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Wednesday, September 26, 2012

L'Huffa Post, noia assicurata

Quant'è politicamente corretto da 1 a 100 l'Huffington Post sbarcato ieri in Italia? Direi senz'altro oltre la soglia di sopportabilità di chiunque sia dotato di un minimo di spirito critico e curiosità intellettuale. A scorrere la lista dei blogger in homepage non manca proprio nulla dell'armamentario "de sinistra", dall'antagonismo notav al radical chic, in un tripudio di attenzione al "sociale" e al "morale" (direi al moralistico): giornalisti dell'Espresso e di Repubblica, politici e tecnici (come il sottosegretario Catricalà), ma anche antipolitici (la grillina Montevecchi), sindacalisti (il segretario Fiom Landini), ex ministri noglobal (Tremonti), i notav (il fondatore del centro sociale "marxista-leninista" Askatasuna), i gay (la deputata Pd Concia), e ancora le voci dei disabili, degli attivisti per i diritti umani e antimafia, del disagio giovanile dell'agroalimentare rigorosamente "bio". Manca solo Saviano, ma non disperiamo. Un di tutto e di più che promette di annoiarci a morte. Talmente politicamente corretto che la piattaforma pretende anche di essere pluralista, ospitando, a rappresentare il centrodestra (sic!), Giulio Tremonti e Daniela Santanchè.

Il direttore, Lucia Annunziata, è quanto di più old media si possa trovare in circolazione, ma anche una pioniera, sebbene con scarso successo, dell'online (nessuno ricorda il flop de "Il Nuovo.it", primo quotidiano on line italiano?). E nulla forse poteva essere più old media che lanciare l'HuffPost italiano con un'intervista a Berlusconi e il manifesto di Tremonti. Mentre Arianna Huffington mostra tutta la sua originalità esordendo con un paio di luoghi comuni sull'Italia (cinema e Colosseo) e con l'elogio del "riposino pomeridiano", esattamente il contrario di ciò che gli italiani avrebbero bisogno di sentirsi dire.

Per ulteriori approfondimenti, rimando ai post di Simone Bressan («più mainstream di così c'è solo una trasmissione di RaiTre») e, sul letargo editoriale della destra, di Dario Mazzocchi, su The Right Nation.

Per nulla innovativo, nemmeno per un paese arretrato nei new media come l'Italia. Non per i contenuti, né per la veste grafica, né dal punto di vista editoriale (in cosa si differenza da Repubblica, l'Espresso, o una trasmissione di RaiTre?). E' un'operazione che giganteggia per risorse investite solo al cospetto del vuoto editoriale che troviamo nell'area liberale e di centrodestra, dove non solo non c'è l'acuto di una scommessa, ma non sanno nemmeno scegliersi uno stagista.

Monday, August 06, 2007

Affamare i sindacati

I tre segretario di Cgil, Uil e Cisl insieme a Romano ProdiSe nel libro-denuncia di Stella e Rizzo, sui loro enormi costi e i mille privilegi a carico dello Stato, i partiti e la politica sono "La casta", i sindacati incassano la copertina su L'Espresso di questa settimana venendo additati come «L'altra casta». Finalmente anche L'Espresso si accorge dello strapotere dei sindacati, in larga misura parassitario delle risorse della comunità, grazie a un'accurata inchiesta di Stefano Livadiotti, che però da queste parti non rivela nulla di nuovo, e al commento di Bernardo Giorgio Mattarella.

Fatturati miliardari; bilanci segreti; uno sterminato patrimonio immobiliare; organici colossali, con migliaia di dipendenti pagati dallo Stato. «I numeri racconterebbero come le organizzazioni dei lavoratori, difendendo con le unghie e con i denti una serie di privilegi più o meno antichi, si siano trasformate in autentiche macchine da soldi. Con il benestare di un sistema politico giunto ai minimi della popolarità e spaventato dalla loro capacità di mobilitazione».

Nell'articolo si elencano i principali meccanismi di finanziamento, i rispettivi gettiti, e la loro origine. Tutti, più o meno, sono derivati da privilegi e da posizioni di monopolio elargite dalla politica con la complicità di Confindustria.

Ci sono le quote pagate ogni anno dagli iscritti, in media l'1% della paga-base, un po' di meno per i pensionati (intorno ai 30-40 euro all'anno). Non vi sarebbe nulla di male, se non che il sindacato non deve fare neanche la fatica dell'esattore. Come per le tasse, nel caso dei lavoratori dipendenti ci pensano infatti le aziende, che trattengono direttamente dalle buste paga le quote di iscrizione. I pensionati forse non lo sanno o non se ne ricordano, ma hanno delegato a vita gli enti di previdenza a detrarre dalle loro mensilità la quota e a versarla al sindacato.

Nel '95 i radicali proposero un referendum che aboliva la trattenuta automatica dalla busta paga (introdotta nel 1970 con lo Statuto dei lavoratori). Gli italiani votarono a favore, ma il meccanismo fu "ripescato" nei contratti collettivi, quindi con la collaborazione delle imprese.

Poi ci sono i famigerati Caf, i Centri di assistenza fiscale, che per aiutare i dipendenti a compilare il modello 730 ricevono sia circa 15 euro a pratica dal Ministero del Tesoro, sia una contribuzione "volontaria" del lavoratore di circa 25 euro. Le dichiarazioni dei redditi dei pensionati vengono invece pagate non dal Tesoro ma dagli enti previdenziali. Un regime di monopolio che nel 2005 la Corte di Giustizia europea ha condannato perché contrario ai trattati comunitari e che da allora la Commissione europea sta cercando di intaccare, seppure con scarsi risultati.

Così come operano in regime di monopolio i patronati, una rete che si estende persino all'estero. Convenzionati con l'Inps, assistono i cittadini nelle pratiche previdenziali (ma anche, per esempio, per la cassa integrazione e i sussidi di disoccupazione). I patronati sono «fondamentali per il reclutamento di nuovi iscritti tra i pensionati, che quando vanno a ritirare i moduli si vedono sottoporre la delega per le trattenute» («con i patronati e gli altri servizi nel 2005 la Cgil ha raggranellato 450 mila nuove iscrizioni», sostiene Giuliano Cazzola). Chi paga? Ancora gli enti previdenziali. Così abbiamo una vaga idea di chi dobbiamo ringraziare per il dissesto delle casse dell'Inps, uno dei più generosi (perché costretto) clienti dei sindacati.

I Caf e i patronati, conclude Mattarella, «costituiscono veicoli di finanziamento pubblico dei sindacati, legittimo ma poco trasparente, e strumenti di proselitismo agevolato: attratti dall'assistenza fiscale gratuita (ma in realtà pagata dallo Stato), ci si iscrive al sindacato».

Ma i sindacati possono usufruire anche di forza lavoro gratuita, «quella distaccata presso il sindacato dalla pubblica amministrazione». Pubblica amministrazione che continua generosamente a pagare lo stipendio a quei 3.077 dipendenti che costano al contribuente, Irap e oneri sociali compresi, 116 milioni di euro. E per i dipendenti che utilizza in aspettativa, ai quali deve invece pagare lo stipendio, il sindacato usufruisce comunque di uno sconto: non paga i contributi sociali, che sono considerati figurativi e quindi a carico dell'intera collettività. E' bene inoltre ricordare che i dipendenti dei sindacati non sono sottoposti al regime del reintegro secondo quanto previsto dall'art. 18 dello Statuto dei lavoratori. Fu anche quella per la sua abolizione una ex battaglia radicale.

Inoltre, ci sono fondi europei di un miliardo e mezzo di euro per il finanziamento della formazione professionale, oltre ai circa 700 milioni dell'ex fondo di rotazione. Circa la metà di questi soldi sono gestiti da 14 enti, dieci dei quali partecipati da Cgil, Cisl e Uil, che non incassano direttamente i finanziamenti, ma decidono le assunzioni e la distribuzione degli incarichi.

L'assenza di bilanci consolidati, infine, «non consente di far luce sull'immenso patrimonio immobiliare» dei sindacati. Molti dei beni immobili appartenevano un tempo alle corporazioni dell'epoca fascista, ma furono graziosamente e gratuitamente assegnati ai sindacati dai partiti della Repubblica.

Nell'ottobre 2002, in concomitanza con lo sciopero generale indetto dalla Cgil, una delle prime iniziative di Daniele Capezzone come segretario di Radicali italiani fu una campagna contro la trattenuta direttamente in busta paga, per informare i cittadini sulle modalità con le quali è possibile decidere la disdetta dell'iscrizione al sindacato. Con tanto di moduli sul sito internet radicali.it e tavoli in tutta Italia. Fu un'occasione anche per denunciare la mancanza di trasparenza dei bilanci delle confederazioni e un giro d'affari stimato, al ribasso, in «3 mila e 500 miliardi di vecchie lire». Iniziativa che causò a Capezzone non poche inimicizie a sinistra e dalla quale purtroppo organi di stampa come Corriere della Sera ed Espresso rimasero piuttosto distanti.

E' per difendere i loro privilegi, e quelli dei pochi che rappresentano, da cui deriva tutto il potere di pressione che sono in grado di esercitare, che i sindacati si oppongono con successo a qualsiasi riforma che vada nell'interesse generale, a vantaggio degli outsider, gli esclusi e i non garantiti, e del merito. «Il potere sindacale è spesso utilizzato a vantaggio di alcuni, poco meritevoli, e a danno di tutti», riassume Mattarella.

Sulle pensioni, per esempio, tutelano gli interessi immediati di una parte numericamente minoritaria di lavoratori, quelli più prossimi alla soglia del pensionamento, a scapito sia dei lavoratori futuri, che rischiano di non avere pensioni, sia della possibilità di introdurre un sistema di ammortizzatori universali che attenui i costi sociali della flessibilità. Difendendo il posto di lavoro dei nullafacenti e la rigidità del mercato del lavoro sono proprio i sindacati i primi ad alimentare il lavoro sommerso e precario, costringendo nei call-center i neolaureati che non trovano posto in aziende e università dove il merito non conta nulla. Firmando il Memorandum sul pubblico impiego e la riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche, che riguarda i servizi resi ai cittadini, è stato permesso loro di disporre di materie che non dovrebbero essere negoziabili, come l'affidamento e la rotazione delle funzioni dirigenziali.

I privilegi, le fonti di finanziamento, la concertazione, i contratti collettivi nazionali, gli scioperi contro gli utenti. Ogni aspetto dello strapotere sindacale va attaccato, se vogliamo contrastare davvero la deriva corporativa, quindi anti-democratica e anti-costituzionale, del sindacalismo e del sistema politico-sociale in Italia.