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Wednesday, November 20, 2013

Una non difesa del ministro Cancellieri

Anche su Notapolitica

Mai e poi mai associarsi alle campagne giustizialiste di Repubblica e il Fatto quotidiano. Dunque non chiedo, né auspico le dimissioni del ministro Cancellieri per le sue "inopportune" telefonate con la famiglia Ligresti e per il suo intervento "umanitario" a favore di Giulia. Tra l'altro, il caso sembra confezionato appositamente per offrire a tutti i candidati alla segreteria del Pd, Renzi in primis, l'occasione di conseguire il diploma di moralità pubblica rilasciato dalle varie gazzette delle procure e indispensabile, pare, per essere legittimati a guidare la sinistra italiana. E non se la sono lasciata sfuggire: è una gara a chi si mostra più intransigente nel chiedere le dimissioni del ministro, a prescindere dal danno che si rischia di provocare ad un governo pur sempre a guida Pd, e dallo sgarbo al presidente Napolitano. Pare che se non offrano sacrifici umani al dio del giustizialismo ogni volta se ne presenti l'occasione, sotto lo sguardo accigliato dei sacerdoti e della sacerdotesse di Repubblica e Fatto quotidiano, i vecchi e nuovi leader del Pd si sentano come smarriti, senz'anima. Così si sono ridotti: non hanno un giornale di riferimento, è il Pd ad essere il partito di riferimento di Repubblica.

Detto questo, avendo ben presenti le ragioni che ci tengono a distanza di sicurezza da qualsiasi richiesta di dimissioni, dovremmo però avere ben presenti anche le ragioni per le quali reputare la Cancellieri un cattivo ministro. Né più né meno dei suoi colleghi politici di professione. L'ennesima prova, cioè, che il "caso Italia", quell'intricato insieme di tutte le anomalie italiane, chiama in causa non solo la classe politica ma anche quella dei cosiddetti "servitori dello Stato".

Il comportamento del ministro Cancellieri nel preoccuparsi della detenuta Giulia Ligresti, ma anche di un centinaio di casi di comuni cittadini che avrebbe personalmente segnalato al Dap, è emblematico di una realtà non da Stato di diritto. Avrà anche dimostrato grande umanità con i suoi interventi, non lo mettiamo in dubbio, ma ha soprattutto mostrato come in Italia l'unico rapporto possibile con il potere, con l'Autorità, sia da sudditi e non da cittadini, attraverso canali informali più che formali. E' un caso di scuola di come in Italia si possa sperare di veder riconosciuti i propri diritti costituzionali solo come privilegi, per "grazia ricevuta" dal potente di turno. In ogni ambito, dalla giustizia al fisco, passando per tutti gli uffici della pubblica amministrazione, niente ci è dovuto, ma tutto può esserci concesso in ragione della grazia o dell'amicizia del sovrano.

Per quanto a fin di bene non dovremmo accontentarci di una segnalazione privata, o di una nota a margine quasi casuale, confidando nella sua generosità e nella buona sorte. Da un ministro dovremmo pretendere interventi pubblici, alla luce del sole, e soprattutto erga omnes, cioè che valgano per tutti. Se i diritti dei detenuti sono calpestati, se molti di loro non dovrebbero nemmeno starci in carcere in ragione delle loro precarie condizioni di salute, o per l'insussistenza dei presupposti di legge per la carcerazione preventiva, allora, oltre a telefonare e "segnalare", il ministro Cancellieri avrebbe dovuto mandare i suoi ispettori a verificare il corretto operato di procure e magistrati di sorveglianza, interpellare il Csm e le altre istituzioni di garanzia della Repubbblica, coinvolgere il Parlamento. Ha mai posto politicamente e pubblicamente tali questioni, o ha piuttosto cercato di limitare i danni muovendosi "all'italiana"?

Non una parola ci risulta pervenuta dal ministro e dai suoi autorevoli difensori d'ufficio, non un atto politico degno di nota, nemmeno di denuncia dell'abuso della custodia cautelare e delle intercettazioni, e contro certe campagne giustizialiste, quando ad esserne colpiti sono stati ministri e leader di diversa estrazione politica e culturale. Ecco perché ci appare davvero poco difendibile il comportamento del ministro, e insopportabile il doppio standard in cui si esercitano molti di coloro che la difendono.

UPDATE ore 12:20
Su un punto la difesa del ministro Cancellieri, oggi in aula alla Camera, non regge. Se nel caso di Giulia Ligresti, e negli altri 100 casi che dichiara di aver "segnalato" per motivi umanitari, non c'è stato alcun "favoritismo", se quindi Giulia e altre 100 persone erano detenute "ingiustamente" rispetto alle loro condizioni, allora avrebbe dovuto chiamare in causa i magistrati responsabili e porre la questione pubblicamente. Invece oggi si difende rivendicando come un merito proprio il non avere "mai delegittimato l'operato dei magistrati". Già, il punto è che avrebbe dovuto farlo. Se Giulia era detenuta ingiustamente, allora qualche magistrato ha sbagliato. Un "favoritismo" dunque c'è stato: o nei confronti di Giulia o nei confronti di quel magistrato.

Tuesday, October 11, 2011

Accuse verosimili

Sarebbero disposti a scarcerarlo solo se confessa uno dei reati di cui è accusato e se depone contro Berlusconi e i suoi più vicini collaboratori. Sono accuse gravissime quelle che Alfonso Papa, il deputato nei cui confronti la Camera ha autorizzato l'arresto il 20 luglio scorso, muove ai pm che lo accusano, tra i quali Woodcock, dal carcere di Poggioreale. Lo stesso Papa ha provveduto a denunciare i magistrati di Napoli responsabili dell'inchiesta alla Procura di Roma. Accuse che ovviamente dovrà provare, il che trovandosi in carcere appare complicato, ma che non possono passare inosservate. Per la loro gravità, per il sospetto di persecuzione politica che aleggia sull'intera vicenda, ma soprattutto perché terribilmente verosimili.

A renderle plausibili sono la totale insussistenza delle esigenze di custodia cautelare nei suoi confronti e l'uso distorto della carcerazione preventiva - per estorcere confessioni e "far parlare" l'imputato - che nel nostro Paese è più una norma che l'eccezione. Basti ricordare il caso di Silvio Scaglia, l'ex manager di Fastweb che si è fatto un anno in custodia cautelare (di cui oltre sei mesi successivi al rinvio a giudizio), fino alla decima udienza del processo, pur essendo rientrato in Italia dalle Antille per consegnarsi spontaneamente ai magistrati.

Avendo chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio di Papa (l'inizio del processo tra l'altro è imminente: il 26 ottobre), la pubblica accusa evidentemente ritiene di avere già in mano le prove necessarie per una condanna. Dunque se ne deduce che non sussista più il pericolo di inquinamento delle prove, normalmente presumibile nella fase delle indagini; e non è mai stato ipotizzato il pericolo di fuga o di reiterazione del reato. Queste tre condizioni devono essere accertate «in concreto» per giustificare una misura di custodia cautelare. Non dovrebbe bastare, quindi, come fa il tribunale del riesame di Napoli nei confronti di Papa, sostenere che egli «in quanto parlamentare» potrebbe sempre inquinare le prove (anche se le indagini si sono concluse) e che sempre «in quanto parlamentare» sarebbe incompatibile con i domiciliari perché non potrebbe essere privato della facoltà di comunicare liberamente (!).

Il ricorso facile alla carcerazione preventiva, anche in evidente assenza dei presupposti giuridici, e la sua durata potenzialmente infinita, sono vere e proprie violazioni dei diritti umani, che rendono verosimili accuse come quelle mosse da Papa ai pm di Napoli. Il carcere sempre più da pena a strumento d'indagine.

Thursday, July 21, 2011

Napolitano bacchetta le toghe

Ogni anno lo stesso vigoroso discorso, e se il capo dello Stato non ravvisasse con preoccupazione delle pesanti anomalie nei comportamenti di certi magistrati, non sentirebbe l'esigenza ogni anno di ripetere raccomandazioni così specifiche ai giovani magistrati. Nelle aperture dei loro siti internet ("Basta scontri tra politica e toghe") i giornali mainstream di fatto nascondono il monito del presidente, che è tutto rivolto all'indirizzo dei magistrati (leggere per credere). Napolitano anche oggi è stato eloquente, a parole, ma nei fatti, in qualità di presidente del Csm, è latitante. L'organo di autogoverno della magistratura non sanziona adeguatamente i comportamenti che il suo presidente a parole denuncia. Anzi, i magistrati che più indulgono in questi comportamenti "deviati" vengono premiati e onorati, dalla categoria e dai media.

Per il presidente della Repubblica «alla crisi di fiducia in atto» nel sistema-giustizia concorre «anche un offuscamento dell'immagine della magistratura, sul quale non mi stanco di sollecitare una seria riflessione critica». Esorta i giovani magistrati a «ispirare le proprie condotte a criteri di misura e riservatezza, a non cedere a fuorvianti "esposizioni mediatiche", a non sentirsi investiti di "improprie ed esorbitanti missioni", a non indulgere in atteggiamenti protagonistici e personalistici che possono mettere in discussione la imparzialità dei singoli, dell'ufficio giudiziario cui appartengono, della magistratura in generale». Atteggiamenti evidentemente diffusi anche secondo il capo dello Stato, se sente il bisogno di mettere così caldamente in guardia le nuove leve della magistratura.

«L'affermazione e il riconoscimento del ruolo dei magistrati - prosegue Napolitano - non può prescindere dal rispetto dei limiti che, di per se stesso, tale ruolo impone. Il magistrato deve assicurare - in ogni momento, anche al di fuori delle sue funzioni - l'imparzialità e l'immagine di imparzialità su cui poggia la percezione che i cittadini hanno della sua indipendenza e quindi la loro fiducia». Non solo imparziali nelle loro funzioni, dunque, i magistrati devono anche apparire imparziali, è il monito di Napolitano, perché ne va della loro stessa indipendenza e credibilità.

«Vanno perciò evitate - ammonisce il capo dello Stato - condotte che comunque creino indebita confusione di ruoli e fomentino l'ormai intollerabile, sterile scontro tra politica e magistratura. Ciò accade ad esempio, quando il magistrato si propone per incarichi politici nella sede in cui svolge la sua attività oppure quando esercita il diritto di critica pubblica senza tenere in pieno conto che la sua posizione accentua i doveri di correttezza espositiva, compostezza, riserbo e sobrietà».

Ma Napolitano rileva delle anomalie e degli abusi anche nell'uso delle intercettazioni e della carcerazione preventiva, raccomandando caldamente, «nell'avvio e nella conduzione delle indagini», di «applicare scrupolosamente le norme e far uso sapiente ed equilibrato dei mezzi investigativi bilanciando le esigenze del procedimento con la piena tutela dei diritti costituzionalmente garantiti. Il discorso vale, in specie, per le intercettazioni cui non sempre si fa ricorso - come invece insegna la Corte di Cassazione - solo nei casi di "assoluta indispensabilità" per le specifiche indagini e delle quali viene poi spesso divulgato il contenuto pur quando esso è privo di rilievo processuale, ma può essere lesivo della privatezza dell'indagato o, ancor più, di soggetti estranei al giudizio». Dunque, raccomanda di «evitare l'inserimento nei provvedimenti giudiziari di riferimenti non pertinenti o chiaramente eccedenti rispetto alle finalità dei provvedimenti stessi», così come invita «a usare il massimo scrupolo nella valutazione degli elementi necessari per decidere l'apertura di un procedimento e, a maggior ragione, la richiesta o l'applicazione di misure cautelari».

Napolitano con le sue raccomandazioni e i suoi moniti traccia un identikit molto preciso, che corrisponde perfettamente a Woodcock e Ingroia. Ma viene palesemente preso per il culo, visto che ciò nonostante proprio i magistrati che più di tutti eccedono nei comportamenti che si sforza di stigmatizzare vengono premiati e onorati.

Benvenuti nella Repubblica delle Procure

Su Notapolitica.it

Nonostante non abbia mantenuto le promesse di riformare la giustizia e di tagliare le tasse (non vuol essere questa la sede per soppesare colpe e attenuanti), Berlusconi ha sempre rappresentato un vero e proprio argine - quasi fisico - rispetto sia alle tentazioni di alzarle le tasse, sia allo strapotere e al ricatto della magistratura sulla politica. Nel giro di nemmeno un mese, questi due argini sono stati travolti e ci siamo ritrovati con una manovra finanziaria di un governo di centrodestra che per la prima volta così pesantemente mette le mani nelle tasche degli italiani e con un Parlamento che cede all'imbarbarimento giustizialista come mai nella sua storia aveva ceduto, nemmeno durante i burrascosi anni di Tangentopoli. Due segnali evidenti del rapido tramonto della leadership berlusconiana. Ci sarà tempo e modo per ragionare sulle cause e sulle responsabilità, ma prima o poi sarebbe dovuto accadere. Travolto l'ultimo argine, dimostrato cioè che Berlusconi non basta più a tenere unita la maggioranza contro il giustizialismo, il rischio più prossimo è che si abbatterà sul Pdl un vero e proprio tsunami di richieste d'arresto fino a costringere il governo, dilaniato dalle divisioni Pdl-Lega, a gettare la spugna. Più preoccupante però è che, come in molti paventavamo, sull'orizzonte del dopo Berlusconi non si scorge l'eroe che realizzerà i "sogni" che il Cav. ha mancato di realizzare, né la normalizzazione politica che molti auspicano, ma si stagliano le ombre minacciose delle tasse e del giustizialismo. Fuori dai giochi Berlusconi, quale altro leader politico disporrà del consenso popolare e della forza economica per resistere un solo mese ad un assalto di qualche magistrato politicizzato o solo ansioso di farsi pubblicità?

Non ci siamo ancora, certo, ma ieri le Procure hanno ipotecato la Terza Repubblica, una Repubblica delle Procure, in cui nessun Parlamento potrà permettersi neanche di discutere una riforma della giustizia sgradita alla magistratura associata; in cui qualsiasi governo - non credo solo di centrodestra, ma soprattutto di centrodestra - sarà letteralmente sotto il ricatto delle Procure. La nostra rischia di diventare rapidamente, ancor più di quanto non lo sia stata dal 1992 ad oggi, una democrazia sotto tutela da parte di poteri non espressione della volontà popolare. Persino sui singoli parlamentari peserà il pre-giudizio della magistratura, basterà un avviso di garanzia o una richiesta di arresto preventivo per estrometterli dalla vita politica, quasi come in Iran, dove spetta al Consiglio dei Guardiani l'ultima parola sulle candidature.

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Tuesday, May 10, 2011

A quando una giornata del disonore?

Sacrosanto è l'onore dovuto ai tanti magistrati che hanno sacrificato la loro vita in nome della lotta dello Stato al terrorismo e alla mafia, quindi in ultima analisi per la democrazia e la libertà di tutti noi. Vanno ricordati e onorati, anche con commozione. Una memoria che dovrebbe imporci di ripugnare l'accostamento dei pm milanesi alle Br stampato su quello sconsiderato manifesto di cui fin troppo si è parlato. Rimane il fatto che appare non solo legittimo, ma persino storicamente fondato, il giudizio politico che ravvisa nell'operato di alcuni magistrati i caratteri dell'eversione. Denunciare i comportamenti ritenuti eversivi e gli abusi di alcune toghe, e dunque proporre delle riforme per farli cessare, non significa certo offendere le vittime del terrorismo. E' anzi nel pieno diritto-dovere dei legislatori. Siamo certi che il presidente Napolitano non abbia voluto affermare il contrario.

Sono tanti e tali i caduti e i marchiati a vita per mano di questi sleali servitori dello Stato, che meriterebbero anch'essi una giornata della memoria, una giornata per ricordare i misfatti e il disonore di cui altri magistrati hanno macchiato il loro ordine, il loro ufficio. Nella nostra memoria collettiva, infatti, accanto ai giudici vittime del terrorismo e della mafia, sono sepolti i martiri innocenti della "malagiustizia". E' il doppio volto di un Paese capace di nobili imprese quanto di ciniche ingiustizie. Colpevoli o innocenti che fossero, politici ma anche e soprattutto comuni cittadini, martirizzati o comunque straziati da un sistema opaco, fatto di meccanismi disumani e magistrati incapaci - nella migliore delle ipotesi - che non solo non hanno pagato per i loro errori e le loro violenze, ma che su di essi hanno fatto carriera (non di rado politica).

Si potrebbe cominciare dai casi Tortora, Moroni e Cagliari, dal maresciallo Lombardo fino al povero Stefano Cucchi. Ma senza arrivare al martirio, basti citare il massiccio uso politico della giustizia contro Berlusconi e gli uomini a lui vicini, l'uso spregiudicato di pentiti e "dichiaranti" come Spatuzza e Ciancimino jr, il ricorso spropositato alla carcerazione preventiva come strumento per estorcere confessioni e alle intercettazioni, le ombre che gravano su processi come quello al generale Mori, a Scattone e Ferraro per l'omicidio di Marta Russo, o su quello ad Amanda Knox e Raffaele Sollecito, o ancora ad Alberto Stasi, solo per citarne alcuni più recenti. Ebbene, onorare i magistrati vittime del terrorismo o della mafia non deve significare chiudere entrambi gli occhi su tutto quanto ha leso, forse in modo irreparabile, la credibilità della magistratura, né tanto meno rendere intoccabile una casta.

Non esiste la magistratura, esistono i magistrati, alla maggior parte dei quali - morti e vivi - va reso onore per il loro lavoro e il loro sacrificio quotidiano, lontano dai riflettori, senza nascondere però che alcuni - per fortuna pochi ma potenti - non sono solo criticabili per il loro operato, ma disonorano e screditano l'istituzione di cui fanno parte, oltre a infagare - loro sì - la memoria dei loro colleghi caduti in servizio. Nei confronti di costoro non servono commissioni parlamentari d'inchiesta, destinate a finire in un nulla di fatto. Serve una riforma profonda e, sì, "punitiva".

Friday, May 21, 2010

Una legge che (purtroppo) non servirà

Ad un'anomalia tutta italiana, quella delle intercettazioni fuori misura, e più in generale di una magistratura tecnicamente irresponsabile, si risponde all'italiana, con una legge, il ddl al cui esame sta procedendo la Commissione Giustizia del Senato, inevitabilmente anomala. Una legge che per quanto uscirà ammorbidita, il governo pagherà a caro prezzo (le accuse di censura) e che, è la mia personale previsione, non servirà a molto. Magistrati e giornalisti troveranno mille modi per aggirarla, modi su cui però non mi interessa dilungarmi.

Due sono i problemi: il numero abnorme delle intercettazioni e il loro utilizzo "a strascico"; la pubblicazione di atti e intercettazioni coperti da segreto istruttorio. Il paradosso, come sempre, è che le leggi per impedire tutto ciò già ci sono. Ma nel primo caso i magistrati le aggirano, con l'aiuto dei "colleghi" giudici; nel secondo, stranamente, nonostante la tanto difesa obbligatorietà dell'azione penale, non si è mai avuta notizia di un'indagine su una fuga di notizie.

Il ddl irrigidisce i limiti temporali, sfiorando l'irragionevolezza; inasprisce le sanzioni, ai limiti del liberticida; colpisce a valle (giornalisti ed editori) anziché a monte (le Procure), perché a monte sono più potenti. Ma certo, è pesante la disinformazione, la mistificazione di chi si straccia le vesti. Nei paragoni con l'estero, per esempio. Non so - davvero non lo so - se negli altri Paesi europei o negli Stati Uniti sia usuale la pubblicazione sui giornali di atti e intercettazioni telefoniche già durante le indagini preliminari, a volte prim'ancora che un tale sia iscritto nel registro degli indagati. E non so, se capita, cosa succeda ai giornalisti. Ma di questo stiamo parlando, di questo il ddl si occupa: della violazione del segreto istruttorio, quando ancora l'unica versione è quella dell'accusa, e non della pubblicazione degli atti processuali. Su questo evitiamo di fare confusione. Forse in America e altrove i giornalisti non sono comunque punibili, ma i responsabili della fuga di notizie?

Ma questo ddl non va, non può andare, al nocciolo del problema: nessuna legge può funzionare se chi è chiamato ad applicarla bara. E' la storia di questi 16 anni in cui Berlusconi ha cercato di arginare l'attivismo politico delle procure e il barbaro circuito mediatico-giudiziario: leggi ad hoc invece di una grande riforma di sistema dell'ordinamento giudiziario, perché il cancro è lì. In parte per colpa sua, perché ha comprensibilmente guardato al "primum vivere", cioè a difendersi dalle inchieste; ma in gran parte anche per colpa di tutti quei poteri che ogni qual volta si parla di certe riforme (separazione delle carriere, Csm, obbligatorità dell'azione penale, e via dicendo) si oppongono con tutta la loro forza ciascuno con i propri strumenti: magistratura, Consulta, Quirinale, opposizione, giornali, alcuni settori della stessa maggioranza.

Personalmente ritengo deprecabili la pubblicazione delle intercettazioni e i processi mediatici, ma mi sforzo di considerare la libertà di stampa un valore da tutelare in modo preminente, a costo di ingoiare qualche rospo e rimanere schifati. Il punto vero è l'irresponsabilità di cui godono in Italia i magistrati. E' lì la radice di ogni problema, dalla politicizzazione a tutto il resto, intercettazioni comprese. Se fossimo dotati di un sistema in cui chi sbaglia, paga in prima persona; se alla terza inchiesta che fallisci, vai a casa con disonore; se al terzo abuso, vai casa e ti becchi una denuncia penale e civile, allora forse non vedremmo più tanti magistrati ansiosi di dare in pasto ai media l'inchiesta del secolo, che puntualmente dopo qualche mese si sgonfia, ma che importa, tanto il risultato politico l'ha raggiunto... Loro non rischiano nulla, neanche un rimbrotto, e se gli va bene vincono una carriera politica.

Anche la carcerazione preventiva, poco se ne parla ma è un vero scandalo. La legge è chiarissima. Eppure, guardate come la applicano i magistrati. Scaglia, in carcere da tre mesi senza alcuno dei tre elementi che giustificano la carcerazione preventiva (lui stesso è tornato dall'estero, si è dimesso da tutto e le perquisizioni che dovevano fare, a questo punto, dovrebbero averle fatte). Oppure, l'architetto Zampolini, scarcerato perché ha iniziato a collaborare, è la candida ammissione della procura. La carcerazione preventiva come una tortura per estorcere la collaborazione dell'indagato, se non la confessione (vedi l'arresto di Stasi). La verità è che queste custodie cautelari si giustificano in un solo modo: i magistrati non hanno elementi e sperano che a fornirglieli siano gli indagati stessi. Di fronte a questi abusi, quando le legge è inequivocabile, c'è solo lo strumento disciplinare. Ma il Csm? E' una presa per il culo. E' un sindacato, niente di più. E non si è mai visto, giustamente, un sindacato che punisce i suoi iscritti.

E intanto c'è qualcuno che pensa che il garantismo è "di sinistra" e le manette sono "di destra", e auspica che le cose tornino al più presto al loro posto. Purtroppo, per ora (almeno finché ci sarà Berlusconi) la sinistra resta giustizialista, mentre il rischio è che la destra (ri)diventi "manettara". Basta legge il Giornale e Libero in questi giorni, le uscite "legalitarie" dei "finiani" e dello stesso Fini, quello che sperava nella "bomba" Spatuzza.

Tuesday, July 15, 2008

L'isolamento in carcere è finora l'unica "prova"

Dopo Mastella, la sensazione è che ci costringeranno persino a difendere Del Turco. Da ciò che è emerso sui giornali le accuse nei confronti del governatore dell'Abruzzo sembrano circostanziate. Sembrano. Eppure, nessuno può più prendere alla leggera l'impressionante record negativo accumulato dalla magistratura. E ascoltando la conferenza stampa del procuratore, la sua insistenza sulle prove del tragitto dell'imprenditore Angelini da casello a casello autostradale (?), ci è sembrato di sentire l'eco di quel pittoresco procuratore di Santa Maria Capua Vetere.

Ma la carcerazione in isolamento nel carcere di Sulmona disposta per Del Turco è una specie di triste cartina di tornasole. Il tentativo è di far cantare Del Turco, di usare illegittimamente la carcerazione preventiva in isolamento per estorcere una confessione. L'ammissione implicita è che allo stato le prove non siano sufficienti a dimostrare la colpevolezza dell'imputato e che la procura cerchi la scorciatoia della confessione in carcere. La stessa brutta storia di sempre. Per questo, innocente o colpevole, ci auguriamo che Del Turco non ceda a questo sporco gioco.

E la politica? Come ha reagito? Veltroni in modo imbarazzante, nonostante l'inchiesta coinvolga in modo non marginale il Pd. Con incredibile gaffe auspica che il governatore Del Turco riesca a dimostrare la sua estraneità, quando di tutta evidenza dovrebbe essere l'accusa a dimostrare la sua colpevolezza.

Come ha giustamente osservato Panebianco, l'arresto di Del Turco dovrebbe ricordare a Veltroni e compagni che «i problemi dei rapporti fra giustizia e politica non riguardano solo Berlusconi». Ma oggi, dal Partito democratico, «è lecito attendersi anche qualcosa d'altro».
«Forse anche per il Pd è arrivato il momento, dopo anni di silenzi, acrobazie e furbizie da parte dei partiti predecessori (Ds e Margherita), di smetterla di fare il pesce in barile sulle questioni della giustizia e dei rapporti fra magistratura e politica. È lecito chiedere al Partito democratico: come pensate di tornare a essere forza di governo se non avete una vostra posizione sulla giustizia, una posizione che non si limiti a essere, come è sempre stato fin qui, una fotocopia di quella dell’Associazione nazionale magistrati?»
Fino ad oggi la sinistra riformista «ha negato l'esistenza di un potere discrezionale eccessivo dei pubblici ministeri, ha finto di non vedere le continue invasioni di campo. Ha accreditato in sostanza l'idea che i problemi derivassero tutti, e soltanto, dalla natura corrotta del nemico del momento (Craxi, Berlusconi)». Panebianco chiede al Pd «discontinuità». Non sembra ancora aria.

A partire dalla separazione delle carriere e dall'abolizione dell'obbligatorietà dell'azione penale, occorre «ricondurre nell'alveo delle istituzioni democratico-rappresentative le grandi scelte di politica delle giustizia». Bisogna supporre che Berlusconi si riferisse a questo quando ha finalmente parlato di riforma complessiva e radicale della giustizia, ben oltre la sola separazione delle carriere. Se quello giudiziario non è un potere, ma un ordine, ha bisogno di un punto di caduta, di una sede di legittimazione e di controllo del suo operato.

Una voce sola, quella di Mario Giordano, è andata oltre la vicenda giudiziaria, sottolineando che «il problema è la sanità che è diventata il buco nero di questo Paese. È la sanità che sta facendo saltare per aria tutti i deficit delle regioni, e che in sei anni ha bruciato 30 miliardi di euro (7,5 miliardi solo nel Lazio, 4,5 in Campania). È la sanità che eroga servizi scadenti, che produce liste di attesa infinite, che costa sempre di più e offre sempre meno ai cittadini». Non azzarda possibili rimedi, ma a noi ne viene in mente uno: fare in modo che le strutture sanitarie si sostengano per mano dei cittadini, non dello Stato o delle regioni.