Il ministro degli Esteri Mottaki dice che l'Iran non ha mai detto "no" alla proposta di arricchimento dell'uranio iraniano all'estero avanzata dall'Aiea. E' vero. La scorsa settimana al direttore dell'Aiea ha solo espresso un «parere» e «osservazioni», che però contraddicono nella sostanza la bozza di accordo. «Abbiamo preso in esame questa proposta, ma abbiamo alcune considerazioni tecniche ed economiche in merito», ha spiegato, proponendo una «commissione tecnica» per «riconsiderare tutte le opzioni». E' evidente che il tentativo di Teheran è impantanare le controparti in una lunga ed estenuante trattativa, non sui dettagli dell'accordo, ma sul punto centrale: il trasferimento all'estero in blocco delle proprie scorte di uranio a basso arricchimento.
I ministri degli Esteri di Gran Bretagna, Russia e Francia, e il direttore dell'Aiea, El Baradei, si sono fatti sentire, intimando a Teheran di dare una risposta «rapida». Il più fermo è stato il francese Kouchner, il quale ha avvertito che «non accetteremo tattiche dilatorie». E da Washington? Al momento in cui scriviamo (19:28 ore italiane) tutto tace. L'ambasciatore iraniano presso l'Aiea, Ali Asghar Soltanieh, ha quindi chiarito che l'Iran chiede nuovi colloqui per «esprimere le sue preoccupazioni tecniche, in particolare sulle garanzie di approvvigionamento del combustibile». E' questa la «questione chiave, vista la nostra sfiducia dovuta ad esperienze del passato». «Siamo pronti ad un nuovo ciclo di discussioni tecniche», ha quindi aggiunto Soltanieh, auspicando che possa tenersi «al più presto».
Sembra un dialogo tra sordi, con l'Iran che si comporta come se la bozza fosse trattabile, e le controparti che fingono di non aver avuto una risposta da Teheran. Nessuno vuole addossarsi la responsabilità di una eventuale rottura dei negoziati, quindi gli uni sostengono di non aver risposto "no", e di volere nuovi colloqui, nonostante le loro osservazioni corrispondano sostanzialmente a un rifiuto, mentre gli altri è come se non avessero udito e continuano a chiedere una risposta.
Showing posts with label kouchner. Show all posts
Showing posts with label kouchner. Show all posts
Monday, November 02, 2009
Monday, April 20, 2009
Lo show di Ahmadinejad, con la complicità occidentale
Come volevasi dimostrare, Ahmadinejad ha sfruttato la tribuna internazionale offertagli dall'Onu per aggredire verbalmente Israele. I paesi dell'Ue che hanno deciso di non boicottare la conferenza sul razzismo hanno avuto torto. I loro delegati hanno dovuto prendere atto delle parole pronunciate dal presidente iraniano ed abbandonare i lavori. Incredibilmente la Francia di Sarkozy e Kouchner (Kouchner!) è incappata nell'errore di legittimare con la sua presenza, insieme a molti, troppi paesi europei, l'assise in cui ha preso la parola Ahmadinejad. Siamo lieti di constatare che per una volta l'Italia ha fatto una figura migliore. Sarkozy e Brown si sono sbrigati a condannare con estrema durezza le parole di Ahmadinejad, non riuscendo però a cancellare del tutto l'imbarazzo per aver reso i loro paesi complici della trappola propagandistica tesa contro Israele.
Dalla Durban II Angelo Panebianco trae questa mattina sul Corriere tre insegnamenti che mi sembrano condivisibili:
Dalla Durban II Angelo Panebianco trae questa mattina sul Corriere tre insegnamenti che mi sembrano condivisibili:
«Se l'Occidente si divide, coloro che puntano a usare le istituzioni internazionali in chiave antioccidentale hanno facile gioco... I Paesi europei che, insieme al Vaticano, hanno scelto comunque di andare alla Conferenza forse riusciranno a impedire che essa si risolva in una Durban bis ma corrono anche un rischio: il rischio che la loro presenza contribuisca a dare legittimazione internazionale a regimi politici che fanno quotidianamente strage di diritti umani a casa loro e che non hanno le carte in regola neppure in materia di razzismo essendo noti campioni di propaganda antisemita...E' rimasto letteralmente sbigottito Natan Sharansky nell'apprendere dall'intervistatore di la Repubblica che il Papa era intervenuto per "benedire" la conferenza: «Il Papa? Sul serio?». Sì, sul serio.
I diritti umani non possono essere facilmente separati dal contesto culturale occidentale che li ha generati... altri, con alle spalle altre e diverse tradizioni culturali, si impadroniscono di quelle istituzioni, e del connesso linguaggio dei diritti umani, cambiandone radicalmente l'ispirazione e il significato. E' proprio in nome dei "diritti umani" (nel senso che essi danno a queste parole) che i Paesi islamici cercano oggi di imporre a tutto l'Occidente una drastica limitazione della libertà di parola e della libertà di stampa, erigendo barriere giuridiche che rendano la religione islamica non criticabile.
L'impossibilità di separare diritti umani e politica. A Ginevra "si fa" e "si farà" politica, ossia la questione del razzismo e dei diritti umani verrà usata come arma propagandistica ai fini della competizione di potenza e delle connesse negoziazioni politiche».
«Dunque, le ipotesi sono due. O il pontefice semplicemente non capisce il contenuto della conferenza, ed è un conto. O invece è a conoscenza di che cosa si parlerà a Ginevra e con chi. E se fosse vera l'ultima ipotesi, allora questo potrebbe essere motivo per noi di grande preoccupazione. Anche in vista del suo prossimo viaggio qui in Israele. Possiamo meglio comprendere il potere della Chiesa e i tanti comportamenti espressi in passato dal Vaticano».
Tuesday, July 01, 2008
Il problema è l'Ue, non i suoi cittadini. Sarkozy l'ha capito
Si apre oggi il semestre di presidenza francese dell'Ue. Il presidente Sarkozy già pregustava di lasciare la sua impronta su capitoli importanti come la politica energetica e ambientale, il controllo dell'immigrazione, la politica agricola comune, la politica monetaria e il ruolo della Bce, la politica di difesa, l'Unione mediterranea.
E invece, le energie della presidenza francese dovranno in buona parte essere impiegate per risolvere la "questione irlandese", dopo il no referendario al Trattato di Lisbona, la versione "truccata" della Costituzione Ue già bocciata nel 2005 da francesi e olandesi.
Altro che «problema di comunicazione», come si ostinano a ripetere alcuni. I cittadini europei hanno capito benissimo cos'è l'Ue e quando e dove possono, la bocciano. Sarkozy dimostra di essere tra quelli che l'hanno capito: «A poco a poco i nostri cittadini si chiedono se alla fine lo Stato nazionale non li protegga meglio della Ue. È un ritorno all'indietro. E se c'è un ritorno così, vuol dire che c'è un errore nel nostro modo di costruire l'Europa».
«L'Europa è malata di "riunionite", troppe riunioni inutili. Il Trattato di Lisbona? Tre tonnellate di carta, la gente non ci capisce nulla. E poi ci meravigliamo se vota no ai referendum». Non sono parole del ministro Calderoli, ma del ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner.
E invece, le energie della presidenza francese dovranno in buona parte essere impiegate per risolvere la "questione irlandese", dopo il no referendario al Trattato di Lisbona, la versione "truccata" della Costituzione Ue già bocciata nel 2005 da francesi e olandesi.
Altro che «problema di comunicazione», come si ostinano a ripetere alcuni. I cittadini europei hanno capito benissimo cos'è l'Ue e quando e dove possono, la bocciano. Sarkozy dimostra di essere tra quelli che l'hanno capito: «A poco a poco i nostri cittadini si chiedono se alla fine lo Stato nazionale non li protegga meglio della Ue. È un ritorno all'indietro. E se c'è un ritorno così, vuol dire che c'è un errore nel nostro modo di costruire l'Europa».
«L'Europa è malata di "riunionite", troppe riunioni inutili. Il Trattato di Lisbona? Tre tonnellate di carta, la gente non ci capisce nulla. E poi ci meravigliamo se vota no ai referendum». Non sono parole del ministro Calderoli, ma del ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner.
Wednesday, May 07, 2008
Birmania, la dittatura ha ucciso più del ciclone
«Le autorità birmane si sono fatte cogliere impreparate». Traiettoria e potenza distruttiva del ciclone Nargis erano annunciati con estrema precisione. L'India aveva avvertito con 48 ore di anticipo. «Con un minimo di organizzazione, si sarebbero potute salvare molte vite umane», accusa un turista italiano appena rientrato dalla Birmania, dopo aver attraversato il Paese in pullman assistendo a scene «sconvolgenti».Una catastrofe dalle proporzioni immani, forse persino maggiori di quelle dello tsunami del 2004. Ma non del tutto opera di una "natura matrigna". Su questo disastro è ben visibile la mano assassina di una dittatura disumana, che condanna il popolo birmano alla miseria, all'arretratezza, all'isolamento; che non solo non ha lanciato l'allarme e organizzato soccorsi, ma pone persino ostacoli all'ingresso nel Paese delle squadre di soccorso internazionali. Un regime senza pietà, animato dal totale disprezzo per la vita umana. E il sospetto è che si prepari a lucrare sugli aiuti. Un caso esemplare in cui andrebbe fatto valere il principio di ingerenza. Se la giunta fosse stata deposta mesi fa, si sarebbero potute salvare migliaia di vite.
In teoria, a Naypyidaw non avrebbero alcun interesse a esagerare il conteggio delle vittime: la pressione internazionale aumenterebbe e dovrebbero far entrare più stranieri nel Paese. Ciò da una parte fa temere un bilancio ancor più drammatico, dall'altra che la giunta sia disposta ad accettare solo aiuti materiali, soldi, che – è lecito sospettare – andrebbero a rimpinguare i conti bancari dei membri della casta al potere.
Si contano 23 mila morti, 41 mila dispersi e più di un milione di senza tetto. Oltre 5 mila km quadrati del delta del fiume Irrawaddy sono ancora sott'acqua, alta fino a sei metri. L'ex capitale Rangoon è senza acqua, luce e cibo. La produzione di riso azzerata. La Croce rossa internazionale ha lanciato un appello per 4 milioni di euro di forniture d'emergenza. L'Onu ha cominciato a distribuire i primi aiuti alla popolazione, ma l'isolamento di alcune zone completamente inondate rende complicati i soccorsi e secondo la Associated Press, che cita fonti Onu, la giunta militare starebbe ostacolando la concessione dei visti agli operatori umanitari delle diverse agenzie internazionali. «I visti sono ancora un problema. Non è chiaro quando si risolverà», si sarebbero lamentati alcuni funzionari Onu durante una riunione di coordinamento a Bangkok, in Thailandia.
Voci confermate dal fatto che il ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner, ha chiesto una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che imponga alla giunta di far entrare nel Paese gli aiuti e le squadre di soccorso. La Cina, principale sponsor del regime, acconsentirà? Il segretario generale Ban Ki Moon «cercherà di organizzare un incontro ad alto livello» per risolvere la questione.
Il presidente americano Bush ha rivolto un appello esplicito alle autorità birmane: «Lasciate che gli Stati Uniti vengano ad aiutarvi. I nostri cuori sono rivolti al popolo birmano. Vogliamo aiutarlo ad affrontare questo terribile disastro. Siamo pronti a far intervenire i mezzi navali nella zona per cercare morti e dispersi, per stabilizzare la situazione. Ma per fare ciò, la giunta birmana deve permettere alle nostre squadre di soccorso di entrare nel Paese». Un appello al quale si è unita anche la first lady, Laura Bush. Ma il regime tace, e la gente muore.
Friday, March 14, 2008
Scontri e morti, il Tibet non è domo e si risveglia
Le ultime notizie da Lhasa sono allarmanti: ci sarebbero molti feriti e «diversi morti» negli scontri tra manifestanti e polizia cinese, secondo quanto riporta la France Presse, citando fonti ospedaliere locali. «Almeno due morti», riferisce Radio Free Asia. La polizia militare è intervenuta in forze per disperdere i dimostranti e si sono uditi alcuni spari nelle vicinanze del tempio Jokhang, nel centro della capitale.I tre maggiori monasteri tibetani – Drepung, Sera e Ganden – da cui è partita la protesta, sono sotto assedio, accerchiati da migliaia di soldati, e alcuni monaci del Sera hanno risposto iniziando scioperi della fame e del sonno. L'assedio dei monasteri, i blocchi e gli arresti hanno scatenato la rabbia dei civili, che si sono uniti ai monaci gonfiando le file della rivolta più imponente in Cina dal 1989.
Dati alle fiamme i segni dell'occupazione cinese, auto della polizia e il mercato di Tromisikhang, nel centro storico di Lhasa. Il fatto che siano stati saccheggiati e incendiati alcuni negozi cinesi rivela la miseria e l'esasperazione della popolazione tibetana per la decennale politica di cinesizzazione forzata attuata dal governo di Pechino, che ha fatto affluire nel Tibet occupato milioni di coloni cinesi di etnia han. Una pulizia etnica non limitata all'eliminazione fisica, alla distruzione di case e tradizioni tibetane, ma perseguita alterando gli equilibri demografici della regione e attraverso la discriminazione etnica.
Le proteste erano iniziate lo scorso 10 marzo, in occasione del 49esimo anniversario di una rivolta repressa nel sangue dall'esercito cinese, a seguito della quale il Dalai Lama fu costretto a rifugiarsi in India. Circa 500 monaci del monastero di Drepung avevano sfidato le autorità marciando verso il leggendario Palazzo Potala, imitati nei giorni successivi da altre centinaia di monaci del monastero di Sera. Manifestazioni disperse dalla polizia e dall'esercito cinese con lancio di lacrimogeni e arresti. Da mesi - in vista delle Olimpiadi e dopo la consegna al Dalai Lama della Medaglia d'oro del Congresso Usa - era aumentata la presenza asfissiante dei militari intorno ai monasteri e a Lhasa.
La capitale del Tibet è stata immediatamente chiusa agli stranieri ed è off limits per i giornalisti. Funzionari del Partito Comunista cinese e della polizia sostengono di non avere informazioni su quanto sta accadendo e si rifiutano di commentare le notizie. Ma la gravità della situazione è confermata dalle reazioni dei governi occidentali. La Cina «deve rispettare la cultura tibetana, il carattere multi-etnico della sua società», ha dichiarato un portavoce della Casa Bianca, ricordando che secondo Bush il governo cinese «deve dialogare con il Dalai Lama». Il Consiglio europeo ha approvato un testo, anticipato dal ministro degli Esteri francese Kouchner, in cui a Pechino si chiede «moderazione», «rispetto dei diritti umani», e il rilascio delle persone arrestate. La Francia «non è favorevole al boicottaggio – ha ricordato Kouchner – ma può attirare l'attenzione sulla concomitanza tra i Giochi e questa aspirazione tibetana, di cui la Cina deve tenere conto». Il britannico David Miliband ha chiesto «moderazione» e «dialogo». «Chiediamo alla Cina di porre fine alla repressione e di avere rispetto dei diritti dei tibetani e delle loro tradizioni», ha dichiarato anche D'Alema, il cui governo rifiutò di incontrare il Dalai Lama.
Benedette Olimpiadi in Cina. I Giochi, infatti, stanno offrendo ai tibetani l'occasione, che sembrano intenzionati a non lasciarsi sfuggire, per riportare all'attenzione del mondo la loro condizione di popolo oppresso, incoraggiati anche dalla protesta nonviolenta cui diedero vita, nel settembre scorso, i monaci buddisti birmani contro la giunta militare di Rangoon.
La condotta del governo di Pechino nei confronti della protesta dei tibetani, a pochi mesi dalle Olimpiadi, costituisce un test determinante per valutare se al processo di rinnovamento economico in atto corrispondano i richiesti segnali di apertura dal punto di vista politico e del rispetto dei diritti umani.
E i governi occidentali adesso avrebbero il pretesto per minacciare il boicotaggio delle loro federazioni in mancanza di progressi reali in Tibet.
Thursday, November 29, 2007
Il futuro del Medio Oriente passa per Washington. Nonostante la guerra irachena
... o anche grazie a quella guerra, che per molti avrebbe dovuto provocare l'isolamento degli Usa da parte delle piazze e delle capitali arabe?La situazione si va lentamente normalizzando in Pakistan, dopo che il 3 novembre scorso Musharraf aveva proclamato lo stato d'emergenza e dato il via a una serie di arresti. Il generale/presidente sta rientrando nel solco tracciato d'intesa con gli Usa per la democratizzazione del paese. Musharraf non è più a capo dell'esercito: ha finalmente rinunciato al suo potere militare e ha giurato da presidente, in abiti civili. Le elezioni si terranno come previsto entro il 15 gennaio. Gli oppositori arrestati sono stati liberati. Sharif e Benazir Bhutto potranno candidarsi alle elezioni, anche se comprensibilmente gridano ad "elezioni farsa" per il permanere delle leggi d'emergenza. Pare che tutto o quasi, comunque l'essenziale, stia andando come chiedavano gli oppositori e come suggerivano gli americani.
Nel frattempo, la conferenza di Annapolis ha lanciato una nuova stagione di negoziati tra israeliani e palestinesi. Il coinvolgimento nel summit di importanti paesi arabi a livello dei ministri degli Esteri e la presenza, la collaborazione europea, sono già dei risultati politici: un segnale promettente verso il consolidamento di quell'"alleanza" che Washington sta faticosamente cercando di comporre tra paesi sunniti e Occidente per il contenimento della minaccia egemonica dell'Iran sull'intera regione.
Solo di una «photo opportunity» si è trattato, ha osservato Carlo Panella su Il Foglio. Ma difficilmente una «photo opportunity» è stata così politicamente significativa. Un'immagine addirittura «clamorosa» ne è scaturita, perché «ha visto tutti i paesi islamici e arabi del mondo (escluso l'Iran) rendere omaggio alla saggia iniziativa di George W. Bush. Per la prima volta nella storia anche questo, soltanto questo, una foto, ha assunto un suo significato profondissimo... Il vero, straordinario risultato che George W. Bush e Condoleezza Rice sono riusciti a conseguire – a quattro anni dalla guerra a Saddam – è di avere costretto tutto il mondo musulmano e arabo a riconoscere la propria leadership incontrastata. Tutti sono dovuti andare ad Annapolis» per non rimanere isolati come l'Iran; anche la Siria.
Certo, ancora nulla di concreto è emerso riguardo le possibili soluzioni ai problemi che dividono israeliani e palestinesi. Li aspettano mesi di durissimo lavoro. Soprattutto sul nodo centrale dei profughi e del carattere ebraico dello Stato di Israele, una questione prima di tutto di volontà politica. Su questo, osserva Panella, «dovrà esercitarsi al massimo la pressione internazionale, per convincere gli stati arabi, Arabia Saudita ed Egitto in primis, a riconoscere – nonostante i sicuri e gravissimi contraccolpi islamisti sul piano interno – il riconoscimento del diritto degli ebrei in quanto tali ad avere uno stato in Palestina». Senza questa pressione, con il contributo dell'Europa che può essere determinante, l'insuccesso è assicurato.
Da notare, segnalata da Maurizio Molinari, la grande sintonia tra il segretario di Stato Usa, Condoleezza Rice, e il ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner, per una pace in Medio Oriente basata sui processi democratici, la lotta al terrorismo e l'isolamento di un Iran smanioso di procurarsi la bomba atomica. E a dimostrazione della ritrovata intesa tra Parigi e Washinton, il primo seguito formale di Annapolis è previsto proprio nella capitale francese.
Thursday, October 04, 2007
Iran. Kouchner chiama all'appello l'Europa
Ieri il Corriere ospitava un intervento di Bernard Henry-Levi, che smascherava i luoghi comuni dietro ai quali chi non vuole agire contro le dittature si nasconde per rigettare lo strumento delle sanzioni economiche e commerciali. Il caso era quello della Birmania.
Oggi, su la Repubblica, la lettera di Bernard Kouchner, amico di Henry-Levi e ministro degli Esteri francese, in cui spiega ai suoi colleghi dell'Ue perché vuole contro l'Iran un sistema di sanzioni europeo, al fianco di quello Usa, se necessario anche al di fuori di un quadro Onu.
Quindi, «parallelamente ai negoziati per una nuova risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che dovranno proseguire, propongo di cominciare ad esplorare insieme la possibilità di nuove misure europee. Non possiamo permetterci di attendere l'adozione di questa risoluzione per andare avanti».
Kouchner ha ricordato inoltre l'offerta rifiutata da Teheran nel 2006: incentivi economici, assistenza tecnica sul nucleare civile con la costruzione di un reattore, garanzie di sicurezza e ampi negoziati con gli Stati Uniti. Per iniziare a negoziare queste "carote", si chiedeva in cambio soltanto la sospensione dell'arricchimento dell'uranio. Perché rifiutare, se davvero l'unica cosa che interessa Teheran è il nucleare civile?
Dall'esperienza di questo Governo Prodi escono di molto ridimensionati anche l'acutezza e il genio politico di D'Alema, che di fronte alla proposta di Kouchner infila una bestialità dopo l'altra, dando il senso di quanto cinismo e miopia guidi la politica estera italiana oggi. «Noi non abbiamo mai escluso in alcun momento l'ipotesi» di sanzioni europee, ha chiarito il nostro ministro degli Esteri, dicendosi preoccupato se poi il «prezzo da pagare» fosse «la rottura dell'unità del Consiglio di Sicurezza» dell'Onu. Abbiamo capito bene? Ha parlato di «unità» del Consiglio di Sicurezza? Ma quale Onu vede D'Alema? Con che coraggio mistifica a tal punto la realtà: non c'è alcuna «unità» del Consiglio di Sicurezza da preservare, ci sono, piuttosto, divisioni che impediscono di ottenere risultati con l'Iran.
Ma poi il sagace D'Alema tradisce la vera sua preoccupazione: «Dato che abbiamo intense relazioni economiche con l'Iran, noi sopportiamo oneri maggiori anche rispetto a chi alza più facilmente la voce». Ah, ecco.
Il 15 ottobre l'Ue deciderà e, purtroppo, ci tocca sperare che l'Italia si trovi isolata.
Oggi, su la Repubblica, la lettera di Bernard Kouchner, amico di Henry-Levi e ministro degli Esteri francese, in cui spiega ai suoi colleghi dell'Ue perché vuole contro l'Iran un sistema di sanzioni europeo, al fianco di quello Usa, se necessario anche al di fuori di un quadro Onu.
«Se vogliamo evitare che la comunità internazionale un giorno si trovi davanti a un'alternativa devastante, e debba scegliere tra l'acquisizione da parte dell'Iran dell'atomica e un intervento militare per impedirglielo, dobbiamo dare avvio ai negoziati e all'immediata sospensione delle sanzioni nel caso in cui le attività nucleari dell'Iran siano interrotte o viceversa dobbiamo prevedere il loro inasprimento se l'Iran si rifiuterà di interromperle».Il tempo, avverte Kouchner, «gioca contro di noi, perché ogni giorno che passa, l'Iran si avvicina sempre più alla piena padronanza della tecnologia dell'arricchimento dell'uranio, de facto la capacità nucleare militare». E' di «primaria importanza», aggiunge, mostrare oggi la «determinazione» dell'Europa, prendendo l'iniziativa di «approvare nuove severe misure per aumentare la pressione sull'Iran, affinché ottemperi alle richieste del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite», senza aspettare un'altra risoluzione, chissà per quanto tempo ancora bloccata dai veti di Russia e Cina. «Ne va della nostra responsabilità e credibilità».
Quindi, «parallelamente ai negoziati per una nuova risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che dovranno proseguire, propongo di cominciare ad esplorare insieme la possibilità di nuove misure europee. Non possiamo permetterci di attendere l'adozione di questa risoluzione per andare avanti».
Kouchner ha ricordato inoltre l'offerta rifiutata da Teheran nel 2006: incentivi economici, assistenza tecnica sul nucleare civile con la costruzione di un reattore, garanzie di sicurezza e ampi negoziati con gli Stati Uniti. Per iniziare a negoziare queste "carote", si chiedeva in cambio soltanto la sospensione dell'arricchimento dell'uranio. Perché rifiutare, se davvero l'unica cosa che interessa Teheran è il nucleare civile?
Dall'esperienza di questo Governo Prodi escono di molto ridimensionati anche l'acutezza e il genio politico di D'Alema, che di fronte alla proposta di Kouchner infila una bestialità dopo l'altra, dando il senso di quanto cinismo e miopia guidi la politica estera italiana oggi. «Noi non abbiamo mai escluso in alcun momento l'ipotesi» di sanzioni europee, ha chiarito il nostro ministro degli Esteri, dicendosi preoccupato se poi il «prezzo da pagare» fosse «la rottura dell'unità del Consiglio di Sicurezza» dell'Onu. Abbiamo capito bene? Ha parlato di «unità» del Consiglio di Sicurezza? Ma quale Onu vede D'Alema? Con che coraggio mistifica a tal punto la realtà: non c'è alcuna «unità» del Consiglio di Sicurezza da preservare, ci sono, piuttosto, divisioni che impediscono di ottenere risultati con l'Iran.
Ma poi il sagace D'Alema tradisce la vera sua preoccupazione: «Dato che abbiamo intense relazioni economiche con l'Iran, noi sopportiamo oneri maggiori anche rispetto a chi alza più facilmente la voce». Ah, ecco.
Il 15 ottobre l'Ue deciderà e, purtroppo, ci tocca sperare che l'Italia si trovi isolata.
Yulia contro il nuovo "inciucio" ucraino
Con tempistica per lo meno sospetta, proprio nel momento in cui si stava delineando la vittoria elettorale, seppure di misura, della coppia filo-occidentale Yushenko-Tymoshenko, la Gazprom, il colosso energetico russo controllato dallo Stato, minacciava di chiudere i rubinetti del gas all'Ucraina, se entro un mese Kiev non avesse saldato il debito, che secondo Mosca ammonterebbe a un miliardo e trecentomila dollari. Il colpo si deve essere fatto sentire, se oggi da Mosca sono arrivate rassicurazioni sia sulla disponibilità dell'Ucraina a saldare (anche da Kiev non sono giunte dichiarazioni bellicose), sia sull'assenza di rischi per le forniture in Europa.Ma «a Mosca sanno che di fronte alla paura dei termosifoni spenti la voglia di sostenere la democrazia viene meno in molte capitali europee», commentava ieri Anna Zafesova su La Stampa. La Commissione Ue ha comunque deciso di riunire gli esperti del gas dei 27 Paesi membri a metà ottobre, per valutare la situazione tra Russia e Ucraina, invitando all'incontro anche i rappresentanti delle aziende energetiche di Mosca e Kiev.
L'affermazione elettorale della coppia Yushenko-Tymoshenko non è tale da far pensare a un immediato superamento della fase di stallo e ingovernabilità che da mesi affligge l'Ucraina. Ne sono il segno evidente le prime dichiarazioni dei due a risultato acquisito. Il presidente Yushenko ha invitato i tre principali partiti, quindi compreso quello filo-russo del premier uscente Yanukovic, ad avviare consultazioni per formare un governo di unità nazionale. Yulia Tymoshenko ha però subito replicato bocciando l'idea del presidente: «Mai in una coalizione con i filorussi. In caso si formasse una coalizione tra Nostra Ucraina [Yushenko, n.d.r.] e il Partito delle Regioni [Yanukovic, n.d.r.] resteremo all'opposizione. Non faremo da tetto politico alla mafia». Parole dure.
I due protagonisti della "rivoluzione arancione" inaugurano nel peggiore dei modi la fase post-elettorale, mostrando di poter ricadere – a meno che non sia in atto un gioco delle parti – nel medesimo errore fatto in passato, quello di dividersi, che ha permesso all'ex premier filo-russo Yanukovic di approfittarne e di inserirsi nelle crepe, e ha causato la disaffezione di molti loro sostenitori.
Yushenko sembra forse più pragmatico. Probabilmente sa che le urne non hanno regalato al fronte filo-occidentale una forza tale da reggere ad un altro prolungato periodo di instabilità e, per di più, sotto le pressioni di Mosca. Così, con realismo, avanza la prospettiva di una coabitazione, certamente difficile, ma forse l'unico modo per responsabilizzare Yanukovic, sottraendolo alla tentazione di giocare al massacro. Un gioco che rischierebbe di travolgere definitivamente le posizioni fin qui acquisite dalla nuova Ucraina. Inoltre, il presidente pensa così di accreditarsi come figura di salvaguardia dell'unità nazionale e poter procedere alla riforma costituzionale necessaria per delineare meglio le prerogative di presidente e premier prima delle presidenziali del 2009.
Yulia, al contrario, può sostenere che la coabitazione è stata già tentata con esiti da dimenticare e che oggi tradirebbe le attese e gli accordi pre-elettorali. Sembra avere le idee più chiare e i principi più saldi, oltre ad essere più in sintonia con l'elettorato. Quindi, rifiuta l'"inciucio", di cui tra l'altro è già rimasta vittima in passato.
Ciò che accade in Ucraina può avere contraccolpi in senso positivo, o negativo, anche sulle altre ex repubbliche sovietiche, dalla Bielorussia alla Georgia fino a tutto il Caucaso e all'Asia centrale. Putin sa di giocarsi in Ucraina molte delle chance di restituire alla Russia il ruolo di potenza mondiale. Nonostante la centralità strategica dell'Ucraina – per la Russia e, di riflesso, anche per l'Ue, che è ai suoi confini – Bruxelles e le capitali europee sembrano troppo lontane da ciò che accade a Kiev.
Le pressioni russe, che Yushenko e Tymoshenko per primi fanno bene a non drammatizzare, e i pericoli di una nuova fase di instabilità a Kiev, si intrecciano con la notizia che Putin, non potendosi candidare per un terzo mandato presidenziale, ha però trovato l'escamotage per mantenere il controllo del potere: candidandosi alle elezioni legislative di dicembre come capolista del suo partito, Russia Unita, investire un presidente "fantoccio" e farsi nominare primo ministro. In questo modo, grazie al suo prestigio personale, attribuite alla carica di primo ministro l'influenza e l'autorità sufficienti, continuerebbe a indirizzare tutte le scelte del Paese. E nulla gli vieterà, se necessario, di trasferire molti poteri, oggi di competenza presidenziale, al capo del governo.
Il segretario di Stato Usa, Condoleezza Rice, ha dichiarato al New York Post di credere al presidente russo quando assicura di non voler cambiare la Costituzione, ma non è rimasta indifferente alla sua ultima manovra: «Ciò che preoccupa della Russia di oggi è la concentrazione di potere nel Cremlino», avverte, perché «è abbastanza ovvio che non ci sono forti contrappesi istituzionali: il Consiglio federativo non lo è. La Duma non lo è, i tribunali non lo sono». Si tratta di «una questione interna russa», invece, per la Commissione europea, anche se poi ha chiesto a Mosca di invitare l'Osce a seguire le elezioni.
Gli Stati Uniti, tuttavia, non sono più soli di fronte a una Russia che sfida l'Occidente praticamente su tutti i capitoli dell'agenda internazionale. Dal più piccolo al più grande, non manca di reagire tirando la corda dal capo opposto a quello da cui la tirano Usa ed Europa. Per Bernard Kouchner, ministro degli Esteri francese, la Rice «ha ragione». Quello di Putin è un «metodo originale» per restare al potere. La cancelliera tedesca, Angela Merkel, ha nei confronti di Putin un atteggiamento molto più distaccato e critico rispetto al suo predecessore Schroeder. Le relazioni tra Gran Bretagna e Russia, soprattutto dopo l'omicidio Litvinenko, non hanno forse mai raggiunto un livello così basso. E poi c'è il presidente francese Nicolas Sarkozy – la cui "rupture" con la politica estera chirachiana è ogni giorno più evidente – che è arrivato a denunciare la «brutalità» dei metodi di Mosca.
Di ieri, inoltre, un lungo appello di Joschka Fischer, ex ministro degli Esteri tedesco, e Martti Ahtisaari, ex premier finlandese, per una politica estera comune dell'Ue. In un passaggio i due affrontano anche il nodo Putin, osservando che «l'Ue ha sottostimato costantemente la propria forza, esagerando quella del Cremlino di Putin e permettendo a questo paese di farsi sempre più bellicoso». Lentamente, forse troppo lentamente, ma sta cambiando l'atteggiamento europeo nei confronti della Russia di Putin.
P.S. E il Governo italiano? Come del resto anche su tutti gli altri temi più scottanti dell'agenda internazionale – vedi il nucleare iraniano – silenzio assoluto, per interessi commerciali o ben più prosaiche esigenze di coalizione.
Thursday, September 20, 2007
Iran e Russia nell'agenda di Kouchner
Prima per l'Iran, poi per la Russia, passa la via della nuova politica estera francese. Il ministro degli Esteri (non del Commercio Estero) Kouchner sarà a Mosca martedì, ma ha già compiuto una serie di gesti simbolici: ha incontrato i rappresentanti della società civile, dell'opposizione e delle ong, e visitato i locali di Novaia Gazeta, il giornale di Anna Politkovskaia, la giornalista critica del Cremlino assassinata il 7 ottobre del 2006. «Anna è stata un modello di giornalismo e di combattente per i diritti umani», ha dichiarato Kouchner, ammettendo che il rapporto con la Russia «non è facile. La realpolitik non sempre va d'accordo con la purezza dei principi».
Natalie Nugayrède, di Le Monde, ha spiegato a Il Foglio che Kouchner non pronuncerà «parole particolarmente dure contro Putin in pubblico», perché è impegnato in negoziati «molto delicati» su Iran e futuro del Kosovo («la prima prova politica e morale che affronta l'Ue»), dossier su cui Francia e Russia hanno profonde divergenze, sconosciute finché all'Eliseo ha abitato Chirac.
Ma con la sua personalità e il suo percorso, osserva Nugayrède, «la politica estera francese parla più forte sui diritti dell'uomo». La Francia può anche permettersi un atteggiamento più fermo con Mosca: grazie a centrali nucleari e colossi energetici, dipende meno dal gas russo. Cosi, spiega Nougayrède, «la questione delle libertà pubbliche e della libertà di stampa è ormai una fonte di tensione tra Parigi e Mosca».
Natalie Nugayrède, di Le Monde, ha spiegato a Il Foglio che Kouchner non pronuncerà «parole particolarmente dure contro Putin in pubblico», perché è impegnato in negoziati «molto delicati» su Iran e futuro del Kosovo («la prima prova politica e morale che affronta l'Ue»), dossier su cui Francia e Russia hanno profonde divergenze, sconosciute finché all'Eliseo ha abitato Chirac.
Ma con la sua personalità e il suo percorso, osserva Nugayrède, «la politica estera francese parla più forte sui diritti dell'uomo». La Francia può anche permettersi un atteggiamento più fermo con Mosca: grazie a centrali nucleari e colossi energetici, dipende meno dal gas russo. Cosi, spiega Nougayrède, «la questione delle libertà pubbliche e della libertà di stampa è ormai una fonte di tensione tra Parigi e Mosca».
Wednesday, September 19, 2007
Chi prepara davvero la guerra
Con il suo atteggiamento dissimulatorio è Massimo D'Alema a preparare la guerra. Finge di non capire che quello di Bernard Kouchner è il grido d'allarme di chi sa che l'Europa, come spiegavamo qualche giorno fa, può fare molto per scongiurare lo scenario peggiore: la guerra, appunto.Cosa intendesse dire il ministro degli Esteri francese era già chiaro prima delle precisazioni cui è stato costretto dall'interpretazione propagandistica che Teheran ha voluto dare alle sue parole e da quanti in Europa, compreso il nostro ministro degli Esteri, hanno ritenuto più comodo fraintenderle. E' evidente che Kouchner non auspica affatto una guerra contro l'Iran, né la minaccia. Semplicemente, intende mettere in guardia i partner europei: se l'Europa rimane immobile e si rifiuta di sostenere un serio regime di sanzioni contro il regime iraniano, anche al di fuori dell'Onu, la guerra è lo scenario, certo non desiderabile, ma senz'altro più realistico. «Il sistema per evitare la guerra sono le sanzioni». E le sanzioni che «sono efficaci sono quelle degli americani: economiche, sui grandi patrimoni, contro le banche».
Il Consiglio di Sicurezza dell'Onu è reso impotente dai veti di Russia e Cina. L'unica possibilità di evitare un'azione di forza consiste nel varare un sistema di sanzioni americano ed europeo che metta in ginocchio il regime iraniano fino a farlo a cadere o almeno a costringerlo a rinunciare alla bomba. L'Europa ha bisogno del petrolio e del gas iraniano, ma ancora di più Teheran ha bisogno delle forniture, della tecnologia e del materiale industriale europeo.
Ostinandosi a far finta di niente, a nascondersi dietro l'ignavia dell'Onu, l'Europa rende praticamente certa un'azione militare. La Gran Bretagna, l'Olanda e la Francia sono determinate a procedere insieme agli Usa con le sanzioni contro Teheran per tentare di scongiurare gli scenari peggiori. Kouchner ha auspicato l'adozione di nuove sanzioni da parte del Consiglio di Sicurezza, ma ha preannunciato che la Francia sarebbe disponibile ad andare avanti anche se ciò non dovesse essere possibile: «Se ci sarà una nuova risoluzione del Consiglio di Sicurezza, ne saremo felici». Se non ci sarà, «costruiremo sanzioni» fuori dal quadro Onu.
Per la Spagna e l'Italia, invece, l'unico scenario davvero inaccettabile sembra quello delle sanzioni, che danneggerebbe il business (oltre a Eni, Snam, Ansaldo e Banca Intesa) con gli ayatollah. Se la scelta è fra un Iran nucleare e l'uso della forza, Usa, Israele, Gran Bretagna, e probabilmente anche Francia, preferiscono la seconda opzione. Il problema è che l'Italia e la Spagna (la Germania è ancora incerta) non solo si rassegnerebbero all'Iran nucleare piuttosto che all'uso della forza, ma lo preferiscono persino rispetto a sanzioni economiche europee, anche se alla fine, ci auguriamo, potrebbero essere costrette ad adeguarsi alla volontà maggioritaria degli altri partner Ue. In caso contrario, di fronte all'eventualità di una bomba iraniana non faranno certo salti di gioia, ma D'Alema sa bene che qualcuno si prenderà comunque la responsabilità di un attacco. E in quel caso avrà anche la faccia tosta di condannarlo, dopo aver contribuito a renderlo inevitabile.
Inoltre, l'influenza iraniana in Iraq è ormai apertamente considerata uno dei fattori decisivi del caos iracheno... Insomma, i fatti sempre più stanno dando ragione a Michael Ledeen: quella in Medio Oriente è una guerra regionale già da molto tempo e il nemico numero uno è l'Iran.
Giorni fa, Fiamma Nirenstein ha apprezzato le parole di Kouchner:
«Nemico» per noi europei è un concetto tabù. Noi «parliamo», «dialoghiamo», convinti che la pace sia raggiungibile purché la si persegua. Ripetiamo la sciocchezza che «con i nemici si dialoga»: attenzione, si parla con chi è determinato a diventare tuo amico anche se ci sono conflitti in atto, non con chi vuole semplicemente distruggerti in nome di Dio.
Friday, May 18, 2007
Terra bruciata intorno al Ps francese e ai Radicali italiani
Non c'è neanche bisogno di una decisione formale. Il "collaborazionista" Bernard Kouchner è da ritenersi escluso automaticamente dal Partito socialista francese, secondo una regola d'altri tempi che descrive bene quale sia l'anticaglia di cui è fatto il Ps, relitto del secolo delle ideologie. «Si è di fatto escluso, è una cosa automatica, come quando uno si presenta contro un candidato del proprio partito», spiega con naturalezza il segretario Hollande.La verità è che il Ministero a Kouchner brucia ai socialisti, che intorno a sé vedono sempre più terra bruciata. Jouyet, oggi segretario di Stato agli Affari Europei, non ha mai militato nel Ps, ma era stato vice capo di gabinetto dell'allora primo ministro socialista Jospin. Per 30 anni è stato amico di Hollande. Si può restare amici avendo idee politiche diverse? Diremmo di sì, eppure... «Ho perso un amico, perché è al servizio di un governo contro il quale combatto», ha detto Hollande. Quanto a Besson, l'ex segretario nazionale per l'Economia del Ps oggi segretario di Stato per la Valutazione delle politiche pubbliche, Hollande lo aveva già definito un «traditore» tempo fa.
Insomma, invece di chiedersi non se vi sia qualcosa che non va nel partito che guida, se non vi sia una inadeguatezza di fondo della sua proposta politica, Hollande reagisce additando i "traditori".
La cosiddetta "apertura" di Sarkozy a personalità di sinistra, tuona, è un «inganno». Il governo Fillon è «un governo di destra». Certo, ma questo lo sanno bene gli esponenti socialisti che sono entrati a farne parte. Il fatto che dovrebbe indurre Hollande a qualche riflssione è che costoro hanno ritenuto le risposte di un presidente e di un governo di destra alle sfide che ha di fronte la Francia più convincenti di quelle socialiste.
Ma la pietra dello scandalo rimane Kouchner, tanto che l'ex ministro della Sanità socialista ed ex capo della missione Onu in Kosovo viene chiamato a dare spiegazioni su Le Monde: «Intendo continuare a rimanere a fianco degli oppressi», assicura. «Conosco le tue convinzioni e non ti chiedo di rinnegarle», gli ha detto Sarkozy lo scorso 10 maggio, quando gli ha telefonato per proporgli la guida della diplomazia francese. «Gli ho detto che ero socialista, da vent'anni sostenitore della socialdemocrazia, che avevo sempre votato a sinistra e che avrei sempre continuato a farlo. Gli ho ricordato che avevamo delle divergenze, in particolare sull'adesione della Turchia all'Unione europea».
Sono seguite altre conversazioni, altrettanto franche. «Sei mesi fa, quando Glucksmann lanciò il ticket Sarko-Kouchner venne preso per pazzo o per provocatore», ricorda Il Foglio.
Pur senza condividere il tono dell'allora diplomazia francese, Kouchner dice a Le Monde di essere sempre stato contro la guerra in Iraq. Il fatto è che altrettanto netta era la sua opposizione a Saddam (4 febbraio 2003). «Essere neutrali tra la vittima e il carnefice equivale ad essere complici del carnefice... è molto facile essere pacifisti sulla pelle delle minoranze massacrate».
Ma la differenza più rilevante tra Sarkozy e Kouchner in politica estera è sul problema dell'ingresso della Turchia nell'Ue. Contrario il primo, favorevole il secondo. «In ogni caso il processo iniziato sarà lungo», ricorda Kouchner, esprimendo la speranza che il presidente francese possa cambiare idea. Con Kouchner agli Esteri, il "jamais" di Sarkozy alla Turchia appare un po' meno "jamais". Certo, ricordiamoci che in Francia la politica estera la fa il presidente della Repubblica, da ora in poi affiancato da un Consiglio nazionale per la sicurezza. Il ministro è più un capo della diplomazia. Intanto, però, Sarkozy si è pur scelto un ministro degli Esteri a favore della Turchia in Europa. E lo stesso Kouchner non esclude ripensamenti. Staremo a vedere.
L'impressione è che con Kouchner agli Esteri la Francia possa assumere un'iniziativa forte per il Darfur. «Bisogna rapidamente formare un gruppo di contatto. La Francia non può agire sola, ma deve prendere l'inziativa», anche minacciando di boicottaggio le Olimpiadi di Pechino.
«Non devo niente ai partiti politici, niente - conclude Kouchner sulla sua scelta - ma ho il dovere di spiegarmi nei confronti dei giovani, di quelli che mi considerano un uomo politico diverso. A loro voglio dire che non tradisco il mio campo. Voglio dire che se ho accettato questo posto è perché ho la misura delle nuove disuguaglianze, le muove miserie del pianeta. Intendo continuare ad essere a fianco degli oppressi. Spero che i miei risultati servano da spiegazione. se un giorno la situazione diventasse per me inaccettabile, lascerò il governo. Per questo, conto sulla vigilanza dei miei amici».
Noi che non aderiamo alla politica del "tanto peggio, tanto meglio", ci auguriamo che Kouchner faccia bene e non abbia da essere deluso da Sarkozy e Fillon.
Coloro che non hanno emesso un sibilo sulla presenza di Kouchner nel Governo Fillon alla guida di un Ministero così importante come gli Affari Esteri sono i radicali, la Bonino e Pannella in particolare.
Ci ha pensato Enrico Rufi a sottolineare in modo implacabile le sempre più imbarazzanti contraddizioni. «Impressionanti» le somiglianze tra Kouchner e Bonino. «... Però lui ha due padrini come André Glucksmann e Bernard Tapie, e questo dovrebbe bastare a chi, qui da noi, salutò all'epoca come una vittoria politica per l'Italia e per la sinistra liberale e riformatrice la nomina di Bonino a Bruxelles», anche se decisa da Berlusconi. Quindi con ironia Rufi si chiede «se l'alter ego di Bonino riuscirà là dove hanno fallito gli altri due pannelliani ad honorem, che proprio da Pannella e dai neopannelliani sono stati invece liquidati come gli utili idioti del "pericolosissimo" Sarkozy».
Delusi dal Ps di Hollande e signora, persino i radicali di sinistra del Mouvement des Radicaux de Gauche «si avviano a voltar pagina e a riunirsi ai radicali "valoisiens", i radicali del sarkozista Borloo», ma «la sconfitta rischia invece di rimanere sterile per i radicali di sinistra nostrani, che non sembrano neppure preoccupati di farsi perdonare il "coup de poignard dans le dos", la pugnalata alle spalle, inferta ai cugini d'oltralpe. Quando nel suo testamento politico Pier Paolo Pasolini raccomandò ai radicali di essere sempre irriconoscibili, intendeva agli occhi dei benpensanti, non ai loro propri e a quelli di chi vuole loro bene, altrimenti come avrebbe fatto lui stesso a riconoscerli? Così, in attesa del "contrordine compagni!" che riconcilierà i radicali italiani con se stessi e coi sosia francesi, Kouchner al Quai d'Orsay sarà la cattiva coscienza berlusconiana e antisarko di Bonino e Pannella».
E mentre è Massimo Nava uno dei più bravi a inquadrare Sarkozy, con i suoi punti di forza e le sue contraddizioni, a Francesco Merlo non sfugge la laica disinvoltura con cui il nuovo presidente si è presentato ai francesi e al mondo con la sua famiglia allargata:
«La foto di una bella e grande famiglia benedetta da Dio, di una moderna e riuscita famiglia di famiglie come ce ne sono tante, quella che è finita sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Due sono figli di lei, altri due sono figli di lui, il quinto è il figlio di entrambi... la prima famiglia di Francia, non ha il profumo dell'onestà peccaminosa che hanno, in questi casi, alcune importanti famiglie italiane, considerate sotto sotto come piccoli serragli, una facciata rispettabile per i vescovi biliosi e una gran massa di dettagli viziosi sui rotocalchi... La Francia è un paese cattolico ma i vescovi sono sereni, anche loro si accorgono che in quella foto non c'è Feydau ma c'è Truffaut, ci sono insomma tutta l'Autorità e tutta la Tradizione dell'amore».
Sarkozy: un "radicale" anche all'Economia
Un governo oltre gli schieramenti
Non è una sorpresa. Sarkozy l'aveva annunciato in campagna elettorale. Il governo che ha nominato oggi è una squadra fatta innanzitutto di uomini e donne che condividono un progetto, anche oltre gli schieramenti, ma senza bisogno di operazioni centriste e proporzionaliste alla Bayrou. Una compagine che riunisce insieme teste dalle diverse origini culturali e politiche.
Ha dimezzato il numero dei dicasteri, quindici in tutto, di cui sette affidati a donne.
A una figura di spicco della sinistra francese va addirittura il Ministero degli Esteri: l'ex ministro della Sanità socialista, Bernard Kouchner, tra i fondatori dell'associazione Medici senza Frontiere, un antitotalitario, attivista dei diritti umani e convinto sostenitore del "diritto di ingerenza" umanitaria e democratica.
A un "centrista" la Difesa: Hervé Morin prende il posto di Michèle Alliot-Marie, che passa all'Interno. Al Ministero della Giustizia Rachida Dati, giudice, figlia di immigrati maghrebini. Alain Juppé, ex primo ministro, sarà il numero due dell'Esecutivo e alla testa di un superministero che accorpa le deleghe di ambiente, sviluppo sostenibile, energia e trasporti.
Se a un "radicale di sinistra" sono stati affidati gli Affari Esteri, a un "radicale di destra" un altro posto chiave: l'economia e l'occupazione. Si tratta di Jean-Louis Borloo, co-presidente del Partito radicale, di cui ho parlato su L'Opinione.
Alla lista dei ministri si aggiunge la nomina di un Alto Commissario per la Solidarietà attiva contro la povertà: Martin Hirsch, presidente di Emmaus-France, l'organizzazione di aiuto ai poveri fondata da un personaggio di cui Pannella è entusiasta ammiratore: nientedimeno che l'Abbé Pierre.
Non è una sorpresa. Sarkozy l'aveva annunciato in campagna elettorale. Il governo che ha nominato oggi è una squadra fatta innanzitutto di uomini e donne che condividono un progetto, anche oltre gli schieramenti, ma senza bisogno di operazioni centriste e proporzionaliste alla Bayrou. Una compagine che riunisce insieme teste dalle diverse origini culturali e politiche.
Ha dimezzato il numero dei dicasteri, quindici in tutto, di cui sette affidati a donne.
A una figura di spicco della sinistra francese va addirittura il Ministero degli Esteri: l'ex ministro della Sanità socialista, Bernard Kouchner, tra i fondatori dell'associazione Medici senza Frontiere, un antitotalitario, attivista dei diritti umani e convinto sostenitore del "diritto di ingerenza" umanitaria e democratica.
A un "centrista" la Difesa: Hervé Morin prende il posto di Michèle Alliot-Marie, che passa all'Interno. Al Ministero della Giustizia Rachida Dati, giudice, figlia di immigrati maghrebini. Alain Juppé, ex primo ministro, sarà il numero due dell'Esecutivo e alla testa di un superministero che accorpa le deleghe di ambiente, sviluppo sostenibile, energia e trasporti.
Se a un "radicale di sinistra" sono stati affidati gli Affari Esteri, a un "radicale di destra" un altro posto chiave: l'economia e l'occupazione. Si tratta di Jean-Louis Borloo, co-presidente del Partito radicale, di cui ho parlato su L'Opinione.
Alla lista dei ministri si aggiunge la nomina di un Alto Commissario per la Solidarietà attiva contro la povertà: Martin Hirsch, presidente di Emmaus-France, l'organizzazione di aiuto ai poveri fondata da un personaggio di cui Pannella è entusiasta ammiratore: nientedimeno che l'Abbé Pierre.
Thursday, May 17, 2007
Sarkozy porta il "radicale" Kouchner agli Esteri
... non al Commercio Estero...
Mentre i siti d'informazione italiani sembrano per ora ignorare quella che appare a tutti gli effetti una notizia, Christian Rocca è tra i primi a riportarla: Sarkozy ha nominato ministro degli Affari Esteri Bernard Kouchner, per la gioia di Glucksmann, immaginiamo. Kouchner, le "french doctor", è "di sinistra", fermamente antitotalitario, attivista dei diritti umani e convinto sostenitore del "diritto di ingerenza" umanitaria e democratica. Una personalità che un presidente socialista «non avrebbe mai avuto il coraggio di portare al governo, figuriamoci agli Esteri», osserva Rocca.
«Il Pannella francese agli Esteri, dico agli Esteri, non al Commercio Estero», ironizza pensando alla Bonino.
Per gli ampi poteri che il presidente della Repubblica in Francia esercita in politica estera, Kouchner lavorerà a stretto contatto con Sarkozy e c'è da augurarsi che questo binomio dia buoni frutti.
Una nomina che rende sempre più difficile a Pannella rendersi credibile quando spiega che Sarkozy è più pericoloso di Le Pen, che rappresenta la Francia al 100% petainista, e che intorno a lui si sta formando un «fascio» di fascisti inconsapevoli, utili idioti. Glucksmann, Tapie, Kouchner, tutti sprovveduti?
Nominando Kouchner agli Esteri invece, Sarkozy ha davvero dimostrato di saper sorprendere, di essere davvero "capace di tutto", in positivo però.
P.S.: in un suo comunicato Daniele Capezzone rivela un particolare, che il candidato a dirigere il nuovo Consiglio per la sicurezza nazionale, Jean David Levitte, è una vecchia conoscenza dei radicali. Non per affinità politiche - sarebbe infatti più chirachiano - ma perché da ambasciatore francese a Washington «svolse un ruolo decisivo per la difesa del Partito Radicale Transnazionale dagli attacchi e dalle calunnie russe all'Onu»; dopo il sostegno a Sarkozy da parte di Tapie e dei radicali di centrodestra, oggi Le Monde spiega che anche i radicali di sinistra sono interessati.
Mentre i siti d'informazione italiani sembrano per ora ignorare quella che appare a tutti gli effetti una notizia, Christian Rocca è tra i primi a riportarla: Sarkozy ha nominato ministro degli Affari Esteri Bernard Kouchner, per la gioia di Glucksmann, immaginiamo. Kouchner, le "french doctor", è "di sinistra", fermamente antitotalitario, attivista dei diritti umani e convinto sostenitore del "diritto di ingerenza" umanitaria e democratica. Una personalità che un presidente socialista «non avrebbe mai avuto il coraggio di portare al governo, figuriamoci agli Esteri», osserva Rocca.
«Il Pannella francese agli Esteri, dico agli Esteri, non al Commercio Estero», ironizza pensando alla Bonino.
Per gli ampi poteri che il presidente della Repubblica in Francia esercita in politica estera, Kouchner lavorerà a stretto contatto con Sarkozy e c'è da augurarsi che questo binomio dia buoni frutti.
Una nomina che rende sempre più difficile a Pannella rendersi credibile quando spiega che Sarkozy è più pericoloso di Le Pen, che rappresenta la Francia al 100% petainista, e che intorno a lui si sta formando un «fascio» di fascisti inconsapevoli, utili idioti. Glucksmann, Tapie, Kouchner, tutti sprovveduti?
Nominando Kouchner agli Esteri invece, Sarkozy ha davvero dimostrato di saper sorprendere, di essere davvero "capace di tutto", in positivo però.
P.S.: in un suo comunicato Daniele Capezzone rivela un particolare, che il candidato a dirigere il nuovo Consiglio per la sicurezza nazionale, Jean David Levitte, è una vecchia conoscenza dei radicali. Non per affinità politiche - sarebbe infatti più chirachiano - ma perché da ambasciatore francese a Washington «svolse un ruolo decisivo per la difesa del Partito Radicale Transnazionale dagli attacchi e dalle calunnie russe all'Onu»; dopo il sostegno a Sarkozy da parte di Tapie e dei radicali di centrodestra, oggi Le Monde spiega che anche i radicali di sinistra sono interessati.
Subscribe to:
Posts (Atom)