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Wednesday, February 10, 2010

Svolta filorussa in Ucraina. Ora Mosca vorrà stravincere?

L'ormai acquisita vittoria del filorusso Yanukovich alle presidenziali in Ucraina significa che la rivoluzione arancione è stata definitivamente sconfitta e che non è servita a nulla? E' innegabile che molte delle aspettative che di allora sono rimaste disattese. Non ho mai creduto però che i successi e l'eredità della rivoluzione arancione fossero legati alla sorte politica dei due leader che si trovarono alla sua guida. Quindi, la fine della presidenza Yushenko e la sconfitta della Timoshenko non segnano sic et simpliciter la sconfitta della rivoluzione arancione.

Ad anni di distanza resta una tappa importante, forse decisiva e irreversibile, nel cammino dell'Ucraina verso la democrazia e una piena autodeterminazione. Un processo di tutta evidenza non ancora concluso e che non si può meccanicamente misurare con l'avvicinamento del Paese all'Occidente o alla Russia. Non tutto è andato perso. Sembra, infatti, stando agli osservatori dell'Ocse, che le elezioni questa volta siano state sostanzialmente corrette, che non ci siano stati brogli rilevanti. E forse un altro effetto positivo di quella "rivoluzione" è aver costretto Yanukovich ad assumere un profilo più moderato, più "ucraino" e filoeuropeo, e ad attenuare, sia pure solo in superficie, il suo legame con la Russia.

Yanukovich terrà il Paese lontano dalla Nato. Ma perché, la Nato ha forse dimostrato di volere diversamente? Il nuovo presidente però sembra aver abbandonato la sua intransigenza filorussa e la concezione dell'Ucraina come stato satellite di Mosca, e aver sposato una linea pragmatica rispetto al posizionamento del suo Paese tra Occidente e Russia, riconoscendo l'importanza di una riconciliazione nazionale tra le due parti del Paese, quella che si sente "europea" e quella che si sente "russa", sulla base del compromesso "Ue sì, Nato no". Si rende conto infatti dei vantaggi di una futura integrazione dell'Ucraina nell'Ue, e sembra intenzionato ad andare avanti su quella strada, senza compromettere i rapporti con Mosca, che in questi termini sembra disposta a dar sfogo alla vocazione filoeuropea e occidentale che rimane forte almeno in una metà degli ucraini.

Difficile distinguere le colpe del mancato definitivo posizionamento dell'Ucraina nella sfera occidentale, a totale scapito dell'influenza russa. Mi pare evidente che Yushenko e Timoshenko abbiano entrambi fallito alla prova della leadership, soprattutto nel dare stabilità al nuovo assetto politico che si era creato all'indomani della rivoluzione arancione. E' anche vero, come loro attenuante, che Mosca ce l'ha messa tutta per destabilizzarlo e c'è riuscita, complice l'indifferenza e la passività europea e, ultimamente, anche americana. La responsabilità dell'Occidente - e dell'Europa in particolare - è senz'altro quella di aver evocato una prospettiva, senza aver avuto il coraggio di perseguirla coerentemente e concretizzarla, sfidando l'ira di Mosca.

Trascorsi i giorni ed evaporato l'entusiasmo della rivoluzione arancione, Ue e Usa hanno buttato al vento l'occasione, non offrendo sponde concrete alle aspirazioni filoeuropee e occidentali della parte di Ucraina uscita in quel momento vittoriosa. A sancire il disimpegno la decisione in sede Nato di non mettere in agenda l'adesione di Kiev all'alleanza. Rimane una domanda: sarà un disimpegno bilaterale quello nei confronti dell'Ucraina, cioè sia occidentale che russo? Staremo a vedere, ma ne dubito.

Tuesday, April 01, 2008

Vertice Nato, verso il rinvio del sì a Ucraina e Georgia

Si apre domani a Bucarest, in Romania, e si concluderà il 4 aprile, un delicatissimo vertice dal quale la Nato potrebbe uscire spaccata. Materia del contendere l'adesione di Ucraina e Georgia al Membership Action Plan, primo passo verso l'ammissione completa nell'Alleanza.

Da una parte Stati Uniti, Gran Bretagna e Paesi dell'Europa orientale, favorevoli, oltre che per allargare l'alleanza anche per consolidare i progressi democratici nelle ex repubbliche sovietiche e limitare l'influenza russa; dall'altra, la "Vecchia Europa" – Francia e Germania in testa – contraria, in obbedienza a una logica ottocentesca di equilibrio tra potenze. «Ci opponiamo, perché pensiamo che non sia la risposta giusta all'equilibrio del potere in Europa e tra Europa e Russia. Vogliamo dialogare su questo argomento con la Russia», ha spiegato il primo ministro francese Fillon. Sembrano riprodursi le stesse divisioni del 2003 sulla guerra in Iraq, ma a Parigi non c'è più Chirac e il nuovo presidente ha impresso alla politica estera francese una "rupture" atlantica.

In linea di principio la Francia non si oppone più ad una nuova concezione della Nato, allargata ad Est e dalla proiezione più globale. Anzi, come ha annunciato Sarkozy nella sua recente visita a Londra, promettendo anche l'invio di più truppe in Afghanistan, la Francia vuole rientrare da protagonista nel comando militare dell'Alleanza, abbandonato da De Gaulle nel 1966. In cambio Parigi si aspetta che Washington e Londra non siano più ostili alla politica di difesa europea, naturalmente a guida francese, visto che oggi è concepita come strumento complementare e non alternativo alla Nato.

La Russia si sente accerchiata ai suoi confini da un'Alleanza ex nemica e considera Ucraina e Georgia poco più che sue province, certamente parti irrinunciabili della sua sfera d'influenza. Per questo da Mosca si susseguono moniti e dichiarazioni minacciose. L'ambasciatore russo alla Nato si è espresso in modo perentorio: l'adesione alla Nato rappresenterebbe «un punto di non ritorno» nelle relazioni con Kiev e Tbilisi. Prima di lui il vice ministro degli Esteri, Karassin: l'ingresso dell'Ucraina nella Nato provocherebbe «una crisi profonda» tra Kiev e Mosca, tale da avere un «impatto negativo sulla sicurezza dell'Europa». La Russia, ha spiegato, si vedrebbe costretta a «cambiare priorità nella realizzazione della sua sicurezza strategica».

Come la Russia ha dovuto subire l'indipendenza del Kosovo, così l'Occidente potrebbe trovarsi a subire l'indipendenza di Abkhazia e Ossezia del Sud dalla Georgia, è la minaccia che Mosca torna a ventilare come rappresaglia per l'eventuale adesione della Georgia alla Nato, che d'altra parte impedirebbe alla Russia di alimentare il separatismo filo-russo nelle due regioni. Per questo Tblisi considera l'ingresso nella Nato una garanzia per la sua integrità territoriale.

E' dunque improbabile che dal vertice di Bucarest giunga un "sì" formale a Ucraina e Georgia: più che sul principio dell'allargamento, gli alleati sarebbero di idee diverse sui tempi. Con la sua visita a Kiev, proprio alla vigilia, incontrando il presidente ucraino Yushchenko e la premier Tymoshenko, il presidente Bush ha voluto sottolineare che gli Stati Uniti «sosterranno con forza» l'ingresso di Ucraina e Georgia nel programma di pre-adesione all'Alleanza e che «la Russia non avrà alcun diritto di veto su quello che sarà deciso a Bucarest». Nei giorni scorsi, in effetti, era stato il presidente georgiano Saakashvili ad avvertire gli alleati che una loro risposta negativa sarebbe interpretata da Mosca come l'acquisizione di «un diritto di veto diretto» nelle questioni della Nato.

Ma Bush ha anche fatto sapere di voler rispettare «il processo di decisione per consenso», per venire incontro alle perplessità degli alleati ma anche perché è consapevole che tra Nato e Russia sono aperti altri due capitoli spinosi, causa di frizioni, che consigliano di non forzare la mano: la collaborazione in Afghanistan, dova la Nato è in difficoltà, e il progetto di scudo anti-missile. Anche se Bush ha fermamente negato l'ipotesi di veti o baratti, rimane concreta la possibilità di un rinvio a tempi migliori dell'adesione di Georgia e Ucraina per favorire un compromesso sui due capitoli che verranno trattati personalmente da Putin e Bush nell'incontro di Soci del 6 aprile.

Come dimostra un documento della premier ucraina, Yulia Tymoshenko, pubblicato su Foreign Affairs, i paesi dell'ex Patto di Varsavia ora parte della Nato e le ex repubbliche sovietiche come Ucraina e Georgia sono i più consapevoli del fatto che le ambizioni imperiali della Russia non sono finite con la caduta dell'Urss. Mosca vuole tornare ad essere una grande potenza a spese dei suoi vicini, ma il resto dell'Europa è molto meno sensibile al problema. Eppure, passa anche dai "sì" a Kiev e Tblisi la risposta europea all'uso dell'arma energetica da parte di Mosca e all'involuzione autoritaria impressa da Putin al sistema politico russo, cose di cui finora gli europei hanno dimostrato di preoccuparsi solo a parole.

Thursday, October 04, 2007

Yulia contro il nuovo "inciucio" ucraino

Con tempistica per lo meno sospetta, proprio nel momento in cui si stava delineando la vittoria elettorale, seppure di misura, della coppia filo-occidentale Yushenko-Tymoshenko, la Gazprom, il colosso energetico russo controllato dallo Stato, minacciava di chiudere i rubinetti del gas all'Ucraina, se entro un mese Kiev non avesse saldato il debito, che secondo Mosca ammonterebbe a un miliardo e trecentomila dollari. Il colpo si deve essere fatto sentire, se oggi da Mosca sono arrivate rassicurazioni sia sulla disponibilità dell'Ucraina a saldare (anche da Kiev non sono giunte dichiarazioni bellicose), sia sull'assenza di rischi per le forniture in Europa.

Ma «a Mosca sanno che di fronte alla paura dei termosifoni spenti la voglia di sostenere la democrazia viene meno in molte capitali europee», commentava ieri Anna Zafesova su La Stampa. La Commissione Ue ha comunque deciso di riunire gli esperti del gas dei 27 Paesi membri a metà ottobre, per valutare la situazione tra Russia e Ucraina, invitando all'incontro anche i rappresentanti delle aziende energetiche di Mosca e Kiev.

L'affermazione elettorale della coppia Yushenko-Tymoshenko non è tale da far pensare a un immediato superamento della fase di stallo e ingovernabilità che da mesi affligge l'Ucraina. Ne sono il segno evidente le prime dichiarazioni dei due a risultato acquisito. Il presidente Yushenko ha invitato i tre principali partiti, quindi compreso quello filo-russo del premier uscente Yanukovic, ad avviare consultazioni per formare un governo di unità nazionale. Yulia Tymoshenko ha però subito replicato bocciando l'idea del presidente: «Mai in una coalizione con i filorussi. In caso si formasse una coalizione tra Nostra Ucraina [Yushenko, n.d.r.] e il Partito delle Regioni [Yanukovic, n.d.r.] resteremo all'opposizione. Non faremo da tetto politico alla mafia». Parole dure.

I due protagonisti della "rivoluzione arancione" inaugurano nel peggiore dei modi la fase post-elettorale, mostrando di poter ricadere – a meno che non sia in atto un gioco delle parti – nel medesimo errore fatto in passato, quello di dividersi, che ha permesso all'ex premier filo-russo Yanukovic di approfittarne e di inserirsi nelle crepe, e ha causato la disaffezione di molti loro sostenitori.

Yushenko sembra forse più pragmatico. Probabilmente sa che le urne non hanno regalato al fronte filo-occidentale una forza tale da reggere ad un altro prolungato periodo di instabilità e, per di più, sotto le pressioni di Mosca. Così, con realismo, avanza la prospettiva di una coabitazione, certamente difficile, ma forse l'unico modo per responsabilizzare Yanukovic, sottraendolo alla tentazione di giocare al massacro. Un gioco che rischierebbe di travolgere definitivamente le posizioni fin qui acquisite dalla nuova Ucraina. Inoltre, il presidente pensa così di accreditarsi come figura di salvaguardia dell'unità nazionale e poter procedere alla riforma costituzionale necessaria per delineare meglio le prerogative di presidente e premier prima delle presidenziali del 2009.

Yulia, al contrario, può sostenere che la coabitazione è stata già tentata con esiti da dimenticare e che oggi tradirebbe le attese e gli accordi pre-elettorali. Sembra avere le idee più chiare e i principi più saldi, oltre ad essere più in sintonia con l'elettorato. Quindi, rifiuta l'"inciucio", di cui tra l'altro è già rimasta vittima in passato.

Ciò che accade in Ucraina può avere contraccolpi in senso positivo, o negativo, anche sulle altre ex repubbliche sovietiche, dalla Bielorussia alla Georgia fino a tutto il Caucaso e all'Asia centrale. Putin sa di giocarsi in Ucraina molte delle chance di restituire alla Russia il ruolo di potenza mondiale. Nonostante la centralità strategica dell'Ucraina – per la Russia e, di riflesso, anche per l'Ue, che è ai suoi confini – Bruxelles e le capitali europee sembrano troppo lontane da ciò che accade a Kiev.

Le pressioni russe, che Yushenko e Tymoshenko per primi fanno bene a non drammatizzare, e i pericoli di una nuova fase di instabilità a Kiev, si intrecciano con la notizia che Putin, non potendosi candidare per un terzo mandato presidenziale, ha però trovato l'escamotage per mantenere il controllo del potere: candidandosi alle elezioni legislative di dicembre come capolista del suo partito, Russia Unita, investire un presidente "fantoccio" e farsi nominare primo ministro. In questo modo, grazie al suo prestigio personale, attribuite alla carica di primo ministro l'influenza e l'autorità sufficienti, continuerebbe a indirizzare tutte le scelte del Paese. E nulla gli vieterà, se necessario, di trasferire molti poteri, oggi di competenza presidenziale, al capo del governo.

Il segretario di Stato Usa, Condoleezza Rice, ha dichiarato al New York Post di credere al presidente russo quando assicura di non voler cambiare la Costituzione, ma non è rimasta indifferente alla sua ultima manovra: «Ciò che preoccupa della Russia di oggi è la concentrazione di potere nel Cremlino», avverte, perché «è abbastanza ovvio che non ci sono forti contrappesi istituzionali: il Consiglio federativo non lo è. La Duma non lo è, i tribunali non lo sono». Si tratta di «una questione interna russa», invece, per la Commissione europea, anche se poi ha chiesto a Mosca di invitare l'Osce a seguire le elezioni.

Gli Stati Uniti, tuttavia, non sono più soli di fronte a una Russia che sfida l'Occidente praticamente su tutti i capitoli dell'agenda internazionale. Dal più piccolo al più grande, non manca di reagire tirando la corda dal capo opposto a quello da cui la tirano Usa ed Europa. Per Bernard Kouchner, ministro degli Esteri francese, la Rice «ha ragione». Quello di Putin è un «metodo originale» per restare al potere. La cancelliera tedesca, Angela Merkel, ha nei confronti di Putin un atteggiamento molto più distaccato e critico rispetto al suo predecessore Schroeder. Le relazioni tra Gran Bretagna e Russia, soprattutto dopo l'omicidio Litvinenko, non hanno forse mai raggiunto un livello così basso. E poi c'è il presidente francese Nicolas Sarkozy – la cui "rupture" con la politica estera chirachiana è ogni giorno più evidente – che è arrivato a denunciare la «brutalità» dei metodi di Mosca.

Di ieri, inoltre, un lungo appello di Joschka Fischer, ex ministro degli Esteri tedesco, e Martti Ahtisaari, ex premier finlandese, per una politica estera comune dell'Ue. In un passaggio i due affrontano anche il nodo Putin, osservando che «l'Ue ha sottostimato costantemente la propria forza, esagerando quella del Cremlino di Putin e permettendo a questo paese di farsi sempre più bellicoso». Lentamente, forse troppo lentamente, ma sta cambiando l'atteggiamento europeo nei confronti della Russia di Putin.

P.S. E il Governo italiano? Come del resto anche su tutti gli altri temi più scottanti dell'agenda internazionale – vedi il nucleare iraniano – silenzio assoluto, per interessi commerciali o ben più prosaiche esigenze di coalizione.

Sunday, September 30, 2007

L'Ucraina cerca la sua Thatcher

Oggi al voto l'Ucraina e qui si fa il tifo per i due partiti democratici e filo-occidentali, per la coppia Yushenko-Timoshenko. Però si giocheranno la loro ultima occasione per non tradire la rivoluzione arancione, che sembra comunque aver cambiato la mentalità del paese: dovranno restare uniti e procedere con le privatizzazioni in modo trasparente. Questo si attendono i loro elettori.

Intervistata dal Corriere, Yulia Timoshenko, che in caso di vittoria sarà il primo ministro, assicura di voler «lottare per le riforme», di voler essere «la Thatcher di Kiev».
«Volevo fare le riforme e lottare contro la corruzione, ma mi trovai sola e gli oligarchi di ogni colore ottennero il mio allontanamento... Che la gente sia delusa è vero. Ma in sei mesi non nasce un bambino, figuriamoci se il mio governo poteva cambiare l'Ucraina. Ora i tempi sono più maturi, io ho imparato a coprirmi le spalle e l'impegno a lottare contro la corruzione ha conservato il suo richiamo. Da noi i profittatori fanno il bello e il cattivo tempo, l'Ucraina non può restare nelle mani di gruppi di magnati che badano esclusivamente ai loro interessi privati. E poi ci serve una magistratura davvero indipendente. L'avventura di piazza Majdan ha cambiato la coscienza collettiva, oggi sono le élites politiche a dover inseguire la nuova consapevolezza popolare».
Buoni raporti con Mosca, nella «reciproca sovranità», senza trascurare, serebbe «sciocco», i «legami storici e culturali». D'altra parte, l'ingresso nell'Ue e l'adesione alla Nato rimangono dei modelli, obiettivi a medio-lungo termine, «nei tempi che saranno necessari».

Sunday, May 27, 2007

L'Ucraina contesa

"Pace fredda" in Ucraina tra il presidente democratico e filo-occidentale e il primo ministro filo-russo. Da Yulia Timoshenko, una dei leader della Rivoluzione arancione, breve ma esauriente spiegazione della crisi politica:
«La decisione del presidente Viktor Yushenko è giustificata: già due mesi fa il governo del primo ministro Viktor Yanukovic preparava un colpo di Stato costituzionale, col quale avrebbe esautorato il presidente dei poteri di supervisione sull'esercito e sulla polizia.

Non ho approvato la decisione di Yushenko di nominare Yanukovic primo ministro dopo le elezioni parlamentari dell'anno scorso. Sapevo che per un presidente propenso alla democrazia, "coabitare", come direbbero i francesi, proprio con colui che si è adoperato per sabotare le elezioni avrebbe provocato la paralisi istituzionale e il caos politico. Così è stato. A imbrigliare la coabitazione è stata la sua prevaricazione sul processo democratico. I democratici ucraini, usciti vittoriosi dal voto, non hanno ottenuto voce in capitolo né il posto che spettava loro al governo. Yushenko ha teso la mano in buona fede ai suoi avversari, per lenire le ferite della nostra nazione. Ma in cambio di ciò, l'accordo di governo con Yanukovic è stato tradito».
Nonostante le prevedibili difficoltà - istituzionali ed economiche - della transizione alla democrazia, sotto la pressione di Mosca per ricondurre l'Ucraina nella sua sfera di influenza, non controbilanciata da alcuna iniziativa dell'Europa, la Rivoluzione arancione non è comunque fallita.
«Certo, l'Europa e il mondo hanno motivo di preoccuparsi, ma dalla Rivoluzione arancione l'Ucraina è cambiata radicalmente. Perfino gli europei convinti, a torto, che la democrazia non metta facilmente radici nei Paesi post-comunisti, dovrebbero riconoscere che il nostro popolo oggi sente di avere potere... una classe media in ascesa preferisce quasi sempre la flessibilità del pluralismo al pugno autoritario».
La Timoshenko esorta dunque l'Europa a inviare «un chiaro messaggio, dal quale si evinca che l'Ucraina... è parte integrante del progetto europeo».