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Thursday, July 28, 2011

Garantismo (e un unico standard) per tutti

Le sberle che sta prendendo Bersani in questi giorni dimostrano inequivocabilmente che chi di giustizialismo ferisce, di giustizialismo perisce. Cavalcarlo contro i propri avversari politici - mentre ai "compagni" s'impone sì la gogna pubblica, nell'illusione di placare l'ira delle masse, salvo poi ripescarli sottobanco come è accaduto con Tedesco al Senato - non risparmia il Pd dal ricatto della magistratura e dal fango dei giornali. Bersani e la sinistra sono giustamente criticati per il loro insopportabile "doppio standard", ma agli esponenti coinvolti va riconosciuta la presunzione d'innocenza (a maggior ragione se ad accusarli è una magistratura screditata dai molti errori e dall'eccessiva politicizzazione) e il Pd non va sottoposto a demonizzazione e processi collettivi. Va piuttosto denunciato e combattuto politicamente il sistema di potere che soprattutto localmente i Democratici hanno ereditato dai tempi del Pci.

Ma non risolveremo i problemi di questo Paese con le «ghigliottine», evocate stamattina da Barbara Spinelli sul Fatto quotidiano, al pari di un Borghezio che giustifica il massacratore di Utoya. Fa ridere, certo, il balletto degli amministratori del Pd che si autospendono ma non si dimettono. Tuttavia, non si possono tacere anche nelle vicende che li riguardano comportamenti sospetti da parte dei magistrati che li indagano: nel caso di Tedesco, del quale si chiede l'arresto solo quando diventa senatore, e quindi un boccone improvvisamente appetitoso, per un'inchiesta che molto stranamente nemmeno sfiora il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola; e nel caso di Penati, il cui coinvolgimento (risalente alla fine del 2010) viene reso noto solo oggi, dopo le elezioni amministrative e, guarda caso, nell'imminenza del voto parlamentare su Papa e Tedesco.

Non scordiamoci, poi, il caso di Ottaviano Del Turco. In modo molto simile a quanto sta accadendo a Penati, l'ex presidente della Regione Abruzzo veniva accusato da un imprenditore nei guai di aver preso tangenti. Sembrava un'accusa a prova di bomba, eppure da lì a poco - dopo dimissioni, giorni di carcere e relativa gogna mediatica - sarebbe emerso come un tentativo dell'imprenditore di alleggerire e giustificare la sua situazione fallimentare.

Ma al di là degli aspetti penali, i casi Pronzato e Penati hanno almeno il merito di evidenziare in modo cristallino quale sia la vera radice politica, prima che morale, della corruzione e del malaffare. E' opportuno che un dirigente di partito sieda nel consiglio di amministrazione dell'Enac? Ed è buona politica che la Provincia di Milano guidata da Penati abbia acquisito azioni di una società autostradale, peraltro già a maggioranza di capitale pubblico? E' tutto qui (o quasi), non mi stancherò mai di ripeterlo, il punto. Il problema della corruzione e del malaffare non si risolve a colpi di campagne moralizzatrici condotto dalle Procure e sui giornali. Si tratta di un fenomeno che può essere drasticamente ridotto - non del tutto eliminato perché fisiologico ad ogni centro di potere - tagliando il nodo dell'ipertrofia della politica, della sua eccessiva intrusione nell'economia, nelle società a controllo pubblico, sia a livello statale che locale, le cosiddette municipalizzate.

La radice del male, insomma, è lo statalismo, in particolare nella sua versione municipale. E la cura sono privatizzazioni e liberalizzazioni. Chi non ci sta, si becca le caste. Infatti, il paradosso è che gli stessi cittadini più arrabbiati per le malversazioni, o presunte tali, e per i privilegi e gli sprechi della "Casta", sono gli stessi che si sono precipitati alle urne per garantire che le società di distribuzione dell'acqua rimanessero in mano pubblica, cioè nelle mani di quella stessa "Casta" di cui denunciano inefficienza e ruberie. E allora mi chiedo: non è che ce lo meritiamo quello che abbiamo?

Thursday, July 21, 2011

Benvenuti nella Repubblica delle Procure

Su Notapolitica.it

Nonostante non abbia mantenuto le promesse di riformare la giustizia e di tagliare le tasse (non vuol essere questa la sede per soppesare colpe e attenuanti), Berlusconi ha sempre rappresentato un vero e proprio argine - quasi fisico - rispetto sia alle tentazioni di alzarle le tasse, sia allo strapotere e al ricatto della magistratura sulla politica. Nel giro di nemmeno un mese, questi due argini sono stati travolti e ci siamo ritrovati con una manovra finanziaria di un governo di centrodestra che per la prima volta così pesantemente mette le mani nelle tasche degli italiani e con un Parlamento che cede all'imbarbarimento giustizialista come mai nella sua storia aveva ceduto, nemmeno durante i burrascosi anni di Tangentopoli. Due segnali evidenti del rapido tramonto della leadership berlusconiana. Ci sarà tempo e modo per ragionare sulle cause e sulle responsabilità, ma prima o poi sarebbe dovuto accadere. Travolto l'ultimo argine, dimostrato cioè che Berlusconi non basta più a tenere unita la maggioranza contro il giustizialismo, il rischio più prossimo è che si abbatterà sul Pdl un vero e proprio tsunami di richieste d'arresto fino a costringere il governo, dilaniato dalle divisioni Pdl-Lega, a gettare la spugna. Più preoccupante però è che, come in molti paventavamo, sull'orizzonte del dopo Berlusconi non si scorge l'eroe che realizzerà i "sogni" che il Cav. ha mancato di realizzare, né la normalizzazione politica che molti auspicano, ma si stagliano le ombre minacciose delle tasse e del giustizialismo. Fuori dai giochi Berlusconi, quale altro leader politico disporrà del consenso popolare e della forza economica per resistere un solo mese ad un assalto di qualche magistrato politicizzato o solo ansioso di farsi pubblicità?

Non ci siamo ancora, certo, ma ieri le Procure hanno ipotecato la Terza Repubblica, una Repubblica delle Procure, in cui nessun Parlamento potrà permettersi neanche di discutere una riforma della giustizia sgradita alla magistratura associata; in cui qualsiasi governo - non credo solo di centrodestra, ma soprattutto di centrodestra - sarà letteralmente sotto il ricatto delle Procure. La nostra rischia di diventare rapidamente, ancor più di quanto non lo sia stata dal 1992 ad oggi, una democrazia sotto tutela da parte di poteri non espressione della volontà popolare. Persino sui singoli parlamentari peserà il pre-giudizio della magistratura, basterà un avviso di garanzia o una richiesta di arresto preventivo per estrometterli dalla vita politica, quasi come in Iran, dove spetta al Consiglio dei Guardiani l'ultima parola sulle candidature.

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