Pubblicato su formiche
Ci sono almeno tre illusioni con le quali sarebbe meglio non coccolarsi dopo l'entusiasmante cavalcata di Emmanuel Macron verso l'Eliseo.
Illudersi di aver ri-trovato nell'europeismo una sorta di antidoto ai cosiddetti populismi (sempre ammesso che sia corretto definirli tali, ma non vuol essere questa la sede per approfondire questo aspetto).
Illudersi che la cura Macron possa bastare per guarire la Francia, e l'Unione europea.
Illudersi, come stanno facendo i "renziani", che Macron sia il "Renzi francese" o, viceversa, che Matteo Renzi possa diventare il "Macron italiano".
Punto primo. Ammesso che l'Europa da debolezza si sia trasformata in un punto di forza per Macron, funzionando quindi da "antidoto" contro la Le Pen, non è detto che possa funzionare in altri contesti e contro altri populismi. Siamo onesti: con Macron ha vinto l'europeismo o la paura del lepenismo? Una combinazione dei due, probabilmente: il primo lo ha aiutato ad arrivare al ballottaggio (anche se altrettanto decisivo è stato l'azzoppamento per via mediatico-giudiziaria del candidato gollista Fillon), ma è stata la seconda a portarlo all'Eliseo. Molti degli elettori che al secondo turno hanno fatto convergere il loro voto sul leader di "En Marche" non lo hanno certo fatto inebriati dall'Inno alla gioia. La vittoria di Macron, avverte il Wall Street Journal, "è molto più un rifiuto dell'estrema destra del Front National che un appoggio al suo programma".
Oltre ai suoi indiscutibili meriti personali, il suo successo si deve a una spregiudicata e brillante operazione di maquillage giovanilista e dissimulazione politica, che ha fatto apparire come outsider ed estraneo agli screditati partiti tradizionali l'ex ministro dell'economia del governo socialista di Hollande, uno dei più impopolari della storia della V Repubblica. I socialisti più assennati, riformisti, cercheranno di riciclarsi in "En Marche" (come l'ex premier Valls), con la benedizione di Hollande, mentre il partito fa la fine di una "bad company" sulle cui spalle sono stati caricati tutti i debiti politici degli ultimi cinque anni. Ma soprattutto, Macron è arrivato all'Eliseo perché la sua avversaria era gravata da un retaggio ideologico che al ballottaggio non le ha permesso di attrarre sufficienti voti da appartenenze politiche diverse. Nonostante quasi maggioritari in Francia (il 49% circa al primo turno), i sentimenti anti-establishment e anti-europeisti di spezzoni di elettorato divisi ideologicamente lungo l'asse novecentesco destra-sinistra non hanno potuto trovare la saldatura in un movimento post-ideologico. Pur cominciando a mostrare le prime crepe, infatti, la maggior parte degli elettori francesi ha esercitato ancora una volta la "conventio ad excludendum" nei confronti del lepenismo, un meccanismo peculiare del sistema politico francese che in altri contesti non scatterebbe nei confronti di altri populismi.
Il risultato di Marine Le Pen è ambivalente: da una parte può far pensare che sia uscita dal ghetto dell'impresentabilità (percentuale del 2002 raddoppiata e milioni di voti in più rispetto al primo turno), e che questa volta il "patto repubblicano" non abbia del tutto marginalizzato il FN, ma dall'altra mostra tutti i limiti di una identità politica che non riesce a uscire dal proprio recinto ideologico e nemmeno a sfondare nella destra repubblicana, pur in assenza di un candidato gollista. E' probabile che Marine la partita per l'Eliseo non l'abbia mai giocata per davvero... E infatti nelle sue prime parole subito dopo la chiusura delle urne non ha posto l'accento sulla soddisfazione per il risultato, ma sulla necessità di ulteriore rinnovamento del FN, parlando di "nuova forza politica" e di un'alleanza tra patrioti e repubblicani. In vista delle legislative di giugno, con il gioco delle desistenze, anche la presenza in Parlamento del FN è fortemente a rischio.
Il "modello Macron" quindi non è esportabile, né i fattori che hanno condannato Marine Le Pen alla sconfitta sono applicabili agli altri movimenti cosiddetti "populisti" e "sovranisti". Non c'è, quindi, una "lezione" delle presidenziali francesi valida per forze politiche e contesti nazionali diversissimi tra di loro. Le peculiari caratteristiche del sistema politico francese - l'elezione diretta in due turni del presidente e il "patto repubblicano" contro l'estrema destra - hanno giocato un ruolo decisivo. Molto più dell'europeismo più o meno critico di Macron.
Bisogna resistere alla tentazione di includere tutti i movimenti anti-establishment e anti-europeisti in una sorta di "internazionale del populismo", come se condividessero meriti e demeriti di vittorie e sconfitte. Come ha osservato Daniele Capezzone, c'è una differenza sostanziale - che l'"inviato collettivo" non ha saputo né voluto vedere - tra i fenomeni anti-establishment che si sono affermati nel mondo anglosassone (Trump e Brexit) e quelli che invece stentano ad affermarsi nel mondo europeo-continentale. Non avremmo avuto la Brexit, probabilmente, se una parte del mondo conservatore, soprattutto thatcheriano - politici, intellettuali ed economisti - con la sua autorevolezza non avesse delineato una prospettiva positiva ed economicamente sostenibile, anche se certamente non facile, per il Regno Unito fuori dall'Ue, quella di una "global Britain", un superhub globale capace di attrarre risorse e investimenti, offrendo un sistema business-friendly, a tasse basse e burocrazia attenuata. Donald Trump e Marine Le Pen, spesso accostati nelle analisi dei mainstream media, hanno visioni dell'economia e del ruolo dello Stato agli antipodi. E Trump non si è presentato alla guida di un partito di estrema destra dalle radici fasciste, ma ha incanalato la protesta anti-establishment all'interno di uno dei due partiti tradizionali, il Partito repubblicano, di fatto rilanciandolo.
E per venire al caso dell'Italia, il prossimo grande "malato d'Europa" atteso al varco delle elezioni politiche, i cosiddetti sovranisti e populisti possono contare, al contrario della Le Pen, sulla capacità (Lega e M5S l'hanno già dimostrata) di attrarre voti sia da destra che da sinistra. Possono far leva su una situazione economica peggiore di quella francese e su una maggiore impopolarità dell'Euro. E infine approfittare di un sistema elettorale che al contrario di quello francese è confusionario e tende a deresponsabilizzare l'elettore.
Punto secondo. L'indubbio trionfo di Macron non dovrebbe indurre a facili entusiasmi. Come detto, è figlio più della paura che di autentica convinzione nelle doti e persuasione dei programmi del nuovo presidente. La sua strada è in salita, a cominciare dalle legislative di giugno, e il rischio di una debolezza nel palazzo e nel paese è forte.
La Francia è ancora il "malato d'Europa", o il più grande tra i malati d'Europa: incapace di riformarsi, incapace di assimilare gli immigrati e proteggersi dalla minaccia terroristica, incapace ormai di giocare un ruolo di contrappeso rispetto all'egemonia di Berlino. Riuscirà la Francia con Macron a recuperare la sua posizione, il dinamismo, e a sviluppare un'agenda europea che possa convincere i tedeschi della necessità di un reale cambiamento? Un fragile mandato e un modesto programma di riforme rischiano di non bastare. Il programma di Macron è omeopatico rispetto ai mali che affliggono la Francia e l'Ue. "Liberale" solo per i parametri di una politica francese da destra a sinistra da sempre statalista e assistenzialista. In realtà, è moderatamente riformista e saldamente socialdemocratico. Macron propone di ridurre l'incidenza della spesa pubblica sul Pil dal 57% al 52%. I tagli di spesa verrebbero quasi compensanti da un piano di investimenti pubblici da 50 miliardi (sanità, infrastrutture, pubblica amministrazione, digitale, formazione, "transizione ecologica", qualsiasi cosa voglia dire...). Propone di tagliare le tasse su imprese, lavoro e famiglie, ma di aumentarle su redditi da capitale, carburanti e "giganti della Rete". La riduzione della pressione fiscale sarebbe assai modesta: dal 44,5% al 43,6% del Pil.
Sul fronte del mercato comune, il suo "Buy European Act", dagli echi trumpiani più che liberali (un protezionismo a livello europeo anziché nazionale), e l'immancabile "politica fiscale comune", con la nomina di un ministro dell'economia dell'Ue e l'azzeramento di qualsiasi concorrenza fiscale tra i Paesi membri. Il che ovviamente vorrebbe dire livellamento verso l'alto (i livelli di Francia e Germania), non verso il basso, di tassazione e spesa pubblica. Il tutto condito con una buona dose di politica industriale e dirigismo come da tradizione francese. E poi c'è il tema cruciale della settimana lavorativa di 35 ore, su cui Macron è stato ambiguo (mentre Fillon ne aveva promesso l'abolizione).
Siamo sicuri che sia la ricetta giusta, ammesso che venga attuata, per rilanciare l'economia francese e, quindi, l'Europa? La Francia, con la spesa pubblica al 57% del Pil e la disoccupazione al 10%, avrebbe bisogno di "riforme radicali", avverte il WSJ. Inoltre, la già modesta agenda riformista di Macron potrebbe incontrare l'opposizione di molti degli elettori che lo hanno votato solo in funzione anti Le Pen e, senza un partito forte alle spalle, con una coalizione parlamentare da inventare, persino quei minimi obiettivi potrebbero essere mancati. Un'alleanza con i Repubblicani potrebbe aiutarlo sulle riforme economiche e la sicurezza nazionale, ma allo stesso tempo rischia poi di lasciare al Front National e all'estrema sinistra il ruolo di uniche opposizioni nel Paese. Una "fredda" continuità potrebbe quindi rivelarsi la cifra prevalente della presidenza Macron, alimentando divisioni e tensioni nel Paese, quella "nevrosi" di cui ha parlato lo scrittore Houllebecq. Il progetto europeo è quindi lungi dall'essere salvo, a meno che non sia in grado di generare opportunità economiche e maggiore sicurezza, mostrando allo stesso tempo più rispetto per i cittadini europei infastiditi dall'arroganza dei tecnocrati di Bruxelles.
Infine, il terzo punto. Macron non è Renzi e per Renzi è ormai troppo tardi per "fare il Macron italiano"... Macron è anzi la prova del suo fallimento, è ciò che Renzi avrebbe potuto essere se avesse fatto altre scelte.
1) Macron non è un politico di professione e ha una specifica competenza in campo economico.
2) Macron si è presentato alle prime elezioni utili, non ha tramato nel palazzo per arrivare al potere senza legittimazione popolare.
3) Ma soprattutto, Macron non si è bruciato per scalare e riformare un partito irriformabile, l'ha rottamato puntando su una sua startup politica.
Potrà sembrare paradossale, ma la storia politica di Renzi ha più similitudini con quella di Marine Le Pen: ha rottamato i "padri" costituenti del suo partito in nome del rinnovamento, finendo però - proprio nella battaglia decisiva - per essere risucchiato nel recinto ideologico di un partito irriformabile.
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Monday, May 08, 2017
Monday, April 24, 2017
Le vendette di Hollande dietro il successo di Macron e l'azzardo di aver rimosso l'argine gollista al lepenismo
Pubblicato su formiche
La disfatta è meno amara se
condivisa con i propri avversari
A urne chiuse, ora che tutti i puntini
sono uniti fra di loro, il volto ghignante che si staglia dietro il
"fenomeno Macron" è quello di un redivivo François
Hollande. La sua presidenza è stata catastrofica, ha fatto crollare
ai minimi storici i consensi del Partito socialista e non ha potuto
presentarsi per un secondo mandato talmente a picco era colato il suo
indice di fiducia. Eppure, il sicuro grande sconfitto della vigilia
ha saputo cucinarsi una vendetta servita ancora calda, assicurandosi
con ragionevole certezza l'insediamento del suo ex ministro
dell'economia come suo successore all'Eliseo, ma soprattutto
condividendo la disfatta con i suoi acerrimi avversari, esterni ed
interni. Che abbia o meno un ruolo pubblico in futuro, o preferisca
ritagliarsene uno dietro le quinte, sarà meno amaro per Hollande
lasciare l'Eliseo sapendo che anche la destra gollista è andata
incontro a una cocente disfatta, non riuscendo a portare al
ballottaggio un suo candidato nonostante la crisi dei socialisti, e
che coloro che gli hanno sfilato di mano il partito si ritrovano
intorno nient'altro che macerie.
Questo il duplice esito di una
spregiudicata e brillante operazione politica condotta con l'aiuto
dei magistrati, le cui preferenze politiche anche in Francia non sono
un mistero, dei media "amici" e del 24% degli elettori (in
gran parte di fede socialista). Uno dopo l'altro, gli ostacoli sulla
strada di Macron sono stati brutalmente rimossi e le impronte di
Hollande sono dappertutto. Fallimentare come presidente, si è
confermato un maestro di tattica politica.
Senza nulla togliere alle abilità e
alla freschezza di Emmanuel Macron, che in poche settimane ha messo
su un movimento, una sua "start-up" politica, centrando il
ballottaggio da vincitore del primo turno, ma l'azzoppatura per via
mediatico-giudiziaria del candidato della destra gollista, l'ex
premier François Fillon è stata decisiva. Altrimenti - come
d'altronde indicavano tutti i sondaggi precedenti alle inchieste ad
orologeria che l'hanno colpito (guarda caso solo dopo la vittoria
alle primarie...) - le loro posizioni di arrivo al primo turno si
sarebbero probabilmente invertite. Ed è difficile credere che
l'affermazione di Macron sia stata possibile in così poco tempo
senza la mobilitazione attiva in suo favore di pezzi importanti
dell'elettorato socialista, e quindi il concomitante sabotaggio della
candidatura ufficiale di Hamon. Il Partito socialista ha fatto la
fine di una "bad company" sulle cui spalle sono stati
caricati tutti i debiti politici della presidenza Hollande, mentre
gli elettori socialisti venivano "prestati" per
un'operazione di maquillage giovanilista nel tentativo di salvare lo
status quo (e restituire l'onore a Hollande).
Ma sia Hollande sia l'establishment
(francese ed europeo), che in funzione anti Le Pen hanno preferito un
maquillage giovanilista dei socialisti, facendo fuori per via
mediatico-giudiziaria il collaudato argine gollista, si sono assunti
un grosso rischio. Non gli resta che augurarsi di aver azzeccato il
calcolo... Perché se da una parte la strada di Macron appare ormai
in discesa grazie al ricostituirsi del "fronte repubblicano"
contro il lepenismo, la sua capacità di attrazione di elettori di
sinistra che lo ritengono di destra e di elettori della destra
repubblicana in libera uscita, per la prima volta non rappresentati
al ballottaggio, potrebbe essersi esaurita o quasi nel suo
stupefacente 24%. Insomma, siamo in un territorio ignoto: sarà anche
un'ipotesi remota ma rimosso l'argine gollista Marine Le Pen potrebbe
trovare una prateria a destra, e qualche inaspettato sostegno
dall'estrema sinistra.
Se, come probabile, Macron dovesse
vincere, l'Unione europea si salverebbe da una crisi rapida e al
buio, quindi drammatica, ma non basterà, come molti si illudono, per
invertire la tendenza a un lento declino... Ammesso e non concesso
che trovino sostegno parlamentare, le politiche omeopatiche di
Macron, in totale continuità con quelle di Hollande, non riusciranno
a guarire l'economia e la società francese, e quindi ad alleviarne
le tensioni. Né, quindi, potranno rendere la Francia una parte della
soluzione alla crisi dell'Ue. Il conto con la realtà, al giro
successivo, potrebbe essere salatissimo. In un'intervista al Corriere
lo scrittore francese Michel Houellebecq ha fatto riferimento a una
"nevrosi". I francesi "sono ancora più a destra
rispetto al 2012", Macron "non ha colpe", anche se
"molto migliore di Hollande può portare a una catastrofe"
perché quando "la realtà politica non corrisponde alla
società, è una situazione da nevrosi".
Macron supera l'esame ma Ue e renziani hanno poco da brindare
Macron ha superato l'ostacolo più grande, quello della credibilità, ora la sua strada per l'Eliseo è in discesa. È lui l'eroe del "racconto" elettorale, la sorpresa che si afferma, la storia vincente di cui molti vorranno far parte al secondo turno ("io l'ho votato", "io c'ero")... e difficilmente la Le Pen potrà farci qualcosa. Però deve stare attento all'abbraccio dei vecchi partiti e dell'establishment europeo. Se è così nuovo, giovane, e così "rivoluzionario", perché tutti i "vecchi" si sentono rassicurati da una sua vittoria?
E non va dimenticato che il successo di Macron è figlio dell'assassinio mediatico-giudiziario di Fillon, altrimenti le loro posizioni di arrivo al primo turno si sarebbero probabilmente invertite. Chi sia il mandante non lo sappiamo con certezza ma forse oggi Hollande lascia l'Eliseo con minore amarezza sapendo che probabilmente a succedergli sarà il suo ex ministro dell'economia... Forse, il Partito socialista si è persino salvato, "prestando" i suoi elettori per un'operazione trasformista, un maquillage giovanilista, e scaricando i suoi debiti politici alla "bad company".
La Le Pen porta a casa un risultato molto deludente. I francesi non hanno votato solo su sicurezza e immigrazione, ma con più di un occhio al portafogli, rispetto al quale il FN rappresenta un salto nel vuoto. Ancora una volta si è dimostrata incapace di superare il suo steccato ideologico, di sfondare nella destra gollista, nonostante la debolezza del suo candidato. E poi, quella visita da Putin che sembrava un colloquio di lavoro! In un sistema politico in cui gli elettorati antisistema e antieuropeisti non sono sommabili perché spaccati sull'asse novecentesco destra/sinistra, fascismo/comunismo, e il tema sicurezza è presidiato dal gollismo, se ancora fai paura agli elettori della destra repubblicana e moderati hai un problema insuperabile.
Quanto all'Unione europea. È salva, ma i brindisi degli eurofanatici sono del tutto fuori luogo... Il suo stato di salute non è migliore perché improvvisamente sia mutato il sentimento degli elettori (quasi il 50% dei francesi ha comunque votato candidati euroscettici o antieuropei). Il voto francese ci dice che un conto è raccogliere consensi sull'antieuropeismo, un altro presentarsi con una proposta di governo credibile. Il fatto che i movimenti antieuropei siano ancora considerati unfit, inadeguati per il governo di un grande Paese come la Francia, non significa che l'Ue sia tornata a piacere.
Entusiasmo bizzarro dei renziani per Macron, fenomeno molto diverso da quello di Renzi, non ha commesso i suoi errori e, anzi, ne prova il fallimento:
1) Macron non è politico di professione;
2) Macron si è presentato alle prime elezioni utili, non ha tramato nel palazzo per arrivare al potere senza legittimazione popolare;
3) ma soprattutto, Macron non si è bruciato per scalare e riformare un partito irriformabile, l'ha rottamato puntando su una sua startup politica.
UPDATE 27 aprile
Il tema non mi appassiona, lo considero irrilevante, ma immaginate cosa direbbero i "progressisti", che oggi si entusiasmano per la vita sentimentale di Macron, di una candidata presidente con un compagno di 24 anni più vecchio conosciuto quando lei ne aveva a 16. O peggio, di un candidato presidente con una compagna di 24 anni più giovane conosciuta quando lei ne aveva 16...
E non va dimenticato che il successo di Macron è figlio dell'assassinio mediatico-giudiziario di Fillon, altrimenti le loro posizioni di arrivo al primo turno si sarebbero probabilmente invertite. Chi sia il mandante non lo sappiamo con certezza ma forse oggi Hollande lascia l'Eliseo con minore amarezza sapendo che probabilmente a succedergli sarà il suo ex ministro dell'economia... Forse, il Partito socialista si è persino salvato, "prestando" i suoi elettori per un'operazione trasformista, un maquillage giovanilista, e scaricando i suoi debiti politici alla "bad company".
La Le Pen porta a casa un risultato molto deludente. I francesi non hanno votato solo su sicurezza e immigrazione, ma con più di un occhio al portafogli, rispetto al quale il FN rappresenta un salto nel vuoto. Ancora una volta si è dimostrata incapace di superare il suo steccato ideologico, di sfondare nella destra gollista, nonostante la debolezza del suo candidato. E poi, quella visita da Putin che sembrava un colloquio di lavoro! In un sistema politico in cui gli elettorati antisistema e antieuropeisti non sono sommabili perché spaccati sull'asse novecentesco destra/sinistra, fascismo/comunismo, e il tema sicurezza è presidiato dal gollismo, se ancora fai paura agli elettori della destra repubblicana e moderati hai un problema insuperabile.
Quanto all'Unione europea. È salva, ma i brindisi degli eurofanatici sono del tutto fuori luogo... Il suo stato di salute non è migliore perché improvvisamente sia mutato il sentimento degli elettori (quasi il 50% dei francesi ha comunque votato candidati euroscettici o antieuropei). Il voto francese ci dice che un conto è raccogliere consensi sull'antieuropeismo, un altro presentarsi con una proposta di governo credibile. Il fatto che i movimenti antieuropei siano ancora considerati unfit, inadeguati per il governo di un grande Paese come la Francia, non significa che l'Ue sia tornata a piacere.
Entusiasmo bizzarro dei renziani per Macron, fenomeno molto diverso da quello di Renzi, non ha commesso i suoi errori e, anzi, ne prova il fallimento:
1) Macron non è politico di professione;
2) Macron si è presentato alle prime elezioni utili, non ha tramato nel palazzo per arrivare al potere senza legittimazione popolare;
3) ma soprattutto, Macron non si è bruciato per scalare e riformare un partito irriformabile, l'ha rottamato puntando su una sua startup politica.
UPDATE 27 aprile
Il tema non mi appassiona, lo considero irrilevante, ma immaginate cosa direbbero i "progressisti", che oggi si entusiasmano per la vita sentimentale di Macron, di una candidata presidente con un compagno di 24 anni più vecchio conosciuto quando lei ne aveva a 16. O peggio, di un candidato presidente con una compagna di 24 anni più giovane conosciuta quando lei ne aveva 16...
Monday, April 23, 2012
In Francia torna il nazionalsocialismo e in Italia si brinda
Reazioni che vanno dal patetico allo schizofrenico quelle della politica e della stampa italiana all'esito del primo turno delle elezioni presidenziali francesi. La Francia si sposta a sinistra perché Hollande ha vinto il primo turno ed è favorito al secondo, dicono alcuni. No, ribattono altri, va a destra perché la somma dei voti raccolti da Sarkozy e dal Fronte nazionale superano quelli dei socialisti e delle sinistre estreme. La verità è che il voto ha ancora una volta dimostrato che non ha alcunissimo senso dibattere sullo spostamento verso destra o verso sinistra dell'elettorato, in un sistema in cui estrema destra ed estrema sinistra si saldano, fondandosi entrambe di fatto sul «nazionalismo economico e sociale». In Francia è tornato il nazional-socialismo (per ora con il trattino). Nelle sue due varianti - nazionalista e comunista - ha preso quasi il 30% dei voti (più di Sarkozy e più di Hollande): i voti da sommare non sono quelli delle "destre" da una parte e delle "sinistre" dall'altra secondo le antiche definizioni, ma il 17,9% di Le Pen e l'11,11 dei comunisti. Ed è un calcolo ottimistico, visto che profondamente socialista e regressivo è anche il 28,63% che ha votato Hollande.
Tanto ingenuo sarebbe sommare i voti del Fronte nazionale a quelli di Sarkozy, che la Le Pen ha già fatto sapere che non sosterrà nessuno dei due candidati al ballottaggio: «Non dirò ai miei elettori come devono votare. I francesi sono grandi abbastanza per scegliere da soli, in coscienza». E secondo un primissimo sondaggio, solo il 9% di chi ha votato Le Pen al primo turno voterà Sarkozy al secondo, il 20% voterà Hollande e gli altri se ne resteranno a casa.
Intervistato su la Repubblica, Bersani si intesta pateticamente la parziale vittoria di Hollande. Canta vittoria («il vento è cambiato, siamo pronti a intercettarlo, Monti ne tenga conto») e avverte che «se arriva all'Eliseo» la piattaforma dei progressisti europei deve diventare anche la piattaforma di Monti. La sensazione è che quanti nel Pd pensano di cavalcare l'onda della probabile vittoria di Hollande per tornare a Palazzo Chigi già ad ottobre, con l'attuale legge elettorale, senza farsi impantanare nei disegni neocentristi e grancoalizionisti di Casini, escono rafforzati dal voto francese. Anche se Bersani nega: «Ho dato la mia parola. La fedeltà al governo Monti fino alla fine della legislatura è fuori discussione». Ma ci sono tanti modi per provocare elezioni anticipate senza assumersene la responsabilità.
E il Pdl, e la stampa di centrodestra? Qui entriamo nel padiglione degli schizofrenici. Dunque, da una parte il Pd non deve esultare troppo perché Hollande non ha ancora vinto, la partita è ancora aperta, ma soprattutto perché la Francia non va affatto a sinistra: la somma dei voti "di sinistra" è nettamente inferiore alla somma dei voti ottenuti da Sarkò e da Le Pen. Dall'altra, però, tutti osservano con ostentata soddisfazione che il voto francese (quello per gli avversari di Sarkozy: Hollande, Le Pen e Mélanchon) è una sonora bocciatura delle politiche rigoriste dell'asse Sarkozy-Merkel. Il 64% degli elettori, fa notare un parlamentare Pdl, ha votato contro la Merkel e le politiche Ue, mentre la Francia gollista di Sarkozy (27.18%) e centrista di Bayrou (9.13%) è ferma al 36%. Insomma, polemizzano con il Pd perché Sarkozy può ancora farcela, ma allo stesso tempo godono per l'affermazione degli avversari di Sarkozy (nazionalsocialisti, socialisti e comunisti, evviva!).
Ma il giochino questo è di "destra"-questo di "sinistra" non funziona più da tempo. I difensori a oltranza del modello statalista francese stravincono comunque, quale sia la loro variante: socialista (28%), gollista (27%), nazionalsocialista (18%), comunista (11%). E avevano vinto ancor prima del voto, da quando Sarkozy ha fallito nella sua "rupture", abbandonando l'idea di rappresentare un nuovo modello di destra continentale. Con una felice espressione di Enzo Reale, potremmo dire che di tutte le sue nefandezze, quella di perdere contro Hollande sarebbe l'ultima imperdonabile beffa.
Tanto ingenuo sarebbe sommare i voti del Fronte nazionale a quelli di Sarkozy, che la Le Pen ha già fatto sapere che non sosterrà nessuno dei due candidati al ballottaggio: «Non dirò ai miei elettori come devono votare. I francesi sono grandi abbastanza per scegliere da soli, in coscienza». E secondo un primissimo sondaggio, solo il 9% di chi ha votato Le Pen al primo turno voterà Sarkozy al secondo, il 20% voterà Hollande e gli altri se ne resteranno a casa.
Intervistato su la Repubblica, Bersani si intesta pateticamente la parziale vittoria di Hollande. Canta vittoria («il vento è cambiato, siamo pronti a intercettarlo, Monti ne tenga conto») e avverte che «se arriva all'Eliseo» la piattaforma dei progressisti europei deve diventare anche la piattaforma di Monti. La sensazione è che quanti nel Pd pensano di cavalcare l'onda della probabile vittoria di Hollande per tornare a Palazzo Chigi già ad ottobre, con l'attuale legge elettorale, senza farsi impantanare nei disegni neocentristi e grancoalizionisti di Casini, escono rafforzati dal voto francese. Anche se Bersani nega: «Ho dato la mia parola. La fedeltà al governo Monti fino alla fine della legislatura è fuori discussione». Ma ci sono tanti modi per provocare elezioni anticipate senza assumersene la responsabilità.
E il Pdl, e la stampa di centrodestra? Qui entriamo nel padiglione degli schizofrenici. Dunque, da una parte il Pd non deve esultare troppo perché Hollande non ha ancora vinto, la partita è ancora aperta, ma soprattutto perché la Francia non va affatto a sinistra: la somma dei voti "di sinistra" è nettamente inferiore alla somma dei voti ottenuti da Sarkò e da Le Pen. Dall'altra, però, tutti osservano con ostentata soddisfazione che il voto francese (quello per gli avversari di Sarkozy: Hollande, Le Pen e Mélanchon) è una sonora bocciatura delle politiche rigoriste dell'asse Sarkozy-Merkel. Il 64% degli elettori, fa notare un parlamentare Pdl, ha votato contro la Merkel e le politiche Ue, mentre la Francia gollista di Sarkozy (27.18%) e centrista di Bayrou (9.13%) è ferma al 36%. Insomma, polemizzano con il Pd perché Sarkozy può ancora farcela, ma allo stesso tempo godono per l'affermazione degli avversari di Sarkozy (nazionalsocialisti, socialisti e comunisti, evviva!).
Ma il giochino questo è di "destra"-questo di "sinistra" non funziona più da tempo. I difensori a oltranza del modello statalista francese stravincono comunque, quale sia la loro variante: socialista (28%), gollista (27%), nazionalsocialista (18%), comunista (11%). E avevano vinto ancor prima del voto, da quando Sarkozy ha fallito nella sua "rupture", abbandonando l'idea di rappresentare un nuovo modello di destra continentale. Con una felice espressione di Enzo Reale, potremmo dire che di tutte le sue nefandezze, quella di perdere contro Hollande sarebbe l'ultima imperdonabile beffa.
Thursday, December 17, 2009
Il nodo resta Di Pietro, il Corriere chiede al Pd di rompere
Mentre il Pdl offre a Pd e Udc un «patto democratico» che «segni chiaramente i confini della normale dialettica politica», apra una stagione di «legittimazione reciproca», conducendo all'«abbandono di ogni scorciatoia giudiziaria», e di riforme costituzionali, e il Pd risponde positivamente, seppur ribadendo i «confini» del «no alle leggi ad personam e sì a un confronto in Parlamento sulle riforme», di tutta evidenza il nodo resta l'alleanza con Di Pietro. L'ex pm continua a ripetere, ieri a L'Unità, che «in Italia c'è il fascismo». Si appunta la medaglia di «resistenza», anche se dalle sue parole si potrebbe intendere che «resistenza» sia anche quella di Tartaglia, l'aggressore di Berlusconi in Piazza Duomo. A suo avviso infatti «si scambia la vittima per l'aggressore», ma «quando c'è un governo fascista e piduista per fortuna c'è qualcuno che inizia a fare resistenza».
Se la Repubblica non dà segnali di tregua, dal Corriere della Sera, tramite l'editoriale di Angelo Panebianco in prima pagina, giunge all'indirizzo del Pd - credo per la prima volta in modo esplicito - la richiesta di rompere l'alleanza con Di Pietro. L'editorialista del Corriere non si nasconde che per il Pd rompere con Di Pietro richiede una forte leadership ma soprattutto una «complessa operazione politica»:
E se D'Alema promuove Bersani confermando disponibilità (sulle riforme) e paletti, pur mettendo sullo stesso piano quelli che chiama gli «opposti populismi», quello di Berlusconi e quello di Di Pietro, «speculari» e che «si alimentano a vicenda», Casini sgomita e sente che la possibile ripresa del dialogo tra Pd e Pdl potrebbe marginalizzare l'Udc: «Questo - spiega a la Repubblica - è il momento di chiudere i falchi in gabbia e far volare le colombe. Noi vogliamo sederci al tavolo con Pd e Pdl per trovare una via d'uscita all'eterna transizione italiana». Ma torna anche a rilanciare l'idea di «un fronte legalista» Pd-Udc se il Pdl tentasse di «strumentalizzare l'aggressione a Berlusconi per far ingoiare il processo breve al Parlamento». L'ipotesi "frontista" di Casini non è poi così lontana da Di Pietro che definisce «fascista» questo governo, eppure sembra conservare la patente di "moderato".
Se la Repubblica non dà segnali di tregua, dal Corriere della Sera, tramite l'editoriale di Angelo Panebianco in prima pagina, giunge all'indirizzo del Pd - credo per la prima volta in modo esplicito - la richiesta di rompere l'alleanza con Di Pietro. L'editorialista del Corriere non si nasconde che per il Pd rompere con Di Pietro richiede una forte leadership ma soprattutto una «complessa operazione politica»:
«Un'operazione che implica sia la resa dei conti con il "dipietrismo interno" al Partito democratico sia una ricalibrazione dei rapporti con le forze esterne (certi magistrati, certi giornali, eccetera), che sul dipietrismo interno al Pd hanno sempre fatto leva per condizionarne la politica. Opporsi alla persona di Berlusconi o opporsi alle politiche del governo? La risposta rivela la concezione della lotta politica, nonché il giudizio sullo stato della nostra democrazia, di ciascun singolo oppositore. Da quando c’è Berlusconi le due anime hanno convissuto e, quasi sempre, quella antiberlusconiana pura ha prevalso, essendo stato fin qui l'antiberlusconismo il vero ancoraggio identitario della sinistra».Secondo Panebianco, Bersani «ambirebbe a portare il Pd fuori dall'orbita del massimalismo antiberlusconiano» e a dare al partito «un chiaro profilo riformista», ma si preoccupa anche di «non perdere consensi».
«Poiché il massimalismo antiberlusconiano è ben presente nell'elettorato e fra i militanti del Pd un'operazione che separi nettamente i destini politici degli estremisti da quelli dei riformisti appare, sulla carta, assai rischiosa».Non potrebbe essere spiegato meglio. Ma è qui, conclude Panebianco, che «entra in gioco la questione della leadership». O per lo meno dovrebbe.
«Di Pietro non è un alleato ma un avversario da isolare e i dipietristi interni al partito sappiano che non sarà più tollerato chi tiene il piede in due staffe. A loro volta, le forze esterne che pretendono di condizionarmi sappiano che la linea politica del Pd la detto solo io a nome della maggioranza congressuale che mi ha espresso. Se vogliono opporsi a me e logorarmi si accomodino ma sia chiaro che, così facendo, favoriranno il centrodestra».Sono queste le parole che Panebianco vorrebbe sentir pronunciare da Bersani, ma confesso di nutrire ben poche speranze in proposito. Ha ragione Gianni De Michelis, quando al Corriere dice che «l'unico modo per salvare questo Paese è isolare Di Pietro», suggerendo che se «l'hanno fatto in Francia con Le Pen, che aveva molti più voti, devono farlo anche con lui che non è un soggetto compatibile con lo stato di diritto». Intanto, stiamo per entrare nella campagna per le regionali, quindi dubito che il rasserenamento reggerà dopo la fine delle festività natalizie. Il vero banco di prova sarà dopo le elezioni regionali. A quel punto, se dovesse trovarsi di fronte all'ennesima debàcle, il Pd potrebbe trovare la forza per dialogare sulle riforme e/o per rompere con Di Pietro, ma non c'è da illudersi troppo.
E se D'Alema promuove Bersani confermando disponibilità (sulle riforme) e paletti, pur mettendo sullo stesso piano quelli che chiama gli «opposti populismi», quello di Berlusconi e quello di Di Pietro, «speculari» e che «si alimentano a vicenda», Casini sgomita e sente che la possibile ripresa del dialogo tra Pd e Pdl potrebbe marginalizzare l'Udc: «Questo - spiega a la Repubblica - è il momento di chiudere i falchi in gabbia e far volare le colombe. Noi vogliamo sederci al tavolo con Pd e Pdl per trovare una via d'uscita all'eterna transizione italiana». Ma torna anche a rilanciare l'idea di «un fronte legalista» Pd-Udc se il Pdl tentasse di «strumentalizzare l'aggressione a Berlusconi per far ingoiare il processo breve al Parlamento». L'ipotesi "frontista" di Casini non è poi così lontana da Di Pietro che definisce «fascista» questo governo, eppure sembra conservare la patente di "moderato".
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