Torno da un breve periodo di vacanza e in queste ore si sta svolgendo il Consiglio europeo straordinario sul conflitto russo-georgiano e sui rapporti dell'Ue con Mosca. Punire o no le azioni della Russia in Georgia? E se sì, come? Sanzioni sembrano da escludere. Sarà già tanto se i leader europei si accorderanno per la sospensione di qualche tavolo con la Russia, ma è più probabile una dichiarazione che si limiti ad esprimere preoccupazione, ribadendo la necessità di un rapporto di forte cooperazione con Mosca. L'unità dei 27 verrà pagata al prezzo del solito documento sbiadito, pieno di parole e privo di fatti concreti.Da quando fu coniata, dall'ex segretario alla Difesa Usa Rumsfeld, l'espressione «Vecchia Europa» non ha smesso di dimostrarsi calzante. I Paesi europei che meglio comprendono che nella visione strategica di Mosca l'Occidente rimane un avversario, se non un nemico, sono quelli dell'Est, che sono passati sotto il dominio russo, e la Gran Bretagna. A Bruxelles, a Parigi, Berlino e a Roma, si fa fatica a comprendere il gioco del Cremlino, opppure si comprende ma si preferisce chiudere un occhio. Dover rimettere in discussione i termini complessivi dei propri rapporti con Mosca è un'impresa da far tremare i polsi.
Ma tra le capitali della "Vecchia Europa" la più filo-russa è senz'altro quella italiana. Non da oggi, ma proprio oggi il ministro degli Esteri Frattini ha rilasciato al Corriere della Sera un'intervista in cui ribadisce qualcosa su cui neanche tedeschi e francesi sono più disposti a mettere le mani sul fuoco: la Russia è «un partner strategico, non un Paese ostile». «Se ci sono Paesi che pensano che con la Russia si possano rompere i rapporti, ci devono anche spiegare come poi tratteremo i dossier come quello del nucleare iraniano», osserva Frattini, che però dovrebbe spiegarci come far capire ai russi che devono «rispettare le regole», se esclude qualsiasi iniziativa europea nei confronti di Mosca, sia le sanzioni sia gli "avvertimenti". Frattini chiama «equilibrio» ciò che non solo a noi pare ambiguità e le telefonate di Berlusconi con Bush e Putin fanno quasi tenerezza.
La politica estera dell'attuale governo differisce molto da quella del precedente rispetto al Medio Oriente e nell'atteggiamento nei confronti di Stati Uniti e Israele, ma è in totale continuità rispetto a Russia e Cina. Se ciò fosse dettato da valutazioni razionali ce ne faremmo una ragione, ma l'impressione più sgradevole è che in questa crisi russo-georgiana la politica estera italiana sia rimasta prigioniera dell'amicizia personale tra Berlusconi e Putin, che ha reso la nostra posizione molto più filo-russa di quanto i nostri stessi interessi avrebbero richiesto. Pur escludendo sanzioni e rappresaglie, la Merkel ha avuto almeno forti parole di biasimo nei confronti di Mosca.
Personalmente ne ero già consapevole anni fa e lo scrissi su questo blog. Le indubbie capacità di Berlusconi di rendersi simpatico e di divenire "amico" dei leader delle altre nazioni possono aiutare, non sostituire una politica estera. Negli stessi momenti in cui la politica della "pacca sulla spalla" portava risultati, avvertivo i suoi limiti. Non può mai divenire fine a se stessa. Berlusconi invece sembra avere una insopprimibile tendenza a voler piacere a tutti, e a tutti i costi, ma ci sono momenti nei quali bisogna saper storcere il naso di fronte a un "amico", se si crede che la politica estera serva gli interessi dell'Italia e non i propri rapporti personali con i potenti del mondo. L'Italia ha certamente grandi interessi in gioco nei suoi rapporti con la Russia, primi fra tutti nel settore energetico, ma non fino al punto di ignorare le reali intenzioni di Mosca e di far dubitare del nostro atlantismo.
Alla luce degli eventi dello scorso mese in Georgia, ma anche del comportamento dei russi negli ultimi anni, è necessario chiedersi se a Pratica di Mare sia stato commesso un errore. Non sappiamo dire quanto sia stato determinante Berlusconi per il successo del vertice, dal quale uscì il Consiglio a venti Nato-Russia. Oggi però sembra evidente che la volontà di Mosca di avvicinarsi all'Occidente era, ed è, puramente strumentale. Ha usato gli sforzi dell'Occidente volti alla sua integrazione al fine di legittimarsi e potersi meglio inserire nei processi decisionali, per poi giocare sulle divisioni tra i paesi europei e tra l'Europa e gli Stati Uniti.
Le azioni della Russia dimostrano che il problema non è solo l'Ossezia del Sud, o l'Abkhazia. Quella georgiana è molto più di una crisi del Caucaso. E' la politica estera indipendente della Georgia ad aver irritato Mosca, arrivata a definire le aspirazioni europee di Tbilisi come una minaccia agli interessi russi. Non si accetta di far parte di un Consiglio come quello sorto a Pratica di Mare, se poi opponendosi così radicalmente all'ingresso di Ucraina e Georgia nella Nato e nell'Ue si dimostra di considerare queste due fondamentali istituzioni occidentali ancora come nemiche.
Come ha scritto il presidente della Brookings Institution, Strobe Talbott, dunque non un neocon, se davvero la Russia considera l'atteggiamento filo-occidentale della Georgia e la sua aspirazione ad entrare in due istituzioni come la Nato e l'Ue dei sufficienti "casus belli", allora la prossima amministrazione dovrà riesaminare dalle fondamenta l'intera idea di partnership con la Russia e di integrazione.
Ma per una volta concordiamo con la conclusione di questo articolo di Limes:
«La sorpresa non è il ritorno di Mosca. È il fatto che non ce l'aspettassimo. Finché non decideremo se abbracciare o soffocare il nuovo impero russo, e faremo seguire alle parole i fatti, sarà solo l'ingordigia o l'imprudenza del Cremlino a frenarne la scalata ai vertici delle gerarchie globali. Mentre l'Occidente resterà una figura retorica, pallida memoria del vittorioso schieramento che fu».
