Anche su L'Opinione
E' tutto da rifare. Accogliendo la richiesta della Procura generale di Perugia, la Corte di Cassazione ha annullato la sentenza di assoluzione di Amanda Knox e Raffaele Sollecito che aveva messo la parola fine al processo di appello per l'omicidio di Meredith Kercher. Il nuovo processo d'appello, però, si svolgerà a Firenze. Dovremo attendere per conoscere le motivazioni della sentenza, ma nel frattempo bisogna chiarire che non si tratta di un giudizio di merito. La sentenza non «ribalta» da assoluzione a colpevolezza il verdetto d'appello, come purtroppo molti organi di informazione con il loro lessico inappropriato inducono a credere. E forse si può azzardare qualche considerazione di carattere generale. La giustizia italiana sembra ormai una maionese impazzita. Tanti, troppi sono i casi in cui su una stessa vicenda giudiziaria intervengono più di due sentenze di merito e altrettante da parte della Cassazione. Una quantità tale di verdetti contraddittori, spesso anche nell'ambito di uno stesso grado di giudizio, che di per sé lede la credibilità dell'intero procedimento giudiziario.
E occorrerebbe una riflessione approfondita su quell'anomalia solo italiana che porta la pubblica accusa a ricorrere sempre e comunque, fino al terzo grado di giudizio, contro le sentenze di assoluzione, anche senza che siano emerse nuove e schiaccianti prove che giustifichino la riapertura del caso. Quasi che per il nostro ordinamento l'onore dei procuratori smentiti dai giudici sia meritevole di maggiore tutela rispetto alle garanzie degli imputati. Com'è possibile, infatti, dal punto di vista logico, sgombrare il campo da ogni ragionevole dubbio sulla colpevolezza di qualcuno sottoposto ad un nuovo processo di merito, se costui è stato già giudicato innocente sulla base degli stessi elementi?
E' questo il caso che potrebbe verificarsi nei confronti di Amanda Knox e Raffaele Sollecito. Ancora non concosciamo le motivazioni che hanno indotto la Cassazione ad annullare la sentenza del processo di appello di Perugia, ma nella sua requisitoria il sostituto pg non ha motivato la richiesta di annullamento con alcuna nuova prova a carico degli imputati. Si è limitato a lamentarsi di quanto i giudici di appello abbiano sottovalutato gli argomenti dell'accusa, quindi in sostanza a delle semplici contro-deduzioni alla sentenza di assoluzione, che per quanto possano risultare condivisibili non introducono alcun nuovo elemento di merito rispetto a quelli su cui si basa.
E' possibile che anche i giudici della Cassazione abbiano riscontrato nella sentenza annullata il «raro concentrato di violazioni di legge» e il «monumento alla illogicità» di cui ha parlato il sostituto pg nella sua requisitoria. Lo vedremo. Ma la Procura generale rimprovera ai giudici di appello di non aver preso in considerazione, o di aver sottovalutato, gli elementi dell'accusa, e di aver basato il loro giudizio solo sugli argomenti della difesa. Eppure, di per sé l'aver trovato più convincenti questi ultimi piuttosto che i primi non può portare all'annullamento di una sentenza, perché altrimenti non esisterebbero proprio sentenze di assoluzione. E' del tutto ovvio: se un giudice ha deciso di assolvere piuttosto che condannare, deve aver ritenuto di dover "sotto-valutare" gli elementi dell'accusa e "sopra-valutare" quelli della difesa. Viceversa, sarebbe arrivato ad una sentenza di condanna.
Né si può rimproverare alla Corte di aver «frantumato, parcellizzato, gli elementi indiziari», dal momento che spetta all'accusa presentare logicamente il complesso di indizi raccolti al punto di trasformarli in una prova in grado di dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio la colpevolezza degli imputati. Insomma, dalla requisitoria della Procura generale si ricava l'impressione che si rimproveri ai giudici che hanno assolto Amanda e Raffaele di aver ritenuto le tesi della difesa più convincenti di quelle dell'accusa. E' sufficiente questo per annullare una sentenza? Un processo non serve proprio a stabilire quali argomenti debbano prevalere e quali, invece, siano da sottovalutare?
Showing posts with label amanda knox. Show all posts
Showing posts with label amanda knox. Show all posts
Tuesday, March 26, 2013
Thursday, September 20, 2012
Un'inchiesta per restituire credibilità alla giustizia italiana
Se le parole di Sollecito oggi possono apparire verosimili e non farneticazioni, è perché il teorema accusatorio, la natura puramente indiziaria del processo e le modalità della raccolta delle prove, giudicate dai periti super partes «approssimative», non conformi agli standard, hanno destato pesanti perplessità. Considerando i sospetti che fin dall'inizio gravano sulla correttezza dell'operato della pubblica accusa, e la vasta eco internazionale della vicenda, le nostre istituzioni non possono permettersi il lusso di rispondere con il silenzio alle gravi accuse esplicitate nel libro di Sollecito e, c'è da scommettere, anche in quello di Amanda. Per tutelare la credibilità e l'onorabilità della giustizia italiana dovrebbe essere fatta piena luce sulla condotta della procura durante le indagini e durante il processo. Sia il ministero della Giustizia che il Csm dovrebbero aprire un'inchiesta formale per stabilire non solo se vi siano state violazioni di legge, ma anche incompetenze e negligenze, per capire come sia stato possibile che, delle due l'una, o due innocenti sono rimasti in carcere per quattro anni, o due ragazzini hanno messo in scacco una procura.
LEGGI TUTTO su L'Opinione
LEGGI TUTTO su L'Opinione
Wednesday, October 05, 2011
Chi ignora il sistema è Vietti
Secondo il vicepresidente del Csm Michele Vietti, «parlare di errore giudiziario» di fronte alla sentenza di secondo grado che ha assolto Amanda Knox e Raffaele Sollecito, ribaltando il primo verdetto, «significa ignorare il funzionamento del nostro sistema giudiziario». Non ignoriamo affatto «il funzionamento del nostro sistema giudiziario» per quello che è oggi, ma abbiamo ben presente come dovrebbe funzionare in uno stato di diritto. Vietti e purtroppo molti magistrati sembrano invece ignorare la cosa più importante: la seconda.
Ormai l'assuefazione è totale. Ci siamo così abituati ad appelli e contrappelli, odissee giudiziarie lunghe anni, persino decenni, che nemmeno il vicepresidente del Csm sa più cosa dovrebbe essere un processo. I tre gradi di giudizio non sono i tre tempi di un'unica partita, di un unico processo. Sono tre processi diversi. Non è che il sistema ha a disposizione tre tentativi per azzeccarci. Quando una sentenza d'appello ribalta quella di primo grado assolvendo gli imputati, vuol dire che la prima sentenza era sbagliata. Che siamo di fronte ad un errore giudiziario, molto spesso aggravato dalla presenza di un innocente in carcere per anni. Le cause possono essere diverse, una semplice casualità o l'incompetenza di una delle parti, ma di errore si tratta.
E' vero che il nostro sistema «si articola in tre gradi di giudizio» (anche se quello in Cassazione non riguarda il merito, ma solo i vizi di legittimità della sentenza), ma niente e nessuno impone che non possa essere "definitivo" anche il giudizio di primo grado. Bisogna ribellarsi a questo tentativo di far passare come la normalità del sistema la sua principale anomalia, cioè che subire un processo in Italia significa in realtà subirne tre, e che in primo grado si condanna sempre, per non dispiacere ai pm, perché tanto c'è il secondo grado che rimette le cose a posto. Dalla giustizia bisogna pretendere che ci azzecchi al primo colpo. La verità è che le cose non cambieranno finché i pm potranno impugnare le sentenze di assoluzione senza rischiare nulla in termini di carriera e con una disponibilità pressoché illimitata di risorse pubbliche per inseguire le loro verità spesso immaginarie.
Ormai l'assuefazione è totale. Ci siamo così abituati ad appelli e contrappelli, odissee giudiziarie lunghe anni, persino decenni, che nemmeno il vicepresidente del Csm sa più cosa dovrebbe essere un processo. I tre gradi di giudizio non sono i tre tempi di un'unica partita, di un unico processo. Sono tre processi diversi. Non è che il sistema ha a disposizione tre tentativi per azzeccarci. Quando una sentenza d'appello ribalta quella di primo grado assolvendo gli imputati, vuol dire che la prima sentenza era sbagliata. Che siamo di fronte ad un errore giudiziario, molto spesso aggravato dalla presenza di un innocente in carcere per anni. Le cause possono essere diverse, una semplice casualità o l'incompetenza di una delle parti, ma di errore si tratta.
E' vero che il nostro sistema «si articola in tre gradi di giudizio» (anche se quello in Cassazione non riguarda il merito, ma solo i vizi di legittimità della sentenza), ma niente e nessuno impone che non possa essere "definitivo" anche il giudizio di primo grado. Bisogna ribellarsi a questo tentativo di far passare come la normalità del sistema la sua principale anomalia, cioè che subire un processo in Italia significa in realtà subirne tre, e che in primo grado si condanna sempre, per non dispiacere ai pm, perché tanto c'è il secondo grado che rimette le cose a posto. Dalla giustizia bisogna pretendere che ci azzecchi al primo colpo. La verità è che le cose non cambieranno finché i pm potranno impugnare le sentenze di assoluzione senza rischiare nulla in termini di carriera e con una disponibilità pressoché illimitata di risorse pubbliche per inseguire le loro verità spesso immaginarie.
Tuesday, October 04, 2011
Li-cen-zia-te-li!
Abbiamo almeno salvato la faccia, e per questo bisogna ringraziare i sei giudici laici e i due togati che ieri hanno avuto l'onestà intellettuale e il coraggio di ribaltare completamente e con formula piena («per non aver commesso il fatto») la sentenza di primo grado al processo di Perugia. E non era facile resistere da un lato alla protervia dell'accusa, che fino all'ultimo con dubbia professionalità ha continuato a contraddire in aula la perizia super partes del tribunale e a cercare di condizionare la giuria persino dopo l'arringa finale, ammonendo che gli imputati non dovevano essere assolti, perché altrimenti sarebbero «fuggiti». Ma non era facile neanche non farsi condizionare dalla vera e propria character assassination cui fin dal primo giorno i pm hanno fatto ricorso nei confronti dei due imputati, trovando nei mass media italiani, giornali e trasmissioni tv, dei megafoni vergognosamente acritici del loro teorema accusatorio.Ieri sera la cricca di Porta a Porta ancora si arrampicava sugli specchi, si attaccava al "fumo della pipa", osava ironizzare sul ritorno a casa di Amanda come fosse la fuga precipitosa di un delinquente che l'ha fatta franca, perseverava nelle solite analisi psico-sociologiche intrise di luoghi comuni sul mondo giovanile; e questa mattina chi ha contribuito per mesi a dipingerla come una "diavolessa ammaliatrice", dedita alla trasgressione tutta droga, sesso e rock 'n' roll, per poi disinteressarsi del processo d'appello, quando cominciavano ad incrinarsi le certezze dell'accusa, ha il coraggio di scrivere sul quotidiano più importante d'Italia che però «i processi indiziari si devono fare». No, i processi indiziari non si devono fare, perché questi sono i risultati: ciò che resta del processo di Perugia è la sensazione tragica di aver assistito ad un tentativo di processo alle streghe e di essere arrivati ad un passo dal rogo in piazza.
Non solo i periti super partes nominati dal tribunale hanno smontato le due prove "regine" che sulla base di una mera «compatibilità» di Dna (e non identità!) avevano portato alla condanna della Knox e di Sollecito in primo grado, le uniche che collegavano gli imputati alla scena del delitto, ma hanno anche stabilito che la polizia scientifica non ha seguito le «procedure internazionali di sopralluogo e i protocolli di raccolta e campionamento» dei reperti, i quali dunque sono risultati contaminati e comunque inattendibili. Non c'era il sangue della vittima sulla presunta arma del delitto; né era attendibile che la traccia di Dna rinvenuta sul gancetto del reggiseno della ragazza uccisa appartenesse a Sollecito, sia perché di dimensioni inferiori agli standard per determinarlo con ragionevole certezza, sia perché durante la repertazione il gancetto (repertato ben 46 giorni dopo l'omicidio) fu toccato con «un guanto sporco». Esattamente come avevano denunciato mesi prima le inchieste giornalistiche e le trasmissioni televisive americane, snobbate dai nostri media, anche i periti italiani hanno puntato l'indice sulle modalità approssimative della repertazione: gli agenti non portavano tute di protezione; indossavano guanti già utilizzati, quindi sporchi; spostavano reperti chiave, come il materasso che copriva il cadavere, da una stanza all'altra.
Insomma, quella di ieri non è una semplice assoluzione, ma un'assoluzione che evidenzia gravissime incompetenze, negligenze e violazioni della legge da parte degli inquirenti. Ci sono tutti gli elementi per uno di quei film "claustrofobici" in cui un malcapitato cittadino americano viene accusato ingiustamente perché qualcuno ha messo a sua insaputa una partita di droga nel suo zainetto, e si ritrova stritolato in un sistema giudiziario privo di garanzie. Solo che stavolta, diversamente dalla versione hollywoodiana, non eravamo in un Paese esotico, in Thailandia, in Iran o in Cina. Eravamo in Italia. Ma l'immagine di totale inaffidabilità del nostro sistema giudiziario che questo caso ha esportato all'estero, in Europa e negli Stati Uniti, è pressoché equivalente. Qualcuno dovrebbe per lo meno essere chiamato a risponderne.
UPDATE ore 14:09
Per il pm Mignini il nostro sistema giudiziario è «troppo garantista». Per la pm Comodi «sono stati liberati due colpevoli». Sono davvero senza vergogna, almeno abbiano un po' di rispetto per la Corte. Almeno finché non avvieranno il ricorso in Cassazione. Con i nostri soldi e senza rischiare nulla.
UPDATE ore 14:24
Chiedano scusa tutti quelli che nei giorni scorsi hanno scritto e detto che Amanda sarebbe "fuggita" a bordo di un jet privato. E' partita verso casa con un normalissimo aereo di linea, imbarcandosi come chiunque a Fiumicino.
Tuesday, July 26, 2011
Una vergogna nazionale
Su taccuinopolitico.it
Da Perugia un colpo durissimo all'immagine e alla credibilità del nostro Paese. Per salvare almeno la faccia: proscioglimenti immediati, scuse ufficiali di Napolitano e rimozione dei procuratori
Non solo il giustizialismo politico, che sembra ormai aver messo sotto scacco il Parlamento - lato centrodestra (con l'arresto del deputato Pdl Papa) e lato centrosinistra (con le accuse a Penati rese note "ad orologeria"); e non solo un presidente della Camera in pieno delirio istituzionale nel prospettare la caduta del governo e il ministro dell'Interno come nuovo premier. In cima ai pensieri del presidente della Repubblica dovrebbero posizionarsi anche gli ultimi sviluppi del processo di Perugia ad Amanda Knox e a Raffaele Sollecito, che si sta rapidamente trasformando in una disfatta purtroppo tristemente annunciata per la giustizia italiana, e quindi in una delle pagine più vergognose per l'intera nazione. Questo processo, molto più dell'«intollerabile» conflitto - così l'ha definito il presidente in una sua recente uscita - tra politica e magistratura, rischia di radere al suolo ciò che resta della credibilità della giustizia italiana, agli occhi sia dell'opinione pubblica interna che del mondo civile.
Un processo seguito infatti con molto interesse sia in Gran Bretagna, per la nazionalità della vittima (Meredith Kercher), che nella patria della principale accusata, gli Stati Uniti, dove alcune inchieste giornalistiche e persino una fiction televisiva hanno sollevato pesanti dubbi sul modo di procedere degli inquirenti italiani. I quali nei confronti di Amanda avrebbero intentato un processo alle streghe, negandole garanzie basilari del giusto processo e persino manipolando le prove a suo carico. Accuse respinte con sdegno dalla Procura, ma che in questi giorni e ore si stanno rivelando più che fondate.
I periti nominati dal tribunale nel processo di appello non solo hanno smontato le due prove "regine" che avevano portato alla condanna della Knox e di Sollecito in primo grado, le uniche che collegavano gli imputati alla scena del delitto, ma hanno anche stabilito che la polizia scientifica non ha seguito le «procedure internazionali di sopralluogo e i protocolli di raccolta e campionamento» dei reperti, i quali dunque risultano contaminati e comunque inattendibili. Non c'è il sangue della vittima sulla presunta arma del delitto; né è attendibile che la traccia di Dna rinvenuta sul gancetto del reggiseno della ragazza uccisa sia di Sollecito, sia perché di dimensioni inferiori agli standard per determinare a chi appartenga, sia perché durante la repertazione il gancetto (repertato ben 46 giorni dopo l'omicidio) fu toccato con «un guanto sporco». Esattamente come denunciavano mesi fa le inchieste giornalistiche e le trasmissioni televisive americane, snobbate dai nostri media, adesso anche i periti italiani puntano l'indice sulle modalità approssimative della repertazione: gli agenti non portavano tute di protezione; indossavano guanti già utilizzati, quindi sporchi; spostavano reperti chiave, come il materasso che copriva il cadavere, da una stanza all'altra.
Insomma, ci sono tutti gli elementi per uno di quei film "claustrofobici" in cui un malcapitato cittadino americano in un Paese esotico viene accusato ingiustamente perché qualcuno ha messo a sua insaputa una partita di droga nel suo zainetto, e si ritrova immerso in un'odissea giudiziaria senza via di scampo. Solo che stavolta, diversamente dalla versione hollywoodiana, non siamo in Thailandia o in Cina. Siamo in Italia. Ma l'immagine di totale inaffidabilità del sistema giudiziario che questo caso potrebbe esportare all'estero, in Europa e negli Stati Uniti, è pressoché equivalente.
Per salvare almeno la faccia, per tutelare l'immagine dell'intero Paese, i giudici di Perugia dovrebbero fermare la farsa, chiudere immediatamente il processo con il proscioglimento degli imputati da ogni accusa; il presidente Napolitano dovrebbe scusarsi pubblicamente con i due giovani accusati; e i procuratori dovrebbero essere subito rimossi dall'incarico e possibilmente licenziati. Purtroppo i talk show televisivi sono in vacanza, ma dubito fortemente che alla loro ripresa i conduttori faranno ammenda per essersi appiattiti sulle tesi dell'accusa con tutte le pittoresche ricostruzioni e analisi socio-psicologiche del caso.
P.S.
Il Pdl dovrebbe esprimere una forte e severa presa di posizione, anche a livello governativo, in merito a tali misfatti giudiziari e comprendere finalmente che su questi - molto più che sulla persecuzione giudiziaria nei confronti di Berlusconi - può far leva per giustificare una profonda, urgente riforma del sistema giustizia.
Da Perugia un colpo durissimo all'immagine e alla credibilità del nostro Paese. Per salvare almeno la faccia: proscioglimenti immediati, scuse ufficiali di Napolitano e rimozione dei procuratori
Non solo il giustizialismo politico, che sembra ormai aver messo sotto scacco il Parlamento - lato centrodestra (con l'arresto del deputato Pdl Papa) e lato centrosinistra (con le accuse a Penati rese note "ad orologeria"); e non solo un presidente della Camera in pieno delirio istituzionale nel prospettare la caduta del governo e il ministro dell'Interno come nuovo premier. In cima ai pensieri del presidente della Repubblica dovrebbero posizionarsi anche gli ultimi sviluppi del processo di Perugia ad Amanda Knox e a Raffaele Sollecito, che si sta rapidamente trasformando in una disfatta purtroppo tristemente annunciata per la giustizia italiana, e quindi in una delle pagine più vergognose per l'intera nazione. Questo processo, molto più dell'«intollerabile» conflitto - così l'ha definito il presidente in una sua recente uscita - tra politica e magistratura, rischia di radere al suolo ciò che resta della credibilità della giustizia italiana, agli occhi sia dell'opinione pubblica interna che del mondo civile.
Un processo seguito infatti con molto interesse sia in Gran Bretagna, per la nazionalità della vittima (Meredith Kercher), che nella patria della principale accusata, gli Stati Uniti, dove alcune inchieste giornalistiche e persino una fiction televisiva hanno sollevato pesanti dubbi sul modo di procedere degli inquirenti italiani. I quali nei confronti di Amanda avrebbero intentato un processo alle streghe, negandole garanzie basilari del giusto processo e persino manipolando le prove a suo carico. Accuse respinte con sdegno dalla Procura, ma che in questi giorni e ore si stanno rivelando più che fondate.
I periti nominati dal tribunale nel processo di appello non solo hanno smontato le due prove "regine" che avevano portato alla condanna della Knox e di Sollecito in primo grado, le uniche che collegavano gli imputati alla scena del delitto, ma hanno anche stabilito che la polizia scientifica non ha seguito le «procedure internazionali di sopralluogo e i protocolli di raccolta e campionamento» dei reperti, i quali dunque risultano contaminati e comunque inattendibili. Non c'è il sangue della vittima sulla presunta arma del delitto; né è attendibile che la traccia di Dna rinvenuta sul gancetto del reggiseno della ragazza uccisa sia di Sollecito, sia perché di dimensioni inferiori agli standard per determinare a chi appartenga, sia perché durante la repertazione il gancetto (repertato ben 46 giorni dopo l'omicidio) fu toccato con «un guanto sporco». Esattamente come denunciavano mesi fa le inchieste giornalistiche e le trasmissioni televisive americane, snobbate dai nostri media, adesso anche i periti italiani puntano l'indice sulle modalità approssimative della repertazione: gli agenti non portavano tute di protezione; indossavano guanti già utilizzati, quindi sporchi; spostavano reperti chiave, come il materasso che copriva il cadavere, da una stanza all'altra.
Insomma, ci sono tutti gli elementi per uno di quei film "claustrofobici" in cui un malcapitato cittadino americano in un Paese esotico viene accusato ingiustamente perché qualcuno ha messo a sua insaputa una partita di droga nel suo zainetto, e si ritrova immerso in un'odissea giudiziaria senza via di scampo. Solo che stavolta, diversamente dalla versione hollywoodiana, non siamo in Thailandia o in Cina. Siamo in Italia. Ma l'immagine di totale inaffidabilità del sistema giudiziario che questo caso potrebbe esportare all'estero, in Europa e negli Stati Uniti, è pressoché equivalente.
Per salvare almeno la faccia, per tutelare l'immagine dell'intero Paese, i giudici di Perugia dovrebbero fermare la farsa, chiudere immediatamente il processo con il proscioglimento degli imputati da ogni accusa; il presidente Napolitano dovrebbe scusarsi pubblicamente con i due giovani accusati; e i procuratori dovrebbero essere subito rimossi dall'incarico e possibilmente licenziati. Purtroppo i talk show televisivi sono in vacanza, ma dubito fortemente che alla loro ripresa i conduttori faranno ammenda per essersi appiattiti sulle tesi dell'accusa con tutte le pittoresche ricostruzioni e analisi socio-psicologiche del caso.
P.S.
Il Pdl dovrebbe esprimere una forte e severa presa di posizione, anche a livello governativo, in merito a tali misfatti giudiziari e comprendere finalmente che su questi - molto più che sulla persecuzione giudiziaria nei confronti di Berlusconi - può far leva per giustificare una profonda, urgente riforma del sistema giustizia.
Friday, July 01, 2011
Il caso Strauss-Kahn, una lezione per tutti
Il caso Strauss-Kahn ci ricorda che il garantismo è un imperativo ovunque e per chiunque, a cominciare dagli operatori dei media. Adesso, certo, metteranno sotto accusa il sistema giudiziario americano. Sicuramente, se dovessero cadere del tutto le accuse nei suoi confronti, l'errore sarebbe clamoroso. DSK avrebbe subito una tremenda ingiustizia, oltre a un danno incalcolabile alla sua carriera, tanto da legittimare il sospetto di un complotto ai suoi danni.
Ma attenzione prima di puntare l'indice contro il sistema giudiziario Usa, la cui credibilità ha indotto molti ad un giudizio affrettato. Soprattutto noi, in Italia, per lo spettacolo cui si assiste nei nostri tribunali e ciò che si legge sui giornali, dovremmo avere il pudore di non dare lezioni. E non parlo dei processi al premier, del moralismo e il colpevolismo che si respira, basti ricordare il vero e proprio scandalo del processo ad Amanda Knox e Raffaele Sollecito a Perugia, smontato pezzo per pezzo proprio in questi giorni perché i due reperti decisivi - presunta arma del delitto e reggiseno della vittima - risultano contaminati.
Prima di tutto, nel caso DSK, sono stati gli stessi investigatori ad aver sottoposto ad una scrupolosa verifica le dichiarazioni della sua accusatrice. Secondo, la prima testa è già saltata: Lisa Friel, infatti, da 10 anni a capo dell'unità per i crimini sessuali della procura distrettuale di Manhattan, ha presentato le prorie dimissioni. Inoltre, almeno DSK non dovrà attendere né 5 né 15 anni perché sia scagionato dalle accuse, come invece capita in Italia; non dovrà sopportare nemmeno un processo, se le accuse verranno ritenute, come sembra, «non sostenibili».
E badate bene, ha un significato profondo anche che si parli non di infondatezza delle accuse, ma di «non sostenibilità». Ciò significa che nel sistema giudiziario Usa, prima di mettere sotto processo qualcuno, i procuratori si preoccupano non solo di essere convinti almeno loro della sua colpevolezza, ma anche della sostenibilità delle prove di fronte ad una giuria. Mentre in Italia siamo capaci di mettere sotto processo il presidente del Consiglio persino in assenza di una presunta vittima che lo accusi, oltreoceano è ipotizzabile che la pubblica accusa decida di non procedere nei confronti di qualcuno, anche se considerato colpevole, se le prove sono ritenute troppo deboli. Perché lì, negli States, il denaro dei contribuenti conta e le carriere si giocano - com'è giusto che sia - sui processi che si vincono o si perdono. E i procuratori ci pensano due volte prima di imbarcarsi in un'impresa che potrebbe distruggergli la carriera.
Ma attenzione prima di puntare l'indice contro il sistema giudiziario Usa, la cui credibilità ha indotto molti ad un giudizio affrettato. Soprattutto noi, in Italia, per lo spettacolo cui si assiste nei nostri tribunali e ciò che si legge sui giornali, dovremmo avere il pudore di non dare lezioni. E non parlo dei processi al premier, del moralismo e il colpevolismo che si respira, basti ricordare il vero e proprio scandalo del processo ad Amanda Knox e Raffaele Sollecito a Perugia, smontato pezzo per pezzo proprio in questi giorni perché i due reperti decisivi - presunta arma del delitto e reggiseno della vittima - risultano contaminati.
Prima di tutto, nel caso DSK, sono stati gli stessi investigatori ad aver sottoposto ad una scrupolosa verifica le dichiarazioni della sua accusatrice. Secondo, la prima testa è già saltata: Lisa Friel, infatti, da 10 anni a capo dell'unità per i crimini sessuali della procura distrettuale di Manhattan, ha presentato le prorie dimissioni. Inoltre, almeno DSK non dovrà attendere né 5 né 15 anni perché sia scagionato dalle accuse, come invece capita in Italia; non dovrà sopportare nemmeno un processo, se le accuse verranno ritenute, come sembra, «non sostenibili».
E badate bene, ha un significato profondo anche che si parli non di infondatezza delle accuse, ma di «non sostenibilità». Ciò significa che nel sistema giudiziario Usa, prima di mettere sotto processo qualcuno, i procuratori si preoccupano non solo di essere convinti almeno loro della sua colpevolezza, ma anche della sostenibilità delle prove di fronte ad una giuria. Mentre in Italia siamo capaci di mettere sotto processo il presidente del Consiglio persino in assenza di una presunta vittima che lo accusi, oltreoceano è ipotizzabile che la pubblica accusa decida di non procedere nei confronti di qualcuno, anche se considerato colpevole, se le prove sono ritenute troppo deboli. Perché lì, negli States, il denaro dei contribuenti conta e le carriere si giocano - com'è giusto che sia - sui processi che si vincono o si perdono. E i procuratori ci pensano due volte prima di imbarcarsi in un'impresa che potrebbe distruggergli la carriera.
Friday, January 22, 2010
Condannato l'accusatore di Amanda Knox
Condannato per abuso d'ufficio il pm Giuliano Mignini, che ha guidato la pubblica accusa nel processo di Perugia contro Amanda Knox e Raffaele Sollecito. Un anno e quattro mesi la pena decisa dal Tribunale di Firenze. Della vicenda, che non c'entra nulla col caso Kercher, mi capitò di scrivere qualche tempo fa, se non ricordo male. Mignini è stato ritenuto colpevole di aver condotto indagini illecite - con intercettazioni e apertura di fascicoli - per intimidire alcuni funzionari di polizia e giornalisti che a suo dire stavano intralciando le sue indagini legate al caso del mostro di Firenze, ma in realtà esprimevano solo valutazioni critiche. Inchiesta che seguiva una pista esoterico-satanista, ma che non portò ovviamente a nulla.
Questi i precedenti e i metodi, accertati da un Tribunale, del pm che ha fatto condannare in primo grado l'"assatanata" Knox e Sollecito per l'omicidio di Meredith Kercher. Quel che è certo è che dopo oggi appaiono un po' più fondati i dubbi, sollevati con forza dalla stampa americana, sul modo di procedere dell'accusa contro i due imputati del delitto di Perugia.
Questi i precedenti e i metodi, accertati da un Tribunale, del pm che ha fatto condannare in primo grado l'"assatanata" Knox e Sollecito per l'omicidio di Meredith Kercher. Quel che è certo è che dopo oggi appaiono un po' più fondati i dubbi, sollevati con forza dalla stampa americana, sul modo di procedere dell'accusa contro i due imputati del delitto di Perugia.
Friday, December 18, 2009
Stasi assolto, ma che disastro questi pm!
Adesso che il processo Stasi si è concluso con un'assoluzione, si dirà che non poteva andare altrimenti. In effetti sarebbe così, se non fosse che siamo in Italia, dove è vero che «senza prova certa al di là di ogni ragionevole dubbio» nessuno può essere condannato, ma è anche vero che molte volte, troppe, questo principio rimane sulla carta e accade esattamente il contrario. A causa per lo più della sudditanza dei giudici nei confronti della pubblica accusa. La sola separazione delle funzioni, e non anche delle carriere, tra giudicante e requirente non è sufficiente a garantire la terzietà del giudice.L'aspetto paradossale nel processo Stasi, per esempio rispetto alla sentenza di condanna di Amanda Knox e Raffaele Sollecito, è che un giudice monocratico, di giovane età, si sia dimostrato più indipendente e meno influenzabile di una giuria. Forse ciò si deve anche al fatto che nel caso Garlasco la pm è stata praticamente abbandonata dal suo procuratore capo (ma se nutriva dei dubbi sulle indagini, non avrebbe fatto meglio a toglierle il caso, per esempio dopo la scarcerazione di Alberto decisa dal gip?), mentre a Perugia il procuratore capo Mignini ha fatto sentire tutto il suo peso. Il gup Vitelli, scrive Feltri su il Giornale, «restituisce a tutti noi un po' di fiducia nella magistratura. Ci sono toghe che sanno fare il loro mestiere. Sarebbe meglio valorizzarle». E le sue parole valgono ancor di più perché notoriamente il direttore non nutre una particolare stima nei confronti della magistratura.
Un'altra grave anomalia italiana è il processo mediatico. Sono pochi i giornalisti e i commentatori televisivi che si documentano e riescono a farsi un'idea equilibrata sulle prove in possesso dell'accusa. Una di questi pochi, occorre dirlo, è Cristiana Lodi, di Libero, che ha fatto un lavoro egregio. Gli altri - potrei fare i nomi, ma tutti conosciamo i volti più noti dei salotti televisivi, tra psicologi e sostitute procuratoresse - si fanno imbeccare dall'accusa, si lasciano suggestionare da particolari fatti trapelare ad arte e in modo da scatenare le ipotesi più pruriginose e "piccanti".
Pochi sanno, per esempio, che le famigerate foto pedo-pornografiche erano state cancellate dal pc di Alberto mesi prima il delitto, mentre ore e ore di trasmissioni televisive hanno fatto credere che la loro scoperta da parte di Chiara potesse aver indotto Alberto ad ucciderla. E' stata fatta una campagna martellante sull'archivio di immagini pornografiche sul pc di Alberto, ma non è stata portata la minima prova che Chiara le avesse viste e in ogni caso difficilmente avrebbe avuto una reazione così scandalizzata da costituire un movente per ucciderla, visto che tutte le conversazioni (e non solo) agli atti - per chat, mail ed sms - tra i due ragazzi sembrano molto disinibite sull'argomento sesso. Eppure, queste trasmissioni televisive hanno avvalorato insistentemente una ricostruzione (Chiara che scopre Alberto "maniaco" e lui che la uccide) fondate solo su deboli supposizioni. Questa è un'altra costante della pubblica accusa in Italia: l'ossessione per il sesso, che deriva da una cultura sessuofobica. Il sesso visto come qualcosa in ultima analisi di "sporco", il posto migliore - se non l'unico - dove andare a cercare un movente.
Anche elementi che comunemente rendono stimabile una persona, nei processi mediatici vengono rivolti a sfavore dell'imputato. Così lo studio diventa prova di freddezza, una relazione amorosa a detta di tutti seria e stabile deve per forza esserlo solo apparentemente e nascondere, invece, qualcosa di torbido e inconfessabile. Non è stato certo il miglior modo di onorare la memoria di Chiara, anche se non c'è più, infangare quello che probabilmente è stato l'amore della sua vita.
La migliore e più efficace strategia dell'accusa in Italia è la character assassination, anche se per fortuna a volte ha le gambe corte. Che fa il paio con un modo di raccogliere e interpretare le prove che ha sconvolto le più comuni e consolidate nozioni. Eravamo infatti abituati a credere che si è nei pasticci quando si trovano tracce di sangue sotto le suole delle scarpe o sugli indumenti, non quando invece mancano. La mancanza di tracce di sangue sulle scarpe di Alberto poteva in effetti insospettire, essendo stato lui a scoprire il cadavere, ma ci si è ostinatamente rifiutati di prendere in considerazione spiegazioni più logiche e verosimili, che alla fine sono emerse: le suole avevano un certo grado di idrorepellenza, le macchie di sangue erano probabilmente secche quando Alberto le ha calpestate, e comunque ha continuato a camminare con quelle scarpe per ore, anche sull'erba bagnata. Stesso discorso per l'irrilevante impronta sul portasapone, che prova solo il fatto che Aberto frequentava il bagno di casa della sua ragazza.
Ma laddove la ricostruzione dell'accusa è definitivamente crollata è sulla perizia informatica e sull'orario della morte. E' gravissimo che l'alibi di Alberto sia stato "cancellato" dagli investigatori per imperizia - nel migliore dei casi, per non pensare alla malafede. E non si può sostenere per tutto il processo una determinata ora del decesso della vittima e all'ultimo momento, solo perché si scopre che l'imputato per quell'ora ha un'alibi solido, spostarla. Non si fa. E' scorretto. E' disonesto. Dovrebbe essere oltraggio alla Corte.
Fondamentalmente, il problema è che in Italia non si parte dagli indizi per individuare il colpevole. Si presume di aver individuato il colpevole e poi si va a caccia delle prove. Si piegano tutte le evidenze e le perizie in funzione di un teorema accusatorio elaborato troppo presto, e di cui ci si innamora quasi per orgoglio. Per non parlare della solita, imbarazzante e pasticciata gestione della scena del crimine. Adesso, ci risparmino per lo meno lo spettacolo indecoroso di un ricorso in appello e si vadano piuttosto a nascondere dalla vergogna. Definitivo, speriamo, sull'intera vicenda il commento di Carlo Federico Grosso, su La Stampa:
«A questo punto, occorrerà che qualcuno dotato di autorità assuma qualche provvedimento. Non è infatti ammissibile che vi siano consulenti tecnici che si spendano sull'efficacia probatoria di determinate impronte di Dna, e che vengano clamorosamente smentiti da altri periti. Non è ammissibile che si discetti per mesi sulle mancate impronte ritrovate sulle scarpe dell'imputato, e che poi emerga che, forse, la spiegazione poteva essere reperita nella particolare composizione chimica delle suole. Non è, soprattutto, ammissibile che si continui a rifiutare, per mesi, che l'imputato possa essersi trattenuto al computer l'intera mattinata in cui si è consumato l'omicidio, per scoprire poi che egli aveva, effettivamente, lavorato dalle 9.36 alle 12.20 e che le tracce di questi passaggi erano state improvvidamente cancellate. Ne va, diciamolo chiaramente, della stessa credibilità degli uffici pubblici investigativi e peritali ai quali i magistrati della accusa si sono affidati nel corso delle indagini. Ne va, è doveroso soggiungere, della stessa credibilità degli uffici giudiziari interessati».Chi dovrebbe intervenire?
Thursday, December 10, 2009
Contro Amanda Knox una character assassination
Chissà se tra qualche anno il caso di Amanda Knox ce lo ritroveremo sul grande schermo in uno di quei film angoscianti in cui cittadini americani innocenti vengono perseguitati da sistemi giudiziari kafkiani, nella migliore delle ipotesi, in Paesi come la Malaysia o l'Iran. Ebbene, non mi stupirei se un giorno Amanda Knox fosse la protagonista di un film del genere ambientato in Italia. Neanche uno sceneggiatore dei più geniali infatti avrebbe potuto concentrare in un unico processo, come quello di Perugia, e in una così vivida rappresentazione, tutti - ma proprio tutti - i vizi e i difetti del sistema giudiziario italiano: approssimazione e dilettantismo nella raccolta delle prove; fughe di notizie alla stampa; character assassination dell'imputato; sessuofobia; giudici succubi della pubblica accusa a causa di carriere non separate. Un processo che mi ha fatto vergognare di essere italiano. Qui non c'entra essere convinti o meno dell'innocenza degli imputati, ma ribellarsi di fronte a una condanna di chicchessia senza prove.Le pesanti critiche che la stampa e le tv Usa hanno rivolto al sistema giudiziario italiano per il modo in cui è stato condotto il processo di Perugia sono state frettolosamente - e in modo stranamente bipartisan - liquidate come «nazionalismo giudiziario». Siccome Amanda è americana, la difendono a prescindere. No, troppo facile. Non riconoscere in quegli articoli o trasmissioni critiche più che fondate e puntuali significa o non averli letti e viste, o essere disonesti intellettualmente. Dagli Usa infatti non hanno fatto altro che contestarci tutti i difetti, già tristemente noti e di cui dibattiamo da anni noi stessi, della nostra giustizia.
Si può forse negare che siano stati commessi errori irrimediabili nelle indagini e nella raccolta delle prove? Si può forse negare che non c'è alcuna prova fisica che colleghi Amanda alla scena del delitto? Si può forse negare che il Dna che incastrerebbe Sollecito è stato individuato solo dopo 46 giorni di sopralluoghi ed esami che hanno presumibilmente alterato la scena del crimine? Si può forse negare che non è stata individuata l'arma e che il movente è debole, visto che la conoscenza fra i tre ragazzi non è stata provata? Si può forse negare che alla studentessa americana sia stata negata la facoltà di non rispondere quando, in assenza di un avvocato e di un interprete, è stata interrogata in Questura? E i video mostrati dalle tv americane con i poliziotti che sfondano una porta a vetri per entrare nella villetta e maneggiano i reperti senza mascherina e scuotendoli? Si può forse negare che i pregiudizi sul sesso e sul satanismo si siano fin da subito impadroniti delle menti dei pm, tra cui quel Mignini che non è nuovo a queste fantasiose ricostruzioni?
E nella rappresentazione che è stata data di Amanda non è forse riscontrabile un pregiudizio antiamericano, certo non del tipo più banale, ma più sofisticato e subdolo, della ragazza viziata e arrogante, com'è nello stereotipo l'odiato yankee? Senza alcuna prova fisica che collegasse Amanda alla scena del delitto, tutto il processo è stato condotto dall'accusa sulla personalità di Amanda, fornendo della ragazza caratterizzazioni misogine e sessuofobiche, solo perché sì, è una ragazza disinibita e sessualmente attiva, cose per cui in Italia una ragazza può essere ancora bollata come puttana. La sola colpa di Amanda è di non aver saputo scrollarsi di dosso quest'immagine.
Non è neanche vero che solo la stampa e la tv a stelle e strisce si siano schierate dalla parte di Amanda perché connazionale. Anche il britannico The Times ha duramente criticato la sentenza di Perugia, denunciando puntualmente le storture, tristemente note, del sistema giudiziario italiano. Il caso di Amanda, «se portato in Gran Bretagna, non avrebbe mai raggiunto un'aula di tribunale», scrive Alex Wade. «E se per qualche crudele miracolo un giudice britannico si fosse trovato a presiedere i 12 onorevoli giurati, il cui compito fosse stato quello di decidere se la Knox fosse o meno innocente dell'assassinio della Kerchner, è impensabile che non avrebbe preso con forza e convinzione la strada dell'assoluzione». Qualsiasi sia la verità sui tragici eventi della notte del 2 novembre 2007, osserva l'editorialista del Times, «le prove contro la Knox sono nel migliore dei casi deboli, nel peggiore confuse».
Molti di noi sono ormai assuefatti, ma all'estero suscita ancora indignazione il fatto che in Italia i procuratori «divulgano abitualmente a media fin troppo ansiosi quelle che dovrebbero essere informazioni riservate prima del processo». Nel Regno Unito «le leggi sull'oltraggio alla Corte impediscono la pubblicazione di informazioni, dal momento dell'arresto o della messa in stato d'accusa, che possano rischiare di recare un serio pregiudizio al processo».
«Il trapelare un poco alla volta di piccanti informazioni sulla Knox è stato una vergogna che non sarebbe mai stata permessa dall'ordinamento britannico». Amanda Knox, conclude Wade, «è stata sottoposta a un'incessante e corrosiva character assassination», da cui non si è mai potuta difendere. «Ma la vergogna più grande di tutte, la ragione per cui non ci piace il verdetto Knox», è il fatto che «in un processo in cui le prove hanno faticato persino a raggiungere il livello dell'indiziario, la Knox sia stata demonizzata per il solo fatto di essere una donna sessualmente attiva. Niente nei fatti - niente, visto che neanche la testimonianza di Guede ha fatto luce su cosa sia davvero successo a Meredith Kercher - sostiene la tesi dell'accusa secondo cui un malvagio gioco sessuale sia andato storto. E' una congettura, pura e semplice».
Thursday, December 03, 2009
Processo Knox ultimo atto. L'accusa del New York Times
Su il Velino
Mentre a Perugia vanno in scena gli ultimi atti del processo alla studentessa americana Amanda Knox e a Raffaele Sollecito, accusati dell'omicidio di Meredith Kercher - oggi le repliche di accusa e difese e le dichiarazioni spontanee dei due imputati, prima che la Corte si riunisca in camera di consiglio per esprimere il suo verdetto - da Timothy Egan, che segue il caso per il New York Times, arriva un nuovo duro atto d'accusa al modo di procedere dei magistrati italiani. Le sue critiche meriterebbero l'attenzione anche del mondo politico - sebbene almeno a Perugia non sia implicato Berlusconi - nel momento in cui il Parlamento si appresta a discutere di riforme. Un processo che secondo Egan «ha poco a che fare con prove concrete e molto con l'abitudine italiana a salvare la faccia».
LEGGI TUTTO
«Zero prove fisiche» che Amanda fosse sulla scena del delitto, solo speculazioni sulla sua personalità stravagante e disibinita. Il giornalista americano contesta i metodi usati dall'accusa accostandoli all'Inquisizione; mostra di aver compreso alla perfezione il meccanismo che si è innescato, e che noi italiani conosciamo molto bene, dei pm intestarditi sul loro teorema a tal punto che ormai è «in gioco il loro onore»; denuncia l'abitudine dei pm italiani di lasciar trapelare le loro teorie ai giornali, dando in pasto ai media e all'opinione pubblica i presunti "colpevoli"; e infine ricorda che il verdetto non dovrebbe avere nulla a che fare con «superstizioni medioevali, proiezioni sessuali, fantasie sataniche, o l'onore del team di procuratori».
Mentre a Perugia vanno in scena gli ultimi atti del processo alla studentessa americana Amanda Knox e a Raffaele Sollecito, accusati dell'omicidio di Meredith Kercher - oggi le repliche di accusa e difese e le dichiarazioni spontanee dei due imputati, prima che la Corte si riunisca in camera di consiglio per esprimere il suo verdetto - da Timothy Egan, che segue il caso per il New York Times, arriva un nuovo duro atto d'accusa al modo di procedere dei magistrati italiani. Le sue critiche meriterebbero l'attenzione anche del mondo politico - sebbene almeno a Perugia non sia implicato Berlusconi - nel momento in cui il Parlamento si appresta a discutere di riforme. Un processo che secondo Egan «ha poco a che fare con prove concrete e molto con l'abitudine italiana a salvare la faccia».
LEGGI TUTTO
«Zero prove fisiche» che Amanda fosse sulla scena del delitto, solo speculazioni sulla sua personalità stravagante e disibinita. Il giornalista americano contesta i metodi usati dall'accusa accostandoli all'Inquisizione; mostra di aver compreso alla perfezione il meccanismo che si è innescato, e che noi italiani conosciamo molto bene, dei pm intestarditi sul loro teorema a tal punto che ormai è «in gioco il loro onore»; denuncia l'abitudine dei pm italiani di lasciar trapelare le loro teorie ai giornali, dando in pasto ai media e all'opinione pubblica i presunti "colpevoli"; e infine ricorda che il verdetto non dovrebbe avere nulla a che fare con «superstizioni medioevali, proiezioni sessuali, fantasie sataniche, o l'onore del team di procuratori».
Thursday, June 11, 2009
Il processo Knox continua a fare scandalo
Mentre per molti nel nostro paese la battaglia per una giustizia giusta ed efficiente si combatte sulla possibilità di intercettazioni ad libitum, visto dall'estero, e più precisamente dagli Stati Uniti, il nostro sistema giudiziario mostra lacune e distorsioni ben più gravi. La stampa americana, con un articolo di Timothy Egan per il New York Times, torna sul processo di Perugia, contro Amanda Knox e Raffaele Sollecito, denunciando gravi scorrettezze e incapacità nel modo di condurre le indagini e il processo, che dovrebbero suscitare indignazione e scandalo. E invece niente, tutti sulle intercettazioni.
«Il caso contro Knox ha così tanti buchi, ed è così legato alla carriera di un potente procuratore italiano incriminato per condotta professionale scorretta, che qualunque giuria imparziale lo avrebbe archiviato mesi fa», scrive Egan riferendosi al pm Giuliano Mignini. «Non voglio dire che i tribunali italiani non siano imparziali...», precisa. Egan vuole solo parlare di Amanda Knox, «la cui vita è stata quasi distrutta da questa collisione di giornalismo rapace e procedimento malcondotto».
Il giornalista deplora in particolare l'interrogatorio ad Amanda durato tutta la notte senza avvocato né un interprete professionista; che non ci sia testimone affidabile o prova credibile che collochi i due accusati sulla scena del crimine; che non una sola traccia fisica degli accusati sia stata trovata sul corpo della vittima e che tutte quelle trovate appartengano a qualcun altro; che la scena del crimine sia stata di fatto «contaminata»; che dettagli scabrosi siano stati fatti trapelare sulla vita sessuale della Knox, «una cosa che non avrebbero mai fatto con un uomo».
Ma Egan coglie nel segno quando si concentra sulla figura del pm, per il quale la tesi dell'«orgia a base di droga» è una «ossessione ricorrente». Infatti ricorda che Giuliano Mignini è lo stesso Mignini che ha riaperto il caso sul "mostro di Firenze" a caccia di pratiche sataniste, ma senza cavare un ragno dal buco. Anzi, riuscendo solo a intimidire e minacciare d'arresto, facendolo fuggire dall'Italia, un romanziere americano, Douglas Preston, e a incriminare un giornalista italiano, Mario Spezi, colpevoli a suo dire di intralciare le sue importanti indagini solo perché stavano lavorando a un libro sul caso.
L'ossessione e i metodi sono gli stessi applicati oggi nel caso Knox, «un metodo che ora sta venendo alla luce nel caso di comportamento scorretto istruito contro di lui». Anch'io sono convinto che è lì, nella caccia ai fantasmi tutta all'interno della mente di Mignini, che va ricercata la causa di questo ennesimo esempio di malagiustizia all'italiana. E per cominciare a risolvere i problemi del nostro sistema giudiziario dovremmo cominciare a chiederci come sia possibile che certi soggetti facciano carriera.
«Il caso contro Knox ha così tanti buchi, ed è così legato alla carriera di un potente procuratore italiano incriminato per condotta professionale scorretta, che qualunque giuria imparziale lo avrebbe archiviato mesi fa», scrive Egan riferendosi al pm Giuliano Mignini. «Non voglio dire che i tribunali italiani non siano imparziali...», precisa. Egan vuole solo parlare di Amanda Knox, «la cui vita è stata quasi distrutta da questa collisione di giornalismo rapace e procedimento malcondotto».
Il giornalista deplora in particolare l'interrogatorio ad Amanda durato tutta la notte senza avvocato né un interprete professionista; che non ci sia testimone affidabile o prova credibile che collochi i due accusati sulla scena del crimine; che non una sola traccia fisica degli accusati sia stata trovata sul corpo della vittima e che tutte quelle trovate appartengano a qualcun altro; che la scena del crimine sia stata di fatto «contaminata»; che dettagli scabrosi siano stati fatti trapelare sulla vita sessuale della Knox, «una cosa che non avrebbero mai fatto con un uomo».
Ma Egan coglie nel segno quando si concentra sulla figura del pm, per il quale la tesi dell'«orgia a base di droga» è una «ossessione ricorrente». Infatti ricorda che Giuliano Mignini è lo stesso Mignini che ha riaperto il caso sul "mostro di Firenze" a caccia di pratiche sataniste, ma senza cavare un ragno dal buco. Anzi, riuscendo solo a intimidire e minacciare d'arresto, facendolo fuggire dall'Italia, un romanziere americano, Douglas Preston, e a incriminare un giornalista italiano, Mario Spezi, colpevoli a suo dire di intralciare le sue importanti indagini solo perché stavano lavorando a un libro sul caso.
L'ossessione e i metodi sono gli stessi applicati oggi nel caso Knox, «un metodo che ora sta venendo alla luce nel caso di comportamento scorretto istruito contro di lui». Anch'io sono convinto che è lì, nella caccia ai fantasmi tutta all'interno della mente di Mignini, che va ricercata la causa di questo ennesimo esempio di malagiustizia all'italiana. E per cominciare a risolvere i problemi del nostro sistema giudiziario dovremmo cominciare a chiederci come sia possibile che certi soggetti facciano carriera.
Tuesday, October 21, 2008
Il filmato della vergogna
Sì, direte voi, si sono mobilitati gli "amici di Amanda". E' vero, ma anche il filmato mandato in onda dalla Nbc, fino a prova contraria, è vero ed è una bomba sul processo in corso. Proprio ieri si parlava dei troppi sopralluoghi che potrebbero aver inquinato le prove sulla scena del crimine. Qualcuno dovrebbe essere chiamato a dare delle spiegazioni.
E' triste constatare che agli occhi degli americani il nostro sistema giudiziario ha la stessa credibilità che ci sentiremmo di concedere noi al sistema giudiziario turco o a quello egiziano se un nostro concittadino fosse sotto processo in quegli stati. Facciamo sempre queste figure da Terzo Mondo.
Una cosa è certa: su quel filmato occorre fare estrema chiarezza e il Ministero della Giustizia dovrebbe subito aprire un'indagine per accertare (e sanzionare) eventuali responsabilità. In via cautelativa il caso Knox dovrebbe essere subito tolto ai pm che se ne stanno occupando.
UPDATE: l'articolo di Fiorenza Sarzanini, sul Corriere della Sera di oggi, è profondamente biased; appare ansiosa di prendere le difese degli inquirenti da cui prende le informazioni per i suoi articoli. La scelta di tirare in ballo i casi Cermis e Calipari - che non c'entrano nulla perché riguardavano responsabilità del governo Usa e non di una semplice cittadina - e il tono usato nei confronti di quella che viene definita una «lobby» che «assolda» rivela un pregiudizio negativo. Viene vissuto con insofferenza il fatto che le famiglie degli accusati si «muovano» per difendere i propri cari. Cosa che è nel loro pieno diritto, mentre nell'articolo lo si fa apparire alla stregua di un favoreggiamento e come una sorta di oscuro complotto "amerikano" contro l'Italia.
Gli esperti della difesa dei tre imputati «non hanno mai avuto nulla da eccepire», scrive la Sarzanini, anche se a me risulta che tutti gli avvocati contestino i rapporti della scientifica. La questione è semplice: è corretto infrangere i vetri di uno degli ingressi alla villetta? E' corretto prelevare tracce di sangue sul pavimento strofinando con una specie di fazzoletto, con il rischio di cancellare un'impronta? E' corretto prelevare tracce a capo e bocca scoperti? Non ho una risposta, ma qualcuno dovrebbe averla.
Monday, October 20, 2008
Quando il profilo psicologico è l'unica prova
Credo di aver imparato qualcosa dai peggiori casi giudiziari italiani. Quando l'accusa si concentra troppo nell'inquadrare la personalità degli accusati, di solito vuol dire che contro di loro ha per le mani una debole impalcatura probaboria.
Il movente dell'omicidio di Meredith, a Perugia, sarebbe un «perverso gioco sessuale di gruppo», al quale la ragazza si sarebbe opposta.
Ma è sulla personalità degli accusati che i pm si concentrano: la loro abitudine «a consumare stupefacenti»; l'attrazione di Rudy per Amanda; la passione di Raffaele per i manga giapponesi, per i coltelli, e per il cantante Marilyn Manson; il racconto scritto da Amanda «sullo stupro e l'omicidio di una studentessa con un coltello da cucina» (non molto originale, per la verità, come plot). La conclusione? «Soggetti morbosamente attratti dalla commistione di sesso e di violenza». Un bel film.
Nonostante non vi siano prove nelle carte processuali che Amanda, Raffaele e Rudy si fossero dati appuntamento nella villetta - non ci sono né telefonate né sms o mail - nella ricostruzione della Procura l'omicidio fu premeditato e avrebbe dovuto essere addirittura un «rito» da celebrare in occasione della notte di Halloween. Già, la notte di Halloween, che però è il 31 ottobre, mentre Meredith è stata uccisa il 1° novembre. Il pm non si scompone: nelle intenzioni degli «organizzatori» sarebbe dovuto avvenire 24 ore prima, ma quel giorno nella casa c'era una cena delle coinquiline di Meredith e Amanda, e quindi il rito è slittato al giorno dopo. Un rito legato ad Halloween, ma non all'esoterismo né al satanismo, perché di elementi in tal senso nelle biografie degli accusati non se ne sono trovati.
Il pm può risentirsi quanto vuole, ma la sua ricostruzione ci dice più del suo profilo psicologico che di quello degli accusati. Un pm che ritiene un comportamento deviante per un ventenne fumarsi qualche canna, essere appassionato di fumetti giapponesi e di Marilyn Manson, scrivere racconti estremi e in generale essere «desideroso di sensazioni forti», dimostra di avere poco contatto con la realtà che lo circonda. Ha dei figli? A cosa giocano alla playstation? Io chiederei una perizia.
Non dico che tutti i ventenni abbiano passioni e condotte simili, ma un buon numero sì. Qui non basta dimostrare che Amanda è una ragazza «disinvolta», diciamo pure di facili costumi e un po' ribelle, non basta provare che lei e il suo ragazzo si sono fatti una scopata o una doccia nella villetta, bisogna collegarla all'uccisione di Meredith. L'accusa deve almeno spiegare, se non provare, perché e come si passa dai fumetti giapponesi e dal desiderare emozioni forti all'omicidio. Ma non sarebbe stata più credibile per l'accusa una ricostruzione che puntasse sui futili motivi, data anche l'inimicizia che pare ci fosse tra le due ragazze? No, il pm deve propinarci il quadretto che scaturisce dalla sua psiche da curato di campagna nutrita a secchiate di banalissime fiction.
Ammettendo che siano stati loro, siccome è impensabile che siano riusciti nel delitto perfetto, c'è da chiedersi piuttosto come mai la Procura non abbia in mano delle prove tangibili. La verità è che i numerosi sopralluoghi della "scientifica" hanno probabilmente alterato per sempre la scena del crimine.
Il movente dell'omicidio di Meredith, a Perugia, sarebbe un «perverso gioco sessuale di gruppo», al quale la ragazza si sarebbe opposta.
Ma è sulla personalità degli accusati che i pm si concentrano: la loro abitudine «a consumare stupefacenti»; l'attrazione di Rudy per Amanda; la passione di Raffaele per i manga giapponesi, per i coltelli, e per il cantante Marilyn Manson; il racconto scritto da Amanda «sullo stupro e l'omicidio di una studentessa con un coltello da cucina» (non molto originale, per la verità, come plot). La conclusione? «Soggetti morbosamente attratti dalla commistione di sesso e di violenza». Un bel film.
Nonostante non vi siano prove nelle carte processuali che Amanda, Raffaele e Rudy si fossero dati appuntamento nella villetta - non ci sono né telefonate né sms o mail - nella ricostruzione della Procura l'omicidio fu premeditato e avrebbe dovuto essere addirittura un «rito» da celebrare in occasione della notte di Halloween. Già, la notte di Halloween, che però è il 31 ottobre, mentre Meredith è stata uccisa il 1° novembre. Il pm non si scompone: nelle intenzioni degli «organizzatori» sarebbe dovuto avvenire 24 ore prima, ma quel giorno nella casa c'era una cena delle coinquiline di Meredith e Amanda, e quindi il rito è slittato al giorno dopo. Un rito legato ad Halloween, ma non all'esoterismo né al satanismo, perché di elementi in tal senso nelle biografie degli accusati non se ne sono trovati.
Il pm può risentirsi quanto vuole, ma la sua ricostruzione ci dice più del suo profilo psicologico che di quello degli accusati. Un pm che ritiene un comportamento deviante per un ventenne fumarsi qualche canna, essere appassionato di fumetti giapponesi e di Marilyn Manson, scrivere racconti estremi e in generale essere «desideroso di sensazioni forti», dimostra di avere poco contatto con la realtà che lo circonda. Ha dei figli? A cosa giocano alla playstation? Io chiederei una perizia.
Non dico che tutti i ventenni abbiano passioni e condotte simili, ma un buon numero sì. Qui non basta dimostrare che Amanda è una ragazza «disinvolta», diciamo pure di facili costumi e un po' ribelle, non basta provare che lei e il suo ragazzo si sono fatti una scopata o una doccia nella villetta, bisogna collegarla all'uccisione di Meredith. L'accusa deve almeno spiegare, se non provare, perché e come si passa dai fumetti giapponesi e dal desiderare emozioni forti all'omicidio. Ma non sarebbe stata più credibile per l'accusa una ricostruzione che puntasse sui futili motivi, data anche l'inimicizia che pare ci fosse tra le due ragazze? No, il pm deve propinarci il quadretto che scaturisce dalla sua psiche da curato di campagna nutrita a secchiate di banalissime fiction.
Ammettendo che siano stati loro, siccome è impensabile che siano riusciti nel delitto perfetto, c'è da chiedersi piuttosto come mai la Procura non abbia in mano delle prove tangibili. La verità è che i numerosi sopralluoghi della "scientifica" hanno probabilmente alterato per sempre la scena del crimine.
Thursday, December 06, 2007
I'm from Seattle
Al Corriere della Sera non sarà sembrato vero di essere citati sul New York Times. Peccato che la citazione non fosse delle migliori. Sophie Egan, una 20enne studentessa di Seattle iscritta alla Stanford University ma a Bologna per un periodo di studio, ha accusato la stampa italiana di aver demonizzato Amanda Knox in maniera gratuita e faziosa, di aver così gettato una cattiva luce su tutti gli studenti americani in Italia e sulla piovosa più che ridente città di Seattle.Con quel sarcasmo che trasuda irritazione Alessandra Farkas riporta le parole della giovane americana, non trovando di meglio per concludere l'articolo che rivelare l'identità del padre della «signorina Egan», quel Timothy Egan «per quasi 20 anni giornalista al New York Times, dove oggi è tra le firme di punta della pagina degli Op-Ed... nel bistrattato mondo dei media italiani questo genere di nepotismo non è affatto tollerato», chiosa la Farkas dimostrando davvero scarso senso del ridicolo. Nei media italiani non è «tollerato» il nepotismo? Giù pernacchie fino a seppellirla!
La Egan esagera di sicuro. Che la sua vita da studentessa americana in Italia possa essere cambiata per effetto di quei titoli sui giornali, fino al punto da trovarsi in imbarazzo a rivelare la sua città di provenienza... be', questo mi pare improbabile. I talk show televisivi come Porta a Porta non deve averli visti, intuiamo.
Più misurata e condivisibile la risposta che Beppe Severgnini dedica a Sophie (sì, per il Corriere, qui in provincia, ricevere una critica da una studentessa ventenne è un evento...). Ammette che sì, «brutali i giudizi, e frettolose le generalizzazioni». Ma «decine di milioni di noi sanno distinguere tra una tragedia e una nazione» e «chi sbaglia clamorosamente, in Italia, non rischia l'aggressione. Semmai, l'adulazione». In Italia fama ed onori si distribuiscono «secondo la celebrità». E Amanda «ha la fama, la faccia, la storia e l'età giusta» per una «carriera da protagonista», «l'opinione pubblica italiana è pronta a farne una star». C'è del vero.
La studentessa americana cita in particolare un articolo del Corriere che non ci era sfuggito e che meritava di certo un post, ma ci era mancato il tempo. Si tratta di questo articolo, di Maria Laura Rodotà, che rappresenta degnamente un certo genere di giornalismo. Godetevi l'incipit [notate i miei corsivi]:
Nel Pacific Northwest girano gli esterni per i film dell'orrore. Per via della nebbia da oceano, delle foreste, delle casette postvittoriane genere «Twin Peaks». Per via della pioggia, dei boschi cupi, della gente strana che si è stabilita nell'estremo nordovest, è anche la regione americana — è un luogo comune spesso confermato dalle cronache — con più serial killers. Tre dei più famosi venivano da Seattle. Meno cruenti, sempre di Seattle, erano i gruppi che vent'anni fa crearono la cultura grunge; grande rock sporco, disperazione giovanile, droghe pesanti e camicioni scozzesi. Kurt Cobain, leader della band più famosa, i Nirvana, si è suicidato lì nel '94. Da lì, per caso, viene Amanda Knox.Quel «per caso» dice tutto. I giornali italiani, Corriere compreso, hanno questo brutto difetto: fabbricano mostri non sulle prove o sugli indizi a carico degli imputati, ma semplicemente facendone una caricatura letteraria attingendo ai dati biografici, a qualche immagine o scritto pescati sui blog. Se avete un blog, ricordate: qualunque cosa ci scriviate, dalla più innocua alla più goliardica, verrà usata contro di voi se doveste finire sotto accusa per un qualunque motivo.
Non raramente, poi, quando dalle procure non escono abbastanza notizie, bisogna riempire le pagine di cronaca. E allora lì il genere letterario diventa il romanzo noir, il ritratto psico-patologico. Si fanno e si disfano tele da un giorno all'altro, tanto che se il lettore non segue tutte le puntate è totalmente disorientato invece che informato. Probabilmente la fantasia è fervida anche sui quotidiani Usa e i tabloid britannici, ma da noi in quei pezzi "di colore", come tra i modellini di Vespa, dominano sciatteria, banalità e luoghi comuni.
Subscribe to:
Posts (Atom)




