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Monday, September 01, 2008

Politica estera condizionata dalle amicizie personali di Berlusconi

Torno da un breve periodo di vacanza e in queste ore si sta svolgendo il Consiglio europeo straordinario sul conflitto russo-georgiano e sui rapporti dell'Ue con Mosca. Punire o no le azioni della Russia in Georgia? E se sì, come? Sanzioni sembrano da escludere. Sarà già tanto se i leader europei si accorderanno per la sospensione di qualche tavolo con la Russia, ma è più probabile una dichiarazione che si limiti ad esprimere preoccupazione, ribadendo la necessità di un rapporto di forte cooperazione con Mosca. L'unità dei 27 verrà pagata al prezzo del solito documento sbiadito, pieno di parole e privo di fatti concreti.

Da quando fu coniata, dall'ex segretario alla Difesa Usa Rumsfeld, l'espressione «Vecchia Europa» non ha smesso di dimostrarsi calzante. I Paesi europei che meglio comprendono che nella visione strategica di Mosca l'Occidente rimane un avversario, se non un nemico, sono quelli dell'Est, che sono passati sotto il dominio russo, e la Gran Bretagna. A Bruxelles, a Parigi, Berlino e a Roma, si fa fatica a comprendere il gioco del Cremlino, opppure si comprende ma si preferisce chiudere un occhio. Dover rimettere in discussione i termini complessivi dei propri rapporti con Mosca è un'impresa da far tremare i polsi.

Ma tra le capitali della "Vecchia Europa" la più filo-russa è senz'altro quella italiana. Non da oggi, ma proprio oggi il ministro degli Esteri Frattini ha rilasciato al Corriere della Sera un'intervista in cui ribadisce qualcosa su cui neanche tedeschi e francesi sono più disposti a mettere le mani sul fuoco: la Russia è «un partner strategico, non un Paese ostile». «Se ci sono Paesi che pensano che con la Russia si possano rompere i rapporti, ci devono anche spiegare come poi tratteremo i dossier come quello del nucleare iraniano», osserva Frattini, che però dovrebbe spiegarci come far capire ai russi che devono «rispettare le regole», se esclude qualsiasi iniziativa europea nei confronti di Mosca, sia le sanzioni sia gli "avvertimenti". Frattini chiama «equilibrio» ciò che non solo a noi pare ambiguità e le telefonate di Berlusconi con Bush e Putin fanno quasi tenerezza.

La politica estera dell'attuale governo differisce molto da quella del precedente rispetto al Medio Oriente e nell'atteggiamento nei confronti di Stati Uniti e Israele, ma è in totale continuità rispetto a Russia e Cina. Se ciò fosse dettato da valutazioni razionali ce ne faremmo una ragione, ma l'impressione più sgradevole è che in questa crisi russo-georgiana la politica estera italiana sia rimasta prigioniera dell'amicizia personale tra Berlusconi e Putin, che ha reso la nostra posizione molto più filo-russa di quanto i nostri stessi interessi avrebbero richiesto. Pur escludendo sanzioni e rappresaglie, la Merkel ha avuto almeno forti parole di biasimo nei confronti di Mosca.

Personalmente ne ero già consapevole anni fa e lo scrissi su questo blog. Le indubbie capacità di Berlusconi di rendersi simpatico e di divenire "amico" dei leader delle altre nazioni possono aiutare, non sostituire una politica estera. Negli stessi momenti in cui la politica della "pacca sulla spalla" portava risultati, avvertivo i suoi limiti. Non può mai divenire fine a se stessa. Berlusconi invece sembra avere una insopprimibile tendenza a voler piacere a tutti, e a tutti i costi, ma ci sono momenti nei quali bisogna saper storcere il naso di fronte a un "amico", se si crede che la politica estera serva gli interessi dell'Italia e non i propri rapporti personali con i potenti del mondo. L'Italia ha certamente grandi interessi in gioco nei suoi rapporti con la Russia, primi fra tutti nel settore energetico, ma non fino al punto di ignorare le reali intenzioni di Mosca e di far dubitare del nostro atlantismo.

Alla luce degli eventi dello scorso mese in Georgia, ma anche del comportamento dei russi negli ultimi anni, è necessario chiedersi se a Pratica di Mare sia stato commesso un errore. Non sappiamo dire quanto sia stato determinante Berlusconi per il successo del vertice, dal quale uscì il Consiglio a venti Nato-Russia. Oggi però sembra evidente che la volontà di Mosca di avvicinarsi all'Occidente era, ed è, puramente strumentale. Ha usato gli sforzi dell'Occidente volti alla sua integrazione al fine di legittimarsi e potersi meglio inserire nei processi decisionali, per poi giocare sulle divisioni tra i paesi europei e tra l'Europa e gli Stati Uniti.

Le azioni della Russia dimostrano che il problema non è solo l'Ossezia del Sud, o l'Abkhazia. Quella georgiana è molto più di una crisi del Caucaso. E' la politica estera indipendente della Georgia ad aver irritato Mosca, arrivata a definire le aspirazioni europee di Tbilisi come una minaccia agli interessi russi. Non si accetta di far parte di un Consiglio come quello sorto a Pratica di Mare, se poi opponendosi così radicalmente all'ingresso di Ucraina e Georgia nella Nato e nell'Ue si dimostra di considerare queste due fondamentali istituzioni occidentali ancora come nemiche.

Come ha scritto il presidente della Brookings Institution, Strobe Talbott, dunque non un neocon, se davvero la Russia considera l'atteggiamento filo-occidentale della Georgia e la sua aspirazione ad entrare in due istituzioni come la Nato e l'Ue dei sufficienti "casus belli", allora la prossima amministrazione dovrà riesaminare dalle fondamenta l'intera idea di partnership con la Russia e di integrazione.

Ma per una volta concordiamo con la conclusione di questo articolo di Limes:
«La sorpresa non è il ritorno di Mosca. È il fatto che non ce l'aspettassimo. Finché non decideremo se abbracciare o soffocare il nuovo impero russo, e faremo seguire alle parole i fatti, sarà solo l'ingordigia o l'imprudenza del Cremlino a frenarne la scalata ai vertici delle gerarchie globali. Mentre l'Occidente resterà una figura retorica, pallida memoria del vittorioso schieramento che fu».

Friday, July 18, 2008

Niente paura, la Cina è ancora lontana

Alla presentazione del nuovo numero di Limes interamente dedicato alla Cina, "Il marchio giallo", oltre al direttore Lucio Caracciolo e al Card. Silvestrini, Prefetto Emerito della Congregazione per le Chiese Orientali, ha partecipato il ministro degli Esteri Franco Frattini. La tesi esposta nell'editoriale di Caracciolo è che la Cina è sì un colosso del commercio mondiale che invade i mercati esportando merci, ma non è ancora una vera superpotenza, perché non esporta il «marchio giallo», cioè un brand «proprio e universale», che «la distingua e la faccia apprezzare». Il made in China di oggi è altro, tutto quantità senza qualità.

Pechino è lontana, scrive Caracciolo, dallo «stigma delle superpotenze al loro acme», il soft power inteso come potere della seduzione. Ad oggi «spaventa più che attrarre», come quando cade nel «disastro mediatico» della rivolta tibetana nel marzo scorso, dimostrando l'«insicurezza» e il volto violento del suo regime. E' bastato un «pugno di monaci» a rafforzare la sua «cattiva immagine».

L'economia non basta per diventare egemoni, spiega il direttore di Limes. Tra l'altro, Pil e reddito pro capite sono ancora troppo bassi per «aspirare al rango di supergrande». Il «cocktail di autocrazia e capitalismo» porta risultati e conviene a molti leader africani, ma la Cina non offre modelli culturali «appetibili». In America e in Europa «i pregiudizi negativi sul made in China crescono con progressione geometrica rispetto alla penetrazione di merci cinesi». Quanto alla way of life, «il giovane cinese scimmiotta i tic occidentali» e il sistema politico cinese in Occidente è «anatema».

Quindi, quanti prevedono «l'inevitabile sorpasso del Pil cinese ai danni di quello americano entro dieci o vent'anni, dovrebbero tenerne conto»: questa Cina non ha ancora prodotto il suo marchio di successo. L'«irradiamento» del regime di Pechino è «modestissimo». «Su queste basi pretendere al primato mondiale – anche solo alla cogestione sino-americana – è alquanto fantasioso», conclude Caracciolo.

Nel suo intervento il ministro Frattini non si è sottratto a dare almeno una risposta alle tante domande aperte dal nuovo numero di Limes: è la Cina ad essere divenuta «più globale», non il mondo «più cinese». Non c'è area del mondo in cui però non giochi un ruolo forte, ha osservato. In molti casi positivo: dal contributo alla stabilizzazione in Libano ai negoziati sul nucleare con la Corea del Nord; dai rapporti con il Giappone agli sforzi per una zona di libero scambio tra i Paesi dell'Asean. «Bisognerà tener conto della Cina anche per stabilizzare Afghanistan e Pakistan», ha suggerito Frattini.

L'Occidente ha il «dovere di rafforzare il proprio incoraggiamento alla Cina perché sia un attore globale responsabile». Ma su alcuni grandi temi, in particolare, va «stimolata» a fare di più. Il ministro ha auspicato che siano sciolti i dubbi sul rispetto delle regole del WTO e ambientali, e che Pechino intraprenda il «percorso verso standard occidentali sui diritti umani» in modo «risoluto». Del tema dei diritti fanno parte la libertà religiosa e la pena di morte, ha ricordato, così come il dialogo con le minoranze. «Vogliamo che la Cina continui il dialogo con il Dalai Lama». Non per l'indipendenza del Tibet, che è lo stesso Dalai Lama a escludere, come sanno tutti, ma nel rispetto del principio del dialogo.

Riguardo la cerimonia inaugurale delle Olimpiadi, sarà il sottosegretario allo Sport, Rocco Crimi, a rappresentare l'Italia, ha anticipato il ministro, che invece sarà in vacanza. «Altre presenze – ha precisato – saranno valutate individualmente». Sentiti i capi di Stato e di governo europei, Sarkozy ha detto che andrà. «E a noi questo basta. Non c'è una linea di governo in un senso o in un altro, come non c'è una linea dell'Ue».

«Gestire» la Cina è «un'illusione», ha sottolineato Frattini. Occorre «un'agenda comune» su temi come l'ambiente, l'energia, la salute, la cultura, la riforma dell'Onu, il programma nucleare iraniano. E sulla crisi del Darfur Pechino «avrebbe una parola in più da dire». Ma «dalla paura, dal dubbio e dalla diffidenza», dobbiamo passare alla «fiducia» nei rapporti con la Cina; dalla tentazione di difenderci soltanto «al coinvolgimento e alla partnership strategica». Chissà cosa ne penserà il ministro Tremoni.

Per tutto questo, ha concluso il ministro, «ci vuole l'Europa, che ancora non è un attore globale». Rispetto alla promozione dei diritti umani, per esempio, «vorremmo vedere l'Ue impegnata senza se e senza ma». Un G-2 sino-americano, tagliando fuori l'Ue, non avrebbe grande futuro, ma potrebbe un giorno essere una realtà se l'Ue si suicidasse, ha avvertito.