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Monday, January 11, 2010

Sono 15 anni che aspettiamo. Bene l'annuncio, ma ora i fatti

E' vero che gli anni in cui Berlusconi è stato al governo sono lastricati di promesse non mantenute, soprattutto in tema di riduzione delle tasse, e quindi è saggio non illudersi troppo. L'annuncio di oggi potrebbe essere volto a galvanizzare l'elettorato di centrodestra in vista delle regionali, quindi aspettiamo di vedere che fine faranno le buone intenzioni dopo il voto di marzo. Detto questo, però, fa ben sperare che il premier abbia voluto inaugurare l'anno nuovo e la sua ripresa delle attività dopo l'aggressione di Piazza Duomo rilanciando proprio la riforma fiscale, e ripescando la proposta originaria del '94 e 2001, che molta parte ebbe nei successi elettorali di quegli anni.

«Il punto di partenza è il progetto del 1994, con due aliquote irpef: una al 23% e una al 33%. Con il ministro dell'Economia stiamo studiando tutte le possibilità per arrivare alla fine a questo sistema», ha spiegato il premier a la Repubblica, e oggi ha ribadito che è possibile avviare la riforma già nel 2010. E' sempre meglio che Berlusconi abbia parlato di tasse piuttosto che non lo avesse fatto. E che un tema che sembrava scomparso dall'agenda di governo, sacrificato al "realismo" socialconservatore di Tremonti, sia invece tornato di attualità.

Sui propositi del Cav., come ha osservato Carlo Stagnaro su Libero, pesa però «l'incognita» Giulio Tremonti. Suo il libro bianco del '94, in cui teorizzava le due aliquote, il federalismo fiscale e lo spostamento della tassazione sui consumi; suo il tentativo di portare a due gli scaglioni dell'imposta sul reddito personale, 23 e 33 per cento, con la legge 80 del 2003, bloccato sappiamo da chi. Ma il Tremonti di oggi crede ancora in quelle cose? E' lecito dubitarne, alla luce di un suo percorso politico-culturale che lo ha portato su posizioni sempre più dirigiste e socialconservatrici, e di una politica economica di cui apprezziamo il prezioso rigore ma che rischia di penalizzare la crescita a causa di un eccessivo immobilismo.

Dunque, sulla strada per la rivoluzione fiscale c'è «l'incognita» Tremonti, ma ci sono anche il solito insidioso confronto con le «parti sociali», la retorica pauperista per cui bisognerebbe partire dai redditi più bassi (rendendo inefficace il taglio sia sul lato della crescita che su quello del gettito), e il partito dei "quozientisti" (ex An e Udc), che vorrebbero anteporre - o piuttosto sostituire - il quoziente familiare alla riduzione delle aliquote. Chi sarà questa volta a dissuadere Berlusconi, o ad annacquare la riforma?

Lo ripetiamo da sempre su questo blog. E' necessario liberarci di una visione redistributiva del fisco. Attraverso le tasse si pretende di realizzare la giustizia sociale, trasferendo i soldi dai ricchi ai poveri. Peccato che il tramite sia lo Stato e che il meccanismo - ammesso che sia in ogni caso giustificabile il fine - si inceppa. Un equilibrato ed equo sistema tributario invece può sollevare lo status sociale di poveri e meno ricchi stimolando la crescita economica.

Un taglio e una semplificazione consistenti delle aliquote, e soprattutto certo, si ripaga da sé nel medio-lungo periodo. Tuttavia, nel breve periodo l'Italia non può permettersi di mettere a repentaglio i conti pubblici e, quindi, come abbiamo già detto più volte, ad accompagnare la riforma fiscale servirebbe un calo strutturale della spesa pubblica oltre che una maggiore tassazione sui consumi. Il Pd è contrario alla riforma delle due aliquote e questo ci ricorda perché siamo costretti ancora una volta a sperare nelle promesse, spesso non mantenute, di Berlusconi. Dall'altra parte non ci sono neanche quelle, ma chi si vanta (Bersani) di aver saputo varare finanziarie da 40 miliardi di «soldi freschi», i nostri.

UPDATE ore 18,48
Neanche sul fisco Gianfranco Fini perde occasione per punzecchiare Berlusconi: ricordando che la riduzione delle tasse dev'essere «più incisiva per chi ha redditi medio-bassi e bassi». E avvertendo che se non è ben chiaro quali sono le «coperture», allora si fa solo «propaganda». Proprio quel genere di argomenti con i quali già una volta, nel 2003, ha affossato le due aliquote.
UPDATE ore 19,23
«Prima il quoziente familiare, poi le aliquote». Eccolo, ci mancava, il portabandiera dell'altro argomento affossatore delle due aliquote, Pier Ferdinando Casini, leader del partito trasversale dei "quozientisti".

3 comments:

Kerub said...

mannaggia.
se non fosse per il debito ereditato dal precedente governo...

Fabrizio said...

Concordo pienamente con il taglio dell'articolo. Io sono un sostenitore delle tre aliquote 10, 20 e 30%, del principio della deducibilità di tutta una serie di spese come quelle per l'idraulico che mi ripara la tubatura che perde o il meccanico che mi ripara l'auto. Il gettito che verrebbe a mancare potrebbe essere compensato nel medio/lungo periodo non solo dal recupero dell'imponibile evaso ma anche attraverso forti riduzioni della spesa corrente mettendo mano all'organizzazione amministrativa statale mediante l'eliminazione delle province e l'accorpamento delle migliaia di piccoli comuni oggi esistenti. Infine ritengo possibile l'introduzione di una imposta patrimoniale di competenza locale (sul modello svizzero se non mi sbaglio). fabrizio

Anonymous said...

Sbaglio o già oggi non si possono più abbassare per colpa della crisi? Chi vive sperando morì bloggando.

Marco