in cui far confluire il gettito della lotta all'evasione da destinare a sgravi fiscali. I quali però potrebbero essere una tantum: sarebbe rischioso prevedere tagli strutturali su introiti variabili di anno in anno. Inoltre, il dibattito in seno al governo su come utilizzare quel gettito è ancora aperto e l'idea prevalente sarebbe quella di poterlo destinare anche ad un'eventuale correzione dei conti o a nuove spese per lo sviluppo.
Il governo si impegna ad adottare i decreti attuativi «entro nove mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge», il che significa che li vedremo – se li vedremo – appena prima delle elezioni del 2013. Chi ci scommette?
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Tuesday, April 17, 2012
Wednesday, December 28, 2011
Una patrimoniale puntata alla tempia
Anche su Notapolitica
A dar credito alle anticipazioni filtrate da fonti governative l'annunciata riforma del catasto sarà «a saldo zero», nel senso che non aumenterà la pressione fiscale complessiva sulla casa. Servirà ad aggiornare le rendite adeguandole ai valori di mercato; ad eliminare imbarazzanti sperequazioni negli estimi tra centro e periferie nelle grandi città; ma gli adeguamenti saranno accompagnati dall'abrogazione dei «moltiplicatori» e dalla riduzione delle aliquote. A parità di gettito però, non potrà che mutare, ovviamente, la posizione fiscale del singolo proprietario. In breve: qualcuno pagherà di più e qualcuno meno.
Ma ammesso e non concesso che il suo impatto immediato sia davvero «a saldo zero» - e c'è da dubitarne fortemente, anche per le difficoltà tecniche - la vera operazione per la quale, neanche troppo surrettiziamente, il governo getta le basi con il nuovo catasto è quella di una patrimoniale ordinaria. E' come se caricasse una pistola e la puntasse alla tempia degli italiani, promettendo di non premere il grilletto. Per ora. E' scritto nero su bianco nel documento elaborato dal ministero dell'Economia circolato in questi giorni, infatti, che uno degli obiettivi della riforma, il primo anzi, è «la costituzione di un sistema catastale che contempli assieme alla rendita (ovvero il reddito medio ordinariamente ritraibile al netto delle spese di manutenzione e gestione del bene), il valore patrimoniale del bene, al fine di assicurare una base imponibile adeguata da utilizzare per le diverse tipologie di tassazione».
Ciò significa che ci troviamo di fronte ad una rivoluzione copernicana della filosofia stessa del catasto. Fino ad oggi il suo scopo era quello di rappresentare la redditività di un immobile, calcolata sulla base del canone medio, al netto delle spese, al quale lo si potrebbe affittare. Il nuovo catasto dovrebbe affiancare al valore reddituale quello patrimoniale, cioè il prezzo di mercato dell'immobile, «da utilizzare per le diverse tipologie di tassazione». E' proprio questo il senso del passaggio dai vani al metro quadrato. L'aumento dell'imposta dovuto alla rivalutazione della rendita catastale può essere compensato riducendo «moltiplicatore» o aliquote, ma adeguare le rendite ai valori di oggi non implica necessariamente il passaggio dal concetto di redditività a quello di valore patrimoniale.
Dunque, mentre i giornali si sbizzarriscono in tabelle e simulazioni su chi pagherà di più e chi meno, il bersaglio grosso della riforma non è il mero aggiornamento delle rendite, ma comporre un quadro attendibile del valore degli immobili come primo tassello di qualsiasi imposta patrimoniale. Ricordate come lo stesso Monti ha giustificato in queste settimane la mancata introduzione di una patrimoniale ordinaria, come richiesto dai partiti di sinistra e persino da Confindustria? Non può essere introdotta senza prima possedere le necessarie informazioni sul valore reale dei patrimoni degli italiani. E di quei patrimoni la casa è il "mattone" fondamentale. La riforma del catasto offre una straordinaria occasione per acquisire quelle informazioni propedeutiche. Non sarebbe un'eresia, tutt'altro, pensare di tassare la ricchezza accumulata e immobilizzata piuttosto che quella investita in attività produttive, ma si deve trattare, appunto, di spostare il carico fiscale dall'una all'altra e non semplicemente di aggiungerlo. Ma qui di un taglio drastico alle aliquote sui redditi e sulle imprese non si vede nemmeno l'ombra.
Se i nostri sospetti si dimostrassero fondati, bisognerebbe concludere che il governo Monti si sta impegnando a fondo per far esplodere anche in Italia la bolla immobiliare. Prendiamo come esempio un patrimonio immobiliare di 1 milione di euro. Un'aliquota patrimoniale del 5 per mille significherebbe dover pagare allo Stato 5.000 euro l'anno. Lasciamo per il momento da parte l'effetto sul mercato delle locazioni. Considerando un periodo di 20 anni, 100 mila euro di tasse, ecco che quel patrimonio ha già perso il 10% del suo valore. Prima l'Imu, ora la riforma del catasto, poi la patrimoniale ordinaria. L'effetto combinato di una tassazione punitiva e di dismissioni di patrimonio immobiliare pubblico, pur auspicabili, potrebbe far crollare il valore degli immobili, provocando una pesante svalutazione degli asset dello Stato stesso e delle banche. Un incubo a cui ci auguriamo di non assistere. Lo Stato taglierebbe così il ramo su cui è seduto. Dopo aver reso anti-economiche, nel corso dei decenni, le altre forme di investimento (dalle attività produttive a quelle finanziarie), adesso lo Stato mette nel mirino il mattone pur di non mettersi a dieta. E ovviamente ciò che ottiene è che i capitali sono sempre più in fuga dal nostro Paese - sia illegalmente che legalmente (attività finanziarie detenute all'estero per oltre 13,5 miliardi di euro; beni immobili per oltre 19,4 miliardi di euro).
A dar credito alle anticipazioni filtrate da fonti governative l'annunciata riforma del catasto sarà «a saldo zero», nel senso che non aumenterà la pressione fiscale complessiva sulla casa. Servirà ad aggiornare le rendite adeguandole ai valori di mercato; ad eliminare imbarazzanti sperequazioni negli estimi tra centro e periferie nelle grandi città; ma gli adeguamenti saranno accompagnati dall'abrogazione dei «moltiplicatori» e dalla riduzione delle aliquote. A parità di gettito però, non potrà che mutare, ovviamente, la posizione fiscale del singolo proprietario. In breve: qualcuno pagherà di più e qualcuno meno.
Ma ammesso e non concesso che il suo impatto immediato sia davvero «a saldo zero» - e c'è da dubitarne fortemente, anche per le difficoltà tecniche - la vera operazione per la quale, neanche troppo surrettiziamente, il governo getta le basi con il nuovo catasto è quella di una patrimoniale ordinaria. E' come se caricasse una pistola e la puntasse alla tempia degli italiani, promettendo di non premere il grilletto. Per ora. E' scritto nero su bianco nel documento elaborato dal ministero dell'Economia circolato in questi giorni, infatti, che uno degli obiettivi della riforma, il primo anzi, è «la costituzione di un sistema catastale che contempli assieme alla rendita (ovvero il reddito medio ordinariamente ritraibile al netto delle spese di manutenzione e gestione del bene), il valore patrimoniale del bene, al fine di assicurare una base imponibile adeguata da utilizzare per le diverse tipologie di tassazione».
Ciò significa che ci troviamo di fronte ad una rivoluzione copernicana della filosofia stessa del catasto. Fino ad oggi il suo scopo era quello di rappresentare la redditività di un immobile, calcolata sulla base del canone medio, al netto delle spese, al quale lo si potrebbe affittare. Il nuovo catasto dovrebbe affiancare al valore reddituale quello patrimoniale, cioè il prezzo di mercato dell'immobile, «da utilizzare per le diverse tipologie di tassazione». E' proprio questo il senso del passaggio dai vani al metro quadrato. L'aumento dell'imposta dovuto alla rivalutazione della rendita catastale può essere compensato riducendo «moltiplicatore» o aliquote, ma adeguare le rendite ai valori di oggi non implica necessariamente il passaggio dal concetto di redditività a quello di valore patrimoniale.
Dunque, mentre i giornali si sbizzarriscono in tabelle e simulazioni su chi pagherà di più e chi meno, il bersaglio grosso della riforma non è il mero aggiornamento delle rendite, ma comporre un quadro attendibile del valore degli immobili come primo tassello di qualsiasi imposta patrimoniale. Ricordate come lo stesso Monti ha giustificato in queste settimane la mancata introduzione di una patrimoniale ordinaria, come richiesto dai partiti di sinistra e persino da Confindustria? Non può essere introdotta senza prima possedere le necessarie informazioni sul valore reale dei patrimoni degli italiani. E di quei patrimoni la casa è il "mattone" fondamentale. La riforma del catasto offre una straordinaria occasione per acquisire quelle informazioni propedeutiche. Non sarebbe un'eresia, tutt'altro, pensare di tassare la ricchezza accumulata e immobilizzata piuttosto che quella investita in attività produttive, ma si deve trattare, appunto, di spostare il carico fiscale dall'una all'altra e non semplicemente di aggiungerlo. Ma qui di un taglio drastico alle aliquote sui redditi e sulle imprese non si vede nemmeno l'ombra.
Se i nostri sospetti si dimostrassero fondati, bisognerebbe concludere che il governo Monti si sta impegnando a fondo per far esplodere anche in Italia la bolla immobiliare. Prendiamo come esempio un patrimonio immobiliare di 1 milione di euro. Un'aliquota patrimoniale del 5 per mille significherebbe dover pagare allo Stato 5.000 euro l'anno. Lasciamo per il momento da parte l'effetto sul mercato delle locazioni. Considerando un periodo di 20 anni, 100 mila euro di tasse, ecco che quel patrimonio ha già perso il 10% del suo valore. Prima l'Imu, ora la riforma del catasto, poi la patrimoniale ordinaria. L'effetto combinato di una tassazione punitiva e di dismissioni di patrimonio immobiliare pubblico, pur auspicabili, potrebbe far crollare il valore degli immobili, provocando una pesante svalutazione degli asset dello Stato stesso e delle banche. Un incubo a cui ci auguriamo di non assistere. Lo Stato taglierebbe così il ramo su cui è seduto. Dopo aver reso anti-economiche, nel corso dei decenni, le altre forme di investimento (dalle attività produttive a quelle finanziarie), adesso lo Stato mette nel mirino il mattone pur di non mettersi a dieta. E ovviamente ciò che ottiene è che i capitali sono sempre più in fuga dal nostro Paese - sia illegalmente che legalmente (attività finanziarie detenute all'estero per oltre 13,5 miliardi di euro; beni immobili per oltre 19,4 miliardi di euro).
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